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mercoledì 23 settembre 2026

Intervista ad Artur Nuraj, autore di "Dio non uccide" 2026

 



Lei ha detto di aver scritto e pubblicato questo libro anni fa. Lo ripropone adesso, con delle modifiche. Quando è stato pubblicato la prima volta? Aveva un altro titolo? E ci sono differenze sostanziali tra la vecchia stesura e questa?

   È vero, ho scritto questo libro più di vent’anni fa e ho trovato un editore nel 2007, lo stesso che ha voluto fortemente ripubblicarlo. È uscito nelle librerie un anno dopo, con un altro titolo. Tuttavia, il romanzo è stato sottoposto da parte mia a una revisione massiccia, con diversi cambiamenti, in alcuni aspetti piuttosto profondi. La spina dorsale è rimasta intatta; ho cambiato, però, l’impostazione e alcune sfumature che riguardano la strategia dell’indagine. Togliendo alcuni capitoli e passaggi che appesantivano la storia e aggiungendone altri, ho cercato di dare alla narrazione un tono e un peso diversi rispetto a quella precedente. Con questo voglio dire che anche chi ha letto la prima versione ritroverà la “vecchia” storia, ringiovanita grazie a un restyling molto attuale, apprezzandone- spero- il lavoro fatto.

Che cosa l’ha spinta a ‘ripescarlo’? una situazione politica o, più in generale, un’atmosfera simile tra allora e adesso?


    Un po’ tutte e due. Lo scorso anno, più o meno in questo periodo, il mio editore, che ha sempre creduto nelle potenzialità della storia, dopo aver visto un documentario sull’11 settembre mi propose di riprendere in mano il romanzo e renderlo attuale, attingendo naturalmente alla mia esperienza di autore accumulata negli anni. Sicuramente questo rappresenta uno degli aspetti, che possiamo definire romantico”, legati alla decisione di riproporlo. Ma, prendendo atto della situazione delicata e, in alcuni casi, grave che sta attraversando il mondo intero- specialmente il Medio Oriente- ecco che questa storia ritorna più che mai attuale. Al di là dell’affetto che mi lega a questo romanzo, ho cercato naturalmente di farlo con un tono mirato e preciso, senza perdere di vista la sua identità originaria.

I ‘pericoli’, se vogliamo chiamarli così, che si evidenziano in questo thriller tesissimo provengono dalla mafia ucraina e da un’interpretazione estremista della religione musulmana. Iniziamo dalla mafia ucraina: ha sostituito sul campo quello che era stato il dominio della mafia italiana? Ci sono delle differenze tra le due mafie?

    Una domanda intelligente e ben fatta. Direi che i pericoli arrivano sempre dalle cattive intenzioni. Tutti e tre gli aspetti appena citati rappresentano un pericolo rincorrente per la società. Non so dirti se la mafia ucraina, russa, messicana o chicchessia abbia sostituito sul campo quella italiana- sarei la persona meno indicata per farlo-, ma sta di fatto che tutte le organizzazioni criminali hanno un solo scopo: arricchirsi attraverso il crimine. Mentre l’estremismo religioso nasce da una convinzione malata e da una fede inculcata e plasmata in modo sbagliato, ben lontana dalla vera religione e dagli insegnamenti dei testi sacri. 

Credo che Lei, essendo albanese, abbia una conoscenza ravvicinata della religione musulmana e dei conflitti causati dall’estremismo religioso, come ci insegna la Storia dei Balcani. Mi pare che, nel suo libro, Lei evidenzi le due facce dell’Islam- o sbaglio?

la distruzione del ponte di Mostar 30 anni fa

   A essere sincero, io sono ateo. Tuttavia, nutro un profondo rispetto per chi è religioso. Conosco bene la religione musulmana perché in Albania è quella dominante rispetto alle altre. L’estremismo religioso, invece, l’ho studiato e l’ho conosciuto attraverso la stampa e la televisione; più di ogni altra cosa, attraverso la pagina oscura che racconta i conflitti balcanici degli anni ‘90. Non l’ho vissuto direttamente, perché nel mio Paese le religioni vivono in perfetta armonia. Si uniscono persino in matrimonio, mantenendo ognuno la propria religione e rispettando quella dell’altro. Direi che ogni religione, o quasi, ha due facce. La storia ci insegna che ci sono due modi di vivere e interpretare la religione: quello pacifico e spirituale e l’altro fondamentalista e radicale, ispirato a motivazioni politiche ed estremiste

Quante guerre si sono fatte, nella Storia, in nome della religione- anche i cristiani hanno avuto la loro parte, e non da poco. Eppure, come dice il titolo del libro, “Dio non uccide”. Di che cosa si tratta allora? Di una interpretazione dei testi piegata all’intento di mascherare una violenza insita nella natura umana?

    Come ho detto sopra, la religione è fatta di testi sacri, che lasciano una traccia da seguire, ma che, a loro volta, vengono interpretati a seconda di chi li legge e dei propri interessi. Quanto al titolo del libro, direi che è ispirato proprio alle due facce dell’Islam. C’è un Dio che guida l’individuo moralmente, insegnandogli la lotta spirituale contro i propri difetti e la convivenza secondo le leggi civili. E poi, secondo i fondamentalisti islamici, c’è un Dio che rifiuta le leggi umane, applica i testi sacri in modo dogmatico e cerca di imporre la “legge islamica” esclusivamente attraverso il jihadismo: una sanguinosa lotta contro l’Occidente e musulmanesimo moderato. Ma Dio, quello vero, non insegna e nemmeno vuole che si uccida in nome suo. 

Le pagine di apertura del libro sono molto significative- il bambino Mark che ammira lo yataghan nel museo, lo stesso yataghan che gli verrà regalato e che verrà da lui usato. Di che cosa diventa un simbolo lo yatagan?

   Il bambino Mark- il personaggio principale del romanzo-, beh, un po’ mi ci vedo in lui. E il personaggio di Jaçe, il vecchio che lo accompagnava al museo, era il mio caro nonno paterno: colui che mi ha cresciuto e di cui sento sempre il bisogno di far rivivere la presenza nei miei romanzi, un modo per averlo sempre vivo accanto a me. Quindi la pagina di apertura racconta un episodio vero, romanzato da quel bambino quando diventò un uomo, l’uomo che avrebbe voluto che suo nonno gli regalasse un pezzo di quel museo, come ricordo materiale della sua infanzia serena e piena di sogni, coccolata e protetta dal quel “vecchio che parlava poco e diceva tutto”, che però non vide mai suo nipote diventare uomo. Cosa simboleggia lo yàtaghan per Mark? Ciò che mio nonno è stato per me: luce, guida, ispirazione, redenzione. Per dirlo alla Kafka: la misura di tutte le cose.

La trama ci porta a riflettere sul tema della giustizia. Mi sono chiesta se il modo di agire di Mark risponda al codice albanese del kanun.

   Sì, è un romanzo che racconta e fa riflettere sulla giustizia, quella personale, solitaria, lontana dai canoni della rettitudine perché bramata a lungo, perseguitata ogni minuto e ogni secondo, fino al suo compimento. Perché l’uomo, in sé, se gli vengono toccate quelle corde che gli spezzano l’anima in due, allora è pronto a fare altrettanto con l’autore di quella vile azione. Tuttavia, il modo di agire di Mark nel romanzo non è una risposta al codice del Kanun, bensì una caratteristica dell’uomo albanese. C’è un antico detto della mia terra che recita: “Non si tocca ciò che un albanese ha più caro, altrimenti conoscerai il suo lato peggiore, quello che nemmeno lui sa di avere”.

bomba in metropolitana

Termino le mie domande con quella che è una duplice riflessione che forse non richiede commenti (e però li chiedo a Lei)- da un attentato in Russia ad uno in America, da un capo all’altro del mondo la violenza non ha confini, così come il diffondersi della corruzione senza limiti, anche dove sarebbe lecito per un cittadino riporre la fiducia.

  Di questi tempi la “fiducia” è una parola che tanto viene usata, ma poco praticata nel suo vero significato. Perché la fiducia viene concessa dall’uomo semplice, ma ha bisogno di essere alimentata dagli uomini veri, e non da mercanti di armi, che scambiano le anime delle persone per litri, a barile.



 

venerdì 18 settembre 2026

Artur Nuraj, “Dio non uccide” ED. 2026

                                                            Casa Nostra. Qui Italia

    cento sfumature di giallo

Artur Nuraj, “Dio non uccide”

Ed. Besa Muci, pagg. 408, Euro 20,00

   Un bambino in un museo. Guarda, affascinato, una yatagan. È una spada corta a lama ricurva usata nell’Impero ottomano dalla metà del XVI secolo alla fine del XIX secolo. Va ogni domenica, il bambino, in quel museo, accompagnato dal vecchio custode dell’orfanotrofio. Quando compirà trent’anni, il bambino diventato uomo di successo riceverà in regalo la yatagan dal vecchio- l’aveva comprata per lui con i soldi della buonuscita dopo essere andato in pensione. Da questo momento la yatagan accompagnerà sempre Mark Barleti, un’arma e un simbolo, una maniera di affrontare la vita secondo il codice d’onore albanese.


    Una decina di anni dopo Barleti arriva a New York. Al controllo dell’aeroporto gli ricordano che il suo visto scadrà tra un mese. Gli basterà per la missione che deve compiere e di cui noi apprendiamo i dettagli a poco a poco. Barleti vuole vendicarsi- aveva una moglie e un figlio, erano morti entrambi nell’attentato alla metropolitana di Mosca del 1999. E la trama del romanzo di Artur Nuraj, pubblicato per la prima volta vent’anni fa e rivisto dallo scrittore con alcune modifiche e con un nuovo titolo per questa pubblicazione, è tesa, tesissima, tra due micidiali attentati- quello nel cuore della Russia e l’altro, del 2001, nel cuore della Grande Mela. Con l’assillo del tempo che stringe, per la scadenza del visto e per un altro appuntamento personale di Mark di cui sapremo alla fine.

    Con il pretesto di un grosso ordine di armi e esplosivo Mark entra in contatto con la mafia ucraina (all’orecchio del lettore suonano cento campanelli di allarme) che lo porta ad avvicinare le cellule terroristiche islamiche. Mark Barleti ha fatto parte dell’Interpol e molte delle facce che incontra gli sono note- cambiano i nomi  ma il modus operandi è lo stesso. Ci sono molti punti oscuri- che fine ha fatto un suo ex collega che lavorava nella NSA, l’agenzia di spionaggio e sicurezza americana? La vedova dice che è morto, ma lei non crede affatto che sia stata una morte naturale come hanno voluto farle credere. E consegna a Mark un dischetto che il marito le ha affidato, certo che qualcuno sarebbe venuto a chiedere di lui. E chi è il misterioso ‘uomo del governo’ che spunta fuori da più parti? Un infiltrato? Una spia? Una talpa?


   C’è anche un incontro per certi versi rasserenante e per altri ulteriore fonte di preoccupazione- Natalia, l’amica di sua moglie, la ragazzina russa che faceva da baby-sitter al suo bambino, era lì, lavorava (e possiamo indovinare che cosa facesse) per il mafioso ucraino. Natalia era disposta a fare qualunque cosa per aiutare Mark, fino al punto di mettere in pericolo la sua stessa vita.

    “Dio non uccide” è un thriller di grande attualità, specialmente in questi giorni di settembre in cui tutti non possiamo fare a meno di ricordare il giorno che ha fatto crollare l’America, il gigante dai piedi di argilla, e la narrativa è incalzante e ha una forte tensione. È anche un thriller che invita alla riflessione, sullo stravolgimento dei messaggi delle religioni, sul senso della giustizia e su quello della vendetta. Un thriller con una trama tutt’altro che banale e che merita di essere letto.



 

 

lunedì 18 maggio 2026

Catherine Ryan Howard ed. 2026

                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

cento sfumature di giallo

Catherine Ryan Howard

Ed. Fazi, trad. Sabina Terziani, pagg. 372, Euro 18,52

 

    Un inizio che sembra già la fine del romanzo. Una ragazza, Emily, che viene svegliata da un rumore di notte, si alza, vede del fumo strisciare da sotto la porta di comunicazione con l’appartamento accanto, si precipita alla porta di ingresso- bloccata-, corre alle finestre- le persiane antiuragano sono abbassate, manca la corrente, impossibile alzarle, impossibile fuggire.

    È una scena che mette ansia, che invoglia ad andare avanti a leggere, a sapere quello che è successo prima e, forse, quello che succederà dopo: arriverà qualcuno a salvare Emily?

Quello che è successo prima: Emily Joyce è diventata famosa con il suo primo romanzo, “La testimone”, ha già ricevuto un consistente anticipo su un secondo romanzo ma ha un blocco, non riesce a scrivere niente, i soldi si sono volatizzati e lei fatica ad arrivare a fine mese. Ed ecco che viene contattata dalla sua casa editrice. Va in panico. Le chiederanno di restituire i soldi, considerando il tempo che è passato? E invece…sorpresa. Se lei accetta (che altre possibilità ha?), sarà la ghostwriter di quello che è stato un grande ciclista, conosciuto in tutta l’Irlanda. Jack Smyth aveva dovuto abbandonare il ciclismo dopo una caduta rovinosa, aveva sposato una donna molto bella del mondo televisivo e poi era rimasto vedovo dopo una terribile tragedia. La moglie Kate era morta nell’incendio della loro casa in una località isolata, lui si trovava al pub, avvisato da un vicino era tornato, si era precipitato nelle fiamme recuperando il corpo della moglie e restando gravemente ustionato. Era stato oggetto di compassione nell’Irlanda intera, finché era venuto fuori che Kate era morta prima dell’incendio. Da vedovo da compiangere Jack era diventato un sospetto assassino.


     Ora Jack vuole raccontare la sua storia, vuole dimostrare di essere innocente, ha bisogno di un ghostwriter che scriva per lui. Emily lo incontrerà in Florida, in una cittadina che sembra quella, costruita ad arte, di “Truman Show”, bella, ultramoderna, ‘fredda’, inquietante. E dovrà osservare regole severissime, non può neppure avere con sé il suo telefono durante gli incontri. Non sa che cosa pensare di Jack. Ha ucciso la moglie? E quelle cicatrici da ustione, che sembrano ancora carne viva? Da subito a Emily pare strano che Jack abbia intenzione di scrivere il capitolo finale confessando l’assassinio per poi smentirsi, dicendo che ‘doveva essere successo in quella maniera, ma non era stato lui’. Chi allora? Il suo amico fraterno, il suo gregario nelle corse in bicicletta?

    “Brucia il segreto” è veramente un page-turner, alternando pagine in cui leggiamo del rapporto di coppia in un countdown che ci conduce alla notte fatale ed altre in cui un altro countdown che sappiamo ci condurrà alla chiarificazione, sempre più pericolosa per Emily.


Appaiono sulla scena altri personaggi che appartengono al passato di Jack e di cui lui ha raccontato, ma- chi le è amico e chi una potenziale minaccia? quale è la verità? Chi sta dicendo la verità? A chi deve credere Emily? A chi dobbiamo credere noi lettori? Inoltre una Emily molto stressata e impaurita viene ricattata da messaggi sul cellulare che le intimano di dire tutto a Jack- anche Emily ha i suoi segreti, anche Emily ha alterato la verità.

   Il thriller psicologico di Catherine Ryan Howard ha tutto quello che possiamo chiedere ad una lettura di genere da cui vogliamo essere imprigionati- una trama non lineare che suscita dubbi nel lettore, una figura sulla cui colpevolezza restiamo in dubbio perché è un manipolatore, colpi di scena che capovolgono quello che abbiamo pensato, una scrittura fluida e vivace. Se avete bisogno di un libro che vi distragga, questo fa per voi.



domenica 26 aprile 2026

Alessandro Robecchi, “Omicidi Srl” ed. 2026

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia

cento sfumature di giallo

Alessandro Robecchi, “Omicidi Srl”

Ed. Sellerio, pagg. 378, Euro 17,00

     Eccoli di nuovo al lavoro, i due killer per professione, il Biondo e Quello con la cravatta. Saranno mesi impegnativi, perché, quando mai gli era capitato, di avere un incarico dopo l’altro, e magari due incarichi insieme? E sono anche lavori delicati, che pongono- a loro!!!- qualche problema etico perché, insomma, che un committente chieda di uccidere un padre, o un nipote, o un altro parente stretto, non è la stessa cosa che essere pagati per eliminare un socio o, che so, un rivale.

   E poi, anche se hanno seguito la stessa scrupolosa trafila- perché è la loro accuratezza che garantisce al mandante una assoluta sicurezza che la morte commissionata appaia come un incidente- qualcosa non va nel verso giusto: a loro era sembrata una bella soluzione, quella di simulare l’impiccagione della vittima, come potevano sapere che la corda che avevano trovato e usato era una corda di seta per la pratica dello shibaru, una tecnica usata originariamente per immobilizzare i prigionieri e diventata poi un gioco amoroso? E come potevano quindi sapere che l’ingegnere assassinato avrebbe fatto un nodo a regola d’arte e non quello maldestro che avevano fatto loro? Non gli era mai capitato di trovare un loro ‘caso’ alla ribalta della cronaca nera, oggetto di speculazioni. Perfino la moglie di Quello con la cravatta si era appassionata al caso e seguiva tutte le trasmissioni televisive. Molto imbarazzante e un poco inquietante.


   Con questo incarico non ancora del tutto accantonato (e se il figlio committente avesse ceduto allo stress?) ne segue un altro che accettano perché non si può rifiutare un guadagno milionario. E tuttavia si trovano nella sgradita posizione di provare una forte antipatia per il nonno che vuole mettere le mani sull’eredità favolosa del nipote prima che questo diventi maggiorenne, mentre gli piace il ragazzo che sembra proprio un giovane a posto, educato, studioso e rispettoso (Quello con la cravatta, poi, non può non pensare a suo figlio che ha solo un paio di anni in meno), che conduce una vita in cui è difficile trovare una falla e una giusta opportunità.

    Il Biondo e Quello con la cravatta ricorrono di nuovo all’aiuto di Francesca Aroldi, la collega che amava agire da sola, senza tante programmazioni e consulti, e che esige, questa volta, che il compenso venga diviso in parti uguali.

   Aspettatevi di tutto, in questo nuovo romanzo di Alessandro Robecchi. Incidenti ilari in cui è uno dei killer che corre il rischio di ammazzarsi, colpi di scena, rovesciamenti di situazioni, danni collaterali con altri morti, pedinamenti sospetti che finiscono nel ridicolo, mentre il lettore resta con il fiato sospeso e la curiosità di sapere come se la sarebbero cavata Quello con la cravatta e il Biondo. Quello con la cravatta, poi, deve usare tutta la sua capacità di inventiva e improvvisazione davanti alle domande della moglie che sembra non credere più alle esigenze notturne del suo lavoro.


I personaggi di Robecchi, sul filo dell’incredulità in una Milano fin troppo credibile, sono, a dir poco, simpatici, lo stile è sempre frizzante, le soluzioni non sono scontate. E poi lo scrittore è geniale nell’aver rivoluzionato e capovolto lo schema tradizionale del ‘giallo’: la domanda che ci si pone, leggendolo, non è più, ‘chi è l’assassino?’ e neppure, ‘perché la vittima è stata uccisa?’, ma ‘come i due killer riusciranno ad eliminare la persona che sono stati pagati per togliere di mezzo?’ e ‘riusciranno a farla franca, come al solito?’.

      Leggetelo, il divertimento è assicurato. E in maniera intelligente, il che non è poco.



   

martedì 31 marzo 2026

Qiu Xiaolong, “Compagni segreti” ed. 2026

                                                             Voci da mondi diversi. Cina

   cento sfumature di giallo

Qiu Xiaolong, “Compagni segreti”

Ed. Marsilio, trad. F. Zucchella, pagg. 256, Euro 17,10

 

    Era l’ispettore capo Chen, adesso è direttore dell’Ufficio per la Riforma Giudiziaria ed è in congedo per motivi di salute. Forse, però, una volta ispettore, sempre ispettore, perché l’amico e investigatore privato Vecchio Cacciatore si rivolge a Chen per aiuto- Mei, famosa immobiliarista di Shanghai, si è rivolta a lui per trovare un certo Xiaohui. Chen accetta, coinvolgendo anche la sua segretaria Jin.

    Inizia così il nuovo romanzo di Qiu Xiaolong, lo scrittore cinese originario di Shanghai che si era trasferito negli Stati Uniti nel 1988 per lavorare su un libro di T.S.Eliot ed era stato costretto a restare  dopo i tragici eventi di Piazza Tienanmen del 1989. Ed è un romanzo diverso dagli altri, impossibile da definire come un vero e proprio ‘thriller’ perché, se ci sono brividi, non sono affatto brividi per paura di un assassino, sono piuttosto brividi causati da un governo totalitario che è arbitro della vita, della morte o della scomparsa dei cittadini accusati di colpe molto spesso presunte. Ed è un romanzo in cui il personaggio principale si sdoppia o addirittura si fa in tre: c’è una intrigante somiglianza tra Chen e Xiaohui, l’uomo sulla cui scomparsa Chen deve indagare, così come c’è una qualche somiglianza tra loro due e lo scrittore stesso, Qiu Xiaolong, e noi lettori lo scopriamo a poco a poco proprio come, in un gioco di specchi, Chen scopre a poco a poco di avere molte cose in comune con Xiaohui. D’altra parte il titolo era indicativo, un richiamo a “Il compagno segreto” di Conrad, quel bellissimo racconto in cui il capitano di una nave nasconde a bordo l’uomo fuggito da un’altra nave e, in una maniera molto disturbante, si riconosce in lui.


   Xiaohui, ora conosciuto semplicemente con X, l’iniziale del suo nome, era stato professore di filosofia all’università, poi, in conseguenza della sua presa di posizione dopo la repressione degli studenti in piazza Tiennanmen, era stato allontanato dall’università ed era finito a fare l’indovino all’ingresso di uno shikumen del Vicolo della Polvere Rossa. E adesso era scomparso. Apprendiamo la storia della sua vita dai memoriali di Mei- sono pagine che intrecciano il passato con il presente. Il passato all’epoca della Rivoluzione Culturale, gli anni persi per chi voleva studiare e veniva invece mandato nelle campagne ad imparare il lavoro dai contadini, quando una ragazza- Mei- teneva fra le mani un libro in inglese seduta su una panchina nel parco del Bund e un ragazzo- Xiaohui- veniva invogliato a studiare la lingua che poi gli avrebbe aperto le porte dell’università e offerto la possibilità di andare a studiare in America. Non è forse la stessa esperienza di Chen e dello stesso Xiaolong? La ragazza della panchina verde non si era più vista, X l’avrebbe incontrata di nuovo molti anni dopo, quando lei gestiva un piccolo ristorante e poi, anni dopo ancora, quando faceva l’indovino e in una maniera profetica aveva dato una svolta alla sua vita. Fra di loro c’era un amore mai sbocciato, è troppo tardi adesso? E perché X è stato fatto scomparire?


    Come Piazza Tienanmen è il cuore di Pechino, lo è anche di questo romanzo- la piazza sconfinata dominata dal faccione di Mao che sormonta l’ingresso della Città Proibita, un Grande Fratello sempre e ancora vigile. Piazza Tienanmen con il ricordo dei carri armati è una ferita sempre aperta nella memoria dei cinesi. Perché il presente del dopo-Covid, con la crisi finanziaria e immobiliare, è oscurato da un presidente con la tentazione di diventarlo a vita, come un novello imperatore, con il pericolo di un ritorno al pugno di ferro. A questo si riferiva X con il racconto allusivo, per chi avesse orecchie per intendere, del generale Cai e la Piccola Fenice. E qualcuno ha inteso fin troppo bene.


    “Compagni segreti” è pieno di riferimenti colti- non solo a romanzi cinesi, non solo alla poesia classica cinese (ad ogni poesia cinese ne corrisponde una dell’ispettore Chen), ma ai poeti occidentali, l’Eliot della Terra Desolata, Yeats del Secondo Avvento con la tragica visione della bestia che striscia verso Betlemme, e poi l’Orwell del 1984. E Conrad naturalmente. Non solo il Conrad de Il compagno segreto, ma anche quello di Cuore di tenebra con il finale grido straziante, ‘l’orrore, l’orrore’.  Ed è anche un libro pervaso di nostalgia per un mondo che scompare inghiottito dal materialismo e dalla sete di denaro. All’estremità opposta di piazza Tienanmen c’è un altro luogo che è un potente simbolo- lo shikumen che il piano edilizio vorrebbe distruggere. Uno shikumen non è solo un insieme di casette fatiscenti, è un posto dove c’è ancora il senso della comunità, dove ci si raduna in strada, in cerca di un soffio d’aria in mancanza di condizionatori, e si raccontano storie. Come quella del generale Cai che aveva fatto scomparire X.



 

domenica 15 marzo 2026

Iliana Xander, “Love, Mom” ed. 2026

                                                         cento sfumature di giallo

Iliana Xander, “Love, Mom”

Ed. Longanesi, trad. Luca Bernardi, pagg. 347, Euro 19,00

 

   Doppio mistero nel romanzo “Love, Mom” appena pubblicato dalla casa editrice Longanesi. Il mistero contenuto nella trama del romanzo (chi è chi? Che cosa è successo? Perché?) e quello che riguarda la scrittrice (o lo scrittore, anche se propendo per una donna come autrice di questo serratissimo psicothriller): Iliana Xander è uno pseudonimo e nulla si sa su chi ci si nasconda dietro, possiamo solo pensare che sia un’americana (o americano) perché il libro è ambientato in America.

     Elizabeth Casper, 43 anni, è morta. O meglio, la scrittrice E.V. Renge è morta. Osservate lo pseudonimo sotto cui Elizabeth Casper pubblicava i suoi libri: è un anagramma di ‘revenge’, Vendetta. E.V. Renge era famosa in tutto il mondo per i suoi romanzi pieni di scene forti, con assassinii, morti e incidenti mortali, vendette per l’appunto. Già, l’incidente in cui era morta- era veramente un incidente? Oppure?

Il romanzo inizia con il funerale della scrittrice e la voce narrante (ce ne saranno altre, più avanti) è quella della figlia ventunenne, Mackenzie. Non c’era uno stretto legame tra madre e figlia e non c’era neppure tra al figlia e il padre, un alcolizzato. Al momento di risalire in macchina Mackenzie trova una busta sul sedile, ‘dalla tua fan numero 1. Baci’, e, nel foglio scritto con la calligrafia della madre, ‘vuoi sapere un segreto?’. La data della lettera è di ventidue anni prima, il luogo in cui è stata scritta, Old Bow, Nebraska.


   È la prima di una serie di lettere che Mackenzie riceve dalla mamma (ma se è morta, chi gliele manda?). Ecco una seconda narrativa in cui è Elizabeth Casper (Lizzy per tutti) a parlare di sé, di come ha incontrato Ben che sarebbe diventato suo marito, di come lei fosse cresciuta in una casa famiglia, del terribile fatto in cui era stata vittima di tre ragazzi, dell’incendio di un fienile, di un’altra ragazza, Tonya, che era invidiosa di lei, di un carissimo amico che le era stato di aiuto.  

    Le lettere della madre spingono Mackenzie a fare delle ricerche per sapere di più e, mentre cresce in lei l’ansia e il timore di quello che può scoprire, una terza narrativa si sovrappone alla seconda. Mackenzie ha ritrovato la donna che era la custode nella casa famiglia di cui parla Lizzy nelle sue lettere e il suo racconto inizia a svelare una parte del segreto. Prima dello sconvolgente chiarimento finale ci sono però altre due voci narranti con la loro parte di fatti e di verità- quella di Ben, marito di Elizabeth, e quella di Tonya. E, per concludere, un personaggio importante a cui non avevamo prestato molta attenzione metterà il suo sigillo su tutta la vicenda.


    La definizione di ‘page-turner’ si addice perfettamente a “Love, Mom”. È un romanzo di cui si fa fatica ad interrompere la lettura. La trama è ben congegnata e non deve essere stato facile seguire i filoni delle diverse narrative che si alternano insieme ad un’alternanza di tempo presente e tempo passato e che contribuiscono a dare una speciale attrattiva al libro.

Se siete in cerca di un thriller insolito, “Love, Mom” è la lettura che fa per voi.



lunedì 9 febbraio 2026

Cristina Cassar Scalia, “Mandorla amara” Ed. 2025

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

     cento sfumature di giallo

Cristina Cassar Scalia, “Mandorla amara”

Ed. Einaudi, pagg. 272, Euro 17,57

  Un eccidio. Come altro si può definire quello che è successo- sette morti avvelenati su una barca di lusso? “’Nu romanzo di Agatha Christie pare!”, dice giustamente l’anziano ex commissario Patané delle cui intuizioni il vicequestore Vanina Guarrasi si fida pienamente.

   È un’estate caldissima in Sicilia, il termometro segna costantemente più di 40 gradi. La capitaneria del porto segnala un’imbarcazione che pare essere in difficoltà e i primi a raccogliere l’allarme sono l’avvocato Maria Giulia De Rosa e il medico legale Adriano Calì, usciti per una gita in mare. Quando sale a bordo del panfilo Adriano si rende subito conto che non c’è niente da fare. Sette morti, tutti uomini, odore di cianuro nell’aria. L’odore del cianuro è quello delle mandorle amare- l’imbarcazione si chiama Almond, per l’appunto, e il proprietario ha un’azienda che produce latte di mandorle, la Lavinalmond con un gioco di parole che intreccia una parte del cognome della famiglia e la parola ‘mandorla’ in inglese. Che beffa terribile, essere ucciso con il latte di mandorle che ha dato ricchezza alla famiglia! Non c’era solo il capofamiglia sull’imbarcazione, c’era anche il figlio minore, morto anche lui naturalmente. Stavano andando tutti all’isola di Salina per il matrimonio del comandante del panfilo, era una sorta di addio al celibato. E la fidanzata, oltretutto incinta, aspetterà invano il futuro marito.


     Gli interrogativi che si presentano subito a Vanina sono ovvii- chi era la vittima che l’assassino voleva colpire? È possibile che per uccidere una sola persona, quello fosse disposto ad ucciderne altre sei? E il latte di mandorla- quando erano state portate a bordo le confezioni? Il cianuro era stato messo prima o dopo? Erano tutte sigillate? È più facile dare una risposta a queste ultime domande che alla prima. Il quarantaduenne comandante era un donnaiolo- la vendetta di una donna abbandonata e gelosa può spingersi fino all’omicidio? E quali altri segreti si nascondono dietro le vite in apparenza irreprensibili di padre e figlio Lavinaio? La mano lunga della mafia era arrivata in alto mare?


    La scrittura di Cristina Cassar Scalia è sempre piacevole, con quel giusto mix di colore locale, occhiate sulla vita privata di Vanina, dell’amica avvocato e del medico legale, e indagine poliziesca che parte da un caso mai banale. Eppure, come spesso accade nei romanzi seriali, si avverte una certa stanchezza, una minore vivacità.

    Da questi libri è stata tratta una serie televisiva per Canale 5.




   

 

   

sabato 24 gennaio 2026

Adriano Giotti, “Anna non dimentica” ed. 2026

                                                                      Casa Nostra. Qui Italia

 cento sfumature di giallo


Adriano Giotti, “Anna non dimentica”

Ed. Longanesi, pagg. 400, Euro 18,60

 

      Pietro Marcelli. 14 anni. Username: Solopietro.

      La sconosciuta che incontra- l’appuntamento è nel bosco e lei gli ha detto di andare con il motorino-  ha un fisico massiccio, un taglio di capelli corto con una strana frangetta, è molto più grande di lui, anche se Pietro pensava che fosse una sua coetanea. Username: AnnaNonDimentica.

    Si erano conosciuti in rete, in uno di quei siti creepy che piacevano molto a Pietro. Lei gli aveva chiesto aiuto, lui aveva portato un casco in più, pensava di doverla aiutare a fuggire. E invece…

   I genitori di Pietro sono separati, in questo periodo Pietro viveva con il padre, un uomo violento a cui piaceva bere. Forse Pietro era scappato perché non voleva trasferirsi a Campobasso con la madre? Volano accuse tra marito e moglie. La scomparsa di Pietro viene denunciata alla polizia e del caso si occupa l’ispettrice Veronica Sgheis- un rapporto in crisi con il marito, un’avventura con un collega, un figlio della stessa età di Pietro.

    Un ragazzo è scomparso nel nulla- questo è il peggiore incubo di tutti i genitori. Da sempre, nei romanzi e nella realtà, i ragazzi scompaiono, facile preda di individui senza scrupoli. Ma con la scomparsa di Pietro entriamo in un mondo nuovo, un mondo che non conoscevamo, una nuova realtà che agli adolescenti sembra più reale di quella che li circonda. È il mondo dei siti internet dove un’identità non è comprovabile, dove chiunque può nascondersi sotto uno username, dove si allacciano amicizie basate sul nulla, su un grido di aiuto, su una solitudine condivisa, vera o presunta. È l’amo che getta Anna- che cosa c’è di vero nel Padre di cui parla che la tiene prigioniera? È una storia che va indietro di trent’anni nel tempo e che scopriremo a poco a poco.


    Le diverse narrative alimentano la fortissima suspense del romanzo di Adriano Giotti- il racconto più tranquillo seppur angosciante è quello della disperazione dei genitori di Pietro e delle ricerche infruttuose di Veronica; quello più ambiguo e che sta a noi a interpretare si basa sui video che Anna mette in rete (una stanza che sembra una prigione, una figura con una maschera di lattice, cumuli di bambole. Sembrano filmati-indovinello di cui dobbiamo trovare la soluzione); quello più inquietante e che ci tiene con il fiato sospeso riguarda Pietro, prigioniero in una stanza con due secchi, e tutto quello che segue- la scoperta che la sua non è l’unica stanza-prigione e con quali mezzi AnnaNonDimentica crea una sorta di dipendenza dei suoi prigionieri. Finché anche il figlio dell’ispettrice Veronica scompare e allora la posta in gioco diventa più alta- era una sfida? Una vendetta?

     L’ambientazione è sulle montagne abruzzesi, scarsamente abitate e un poco selvagge da quando, con il cambiamento climatico, molti impianti sciistici sono stati chiusi- sembrano luoghi del passato in cui si possono ambientare crimini del futuro. Lo scrittore stesso cita incredibili casi di scomparsa e di reclusione, come quello di Natasha Kampusch, rapita quando aveva dieci anni e tenuta prigioniera per otto anni, e quello di Josef Frizl che sequestrò e abusò della figlia per ben ventiquattro anni.


Ma la situazione del romanzo di Giotti, pur avendo come punto di partenza un caso simile a quello di Natasha e di Elizabeth, così come pure il simile verificarsi della sindrome di Stoccolma, è diverso. Qui si parla della nuova tecnologia, del pericolo, soprattutto per gli adolescenti, di uscire dal loro disagio, sottraendosi al bullismo strisciante e combattendo la loro timidezza, chiudendosi in casa,  in un mondo fittizio che è dietro lo schermo, in una realtà dove il confine tra vero e falso è labile e ingannatore.

    È un libro che consiglierei di leggere ai genitori di figli adolescenti che sottovalutano il rischio della dipendenza dal computer o dal cellulare, perché sarebbe ingiusto liquidarlo con, ‘ma questo è un romanzo’, e sentirci tranquilli come se a noi non potesse accadere. Questo non è solo un romanzo, non è invenzione campata per aria. È un pericolo terribilmente reale, anche se, forse, sotto altre forme.  



sabato 20 dicembre 2025

Ragnar Jónasson e Katrín Jakobsdóttir, “Reykiavík” ed. 2025

                                             Voci da mondi diversi. Islanda

cento sfumature di giallo

Ragnar Jónasson e Katrín Jakobsdóttir, “Reykiavík”

Ed. Marsilio, trad. Irene Gandolfi, pagg. 266, Euro 18,00

 

    Un caso freddo nella fredda Islanda. Sembra un gioco di parole, ma è veramente un ‘cold case’ quello della quindicenne Lára, scomparsa nel 1956, archiviato forse troppo in fretta e ‘ripescato’ trent’anni dopo da un giovane giornalista ambizioso.

     Nessuno, in Islanda, aveva dimenticato Lára, tutti ne conoscevano l’aspetto, come appariva in quell’unica foto che era stata divulgata, occhi e capelli scuri, abitino con le maniche corte. Tutti preferivano pensarla ancora viva, fuggita chissà dove, chissà perché.

Lára aveva accettato un lavoro estivo presso una coppia nota ed abbiente sull’isola di Viđey, a pochi minuti di traghetto da Reykiavík. Una sua cugina aveva lavorato presso l’avvocato Óttar e la moglie Ólöf l’estate precedente e si era trovata bene. Quel fine settimana i suoi genitori avevano aspettato invano la sua solita telefonata e al lunedì ne avevano denunciato la scomparsa. Il detective Kristián Kristiánsson era andato sull’isola, aveva fatto le domande di rito all’avvocato e alla moglie- avevano solo saputo dirgli che  Lára aveva dato le dimissioni all’improvviso, e no, non sapevano perché, non sapevano neppure se e come fosse tornata a Reykiavík. Una telefonata di un suo superiore aveva intimidito il giovane detective con un rimprovero neppur tanto velato per aver fatto ‘strane domande’ a Óttar e alla moglie. L’indagine era finita lì, anche se ogni dieci anni la stampa ridava voce alla domanda di che cosa fosse successo alla ragazza, anche se Kristián aveva saputo di altre persone presenti sull’isola, ospiti dell’avvocato, tutte persone in vista, tutte intoccabili.


    Trent’anni dopo la scomparsa- è l’agosto del 1986- un giovane giornalista si interessa di nuovo al caso. Sogna uno scoop, gli sono arrivati altri brandelli di informazioni da fonti che preferiscono restare nell’ombra. Reykiavík è in fibrillazione- ci saranno i festeggiamenti per i duecento anni dalla fondazione, ci sarà una torta lunga duecento metri, la televisione avrà un nuovo canale di trasmissioni, e poi la città ospiterà l’incontro del presidente Reagan con Gorbaciov che porrà le basi della fine della Guerra Fredda. E, nella folla che si riversa nelle strade, il pericolo è in agguato.

     Di Ragnar Jónasson abbiamo già letto la serie “Misteri d’Islanda” e “la trilogia di Hulda”, “Reykiavík”, però, è un giallo a quattro mani, scritto insieme a Katrín Jakobsdóttir, un master in letteratura islandese e primo ministro d’Islanda dal 2017 al 2024.


Nella postfazione gli autori raccontano come sia nata l’idea del libro, come condividessero i ricordi degli anni ’80, un periodo felice e spensierato, un decennio di crescita per l’Islanda, come abbiano consultato i quotidiani dell’epoca. Questo loro interesse per quegli anni si rispecchia chiaramente nel romanzo che ricrea l’atmosfera dell’isola e della capitale con ricchezza di dettagli. E, se la trama è di per sé banale, l’abilità degli scrittori tiene i lettori con il fiato sospeso non tanto sul crimine in sé, ma sull’interrogativo che gli islandesi stessi si sono posti per trent’anni- una ragazza con le valigie non può essere scomparsa nel nulla, a tutti piacerebbe che fosse viva e vegeta in America, ma non è possibile.

   La narrazione procede spedita, senza inutili lungaggini, perfetta per un romanzo di indagine poliziesca- anzi, di indagine giornalistica.