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sabato 27 settembre 2025

V.V. Ganeshananthan. “Miei fratelli perduti” ed. 2025

                                                    Voci da mondi diversi. Sri Lanka

                                               guerra civile in Sri Lanka  



V.V. Ganeshananthan. “Miei fratelli perduti”

Ed. Neri Pozza, trad. Luig M. Sponzilli, pagg. 384, Euro 19,00

 

     Jaffna. Sri Lanka. 1981.

Ho conosciuto il mio primo terrorista quando stavo decidendo di diventarlo anch’io.

   È questa la frase di apertura di questo romanzo tragico e bellissimo, storia di una famiglia, storia di una guerra civile che durò 25 anni, Storia di un intero paese.

   L’io narrante è Sashi, sedici anni da compiere, quattro fratelli di cui tre più grandi, un’ammirazione sconfinata per il fratello maggiore che studia medicina (come già il nonno), un inizio di amore per K., l’amico dei fratelli che, proprio all’inizio, interviene prontamente per lenire il dolore di una scottatura che Sashi si è procurata versandosi addosso accidentalmente dell’acqua bollente, il sogno che sta per realizzarsi di studiare anche lei medicina, come il fratello, come K.

   Sono pagine spensierate, le prime del romanzo. Parlano di amicizie, di libri letti e condivisi, di studi in biblioteca, di amore fraterno, di un padre che è spesso lontano da casa per lavoro, di una madre che prepara i piatti preferiti dei figli, di successo e insuccesso negli esami, di sogni per il futuro.


Poi…il ‘luglio nero’ del 1983 segna l’inizio della guerra civile tra singalesi e tamil, una guerra che non risparmierà nessuno, che spezzerà le famiglie, che causerà lutti e dolore. Il fratello maggiore di Sashi è il primo a morire, il suo corpo non verrà mai restituito. Altri due fratelli si uniranno alle Tigri in una spirale di violenza da ambo le parti, il fratello minore è contrario al movimento, anche perché si macchia di crimini tanto quanto i soldati del governo di Colombo. E Sashi, che ha iniziato gli studi di medicina con due insegnanti carismatici, non sa resistere alla richiesta di K. di prestare aiuto nell’ospedale da campo delle Tigri, curando ‘terroristi’ (quanto è inadeguata questa parola- terroristi o ribelli o partigiani?) e civili. La situazione sembra peggiorare ancora quando intervengono le forze ‘di pace’ indiane.


    L’apice di questa storia di persone e di un paese viene raggiunto quando K. si offre (o viene scelto?) per uno sciopero della fame e chiede a Sashi di assisterlo. Vedere chi si ama morire lentamente senza poter intervenire, perché questi così ha chiesto, è straziante. A che è servito poi? Forse solo ad incoraggiare Sashi a scrivere, insieme alla dottoressa che è diventata sua amica, dei rapporti che documentano quanto è accaduto e sta accadendo, perché il mondo sappia la verità, scomoda per tutti, soprattutto per le Tigri. E allora la vita stessa di Sashi è in pericolo. Dopo che due figli sono già morti per la causa, dopo che un terzo ha abbracciato ideali estremi ed è come perso per la famiglia, sua madre non può perderne altri- accetteranno Sashi e il fratello minore di fuggire all’estero mettendosi in salvo?


   La narrativa di “Miei fratelli perduti” ha un tono diretto, realista, e il romanzo è una perfetta combinazione di Storia vera e finzione. E’ un libro duro, dolorosamente terribile, impossibile interromperne la lettura se non per lasciar sedimentare i sentimenti che ha causato in noi lettori. Indimenticabile.

    “Miei fratelli perduti” (Brotherless Night) ha vinto il Premio per la Narrativa Femminile del 2024 (Women’s Prize for Fiction).



martedì 8 aprile 2025

Shankari Chandran, “Song of the Sun God”

                                                                    Off the main road

Voci da mondi diversi. Australia
guerra civile in Sri Lanka

Shankari Chandran, “Song of the Sun God”

Ed. Ultimo Press, pagg. 388, Euro 11,18

       Inizia nel 1931 a Colombo, nello Sri Lanka quando ancora si chiamava Ceylon (diventò Sri Lanka nel 1972), e termina a Sydney, in Australia nel 2009. Un tempo lungo abbastanza da seguire le vicende di tre generazioni di una famiglia, quella di Rajan e Nala. Rajan veniva da una famiglia povera, ma aveva potuto studiare, era un medico, anzi il più giovane chirurgo di Ceylon. Era stato un matrimonio combinato secondo l’uso indiano, ma per loro era stato subito amore.

La violenza irrompe nel romanzo e nella felice vita della famiglia allietata dalla nascita di una bambina quando arrivano le notizie dei disordini a Gal Oya, nella parte orientale dell’isola- l’amatissimo cugino di Nala, quasi un fratello per lei, era stato ucciso, la moglie era rimasta in vita ma era profondamente traumatizzata e così pure la bambina, la piccola Dhara che aveva dovuto assistere a quello che i soldati facevano alla madre. Dhara crescerà con Priya, la figlia di Nala e Rajan, diventeranno inseparabili- ci penserà la vita, purtroppo, a separarle. È il 1956. Passeranno ancora anni prima che il conflitto diventi cruento. La guerra civile nello Sri Lanka che vide la maggioranza dei singalesi, per lo più buddisti, schierarsi contro la minoranza induista Tamil durò venticinque anni, dagli anni ‘80 al 2009. Una guerra combattuta con varie motivazioni- non c’erano solo le Tigri del Tamil che reclamavano uno stato indipendente al Nord, era anche una lotta tra diverse etnie e diverse religioni, dolorosa e tragica come solo una guerra fratricida può essere.

Colombo

    Dhara e Priya studieranno entrambe medicina, per passione Dhara, per compiacere il padre Priya. Delle due è Dhara quella più coinvolta nel movimento separatista, è Dhara che, come in un ripetersi della storia di sua madre, ne riporterà le ferite più profonde. Quando nasce Smrithi, l’amore di Dhara per lei non può essere sereno- Smrithi è il ricordo vivente di una violenza, è una cicatrice che non guarirà mai. Ed è così che diventerà per Priya la seconda figlia che non aveva potuto avere e crescerà a Sydney, con Priya, suo marito e il figlio, con i nonni Nala e Rajan.

    Lo spaesamento, la nostalgia, i cambiamenti a cui tutti gli emigrati devono abituarsi, diventano il filo conduttore della seconda vita dei personaggi. Ad alcuni riesce più facile ambientarsi, ad altri più difficile.


Si impone una scelta in ogni momento, in ogni giorno- che cosa si deve mantenere delle proprie usanze, delle proprie tradizioni, di tutto quello che fa la nostra cultura, perfino del nostro abbigliamento, e che cosa, invece, si può abbandonare come un fardello che è diventato troppo pesante. Il legame con Colombo, con chi è rimasto, con Dhara che ha ritenuto suo dovere restare, che non ha mai smesso di aiutare il movimento antigovernativo a rischio della vita, non si è mai interrotto. Ci sono le lettere che dicono quello che non si può dire, ci sono le telefonate, ci sono i viaggi di ritorno in cui sono due le madri che abbracciano Smrithi, anche se lei non lo sa.

   “Song of the Sun God” è, come Chai Time at Cinammon Gardens”, un libro molto bello, un romanzo che ci coinvolge e che ci appassiona, che ci fa vivere a fianco dei personaggi, che ci fa conoscere la Storia di un paese lontano nella maniera migliore- sì, forse anche la più facile-, attraverso le vite dei protagonisti.



 

lunedì 6 gennaio 2025

Shankari Chandran, “Chai time at Cinammon Gardens”

                                               Voci da mondi diversi. Australia

guerra civile in Sri Lanka
in altre lingue

Shankari Chandran, “Chai time at Cinammon Gardens”

Ultimo Press, pagg. 368, Euro 11,24

   Cinammon Garden- un quartiere di Colombo, nello Sri Lanka, di cui ricordavamo il nome dopo aver letto il romanzo con questo titolo di Shyam Selvadurai.

Profumo di tè speziato, il chai che si beve in tutto l’Oriente asiatico.

Un titolo che sa di nostalgia, un titolo che trae in inganno, perché il romanzo di Shankara Chandran, vincitore del Miles Franklin Prize, il più prestigioso premio letterario australiano, è pieno di nostalgia ma anche di dolore, di umiliazione, di atrocità, di guerra.

   Cinammon Gardens è il nome di una casa di riposo per anziani nel quartiere di Westgrove, a Sydney, in Australia. Dagli anni ’80 del ‘900 i proprietari sono Maya e Zhakir Ali, fuggiti dallo Sri Lanka dopo che Zhakir, un archeologo di templi, era stato arrestato e pesantemente torturato nel corso della guerra civile insieme al padre di Maya, anche lui un famoso archeologo. Il padre di Maya era morto e Zhakir non sarebbe mai più stato lo stesso- era crollato sotto le torture, aveva ritrattato tutto, aveva giurato che avrebbe distrutto il libro scritto con il suocero in cui la scoperta di un tempio Tamil nel nord era la prova che i Tamil erano arrivati per primi sull’isola.


    La narrativa del romanzo- storia di una famiglia, storia dello Sri Lanka, storia dell’Australia- si sviluppa in un arco di tempo che va dagli anni ‘80 del secolo scorso ai giorni nostri, con cinque personaggi principali che si alternano alla ribalta. E l’inizio sembra idilliaco, con gli anziani ospiti di Cinammon Gardens che vengono trattati con affetto, viziati con i cibi che ricordino loro la vita passata, tempo trascorso in una stanza giochi, mentre noi veniamo introdotti a conoscere Maya (scrive romanzi seriali con una protagonista australiana sotto uno pseudonimo del tutto australiano dopo essersi vista rifiutare manoscritti giudicati troppo ‘etnici’), Zakhir che si sveglia ancora con gli incubi di notte e poi, ad un certo punto scompare e viene dato per morto, la loro figlia Anji che lavora come psichiatra nella casa di riposo, la sua amica bionda e australiana, Nikki, che è geriatra, Ruben, infine, uomo tuttofare a Cinammon Gardens, anche lui fuggito dalla guerra civile con il corpo segnato da cicatrici. C’è un’ombra pesante in questo quadro di persone che cercano di recuperare una qualche serenità, c’è il nome della bimba Florence, figlia di Nikki, una bimba di tre anni della cui morte sapremo i dettagli solo alla fine.


È un’ombra che ne introduce altre, come nubi oscure che si addensano su Cinammon Gardens. Ruben viene assalito e picchiato mentre ritorna dal lavoro (conosce dieci lingue, insegna Tamil), graffiti oltraggiosi appaiono sui muri della casa di riposo, il marito di Nikki, che sta per essere estromesso dal suo partito e abbandonato dalla moglie, cavalca l’onda del razzismo. Bastano poche parole che vengono stravolte e gonfiate a dismisura perché si accenda la discussione, volino accuse- le solite accuse che si rivolgono agli immigrati anche se hanno lavorato onestamente per anni nel paese che li ha accolti, anche se conoscono la storia di questo paese meglio degli indigeni.

    La Storia non insegna niente, tutto si ripete. Ad ogni episodio di violenza nella moderna Australia che sembra aver dimenticato le sue origini corrisponde la violenza perpetrata nel passato in un altro paese, il silenzio che l’Australia bianca ha imposto agli aborigeni è il silenzio a cui si vuol ridurre la cultura Tamil. E allora la voce di un libro deve essere salvata, si può morire per un libro, perché è il simbolo della libertà di pensiero, ci si può gettare nelle fiamme per salvare un libro, come fa Ruben nell’incendio finale che riduce tutto in cenere, un fuoco che aveva covato a lungo prima di divampare insieme alle passioni, all’odio, alla gelosia.


   Forse non è equanime la descrizione dei personaggi, forse la maggioranza dei personaggi australiani sono cattivi mentre gli indiani dello Sri Lanka sono grandiosi anche quando sono deboli come Zakhir e diventano degli eroi quando sono generosi come Ruben (solo nelle ultime pagine sappiamo quello che ha passato e come non sia arrivato per caso a Cinammon Gardens). E comunque sono tutti indimenticabili.