Visualizzazione post con etichetta warning novel. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta warning novel. Mostra tutti i post

domenica 8 maggio 2022

Delphine De Vigan, “Tutto per i bambini” ed. 2022

                                             Voci da mondi diversi. Francia

        warning novel

Delphine De Vigan, “Tutto per i bambini”

Ed. Einaudi, trad. Margherita Botto, pagg. 296, Euro 19,00

 

   Ironia di un titolo. “Tutto per i bambini”- è la giustificazione che si dà a se stessi e agli altri, di fare tutto per amore dei bambini, per il loro bene. Siamo certi che sia il loro bene, o no, piuttosto, quello dei genitori che li manovrano?

    Il passato di Mélanie, mamma di Sam e Kimmy (otto e sei anni), contiene una grande frustrazione. Appassionata di televisione e di reality, si era iscritta per prendere parte ad un reality show ed era stata scartata dopo la prima puntata. È quella vecchia sconfitta che la spinge a cercare una rivincita sfruttando le possibilità della nuova tecnologia e mettendo online su youtube i filmati della vita quotidiana dei suoi bambini?

L’inizio era stato lento- capire come fare, istruire i bambini (Kimmy aveva solo due anni), coinvolgere il marito che si era licenziato per avere più tempo, rispondere ai commenti, investire soldi per comprare vestitini e giochi, curiosare quello che veniva fatto all’estero e nella stessa Francia da chi aveva già raggiunto un notevole successo con un alto numero di follower.


I follower: parola chiave, indice di notorietà e gradimento. Perché a poco a poco Happy Récré aveva acquistato fama, il numero dei follower e dei pollici alzati nel like era schizzato a cifre strabilianti- si parlava di milioni e non di migliaia. Pacchi su pacchi venivano recapitati a casa loro perché fosse fatta una scelta e i vari prodotti venissero reclamizzati. Mélanie aveva organizzato un locale apposta per le riprese- in pratica dal risveglio all’ora di andare a letto i bambini erano sotto l’occhio della videocamera, Sam obbediente, Kimmy sempre più recalcitrante.

Ricordate il film “The Truman Show” del 1998 in cui il protagonista viveva dentro un reality senza saperne nulla? Ecco, così è la vita di Sam e Kimmy, con la differenza che loro lo sanno, che soffrono perché presi di mira dai compagni di scuola, che sono manipolati per credere di essere fortunati, circondati dall’affetto dei loro fan a cui danno il buongiorno ogni mattino mandando loro ‘baci stellati’.


      Finché un giorno- è il 2019- Kimmy scompare. Stava giocando a nascondino con il fratello, l’avevano vista entrare nel locale immondizie e poi…non c’era traccia di lei. Un rapimento? Delle indagini si occupa Clara, una giovane poliziotta che è cresciuta in un ambiente totalmente opposto a quello di Kimmy: niente televisione in casa sua, genitori liberali che si battevano contro il consumismo e il conformismo. Dopo lo sguardo dall’interno (quello di Mélanie), l’esame dei filmati da parte di Clara ci offre lo sguardo dall’esterno di quella ossessiva ed estenuante vita sotto l’occhio di un Grande Fratello ben diverso da quello di Orwell, forse ancora peggiore.

    L’ultima parte del libro è proiettata nel futuro. Sono speculazioni, ma l’esempio di quanto è successo a molte baby star del cinema le rende del tutto credibili. Che ne è di Sam e Kimmy diventati adulti? E di Mélanie, quando deve cambiare tipo di filmati, dopo che i figli hanno abbandonato il nido? Aveva fatto così tanto per loro…

    “Tutto per i bambini” è un libro agghiacciante. È sufficiente andare su Instagram per vedere quanti sono i video con bambini postati dai genitori. In apparenza sono innocui, forse non ci si accorge neppure subito dei retroscena. Dopo si inizia a notare la frequenza in aumento, a riprova di come chi mette online i filmati diventi dipendente dall’indice di visualizzazioni, una vera e propria sorta di droga. Anche l’elemento pubblicitario non è subito evidente, striscia subdolo nei filmati mentre di certo grosse somme di denaro entrano nelle tasche dei genitori. Ma è ‘tutto per i bambini’…

Una legge tutela il diritto all’immagine dei bambini- serve a poco, almeno sul momento, forse a posteriori i figli possono portare in giudizio i genitori.

Un libro da leggere. Purtroppo lo leggerà solo chi è già convinto della non eticità di sfruttare i minori sul web.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



domenica 5 dicembre 2021

Michael Christie, “I Greenwood” ed. 2021

                                                          Voci da mondi diversi. Canada

          warning novel

            saga

Michael Christie, “I Greenwood”

Ed. Marsilio, trad. F. Zucchella, pagg. 587, Euro 21,00

 

    Un cognome perfetto, Greenwood, Legna Verde. Era stato dato ai due bambini sopravvissuti ad un tremendo incidente ferroviario in Canada, all’inizio del secolo scorso. Erano traumatizzati, non parlavano, era impossibile che fossero fratelli, perché erano troppo diversi l’uno dall’altro. I loro nomi erano stati sorteggiati, Harris per uno e Everett per l’altro. Ed erano diventati fratelli, anche se non di sangue. E quando, ad un certo punto, la loro legna verde era la migliore in vendita, il cognome si era aggiunto e nessuno poi ricordava più se fosse vero che era scritto su una maglietta che indossavano al momento dell’incidente.

    Quando l’affascinante romanzo dello scrittore canadese Michael Christie inizia, è il 2038. Il pianeta Terra sta soffrendo per il collasso ambientale e la morte degli alberi, c’è stato il Grande Avvizzimento e le tempeste di polvere che ne sono la conseguenza causano malattie dell’apparato respiratorio soprattutto nei bambini, afflitti da una tosse ‘spaccaossa’ che non conosce sollievo.


Jacinda Greenwood (lei, quando glielo chiedono, dice che non ha nessun legame con Greenwood Island dove lavora) è una dendrologa (ho imparato una parola nuova) e fa la guida naturalistica accompagnando i ricchi turisti a visitare le lussureggianti foreste di una piccola isola della British Columbia. Quando un ex-fidanzato avvocato le consegna il diario della sua bisnonna, a Jacinda si spalanca una finestra sul passato della sua famiglia- a lei che neppure pensava di avere una famiglia. E sì, a quanto pare il suo bisnonno era proprio ‘quel’ Harris Greenwood, il magnate del legno, e sua nonna, che si chiamava Willow (salice, hanno nomi di piante i personaggi di questa storia, perché anche Jacinda è il nome di un fiore, il giacinto), era una hippie che, per coerenza, aveva dato via l’enorme eredità lasciatele da Harris, a suo padre era stato dato il nome di Liam in ricordo dell’irlandese che era l’amante nonché il ‘descrittore’ per il cieco Harris, ed Everett- che cosa aveva fatto Everett per passare più di trent’anni in prigione? Da dove veniva quel nomignolo, Pod (baccello), che gli era sfuggito, rivolgendosi a Willow che era andata a prenderlo quando era tornato in libertà?


    Il legno è tempo catturato. Una mappa. Una memoria cellulare. E i grandi cerchi nel tronco che segnano gli anni di un albero sono come le generazioni di una famiglia. Le vicende dei Greenwood sono intricate e ricchissime, molti degli avvenimenti sono avvolti in una luce di ambiguità e di incertezza, proprio come l’origine dei due non-fratelli. C’è un altro magnate, oltre a Harris, un uomo licenzioso che è stato l’amante della bisnonna di Jacinda. Ma era lui l’unico amante? Chi era il vero padre di Willow che Everett aveva trovato appesa ad un albero nel bosco, con la madre morta poco distante? Ed Everett, che era partito al posto del fratello per combattere in Francia, tornando – lui, così mite- del tutto distrutto, e che ora salta da un treno merci all’altro con quella neonata di cui all’inizio voleva sbarazzarsi? E l’omone incaricato di trovare la bambina scomparsa E il diario che poteva distruggere la reputazione di un uomo (quello che Jacinda legge ora) e che scompare lui stesso nelle fumerie d’oppio?


   All’inizio del romanzo c’è una domanda, rivolta a Jacinda che ha appena detto di non avere un telefono (e siamo nel 2038), “e magari le piace ancora leggere?”. Una domanda che per me, libro-dipendente, è stata come una pugnalata e che, però, è trionfalmente annullata dal susseguirsi delle storie, tra presente e passato, da una generazione all’altra, con una narrazione che ci affascina coinvolgendo persone e alberi come fossero un tutt’uno, appartenenti alla stessa famiglia, e, nello stesso tempo, lanciando un messaggio di allarme (uno dei tanti che riceviamo sempre più spesso) sul futuro del pianeta.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



   

   

lunedì 13 settembre 2021

Andri Snaer Magnason, “Il tempo e l’acqua” ed. 2021

                                                          Voci da mondi diversi. Islanda

            warning novel

Andri Snaer Magnason, “Il tempo e l’acqua”

Ed. Iperborea, trad. S. Cosimini, pagg. 333, Euro 19,50

 

     È un libro singolare, “Il tempo e l’acqua” dello scrittore islandese Andri Magnason. Non è un romanzo, non è un saggio, non è una storia di famiglia, ma ha un poco di tutti questi generi ed è la caratteristica che lo rende così piacevole. Perché è così: se fosse soltanto un grido di allarme, una raccolta di dati per provare la direzione in cui stiamo andando, condannando alla rovina le generazioni future con la scomparsa del mondo così come lo conosciamo, accantoneremmo il libro con un’alzata di spalle e ci dedicheremmo ad una lettura più leggera. E invece Magnason ha fatto la scelta giusta, le storie della sua famiglia e quella di altri incontri significativi- come quello con il Dalai Lama- sono inquadrate nella misura del Tempo, un’entità così soggettiva nonostante tutto, così difficile da misurare.


    La riflessione sul tempo inizia da un angolo di visuale ristretto, quello della vita dello scrittore stesso. Nel corso degli anni Magnason è stato testimone del crollo di due grandi sistemi, del comunismo  e delle banche nel 2008, la più grande bancarotta nella storia del capitalismo. Quello che ci minaccia adesso è un collasso ben più grande- quello del sistema Terra. L’errore madornale è stato, per tutto il XX secolo, dare per scontato che la natura fosse un giacimento inesauribile di materie prime a basso costo e pensare che l’atmosfera potesse assorbire emissioni, il mare inghiottire rifiuti, il suolo produrre all’infinito. Ci accorgiamo ora che non è così. E tuttavia il Tempo, che è trascorso finora con un ritmo tranquillo, ha avuto un’accelerazione nel XXI secolo- vale la pena di guardarsi indietro, di fermarsi a riflettere sul valore prezioso che acquistano i ricordi e le testimonianze del passato. Sembra incredibile, i filmati del 1956, la luna di miele dei nonni nel rifugio sul ghiacciaio, le loro foto, si collocano in un tempo perduto e lontano come quello a cui appartiene il vecchio manoscritto che guardiamo con rispetto in una biblioteca. E il desiderio di tramandare il vissuto di una generazione che ha fatto tantissimo partendo da zero nasce dalla necessità di salvaguardare le loro esistenze.


    Andri Magnason vive in un paese in cui i cambiamenti sono più evidenti, più tangibili che altrove. Perché una cosa è osservare che le piogge fuori stagione sono diventate più abbondanti e più violente, un’altra è constatare che un ghiacciaio si è talmente ritirato da rendere impossibile avvicinarlo perché la zona antistante è un terreno di fango. E a partire dal secolo XXI i ghiacciai islandesi si sono ritirati più che nei cento anni precedenti. Viene da piangere: una volta i ghiacciai erano simbolo di qualcosa di grande e di eterno, come il mare e le montagne. Adesso dobbiamo constatare che quello che pensavamo fosse un immortale gigante bianco è effimero come gli esseri umani. E dobbiamo affrontare le conseguenze di tutto questo, l’innalzamento del livello delle acque, la scomparsa di interi tratti di coste, di città, di patrimoni dell’umanità.

    Anche la scomparsa delle specie animali- a cui solo i più attenti farebbero caso- viene evidenziata da Magnason intrecciando storie personali con quelle della fauna. Un suo cugino aveva avuto una passione per i coccodrilli sin da quando era un bambino ed era diventato uno strenuo difensore della specie. Come capacitarsi che ci sia stato un crollo del numero di esemplari del coccodrillo, che aveva una storia evolutiva di 200 milioni di anni? le cause sono intuibili, incluso il capriccio femminile per borse e calzature di pelle di coccodrillo.


   Magnason non è soltanto una Cassandra che prevede un futuro catastrofico. Tutt’altro. Si ferma anche a riflettere su che cosa abbia significato l’imprevista e totale battuta di arresto della pandemia- la salute di ogni individuo del pianeta è legata alla salute di ogni altro individuo del pianeta e ‘la salute di tutti dipende a sua volta dalla salute degli ecosistemi della Terra.’ Soprattutto apprezziamo che Magnason veda chiaramente che una marcia indietro è piuttosto difficile e sproni allora verso un’altra direzione- che ci sia uno sforzo individuale per rinunciare a qualcosa e che, nello stesso tempo, si dedichino sforzi e investimenti e ricerche per, ad esempio, impiegare sempre più energia solare, eolica e termica, per ridurre gli sprechi, per tutelare i boschi e ripristinare le zone umide e delle foreste pluviali, per ‘catturare’ CO2 e smaltirlo.

     Un libro da leggere, perché prendere coscienza di quello che sta accadendo è il dovere di ognuno. E non c’è modo più piacevole di farlo che leggere “Il tempo e l’acqua”.

Lo scrittore sarà presente al festival della letteratura di Mantova



martedì 13 aprile 2021

Wu Ming-yi, “Montagne e nuvole negli occhi” ed. 2021

                                    Voci da mondi diversi. Repubblica di Cina

              warning novel

Wu Ming-yi, “Montagne e nuvole negli occhi”

Ed. e/o, trad. Silvia Pozzi, pagg. 272, Euro 17,10

 

   Isola di Wayo Wayo- gli abitanti credono che tutto il mondo sia un’isola che galleggia sull’oceano ‘come un guscio di conchiglia’.

Atrei è un secondogenito. Il destino dei secondogeniti è segnato. Al centoottantesimo plenilunio dalla sua nascita Atrei dovrà prendere il largo per non tornare mai più. Avrà una scorta di acqua per dieci giorni. Poi…

   Isola di Taiwan. Alice vive nella ‘casa sull’oceano’ che ha costruito insieme al marito copiando quella dell’architetto svedese Asplund. Il marito amava le esperienze estreme, la sua ultima passione era l’arrampicata. Era partito insieme al figlio Toto per scalare una parete di roccia e non erano più tornati. Scomparsi.

     Se Atrei e Alice sono i protagonisti del romanzo incantevole e perturbante dello scrittore taiwanese Wu Ming-Yi, ci sono però altri personaggi ad alternarsi sulla scena- Hafay, la proprietaria del locale Settimo Sisid che si trova proprio di fronte alla casa di Alice, anch’esso con una splendida vista sull’oceano, Dahu e la figlia Umav, gli ingegneri che dirigono le operazione per scavare un tunnel nella montagna. E sì, aggiungiamo pure la gattina Ohayo (vuol dire ‘buongiorno’) e anche i due edifici dove vivono Alice e Hafay, perché pure loro avranno un ruolo nella storia.

   A dire il vero, le storie sono tante quanti sono i personaggi e ci dicono molto di loro e di come si può reagire ai colpi del destino. Ci raccontano anche molto dell’isola di Taiwan, delle diverse etnie- Dahu è un bunun, un popolo di montanari, Hafay è una pancah- con le loro diverse tradizioni e leggende, della flora e della fauna dell’isola, del clima e delle tragedie conseguenti allo scatenarsi degli elementi della natura.

    Il cuore del romanzo è nella vicenda incredibile di Atrei che si salva perché, dopo che la sua piccola imbarcazione affonda, si ritrova su un’altra isola, così strana che lui non riesce a spiegarsi. C’è un puzzo incredibile e Atrei si renderà conto a poco a poco che gli animali del mare muoiono nelle acque vicino a questa strana isola che va alla deriva. Lui non può saperlo- è l’enorme isola, composta da 200 milioni di tonnellate di rifiuti, che galleggia nel Pacifico trasportata dalle correnti. Un’isola che- annunciata e temuta- si abbatterà su Taiwan con una gigantesca onda anomala in seguito ad un terremoto. La ‘casa sull’oceano’ diventa ‘la casa nell’oceano’ e non regge all’urto delle acque. La stessa sorte tocca al Settimo Sisid. E Atrei sarà scaraventato sull’isola di Taiwan.

   È un grido di allarme, quello che lancia Wu Ming-yi con il suo romanzo insolito e affascinante. Insolito per l’ambientazione, perché riesce a scuoterci dal fatalismo e dall’indifferenza dando vita ad un personaggio, Atrei, che rappresenta un mondo incontaminato in cui si rende omaggio al dio Kapanga e si rispettano le leggi della natura. E’ lui la vera vittima di un libro in cui, peraltro, nessun personaggio è veramente felice. E non lo è neppure la natura violentata dall’uomo, inascoltata nei segnali che lancia. A Taiwan piove molto più spesso di una volta, la terra frana, il livello delle acque dell’oceano si è alzato- basta guardare quanto più vicina all’acqua sia la casa sull’oceano.

    Il termine ‘realismo magico’ è abusato e non mi piace usarlo. C’è un filo di magia nel romanzo di Wu Ming-Yi, un credere nello spirito della natura come facevano gli uomini prima che la scienza risolvesse i loro quesiti, un guardare la bellezza stupefacente del mondo con occhi pronti a lasciarsi sorprendere, una capacità di ascoltare le voci- della montagna, della foresta, dell’oceano.

   Le varie storie dei personaggi trovano la loro conclusione, che non è mai banale e a volte- come per Alice- è sorprendente. Quella che non si conclude è quella dell’oceano e dello scempio dei rifiuti sulle coste.

Un romanzo bello e triste che parla della perdita- della propria identità, di se stessi, delle persone che amiamo, delle tradizioni, della natura.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook.

La recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it



martedì 9 marzo 2021

Pitchaya Sudbanthad, “Sotto la pioggia” ed. 2021

                                             Voci da mondi diversi. Thailandia                            

Pitchaya Sudbanthad, “Sotto la pioggia”

Ed. Fazi, trad. Silvia Castoldi, pagg. 461, Euro 18,00

    Una copertina così bella che è impossibile resistere. Si prende il libro in mano, si inizia a leggere ed è impossibile interrompere la lettura, catturati dalla magia delle parole, stregati dalla città in cui siamo trasportati, che è nel titolo originale, “Bangkok wakes to the rain” (perché non lasciarlo uguale?), e che è la protagonista assoluta: “Sotto la pioggia” di Pitchaya Sudbanthad è un’elegia a Bangkok, una celebrazione della Bangkok del passato e di quella del presente, un lamento per quella del futuro, inghiottita dalle acque come una Venezia dell’Oriente.

    Non cercate una trama lineare nel romanzo di Pitchaya Sudbanthad. Perché non c’è una trama, ci sono personaggi che vivono in questa città, che compaiono in un capitolo e ne sono il centro, ne escono, lasciando il posto ad altri in un altro tempo, vi rientrano ed intanto il tempo è passato, noi li riconosciamo per alcuni tratti che li caratterizzano, e la città pulsa di vita insieme a loro, cambia insieme a loro, decade insieme a loro.

    Il primo capitolo è il più enigmatico. Una figura femminile ancora senza nome si avvicina ad un edificio alto, quasi una torre. Comprendiamo che lì sono i suoi ricordi, ma lei non entra, non li affronta. Più tardi la riconosceremo in Nee, la ragazza coinvolta nei movimenti studenteschi del 1973 e poi in quelli del 1976 in cui muore il giovane da lei amato e che, più tardi, dopo essere diventata una sorta di guardiana tuttofare degli appartamenti della torre e istruttrice di nuoto dei bambini che nuotano nella piscina condominiale, sarà l’amante di Samarty, il fotografo ritornato da Londra per far visita alla madre. Perché la famiglia di Samarty (Sammy nella sua esistenza inglese) possedeva la casa di cui solo la facciata era stata mantenuta, lasciando il posto alla costruzione della torre, inserendola armonicamente in questa.


     Ecco il tema della casa, caro alla letteratura inglese, la casa protagonista quanto Bangkok, simbolo di questa, specchio di un passato che ha il fascino delle cupole dorate dei templi, della Bangkok che molti continuano a chiamare con un nome difficile che sa di gloria, Krungthep.

    In Giappone la sorella di Nee ha aperto un ristorante di cucina thai- c’è un altro profumo che, più di quello del cibo, ci riporta nel paese che si è lasciato? Il colonnello contro cui gli studenti hanno manifestato nel 1973 e nel 1976 lo sa bene e, nell’esilio giapponese, frequenta il ristorante- Nee troncherà i rapporti con sua sorella quando lo verrà a sapere.

    Indietro, indietro nel tempo, sul finire dell’800, un medico arriva nella missione di Bangkok, resterà sconvolto da un incidente che avviene sulla gigantesca altalena rossa, si ammalerà di colera, solleciterà un trasferimento. Resterà a Bangkok.

   Un anziano jazzista americano va a suonare per gli spiriti nella casa della madre di Sammy.

   Un operaio muore durante la costruzione della torre.

   Una coppia acquista un appartamento- la figlia riapparirà tempo dopo, molte storie dopo.

   Due amiche si incontrano, sono giovanissime, avranno destini diversi, il figlio di una si barrica in una stanza…anni dopo lo incontriamo ancora, quando è diventato medico.

   E intanto le imbarcazioni scivolano sul fiume, i pappagalli gracchiano, i monsoni arrivano con regolarità o forse sempre più violenti, le strade si allagano, la lente che punta sul futuro vede inclinarsi i grattacieli, la gloria della nuova Bangkok, il livello delle acque che sale, che inghiotte la città, che sommerge l’oro dei tetti. Chi può sfolla nei terreni in alto, la Bangkok che conosciamo non esiste più, al suo posto Krung Nak, non più Krungthep la città degli angeli ma la città dei fantasmi. Il cambiamento non riguarda solo lei, la scienza che non ha saputo salvare la città rende possibile una fantascientifica eternità per le persone.


     Un libro che contiene la storia della capitale della Thailandia riuscendo anche ad accennare alle sue origini, dopo che la vecchia capitale, Ayutthaya, fu rasa al suolo dai birmani nel ‘700, geniale nell’impianto narrativo che riesce ad armonizzare i diversi filoni, poetico, visionario, gloriosamente evocativo. E se nelle sue pagine c’è un avvertimento del pericolo incombente sulla città, dovuto al cambiamento climatico, c’è anche, però, la fiducia che qualcosa della sua grandezza resterà- proprio come è successo ad Ayutthaya.

      Indimenticabile.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook

la recensione e l'intervista che seguirà a breve saranno pubblicate su www.stradanove.it

credit Christine Lee


domenica 8 novembre 2020

Maja Lunde, “Gli ultimi della steppa” ed. 2020

                                                                          vento del Nord

              distopia   warning novel

Maja Lunde, “Gli ultimi della steppa”

Ed. Marsilio, trad. Giovanna Paterniti, pagg. 504, Euro 20,00

   1882. San Pietroburgo. L’appassionato zoologo Michail Aleksandrovič riceve dalla Mongolia i resti di un cavallo selvatico, del cavallo primigenio, quello che ritroviamo nelle antiche pitture rupestri e che è stato considerato come una specie estinta. È l’inizio di un sogno- recarsi negli altopiani della Mongolia alla ricerca del mitico takhi.

    1992. Mongolia. Karin, veterinaria tedesca che ha iniziato ad amare i cavalli selvatici quando li ha visti, da bambina, nella tenuta di Hermann Gőring, arriva nella riserva di Hustajn in Mongolia per realizzare un altro sogno- riportare nel loro ambiente alcuni esemplari di takhi per attuare un progetto straordinario di salvaguardia naturale. Ma riusciranno i cavalli ad ambientarsi e a sopravvivere, abituati ad essere curati e protetti dagli uomini?

   2064. Quello che era il parco faunistico di Heiane, in Norvegia. Il vecchio mondo, quello in cui viviamo noi lettori, non c’è più. Questo è il mondo che è passato attraverso “La storia delle api” e “Il libro dell’acqua”, i due romanzi precedenti di quella che sarà la quadrilogia di Maja Lunde.

Eva e la figlia quattordicenne Isa vivono- o sopravvivono- in una fattoria isolata, razionando il poco cibo che riescono a procurarsi, temendo i furti di ‘viandanti’ (i disperati in fuga dalla siccità del sud dell’Europa) e di un paio di vicini prepotenti e violenti. Hanno ancora alcune bestie, un paio di mucche che producono latte, alcune capre, delle galline. Soprattutto hanno due takhi- Eva farebbe qualunque cosa per mantenere in vita i cavalli selvatici, gli ultimi rimasti.

    Non è in questo ordine che si dipanano i tre filoni narrativi del romanzo di Maja Lunde, anzi, il primo, con cui il libro inizia, è quello del distopico futuro ormai alle porte, è quello da cui la scrittrice vuole metterci in guardia (come ha già fatto nei due precedenti romanzi), assumendo il ruolo che in qualche maniera dobbiamo riconoscere alla letteratura- di servirci da guida, di invitarci alla riflessione, di essere il nostro terzo occhio sul mondo che ci circonda. Un mondo che corre verso il baratro. La storia di Eva ed Isa, della loro lotta quotidiana per procurarsi l’essenziale, ha su di noi un impatto fortissimo. Avvertiamo uno scoramento, siamo tentati di dire a noi stessi che no, non succederà così. Dentro di noi, però, con l’esperienza di quanto stiamo vivendo in questo 2020, sappiamo che è uno scenario per niente improbabile.

   La storia di Eva ne contiene altre due. Una è nelle lettere che Isa scrive al ragazzo ‘della porta accanto’ che è andato via con la famiglia, sempre verso Nord, in cerca di non si sa che cosa si possa trovare. Isa e il suo primo amore che non ha avuto neppure il tempo di sbocciare, quasi che anche questo- l’incanto dell’amore adolescenziale- sia qualcosa che sarà precluso in futuro.

   L’altra storia è quella di Louise, la viandante a cui Eva offre ospitalità. Chi ha letto gli altri libri di Maja Lunde ricorda di certo la bimba Lou, fuggita con il padre da una terra spaccata dalla siccità nel Sud della Francia. La sua ricomparsa è un modo per allacciare i libri, per riaffermare una tematica comune, proprio come lo è l’aver mantenuto l’impianto narrativo dei diversi filoni. E peraltro solo una lettura superficiale può dare l’impressione che l’interesse e la salvaguardia dei takhi sia l'unico collegamento tra i tre filoni de “Gli ultimi della steppa”- altre tematiche servono da rimando da una storia all’altra.


Se la storia di Eva è un’esaltazione della solidarietà e dell’affetto tra donne, capaci di affrontare tutto quando sono insieme (anche il tremendo parto di Louise), il legame amoroso tra Michail e l’esploratore che lo accompagna nel viaggio (sfumato con pudore ottocentesco) è un’altra faccia del volto dell’amore, mentre l’anaffettività e la profonda solitudine interiore di Karin la separano dolorosamente dagli altri personaggi. Che però sono tutti legati dal comune amore per i cavalli selvatici, tratteggiati con la loro personalità e i loro comportamenti che annodano un filo che li unisce agli uomini- la nascita difficoltosa di un puledro ci emoziona come quella del maschietto di Louisa e, quando un cavallo si ammala o un altro muore, soffriamo quanto i personaggi del romanzo. Perché noi non esistiamo da soli, siamo un tutto unico- uomini, cavalli, api, la natura-, c’è un’interazione che è come una catena di cui nessun anello deve essere spezzato. Pena la fine di tutto e di tutti, un futuro che ci minaccia se non interveniamo.

     Sullo sfondo di queste storie, una Norvegia che sembra essere ‘l’ultima spiaggia’ e un’affascinante Mongolia: un libro da leggere.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



 

 

 

domenica 17 novembre 2019

Amitav Ghosh, “L’isola dei fucili” ed. 2019


                                                       Voci da mondi diversi. India
       warning novel

Amitav Ghosh, “L’isola dei fucili”
Ed. Neri Pozza, trad. Anna Nadotti e Norman Gabetti, pagg. 315, Euro 18,00

      L’eterno significato dei miti. Siano essi i nostri, quelli che conosciamo bene- Icaro che si brucia le ali avvicinandosi troppo al sole, la maga Circe, Scilla e Cariddi e tutti gli altri-, sia quelli a noi niente affatto noti. Come il mito bengali di Manasa Devi, la dea dei serpenti e di altri animali velenosi che è il perno attorno a cui ruota il nuovo romanzo di Amitav Ghosh.
     “L’isola dei fucili” inizia con due parole, quella più banale di ‘viaggio’ (prepariamoci a partire con il protagonista, l’antiquario di libri Deen Datta, in un viaggio ricco di avventure e di significati che ci porterà da Brooklyn a Calcutta, a Los Angeles e a Venezia) e quella intrigante, bundook, che significa ‘fucile’ in bengali. Ma il nome comune bundook si trasforma nel nome proprio Bonduki Sadagar che si può tradurre come ‘mercante di fucili’.
     Una storia avventurosa, quella di Bonduki Sadagar, di cui ci sono alcune versioni concordanti sulla figura dell’eroe che fugge al di là del mare per scappare da Manasa Devi, infuriata perché Bonduki Sadagar si era rifiutato di diventare suo devoto.
Dopo mille traversie, dopo essere sopravvissuto a mille calamità compreso il morso di una creatura velenosa e l’essere stato catturato dai pirati, Bonduki Sadagar promette di far costruire un tempio per Manasa Devi se lei lo aiuterà a liberarsi. E’ da questo tempietto, nascosto in una foresta di mangrovie nelle Sundarban, che prende l’avvio la storia, altrettanto avventurosa, colma di pericoli, di minacce e di segreti da decifrare, di Deen Datta, l’antiquario che ce la racconta in prima persona.
   C’è un dettaglio, all’inizio di questo racconto, che ci dà un indizio della direzione che prenderà il romanzo di Ghosh. Il tempio del mercante di fucili è ancora lì, nella foresta di mangrovie, ma per quanto tempo ancora? Perché le isole delle Sundarban sono erose costantemente dal mare, stanno scomparendo a poco a poco e, se il livello del mare si continua ad alzare, scompariranno del tutto. E che ne sarà, che ne è della gente che le abita? Stanno già migrando, dovranno migrare in massa. Deen Datta incontrerà a Venezia il ragazzo che aveva conosciuto nella sua visita al tempio, e Rafi è solo uno dei tanti lavoratori bangla sottopagati che fanno funzionare il turismo della città sull’acqua. Destinata a scomparire come le Sundarban se le teredini che stanno invadendo Venezia a causa del surriscaldamento delle acque della laguna continueranno la loro opera di distruzione mangiando dall’interno il legno delle palafitte su cui sorge la città.
foresta di mangrovie nelle Sundarban
      È impossibile cercare di riassumere “L’isola dei fucili”. Le avventure del leggendario mercante si sdoppiano in quelle dell’antiquario, le parole bengali- chiavi di interpretazione della leggenda- si trasformano acquistando un altro significato e segnando una traccia da percorrere per i personaggi, serpenti e ragni velenosi si affacciano dal passato nel presente, gli schiavi acquistati un tempo con le cipree sono sostituiti dai nuovi schiavi che arrivano con i barconi della disperazione e, siccome la seconda metà del libro si svolge principalmente in Italia, non mancano i riferimenti espliciti al razzismo di un nostro noto politico. 
    E soprattutto c’è, nel romanzo, l’allarme per i cambiamenti climatici le cui conseguenze si propagano come onde suscitate dal lancio di una pietra in uno stagno. Riscaldamento globale, tifoni, inquinamento, delfini spiaggiati, moria di pesci, speci di animali che appaiono laddove prima non c’erano cambiando del tutto l’habitat e- proprio come avviene per gli animali- masse di gente che trasmigrano per i centomila motivi che rendono impossibile continuare a vivere nelle terre dove hanno sempre vissuto. Con questi dati di fatto, quale futuro ci aspetta?

    Amitav Ghosh non è nuovo al tema che affronta ne “L’isola dei fucili”. Ne “La grande cecità” si era già posto il problema del silenzio culturale davanti al problema delle conseguenze del cambiamento climatico. Ora Ghosh spezza il silenzio, passa dal libro-saggio al romanzo, perché l’appello del romanzo, attraverso la voce dei suoi personaggi, ha una maggiore risonanza, riesce a coinvolgere più persone. E la prima metà del suo libro è travolgente, ci seduce con il fascino della leggenda esotica del Bonduki Sadagar. Più didattica e giornalistica, con tratti surreali, la seconda parte. Un libro profetico, dopo aver visto le immagini di Venezia in questi giorni.  

lo scrittore è presente oggi a BookCity
Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook

copy Gage Skidmore




domenica 7 maggio 2017

Intervista a Maja Lunde, autrice de "La storia delle api" 2017

                                                        vento del Nord
                                                        warning novel


     Anche Maja Lunde (“La storia delle api”, ed. Marsilio) è di passaggio a Milano, diretta all’evento Chiassoletteraria come Kjell Westö. La incontro in uno di questi giorni di pioggia senza fine di maggio, le dico che non ha fortuna, che in genere non fa così freddo a primavera. “Freddo?”, mi risponde lei. “Per voi questo è freddo?”. Non so se sia più fortunata lei, a cui basta venire al sud per sentire caldo, o io che mi lamento di queste giornate insolite ma che non sopravvivrei se dovessi abitare in un paese dalle temperature rigide per la maggior parte dell’anno.

Affascinante. Intrigante. Preoccupante. Da far paura. Il suo romanzo è tutto questo e mi è piaciuto molto. E’ un romanzo su tre piani temporali diversi. Mentre lo scriveva, quale era ‘il presente’ per lei?
   Domanda interessante. Penso che fosse il 2007. Nella prima stesura del romanzo ho scritto ogni storia separatamente dall’inizio alla fine perché la lingua è diversa in ognuna di loro. Avevo in testa tutta la storia, era un grande quadro, avevo pensato a tutto prima, ma dovevo scrivere ogni filone separatamente. E, scrivendo, ho pensato che io ero nella storia al presente, nel 2007.

I narratori sono due uomini e una donna. Perché ha sentito che fosse ‘giusto’ avere una donna a raccontare nel 2098?
arnia di Langstroth
    Be’, semplicemente, George e William dovevano essere uomini. Erano ispirati da persone vere- William da apicoltori e biologi che vissero nel suo tempo e fecero lo stesso lavoro che faceva lui, ad esempio Lorenzo Langstroth, quello che è citato in una lettera nel romanzo. Io mi sono ispirata a questa storia. Quindi William era un uomo da subito. Quanto a George, mi sono ispirata ad un uomo che era stato intervistato nelle ricerche sulla Sindrome dello Spopolamento degli Alveari. Avevo visto un documentario sulla perdita delle api che mi aveva spaventato. Nel documentario venivano intervistati degli uomini che avevano delle fattorie da sempre, che le avevano ereditate da genitori e nonni, e la loro vita era devastata dalla possibile perdita di tutto il loro lavoro. C’era terrore nei loro occhi, erano uomini di poche parole. Quindi George era un uomo, per forza. E Tao…era una donna, non ho scelto, lei era lì, nella mia mente. Volevo scrivere di una donna, volevo genitori e figli nel mio libro ed essendo io una madre, volevo una storia con una madre. A volte non si sceglie, è così.

Come è iniziato il libro?

   Ho un master in filmografia, sono scrittrice di copioni cinematografici, ho scritto libri per bambini e ho pensato che volevo scrivere un libro per adulti e però non trovavo la storia. Niente mi intrigava. Io mi preoccupo di quello che stiamo facendo al pianeta, la natura mi interessa, e poi ho visto quel documentario e da allora ho avuto l’idea del libro sulle api che morivano. Ho messo da parte le altre idee e non ho detto niente a nessuno. Non ho esitato, sapevo che volevo scrivere di questo. Era un tema così ricco di ispirazione e così spaventoso, e anche le ricerche lo sono state.

Pensando al genere del suo romanzo, l’ho collocato tra i ‘warning novels’, i romanzi di avvertimento che ci mettono in guardia sulla direzione verso cui conduciamo il nostro mondo. Era questa una sua intenzione, mentre lo scriveva?
    I lettori mi hanno detto tre cose su questo romanzo: che li ha commossi perché si sono identificati con la situazione e i personaggi, che è un page-turner e poi mi hanno fatto una domanda: che cosa posso fare per le api? Come si può cambiare qualcosa? E’ una domanda che mi rende felice perché vuol dire che il libro ha fatto venir voglia di agire alle persone. Non ho scritto questo libro come avvertimento, ma se la gente lo legge così, per me va bene.

 Perché Inghilterra, perché U.S.A, perché Cina per le tre ambientazioni?
impollinazione manuale in Cina
   La Sindrome dello Spopolamento degli Alveari c’è stata in molti luoghi ma è negli Stati Uniti che, nel 2007, ha avuto questo nome. Ho cercato di rispettare i fatti quanto più possibile. Gli Stati Uniti, quindi, per l’anno e il luogo della Sindrome. In Cina perché, come ho scritto all’inizio, c’è stata negli anni ‘80 del secolo scorso una moria di api a causa dei pesticidi e hanno dovuto fare l’impollinazione a mano. Su internet si possono trovare le fotografie. E questo mi ha ispirato la storia in Cina. Inoltre, siccome trattavo di problemi globali in una storia globale, dovevo avere l’Europa, l’America e l’Asia. Ho messo anche un accenno all’Australia. In Europa le api non muoiono ancora nella maniera della Sindrome, ma hanno dei problemi, malattie, muoiono d’inverno perché non amano le temperature estreme. Anche i cambiamenti del clima, che pure noi osserviamo, nuociono alle api. Le api sono il nostro termometro: quando loro stanno male, stiamo male anche noi.


Le tre storie sono storie di fallimenti a parecchi livelli. Per fortuna nel caso di William e di George il rapporto padre-figlio migliora mentre la situazione peggiora, altrimenti l’atmosfera sarebbe troppo cupa. C’è un qualche significato in questo, una sorta di lezione di serrare le fila e collaborare che ci viene dal comportamento delle api?
    Mi piace che abbia letto dentro la storia. Le storie dei genitori e dei figli sono connesse a quella delle api. I genitori vogliono il meglio per i loro figli. William vuole che il figlio sia orgoglioso di lui e però non capisce che cosa il figlio voglia per sé. George vuole che il figlio porti avanti il lavoro della fattoria, pensa che questo sia un bene per lui e invece non lo è. Tutti noi vogliamo il meglio per i nostri figli, diamo loro tanto quanto possiamo, forse gli diamo troppo, compriamo troppo e questo è uno dei motivi per cui le cose vanno male sul pianeta. Quello che noi facciamo è solo per la nostra piccola famiglia. Le api lavorano per l’alveare che è il loro pianeta, lavorano per la comunità. E’ qualcosa che dovremmo imparare da loro. George e William ottengono quello che vogliono quando rinunciano e lasciano decidere ai figli. Succede spesso che noi genitori pensiamo di volere il meglio per i figli ma in realtà abbiamo in mente il meglio per noi e dimentichiamo che i nostri figli sono diversi da noi. E’ difficile aiutare i figli ed è anche difficile essere figli. E’ l’amore più forte che abbiamo ma è difficile.

Ho osservato che tutte le tre storie sono sul rapporto tra genitori e figli maschi. Charlotte, la figlia di William, subentra come sostituta del fratello quando questi delude il padre. Perché questa scelta?

    Le donne sanno essere molto forti: Tao è la più forte dei tre personaggi, l’ho fatta così di proposito. Anche nei nove libri che ho scritto per bambini ci sono delle donne forti. Charlotte è una donna forte e per me non è un sostituto del figlio maschio Edmund. William deve aprire gli occhi e vederla. William avrebbe potuto cercare di raggiungere Edmund, ma incomincia a lavorare con lei, la vede e la apprezza come è. Tutti i figli del libro sono degli eroi.
Ho scritto di figli maschi perché io ho tre figli maschi e questo è un rapporto molto vicino a me. Il piccolo cinese sarebbe potuto essere una bambina, ma quella era la storia più difficile da scrivere. Era difficile per me scrivere del futuro, mi spaventava. Quando ho iniziato a pensare a una madre con un bambino di tre anni e che questo bambino le veniva portato via, la storia mi ha toccato perché anche io avevo un bambino di tre anni ed era lui che descrivevo: mi è stato pesante scrivere quella storia.
Si rallegri, però: nel mio nuovo romanzo ci sono due bambine, ci ho messo un po’ di me da bambina. E’ un romanzo vagamente collegato con questo, il secondo di quella che sarà una quadrilogia sul clima. Sarà pubblicato in Norvegia in ottobre. Il titolo è “Blue”.

Blue come colore o blue come ‘triste’?

Blue sia come colore sia come ‘triste’. E’ un romanzo sull’acqua e sulla perdita di chi amiamo e su genitori e figli.