sabato 29 febbraio 2020

Veit Heinichen, “Borderless” ed. 2020


                                                            Casa Nostra. Qui Italia
                                                        cento sfumature di giallo

Veit Heinichen, “Borderless”
Ed. e/o, trad. Monica Pesetti, pagg. 395, Euro 18,00

     XYZ. Le ultime tre lettere dell’alfabeto per Xenia Ylenia Zannier, un nome impossibile da dimenticare, un personaggio impossibile da dimenticare che sostituisce il commissario Proteo Laurenti, protagonista della serie di romanzi polizieschi di Veit Heinichen, lo scrittore tedesco che vive da molti anni a Trieste dove ambienta i suoi libri. Non questo- “Borderless” segna un cambiamento deciso nella narrativa di Veit Heinichen. Grado e non Trieste sullo sfondo, una donna giovane e single al posto di Proteo di cui conoscevamo moglie e figli, un thriller più accentuatamente politico e una trama di ampio respiro in cui il Male, l’Avidità e la Corruzione sono senza confini, Borderless (anche se il titolo si può semplicemente ricondurre ad un indirizzo di posta elettronica usato nel libro), con riferimenti alla storia recente dei Balcani quando i confini sono stati spostati o tracciati nuovamente stravolgendo le identità delle persone.
     È un momento di alta tensione a Grado e, più genericamente, nel Nord Est dell’Italia. Si sta avvicinando la data della cerimonia commemorativa della fine della Grande Guerra al sacrario di Redipuglia. Interverranno cinque capi di stato, i livelli di sicurezza devono essere potenziati. La senatrice italiana Romana Castelli de Poltieri (eletta per cinque volte di fila) ambisce ad essere presentata alla cancelliera tedesca, attesa pure lei alla cerimonia. La figura della senatrice è l’antitesi di quella della commissaria- ombra e luce. La prima senza scrupoli, coinvolta in una serie di scandali internazionali e in parte responsabile della morte del fratello di Xenia, questa guidata da un senso di correttezza e di onore in cui si insinua pure il desiderio, non di vendetta, ma di giustizia nei confronti di quel fratello finito in prigione per una colpa non commessa (fratello per fratello, c’entrava il fratello della senatrice).

      E succedono tante cose a Grado o altrove, ma sempre in relazione con quanto sta accadendo a Grado. Traffico di merce umana che ha seguito una rotta diversa dalle solite, traffico di armi, il passaggio di proprietà di un’azienda chimica italiana ad un’altra azienda tedesca, l’omicidio di un giornalista d’inchiesta che aveva scoperto il giro di affari illeciti di una banca tedesca durante e dopo il conflitto dei Balcani. E, per non tralasciare niente, il gruppo di Patria Nostra che affigge ovunque manifesti contro l’Unione Europea e contro la Germania per passare poi ad azioni più eclatanti. E burattinai che tirano le fila, coperti dall’immunità e da una solidarietà di casta del potere.

     Diciamolo: ci voleva uno scrittore straniero residente in Italia per svecchiare il giallo italiano, per tirarlo fuori dai confini stretti della provincia, ci voleva, per l’appunto, “Borderless”. Un romanzo ambizioso e coraggioso che regge il paragone con i thriller politici che ci arrivano dal Nord, sostenuto da ricerche a vasto raggio e da un’ottima conoscenza storica, il libro di qualcuno che non ha paura di alludere apertamente e di denunciare, sotto la veste dell’intrattenimento. “Borderless” non è un mystery. Sappiamo subito, con un certo margine di incertezza per qualche personaggio ambiguo, chi sono ‘i buoni’ e chi ‘i cattivi’. Si tratta di seguire la vicenda con un po’ di batticuore perché ‘i cattivi’ sono gente fredda e priva di morale e non hanno scrupoli nel togliere di mezzo chi è di intralcio. E non vorremmo che la commissaria Zannier fosse colpita in uno scontro a fuoco.

      È un personaggio riuscito, quello di Xenia, la bambina del miracolo, fatta nascere con un cesareo d’urgenza la notte del terremoto del Friuli, nel 1976. Sua madre era rimasta sotto le macerie- è questo trauma prenatale la causa della sua claustrofobia? Veit Heinichen non si dilunga in descrizioni sull’aspetto di Xenia, ci dice piuttosto del suo praticare le arti marziali, della sua mira fulminante, dell’abitudine di fare lunghe nuotate che condivide con Proteo Laurenti (per chi teme di sentirne la mancanza: qui Proteo fa un paio di apparizioni fugaci). Con i suoi modi di fare sbrigativi e la sua femminilità un poco androgina, Xenia si allontana dalle altre donne protagoniste sulla scena del genere poliziesco italiano, non ne ha la civetteria e la svenevolezza. E noi speriamo di ritrovarla in altri romanzi.
     In questi giorni di maggiore o minore segregazione forzata a causa del coronavirus senza confini, “Borderless” è un’ottima lettura.

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mercoledì 26 febbraio 2020

Jan Brokken, “I giusti” ed. 2020


                                                      vento del Nord
                                                     Shoah
                                                     biografia

Jan Brokken, “I giusti”
Ed. Iperborea, trad. Claudia Cozzi, pagg. 640, Euro 19,50

    Lo chiamavano “L’Angelo di Curaçao”. Perché aveva ideato la formulazione giusta per salvare la vita ai profughi ebrei polacchi che erano arrivati in Lituania in fuga dai nazisti nel 1940. Lui, Jan Zwartendijk, che prima di diventare ‘l’Angelo di Curaçao’ aveva un altro soprannome più terreno, Mr. Radio Philips, perché dirigeva la filiale Philips a Kaunas, era stato nominato da poco console in sostituzione del tedesco Tillmanns, inaccettabile con quei venti di guerra che soffiavano sempre più forti. Il 15 giugno 1940 i carri armati russi erano entrati a Kaunas e i primi due profughi richiedenti il visto si erano presentati al consolato che poi era una stanza nella stessa palazzina degli uffici della Philips.
     Era andata così: a Peppy Sternheim Levin e Nathan Gutwirth che richiedevano un visto, Zwartendijk aveva detto di rivolgersi all’ambasciatore olandese a Riga, De Decker (teniamo a mente il nome, perché è uno dei grandi uomini di questa storia). De Decker li aveva rimandati da Zwartendijk a Kaunas con il suggerimento che includeva la parola magica ‘Curaçao’: le Antille olandesi, tra cui Curaçao, non richiedevano alcun visto, soltanto un permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Bastava quindi che il loro passaporto riportasse la dichiarazione che, per accedere ai territori olandesi nel Nord e nel Sud America, incluso il Suriname e Curaçao, NON era necessario alcun visto. Che non fosse del tutto esatto, nessuno lo avrebbe saputo.

Zwartendijk con due dei tre figli
Del fatto che il viaggio sarebbe stato lunghissimo sembrava non preoccuparsi nessuno: l’unica via era attraversare tutta la Russia sulla Transiberiana fino a Vladivostok (l’NKVD avrebbe dato il permesso), poi in traghetto fino a Tsuruga in Giappone e da lì si sperava di poter partire per l’Australia o la Nuova Zelanda o gli Stati Uniti. Per il Giappone era necessario un visto di transito- ed ecco entrare in campo il terzo grande uomo, il console del Giappone a Kaunas, Chiune Sugihara.
    Per un mese o poco più di un mese, perché ai primi di agosto furono chiusi entrambi i consolati, Zwartendijk scriveva e firmava i passaporti che poi passavano a Sugihara che calligrafava il suo visto di transito in sei colonne di caratteri giapponesi- dalla mattina alla sera, interrompendosi ogni tanto per riprendere il lavoro con sensi di colpa, una persona dopo l’altra sfilava davanti ai due uomini che a mala pena alzavano gli occhi per guardarli in faccia. Sugihara aveva i crampi alla mano, ogni visto era valido per un gruppo famigliare, un visto per quattro o cinque persone: fu questo che rese poi difficile fare il conto di quante persone si erano salvate con questo espediente.

     Il Talmud dice che in qualunque momento della storia, esistono almeno 36 Giusti al mondo. Nel 1940 due di loro si trovavano a Kaunas, uno a Stoccolma (Adrian Mattheus De Jong), uno a Kobe (Nicolas De Voogt) e uno a Tokyo (il conte Tadeus Romer). In questo libro straordinario Jan Brokken- sappiamo quanto sia bravo lo scrittore a riportare in vita il passato, a far rivivere le persone su carta- fa riemergere quel mese cruciale, mette a fuoco le personalità di Zwartendijk e di Sugihara (loro due sono i veri protagonisti anche se l’attenzione di Brokken è rivolta maggiormente al suo connazionale), ci racconta le vicissitudini dei profughi di cui è venuto a conoscenza durante una ricerca che è durata anni, e quel mese fatidico si allunga in anni, vede uomini e donne viaggiare in treno e poi in nave (Brokken ricorda anche l’infelice storia della nave St.Louis diretta a Cuba e costretta poi a tornare ad Anversa con il suo carico di ebrei), sbarcare in Giappone (vivere a Kobe era sembrata una vacanza) e poi essere evacuati a Shanghai (c’è una lista di nomi fusi in bronzo sul muro della sinagoga di Hongzhou). Per poi tornare a parlarci di Zwartendijk e Sugihara, dell’ingiustizia di cui furono vittime, il primo umiliato nel 1964 da una reprimenda del governo olandese per non aver rispettato le regole, e il secondo costretto a dare le dimissioni per lo stesso motivo (Sugihara vendette lampadine da porta a porta per guadagnarsi da vivere). Il nome di Sugihara apparve nel Giardino dei Giusti a Yad Vashem nel 1985, quello di Zwartendijk dovette aspettare il 1998, dopo che il figlio fece ricorso.
Tanti passaporti in cerchio in questo monumento a Zwarrtendijk a Kaunas
    Quello che è più triste, nella storia di questi Giusti, è che quattro di loro morirono senza sapere che ne fosse stato delle persone per cui avevano rischiato la vita e la carriera. Per Zwartendijk- lo dicono i figli- l’interrogativo fu un rovello e un dolore costante. Quello che importava era aver agito secondo coscienza, e tuttavia, non era solo per curiosità, piuttosto per sapere se tutto avesse avuto un senso o fosse stato inutile.
    Un libro splendido, assolutamente da leggere. Per rendere onore a dei grandi uomini con il nostro ricordo, per trarne consolazione e speranza- finché esistono persone capaci di obbedire ad un ordine etico interiore senza curarsi dei rischi per se stessi, possiamo avere ancora fiducia nell’umanità.

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domenica 23 febbraio 2020

Intervista a Ritanna Armeni, autrice di "Mara" 2020


                                            Casa Nostra. Qui Italia
                                             


     Mi era rimasto il desiderio di parlare con Ritanna Armeni fin da quando avevo terminato la lettura di “Una donna può tutto”. Mi aveva colpito la sua capacità di unire la Storia del tutto sconosciuta delle ‘streghe della notte’, come i tedeschi avevano soprannominato le donne pilota dell’Armata Rossa, con le loro piccole storie, con i ricordi della loro esperienza. Sono stata ugualmente colpita da questa sua bravura nell’unire il pubblico con il privato nel libro appena uscito, “Mara”- ancora il tempo di guerra, in Italia però, ancora una storia di donne che cercano la loro strada verso l’emancipazione.
    E ne parliamo con la scrittrice.

Avevo letto “Una donna può tutto” e mi era piaciuto moltissimo. In quel libro si parlava di donne russe pilote di aereo, qui si parla di donne italiane- eppure c’è un filo conduttore che va al di là di avere delle donne come protagoniste. Ci vuol parlare di questo filo conduttore?
      Il filo conduttore è la libertà femminile che, paradossalmente in due paesi diversi come l’Unione Sovietica e l’Italia, cerca di esprimersi sotto due regimi fortemente autoritari, il comunismo e il fascismo. Due regimi molto differenti, perché il comunismo prevede l’emancipazione femminile mentre il fascismo la nega. Entrambi, però, vogliono essere loro a modellare la donna secondo una certa immagine. Il desiderio di libertà che le donne vogliono si esprime in maniera diversa nei due libri: nell’Unione Sovietica con la decisione delle donne di combattere il nemico- il loro desiderio di libertà si unisce allo spirito patriottico; in “Mara” si manifesta in una donna che, pur aderendo al fascismo che vuole che le donne siano mogli e madri sottomesse, ambisce a raggiungere la sua emancipazione fatta di studio, seguendo un modello femminile che non corrisponde a quello del regime.

Pensando a questo filo conduttore mi viene da chiederle se pensa di scrivere altri libri seguendolo.
     I miei libri hanno sempre riguardato le donne- è l’argomento che conosco meglio e non penso che mi staccherò da questo modello. Accade spesso agli scrittori di avere un tema dominante- per me è il desiderio di libertà e di emancipazione femminile. E sì, può darsi che questo sia ancora il soggetto di un altro mio libro.

È come se Mara e Nadia fossero dapprima la stessa persona che poi si sdoppia, ognuna segue la sua strada, ma è la controparte dell’altra. Sono state tante le donne che, come Nadia, hanno seguito il Duce fino alla fine?
      Le volontarie nella repubblica di Salò sono state 6000, donne che hanno portato all’estremo la loro adesione al fascismo. L’adesione delle donne si rompe con la guerra, si esaurisce con la guerra. È il momento di rottura ultima interiore con il regime. Le donne che hanno superato mille difficoltà si trovano ad affrontare adesso la guerra, il lavoro- perché ora, con gli uomini al fronte, anche le donne devono lavorare-, la protezione dei loro cari, l’educazione dei figli, la lotta per la sopravvivenza. Tutto questo fa scattare un sentimento di estraneità al regime. Nadia è un’eccezione. Mara è la ragazza comune che ha aderito al fascismo e farà poi un percorso all’interno della democrazia. Le donne come Nadia, le 6000 donne che seguirono le sorti del Duce, erano in una fascia di età dai 18 ai 40 anni. Erano donne convinte della loro fede politica, che si univano alle ausiliarie perché risentite dell’onore tradito dagli uomini, ‘noi possiamo fare meglio di loro’ era quello che volevano dimostrare, avevano voglia di combattere. Da sempre, nella Storia, le donne approfittano delle occasioni, di un varco attraverso cui farsi avanti: il fascismo ha bisogno di loro, del loro aiuto, e loro sono abituate al sacrificio.


Mi ha colpito che si sia verificato lo stesso fenomeno di fascinazione in Italia e in Germania, questa adorazione per il leader forte al di là di tutto. Considerando che- inutile negarlo- Hitler ha impersonificato il Male ancora più di Mussolini- è paradossale che le donne innamorate di Hitler siano state ancora più fanatiche: valga l’esempio di Unity Mitford. Come si può spiegare?
     La fascinazione è tuttora molto viva, ha un’origine antica ed è la fascinazione nei confronti dell’eroe o di chi si presume essere un eroe. Per questo, all’origine di una vera cultura antifascista ci deve essere la lotta contro l’eroe. L’eroe è colui che risolve le difficoltà- se non si va alla radice di questo, si riprodurrà sempre lo stesso meccanismo, che si presenta anche nei regimi democratici. Appena c’è un movimento, ecco che spunta un leader. Solo il movimento delle donne è esente da questo. È una fascinazione che colpisce di più nelle donne perché è ammantato dal sentimento: le donne esprimono il loro sentimento, è questo che rende la fascinazione che le donne provano verso il leader diversa dalla stessa fascinazione che provano gli uomini.


Nel suo libro Lei dice che elevando la donna a figura di moglie e madre, Mussolini la nobilitava rispetto alla donna-ombra dell’800. A me pare un piccolissimo passo avanti, le donne sono pur sempre sottomesse all’uomo.
      È una contraddizione del regime. In passato la donna con tanti figli veniva considerata poco più di una vacca, invece con il fascismo viene premiata per avere una famiglia numerosa, intravvede di sé la figura pubblica che corrisponde all’idea di donna che ha il fascismo e non a un’idea di emancipazione. Il fascismo soffoca la forza femminile ma non la uccide: è un regime che si muove tra contrapposizioni. Vengono dati assegni famigliari, c’è una tassa da pagare per chi non si sposa, premi per le madri. Eppure nei primi dieci anni del fascismo la natalità crolla. Gli esseri umani fanno come vogliono. Il tutto si incrocia con la condizione sociale, culturale, geografica di un paese. A me interessa guardare che cosa c’è dentro il buio, mi interessa guardare dentro le contraddizioni, le cose sono sempre più complicate di come appaiono. “Mara” è un inno alla complessità- è più stimolante.

Mi sembra che la maturazione di Mara, come donna della sua epoca, abbia due momenti importanti- sono la decisione di iscriversi all’università e il mettere l’amore in stand-by i cambiamenti cruciali?
      Sì, il controllo dei propri sentimenti è non lasciarsi andare alla subordinazione. L’amore per un uomo può esprimersi in modi diversi. Mara arriva a pensarlo senza farsi condizionare. Se la motivazione principale nella vita non è sposarsi, ci sono altre priorità. Noi ci siamo arrivate con la scolarizzazione degli anni ‘60 ma già in Alba de Céspedes il sentimento d’amore non fa diventare il matrimonio la cosa più importante che soffoca tutto il resto della propria persona.


Nel libro ci sono due narrative: come ha proceduto nella stesura per far sì che l’una fosse il commento dell’altra?
      È stato difficile, anzi è stata la cosa più difficile. Ho sempre fatto la giornalista e pensavo che le parti in corsivo sarebbero state facili e invece è stato l’opposto. Ogni capitolo di Mara mi dava un’ispirazione. Ma succedeva anche il contrario: leggendo per documentarmi mi capitava di trovare cose che illuminavano di più la narrazione. Non è stato automatico. Nei corsivi non volevo essere una storica, piuttosto volevo affiancare la voce di Mara alla voce di una donna antifascista che raccontava sapendo quello che sarebbe successo, con piccole luci che illuminavano l’ambiente in cui si muove Mara.

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sabato 22 febbraio 2020

Ritanna Armeni, “Mara” ed. 2020

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia
                                                  romanzo di formazione
         seconda guerra mondiale

Ritanna Armeni, “Mara”
Ed. Ponte alle Grazie, pagg. 295, Euro 16,80

     Si chiama Mara la protagonista del nuovo romanzo di Ritanna Armeni. Che è più di un semplice romanzo, più della storia di quella che è una ragazzina all’inizio, nel 1933. È la storia delle donne italiane filtrata attraverso la Storia d’Italia in un arco di tredici anni suddivisi in tre fasce temporali di lunghezza diversa. “La speranza” dura cinque anni, dal 1933 al 1938, “Il dubbio” è altrettanto lungo, dal 1938 al 1943, “La fine” viene in un lampo, dal 1943 al 1946. E la storia privata di Mara è intervallata da capitoli in corsivo che sembrano servire da controcanto, che sono come un commento, una spiegazione, un ampliamento di quanto abbiamo già letto nei capitoli della vita quotidiana in casa Carucci.
      Nel 1933 la tredicenne Mara si sta vestendo per andare al raduno del sabato- camicetta bianca e pantaloncini neri. Andrà con la sua amica Nadia, sono tutte e due innamorate del Duce- e non sono le sole ad esserlo.
Il capitolo di ‘vita pubblica’ che segue cerca di spiegare il perché di questa ammirazione generalizzata per il Duce che sconfina nell’ossessione. Perché la figura della donna, che finora era rimasta un’ombra che acquistava consistenza secondo l’uomo che aveva al suo fianco, diventa autonoma con il Fascismo. Il suo ruolo è sempre limitato, tuttavia viene valorizzata ed apprezzata come moglie e madre- è una figura di serie B ma è indispensabile e tanto le basta. Per ora.


    Passo dopo passo seguiamo le tappe di Mara e comprendiamo presto che sono le stesse delle sue coetanee che devono adeguarsi alla morale corrente- per le ragazze è d’obbligo portare i capelli lunghi e vestire con modestia, non possono andare al dopolavoro ed è meglio che non studino. A che gli serve studiare? Intanto sono destinate a sposarsi e a fare figli, e Mara ne soffre, lei vorrebbe diventare una scrittrice.
Il capitolo di commento ci dice della legge Gentile- le donne a scuola sarebbero una distrazione, e poi le donne non hanno originalità di pensiero e neppure vigore spirituale.
      Gli anni del dubbio sono disseminati di dolori, il mito del Duce non è più così fulgido. I vicini di casa ebrei partono (sarebbe meglio dire che fuggono) per l’Argentina (perfino Margherita Sarfatti, ex amante del Duce, parte per l’Argentina), l’entusiasmo per l’impresa africana inizia a scemare, la zia di Mara accenna all’uso dell’iprite da parte dei soldati italiani, la fame e le code per il pezzo di pane concesso dalle tessere colorano il futuro di nero.
     E poi c’è il brusco risveglio, si vede quello che non si era voluto vedere. Mara sa qual è il momento preciso in cui tutto è cambiato e lei è cambiata: alle 19,42 dell’8 settembre. L’Italia è allo sbando e Mara e Nadia fanno due scelte diverse.
   Anche qui la voce di rincalzo è particolarmente interessante nella spiegazione dell’atteggiamento femminile a cui dà il nome di ‘maternage’. In questo momento le donne, che sono state volutamente tenute fuori dalla politica, agiscono seguendo il cuore e l’istinto- aiutano come possono i soldati che dopo l’armistizio cercano di sfuggire alla vendetta dell’ex-alleato, sono sorrette dall’amore di madri e di mogli nella speranza che quello che loro fanno per degli sconosciuti sarà fatto ai loro cari dispersi chissà dove.
     Ci sono altre tappe della vicenda di Mara e di Nadia che sono ormai diventate per noi emblematiche della loro generazione. E quello di Ritanna Armeni è un romanzo di crescita femminile sotto il fascismo reso del tutto singolare dalla doppia visione di privato e pubblico che permette alla scrittrice di approfondire e di spaziare. Ricordiamoci: il presente è figlio del passato e gli è debitore, nel bene e nel male.
E l’indipendenza delle donne di oggi ha a che fare anche con quel femminismo nero di cui ci parla la scrittrice, con quelle donne che hanno preso le armi per morire tra le fila dei partigiani o delle ausiliarie.

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mercoledì 19 febbraio 2020

Anthony McCarten, “L’ora più buia”


                                 Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                           seconda guerra mondiale


Anthony McCarten, “L’ora più buia”
Ed. Mondadori, trad. M.G. Bosetti e L. Vanni, pagg. 229, Euro 13,50

   Maggio 1940. L’Inghilterra è in guerra da otto mesi. I nazisti stanno letteralmente ‘mangiando’ l’Europa. Nessuno e niente sembrano capaci di arrestarli. Hanno sfondato la linea Maginot, aggirandola attraverso la foresta delle Ardenne. E anche la Francia è in ginocchio, aleggia la possibilità (o la necessità) di un armistizio.
È questa l’ora più buia per la Gran Bretagna. C’è bisogno di un leader, di qualcuno capace di entusiasmare e di spingere all’azione. Il primo ministro conservatore Chamberlain è spacciato. Non solo è ammalato, ma è incapace di fronteggiare una situazione così grave. Non ha la veduta d’insieme, non ha capacità decisionale, tentenna. Subisce l’umiliazione di essere costretto, a gran voce, a chiedere le dimissioni. Ma chi gli sarebbe succeduto? Lord Halifax, che però apparteneva alla Camera dei Lord e non avrebbe quindi potuto sedere come primo ministro alla Camera dei Comuni, o Winston Churchill, che però era ritenuto un esibizionista, un guerrafondaio, l’uomo che aveva gestito malamente lo sciopero dei minatori nel Galles. E che, per di più, aveva sessantacinque anni ed era un alcolista che iniziava a bere a colazione, si scolava una bottiglia di champagne a pranzo e a cena prima di passare a qualcosa di più forte. E però tutti gli riconoscevano il genio necessario per condurre la guerra fino in fondo.
Fu Churchill a prendere il destino della nazione nelle sue mani.

     Lo scrittore e sceneggiatore Anthony McCarten ricostruisce in questo libro gli eventi delle settimane dal 10 al 29 maggio 1940. Settimane cruciali di incertezze laceranti, di discussioni senza fine, di valutazioni della situazione, di contatti più o meno deludenti con Roosevelt e Mussolini, di pronostici neri. Settimane dominate soprattutto dalla tentazione: mollare l’Europa al suo destino di schiava del regime totalitario nazista e salvare (ignominiosamente) la Gran Bretagna con un accordo di pace con Hitler? E quando? Adesso o aspettare? Non c’era da illudersi sulle condizioni dure che Hitler avrebbe imposto.
Nel libro di McCarten (molto documentato e ricco di stralci dei discorsi pronunciati da Churchill ma anche dagli altri protagonisti di quei giorni) la tentazione di Churchill di fare un accordo con Hitler risulta chiaro- ed è un aspetto su cui in seguito si è preferito glissare. Churchill lo sbruffone, Churchill che ama il protagonismo, che vuole sembrare sicuro di sé, è dilaniato dal dubbio- l’enorme responsabilità pesa sulle sue spalle. Che cosa sarebbe successo se Churchill avesse ceduto potrebbe essere la trama di un romanzo ucronico.
Davanti a noi abbiamo l’immagine dell’uomo con la mano alzata con le due dita aperte a V in segno di vittoria, sigaro in bocca, cappello in testa. L’uomo dall’idea geniale che riuscì a far portare in salvo 292.380 soldati dal porto di Dunkerque lanciando l’operazione Dynamo- l’invito ai civili lungo la costa della Manica a mettere in mare tutte le piccole imbarcazioni per far evacuare il Corpo di spedizione britannico. L’uomo che aveva dalla sua l’arma della retorica- una dote innata da lui coltivata con gli studi dei greci e dei latini, di Cicerone soprattutto.
Pensiamo al discorso di Antonio nel “Giulio Cesare” di Shakespeare, capace di infiammare i cuori con la cadenza ritmata delle frasi, con la scelta delle parole giuste che colpiscono il cuore e la mente, con le domande rivolte al pubblico da cui non si attende una risposta ma un coinvolgimento emotivo. McCarten riporta per intero i due discorsi più famosi, quello con le parole, “Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore”, e quello- una vera sferzata a cui era impossibile restare insensibili- con “Combatteremo sulle spiagge, combatteremo nei luoghi di sbarco, combatteremo nei campi e sulle strade, combatteremo tra le colline; non ci arrenderemo mai…”. Sono discorsi capaci di suscitare entusiasmo ancora oggi. Fu allora che l’ometto buffo e un poco stravagante, con bastone, papillon, cappello e sigaro, diventò Winston Churchill, un mito.
      Purtroppo non ho visto il film, lo farò, per paragonarlo al libro che ho letto con grandissimo interesse. E passione.

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lunedì 17 febbraio 2020

Natasha Solomons, “Casa Tyneford” ed. 2020


                                        Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                  love story


Natasha Solomons, “Casa Tyneford”
Ed. Neri Pozza, trad. Stefano Bortolussi, pagg. 409, Euro 18,00

     Tyneford House. Quante volte ho ricordato la magia delle case inglesi. Quante volte ho elencato i nomi delle case dei romanzi che ho molto amato, incluso quello di Downton Abbey che non ‘vive’ in un romanzo ma in una famosa serie televisiva scritta da Julian Fellowes. Quante volte ho citato le parole sognanti e nostalgiche all’inizio di “Rebecca” di Daphne Du Maurier- Last night I dreamt I went to Manderley again-, un libro letto e riletto: 1961, dice la data d’acquisto che ho scritto in prima pagina.
Quando chiudo gli occhi, vedo Tyneford House, è  la frase di apertura del romanzo di Natasha Solomons (già pubblicato da Frassinelli nel 2011 con il titolo, molto meno evocativo, de “La fidanzata inopportuna”), ed è chiaro che è un omaggio alla scrittrice che ambientò la maggior parte dei suoi libri nel paesaggio della Cornovaglia, così simile a quello del Dorset dove si trova Tyneford House. Che peraltro è una ‘vera’ casa, in un ‘vero’ villaggio, quello di Tyneham che è diventato un ‘villaggio fantasma’ in seguito agli avvenimenti che tessono la trama di “Casa Tyneford”, così come la storia della protagonista, Elise Landau, trae spunto da quella della zia della stessa Natasha Solomons.

      È il 1938. La famiglia Landau di Vienna non chiude gli occhi davanti alla realtà. Hitler ha appena dichiarato l’Anschluss dell’Austria alla Germania. Sono già iniziate le discriminazioni nei confronti degli ebrei. Julian Landau è uno scrittore famoso, così come sua moglie Anna è una nota cantante: il Metropolitan avrebbe fatto avere i visti di uscita ad entrambi se Anna avesse cantato a New York. Anche la figlia Margot, musicista, partirà, a seguito del marito che insegnerà all’Università di Berkeley. Per far emigrare la diciannovenne Elise, il ‘brutto anatroccolo’ di casa, bruna vicino alle bellezze bionde di madre e sorella e senza nessuna inclinazione musicale, si mette un’inserzione sul Times in cui  Elise si offre come domestica. “Parlo inglese fluidificato e cucinerò la vostra oca”, recita il buffo annuncio che però cattura l’attenzione di Mr. Rivers di Tyneford House. Elise parte, controvoglia, con la promessa che certamente i genitori le faranno avere il visto per l’America una volta che saranno là, che certamente lei li raggiungerà. Parte con un manuale di istruzioni per la donna di casa, con la collana di perle della mamma, con la viola che il padre le affida: nascosto all’interno dello strumento musicale c’è il suo ultimo romanzo non ancora pubblicato.
           C’è molto di prevedibile e scontato nel seguito della trama di “Casa Tyneford”. Un padrone di casa poco più che quarantenne, vedovo, che ci ricorda il Mr. Rochester di “Jane Eyre”, senza la moglie pazza ma vedovo come Maxim de Winter di “Rebecca” (nessun omicidio, però), un figlio ventenne di cui tutte le ragazze si innamorano (può fare eccezione, Elise?), la gelosia e la cattiveria delle giovani nobildonne che ci fanno pensare alle rivali di Elizabeth Bennet in “Orgoglio e pregiudizio”, una festa da ballo in cui l’abbigliamento di Elise fa scandalo anche se per motivi diversi dalla famosa scena in “Rebecca”. Prevedibile e scontato anche il finale, con una frase che ne riecheggia un’altra famosissima del romanzo di Charlotte Bronte.

     C’è la guerra, però. E c’è la splendida ambientazione nel Dorset. La guerra vista da questo angolo defilato di Inghilterra dove le notizie arrivano come attutite dal fragore del mare sugli scogli- la notte dei cristalli, i libri di Julian bruciati, la sconfitta di Dunkerque e l’eroica operazione di salvataggio messa in atto dalle imbarcazioni dei civili a cui prendono parte padre e figlio Rivers. Finché la guerra arriva anche in Dorset, un aereo tedesco vola basso e mitraglia all’impazzata, un altro aereo precipita. E per controparte la totale mancanza di notizie, il silenzio assoluto che non lascia presagire niente di buono da parte dei genitori di Elise. La morte di una casa non è paragonabile a quella delle persone, ne è però il simbolo.
      Un libro che si legge di un fiato, e le donne lettrici perdoneranno alla scrittrice le sbavature romantiche e la pennellata rosa sulla tragedia della Storia.

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sabato 15 febbraio 2020

Petros Markaris, “Il tempo dell’ipocrisia” ed. 2019


                                  Voci da mondi diversi. Penisola balcanica
                                                        cento sfumature di giallo

Petros Markaris, “Il tempo dell’ipocrisia”
Ed. La nave di Teseo, trad. Andrea Di Gregorio, pagg. 353, Euro 18,00

     Un’autobomba nel parcheggio di un grande albergo di Atene. L’uomo che resta ucciso dentro l’automobile era il ricco proprietario di una catena di alberghi. Era anche un uomo generoso: aveva creato un fondo per assegnare borse di studio ai giovani di famiglie non abbienti che volevano intraprendere la carriera alberghiera.
    Un’altra autobomba. Questa volta la vittima è il direttore del Servizio Statistico Nazionale.
    Altri tre morti, di cui solo uno è greco, in un incidente fabbricato apposta: l’auto con i tre passeggeri precipita in mare.
     E un ultimo morto ‘per sbaglio’. Non avrebbe dovuto esserci lui al volante dell’auto che è esplosa.
     È tutto strano, in questa serie di uccisioni. Ad iniziare dalle vittime che, in apparenza, sono integerrime. Proseguendo con la rivendicazione da parte di un fantomatico Esercito degli Idioti Nazionali (chi mai può firmarsi così?) e la mancanza di una spiegazione. Gli ‘idioti’ sfidano la polizia a scoprire perché quelle persone dovessero essere giustiziate e si congratulano quando, scava, scava, salta fuori la mala condotta che giustifica la crociata all’insegna di ‘morte all’ipocrisia’. Perché l’economia della Grecia ha toccato il fondo, la disoccupazione è altissima, nel numero degli occupati si annovera anche chi guadagna 300 euro al mese- una beffa, una famiglia non può certo vivere con quella cifra, e neppure una persona sola ce la fa. Il divario tra i molto ricchi e i molto poveri è sempre più grande e, guarda caso, i molto ricchi, come il manager degli alberghi, non pagano le tasse- le loro aziende hanno quasi sempre sede in qualcuno dei paradisi fiscali, come le isole Cayman.

      Lo sappiamo, quello che interessa Petros Markaris, scrivendo un romanzo, è scoperchiare il vaso di Pandora, rendere visibili i mali della Grecia, camuffare- sotto la forma di romanzo poliziesco con l’amabile personaggio del commissario Kosta Charitos- una tematica molto seria che riguarda la situazione sociale-economica-politica del suo paese. Ed è quello che fa ne “Il tempo dell’ipocrisia”. Non ci si deve mai aspettare, nei libri di Markaris, una trama complicata e neppure brividi di orrore. Non ci sono descrizioni di cadaveri straziati- non c’è il gusto morboso per il sangue. L’interesse di Markaris- e il nostro che leggiamo il suo romanzo- è altrove. Nella denuncia di una situazione in cui riconosciamo la nostra, tanto che non possiamo fare a meno di schierarci con ‘gli idioti della nazione’, come d’altra parte fa lo stesso Kosta che sa perfettamente che i colpevoli devono essere arrestati e puniti pur sentendosi solidale nei loro confronti.

      C’è un’altra trama minore, ne “Il tempo dell’ipocrisia”, una trama di vita famigliare che rende più lieve la difficoltà dei tempi: è nato il nipotino di Kosta, tutti perdono la testa per lui, il nostro commissario per primo che, a fine libro, è anche gratificato da una promozione. E tuttavia le pagine in cui tutti sono in adorazione del neonato, la moglie di Kosta cucina le sue famose melanzane, Kosta tremebondo  prende in braccio il piccolo, le discussioni sul nome del bambino, finiscono per essere un poco stucchevoli e per stancarci, le salteremmo volentieri a pie’ pari per tornare ai capitoli delle brave persone normali che si sono trasformati in assassini per vendicare l’ingiustizia del nostro mondo.

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mercoledì 12 febbraio 2020

Intervista a Nicole Vosseler, autrice de "Il botanico inglese" 2020


    
                                                   copy J.Brochhausen

     Dopo aver finito di leggere “Il botanista” di Marc Jeanson, qualche mese fa, avevo detto che quel libro mi aveva aperto le porte su un nuovo mondo. Non è un caso che mi sia venuto tra le mani “Il botanico inglese” di Nicole Vosseler- volevo saperne di più di quel nuovo mondo, volevo addentrarmi per sentieri verdeggianti, pronta a lasciarmi ancora incantare. Ascoltiamo quello che ha da dirci la scrittrice tedesca- a me viene voglia di iniziare il romanzo da capo.

Ho amato entrambi i personaggi principali, sono tutti e due molto interessanti. Come è venuta a conoscenza di Robert Fortune? Ha capito subito che poteva darle una bella storia da raccontare?
     
     Mentre facevo ricerche per il mio secondo romanzo, “Il cielo su Darjeeling”, mi ero già imbattuta nell’aneddoto storico di un inglese che contrabbandava semi di tè  dalla Cina all’India. Era piuttosto interessante raccogliere questo dettaglio per quel romanzo, ma, per qualche motivo, non ero andata a fondo per scoprire chi fosse questo sconosciuto inglese. Soltanto parecchi anni più tardi, alla ricerca di nuove idee, mi sono imbattuta di nuovo in questo aneddoto. Questa volta scoprii non solo che il suo nome era Fortune, Robert Fortune, ma anche che lui, nato in Scozia e con un lavoro come giardiniere in Inghilterra, si era camuffato da cinese per la sua missione. Il che mi sembrava del tutto folle. Impossibile che avesse funzionato, assolutamente impossibile. E invece la storia prova che sì, ha funzionato, e questa era allora la storia che io volevo raccontare.
Quando poi ho letto anche che, oltre a tutto questo, aveva introdotto il kiwi in Europa e tante altre piante che oggi diamo per scontate senza sapere la loro origine, era fatta: ero accalappiata.


Lian: mi ha affascinato forse ancora di più di Robert. Non avevo mai letto niente riguardo i Jianghus- ha fatto di lei una donna-guerriero per equilibrare la sensibilità un poco femminea di Fortune?
       Assolutamente sì.
Quando ho iniziato a pensare ad una controparte femminile per il mio botanico, mi si è affacciata subito in mente la figura di una donna con una spada. Forse perché mi sono sempre piaciuti i film wuxia, di arti marziali, come “Crouching Tiger, Hidden Dragon”, “House of Flying Daggers” o, soprattutto, “Hero”. Riguardandoli per questo romanzo, ho iniziato a fare ricerche sull’ambientazione storica e sono rimasta senza fiato davanti al materiale che ho trovato riguardo ai jianghus, uomini e donne. Quasi incredibile in una società rigida come quella della Cina Imperiale. Forse non è così sorprendente che siano diventati materia di leggenda.
Quello è stato il mio punto di partenza per pensare ai ruoli fissi di genere, sia nell’Est che nell’Ovest. Per riflettere sull’attraversare limiti e confini ed entrare nell’ignoto, che è diventato una sorta di filo conduttore nel libro. Mi piaceva l’idea di una donna che la vita aveva reso dura e che scopriva inaspettatamente il suo lato più dolce e disseppelliva le emozioni nascoste.

È un’esperta di botanica? Non ho il pollice verde ma le sue descrizioni mi hanno incantato. È stato difficile fare ricerche sulla flora cinese?
      Neppure io ho il pollice verde. Il fatto che il Ficus Benjamina che ho ricevuto in regalo per il mio diciassettesimo compleanno continui a verdeggiare nel mio appartamento, dopo più di trent’anni e parecchi traslochi, è dovuto più alla resistenza di questa pianta che a un mio successo.
       Una volta ho letto da qualche parte che gli scrittori devono essere dei dilettanti dotati. Nel mio caso, è proprio vero. Con ogni mio romanzo divento un’esperta in nuovi campi, ma solo entro l’ambito del romanzo stesso. É una delle cose che più mi piacciono dell’essere una scrittrice: immergermi in un materiale nuovo, imparare cose nuove. Ma naturalmente amo i fiori, chi non li ama? La natura in generale: sono affascinata dall’ingegnosità del mondo naturale. Per questo romanzo ho avuto il miglior consulente nello stesso Robert Fortune, che ha registrato meticolosamente le sue scoperte nei suoi diari di viaggio. E poi ho avuto la fortuna di trovare un ampio catalogo della flora cinese per riempire le lacune.

Ed è stato difficile seguire le tracce di Robert Fortune?
     Ancora una volta i diari di viaggio di Robert Fortune mi hanno lasciato un resoconto dettagliato dei luoghi in cui era stato, con quello che aveva visto e sentito e sperimentato laggiù. Mi sono anche resa presto conto che dovevo restringere il suo vero viaggio per farne un romanzo. La parte più difficile è stata proprio decidere quali località e quali episodi selezionare per la mia storia su di lui.

In definitiva, è riuscito Robert a rubare le semenze del tè? Dove le hanno coltivate gli inglesi?
   Sì, ci è riuscito. Dopo alcuni tentativi ed errori è riuscito a mandare semi che poterono essere usati in India. Con le conoscenze di prima mano che Fortune aveva avuto in Cina, i britannici furono in grado di iniziare a coltivare il loro té, prima in Assam e dopo in Darjeeling, creando laggiù i loro famosi ‘champagne dei té’.

Nel romanzo ci sono tre filoni, quello di Robert, quello di Lian e quello di Jane: li ha scritti nell’ordine in cui li leggiamo ora, cioè alternandoli? Oppure ha seguito un altro metodo? C’è stato uno di questi tre filoni che ha trovato più difficile scrivere?
      Le parti di Robert e Lian sono state scritte nello stesso ordine in cui appaiono ora nel romanzo finito. La parte di Jane fa eccezione: ho scritto la storia dalla sua prospettiva più o meno come una storia unica a sé e dopo ho inserito nel manoscritto le singole parti. Dei tre filoni della storia, quello di Jane è stato di gran lunga il più facile. Mi sembrava di sentire nell’orecchio la sua voce che mi dettava le pagine.

Mi sono piaciute molto anche le inserzioni, il linguaggio dei fiori in particolare: lo ha inventato?
     Anche se l’uso dei fiori per esprimere sentimenti o comunicare un messaggio è vecchio quanto il mondo, il linguaggio dei fiori conobbe la sua massima fortuna nell’età vittoriana. I significati dei fiori nelle didascalie delle diverse parti del romanzo derivano da parecchie opere del secolo XIX. Ma poiché queste opere furono stampate negli anni dopo il viaggio di Fortune, ho deciso di inventare una raccolta fittizia con il linguaggio dei fiori veramente usato dai vittoriani.


Usa spesso il nome di Fortune in giochi di parole, ma nomen omen, non è stato veramente fortunato a sopravvivere a malattie  e pericoli in Cina? Molti dei suoi contemporanei non hanno avuto altrettanta fortuna…
    Fu veramente fortunato, e ripetutatmente, in tutti i suoi viaggi in Cina, nelle Filippine e in Giappone: i suoi resoconti sembrano libri di avventure. Eppure non era un avventuriero, non era un tuttofare. Non all’inizio. Poi però imparò ad esserlo, in Cina, e ho trovato intrigante questo suo cambiamento. Proseguendo le ricerche, ho avuto l’impressione che il vero Robert Fortune doveva vivere due vite, una in Europa e una in Asia, quasi come se fosse due persone diverse. Si sentì spezzato, quando non riuscì a tornare in Cina, dapprima per un’altra guerra laggiù, poi per mancanza di soldi e infine per problemi di salute. Ed è questo che più mi ha toccata del vero Robert Fortune: la forte sensazione che abbia lasciato il cuore in Cina.

È stato un eroe, Robert Fortune? La gente ricorda i nomi dei conquistatori, mentre altri tipi di conquistatori in genere non sono tenuti in considerazione o sono dimenticati.
bleeding hearts
      Non è esagerato dire che Robert Fortune ha cambiato il mondo. Perché è stato il tè dell’India che ha reso l’impero britannico così ricco da potersi espandere ancora di più, guadagnando questo potere immenso di cui si vedono tuttora gli effetti.
Anche su una scala minore, la vita e l’operato di Roberrt Fortune hanno avuto effetto duraturo. Ad ogni stagione di fioritura penso a lui. La forsizia che vediamo in primavera discende da una varietà che portò dalla Cina. Le nostre rose, le peonie, hanno queste forme e questi colori perché alcuni dei loro antenati arrivarono nel suo bagaglio. I kumquats nei nostri mercati della frutta portano il suo nome nella loro denominazione botanica, fortunella. Niente, però, mi ha stupito di più dell’apprendere che i ‘bleeding heart’ (in Italia sono chiamati ‘cuor di fiore’ o ‘pendenti della regina’), così tipici dei giardini dei villini tedeschi, sono stati portati da Robert Fortune dalla Cina.

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recensione e intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it