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mercoledì 6 novembre 2024

Graham Greene, “L’americano tranquillo” ed. 2024

                           Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

cento sfumature di giallo
thriller politico

Graham Greene, “L’americano tranquillo”

Ed. Sellerio, trad. Alessandro Carrera, pagg. 356, Euro 16,00

    Uno dei più bei libri di Graham Greene, uno dei miei preferiti di sempre- il solo fatto che sia ancora attuale, che si legga ancora con piacere, interesse ed entusiasmo, a settant’anni di distanza, dice già tutto (era il 1963 quando lo lessi per la prima volta e vedere la data che ho scritto in prima pagina mi dà, come sempre, una leggera vertigine).

    Saigon che era ancora Saigon e non Ho-Chi-Min City, agli inizi degli anni ‘50, durante la prima guerra dell’Indocina. Un narratore cinico di mezza età, l’inglese Fowler. Un americano trentenne appena arrivato per una non ben definita missione economica, Pyle. Una giovane e bellissima ragazza vietnamita, Phuong. Questo sarà il triangolo amoroso che offre una delle chiavi di lettura, l’altra è quella che segue una trama da thriller politico. Il quesito è: perché muore Pyle? Chi ha voluto la morte dell’americano tranquillo?


    È questo aggettivo, ‘quiet’, che definisce Pyle da subito e che viene ripetuto più di una volta quando si parla di lui, e c’è un leggero disprezzo in quell’aggettivo, un’ironia che si rivelerà appieno più avanti. Fowler e Pyle sono agli antipodi. Non è solo l’età che li differenzia, è il modo di guardare il mondo, di interpretare la realtà- e forse l’età gioca la sua parte-, è l’esperienza contro una conoscenza acquisita sui libri, il cinismo di chi ha visto tanto e l’ingenuità e l’innocenza di chi ha ancora degli ideali che sono illusioni. ‘L’americano tranquillo’ non è poi tanto tranquillo. È arrivato con l’idea di salvare il Vietnam dal comunismo, con l’intento di portare la democrazia con l’ausilio di una Terza Forza (il ritratto dell’americano è spietato e, leggendo il libro oggi, dopo la tragedia protratta della guerra degli anni ‘70, sembra quasi una profezia), poco importa se questo significa causare danni collaterali. Nella scena centrale del libro, quella che segna una svolta, davanti alla carneficina della bomba fatta esplodere al mercato, gli occhi di Fowler sono sulla madre che siede per terra con il bambino morto in braccio. Pyle è indifferente, sì, gli spiace, ci sarebbe dovuta essere una manifestazione, lui aveva avvisato Phuong di non andare al mercato a quell’ora, come era solita fare. “Prima o poi bisogna scegliere da che parte stare. Se si vuole restare esseri umani”, è la frase che spinge Fowler a prendere una decisione.


    Greene gioca con il tempo in questo romanzo, così come gioca sull’affidabilità del narratore. Sappiamo dal primo capitolo che Pyle è morto e lo sappiamo dalla polizia che viene ad interrogare Fowler sui suoi spostamenti la sera precedente. Lo sospettavamo quando, al rientro a casa, Fowler aveva incontrato Phuong sulla porta- aspettava Pyle, come mai non era tornato? Era da un mese che Phuong viveva con Pyle- enigmatica come sono tutti gli orientali, Phuong aveva seguito il miglior offerente. L’americano tranquillo si era innamorato di lei a prima vista, voleva sposarla e portarla in America, avrebbe visto la Statua della Libertà, i grattacieli. Fowler aveva una moglie in Inghilterra che non voleva concedergli il divorzio. Ed era stato richiamato a Londra dal giornale di cui era inviato.


    Il tempo si riavvolge indietro, all’arrivo di Pyle, al suo primo ballo con Phuong, lui goffo e lei leggiadra, alla scoperta di quella strana polvere bianca che sembra latte in polvere, all’attacco dei Vietminh e ai cadaveri che scendono lungo il fiume a Phat Diem, all’irritante ingenuità di Pyle e alle biciclette che esplodono dentro la fontana.

L’amore confonde le carte. Non lo sa Fowler, non lo sappiamo noi- qual è il vero motivo dietro la morte di Pyle? Altruismo? Egoismo?

     Era ovvio che questo romanzo non poteva piacere agli americani- Graham Greene fu dichiarato ‘persona non grata’ dal governo americano.



 

sabato 14 maggio 2022

Grete Bøe, “Mayday” ed. 2022

                                                                     vento del Nord

           thriller politico

Grete Bøe, “Mayday”

Ed. Longanesi, trad. , pagg. 360, Euro 19,90

 

    L’inizio del romanzo di Grethe Bøe è folgorante. E raggelante, anche letteralmente. Una giovane donna giace nella tundra ghiacciata, forse è ferita e comunque incapace di alzarsi in piedi, e una gigantesca aquila reale volteggia su di lei, cala sul suo corpo, la morde con il becco tagliente. Poi il racconto torna indietro e riprende dall’inizio.

     Bødo. Norvegia. Ylva Nordhal è una delle pochissime donne pilota di aerei da caccia F16. Sarà accompagnata da un copilota americano, John Evans, in una esercitazione orchestrata dalla NATO. Si tratta di una sorta di esame per Ylva, una donna molto sicura delle sue capacità ma in soggezione davanti al burbero americano che è molto più vecchio di lei e ha anche molta più esperienza. Di lui si sa che ha combattuto in tutte le guerre americane degli ultimi anni, che è stato fatto prigioniero in Libia, che non è crollato sotto le torture. È crollato dopo. Il che ha significato la fine del suo matrimonio.


   Da sempre i rapporti tra Russia e Norvegia sono tesi, il confine tra i due stati (lungo 196 km.) è sorvegliato, il filo spinato lo costeggia e la terra di nessuno è un campo minato. La Russia teme quello che pare un assedio da parte delle forze della NATO, è pronta a reagire alla prima mossa sospetta, una terza guerra mondiale è una minaccia continua. E durante il tranquillo volo di Ylva succede un incidente. Casuale o provocato? Un aereo da caccia russo tallona un elicottero di rifornimento norvegese, a Ylva viene ordinato di scortare l’elicottero e a questo punto sembra che il caccia russo ce l’abbia con lei. Un’ala dell’aereo russo sfiora la parte inferiore dell’ala dell’aereo di Ylva (in questo momento è Evans ad aver preso il comando), l’avionica dell’aereo va in tilt, è impossibile guidarlo, impossibile sapere dove si sta dirigendo, impossibile sapere che ha sconfinato…


     Questo è solo il preambolo di una trama gelida e serratissima in cui i due piloti (uno di loro, Evans, è ferito) si trovano a dover fuggire per cercare di raggiungere la Norvegia, inseguiti dagli specnaz (le forze speciali russe) e ad un certo punto anche dai Titani (forze militari private americane). Gli uomini sono i nemici più pericolosi, ma la natura non scherza. Anche se Ylva, la cui madre era sami, si trova a suo agio nella distesa di neve e ghiaccio, è innegabile che le temperature che arrivano a 20 sotto zero, le tempeste di neve, perfino i lupi che fiutano il sangue, siano ostili ai due piloti. E l’americano supponente, che aveva guardato con lieve disprezzo quella che sembrava una ragazzetta, deve ricredersi. I ruoli vengono scambiati. Ylva è la più forte, e non solo perché Evans lotta contro la cancrena, il dolore, la febbre. Ylva è la più forte perché ha la sapienza dei sami, è capace di scavare una truna per ripararsi, sa quello che deve fare per scongiurare un congelamento, ricorre a cantare un joik per calmare Evans, quella nenia sami che la faceva addormentare da piccola.


     Restiamo con il fiato sospeso fino all’ultimo, ancora di più quando sappiamo che da entrambe le parti si vuole che Ylva scompaia dalla circolazione e che Ylva aveva avuto ragione quando, era solo una bambina, diceva che aveva visto un’ombra uscire di casa, la notte che suo padre (pure lui un pilota) era morto. Embolia cerebrale. Avevano detto. Si salveranno i due piloti? Qualcuno schiaccerà il pulsante che farà scoppiare la terza guerra mondiale?

     L’amarezza non è del lettore, perché questo è un ottimo thriller politico. È l’amarezza del cittadino del mondo nel rendersi conto- d’accordo, questo è solo un romanzo, ma i libri servono anche per porre domande e seminare dubbi- di quanto siamo manovrati, di quanto le guerre non siano casuali, di quante persone senza scrupoli siano pronte a scatenare conflitti per proprio interesse. E allora quel titolo, “Mayday”, non è la richiesta di salvataggio lanciata solo dall’F16, ma anche la nostra.

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