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domenica 27 ottobre 2019

Andrea Tarabbia, “Madrigale senza suono” ed. 2019


                                                                        Casa Nostra. Qui Italia
            romanzo storico
            premio Campiello

Andrea Tarabbia, “Madrigale senza suono”
Ed. Bollati Boringhieri, pagg. 377, Euro 16,50

      Madrigale: composizione musicale o lirica, in maggior parte per 3-5 voci, originaria dell’Italia e diffusa in particolare tra Rinascimento e Barocco.
     Quante voci narranti ci sono nel romanzo “Madrigale senza suono” di Andrea Tarabbia, vincitore del premio Campiello 2019? Di certo due, ma forse se ne nasconde una terza sotto quella dominante, del nano Gioachino, servitore di fiducia del principe Carlo Gesualdo di Venosa, compositore di madrigali vissuto tra il 1566 e il 1613. Forse non è affatto il nano a scrivere la cronaca degli avvenimenti che sta leggendo, nel 1960, il grande musicista russo Igor Stravinskji costretto ad emigrare in seguito alla rivoluzione di ottobre. A più di trecento anni di distanza Stravinskji ‘rivisita’ la musica di Carlo Gesualdo, stupefatto non solo dall’armoniosità dei madrigali ma anche dalla tragedia umana che nascondono.
     Perché Carlo Gesualdo è una figura tragica. Quando muore il fratello maggiore, Carlo viene tirato fuori dal convento a cui era stato destinato e gli viene fatta sposare la cugina Maria d’Avalos- lui la ama da quando erano bambini e scopre la passione con lei. Non dura molto. Maria lo tradisce con Fabrizio Carafa, di certo più affascinante del marito. Forse Carlo Gesualdo avrebbe chiuso gli occhi, facendo finta di non vedere. Tutto, per non perdere Maria. Ma entra in gioco il senso dell’onore, non si può permettere questo oltraggio al buon nome della casata. Carlo deve uccidere i due amanti. E poi, in ogni caso, un delitto d’onore resterà impunito.
Maria d'Avalos
     Questa la storia che Stravinskji scopre negli incartamenti. Una storia vista dal basso verso l’alto in tutti i sensi- il nano Gioachino vive in una scatola di cartone, si può nascondere facilmente e osservare, spiare, ascoltare meglio. E il suo punto di vista è anche quello dei servitori, del popolo, che parteggiano per il principe offeso. E poi, da più in basso ancora, nelle segrete del castello, si sente una voce che non ha niente di umano, contrappunto bestiale alle note celestiali di Carlo, la sua coscienza nera. E’ sempre stato Gioachino a prendersi cura (si fa per dire) di lui, e indoviniamo presto chi possa essere questo infelice ridotto ad essere un animale che non sopporta neppure la luce di una torcia. Pensiamo a personaggi con una sorte simile, al “Visconte di Bragelonne”, al Sigismondo di “La vita è sogno”, mentre il romanzo di Tarabbia si arricchisce di un filone gotico.
Carlo Gesualdo
      Carlo Gesualdo si risposa. Deve. E si innamora. Non della moglie, ma di una sua dama in cui crede di rivedere Maria. E la sua musica fiorisce. Può l’arte nascere dal Male? Di certo il dolore e, sì, anche il macerarsi nella colpa sono uno spunto per l’arte.
     Igor Stravinskji legge l’incartamento. Commenta. Scambia lettere con grandi scrittori contemporanei. Chiede l’opinione di un altro studioso. Riporta che il Nobel è stato assegnato a Quasimodo. Si domanda se, piuttosto che il nano, non sia stato lo stesso principe Gesualdo a scrivere la sua autobiografia, se la voce narrante del manoscritto sia attendibile.
Fabrizio Carafa


    Anche se il filone di quello che definirei ‘il romanzo di Stravinskji’ è meno coinvolgente di quello che riguarda il principe, anche se non proviamo grande simpatia per nessuno dei personaggi, “Madrigale senza suono” è un bel libro dai molti meriti. E’ nello stesso tempo un romanzo storico che dipinge tutta un’epoca, è un libro di storia della musica, è una storia d’amore, è una tragedia con ombre goticheggianti. È del tutto insolito nella panoramica della letteratura italiana. Un premio meritato.  

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it



venerdì 5 gennaio 2018

Michela Murgia, "L'accabadora" Intervista 2009




Ero ansiosa di incontrare Michela Murgia, di parlare con lei del personaggio dell’accabadora che mi pareva l’immagine della misericordia, una consolazione per il timore di sofferenze senza fine. E, quando mi si è avvicinata, nella folla dello stand Einaudi alla fiera del libro di Torino, l’ho riconosciuta senza averla mai vista- piccola, con le belle tinte more dei sardi, gli occhi scuri che non sono prerogativa esclusiva dell’isola ma che, laggiù, assumono una profondità di mistero. E ho parlato con lei del suo libro.

Iniziamo dalle due figure fondamentali: esiste veramente un personaggio con il ruolo dell’accabadora?
       Esiste nella narrazione. Si racconta che sia esistita una figura del genere e quindi per me è come se fosse esistita: la narrazione genera mondi dove la gente va ad abitare. C’è una scuola molto severa di antropologi sulla figura dell’accabadora e non tutti sono concordi. Cioè sono tutti d’accordo che ci siano stati episodi di accabadura ma non che sia esistita una figura a cui la comunità deve questo ruolo. In sintesi: accabadura forse; accabadora no. Esistono anche cinque versioni su ‘come’ l’accabadora eseguiva l’atto: con un colpo di martello sul petto o sulla noce di capocollo; con uno spillone d’osso nell’orecchio; con le mani per soffocamento; con un giogo di legno posto dietro il collo- e questa è la narrazione più diffusa. La studiosa Dolores Turchi ha fatto una ricerca sulla simbologia del giogo di legno, che è un simbolo sacrale: le persone faticano a morire perché hanno compiuto azioni sacrileghe, come l’aver bruciato un giogo o spostato una pietra di confine. Sono gesti che determinavano la sopravvivenza- portare via uno strumento di lavoro o rubare della terra. Comunque, in definitiva, se l’accabadora è esistita, è stato in tempi molto lontani.


Ma un’accabadora è pagata per quello che fa? Tutti sanno di lei?
     No, non era pagata. Veniva affidato a lei l’incarico per non suscitare sensi di colpa, perché i parenti sfuggissero a sospetti di un secondo fine. Non veniva pagata, a volte le veniva dato qualcosa da mangiare. Perché lo faceva, allora? Agiva sul mandato della comunità in un contesto in cui i mandati comunitari soverchiavano la volontà del singolo. Spesso l’accabadora era anche la levatrice del paese- ‘sa femina pratica’, era la donna esperta, colei che sa che cosa fare quando è necessario farlo. Perciò era chiamata in diversi momenti della vita: la nascita e la morte.

Era una forma primordiale di eutanasia?
     Ecco no, era diversa, bisogna vederla in un’economia di sussistenza, magari la sua azione era richiesta per sollevare una famiglia dal peso. Perché, in quell’economia, una persona in quelle gravissime condizioni portava via braccia necessarie ai lavori. Non c’è in gioco la dolce morte ma la sopravvivenza dei sani. Nel caso della sofferenza della persona che lo chiedeva, lì l’accabadura era legittimata da un contesto sociale. L’accabadura è un atto sociale, l’accabadora è una donna che agisce per mandato della comunità in una situazione riconosciuta di necessità da tutti. Ricordiamoci che il cristianesimo non era ancora penetrato nella società. L’eutanasia come la viviamo oggi è la sublimazione di una solitudine del singolo che soffre e della famiglia che è l’unica che si fa carico di questo dolore.

E il fillus de anima- parola bellissima? Mi domandavo se il romanzo sia ambientato negli anni ‘50 perché ai nostri tempi ci sarebbero seri problemi legali sia per l’accabadora sia per la seconda madre di un fillus de anima…
      Io sono una fill’e anima. E’ una cosa molto comune…E’ un patto sulla parola in un contesto in cui la parola vale come atto burocratico. E’ l’unico elemento autobiografico nel libro. La maggior parte dei casi di fill’e anima avviene per affetto da parte di entrambe le madri e il bambino viene coinvolto, gli si chiede se è d’accordo. Una madre dà via il suo bambino perché in realtà non lo perde in questa maniera, e il bambino acquista un’altra madre. In genere si instaura una bella relazione in cui si passa la patria potestà alla nuova famiglia. In questo momento ci sono almeno dieci figli dell’anima a Cabras, in provincia di Oristani, dove vivo io, e non ho conoscenza di rapporti interrotti.

E come vive il bambino questa separazione?
     E’ una situazione che va letta nel contesto in cui avviene: al mio paese i bambini giocavano in strada e qualunque mamma scendesse in strada sgridava chi doveva essere sgridato. E’ un concetto esteso di corresponsabilità in un contesto in cui la privacy proprio non esiste. Non c’è una cosa che riguardi solo me. E il fill’e anima è la risposta relazionare che quella comunità dà ai bisogni delle famiglie: farsi assistere nella vecchiaia; la controparte per il bambino è la migliore qualità della vita. Cambia anche la prospettiva del bambino, perché si diventa figlio unico. Conoscevo però una famiglia che già aveva cinque figli suoi e ha preso un sesto fill’e anima. E dopo lo ha anche adottato.

I fillus de anima vengono presi quando sono piccoli?
    Di solito sì, io però avevo già diciassette anni. Ma si ha qualche segnale prima: magari verso i quattordici anni ti chiamano per aiutare in qualche lavoretto e inizia così la relazione con quella nuova famiglia. Quando arriva la proposta la relazione è già molto stretta, e tutte le parti entrano nella decisione finale. A me fu chiesto, ad esempio, se ero d’accordo. Nelle comunità tutte le persone anziane vengono chiamate “zia” o “zio”: il rapporto comunitario è così stretto che viene qualificato come un ruolo parentale.


Come mai sono quasi del tutto assenti gli uomini dal suo libro?
      Gli uomini sono assenti: è vero. Quelle decisioni le prendevano le donne. In quel contesto l’uomo non ha il ruolo di tessere la comunità. E’ vero che ho scritto un romanzo di uomini morti anche quando sono vivi: io sono cresciuta in un contesto di donne forti. In Sardegna il matriarcato è una cosa seria perché comunque il ruolo di dar coesione alla comunità è delle donne e non degli uomini, nel contesto in cui scrivo.

 La Sardegna degli anni ‘50 ci sembra quasi un paese ottocentesco. Ci parli della Sardegna di ieri e della Sardegna di oggi, della Sardegna delle città e della Sardegna dell’interno.
  Tra gli anni ‘50 e gli anni ‘70 la Sardegna ha subito una trasformazione enorme: la differenza tra me e mia madre non è di 45 anni ma di 200 anni: le trasformazioni sono state così rapide da fare un salto temporale come mai si è verificato prima. Io cerco di rendere questa idea nel diverso modo di recepire l’accabadura. La vecchia la prende come normale, per la bambina è inaccettabile. E’ un conflitto di valori ancora in atto, in maniera meno radicale perché c’è stato il tempo a stemperarla. Per me questa non è una Sardegna arcaica, sono cose che ho vissuto e che in me si riconciliano- e io sono una donna moderna. Per me narrare è un atto di ricomposizione, per riunire trame diverse di passato e presente. C’è poi da tenere in conto anche la tradizione orale così viva nella Sardegna- io ricordo la nonna che raccontava, c’è una forte eredità in questo.


E quali sono i sentimenti, quale è la relazione della Sardegna nei confronti del Continente? Anche di quello si parla nel libro, quasi che la Sardegna fosse un figlio dell’anima dell’Italia…
     Nella prima guerra mondiale, in proporzione ci sono stati più morti sardi che “italiani”, tant’è vero che il Partito Sardo d’Azione di Lussu aveva la striscia nera di lutto sulla bandiera. Siamo diventati italiani in quel momento- la prima guerra mondiale ha generato la retorica della Brigata Sarda. E però c’è una contraddizione- pensare che un’identità si possa fondare sul numero delle morti. Nel mio romanzo invito a riflettere sulla nostra italianità come sardi, un’italianità che nasce malata da un lutto. La nonna mi raccontava che siamo diventati italiani sul Carso e io le dicevo, ‘ma l’Italia è lontana’ e lei mi diceva ‘con tutti quei morti mica possiamo non essere italiani’. E’ l’unico momento di debolezza nel ragionamento di Bonaria. La relazione con il Continente è ambivalente: c’è un complesso radicato da un percorso storico, della paura di non farcela da soli; dall’altra c’è un percorso di riconoscimento in determinati simboli italiani, per esempio la forzatura subita sulla lingua. Noi sardi siamo schizofrenici, abbiamo, per così dire, una depressione bipolare. Da una parte pensiamo di non valere niente, al massimo miriamo all’autonomia e non all’indipendenza.. Dall’altra parte, siamo così diversi- come possiamo essere italiani?

Mi perdoni, ma ho trovato scontata la storia di Maria a Torino: ci doveva essere un allontanamento e un’interruzione, e forse era anche la cosa più probabile che succedesse…E tuttavia è la parte meno interessante del libro…

      Non c’era molta scelta… a quell’epoca dalla Sardegna le ragazze partivano per fare le serve, come le filippine oggi. Per me era importante contrapporre due mondi: come sono forti le relazioni della comunità di appartenenza di Maria, tanto sono deboli quelle della comunità dove va a lavorare.

l'intervista e la precedente recensione sono state pubblicate su www.stradanove.net


giovedì 4 gennaio 2018

Michela Murgia, “Accabadora” ed. 2009

                                                           Casa Nostra. Qui Italia
       premio Campiello
        il libro ritrovato

Michela Murgia, “Accabadora”
Ed. Einaudi, pagg. 164, Euro 18,00


    Sembra quasi una parola magica, “Accabadora”, che è il titolo del romanzo di Michela Murgia. Suona un poco come l’Abracadabra che spalanca porte nella roccia, e forse è proprio così. Perché ‘accabadora’ deriva dallo spagnolo acabar, finire, e così viene chiamata- nel villaggio sardo- la vecchia che apre le porte di qualunque cosa sia l’aldilà, aiutando in maniera pietosa coloro la cui vita non si può più definire tale, perché varchino quella soglia con una spinta, finendo di soffrire.
     Che l’anziana Bonaria Urrai vestita di nero sia la Parca che taglia il filo lo intuiamo verso la metà del libro di Michela Murgia, quando qualcuno viene a chiamarla di notte e il giorno dopo si diffonde la voce che un vecchio è morto. Perché il romanzo inizia con un’altra parola sarda- e ci pare bellissima- ‘fillus de anima’. “E’ così che vengono chiamati i bambini generati due volte”, e sono i figli di una madre povera  che vengono, per così dire, “regalati” ad un’altra donna che, invece, di figli non ne può avere. Diventando da figli di sangue a figli dell’anima.
Maria Listru aveva due madri- era arrivata ultima, dopo altre tre bambine, quando suo padre era già morto, ed aveva sei anni quando Tzia Bonaria l’aveva vista giocare con la terra e, dopo un breve parlare con Anna Listru, se l’era portata via con sé. Una doppia opera buona, perché Bonaria Urrai avrebbe anche dato dei soldi alla madre di Maria, oltre a toglierle una bocca da sfamare, e avrebbe assicurato un futuro migliore alla bambina, senza peraltro che perdesse i contatti con la sua vera madre.

    Il romanzo “Accabadora” è costruito nella tensione tra questi due poli, di nascita e di morte. Perché occorre un aiuto sia per nascere sia per morire. Perché, a ben vedere, c’è un debito di gratitudine sia da parte di chi diventa un ‘fillus de anima’ sia da parte di quelli che ricorrono all’accabadora perché non ne possono più di esistere in una ‘non’ vita. E ci può essere uno scambio tra questi due debiti? E dove si pone la linea sottilissima tra un gesto di misericordia e un delitto? Maria Listru non sa nulla, pensa che la madre adottiva sia una sarta; Tzia Bonaria mette ben in chiaro che sapere dove vada- ogni tanto, la notte- non è cosa che la riguardi. Finché, nella notte che precede la festa dei morti, quando le anime dei trapassati tornano a trovare i viventi, muore il fratello di un amico di Maria, un giovane che ha perso una gamba per una storia di liti tra vicini di campi. La sua esistenza è stata distrutta, eppure lui sta bene. E l’amico di Maria ha visto un’ombra nera curva con un cuscino sul letto del fratello.
scena dal film
A questo punto “Accabadora” diventa un doloroso romanzo di formazione (ma quale Bildungsroman non è doloroso?), perché per Maria la madre adottiva è un’assassina. Non serve che Tzia Bonaria le dica che, proprio come si ha bisogno di aiuto per venire al mondo, serve un aiuto anche per andarsene da questo mondo. Che non si deve mai dire: ‘di quest’acqua io non ne bevo’. Che lei è stata l’ultima madre che molti hanno visto.
     Serve uno stacco, per arrivare a bere dell’acqua che non si vorrebbe bere. E nel romanzo c’è una sorta di interludio, che è la parte più debole del libro: Maria parte, va sul continente, a fare la bambinaia in una Torino fredda che verdeggia nel Valentino. Uno dei bambini non è poi tanto piccolo, ha già quattordici anni quando Maria arriva. Ne avrà sedici quando Maria viene licenziata- facile indovinare perché. Ma intanto tornerebbe ugualmente in Sardegna: Tzia Bonaria ha avuto un ictus e Maria la assisterà. Fino alla morte.


     “Accabadora” è un bel libro. Perché ci parla di qualcosa di cui si è molto discusso di recente riportandoci indietro nel tempo- a metà degli anni ‘50- e in un paese, la Sardegna, dove la tecnologia è ancora ben lontana dall’arrivare. Nessun respiratore artificiale, nessuna alimentazione via flebo, nessuna terapia del dolore. Una vita più elementare in cui neppure si parla di ‘eutanasia’. Eppure il problema è quello, il quesito è lo stesso di oggi: si ha il diritto di porre termine all’esistenza di qualcuno? Quale è il momento limite che distingue il delitto dall’atto di amore? E il romanzo corre veloce, con una scrittura nitida, pieno di luci e di ombre. Di quell’ambiguità del sentire che è presente sia nello scegliere un figlio dell’anima sia nello sciogliere i fili della vita.

la recensione e la seguente intervista sono state pubblicate su www.stradanove.net


sabato 30 dicembre 2017

Donatella Di Pietrantonio, “L’arminuta” ed. 2017

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia
            premio Campiello
            FRESCO DI LETTURA


Donatella Di Pietrantonio, “L’Arminuta”
Ed. Einaudi, pagg. 163, Euro 17,50

       L’arminuta, la ritornata. La chiameranno così i compagni di scuola, con la sottile cattiveria degli adolescenti, questa ragazzina tredicenne che è ritornata dalla sua vera famiglia che però lei non ha mai conosciuto. Con una valigia e una sacca di scarpe suona alla porta. Le apre una bambina con i capelli sporchi e l’aria stracciona. Sua sorella Adriana. Ci sono anche dei fratelli. Il più piccolo è in braccio alla madre. E’ sua madre, questa donna sconosciuta? Lei ha sempre chiamato mamma quella che ha lasciato in città.
    Ci domanderemo per tutto il libro- come se lo domanda lei- perché la bambina sia stata ‘restituita’, come un pacco rispedito al mittente. E’ ammalata quella mamma che ormai non sa più come chiamare? Non sa neppure come chiamare questa, di mamma. Così non la chiama affatto. La casa piccolissima, il letto in cui dorme testa-piedi con Adriana, il cibo scarso e non certo buono come quello a cui era abituata, i fratelli che la tormentano, Vincenzo, il fratello maggiore, che si infila nel suo letto, il piccolino che non è uguale agli altri bambini della sua età, la diversità che- è innegabile- c’è tra i suoi modi e quelli di tutti i membri della famiglia- il cambiamento è un trauma per lei che spera a lungo di tornare ‘a casa’. Quando tornerà, quando avrà saputo il perché dell’allontanamento, non sarà per restare e la aspetterà il dolore di un’altra separazione.

    Donatella Di Pietrantonio mostra una sensibilità straordinaria nel parlarci dei sentimenti di una ragazzina sulla soglia dell’adolescenza sottoposta a prove che la fanno soffrire e crescere. Avevo appreso leggendo “Accabadora” di Michela Murgia (un altro Premio Campiello, nel 2010, proprio come “L’Arminuta” che lo ha vinto nel settembre di quest’anno, 2017, e osservate la strana assonanza dei due titoli pur in due dialetti diversi) che in Sardegna si chiama ‘fillus de anima’ il bambino ‘regalato’ da una madre povera ad una donna che non può diventare madre, diventando da figlio di sangue a figlio dell’anima. La narratrice senza nome del romanzo di Donatella Di Pietrantonio è una ‘figlia dell’anima’ che trova più doloroso, nel suo percorso di crescita, capire ed accettare il secondo abbandono del primo. E’ facile capire perché sia stata ceduta a sei mesi. Un compagno di scuola dice brutalmente in faccia alle due sorelle che i loro genitori sono come conigli. Più difficile giustificare la restituzione alla vera famiglia in un’età in cui è ancora abbastanza piccola da piangere il distacco dalla mamma e tuttavia abbastanza grande da vedere la frattura, da paragonare, da ricordare, da rimpiangere, da sentire nostalgia.
    Non è soltanto il punto di vista dell’ ‘arminuta’, con la difficoltà dei suoi  rapporti con coloro che, a tutti gli effetti, sono degli estranei per lei (è per questo che le voglie del fratello Vincenzo non ci sembrano neppure incestuose), su cui il lettore si trova a riflettere. Insieme ad Adriana, la sorella ritrovata che, unica, offre all’arminuta il tesoro del suo affetto totale, le altre due protagoniste del romanzo sono le due madri che pongono il problema della responsabilità e del significato della maternità in un Abruzzo ancora molto povero (un riferimento all’appena inaugurato Gardaland da parte di Adriana ci aiuta a collocare il tempo della vicenda) negli anni prima della pillola quando una gravidanza poteva essere un fardello da accettare fatalisticamente e la colpa della sterilità era da attribuirsi solo alla donna.

    Un romanzo di formazione molto bello, uno stile che scorre veloce e pulito, un’ambientazione tra un paese e una città che non sono mai nominati- della città sappiamo solo che si affaccia sul mare e la scoperta del mare da parte di Adriana è tenera e commovente, come quella di Carlino nel famoso romanzo di Ippolito Nievo.

gli altri romanzi di Donatella Di Pietrantonio sono recensiti nei post del 2014 sotto l'etichetta 'Casa Nostra. Qui Italia'.




sabato 26 novembre 2016

Simona Vinci, “La prima verità” ed. 2016

                                                               Casa Nostra. Qui Italia
             premio Campiello
            FRESCO DI LETTURA 

Simona Vinci, “La prima verità”
Ed. Einaudi, pagg. 397, Euro 17,00

   Disse: Credo nella poesia, nell’amore, nella morte,/ scrivo il mondo; esisto, esiste il mondo.
  ……..Questa purezza/ E’ di nuovo la prima verità, il mio ultimo desiderio.
    Sono versi di una poesia di Ghianni Ritsos, il poeta greco che ha vinto il premio Lenin per la pace nel 1975 e che è stato per ben due volte confinato in isole ‘maledette’, le isole dei matti, non in quanto pazzo lui stesso ma come dissidente politico. E, nel romanzo “La prima verità” di Simona Vinci, Ghianni Ritsos è in parte adombrato in Stefanos, che continua a scrivere poesie sull’isola di Leros dove per anni furono segregati, in condizioni abominevoli, malati di mente e dissidenti durante il governo della Giunta dei colonnelli in Grecia negli anni ‘60.

    Nel 1983 una commissione di medici ed economisti europei fu inviata a Leros per stendere un rapporto sulle condizioni esistenti sull’isola.
    Nel 1989 un servizio su The Observer aveva un titolo scioccante: “Il segreto colpevole dell’Europa. 1300 anime abbandonate a marcire”. Sempre nel 1989 la fotografa Antonella Pizzamiglio riuscì a scattare delle foto, entrando nella struttura ospedaliera come amica di un medico. Riuscì anche a scappare dall’isola per far vedere al mondo quello che lei aveva visto. Sconvolgente. Uomini come bestie. Da domandarsi se non sia meglio la morte che vivere in quelle condizioni.
    Il libro- molto bello, molto dolorosamente coinvolgente, insolito e unico nella panoramica della letteratura italiana- prende l’avvio nel 1992 con Angela, ventidue anni, studentessa di Giurisprudenza che approda a Leros con un gruppo di operatori psichiatrici triestini che programmano la destituzionalizzazione dell’ospedale. Angela sta scrivendo la tesi in diritto civile sull’abuso di diritti umani in Europa. Angela è il personaggio che serve come catalizzatore, per raccogliere le storie, per osservare l’orrore di questa umanità violata e la disumanità dei trattamenti. Angela che scende nei sotterranei per entrare con un sotterfugio nella stanza polverosa dove sono raccolte le scartoffie- in disordine, lacunose, imprecise- con i dati delle persone internate nell’ospedale-lager, è un’Angela che scende nei gironi dell’Inferno, è un’Alice che perde la sua innocenza passando al di là dello specchio.
   I veri protagonisti de “La prima verità” sono però i pazzi, il monaco Basil (e la sua storia fa un balzo indietro nel tempo), il bambino soprannominato Temistocles, la ragazza Teresa e il poeta Stefanos che non è affatto matto. Ognuno di loro ha la sua storia, di fanatismo religioso, di abbandono famigliare, di abusi sopportati nel silenzio della notte, di arresto per il diritto di proclamare la propria idea. Il bambino muto perché ha scelto di non parlare, la ragazza che sa leggere e che impara a memoria le poesie di Stefanos che poi il bambino nasconde. Perché loro possono anche morire, ma la poesia no, la parola deve vivere se non fosse altro che per gridare al mondo dell’ingiustizia del tutto.


   Le scene ambientate sull’isola vergogna dell’Europa hanno su di noi un impatto fortissimo. Simona Vinci ci riporta, tuttavia, in Italia nell’ultima parte del libro, sposta la nostra attenzione su quella che è la sorte dei disturbati di mente più vicino a noi. Anche noi abbiamo i nostri ‘mattucchini’, la scrittrice che ha abitato a Budrio dove, fino all’approvazione della legge Basaglia  nel 1978, c’era un grande Ospedale Psichiatrico, lo sa bene. Sembrano così tranquilli i nostri mattucchini, perfino un po’ buffi, in confronto ai selvaggi di Leros. Eppure i disturbi interni, il male dell’anima, le mille storie diverse seppur uguali sono sempre gli stessi. Parla in prima persona, adesso, Simona Vinci. Quella che racconta è, almeno in parte, la sua storia e la storia di sua madre. Ed è forse questa storia che l’ha portata ad interessarsi di Leros, a non dimenticare la fotografia della bambina legata nuda ad un letto (in Italia, sì, in Italia, in un centro vicino a Torino), ad avvicinarsi alla prima verità, quella che ci lascia tutti nell’uguaglianza della nudità senza difesa. 
     Con questo romanzo Simona Vinci ha vinto l'edizione del 2016 del premio Campiello.