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mercoledì 31 maggio 2023

Michael Frank, “Cento volte sabato” ed. 2023

                                 Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica

             Shoah

Michael Frank, “Cento volte sabato”

Ed. Einaudi, trad. Marco Rossari, pagg. 256, Euro 19,50

 

    Stella Levi e la ricerca di un mondo perduto, recita il sottotitolo del libro di Michael Frank. Quanti mondi sono andati persi, distrutti, trascinati nel vortice di morte della seconda guerra mondiale. Abbiamo letto tanto di quella yiddishland scomparsa nel cuore dell’Europa, non avevamo ancora sentito parlare del mondo giudeo-spagnolo di Rodi a cui appartiene Stella Levi, così simile e così diverso dagli shtetl della Polonia.

     La narratrice è lei, Stella, nata a Rodi nel 1923, ma c’è un secondo narratore che raccoglie la sua storia ed è quel Michael Frank di cui abbiamo già letto il frizzante “I formidabili Frank”. Per cento sabati, nel tempo del riposo dello Shabbat,  a quasi cento anni (il numero perfetto che si ripete due volte), Stella ha incontrato Michael Frank e ha ricostruito per lui- e per noi, e per se stessa- il mondo della Juderia in cui è nata e cresciuta. E il racconto si fa più vivace, Stella parla, ogni tanto Michael Frank interloquisce, fa domande, chiede spiegazioni, cerca di puntualizzare senza mai invadere l’intimità dei racconti di Stella, senza mai forzarla. Anche se mai Stella si lascerebbe forzare, perché da ogni sua parola avvertiamo la sua tempra, la sua indipendenza di spirito, quella energia vitale che le è servita per sopravvivere e per continuare a vivere, senza mai arrendersi, costruendosi una seconda vita.


   Non è solo il fascino di un tempo lontano e di uno stile di vita più ‘a misura di uomo’ che affiora dalla descrizione della vita a Rodi. È anche l’incanto di un’isola fatta di sole e di luce e di azzurrità in cui gente di religione diversa- greci ortodossi, cattolici, minoranze turche musulmane ed ebrei- aveva convissuto pacificamente per secoli. La famiglia di Stella era numerosa, sette tra fratelli e sorelle. Il maggiore era già andato via da Rodi prima che nascessero le ultime due sorelle, Renée e Stella. Stella racconta, della sorella intellettuale, di quella che preparava il corredo, della raffinatezza di Renée che soffriva d’asma e veniva viziata, della strana usanza della enserradura, delle chiacchiere delle donne nel kortijo, di quando lei, Stella, a quattordici anni aveva preparato la valigia per il giorno in cui sarebbe andata a frequentare l’università in Italia.

     Gli italiani erano arrivati nel 1923 a Rodi. Quando Michael Frank chiede a Stella quale sia la sua ‘lingua dominante’, lei non ha dubbi, ‘Fin dall’inizio ho adorato la lingua italiana’, perché assomigliava alla sua, perché studiava in quella lingua, perché le aveva aperto la mente e il cuore. Gli italiani portarono tante migliorie a Rodi, si fecero amare. Poi furono gli italiani che, nel 1943, stilarono l’elenco dei 1700 ebrei dell’isola che furono deportati dai nazisti.


Passano molti sabati, sabati in cui Stella parla di feste, di cibo, di incontri, di amicizie e di amori con dei giovani italiani, prima che arrivi a parlare delle leggi razziali che le impedivano di frequentare la scuola, del professore che organizzò delle lezioni per gli studenti ebrei (era innamorato di lei? più tardi le dirà che il suo rifiuto di sposarlo era stato il suo più grande dolore), e del fatidico 23 luglio 1944 quando l’intera comunità ebraica di Rodi fu caricata su una nave. La macchina di sterminio tedesca continuava ad operare in una maniera paradossalmente perfetta e assurda. Che cosa poteva essere più assurdamente inutile di quel dispendio di forze e di mezzi per quello che fu il viaggio di deportazione più lungo- da Rodi ad Atene e poi in treno risalire l’Europa fino ad Auschwitz?  Il novanta per cento fu ucciso all’arrivo. Stella sopravvisse.

     Tutti i fratelli e sorelle sopravvissero alla Shoah. Stella parla dei campi, ma è come se volesse gettarsi alle spalle quel ricordo- sia lei sia la sorella si fecero togliere il numero tatuato sul braccio, dopo, quando arrivarono in America dove iniziarono un’altra vita.

    La bellezza di questo libro è nella doppia voce, è nella maniera in cui questa donna eccezionale rivive il suo passato senza fare dell’indicibile esperienza dei campi il nodo focale del suo racconto. Le sue memorie puntano lì, certo, ma c’è anche tanto altro di cui parlare ed è quel tanto altro che forse spiega la sua resilienza- ci vuole intelligenza anche per vivere.

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giovedì 24 febbraio 2022

Max Gross, “Lo shtetl perduto” ed. 2022

                              Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

      Diaspora ebraica
     ucronia

Max Gross, “Lo shtetl perduto”

Ed. e/o, trad. Silvia Montis, pagg. 406, Euro 25,76

    Uno shtetl? Perduto? Quanti ‘goy’, non ebrei, sanno ancora che cosa era uno shtetl? E in che senso perduto?

Ce lo dice Max Gross, giovane scrittore americano, in questo romanzo tra ucronia, commedia, Storia vera e Storia possibile o impossibile.

    Supponiamo che un villaggio ebreo, in un’area lontana dalle vie di comunicazione in Polonia, non registrato su nessuna mappa (le motivazioni per questo ci verranno date nel corso del romanzo), sia sfuggito a tutti i rastrellamenti, si sia sottratto a quella enorme tragedia che è stata la Shoah.

    Immaginiamo un personaggio del tipo di John di “Coraggioso nuovo mondo” di Huxley, di Candide, di Gulliver, dello yankee di Mark Twain, precipitato però, non come questo in un mondo passato ma nel nostro mondo contemporaneo dopo essere rimasto ancorato ad una realtà vecchia di cento anni- si chiama Yankel Lewinkopf questo personaggio, il mamzer, il bastardo, il giovane di cui lo shetl può fare a meno (nel caso gli succeda qualcosa), protagonista de “Lo shtetl perduto”.


   Il romanzo inizia, però, con una storia di amore che amore non è, piuttosto di un matrimonio improbabile fin dall’inizio, tra la bellissima Pesha e Ishmael. Un legame così infelice che, a torto o a ragione, dopo scene da tragicommedia, Pesha chiede il divorzio. Lui glielo rifiuta. Lei lo ottiene e poi fugge da Kerskol per sottrarsi alle sue ire. Scompare anche lui, il marito. E se l’avesse uccisa? Bisogna denunciare il fatto alle autorità.

   Ecco che entra in campo il mamzer che viene mandato nella città più vicina a seguito della carovana di zingari che gli faranno strada.

   Le avventure di Yankel in città sono un piccolo romanzo a sé, esilaranti, ricche di humour- in un certo senso la scoperta di un mondo che Yankel non ha gli strumenti per capire, a cui non è stato preparato attraverso passaggi graduali, è una scoperta anche per noi lettori attraverso la lente dell’ingenuità e della curiosità. Le automobili, prima di tutto. Come fanno a spostarsi da sole? E poi tutto, proprio tutto. Televisori e telefoni, lavatrici, capi di abbigliamento a dir poco scostumati all’occhio di Yankel, Coca-cola e il cibo che gli viene offerto (lui non si azzarda a mangiare nulla: sarà kosher? e che cosa significa kosher, ribattono gli altri) e tutte le centinaia di cose a cui siamo abituati e a cui neppure facciamo caso. La lingua, poi. Yankel parla yiddish, ha solo imparato a memoria un paio di frasi in polacco.


   Finirà che, per un incidente, Yankel è ricoverato in ospedale e diventa oggetto di studio da parte dei medici, proprio come, in seguito, l’intero shtetl diventerà oggetto di studio, quando, in una scena grandiosa, quello che pare un uccello di ferro riporta Yankel a Kerskol. È forse il Messia l’uomo barbuto che lo accompagna?

    Immaginiamo un intero paese che non sa nulla di Ben Gurion, di Israele, di Trump. Non sa niente di niente. Tantomeno sa di Hitler e dello sterminio degli ebrei. Questo è il punto cruciale del libro. Perché la grandiosità del Male è incomprensibile per i buoni ebrei di Kerskol. Yankel aveva liquidato la faccenda giudicandola impossibile- ma come? non ci sono più ebrei in Polonia? in Europa? Solo il sopravvissuto con i numeri tatuati sul braccio (un altro piccolo romanzo dentro il romanzo), che arriva in paese e racconta storie che spaventano i bambini, riuscirà in parte a convincerli. Solo le fotografie delle cataste di cadaveri ci riusciranno. E qualcuno finirà quasi pazzo dopo aver appreso della Shoah.


   Si metteranno in moto i meccanismi per colmare i cento anni di arretratezza per portare Kerskol nella contemporaneità. È davvero a loro vantaggio?

Nel frattempo, mentre una piccola rivoluzione è in atto a Kerskol, la storia della fuggitiva Pesha (facile indovinare che cosa si sia ritrovata a fare per vivere) prosegue e arriva ad una conclusione, chiudendo il cerchio in un finale disturbante con il ricordo di una Yiddishland perduta.

     Offre molti spunti di riflessione, il romanzo ‘e se…?’ di Max Gross- sul senso di identità e appartenenza, sui valori o non valori della modernità, sulla religiosità e sulla lingua. Soprattutto mette in luce il pericolo di negare la tragedia del passato, perché, mentre scompaiono gli ultimi testimoni, l’enormità di quanto è accaduto può sempre più sembrare impossibile, un’invenzione di menti amanti del macabro.

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lunedì 7 febbraio 2022

Constance Weil Rauch, “La terra promessa di Clara Farber” ed. 2022

                     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

   Diaspora ebraica   

 romanzo di formazione


Constance Weil Rauch, “La terra promessa di Clara Farber”

Ed. Jaca Book, trad. A. Montanari, pagg. 472, Euro 27,55

 

  Una voce dal passato. Una sorta di diario che però non è un diario ma un romanzo fortemente autobiografico. Un punto di vista da lontano, sfuocato, sull’immane tragedia della Shoah- quello della bambina Clara che non ha nessun ricordo della Germania da cui i genitori sono fuggiti nel 1934 per stabilirsi a Recco, la cittadina ligure che avrebbero lasciato nel 1939, dopo la promulgazione delle leggi razziali in Italia, per approdare infine negli Stati Uniti. Un romanzo di formazione duplice, di Clara Clarissima (come viene ripetutamente chiamata- in italiano nel testo-, con un ‘chiaro’ significato nel nome che porta) e del fratello Hans Albert il cui percorso sarà del tutto diverso da quello della sorellina. Un quadro (e potrebbe essere un quadro, secondo la bravura pittorica della madre di Clara, oppure una fotografia, secondo quello che era diventato il lavoro di ripiego del padre, in Germania professore universitario di filosofia) della società americana e degli eventi del ventennio che trascorre tra l’arrivo dei Farber in America e l’ingresso di Clara all’università. Un bozzetto della Little Germany, anzi della Piccola Germania ebraica che si riunisce intorno ai Farber che riescono a formarsi un cerchio di amici a sostituire quelli che hanno perso.

Constance bambina a Villa Palme, Recco

     Attenzione al titolo: qual è ‘la terra promessa’ di Clara Farber? Di certo è l’America, nonostante lo sconcerto che prova quando inizia a seguire un corso di ebraico, perché lo segue una sua amica e non per sollecitazione famigliare. Oskar Farber è ebreo, ma non lo è la moglie e non sono mai stati osservanti. La piccola Clara è sorpresa dalla rivelazione che la Palestina è la terra promessa degli ebrei- niente le farà però abbandonare la fiducia e la riconoscenza verso la terra che li ha accolti, anche se con mille difficoltà. Perché è solo lei, Clara, che avanza gioiosa e luminosa nella nuova vita.

Hans Weil, padre di Constance

Il padre, che ha uno spasmo facciale conseguenza di una malattia, deve ripiegare su un lavoro che lo umilia. La madre riuscirà a vendere saltuariamente dei disegni, il fratello si accontenterà di fare il commesso in un negozio di ferramenta. E per tutti loro la terra promessa rimane, senza speranza, la Germania che hanno dovuto lasciare. O forse perfino l’Italia, con il suo mare blu e l’aria che profumava di fiori e di agrumi.

    I Farber sono stati fortunati, sono sfuggiti alla sorte dei campi di concentramento- quando, dopo la fine della guerra, il diario di Anna Frank arriva in America, è Clara che traccia un paragone. Anna era nata a Francoforte nello stesso suo anno, era fuggita ad Amsterdam con la famiglia invece che in Italia. Aveva fatto la fine che sappiamo. E però il nazismo ha privato i Farber della vita che avrebbero potuto avere, che spettava loro per capacità e impegno. Gli aveva lasciato la vita e basta.


    La parabola dell’ebreo errante si miniaturizza nei traslochi da una casa all’altra a New York, con il ricordo nostalgico di quella Villa Palme a Recco dove il professor Oskar aveva istituito una scuola per ragazzini ebrei, figli di conoscenti ed amici che avevano trovato il modo di metterli in salvo nel paradiso ligure, con l’interruzione annuale, per Clara, nel campeggio mitico a cui era riuscita ad andare con una borsa di studio per quattro anni di seguito, gli ultimi anni dell’infanzia- una ‘casa lontano da casa’ dove aveva stretto nuove amicizie fra giochi, nuotate e attività ricreative.

   ‘La mia lingua è la mia patria’, diceva un romanzo che lessi molti anni fa. È questo il passo più difficile da fare per i Farber. E, ancora una volta, Clara è privilegiata. Le riesce facile imparare l’inglese, correggere la sua pronuncia (dopo essere stata umiliata da un’insegnante che l’aveva astiosamente bollata come ‘la ragazzina straniera’), perché è così giovane, perché è così vitale. È molto più difficile per il padre e la madre che conservano il pesante accento tedesco, più che mai inviso con lo scoppiare della guerra. Per loro continuerà ad essere naturale intercalare delle parole in tedesco nel mezzo di una frase in inglese.

Villa Palme, Recco

    Non ci sono solo i Farber nel libro di Constance Weil Rauch, ci sono i loro amici, c’è l’inizio di una nuova guerra, quella di Corea, in cui muore il primo amore di Clara, ci sono tante piccole storie. E, per finire, c’è la storia di questo libro, di come l’autrice sia stata ‘ritrovata’ quando, nel 2010, Maria Pia Abbracchio e Angelo Reggiani erano diventati i nuovi proprietari di villa Palme, ci sono le fotografie di quell’intermezzo felice dei Weil (alias Farber) sulla costa ligure.

     A fine libro un saggio di Giuliana Bendelli, curatrice del romanzo.

    Da leggere.

Tutte le fotografie mi sono state gentilmente fornite dalla casa editrice

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mercoledì 5 febbraio 2020

Maxim Biller, “Sei valigie” ed. 2019


                                           Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                                    Diaspora ebraica
     Storia di famiglia

Maxim Biller, “Sei valigie”
Ed. Sellerio, trad. G. Agabio, pagg. 161, Euro15,00

      Che cosa contengono le sei valigie del titolo del romanzo autobiografico di Maxim Biller, nato a Praga nel 1960 da genitori russi ebrei ed emigrato con loro in Germania nel 1970? Sono le sei valigie della famiglia Biller composta dal nonno (il tate in Yiddish), la nonna e  i quattro figli, gli ebrei erranti? O sono le valigie che contengono i segreti dei sei capitoli in cui si divide il libro?
Perché questo è un romanzo che ruota intorno ad un segreto, alla domanda per cui l’io narrante (che non è affatto il personaggio principale) cerca una risposta: chi è responsabile della morte del tate, arrestato all’aeroporto di Mosca per contrabbando di valuta e giustiziato poco dopo? Chi lo aveva tradito? Uno dei quattro figli? Forse Dima che, all’inizio del romanzo, torna a casa rilasciato dopo cinque anni di prigione perché si era fatto beccare anche lui con valuta straniera e pronto ad emigrare in Germania? Oppure era stato Lev, il primo dei fratelli a fuggire a Ovest con 40.000 dollari che il tate gli aveva dato e che lui avrebbe dovuto dividere con i fratelli? Lev che da anni non voleva aver più alcun contatto con la famiglia? Oppure era stata la nuora Natalia, che si era accontentata di sposare Dima ma avrebbe voluto sposare il padre di Maxim? Era ed è bella Natalia, era sopravvissuta ad Auschwitz, era diventata una regista famosa. E la madre di Maxim ne era gelosa. Circolavano tante voci su Natalia.

    E poi, forse, dopotutto, il segreto è solo un pretesto ed è il tempo in cui vive questa famiglia il vero protagonista del romanzo. Perché il segreto e la tragica morte del tate sono una conseguenza di questo tempo, di un regime totalitario che instilla la diffidenza, che incoraggia la delazione, che compra i cittadini, con la paura, con il denaro, con le promesse di vita migliore.
E “Sei valigie” è la storia di una famiglia russa e ebrea, ricca di aneddoti che saltano fuori- per così dire- dalle sei valigie, in un lessico famigliare ‘segreto’ e divertente, in una sequenza temporale non lineare ma che si sposta avanti e indietro, con fatti che si svolgono a Mosca, a Praga, ad Amsterdam, Berlino, Zurigo, con una lontana eco che arriva dal Brasile dove è emigrato lo zio Vladimir. A volte i fatti raccontati si ripetono, ma è il punto di vista, ovvero il narratore, che è cambiato e i dettagli non sono sempre uguali. Tutti intelligenti, i quattro fratelli Biller, tutti somiglianti al tate (anche lo scrittore gli assomiglia)- una famiglia “tipica del villaggio ebraico, avida, brutale, sentimentale, paranoide” (lo dice Lev), dove tutti “sono sempre stati così stupidi da credere che il denaro possa salvare la vita, l’anima e tutti gli imperi”. Eppure qualcosa di straordinario questa famiglia deve averlo, se i due esponenti più giovani, quello che era un bambino all’inizio del libro (e che ora vive a Berlino) e sua sorella Jelena (che abita in Inghilterra), sono diventati entrambi scrittori e hanno dedicato entrambi un libro ai ricordi di famiglia.

      Tragico e buffo, ironico e divertente, tutto è incerto, tutti sono sospettati, tutto è il contrario di tutto in questo libro dove quello che importa è sopravvivere. E c’è qualcosa dei personaggi brechtiani (Maxim, l’io narrante, deve fare un compito su Brecht quando va in vacanza dallo zio Dima), qualcosa dell’ingenuità e della furbizia del buon soldato Sc’veik (non è un caso che questo sia il libro che il padre di Maxim sta traducendo impuntandosi su due parole, odore marcescente, che non riesce ad esprimere adeguatamente in russo, attirando su di loro la nostra attenzione) in questo romanzo che è uno spicchio di Storia nella storia di una famiglia.

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giovedì 9 gennaio 2020

Liliana Treves Alcalay, “La luce dell’ambra” ed. 2019

                                                       Casa Nostra. Qui Italia
        Diaspora ebraica
      la Storia nel romanzo

Liliana Treves Alcalay, “La luce dell’ambra”
Ed. Giuntina, pagg.298, Euro 18,00

   Istanbul 1992. Micol, appartenente ad un’antica famiglia sefardita residente a Milano, si è recata in visita ai nonni- conta sull’aiuto di nonno Victor, ex docente di storia medievale, per portare a termine la sua tesi dal titolo Inquisizione e Marranesimo. Religione sotterranea di segreti, misteri e silenzi.
    Lisbona 1597. La famiglia di Manuel Rael (il cognome era Israel prima della forzata conversione avvenuta nel 1492, a Toledo, dopo il primo decreto della regina Isabella) non è serena. Manuel, commerciante di tessuti, è partito per Venezia, ma di lui non si hanno notizie da un po’ di tempo. La figlia maggiore, Ambra dai capelli color tiziano, è promessa sposa ad un cugino che lei accusa di vigliaccheria. È pur vero che tutti i marrani, gli ebrei convertiti, vivono costantemente nella paura, praticano la religione cattolica con una esibizione accentuata perché nessuno possa mettere in dubbio la loro nuova fede- nella casa dei Rael ci sono ovunque crocifissi e inginocchiatoi, sulla loro tavola appare una salsiccia ingannatrice che non è fatta con carne di maiale. E poi, di nascosto, ci si sforza di mantenere le tradizioni ebraiche- il digiuno quando è prescritto (si cucina e si sporcano i piatti perché nessuno se ne accorga), la candela del sabato (nascosta in un orcio), altri piccoli atti rituali che non debbono essere dimenticati. Soprattutto, due lettere dell’alfabeto ebraico, le iniziali delle parole B’ezrat HaShem, Con l’aiuto del Signore, vengono incise, dipinte, o scritte, su ogni manufatto, camuffate sotto fregi o decori, perché siano come una firma, un messaggio segreto, un sostegno consolatorio che solo un altro cripto giudeo può interpretare. È questa ‘firma’ che il cugino di Ambra si rifiuta di continuare a fare per paura dell’Inquisizione. E Ambra non vuole sposare un uomo che manca di coraggio.

     C’è un tenue legame tra il filone del 1992 e quello del 1597. Un quadro che il nonno Victor ha appeso nella stanza di Micol, un quadro che si dice parli e che rappresenta un’antenata, una fanciulla a cui Micol assomiglia moltissimo e che ha un ciondolo d’ambra appeso al collo, una storia d’amore sbagliata per Micol e una, pure sbagliata e apportatrice di tragedia, vissuta quattrocento anni prima, finché il passato si rovescia dentro il presente con un tocco di realismo magico e i silenzi vengono infranti, i segreti e i misteri vengono svelati.
     La narrativa del passato è la più riuscita e la più interessante, per la ricchezza dei dettagli, per una certa qual abilità con cui la scrittrice (studiosa dei canti tradizionali della Diaspora oltre che concertista) dosa la Storia dei marrani, quella segreta e quella ‘in vista’, con un pizzico di avventura, di mistero e di storia d’amore.

     Il romanzo di Liliana Treves Alcalay non ha particolari pregi stilistici, ma riporta alla luce un’epoca di terribile intolleranza religiosa, un tempo in cui la Chiesa cattolica, tramite l’istituzione dell’Inquisizione, si rese colpevole di crimini, crudeltà e abusi nei confronti di eretici, pagani, cristiani apostati- chiunque non aderisse alla religione cattolica. Il filone narrativo che si svolge nel 1597 tra Lisbona e Belmonte, un paesino ai confini tra Portogallo e Spagna, è permeato dall’atmosfera di paura. Paura dei giudaizzanti di lasciar trasparire che, nel profondo, credevano ancora e soltanto del Dio dei loro padri, paura di tradirsi e di essere quindi traditi. Sono pagine di una Storia di cui non possiamo non notare la ciclicità- le delazioni, il rogo dei libri, una terminologia come ‘la purezza del sangue’-, di un antisemitismo che purtroppo ha continue recrudescenze (ne sono una conferma le notizie di cronaca di questi giorni). E che ci fa ricordare che il fanatismo non è solo degli altri.

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mercoledì 29 maggio 2019

Laura Forti, “L’acrobata” ed. 2019


                                                                 Casa Nostra. Qui Italia
                                                                 Diaspora ebraica
         storia di famiglia

Laura Forti, “L’acrobata”
Ed. Giuntina, pagg. 112, Euro 12,00

      Fa veramente l’acrobata, il pagliaccio in un circo, il nipote a cui si rivolge la nonna nelle sue mail raccontandogli un secolo di storia attraverso la storia della sua famiglia in poco più di cento pagine dense, dense di fatti, di dolori, di morti, di fughe, di abbandoni e di nuovi inizi. Eppure abbiamo subito la sensazione che il nipote non sia l’unico acrobata sulla scena. Sono stati acrobati i bisnonni, funamboli su una corda tesa tra la Russia e l’Italia e poi il Cile. Un’acrobata la nonna che sta scrivendo, in equilibrio tra Cile e Stati Uniti e Svezia. Un acrobata suo padre Pepo, quello che ha messo più a rischio la sua vita e ha pagato i suoi ideali con la morte.
     Una fotografia che balza fuori non da un cassetto, ma da un file che si apre sul computer, è l’inizio della corrispondenza che è in realtà un lungo monologo. “E’ lui mio padre?”, aveva chiesto il nipote indicando un ragazzo con un grosso maglione di lana, seduto sulla neve, gli occhi seri, una ruga sulla fronte. “Forse è arrivato davvero il momento che io ceda, che ti racconti”, perché “i ricordi sono come schiaffi, sono zavorra e c’è il rischio che ti facciano affondare”, ma “che può essere una persona senza ricordi?”.

    Pesano i ricordi. E quelli della nonna, che incominciano da lontano, dalla fuga dalla Russia bianca dei suoi propri genitori, convergono tutti verso un giorno, il 15 di giugno 1987. Che cosa è successo quel giorno? Non è facile per la nonna raccontarlo. Eppure non c’è ricordo della nonna che non riserbi un frammento della sua mente al figlio perduto, alla costante domanda se qualcosa sarebbe potuta andare diversamente. E’ come se il figlio, il padre di “totopajazo.com”, avesse preso su di sé la responsabilità di mettere fine a tutte le ingiustizie, al continuo peregrinare della sua famiglia. In Italia dapprima. Poi Mussolini e le leggi fasciste li avevano costretti ad un nuovo esilio. Il Cile, dunque. Con il terribile terremoto del 1939, subito dopo il loro arrivo. Ancora in fuga, ancora in esilio, dopo il golpe del 1973. È da questo momento, con la serie di scuole militari frequentate da Pepo, che  questi prende il cammino che lo porterà alla tragica fine. A quel 15 giugno 1987.
"L'acrobata" sul palcoscenico
      C’è tutto il dolore del mondo concentrato in queste pagine di Laura Forti. Il dolore taciuto, quello che i pagliacci con una lacrima dipinta sul viso color gesso camuffano con i loro lazzi e una pallina rossa sul naso. Il dolore dei pogrom, delle discriminazioni, delle fughe e della paura. Il dolore di sentirsi senza identità e di doversene ricreare una in ogni nuovo approdo. Il dolore della perdita- aveva dovuto lasciare indietro una figlia, la nonna che scrive, e poi aveva sentito il figlio allontanarsi da lei su un percorso dove lei non poteva seguirlo. Perché Pepo non era fuggito ancora per mettersi al sicuro? Perché era rimasto a Santiago? Per lui, per suo figlio, per totopajazo, per interrompere le fughe e gli abbandoni. Per non lasciarlo da solo nell’ingiustizia e nel pericolo.
     “Grazie per quelle lacrime, totopajazo.”, sono le parole che chiudono questo libro che nasce dalla storia vera del cugino della scrittrice. Esemplare.

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sabato 22 dicembre 2018

Ronaldo Wrobel, “Il romanzo incompiuto di Sofia Stern” ed. 2018


                                                                  Diaspora ebraica
                                                             seconda guerra mondiale
             noir

Ronaldo Wrobel, “Il romanzo incompiuto di Sofia Stern”
Ed. Giuntina, trad. V. Barca, pagg. 210, Euro 17,00

     Germania 2008. Durante gli scavi per la costruzione di un supermercato ad Amburgo viene scoperto il bunker di una banca- nelle cassette di sicurezza ci sono gioielli lì depositati prima o durante la seconda guerra mondiale. Non sarà facile rintracciare i proprietari e individuare chi li reclama senza averne il diritto.
     Brasile 2013. Sofia Stern, che vive a Copacabana con il nipote, è arrivata in Brasile da Amburgo con un visto temporaneo nel 1938. A tratti è lucidissima e a tratti mostra segni di un inizio di Alzheimer- dimentica nomi, lascia la finestra aperta, parla in tedesco. Una volta ha detto che Sofia era morta. Una volta si è persa nella strada in cui abita da settant’anni. Una volta scompare per davvero. E’ così che il nipote digita il nome della nonna in un sito di ricerca di persone scomparse. E’ così che arriva la telefonata dalla Germania: la proprietaria dei favolosi gioielli, la ventenne Klara Hansen morta nel novembre del 1938, aveva spillato insieme ai contratti di acquisto una lettera in cui nominava sua erede l’amica Sofia Stern. La vecchia signora un po’ svanita che ora vive in Brasile deve dimostrare di essere quella Sofia Stern.

     Germania 1933-1938. Il racconto degli anni dell’ascesa del nazismo- gli anni della giovinezza di Sofia, quattordicenne nel 1933- salta fuori da un quaderno marrone trovato per caso dal nipote. E’ il diario della nonna, ma la narrazione è in terza persona e non sono le pagine lette ad essere trascritte, piuttosto filtrate attraverso la voce di Sofia Stern. Si incomincia con la sua amicizia con Klara Hansen, emarginata a scuola quanto lei, Sofia. Sofia perché ebrea, Klara perché povera. Ognuna delle due ha un dono- Sofia ha una bella voce e un orecchio musicale, Klara disegna magnificamente. Nel loro dono c’è anche il loro futuro. Rimasta orfana, Sofia canterà nei locali notturni, sarà conosciuta come ‘la Stella Polare’, un gioco di parole con il suo cognome. E pur essendo innamorata dello scapestrato Hans, il fratello comunista di Klara, si prostituirà, perché in qualche maniera bisogna pur vivere quando il marco ha perso ogni valore. Klara, invece, si farà un nome come sarta dal grande estro e aprirà un atelier con la madre: le signore della migliore società di Amburgo vorranno essere vestite solo da lei.
     C’è molto, moltissimo d’altro nella narrativa centrale del romanzo di Ronaldo Wrobel. La storia di un’amicizia proibita tra una ragazza ariana e un’ebrea diventa una storia di lealtà, dei limiti che si è disposti a superare nel nome di questa amicizia che è simile all’amore nella totale identificazione dell’una nell’altra, nell’accettazione cieca dei comportamenti dell’una o dell’altra. Sono Sofia e Klara le due protagoniste assolute. Intorno a loro ruotano gli uomini, il nobile ‘fidanzato’ di Klara che ha già pronta una fidanzata più consone al suo stato sociale non appena Klara resta incinta, e l’impetuoso Hans, perennemente in fuga, del cui amore non ci si può fidare. Quanto alla Storia- c’è anche quella nel diario della nonna, nel racconto di Sofia.
La Storia entra in sordina, è la Storia vissuta da due ragazze che non hanno neppure vent’anni, oppresse da una minaccia della cui portata non sono in grado di rendersi conto pienamente. Discriminazioni, saluti con il braccio teso, spille con la croce uncinata di cui ci si vergogna ma che si devono indossare, il programma Lebensborn che Klara dovrà subire, la Notte dei Cristalli. E’ con la notte del 9 novembre 1938 che si chiude il racconto del passato in Germania. Di quello che segue abbiamo già saputo negli intermezzi. Della fine del romanzo incompiuto di Sofia Stern sapremo adesso, nelle ultime pagine. Colpo di scena. Sorpresa che chiude questo romanzo molto bello che mescola i generi, inclusi quello del noir e della love story, per tracciare un vivido quadro della Germania alla vigilia della guerra. 

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lunedì 16 aprile 2018

Nathan Englander, “Il ministero dei casi speciali” ed. 2007


                                           Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
     Diaspora ebraica
  la Storia nel romanzo

Nathan Englander, “Il ministero dei casi speciali”
Ed. Mondadori, trad. Silvia Pareschi, pagg. 389, Euro 18,00

Buenos Aires 1976. Il lavoro di Kaddish Poznan è quello di cancellare, su commissione dei discendenti, il nome dalle lapidi del cimitero ebraico in cui sono sepolti prostitute e ruffiane. Lui stesso è, letteralmente, un figlio di puttana, sua moglie fa l’assicuratrice, il figlio Pato è studente. Quando la junta militare prende il potere, Pato viene arrestato e scompare. Inizia il pellegrinaggio dei genitori nelle stazioni di polizia, poi al Ministero dei Casi Speciali: di lui non resta traccia. In una famiglia il dramma di un intero paese.


INTERVISTA A NATHAN ENGLANDER, autore de “Il ministero dei casi speciali”

     Se non ci fosse l’elemento del grottesco, se non ci fossero il paradosso e l’ironia che capovolge il senso di quanto è scritto, la lettura del romanzo “Il ministero dei casi speciali” di Nathan Englander risulterebbe troppo dolorosa, con una storia ambientata durante la dittatura militare in Argentina, sotto un governo le cui vittime avrebbero avuto il triste privilegio di essere ricordate come “desaparecidos”- non morti, ma scomparsi senza lasciare traccia, come non fossero mai esistiti. Ironico il nome del protagonista, Kaddish, come la preghiera ebraica per un defunto. Quando il rabbino gli aveva dato questo nome, l’augurio era stato che potesse essere colui che piange piuttosto che colui che viene pianto: non sapeva che sarebbe stata una sorta di profezia, che Kaddish avrebbe pianto la perdita di un figlio per cui non avrebbe potuto pronunciare il kaddish, in assenza di un corpo. E per cognome gli aveva dato Poznan, come la città che aveva insegnato che il figlio di una prostituta va a finire male. Perché Kaddish è un figlio di puttana- chi altro accetterebbe di profanare delle tombe, cancellando per soldi dei nomi dalle lapidi? Anche quelli che gli commissionano di farlo sono dei figli di puttana, arricchiti però, e che, visto i tempi che corrono, vogliono far scomparire il loro passato. Uno di questi, un chirurgo plastico, offre a Kaddish, a mo’ di pagamento, un intervento per modificare il suo naso e quello della moglie, ed è a questo punto che il grottesco si aggiunge all’ironia, caricando di metafore il significato della vicenda. Non c’è un naso che gira per la città, come in Gogol, ma un intervento riuscito bene e uno (quello sulla moglie di Kaddish) tremendamente male che trasforma la povera Lillian in pagliaccio, con il naso che si stacca per il gran piangere dopo la scomparsa di Pato. Alla seconda operazione Lillian diventa bellissima eppure si dispera: il suo vecchio naso era uguale a quello del figlio, adesso non può neppure più vedere suo figlio nel riflesso che lo specchio le rimanda di lei stessa, ed è come se lei avesse ucciso suo figlio. E se il lavoro di Kaddish è, su piccola scala, lo stesso di quello di un governo che distrugge certificati di nascita e documenti di ogni tipo attestanti l’esistenza di una persona, l’alterazione di tratti somatici squisitamente familiari è preludio a quella grossa bugia dei bambini rubati, i figli dei desaparecidos sottratti ai loro genitori.

     Quando poi Kaddish e Lillian iniziano a girare per le 52 stazioni di polizia e i sette ministeri per arrivare al Ministero dei Casi Speciali, la narrazione assume una sfumatura kafkiana tinta da reminiscenze orwelliane nelle attese senza fine, la ricerca dell’ufficio giusto, gli intralci assurdi della burocrazia, la scoperta- infine- che si può continuare a bussare a quelle porte per anni senza mai avere una risposta chiara. E, dopo il naso, dopo la bocca che parla per dire menzogne, è la volta degli occhi e degli orecchi a colmarsi di significato: “Apra gli occhi e guardi in alto”, dice il rabbino a Lillian. “Non sono angeli, quelli che vedrà. Sono corpi che piovono giù dal cielo.” Lillian non può capire, ma con Kaddish un pilota ubriacone è più esplicito: “Vorrei essere cieco. Sono io il mostro che li butto in mare. Ne ho uccisi tanti. Potrei avere ucciso anche suo figlio”. E vorrebbe anche essere sordo, per non sentire più il tonfo dei corpi che cadono in acqua.
Non può che avere un finale paradossale, ironico e grottesco insieme, la storia dell’uomo destinato a piangere la morte di qualcuno fin da quando è nato. Quando Lillian paragona Plaza de Mayo ad un’arena romana, dove il governo ha occupato tutti i posti mentre il resto del paese è rimasto giù insieme ai leoni, ci viene da pensare che, se puntassimo il dito su un mappamondo che gira, ci sarebbe una Plaza de Mayo ovunque questo si fermasse. Stilos ha intervistato Nathan Englander, che è nato nel 1970 a Long Island, è cresciuto a New York, ha vissuto a lungo a Gerusalemme ed ora è tornato in America.



Lei è nato nel 1970 e quindi non può ricordare gli anni della dittatura argentina. Quando si è destato il suo interesse per quegli avvenimenti?
     La risposta più semplice da dare è che questo è un libro sulla verità: ho cercato di impostare la mia narrativa sulla verità. Ho cercato le risposte alle mie domande viaggiando e, quando ho incontrato, nel 1989 a Gerusalemme, delle persone che sono poi diventate mie amiche, mi sono reso conto di quanto io fossi diverso: avevo incontrato delle persone i cui giorni, nella gioventù, erano stati formati dalla politica. Per me, giovane e americano, la politica era una cosa lontana. Questo è un libro di interazioni; un libro non viene mai da un’unica idea ma da un numero infinito di luoghi- magari allora non me ne sono reso conto, ma adesso sì. Questo libro può essere considerato una metafora di Gerusalemme- sono un grande amante delle città che vanno in pezzi. Nel 2000 ero a Mantova con Amos Oz e David Grossman, eravamo felici perché sembrava la pace fosse vicina, e invece poi è iniziata la seconda Intifada. Questo è un libro sui sentimenti che si provano in seno ad una comunità, è anche una metafora di Gerusalemme ed è nato dalle storie dei miei amici argentini che mi hanno raccontato che cosa è successo e delle loro esperienze.

Il suo libro precedente è del 2000, perché ci è voluto così tanto tempo per scrivere questo secondo libro?
    Sarei un vigliacco se mentissi e dicessi che la vicenda mi ha catturato e trascinato via. No, è stato un lavoro pensato a lungo. Nella mia vita la cosa più importante è scrivere, sono uno che lavora giorno e notte, sette giorni alla settimana, che si dedica interamente alla scrittura. Per me questo libro ha voluto dire riuscire a fare quello che sembrava impossibile, riuscire ad arrivare dove non avrei mai pensato di arrivare. E’ vero che ho chiuso gli occhi e ho visto il finale all’inizio del lavoro, però quando si è trattato di scegliere, di correggere, di capire, di costruire la figura di quest’uomo che lavora nel cimitero, è stato un impegno che ha richiesto dieci anni della mia vita. E tuttavia sarei pronto a dedicarci altri dieci anni se fosse necessario. Forse questo è il tipo di lavoro che fai una volta sola nella vita. Mi sento come se fossi uscito dalla boscaglia dopo esservi stato nascosto per dieci anni, ma c’era bisogno di questo, doveva passare tutto questo tempo per riuscire a scrivere questo libro.

Il romanzo incomincia con i due cimiteri: l’idea dei cimiteri separati da un muro sembra talmente paradossale da non poter essere vera. E’ vera?

      La storia dei cimiteri è vera. Quando stavo scrivendo il libro, di proposito non sono voluto tornare in Argentina, dove ero stato nel ‘91, per fare ricerche, ma c’erano al tempo case di prostituzione e protettori, niente di glorioso, vite miserabili- c’erano, insomma, queste donne ebree che hanno esercitato la professione e la comunità le ha obbligate a farsi un cimitero a sé stante. La classe media emergente dell’Argentina ha avuto un sussulto di vergogna per le sue origini e ha deciso di emarginare le prostitute e i ruffiani. Questa storia mi aveva molto colpito: si può infliggere una punizione ad una persona ma è tremendo infliggere una punizione eterna. Emarginare qualcuno per l’eternità è terribile. A marzo di quest’anno sono andato a Buenos Aires e ho visto il cimitero: assomiglia moltissimo a quello che io ho descritto nel libro.

Lapidi che vengono alterate, nasi che vengono cambiati: come si allacciano questi due temi? C’è molto humour ebraico nella maniera in cui tratta il topos del naso…
     Dal punto di vista narrativo ho cercato di spiegare che le storie non sono mai univoche, che il governo può raccontarti la sua storia e la stessa cosa la può fare la famiglia o la religione. Tutti ti raccontano la loro storia e queste storie vengono modificate, emendate, secondo come è meglio che vengano raccontate. Questo tema allora si allaccia a quello della chirurgia plastica: se cambi faccia, cambia anche la tua storia. Parlare della vicenda di Kaddish e Lillian che si fanno operare al naso era anche un’occasione per prendermi una pausa dalla vicenda principale, dal dramma del figlio scomparso. Ho preso a prestito la frase di Borges, “se perdi la tua faccia, è come un assassinio”. Mi serviva proprio per fare dell’umorismo sul topos del nome.

Il personaggio principale del libro è il simpatico e coraggioso Kaddish Poznan e tuttavia il ragazzo scomparso, Pato, è più vicino a Lei per età: quali sono stati i suoi sentimenti verso questi due personaggi, uno più anziano e uno più giovane?
     E’ inevitabile che io mi senta inestricabilmente legato a questi due personaggi e non avverto alcuna distanza né da quello più vecchio né da quello più giovane. Romanticamente uno potrebbe pensare che ti siedi lì e butti giù la bozza intera del libro. Non è così: ho cercato di concentrarmi sulla realtà, sul realismo che un autore deve avere in testa quando parla di un rapporto di questo genere. Sono riuscito ad avere distanza zero: so dove mi trovo io nello spazio e nel tempo e so dove si trovano i miei personaggi; quale sia poi il collegamento tra il mio spazio e quello del libro non ha nulla a che fare con me. Pensavo che questo fosse un libro sulla “guerra sporca”, sull’habeas corpus, sulla comunità ebraica, ma poi mi sono reso conto che è un libro sul rapporto padre e figlio. Le ultime righe del primo capitolo sono lo sforzo di Pato per dire a suo padre che lo ama, ma non lo dice direttamente, non riesce a riconoscere il suo amore per lui: forse rappresenta il dolore che anche io ho dentro di me. Non importa se l’abbia pensato o no, questo è un libro su tanti argomenti e poi essenzialmente è un romanzo su un padre e un figlio e una madre, su loro tre più che ogni altra cosa.


Ecco, un libro su un padre e una madre che perdono un figlio: c’è un tocco di comprensione straordinaria della natura umana nella maniera in cui descrive le due diverse reazioni alla perdita del figlio, la madre che deve continuare ad aspettarlo se vuole mantenerlo in vita e il padre che deve dargli una sepoltura per non continuare ad aspettarlo. Rappresentano donna e uomo, madre e padre davanti alla morte?
     Non sono sposato e non ho figli, ho cercato di pensare che cosa volesse dire essere Kaddish ed essere Lillian: penso a loro come uno scrittore. In un senso più ampio, ho cercato di pensare alla fisicità dei due personaggi, la mia è un’esplorazione letteraria di quello che possono avere provato. E’ uno degli aspetti del libro: questa è la realtà, qualcosa accade nel mondo di Kaddish e qualcosa accade nel mondo di Lillian. Volevo vedere che cosa succede quando ci sono due opposte realtà nello stesso mondo, se due realtà possono sopravvivere sotto lo stesso tetto. Volevo trattarli entrambi con grande empatia e farli esistere insieme.

Alcuni personaggi secondari sono molto importanti, ad esempio il rabbino e il prete. Quest’ultimo è disprezzabile e il primo non è molto meglio: sono le istituzioni religiose e l’incapacità che qualunque Chiesa ha sempre mostrato di fermare dei regimi assassini?
     Io scrivo romanzi e mi piace costruire un mondo fittizio: il rabbino è il rabbino e il prete è il prete. Riconosco che poche persone hanno un nome nel romanzo- capisco che, essendo il rabbino e il prete, rappresentano qualcosa. E’ documentato che ci sono state veramente persone così, preti che hanno cercato di estorcere soldi ai genitori. Non denuncio la Chiesa, non mi sento abbastanza sicuro per fare queste cose, ma nel costruire questo mondo, scrivendo il romanzo, punto il dito contro il comportamento della comunità o della Chiesa. Trovo difficile rispondere a questa domanda al di fuori del romanzo. So di fare affermazioni gravi nel romanzo, sulla società che gira le spalle, sul prete, sul rabbino, so di porre molte domande, ma mi è difficile fare grosse affermazioni al di fuori dello spazio del romanzo. E poi ogni lettore porta del suo in un libro: quando mi fanno osservare quello che vi hanno letto, riconosco che è vero, che è una lettura giusta.

Il libro lavora sul tema della dimenticanza, del cancellare il passato, sia quello individuale sia quello collettivo, del riscrivere il passato per adattarlo come ci fa comodo. Non è qualcosa che fanno tutte le nazioni? Non è quello che ha fatto Israele riguardo a quella che i Palestinesi chiamano la Naqba, oppure gli Stati Uniti quando hanno portato la guerra in Afghanistan, o in Europa quando improvvisamente nessuno aveva mai simpatizzato con i nazisti?

    E’ proprio quello che mi ha interessato: ogni nazione si comporta così, ogni nazione si spacca in due nel come raccontare la storia. Quello che mi ha impressionato in Israele è che, poiché la sua esistenza è così precaria, vive più velocemente, tratta anche la sua narrativa in maniera più svelta. Per questo in Israele si è giunti a riconsiderare il passato in tempi più brevi: in America si chiede adesso perdono per la schiavitù, dopo 150 anni! E’ proprio il fatto che Israele abbia riguardato la sua storia passata che mi ha fatto pensare: queste cose vengono usate in ogni paese per nutrire il nazionalismo. Ho cercato di guardare ciò ad ogni livello, si scende alla storia personale, poi a quella della famiglia e a quella della comunità. Ho situato la storia in Argentina perché è un paese che sta creando la realtà nella sua forma più estrema. L’Argentina, facendo scomparire le persone, ha messo le mani nel passato e nel futuro. Uccidere qualcuno significa toglierlo dal presente e negargli un futuro. Ma far scomparire qualcuno significa che lo fai scomparire anche dal passato: è l’estremo di questo. Lo stesso processo avviene quando alteri una storia: da tutte le alterazioni delle storie viene il caos- lo vediamo nella politica più recente americana. E’ di questo che parla il libro: di come vengono alterate le storie e dei problemi che ne conseguono.

Come ha lavorato sulla lingua di questo romanzo?
     In genere ad uno scrittore non piace parlare del lavoro di “artigianato”, a me sì. Sono convinto che il romanzo sia la forma di arte suprema, l’unica che è costruita interamente nella testa. Mi ci sono voluti anni per trovare il registro giusto. Ho scritto in inglese, ma sono certo che, in alcune sue pieghe, suoni abbastanza ebraico o spagnolo, quindi questa costruzione ho dovuto farmela in testa, ho dovuto adattare la lingua alla situazione descrivendo personaggi che vivevano in un certo contesto e in un certo momento… il romanzo è davvero la forma suprema di espressione e la lingua è un simbolo. Lo scrittore ha una responsabilità eccezionale nel creare un mondo con il suo linguaggio e questo mio amore per la parola mi fa lavorare tantissimo, per cercare di estrapolare un universo che sia comprensibile partendo da uno spazio negativo. Trovare la voce giusta per descrivere questo universo mi ha impegnato veramente tanto. Questo è un libro iperrealistico: non è un sogno, non ho inventato nulla. Mi è stata rivolta l’accusa di aver favoleggiato: non è vero, è tutto reale anche se la realtà è spesso incredibile.

Il suo libro precedente era una raccolta di racconti: le è piaciuto cambiare genere, la possibilità di vivere a lungo con i suoi personaggi?
     Moltissimo, ho goduto moltissimo a scrivere questo libro. Mi piace scrivere racconti, ma l’idea di esplorare qualcosa nello spazio di un romanzo era eccitante. Era qualcosa che volevo fare. Per me si trattava non solo di scrivere un romanzo, ma di imparare che cosa è un romanzo: è stata una sfida difficile e incredibilmente affascinante. Userei la parola “artigianato” per il mio lavoro: questo è quello che mi interessa nella vita, so quello che devo fare, so quello che una storia richiede da me. Per me è stata un’esplorazione meravigliosa restare a lungo con i personaggi.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos