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lunedì 18 maggio 2026

Catherine Ryan Howard ed. 2026

                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

cento sfumature di giallo

Catherine Ryan Howard

Ed. Fazi, trad. Sabina Terziani, pagg. 372, Euro 18,52

 

    Un inizio che sembra già la fine del romanzo. Una ragazza, Emily, che viene svegliata da un rumore di notte, si alza, vede del fumo strisciare da sotto la porta di comunicazione con l’appartamento accanto, si precipita alla porta di ingresso- bloccata-, corre alle finestre- le persiane antiuragano sono abbassate, manca la corrente, impossibile alzarle, impossibile fuggire.

    È una scena che mette ansia, che invoglia ad andare avanti a leggere, a sapere quello che è successo prima e, forse, quello che succederà dopo: arriverà qualcuno a salvare Emily?

Quello che è successo prima: Emily Joyce è diventata famosa con il suo primo romanzo, “La testimone”, ha già ricevuto un consistente anticipo su un secondo romanzo ma ha un blocco, non riesce a scrivere niente, i soldi si sono volatizzati e lei fatica ad arrivare a fine mese. Ed ecco che viene contattata dalla sua casa editrice. Va in panico. Le chiederanno di restituire i soldi, considerando il tempo che è passato? E invece…sorpresa. Se lei accetta (che altre possibilità ha?), sarà la ghostwriter di quello che è stato un grande ciclista, conosciuto in tutta l’Irlanda. Jack Smyth aveva dovuto abbandonare il ciclismo dopo una caduta rovinosa, aveva sposato una donna molto bella del mondo televisivo e poi era rimasto vedovo dopo una terribile tragedia. La moglie Kate era morta nell’incendio della loro casa in una località isolata, lui si trovava al pub, avvisato da un vicino era tornato, si era precipitato nelle fiamme recuperando il corpo della moglie e restando gravemente ustionato. Era stato oggetto di compassione nell’Irlanda intera, finché era venuto fuori che Kate era morta prima dell’incendio. Da vedovo da compiangere Jack era diventato un sospetto assassino.


     Ora Jack vuole raccontare la sua storia, vuole dimostrare di essere innocente, ha bisogno di un ghostwriter che scriva per lui. Emily lo incontrerà in Florida, in una cittadina che sembra quella, costruita ad arte, di “Truman Show”, bella, ultramoderna, ‘fredda’, inquietante. E dovrà osservare regole severissime, non può neppure avere con sé il suo telefono durante gli incontri. Non sa che cosa pensare di Jack. Ha ucciso la moglie? E quelle cicatrici da ustione, che sembrano ancora carne viva? Da subito a Emily pare strano che Jack abbia intenzione di scrivere il capitolo finale confessando l’assassinio per poi smentirsi, dicendo che ‘doveva essere successo in quella maniera, ma non era stato lui’. Chi allora? Il suo amico fraterno, il suo gregario nelle corse in bicicletta?

    “Brucia il segreto” è veramente un page-turner, alternando pagine in cui leggiamo del rapporto di coppia in un countdown che ci conduce alla notte fatale ed altre in cui un altro countdown che sappiamo ci condurrà alla chiarificazione, sempre più pericolosa per Emily.


Appaiono sulla scena altri personaggi che appartengono al passato di Jack e di cui lui ha raccontato, ma- chi le è amico e chi una potenziale minaccia? quale è la verità? Chi sta dicendo la verità? A chi deve credere Emily? A chi dobbiamo credere noi lettori? Inoltre una Emily molto stressata e impaurita viene ricattata da messaggi sul cellulare che le intimano di dire tutto a Jack- anche Emily ha i suoi segreti, anche Emily ha alterato la verità.

   Il thriller psicologico di Catherine Ryan Howard ha tutto quello che possiamo chiedere ad una lettura di genere da cui vogliamo essere imprigionati- una trama non lineare che suscita dubbi nel lettore, una figura sulla cui colpevolezza restiamo in dubbio perché è un manipolatore, colpi di scena che capovolgono quello che abbiamo pensato, una scrittura fluida e vivace. Se avete bisogno di un libro che vi distragga, questo fa per voi.



domenica 26 aprile 2026

Alessandro Robecchi, “Omicidi Srl” ed. 2026

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia

cento sfumature di giallo

Alessandro Robecchi, “Omicidi Srl”

Ed. Sellerio, pagg. 378, Euro 17,00

     Eccoli di nuovo al lavoro, i due killer per professione, il Biondo e Quello con la cravatta. Saranno mesi impegnativi, perché, quando mai gli era capitato, di avere un incarico dopo l’altro, e magari due incarichi insieme? E sono anche lavori delicati, che pongono- a loro!!!- qualche problema etico perché, insomma, che un committente chieda di uccidere un padre, o un nipote, o un altro parente stretto, non è la stessa cosa che essere pagati per eliminare un socio o, che so, un rivale.

   E poi, anche se hanno seguito la stessa scrupolosa trafila- perché è la loro accuratezza che garantisce al mandante una assoluta sicurezza che la morte commissionata appaia come un incidente- qualcosa non va nel verso giusto: a loro era sembrata una bella soluzione, quella di simulare l’impiccagione della vittima, come potevano sapere che la corda che avevano trovato e usato era una corda di seta per la pratica dello shibaru, una tecnica usata originariamente per immobilizzare i prigionieri e diventata poi un gioco amoroso? E come potevano quindi sapere che l’ingegnere assassinato avrebbe fatto un nodo a regola d’arte e non quello maldestro che avevano fatto loro? Non gli era mai capitato di trovare un loro ‘caso’ alla ribalta della cronaca nera, oggetto di speculazioni. Perfino la moglie di Quello con la cravatta si era appassionata al caso e seguiva tutte le trasmissioni televisive. Molto imbarazzante e un poco inquietante.


   Con questo incarico non ancora del tutto accantonato (e se il figlio committente avesse ceduto allo stress?) ne segue un altro che accettano perché non si può rifiutare un guadagno milionario. E tuttavia si trovano nella sgradita posizione di provare una forte antipatia per il nonno che vuole mettere le mani sull’eredità favolosa del nipote prima che questo diventi maggiorenne, mentre gli piace il ragazzo che sembra proprio un giovane a posto, educato, studioso e rispettoso (Quello con la cravatta, poi, non può non pensare a suo figlio che ha solo un paio di anni in meno), che conduce una vita in cui è difficile trovare una falla e una giusta opportunità.

    Il Biondo e Quello con la cravatta ricorrono di nuovo all’aiuto di Francesca Aroldi, la collega che amava agire da sola, senza tante programmazioni e consulti, e che esige, questa volta, che il compenso venga diviso in parti uguali.

   Aspettatevi di tutto, in questo nuovo romanzo di Alessandro Robecchi. Incidenti ilari in cui è uno dei killer che corre il rischio di ammazzarsi, colpi di scena, rovesciamenti di situazioni, danni collaterali con altri morti, pedinamenti sospetti che finiscono nel ridicolo, mentre il lettore resta con il fiato sospeso e la curiosità di sapere come se la sarebbero cavata Quello con la cravatta e il Biondo. Quello con la cravatta, poi, deve usare tutta la sua capacità di inventiva e improvvisazione davanti alle domande della moglie che sembra non credere più alle esigenze notturne del suo lavoro.


I personaggi di Robecchi, sul filo dell’incredulità in una Milano fin troppo credibile, sono, a dir poco, simpatici, lo stile è sempre frizzante, le soluzioni non sono scontate. E poi lo scrittore è geniale nell’aver rivoluzionato e capovolto lo schema tradizionale del ‘giallo’: la domanda che ci si pone, leggendolo, non è più, ‘chi è l’assassino?’ e neppure, ‘perché la vittima è stata uccisa?’, ma ‘come i due killer riusciranno ad eliminare la persona che sono stati pagati per togliere di mezzo?’ e ‘riusciranno a farla franca, come al solito?’.

      Leggetelo, il divertimento è assicurato. E in maniera intelligente, il che non è poco.



   

martedì 31 marzo 2026

Qiu Xiaolong, “Compagni segreti” ed. 2026

                                                             Voci da mondi diversi. Cina

   cento sfumature di giallo

Qiu Xiaolong, “Compagni segreti”

Ed. Marsilio, trad. F. Zucchella, pagg. 256, Euro 17,10

 

    Era l’ispettore capo Chen, adesso è direttore dell’Ufficio per la Riforma Giudiziaria ed è in congedo per motivi di salute. Forse, però, una volta ispettore, sempre ispettore, perché l’amico e investigatore privato Vecchio Cacciatore si rivolge a Chen per aiuto- Mei, famosa immobiliarista di Shanghai, si è rivolta a lui per trovare un certo Xiaohui. Chen accetta, coinvolgendo anche la sua segretaria Jin.

    Inizia così il nuovo romanzo di Qiu Xiaolong, lo scrittore cinese originario di Shanghai che si era trasferito negli Stati Uniti nel 1988 per lavorare su un libro di T.S.Eliot ed era stato costretto a restare  dopo i tragici eventi di Piazza Tienanmen del 1989. Ed è un romanzo diverso dagli altri, impossibile da definire come un vero e proprio ‘thriller’ perché, se ci sono brividi, non sono affatto brividi per paura di un assassino, sono piuttosto brividi causati da un governo totalitario che è arbitro della vita, della morte o della scomparsa dei cittadini accusati di colpe molto spesso presunte. Ed è un romanzo in cui il personaggio principale si sdoppia o addirittura si fa in tre: c’è una intrigante somiglianza tra Chen e Xiaohui, l’uomo sulla cui scomparsa Chen deve indagare, così come c’è una qualche somiglianza tra loro due e lo scrittore stesso, Qiu Xiaolong, e noi lettori lo scopriamo a poco a poco proprio come, in un gioco di specchi, Chen scopre a poco a poco di avere molte cose in comune con Xiaohui. D’altra parte il titolo era indicativo, un richiamo a “Il compagno segreto” di Conrad, quel bellissimo racconto in cui il capitano di una nave nasconde a bordo l’uomo fuggito da un’altra nave e, in una maniera molto disturbante, si riconosce in lui.


   Xiaohui, ora conosciuto semplicemente con X, l’iniziale del suo nome, era stato professore di filosofia all’università, poi, in conseguenza della sua presa di posizione dopo la repressione degli studenti in piazza Tiennanmen, era stato allontanato dall’università ed era finito a fare l’indovino all’ingresso di uno shikumen del Vicolo della Polvere Rossa. E adesso era scomparso. Apprendiamo la storia della sua vita dai memoriali di Mei- sono pagine che intrecciano il passato con il presente. Il passato all’epoca della Rivoluzione Culturale, gli anni persi per chi voleva studiare e veniva invece mandato nelle campagne ad imparare il lavoro dai contadini, quando una ragazza- Mei- teneva fra le mani un libro in inglese seduta su una panchina nel parco del Bund e un ragazzo- Xiaohui- veniva invogliato a studiare la lingua che poi gli avrebbe aperto le porte dell’università e offerto la possibilità di andare a studiare in America. Non è forse la stessa esperienza di Chen e dello stesso Xiaolong? La ragazza della panchina verde non si era più vista, X l’avrebbe incontrata di nuovo molti anni dopo, quando lei gestiva un piccolo ristorante e poi, anni dopo ancora, quando faceva l’indovino e in una maniera profetica aveva dato una svolta alla sua vita. Fra di loro c’era un amore mai sbocciato, è troppo tardi adesso? E perché X è stato fatto scomparire?


    Come Piazza Tienanmen è il cuore di Pechino, lo è anche di questo romanzo- la piazza sconfinata dominata dal faccione di Mao che sormonta l’ingresso della Città Proibita, un Grande Fratello sempre e ancora vigile. Piazza Tienanmen con il ricordo dei carri armati è una ferita sempre aperta nella memoria dei cinesi. Perché il presente del dopo-Covid, con la crisi finanziaria e immobiliare, è oscurato da un presidente con la tentazione di diventarlo a vita, come un novello imperatore, con il pericolo di un ritorno al pugno di ferro. A questo si riferiva X con il racconto allusivo, per chi avesse orecchie per intendere, del generale Cai e la Piccola Fenice. E qualcuno ha inteso fin troppo bene.


    “Compagni segreti” è pieno di riferimenti colti- non solo a romanzi cinesi, non solo alla poesia classica cinese (ad ogni poesia cinese ne corrisponde una dell’ispettore Chen), ma ai poeti occidentali, l’Eliot della Terra Desolata, Yeats del Secondo Avvento con la tragica visione della bestia che striscia verso Betlemme, e poi l’Orwell del 1984. E Conrad naturalmente. Non solo il Conrad de Il compagno segreto, ma anche quello di Cuore di tenebra con il finale grido straziante, ‘l’orrore, l’orrore’.  Ed è anche un libro pervaso di nostalgia per un mondo che scompare inghiottito dal materialismo e dalla sete di denaro. All’estremità opposta di piazza Tienanmen c’è un altro luogo che è un potente simbolo- lo shikumen che il piano edilizio vorrebbe distruggere. Uno shikumen non è solo un insieme di casette fatiscenti, è un posto dove c’è ancora il senso della comunità, dove ci si raduna in strada, in cerca di un soffio d’aria in mancanza di condizionatori, e si raccontano storie. Come quella del generale Cai che aveva fatto scomparire X.



 

domenica 15 marzo 2026

Iliana Xander, “Love, Mom” ed. 2026

                                                         cento sfumature di giallo

Iliana Xander, “Love, Mom”

Ed. Longanesi, trad. Luca Bernardi, pagg. 347, Euro 19,00

 

   Doppio mistero nel romanzo “Love, Mom” appena pubblicato dalla casa editrice Longanesi. Il mistero contenuto nella trama del romanzo (chi è chi? Che cosa è successo? Perché?) e quello che riguarda la scrittrice (o lo scrittore, anche se propendo per una donna come autrice di questo serratissimo psicothriller): Iliana Xander è uno pseudonimo e nulla si sa su chi ci si nasconda dietro, possiamo solo pensare che sia un’americana (o americano) perché il libro è ambientato in America.

     Elizabeth Casper, 43 anni, è morta. O meglio, la scrittrice E.V. Renge è morta. Osservate lo pseudonimo sotto cui Elizabeth Casper pubblicava i suoi libri: è un anagramma di ‘revenge’, Vendetta. E.V. Renge era famosa in tutto il mondo per i suoi romanzi pieni di scene forti, con assassinii, morti e incidenti mortali, vendette per l’appunto. Già, l’incidente in cui era morta- era veramente un incidente? Oppure?

Il romanzo inizia con il funerale della scrittrice e la voce narrante (ce ne saranno altre, più avanti) è quella della figlia ventunenne, Mackenzie. Non c’era uno stretto legame tra madre e figlia e non c’era neppure tra al figlia e il padre, un alcolizzato. Al momento di risalire in macchina Mackenzie trova una busta sul sedile, ‘dalla tua fan numero 1. Baci’, e, nel foglio scritto con la calligrafia della madre, ‘vuoi sapere un segreto?’. La data della lettera è di ventidue anni prima, il luogo in cui è stata scritta, Old Bow, Nebraska.


   È la prima di una serie di lettere che Mackenzie riceve dalla mamma (ma se è morta, chi gliele manda?). Ecco una seconda narrativa in cui è Elizabeth Casper (Lizzy per tutti) a parlare di sé, di come ha incontrato Ben che sarebbe diventato suo marito, di come lei fosse cresciuta in una casa famiglia, del terribile fatto in cui era stata vittima di tre ragazzi, dell’incendio di un fienile, di un’altra ragazza, Tonya, che era invidiosa di lei, di un carissimo amico che le era stato di aiuto.  

    Le lettere della madre spingono Mackenzie a fare delle ricerche per sapere di più e, mentre cresce in lei l’ansia e il timore di quello che può scoprire, una terza narrativa si sovrappone alla seconda. Mackenzie ha ritrovato la donna che era la custode nella casa famiglia di cui parla Lizzy nelle sue lettere e il suo racconto inizia a svelare una parte del segreto. Prima dello sconvolgente chiarimento finale ci sono però altre due voci narranti con la loro parte di fatti e di verità- quella di Ben, marito di Elizabeth, e quella di Tonya. E, per concludere, un personaggio importante a cui non avevamo prestato molta attenzione metterà il suo sigillo su tutta la vicenda.


    La definizione di ‘page-turner’ si addice perfettamente a “Love, Mom”. È un romanzo di cui si fa fatica ad interrompere la lettura. La trama è ben congegnata e non deve essere stato facile seguire i filoni delle diverse narrative che si alternano insieme ad un’alternanza di tempo presente e tempo passato e che contribuiscono a dare una speciale attrattiva al libro.

Se siete in cerca di un thriller insolito, “Love, Mom” è la lettura che fa per voi.



lunedì 9 febbraio 2026

Cristina Cassar Scalia, “Mandorla amara” Ed. 2025

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

     cento sfumature di giallo

Cristina Cassar Scalia, “Mandorla amara”

Ed. Einaudi, pagg. 272, Euro 17,57

  Un eccidio. Come altro si può definire quello che è successo- sette morti avvelenati su una barca di lusso? “’Nu romanzo di Agatha Christie pare!”, dice giustamente l’anziano ex commissario Patané delle cui intuizioni il vicequestore Vanina Guarrasi si fida pienamente.

   È un’estate caldissima in Sicilia, il termometro segna costantemente più di 40 gradi. La capitaneria del porto segnala un’imbarcazione che pare essere in difficoltà e i primi a raccogliere l’allarme sono l’avvocato Maria Giulia De Rosa e il medico legale Adriano Calì, usciti per una gita in mare. Quando sale a bordo del panfilo Adriano si rende subito conto che non c’è niente da fare. Sette morti, tutti uomini, odore di cianuro nell’aria. L’odore del cianuro è quello delle mandorle amare- l’imbarcazione si chiama Almond, per l’appunto, e il proprietario ha un’azienda che produce latte di mandorle, la Lavinalmond con un gioco di parole che intreccia una parte del cognome della famiglia e la parola ‘mandorla’ in inglese. Che beffa terribile, essere ucciso con il latte di mandorle che ha dato ricchezza alla famiglia! Non c’era solo il capofamiglia sull’imbarcazione, c’era anche il figlio minore, morto anche lui naturalmente. Stavano andando tutti all’isola di Salina per il matrimonio del comandante del panfilo, era una sorta di addio al celibato. E la fidanzata, oltretutto incinta, aspetterà invano il futuro marito.


     Gli interrogativi che si presentano subito a Vanina sono ovvii- chi era la vittima che l’assassino voleva colpire? È possibile che per uccidere una sola persona, quello fosse disposto ad ucciderne altre sei? E il latte di mandorla- quando erano state portate a bordo le confezioni? Il cianuro era stato messo prima o dopo? Erano tutte sigillate? È più facile dare una risposta a queste ultime domande che alla prima. Il quarantaduenne comandante era un donnaiolo- la vendetta di una donna abbandonata e gelosa può spingersi fino all’omicidio? E quali altri segreti si nascondono dietro le vite in apparenza irreprensibili di padre e figlio Lavinaio? La mano lunga della mafia era arrivata in alto mare?


    La scrittura di Cristina Cassar Scalia è sempre piacevole, con quel giusto mix di colore locale, occhiate sulla vita privata di Vanina, dell’amica avvocato e del medico legale, e indagine poliziesca che parte da un caso mai banale. Eppure, come spesso accade nei romanzi seriali, si avverte una certa stanchezza, una minore vivacità.

    Da questi libri è stata tratta una serie televisiva per Canale 5.




   

 

   

sabato 24 gennaio 2026

Adriano Giotti, “Anna non dimentica” ed. 2026

                                                                      Casa Nostra. Qui Italia

 cento sfumature di giallo


Adriano Giotti, “Anna non dimentica”

Ed. Longanesi, pagg. 400, Euro 18,60

 

      Pietro Marcelli. 14 anni. Username: Solopietro.

      La sconosciuta che incontra- l’appuntamento è nel bosco e lei gli ha detto di andare con il motorino-  ha un fisico massiccio, un taglio di capelli corto con una strana frangetta, è molto più grande di lui, anche se Pietro pensava che fosse una sua coetanea. Username: AnnaNonDimentica.

    Si erano conosciuti in rete, in uno di quei siti creepy che piacevano molto a Pietro. Lei gli aveva chiesto aiuto, lui aveva portato un casco in più, pensava di doverla aiutare a fuggire. E invece…

   I genitori di Pietro sono separati, in questo periodo Pietro viveva con il padre, un uomo violento a cui piaceva bere. Forse Pietro era scappato perché non voleva trasferirsi a Campobasso con la madre? Volano accuse tra marito e moglie. La scomparsa di Pietro viene denunciata alla polizia e del caso si occupa l’ispettrice Veronica Sgheis- un rapporto in crisi con il marito, un’avventura con un collega, un figlio della stessa età di Pietro.

    Un ragazzo è scomparso nel nulla- questo è il peggiore incubo di tutti i genitori. Da sempre, nei romanzi e nella realtà, i ragazzi scompaiono, facile preda di individui senza scrupoli. Ma con la scomparsa di Pietro entriamo in un mondo nuovo, un mondo che non conoscevamo, una nuova realtà che agli adolescenti sembra più reale di quella che li circonda. È il mondo dei siti internet dove un’identità non è comprovabile, dove chiunque può nascondersi sotto uno username, dove si allacciano amicizie basate sul nulla, su un grido di aiuto, su una solitudine condivisa, vera o presunta. È l’amo che getta Anna- che cosa c’è di vero nel Padre di cui parla che la tiene prigioniera? È una storia che va indietro di trent’anni nel tempo e che scopriremo a poco a poco.


    Le diverse narrative alimentano la fortissima suspense del romanzo di Adriano Giotti- il racconto più tranquillo seppur angosciante è quello della disperazione dei genitori di Pietro e delle ricerche infruttuose di Veronica; quello più ambiguo e che sta a noi a interpretare si basa sui video che Anna mette in rete (una stanza che sembra una prigione, una figura con una maschera di lattice, cumuli di bambole. Sembrano filmati-indovinello di cui dobbiamo trovare la soluzione); quello più inquietante e che ci tiene con il fiato sospeso riguarda Pietro, prigioniero in una stanza con due secchi, e tutto quello che segue- la scoperta che la sua non è l’unica stanza-prigione e con quali mezzi AnnaNonDimentica crea una sorta di dipendenza dei suoi prigionieri. Finché anche il figlio dell’ispettrice Veronica scompare e allora la posta in gioco diventa più alta- era una sfida? Una vendetta?

     L’ambientazione è sulle montagne abruzzesi, scarsamente abitate e un poco selvagge da quando, con il cambiamento climatico, molti impianti sciistici sono stati chiusi- sembrano luoghi del passato in cui si possono ambientare crimini del futuro. Lo scrittore stesso cita incredibili casi di scomparsa e di reclusione, come quello di Natasha Kampusch, rapita quando aveva dieci anni e tenuta prigioniera per otto anni, e quello di Josef Frizl che sequestrò e abusò della figlia per ben ventiquattro anni.


Ma la situazione del romanzo di Giotti, pur avendo come punto di partenza un caso simile a quello di Natasha e di Elizabeth, così come pure il simile verificarsi della sindrome di Stoccolma, è diverso. Qui si parla della nuova tecnologia, del pericolo, soprattutto per gli adolescenti, di uscire dal loro disagio, sottraendosi al bullismo strisciante e combattendo la loro timidezza, chiudendosi in casa,  in un mondo fittizio che è dietro lo schermo, in una realtà dove il confine tra vero e falso è labile e ingannatore.

    È un libro che consiglierei di leggere ai genitori di figli adolescenti che sottovalutano il rischio della dipendenza dal computer o dal cellulare, perché sarebbe ingiusto liquidarlo con, ‘ma questo è un romanzo’, e sentirci tranquilli come se a noi non potesse accadere. Questo non è solo un romanzo, non è invenzione campata per aria. È un pericolo terribilmente reale, anche se, forse, sotto altre forme.  



sabato 20 dicembre 2025

Ragnar Jónasson e Katrín Jakobsdóttir, “Reykiavík” ed. 2025

                                             Voci da mondi diversi. Islanda

cento sfumature di giallo

Ragnar Jónasson e Katrín Jakobsdóttir, “Reykiavík”

Ed. Marsilio, trad. Irene Gandolfi, pagg. 266, Euro 18,00

 

    Un caso freddo nella fredda Islanda. Sembra un gioco di parole, ma è veramente un ‘cold case’ quello della quindicenne Lára, scomparsa nel 1956, archiviato forse troppo in fretta e ‘ripescato’ trent’anni dopo da un giovane giornalista ambizioso.

     Nessuno, in Islanda, aveva dimenticato Lára, tutti ne conoscevano l’aspetto, come appariva in quell’unica foto che era stata divulgata, occhi e capelli scuri, abitino con le maniche corte. Tutti preferivano pensarla ancora viva, fuggita chissà dove, chissà perché.

Lára aveva accettato un lavoro estivo presso una coppia nota ed abbiente sull’isola di Viđey, a pochi minuti di traghetto da Reykiavík. Una sua cugina aveva lavorato presso l’avvocato Óttar e la moglie Ólöf l’estate precedente e si era trovata bene. Quel fine settimana i suoi genitori avevano aspettato invano la sua solita telefonata e al lunedì ne avevano denunciato la scomparsa. Il detective Kristián Kristiánsson era andato sull’isola, aveva fatto le domande di rito all’avvocato e alla moglie- avevano solo saputo dirgli che  Lára aveva dato le dimissioni all’improvviso, e no, non sapevano perché, non sapevano neppure se e come fosse tornata a Reykiavík. Una telefonata di un suo superiore aveva intimidito il giovane detective con un rimprovero neppur tanto velato per aver fatto ‘strane domande’ a Óttar e alla moglie. L’indagine era finita lì, anche se ogni dieci anni la stampa ridava voce alla domanda di che cosa fosse successo alla ragazza, anche se Kristián aveva saputo di altre persone presenti sull’isola, ospiti dell’avvocato, tutte persone in vista, tutte intoccabili.


    Trent’anni dopo la scomparsa- è l’agosto del 1986- un giovane giornalista si interessa di nuovo al caso. Sogna uno scoop, gli sono arrivati altri brandelli di informazioni da fonti che preferiscono restare nell’ombra. Reykiavík è in fibrillazione- ci saranno i festeggiamenti per i duecento anni dalla fondazione, ci sarà una torta lunga duecento metri, la televisione avrà un nuovo canale di trasmissioni, e poi la città ospiterà l’incontro del presidente Reagan con Gorbaciov che porrà le basi della fine della Guerra Fredda. E, nella folla che si riversa nelle strade, il pericolo è in agguato.

     Di Ragnar Jónasson abbiamo già letto la serie “Misteri d’Islanda” e “la trilogia di Hulda”, “Reykiavík”, però, è un giallo a quattro mani, scritto insieme a Katrín Jakobsdóttir, un master in letteratura islandese e primo ministro d’Islanda dal 2017 al 2024.


Nella postfazione gli autori raccontano come sia nata l’idea del libro, come condividessero i ricordi degli anni ’80, un periodo felice e spensierato, un decennio di crescita per l’Islanda, come abbiano consultato i quotidiani dell’epoca. Questo loro interesse per quegli anni si rispecchia chiaramente nel romanzo che ricrea l’atmosfera dell’isola e della capitale con ricchezza di dettagli. E, se la trama è di per sé banale, l’abilità degli scrittori tiene i lettori con il fiato sospeso non tanto sul crimine in sé, ma sull’interrogativo che gli islandesi stessi si sono posti per trent’anni- una ragazza con le valigie non può essere scomparsa nel nulla, a tutti piacerebbe che fosse viva e vegeta in America, ma non è possibile.

   La narrazione procede spedita, senza inutili lungaggini, perfetta per un romanzo di indagine poliziesca- anzi, di indagine giornalistica.

 



 

 

 

 

 

 

 

 

 

martedì 9 dicembre 2025

Arturo Pérez-Reverte, “Il problema finale” ed. 2025

                               Voci da mondi diversi. Penisola iberica

cento sfumature di giallo

Arturo Pérez-Reverte, “Il problema finale”

Ed. Settecolori, trad. Bruno Arpaia, pagg. 346, Euro 23,00

   Un divertissement. Oppure un entertainment, come lo definirebbe Graham Greene. Un ‘giallo’ letterario. Un thriller del genere della ‘camera chiusa’. Un omaggio ad Agatha Christie e a Sir Conan Doyle. Un pastiche. Un’antologia di citazioni di Sherlock Holmes. Un mystery stuzzicante per il lettore. Una strizzata d’occhio a grandi attori del passato. Arturo Pérez-Reverte ritorna sulla scena narrativa con un romanzo che è una lettura piacevolissima e divertente.

      È il 1960. Una tempesta ha bloccato nove turisti nell’albergo sull’isola di Utakos, di fronte a Corfù. Al lettore viene immediatamente in mente quel capolavoro di Agatha Christie che è “Dieci piccoli indiani”. Il libro di Pérez-Reverte non finisce con ‘e poi non rimase nessuno’, non c’è neppure una filastrocca che serve da linea guida, ma di certo c’è un legame nella sequenza dei morti assassinati che inizia con un apparente suicidio, quello di una signorina inglese che viaggia con un’amica. La situazione è tipica del delitto ‘impossible’- la porta di un capanno sulla spiaggia chiusa dall’interno, una corda, una sola traccia di orme sulla sabbia. Eppure l’io narrante che verrà investito dell’incarico di indagare su questa morte, nell’impossibilità della polizia greca di raggiungere l’isola, non è affatto convinto che si tratti di un suicidio. Viene naturale affidare a lui questo compito, nello sconcerto generale. Perché è un volto noto  a chiunque frequenti le sale cinematografiche, è un attore ormai sul viale del tramonto, ma lui è Sherlock Holmes.


Aver impersonato il più famoso investigatore fa sì che abbia assimilato la sua tecnica e il suo fiuto investigativi, che si muova, guardi, ascolti, si comporti come se fosse Sherlock Holmes. E se Holmes aveva bisogno della cocaina per aguzzare l’intuito, Hopalong Basil (il suo vero nome è Ormond) si trattiene con una ferrea autodisciplina, ma le bottiglie dietro il bancone del bar sono come le sirene per Ulisse per lui. Accanto a Basil/Sherlock spunta naturalmente il dottor Watson nei panni di uno scrittore di gialli da quattro soldi, anche lui ospite prigioniero dell’isola.

   Lo scrittore e l’attore, colui che inventa delle trame e colui che le porta in scena- è come leggere un romanzo dentro un romanzo, tra i fatti che succedono nell’albergo, un secondo, un terzo morto, e i rimandi letterari, la schermaglia a battute di frasi o ricordi di situazioni nei libri di Conan Doyle o in film in cui recitava Ormond, le allusioni dettagliate a incontri o bevute insieme ad attori come Cary Grant o Tyrone Power o Ava Gardner, o perfino Sophia Loren.

Sir Arthur Conan -Doyle

     “A volte la vita imita l’arte”, dice il personaggio scrittore a Ormond che osserva che il suo è un ruolo romanzesco come investigatore sull’isola. Ed è proprio il caso di dire così, quando ogni delitto viene inscenato come se fosse tratto da un romanzo già letto. E che fare della famosa frase che è diventata un cliché, ‘l’assassino è il maggiordomo’, per indicare che il colpevole è qualcuno a cui non penseremmo perché fuori dal giro? Ne “Il problema finale” dovremo aspettare anni per sapere chi è l’assassino, dopo colpi di scena e sorprese, dopo la fine della tempesta che sembra essere diventata una tempesta metaforica, con la calma che significa sia l’arrivo della polizia sia il commiato dai personaggi.

   Un piccolo appunto sulla veste grafica del libro- che piacere leggere di nuovo un libro con copertina rigida, una rilegatura simile a quelle di un tempo e una bella carta. Sembra un’edizione in stile con i personaggi.



giovedì 4 dicembre 2025

Antonio Manzini, “Sotto mentite spoglie” ed. 2025

                                                                  Casa Nostra. Qui Italia

                                                  cento sfumature di giallo

Antonio Manzini, “Sotto mentite spoglie”

Ed. Sellerio, pagg. 546, Euro 17,00

 

    È quasi Natale, questo Natale snaturato di oggi, fatto di consumismo, luci che non rallegrano, sdolcinati canti agli angoli delle strade.

E, a tutto questo si aggiunge che, in un’Aosta dove fa freddissimo e Rocco Schiavone si intestardisce a indossare il loden e calzare le Clarks, si succedono in breve tempo una rapina in banca, il ritrovamento di un cadavere in un laghetto di montagna e la denuncia della scomparsa del marito dall’ex-moglie. È proprio il caso che Rocco rettifichi la sua lista di massime rotture.

     Incominciamo dalla rapina che ha risvolti comici per la maniera in cui i rapinatori riescono a farla franca facendosi beffe del vicequestore Schiavone- è la prima scena e la più rappresentativa in cui c’è un chiaro riferimento al titolo, ‘sotto mentite spoglie’. Il portare una maschera ritorna lungo tutta la narrativa- ci sono personaggi che assumono un altro nome e un’altra identità, ci sarà un commissario che, con una barba posticcia, si camufferà per tendere una trappola, c’è un qualcosa di cui si parla come di una bauta, maschera in veneziano, e che deve essere il nodo di tutto quello che accade (perché, ad un certo punto, diventa chiaro che i fatti che apparivano slegati sono invece collegati tra di loro), c’è infine Rocco che ormai indossa sempre la maschera di uomo scorbutico e cinico e piange dentro di sé.


    L’inizio del nuovo romanzo di Antonio Manzini riprende la narrazione da quello precedente- la giornalista Sandra è in ospedale e Rocco va ogni giorno a chiedere notizie di lei. Sandra, però, è fidanzata, la loro storia avrebbe potuto essere e non è stata, perché, anche se la moglie morta non gli appare più spesso come un tempo, anzi, se non gli appare affatto, Rocco vive nel passato, incapace di lasciarselo alle spalle. Preferisce i legami passeggeri, come quello con la biologa che frequenta adesso e che non richiede alcun impegno da parte sua. E tuttavia c’è in Rocco un filo di amarezza, di rimpianto, di nostalgia di una possibile felicità perduta.

E poi Rocco viene travolto dai nuovi avvenimenti- perché soltanto una cassetta di sicurezza era l’obiettivo dei ladri? Chi era il morto nel lago? L’identificazione è difficile, sarà il tagliandino di una tintoria sulla giacca che aiuterà a dargli un nome. La trama ci porta dalla Val d’Aosta al Senegal e qui iniziamo a intuire che si tratta di qualcosa di losco, di terribilmente ‘sporco’, perché si parla di squadre di calcio di ragazzini di colore, di un qualche prodotto farmaceutico, di grossi guadagni, di necessità di segretezza.


    La lettura di un libro di Antonio Manzini è sempre piacevole e mai banale, è vivace e ricca di humour. Il protagonista cambia lentamente, come è giusto che sia, nel corso degli anni, forse riesce perfino ad abituarsi alla città in cui è stato relegato. Il nocciolo della trama di questa sua ultima opera riguarda un problema scottante e di grande attualità di cui non mi è concesso dire altro.

Un solo appunto: un centinaio di pagine in meno avrebbero reso la narrativa più scattante.