giovedì 11 marzo 2021

Pitchaya Sudbanthad, "Sotto la pioggia" Intervista 2021

 

Credit Christine Lee

     La mia mail raggiunge Pitchaya Sudbanthad mentre è a Bangkok. Gli scrivo che lo invidio, ma si è fidato a viaggiare? Mi risponde che Bangkok è Covid-free. Lo invidio ancora di più. Le sue risposte alle mie domande sul suo affascinante romanzo “Sotto la pioggia” smorzano la mia nostalgia per la città il cui nome significa ‘la città degli angeli’.

   Un romanzo tradizionale, che segue una linea temporale cronologica e con un paio o un gruppetto di personaggi, è di certo più facile da scrivere che un romanzo come il suo dove si intrecciano diversi filoni. Penso che sia geniale e che occorra del genio per scriverlo. Come ci ha lavorato? Come è riuscito a seguire le tracce di tutte le trame? Ha scritto storie parallele unendole insieme in un secondo tempo?

    Il mio romanzo è cresciuto in maniera orchestrale. Ero alla ricerca di un libro e penso che ogni filone sarebbe potuto diventare un libro a sé, ma ho finito per continuare con le diverse parti. E queste hanno poi finito per collegarsi in un tutto unico. Sembrava che ogni narrativa avesse una vita sua propria, ma con le scelte che facevo, l’assemblaggio e i ritocchi, ho saputo fare sì che parti molto diverse in apparenza si muovessero l’una con o contro l’altra.

   In un cero senso mi sentivo come un compositore anche se sapevo molto poco di musica. Una volta che ho fatto una prima bozza, ho ‘riascoltato’ tutto l’insieme, ho apportato modifiche o aggiunto quello che serviva. In seguito ho lavorato con il mio editor, che mi ha aiutato a creare più continuità dove non mi ero accorto ce ne fosse bisogno.

    Alcune parti di quello che avevo scritto non sono state incluse nella stesura definitiva, ma penso che sia meglio così. C’è una storia più ampia che spero i lettori possano avvertire nel mio romanzo, anche se non l’ho descritta del tutto.


Chi le si è presentato per primo in mente, tra i personaggi?

    Il primo filone narrativo a cui ho pensato è stato quello della donna che gestisce il ristorante Thai in Giappone. Pensavo alla mia esperienza di vivere lontano dalla Thailandia quando era difficile trovare cibo thailandese e gli ingredienti dovevano veramente arrivare nelle valigie degli amici e dei parenti. Dopo aver scritto l’inizio di quel filone, ho iniziato a pensare al personaggio della sorella della donna, e poi la casa e i suoi proprietari si sono presentati alla mia mente, seguiti dal dottore missionario e dal musicista di jazz. Era come se avessi creato un palcoscenico in un teatro e i personaggi andassero e venissero.

Penso che, nel suo insieme, il romanzo sia un’elegia ad una città: è Bangkok la vera protagonista?

    Bangkok è una città così grande e complessa. Non c’è una sola Bangkok. È una città che può essere il paradiso per alcuni e l’inferno per altri. È un antico scenario di templi e stupa oppure è un altro scenario di treni monorotaia e insegne pubblicitarie digitali ovunque. È sempre stato un posto che attrae gente da ogni luogo, e per loro Bangkok è qualcosa di diverso da quello che è per chi ci è nato. Definitivamente è un tipo di città se si hanno soldi e un altro se non se ne hanno. È una città che, come tutte le città, è in movimento costante di auto-costruzione e auto-distruzione.

In quel senso, la città è come un personaggio con molti conflitti e contraddizioni, ma non penso che si possa capire Bangkok, o Krungthep, come è chiamata dai thailandesi, come se fosse un personaggio principale. Non c’è romanzo grande abbastanza per quello. Quello che spero di essere stato capace di fare è rappresentare vite immaginarie che si intersecano in Bangkok attraverso il tempo e lo spazio, e creare perciò il senso di una città come una creatura dalle molte facce e anime, nel passato, ora, e forse nel futuro.

Ho letto che vive per lo più negli Stati Uniti. Le manca la sua città? Che cosa le manca di più? sente ancora di appartenere a Bangkok?

    Ogni volta che sono lontano, mi manca tutto di Bangkok. Quando sono qui, mi lamento di continuo del caldo, del traffico e delle zanzare. È un privilegio fortunato poter andare avanti e indietro con quello che a volte chiamo un punto di vista straniero-indigeno. Perché posso parlare, leggere e scrivere in thailandese quando sono con la mia famiglia a Bangkok, posso prendere parte alla vita quotidiana della città, ma posso anche vederla con una sorta di distanza giornalistica. C’è sempre una negoziazione di identità ovunque io sia, che penso sia piuttosto normale in una società molto globalizzata.

  Chiama spesso Bangkok con il suo vero nome, Krungthep, e dopo dà un nuovo nome alla città del futuro che sprofonda, Krung Nak. Mi sono chiesta se significasse ‘città dei fantasmi’, perché questo è quello che è diventata- fantasmi di edifici, fantasmi di persone, fantasmi del passato: una città di angeli e fantasmi.

    Un nak è una creatura mitica, un serpente che dimora in un mondo acquatico. Si potrebbe dire che il mondo in cui vive è un paradiso affondato, che può darsi benissimo sia quello che diventerà Bangkok.

     Qualunque sia il futuro, Bangkok, o Krungthep, è un posto che cambia velocemente. Perciò è anche una città inquietante. Il passato rimane, anche mentre la città evolve. Là dove si erge una nuova torre condominiale, si può ancora vedere una piccola casa costruita secondo il rito per gli spiriti della terra. L’antico e il futuro, il concreto e l’intangibile, lo spirituale e lo scientifico- coesistono tutti nello stesso fluire di vite e di eventi.

Ci sono modelli ricorrenti, sia per gli individui sia per la società nel suo insieme. Si fanno gli stessi errori, continuano le stesse disfunzioni, ma continuano anche a lungo l’amore e altre meraviglie.

Ho visto fotografie delle alluvioni del 1977 e del 2011. Il destino della città mi ha fatto pensare a quello di Venezia. Stanno lavorando per impedire questo destino che sarebbe una perdita enorme per l’umanità, oltre ad essere una tragedia per gli abitanti?


     Ero là nel 2011 per aiutare i miei genitori a costruire un muro di sacchi di sabbia per la loro casa. Siamo stati fortunati nel non essere stati molto colpiti dall’inondazione, sarebbe potuta facilmente diventare molto peggio. Rabbrividisco ancora ogni volta che vedo l’acqua alzarsi nelle strade dopo un temporale.

Non sono certo di che cosa si stia progettando di fare adesso a Bangkok, ma è una città che condivide una sorte con molte altre nel mondo minacciate dalla crisi climatica in atto. Non penso che siano in tanti a rendersi conto della profondità e della portata della perdita potenziale che deriverà dalle emissioni di carbonio da attribuirsi principalmente ad un’irresponsabile industria di combustibili fossili.

    Come città, Bangkok è ancora piena di fumi di scarico, polvere e fumo. Così tanti rifiuti vengono prodotti mentre la città cresce. Per essere un popolo che crede nella nozione del karma, pochissimi thailandesi pensano alle conseguenze del nostro modo di vita attuale. L’accumulo di capitale da parte di pochi ha la precedenza sulla salute e il benessere di molti e dell’ambiente. Bangkok è stata a lungo un luogo di estrazioni di valore dove l’avidità umana ha operato contro la natura nel mondo fisico che condividiamo in modo da supportare aspettative non realistiche e insostenibili di un’astratta crescita economica. Quello deve cambiare prima che sia troppo tardi per tutti noi.

Il ricordo di Ayutthaya, la bella capitale antica, è sempre presente, come angelo custode di Bangkok. Significa che, qualunque cosa accada- e speriamo che non accada-, Bangkok manterrà la sua gloria per sempre, come Ayutthaya?


   Ayutthaya declinò e fu saccheggiata dall’esercito birmano. La gloria che possedeva ora sopravvive soltanto in forma di rovine carbonizzate. Spero proprio che Bangkok possa evitare l’eredità di quel tratto di storia, almeno a breve termine. Alla fine tutte le città diventano i resti di quello che erano. Quando ho visitato Ayutthaya e altre grandi città di una volta, come Sukothai, ho camminato tra le rovine cercando di sentire quello che avevano provato gli abitanti del passato, al tempo quando la città era il luogo della loro vita quotidiana e tutto poteva sembrargli come se sarebbe durato per sempre. Il cambiamento è la forza maggiore e più inevitabile nell’universo conosciuto.

Le pagine più dolorose del libro sono quelle delle insurrezioni del 1973 e 1976, con il massacro degli studenti e dei manifestanti. Lo scorso ottobre c’è stata una nuova insurrezione: è vicina la fine della monarchia, in Thailandia? Non c’è il rischio di una dittatura militare?

    La maggior parte delle persone che visitano la Thailandia spesso non vedono al di là della facciata esterna di belle spiagge e cibo delizioso, ma se guardano meglio, vedranno facilmente le gerarchie  e le ingiustizie che portano a insurrezioni ogni qualche anno.

Penso che molti in Thailandia vogliano che il paese emerga da un ciclo vizioso di disuguaglianza e disfunzione politica che sono state a lungo il suo maggiore ostacolo. Credo che i giovani adesso, come i loro predecessori, siano ansiosi di definire il loro futuro in una vera democrazia. C’è sempre stato un tiro alla fune fra ideali e priorità diversi di molte classi e generazioni mentre il paese passa attraverso cambiamenti, con lo sfondo di ancora maggiori cambiamenti sociali nel mondo. Si incominciano a sentire gli effetti della crisi climatica globale che si aggiunge alla complessità del quadro. Non so che cosa accadrà.


Di certo sarà consapevole dell’aspettativa intorno al suo prossimo romanzo. Non deve essere facile dopo un debutto così notevole. Sta già lavorando ad un altro romanzo?

In genere non parlo molto di quello a cui sto lavorando. Posso solo dire che sono in una fase di esplorazione e sperimentazione. Spero che i risultati saranno degni dell’attenzione e del tempo dei miei lettori.

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recensione e intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it



 

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