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lunedì 22 gennaio 2024

Jokha Alharthi, “L’albero delle arance amare” ed. 2023

                                                          Voci da mondi diversi. Oman

  storia di famiglia

Jokha Alharthi, “L’albero delle arance amare”

Ed. Bompiani, Trad. Giacomo Longhi, pagg. 192, Euro 17,10

     Londra. Nel dormitorio universitario Zuhur- è arrivata dall’Oman per studiare in Inghilterra- soffre di solitudine. E di sensi di colpa. La assilla il ricordo della nonna Bint ‘Amir (la figlia di Amir, il solo nome con cui l’abbiano conosciuta), il senso di colpa per non essersi girata quando questa la chiamava, supplicandola, ‘non ve ne andate’. Bint ‘Amir non era la sua vera nonna, ma era come se lo fosse. Aveva cresciuto suo padre Mansur che la chiamava Mah e si era presa cura di Zuhur, di sua sorella e del fratellino più piccolo, quando la loro madre era caduta in depressione dopo il parto. Era una nonna che aveva fatto loro anche da madre.

     La narrativa si svolge su due piani temporali- il presente a Londra tra gli studenti che arrivano dai paesi arabi e dal Medio Oriente e il passato in Oman, affollato di ricordi e di storie della famiglia di Zuhur. Il contrasto, di luogo, di clima, di culture, di stili di vita, non potrebbe essere più grande.


La sorella della migliore amica di Zuhur, una ragazza di una famiglia pakistana molto ricca, ha contratto un ‘matrimonio temporaneo’ (una forma di matrimonio che ha una scadenza, non accettato in tutto l’Islam) con un compagno di studi del corso di medicina. La differenza di ceto sociale tra i due giovani è enorme, perché lui appartiene a una famiglia contadina. È in Inghilterra con una borsa di studio e non ha intenzione di tornare in Pakistan da un padre violento delle cui sferzate porta le cicatrici sulla carne. Il racconto di questo amore di cui Zuhur è testimone, della sottile invidia che prova per quel rapporto così libero e passionale, del triangolo che si forma, di cui Zuhur è uno degli angoli, dell’innamoramento mai confessato della stessa Zuhur per il ragazzo, è il filone che fa da sfondo all’altra narrativa, alla storia di Bent ‘Amir, scacciata con il fratello dal loro padre su istigazione della seconda moglie di questi.


    Ha avuto una vita difficile e drammatica, Bent ‘Amir. Il fratello è morto presto perché non ha retto la fatica del lavoro, lei, cieca da un occhio, nella miseria più totale, ha finito per trovare alloggio da un parente caritatevole, il nonno di Zuhur. Bent ‘Amir entra ed esce dal racconto, dominandolo totalmente. È un personaggio femminile molto bello nella sua dedizione totale alla famiglia che l’ha accolta. Lei, che non è mai stata madre, che, come in uno scherzo della sorte, conosce per caso quando è vecchia l’uomo che l’aveva chiesta in matrimonio e che suo padre aveva respinto, diventa la figura della grande madre che ama senza riserve i bambini che le vengono affidati. Si dice addirittura che sia stata lei ad allattare Mansur e poi il figlio di questi, che il suo seno avvizzito di vecchia abbia stillato latte quando ha avuto vicino la testolina di un neonato. E allora le piante del suo giardino che crescono rigogliose sono un riflesso di questa cura degli altri, l’albero delle arance amare, che ha fatto frutti finché lei è rimasta in vita per poi avvizzire e morire, diventa un simbolo di lei stessa, un simbolo di vita piena e succosa, con quel frutto luminoso che ha un retrogusto un poco amaro, proprio come lei.



    

martedì 11 gennaio 2022

Jokha Alharthi, “Corpi celesti” ed. 2022

                                         Voci da mondi diversi. Oman


é stato appena pubblicato in italiano il romanzo "Corpi celesti" di Jokha Alharthi che avevo recensito nel 2019 dopo averlo letto in inglese. Ripubblico ora lo stesso articolo.

Jokha Alharthi, “Corpi celesti”

Ed. Bompiani, trad. G. Longhi, pagg. 264, Euro 18,00

 

      Un romanzo scritto da una donna.

      Un romanzo scritto da una donna araba. E dell’Oman.

      Il romanzo che ha vinto il Man Booker Prize 2019.

      Si intitola “Celestial bodies” ed è la prima scrittrice dell’Oman ad essere tradotta in inglese. Una saga famigliare che coinvolge tre generazioni spalancando una finestra su un mondo di cui sappiamo poco o nulla, invece di farcelo intravvedere attraverso le grate che nascondono la vita delle donne nei paesi arabi. Tre sorelle e il marito di una di queste al centro della narrazione, ma i personaggi sono molti di più- le intere famiglie di entrambe le parti, i mariti delle altre due sorelle, i figli, l’amante del padre delle sorelle, la schiava che è stata anche la donna di piacere dell’altro capofamiglia. I capitoli portano in primo piano i vari personaggi, mentre una voce narrante in terza persona ce ne racconta le vicende.


Soltanto uno di loro, Abdallah, marito di Mayya, parla in prima persona- è un caso che sia un uomo? Non credo. Non credo neppure che sia un caso che Abdallah sia un uomo amabile, innamorato non ricambiato dalla moglie, un padre dolce con la figlia London (è stato criticato da tutti perché non si è opposto alla scelta di questo nome da parte della moglie), angosciato dall’autismo del figlio minore, tormentato dagli incubi del ricordo di un padre duro- una scena in particolare gli affiora di continuo alla memoria, il terrore che aveva provato quando, per punizione, il padre lo aveva appeso a testa in giù nel pozzo.

     Tra il villaggio di al-Awafi e Muskat, tra un passato fatto di vecchie usanze, di leggi della Sharia (un’adultera viene fustigata), di matrimoni combinati, di cure mediche che sanno di superstizione e non curano affatto (quanti i bambini morti!), di gravidanze che non possono essere evitate, di storie di schiavi prelevati in Africa e comprati per meno di quello che costerebbe un sacco di riso (solo nel 1970 la schiavitù fu abolita in Oman), e un presente in cui London studia medicina, guida un’automobile, si sposa con un uomo il cui nonno era servitore della sua famiglia e poi divorzia, sua sorella Khawla, dopo aver sposato l’uomo dei suoi sogni accettando che lui viva per lo più in Canada dove ha un’altra donna, chiede il divorzio proprio quando il marito è tornato da lei per sempre (perché la canadese lo ha mollato), mentre la terza sorella segue la via della tradizione con l’uomo che il padre ha scelto per lei e mette al mondo quattordici figli. Al-Awafi rappresenta la tradizione (belli gli incontri appassionati del padre delle tre sorelle con la beduina nel deserto, inquietante il mistero sulla morte della madre di Abdallah), Muskat è lo scintillio del presente, nel tentativo di emulare Dubai o Abu Dabi.

   E le storie si srotolano nel tempo come da una matassa ingarbugliata di cui bisogna districare i fili. Una voce nuova per un romanzo appassionante.



 

giovedì 15 agosto 2019

Jokha Alharthi, “Celestial bodies” ed. 2019


                                                          Voci da mondi diversi. Oman
              in altre lingue
              saga

Jokha Alharthi, “Celestial bodies”
Ed. Sandstone Press, pagg. 256, formato kindle Euro 4,99

      Un romanzo scritto da una donna.
      Un romanzo scritto da una donna araba. E dell’Oman.
      Il romanzo che ha vinto il Man Booker Prize 2019.
   Si intitola “Celestial bodies” ed è la prima scrittrice dell’Oman ad essere tradotta in inglese. Una saga famigliare che coinvolge tre generazioni spalancando una finestra su un mondo di cui sappiamo poco o nulla, invece di farcelo intravvedere attraverso le grate che nascondono la vita delle donne nei paesi arabi. Tre sorelle e il marito di una di queste al centro della narrazione, ma i personaggi sono molti di più- le intere famiglie di entrambe le parti, i mariti delle altre due sorelle, i figli, l’amante del padre delle sorelle, la schiava che è stata anche la donna di piacere dell’altro capofamiglia. I capitoli portano in primo piano i vari personaggi, mentre una voce narrante in terza persona ce ne racconta le vicende. Soltanto uno di loro, Abdallah, marito di Mayya, parla in prima persona- è un caso che sia un uomo? Non credo. Non credo neppure che sia un caso che Abdallah sia un uomo amabile, innamorato non ricambiato dalla moglie, un padre dolce con la figlia London (è stato criticato da tutti perché non si è opposto alla scelta di questo nome da parte della moglie), angosciato dall’autismo del figlio minore, tormentato dagli incubi del ricordo di un padre duro- una scena in particolare gli affiora di continuo alla memoria, il terrore che aveva provato quando, per punizione, il padre lo aveva appeso a testa in giù nel pozzo.

     Tra il villaggio di al-Awafi e Muskat, tra un passato fatto di vecchie usanze, di leggi della Sharia (un’adultera viene fustigata), di matrimoni combinati, di cure mediche che sanno di superstizione e non curano affatto (quanti i bambini morti!), di gravidanze che non possono essere evitate, di storie di schiavi prelevati in Africa e comprati per meno di quello che costerebbe un sacco di riso (solo nel 1970 la schiavitù fu abolita in Oman), e un presente in cui London studia medicina, guida un’automobile, si sposa con un uomo il cui nonno era servitore della sua famiglia e poi divorzia, sua sorella Khawla, dopo aver sposato l’uomo dei suoi sogni accettando che lui viva per lo più in Canada dove ha un’altra donna, chiede il divorzio proprio quando il marito è tornato da lei per sempre (perché la canadese lo ha mollato), mentre la terza sorella segue la via della tradizione con l’uomo che il padre ha scelto per lei e mette al mondo quattordici figli. Al-Awafi rappresenta la tradizione (belli gli incontri appassionati del padre delle tre sorelle con la beduina nel deserto, inquietante il mistero sulla morte della madre di Abdallah), Muskat è lo scintillio del presente, nel tentativo di emulare Dubai o Abu Dabi.

   E le storie si srotolano nel tempo come da una matassa ingarbugliata di cui bisogna districare i fili. Una voce nuova per un romanzo appassionante.