Visualizzazione post con etichetta incroci di civiltà. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta incroci di civiltà. Mostra tutti i post

mercoledì 2 aprile 2014

Daniel Mendelsohn, "Gli scomparsi"

                                                                  eventi
                                                                  incroci di civiltà

Daniel Mendelsohn, “Gli scomparsi”
Ed. Neri Pozza, trad. Giuseppe Costigliola, pagg. 711, Euro 20,00

Titolo originale, The Lost. A Search for Six of Six Million

“Si vuole sempre ricostruire come sono morti, e non come sono vissuti”.
     Immerso nei suoi pensieri, Marek annuì e continuò: “La gente non crede che sia importante sapere se un uomo era felice o meno. Invece lo è. Perché dopo l’Olocausto scomparve tutto un mondo.”

    “Gli scomparsi”: era difficile mantenere la traduzione letterale del titolo originale, “The Lost. A search for six of six million”, così esplicativo con quei numeri che si ripetono in maniera strana, il più piccolo vicino a quello inimmaginabile nella sua grandezza, così ampiamente, così dolorosamente preciso nel definire ‘perdute’ le sei persone di cui lo scrittore va in cerca. Perdute, che sono andate perse, e non scomparse. Così come, insieme a loro, è andato perso tutto un mondo e la sua civiltà e la sua cultura. Finanche, in parte, la sua lingua. Così come è andato perso anche  quello che sarebbe potuto essere di quel mondo e di quelle persone- i loro pensieri, i loro successi e i loro fallimenti, i loro sentimenti. 

    “Gli scomparsi” di Daniel Mendelsohn è un libro straordinario- è più di un semplice romanzo, è la storia di una famiglia, la storia di un intero paese, Bolechow, in Polonia, la storia di chi è sopravvissuto agli orrori del nazismo e cerca di trovare la forza di raccontarlo. Ma è anche un libro di viaggi- nel tempo e nella memoria e da un paese all’altro, da un continente all’altro, America, Europa, Australia, Medio Oriente, sulla traccia dei sei componenti scomparsi della famiglia Jäger: lo zio Shmiel, sua moglie e le quattro bellissime figlie.
Tutto inizia con qualcosa che è tipico di tutte le famiglie, lo scrutare i lineamenti di un bambino cercando di individuare le somiglianze. E Daniel Mendelsohn assomiglia a Shmiel, il fratello del nonno materno, quello che aveva una macelleria a Bolechow prima della guerra. I parenti abbassavano la voce, quando parlavano di zio Shmiel, non si sapeva che fine avesse fatto- si diceva che si fosse nascosto con una delle figlie, ma che fosse stato tradito. E che una, o forse due delle figlie si fossero unite ai partigiani nella foresta. Ma che ne era stato della moglie e delle altre due figlie? Persino i nomi e l’anno di nascita delle quattro ragazze non erano certi. Daniel è ancora un ragazzino quando incomincia a ricostruire l’albero genealogico della famiglia della mamma, spinto dall’affetto e dal fascino che esercita su di lui nonno Abraham- una delle figure più imponenti e indimenticabili del libro. Da nonno Abraham Daniel dice di aver imparato l’arte del raccontare, srotolando il filo di una storia, facendolo intrecciare ad altri fili che conducono ad altre storie, per poi riunirli tutti insieme alla fine. Come scatole cinesi incastrate una dentro l’altra, di cui l’ultima contiene una rivelazione. Ma Daniel riconosce pure il suo debito a Proust, e a Sebald- anche Daniel inserisce nel libro delle fotografie, parte integrante della narrazione nonché supporto visivo dell’immaginazione. Immagini in bianco e nero che parlano di un passato lontano, abiti di un tempo, visi di uomini, donne, fanciulle di cui lui cerca di indovinare il carattere dallo sguardo, o dal sorriso, o dalla maniera di acconciarsi i capelli.

    Quando Daniel inizia la sua ricerca, non sa che questa lo porterà così lontano, che non si fermerà a Bolechow, che non sarà sufficiente un solo viaggio, che, come nel gioco del domino, ogni tessera sarà accostata da un’altra, che ogni persona contattata ne farà il nome di un’altra. E che ognuno racconterà degli Jäger, magari solo di zio Shmiel, o di una delle figlie, e poi parlerà di sé e di quello che è stato- hic sunt lacrimae rerum, cita Mendelsohn, studioso dei classici, sono le lacrime delle cose e toccano le menti degli uomini. Quanto dolore in quei racconti. E il viaggio di Daniel diventa molto di più del volo in aereo per raggiungere i testimoni- è un viaggio di conoscenza di sé e degli altri, un percorso che lo porta ad avvicinarsi alla sua identità ebraica oltre che al fratello che lo accompagna nei viaggi.
Il racconto della ricerca e quello della persecuzione nazista nel romanzo di Mendelsohn sono spezzati da una riflessione parallela (interessante e affascinante quanto l’altra parte del libro) su testi della Bibbia, seguendo due filoni: la distruzione di quanto Dio aveva creato, durante il diluvio e poi quando punì gli abitanti di Sodoma e Gomorra (e, come per l’Olocausto, è la sopravvivenza di pochi che ci fa comprendere la portata dell’annientamento), e la rivalità tra fratelli, tema ricorrente nel Vecchio Testamento ad iniziare dall’omicidio di Caino- si era reso conto nonno Abraham che il non inviare a suo fratello i soldi per emigrare significava decretarne la morte?                

    “Gli scomparsi” non è un ennesimo libro testimonianza sullo sterminio degli ebrei- la morte è sempre presente nel libro, e non potrebbe essere diversamente, ma lo è anche la vita. Perché Daniel Mendelsohn è riuscito a ricreare in queste pagine la vita di quelli che sono andati perduti. E andando via da Bolechow, Daniel non si è girato indietro come ha fatto la moglie di Lot, non si è trasformato in una statua immobile e muta. La vita continua per ricordare Bolechow che è “scomparsa per sempre”.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

lo scrittore Daniel Mendelsohn 



Jhumpa Lahiri, "La moglie" ed. 2013

                                                                 eventi
          incroci di civiltà



Jhumpa Lahiri, “La moglie”
Ed. Guanda, trad. Maria Federica Oddera, pagg. 418, Euro 18,00
Titolo originale: The Lowland
  

L’effetto era inquietante. Subhash ebbe l’impressione che la sua presenza sulla terra venisse negata nell’attimo stesso in cui se ne stava là in piedi. Fu come se gli fosse proibito un accesso, se il passato si rifiutasse di accoglierlo. Si limitava a ricordargli che il luogo arbitrario dove era approdato, in cui si era costruito una vita, non gli apparteneva. Come Bela, l’aveva accettato e nello stesso tempo si era tenuto a distanza. In mezzo a quella gente, a quegli alberi, alla particolare geografia del territorio che aveva studiato e imparato ad amare, Subhash restava sempre e soltanto un ospite. Forse il peggior genere di ospite, quello che non vuole saperne di andarsene.

     Calcutta, e poi Rhode Island. India e Stati Uniti. Subhash, un uomo buono e generoso. Suo fratello Udayan, di quindici mesi più giovane, il suo doppio vivace, irruento, ribelle. Una donna, Gauri, moglie di Udayan e poi, rimasta vedova, di Subash. Una bambina, Bela, figlia di Gauri e Udayan. Sono questi i protagonisti del nuovo romanzo di Jhumpa Lahiri, intitolato “La moglie”. E’ lei, la moglie prima di uno e dopo dell’altro fratello, la protagonista assoluta? Di certo è il personaggio che, insieme al primo marito, il fratello minore Udayan, suscita più interrogativi. Di certo questo romanzo che potrebbe essere una storia banale, con qualche variante facile da immaginare- una donna, due uomini, il ricordo di uno, l’incapacità di amare l’altro, una figlia che cresce pensando che lo zio sia il suo vero padre e poi, scoprirà che non lo è, glielo diranno?, come reagirà?-, acquista peso e spessore mentre proseguiamo la lettura e le reazioni dei personaggi davanti ai casi della vita rivelano una profondità di indagine psicologica che trasformano l’intero romanzo.
    Tutto ha inizio a Calcutta sul finire degli anni ‘60 quando i due fratelli, entrambi brillanti studenti, prendono strade diverse: Subhash parte per proseguire gli studi negli Stati Uniti, mentre Udayan diventa un attivista nel movimento naxalita di ispirazione maoista.
I genitori non hanno la minima idea di quanto sia coinvolto Udayan, tantomeno lo può immaginare Subhash attraverso le rare lettere del fratello. In una delle ultime Udayan gli diceva di essersi sposato senza dilungarsi nei particolari, senza accennare all’opposizione dei genitori per questo matrimonio con una ragazza che loro non avevano scelto, una studentessa del tutto diversa dalla tipica moglie indiana. Poi Subhash aveva ricevuto la notizia della morte del fratello. Un fulmine. I dettagli di questa morte (Udayan era stato ucciso dalla polizia che gli aveva sparato alle spalle) vengono fuori a poco a poco nel romanzo, dapprima nello scarno racconto della moglie, poi in flash back in cui il tempo dei verbi è il presente, come in una ripresa dal vivo degli avvenimenti. E soprattutto affiora a poco a poco l’intera verità: è un eroe Udayan? un martire? È valsa veramente la pena che Subhash vivesse la sua intera vita all’ombra del fratello? E Gauri, qual è stato il suo ruolo in quanto è successo?
    Gauri non è un personaggio amabile. Se dapprima proviamo pena per lei, giovane, vedova, incinta, invisa ai suoceri, finisce poi per irritarci, incapace di mostrare almeno gratitudine per l’uomo che l’ha ‘salvata’, sposandola, portandola con sé in America, facendo da padre a sua figlia che lo adora. Anche perché Gauri non ha alcun istinto materno e le sue scelte la porteranno in tutt’altra direzione, senza curarsi di quanto possano ferire il secondo marito, senza considerare le conseguenze dell’abbandono materno per una bambina di dodici anni.

   La storia dei due fratelli che sposano la stessa donna è diventata una storia complessa- complesso lo sfondo della difesa dei diritti dei contadini in India, sfaccettati i rapporti famigliari, tra i due fratelli, tra questi e Gauri, tra Gauri e Subhash e la bambina Bela. E sempre, di sottofondo, un tema caro alla Lahiri, quello dell’estraneità, dell’appartenere a due mondi e a due culture, del restare sospesi tra i due senza essere certi di quale sia veramente il nostro e quale sia, quindi, la nostra identità. 

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

la scrittrice Jhumpa Lahiri    

Jhumpa Lahiri, "L'omonimo" ed. 2004


                                                                eventi
                                                                incroci di civilità

Jhumpa Lahiri, “L’omonimo”
 Ed. Marcos Y Marcos, trad. Claudia Tarolo, pagg. 342, Euro 15,50
è stata ristampata una nuova edizione ne Le Fenici


    Non deve essere facile essere un bengalese che vive in America e avere anche un nome insolito, come Gogol Ganguli. Gogol, come lo scrittore russo, peccato che a scuola venisse per lo più storpiato nel canzonatorio Goggles (occhialetti da piscina o da motociclista) o, ancora peggio, nell’ilare Giggles (risatine). Solo all’università qualche professore aveva individuato l’origine giusta del nome. Troppo lungo per Gogol spiegare che era stato chiamato così perché le pagine di un libro di Gogol che si agitavano nel vento avevano salvato la vita di suo padre, quando questi era rimasto vittima di un incidente ferroviario, attirando i soccorsi verso di lui. E Gogol decide di cambiare nome, prima di andare all’università, diventando Nikhil. Intorno a questo personaggio che, cambiando nome, vorrebbe anche assumere un’altra identità e rifarsi una storia famigliare, si svolge il romanzo “L’omonimo” di Jhumpa Lahiri, scrittrice bengalese che vive in America, di cui abbiamo già letto il libro di racconti “L’interprete dei malanni”, vincitore del premio Pulitzer nel 2000. Se i racconti erano storie di persone sradicate dall’India che affrontavano la difficoltà dell’inserimento in un nuovo paese, “L’omonimo” inizia con la stessa problematica, quando i genitori di Gogol si trasferiscono negli Stati Uniti, per spingersi oltre, con Gogol e la sorella Sonia, che sono già degli ABCD, “American-born Confused Deshi”, indiani disorientati nati in America, bilingui perfetti, anche se capaci solo di parlare e non di scrivere il bengalese, turisti nell’India in cui si recano due volte all’anno a trovare i parenti aspettando con ansia il momento di tornare a “casa”. Fa parte del percorso di vita di ogni adolescente, il desiderio di affermare se stessi come altri dai propri genitori e, nel caso di Gogol, la ricerca di un’identità passa non solo attraverso il cambiamento del nome, ma anche attraverso il rifiuto delle feste tradizionali indiane (solo alla fine, quando addobba l’albero per l’ultima volta nella casa che è già stata venduta, si rende conto di che cosa abbia voluto dire, per i suoi genitori, adottare usanze a loro estranee per amore dei figli), del cibo speziato, delle letture consigliate dal padre, dell’amore com’è concepito nelle famiglie indiane.
E Gogol si allontana definitivamente dalla sua famiglia quando si innamora di Maxine, o meglio, quando si innamora di lei e dei genitori di lei, senza rendersi conto di venire inghiottito da loro. Rendendosene conto troppo tardi, quando suo padre muore all’improvviso e Gogol capisce tante cose- troppo tardi. Ed è qui che il percorso di formazione inizia a girare in tondo, ritornando su se stesso, in una riscoperta delle origini: Nikhil sposa una ragazza indiana, con sari rosso e ghirlande di fiori. Finale un po’ debole e scontato per questo romanzo che ha pagine molto belle per parlare della crisi adolescenziale e della formazione sentimentale del giovane Gogol, confermando la qualità della scrittura di Jhumpa Lahiri.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net

la scrittrice Jhumpa Lahiri   



martedì 1 aprile 2014

Kader Abdolah, "Il corvo" ed. 2013

                                                     eventi
                                                     incroci di civiltà
                                                     Voci da mondi diversi. Asia

Kader Abdolah, “Il corvo”
Ed. Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg. 107, Euro 9,50
Titolo originale: De Kraai

Non è che proprio tutti siano diventati tassisti o fruttivendoli, naturalmente. Molti hanno proseguito gli studi e trovato un buon lavoro. Le donne in particolare hanno approfittato del nuovo stato di cose per conquistarsi una condizione dignitosa. Eppure è come se quella prima generazione di profughi avesse messo da parte i suoi sogni per offrire migliori opportunità ai figli. Sono come gli atleti di una staffetta che passano il testimone al gruppo successivo.

    Questa è la storia di Refid Foaq, iraniano immigrato in Olanda, sensale di caffè, scrittore per vocazione.
    Questa è la storia di Kader Abdolah, nato in Iran nel 1954 e rifugiato politico in Olanda dal 1988, che è riuscito a far sua la lingua del paese che lo ha accolto, tanto da aver l’onore della richiesta di scrivere il ‘libricino’, il libro-omaggio della Settimana del Libro Nederlandese. Il ‘libricino’ che deve rispettare una lunghezza prestabilita e che è, appunto, “Il corvo”.
    Il titolo scelto da Abdolah è suggestivo: il corvo appare spesso nei racconti della tradizione persiana, è un testimone che osserva tutto dall’alto, è un custode della cultura, è un messaggero alato che valica i confini. Come il corvo, anche il protagonista del racconto di Abdolah, così come altri personaggi che vi appaiono, ha superato confini, ha portato la sua cultura e il suo passato in altri paesi, cancellando le frontiere.
    “Voglio raccontarvi quello che è successo e come sono finito in Lauriergracht n.37”- e quello che è successo ha radici lontane, nel tempo e nello spazio. Inizia in un paese che si chiamava Persia finché, nel 1959, fu stabilito che entrambi i nomi, Persia e Iran, potevano essere usati. Regnava ancora lo scià che, però, accettando l’aiuto americano, segnava viepiù l’americanizzazione del paese. Inizia con un padre falegname e con un ragazzo che ama leggere e che, per amore della lettura, affronta anche libri americani, con l’aiuto di un dizionario: è il segno di una curiosità intellettuale che lo accompagnerà sempre, che sarà uno stimolo fortissimo, quando le vicende della Storia lo obbligheranno a lasciare l’Iran.

    C’è il tono distaccato della lontananza, nel racconto di Kader Abdolah. La pacatezza di chi ha accettato la durezza della sorte ed è grato del destino che gli è toccato, paragonandolo a quello di altri meno fortunati di lui. L’intelligenza e l’apertura mentale di chi ha saputo non restare prigioniero della sua identità e dei suoi ricordi. A tratti veloci, nello spazio del centinaio di pagine che gli sono concesse, Abdolah, sotto lo pseudonimo di un amico conosciuto all’università, un medico del Kurdistan arrestato e ucciso durante la rivoluzione, traccia la storia della sua vita, le letture e i primi scritti, la rivoluzione, l’attentato all’ambasciata americana e l’incontro con la ragazza che avrebbe sposato. E poi l’esilio, la fuga attraverso la Turchia, l’attesa estenuante per i documenti, i soldi sufficienti soltanto per una destinazione “minore”, per un piccolo paese grigio e piatto nel nord dell’Europa. Dall’Iran all’Olanda è un capovolgimento radicale, un ripartire da zero, un gettarsi alle spalle tutto ciò che si era. Ma Refid Foaq è caparbio, ha i piedi saldi sulla terra e sa che solo un lavoro manuale- anche se non gli si confà- può permettergli di vivere, che è necessario imparare la lingua del posto. Sogna altro, però. Sogna di diventare quello che sperava di diventare prima che la sua vita si spezzasse. Come tanti altri iraniani in esilio, diseredati del loro futuro. Capisce anche che deve far incrociare i due mondi, filtrare la cultura dei suoi antenati dentro quella dell’Occidente.
   E’ una splendida e intrigante sorpresa, per il lettore, trovare accostate opere poetiche persiane e testi fondamentali della letteratura olandese. Soprattutto lo scrittore si appropria del romanzo ottocentesco “Max Havelaar” con i suoi riferimenti alla politica coloniale olandese e al commercio del caffè: sembra un dettaglio irrilevante e, invece, c’è poco che renda l’idea del cambiamento radicale subito da un uomo che viene dal paese in cui il tè offerto nei bicchieri di vetro è la bevanda nazionale e che finisce a vendere caffè. Così come il paesaggio che lo circonda è esattamente l’opposto di quello che ha lasciato- la piattezza grigia dell’Olanda è illuminata dal ricordo azzurro della magica Isfahan.


   “Il corvo” non è solo la storia di Rafid Foaq alias Kader Abdolah. Ogni pagina del suo travagliato viaggio verso una destinazione ignota ci fa pensare alle tragedie dei barconi carichi di migranti di cui abbiamo letto di recente, a vite di cui non sappiamo nulla, ad ambizioni stroncate, ad umiliazioni inghiottite, ad una volontà di andare avanti ad ogni costo e nonostante tutto.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

lo scrittore Kader Abdolah

Kader Abdolah, "Il re" ed. 2012

                                                     eventi
                                                     incroci di civiltà
                                                     Voci da mondi diversi. Asia

Kader Abdolah, “Il re”
Ed. Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg. 467, Euro 18,50

    “Per mille anni nelle case da tè persiane sono risonate le gesta degli antichi re. I cantastorie giocavano con le date e davano libero corso alla fantasia per far rivivere i racconti con toni forti e colori vivaci. Spostavano i fatti nel tempo, tralasciavano qua e là qualche episodio e talvolta ne aggiungevano altri.”
In queste parole di introduzione al suo nuovo romanzo, “Il re”, lo scrittore iraniano Kader Abdolah, rifugiato politico in Olanda dal 1988, anticipa la sua intenzione: sarà il cantastorie del secolo XXI, riporterà in vita il passato perché nessun frammento vada perso, mescolerà fatti e finzione, si concederà qualche licenza, maneggerà il tempo, ci incanterà con il suo racconto. Se non lo facesse, verrebbe meno a un dovere, la sua fuoriuscita dall’Iran sarebbe un tradimento nei confronti dei compagni di lotta che hanno perso la vita e della patria che ha perso la libertà. Ed è così che Kader Abdolah sceglie di raccontarci del regno dello scià Naser alla fine dell’800 in una Persia che si trova al centro del Grande Gioco tra Russia, Francia e Inghilterra- un parallelo voluto con l’Iran di fine millennio?
    L’inizio, “C’era una volta un principe persiano che un giorno, diventato re, visitò Parigi”, stabilisce il tono favolistico da “Mille e una notte”, accentuato subito da uno dei dettagli che più colpiscono l’immaginario: il principe Naser (che aveva trecentosettantaquattro fratelli perché suo padre aveva avuto milleduecentotrentacinque mogli) aveva soltanto duecentotrenta concubine. E tuttavia considerava come unico legittimo discendente la figlia avuta dalla prima moglie: i maschi avuti dalle concubine non valevano nulla, solo un figlio maschio dell’adorata figlia avrebbe potuto succedergli.
lo scià Naser
Accanto allo scià prendono vita un’infinità di altri personaggi- primi fra tutti quelli che gli sono più vicino e che si contendono il suo ascolto, la madre Madholia, il gran visir Mirza Kabir (trisavolo dello scrittore) e il consigliere spirituale dello scià, Sheikh Aghasi. E’ una lotta per il potere in due cerchi concentrici, quella che si svolge accanto allo scià. Perché i consigli di Mirza Kabir (di gran lunga il più intelligente, colto e lungimirante dei quattro, l’unico che ha viaggiato all’estero e vede con occhi realistici il divario tra Persia ed Europa) sono diametralmente opposti a quelli di Madholia o del timido Sheikh Aghasi. I problemi della Persia sono tanti: l’Afghanistan e il possesso di Herat, città contesa tra Russia e Inghilterra, i confini con l’India da cui si affacciano con prepotenza gli inglesi che mirano ai giacimenti di petrolio sulle coste del golfo Persico, l’arretratezza del paese del tutto privo di infrastrutture, l’analfabetismo quasi totale della popolazione- solo pochi, delle migliori famiglie, sono stati mandati a studiare all’estero perché possano spingere il paese verso il futuro al loro ritorno. E però vengono considerati pericolosi, proprio per le loro idee innovative. Perché parlano di parlamento, di costituzione, di un minor potere centrale.
Nel cerchio più esterno sono le grandi potenze ad ingaggiare una lotta per infiltrarsi in Persia, approfittando della cecità politica dello scià, della sua ignoranza del progresso che ha preso la rincorsa fuori dei suoi confini, della sua avidità di denaro. Lo scià si lascia comprare facilmente. Non capisce che cosa possa significare per il paese l’introduzione del telegrafo, di una linea ferroviaria, della costruzione di scuole e ospedali. E’ rimasto alla montagna di gemme che è il tesoro più grande per lui, alle monete d’oro da elargire come dono regale. Si accontenta, come un bambino, del regalo di uno scivolo (uno scivolo!) per far divertire le donne dell’harem, in cambio di concessioni di ben altra portata fatte alle potenze straniere. E naturalmente pensa di avere il diritto di decidere della vita e della morte dei suoi sudditi- il primo ad essere eliminato è Mirza Kabir, troppo autonomo per non essere considerato un rivale. Solo con la rivoluzione del 1906 la Persia entrerà nella modernità.
     La capacità affabulatoria di Kader Abdolah è straordinaria. Ci fa viaggiare per tutta la Persia, ci fa sbirciare dietro le porte dell’harem, ammirare lo scintillio di favolosi gioielli, annusare spezie- e poi paragonare tutto con la cultura a cui apparteniamo noi occidentali, perché possiamo comprendere meglio le distanze da superare e le differenze da valorizzare.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net

lo scrittore Kader Abdolah


    

Kader Abdolah, "La casa della moschea" ed. 2008

                                                        eventi
                                                        incroci di civiltà
                                                        Voci da mondi diversi. Asia

Kader Abdolah, “La casa della moschea”
Ed. Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg. 450, Euro 18,50

    C'è un’immagine che continua a tormentarci, quando chiudiamo il libro dello scrittore iraniano emigrato in Olanda Kader Abdolah. E' quella del padre che gira con il cadavere del figlio nel furgoncino, in cerca di una tomba per lui. Perché il giovane Javad era tra gli studenti morti nella dura repressione operata nel Villaggio Rosso da parte del governo dell'ayatollah Khomeini. Lui, il padre, Aga Jan, non sapeva neppure che suo figlio si trovasse là, ed ora si ritrova con il suo corpo, senza sapere dove seppellirlo, perché nessun villaggio- neppure quelli in cui Aga Jan pensava avere degli amici- osa sfidare le disposizioni: nessun rifugio per i ribelli, né da vivi né da morti. E noi pensiamo ad Antigone che sfida il tiranno per dare una sepoltura al fratello Polinice e a come- attraverso i secoli e in luoghi e circostanze diversi- la pietas umana rimanga sempre la stessa.
     “La casa della moschea” è la storia di una famiglia, e gli eventi storici che la spezzano in due, distruggendo per sempre serenità e pace, alterano anche lo stile narrativo del romanzo: dall'inizio quasi sognante, in una romantica atmosfera di idillio famigliare, attraverso un'epoca transitoria di tumulti che culminano con la fuga dello scià all'estero, si passa a pagine quasi concitate che hanno qualcosa di giornalistico nel narrare l'incalzare degli avvenimenti. Il ritorno di Khomeini, gli arresti nel cuore della notte, le torture, i frettolosi tribunali speciali, la giustizia sommaria che sa di esecuzione.

     Una famiglia significa tanti personaggi, proprio come l' albero con tanti rami che è disegnato nelle prime pagine. Ognuno con i suoi tratti, il fin troppo devoto imam maniaco della pulizia sostituito poi dal giovane figlio oppiomane, Muezzin il cieco che modella la creta e riempie di vasi il cortile, la docile Seddiq che va in sposa all'uomo che diventerà il giustiziere maledetto, il bambino deforme soprannominato Lucertola, la vedova dell'imam che scopre tardivamente il sesso e l'amore. E ancora il poeta e il fotografo- due occhi diversi sulla realtà. C'è anche un corvo che occupa a buon diritto un posto nella famiglia, perché da sempre è stato lì ad annunciare le visite con il suo gracchiare. E sopra tutti, prima di tutti, il mercante di tappeti Aga Jan, l'uomo che si impone con la sua calma, il suo equilibrio, la sua saggezza nel tentativo continuo di conciliazione. E forse è per quello che ci sembra ancora più immeritata la pena che gli è riservata alla fine, con la perdita del figlio.

     Con questa storia di famiglia che rappresenta la storia dell'intero paese, con le discussioni quotidiane che osservano l'ingerenza americana in Iran e preparano alla feroce reazione che seguirà, a soffocare la spinta occidentalizzante, Kader Abdolah ritorna a parlare della terra che ha lasciato- è lui la voce dell'esule Shahbal che scrive allo zio, alla fine del romanzo, con parole di nostalgia: Mio carissimo zio, sogno così spesso la nostra casa e tutti voi che in realtà non è qui che vivo, ma lì. E ci regala un libro molto bello, sospeso tra l'elegia e il realismo, tra la nebbia soffusa dei ricordi e l'accecante luce di un riflettore che illumina il buio del fondamentalismo.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net

lo scrittore Kader Abdolah   

Kader Abdolah, "Scrittura cuneiforme" ed. 2003

                                                      eventi
                                                      incroci di civiltà
        Voci da mondi diversi. Asia   

Kader Abdolah, “Scrittura cuneiforme”
Ed. Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg. 327, Euro 16,50

Sembra che non ci sia niente di simile, tra annodare un tappeto e annotare un diario in scrittura cuneiforme, e invece sono due maniere di raccontare. C’è una storia nascosta nel disegno del tappeto, proprio come c’è una storia nascosta in quei segni che sembrano dei chiodi, si tratta solo di interpretarli. E’ questa la maniera di esprimersi di Aga Akbar, il mago dei tappeti sordomuto dalla nascita, e il compito di Ismail, fuggito in Olanda dall’Iran di Khomeini, è quello di interpretare il taccuino di suo padre, scritto con quegli strani caratteri, gli stessi di un’incisione vecchia di migliaia di anni in una grotta, là, vicino al suo villaggio.
l'ayatollah Khomeini
Gli avevano dato il nome di Ismail, “Dio ascolta”, perché era stato un dono del cielo, il figlio inviato a Aga Akbar perché fosse per lui la sua voce e i suoi orecchi. “Scrittura cuneiforme”, dello scrittore iraniano di lingua nederlandese Kader Abdolah, è il racconto fatto da tre narratori, Ismail stesso che cerca di tradurre in una lingua leggibile quello che a sua volta suo padre ha scritto, e lo scrittore onnisciente, che integra la storia di Ismail e di Aga Akbar, traducendo anche lui in una lingua che non è la sua. La mitica Persia dalla civiltà antichissima nei versi dei poeti, l’Iran che Reza Khan ha modernizzato con la forza, quello dello Scià messo sul trono dagli americani, quello degli ayatollah e la storia di Aga Akbar e della sua famiglia, il rapporto esclusivo e toccante tra padre e figlio, di amore e di onore reso al padre secondo la legge divina, di gratitudine viscerale del padre per un figlio che è parte stessa di lui, attraverso un doppio filtro che permette di prendere le distanze dal dolore della lontananza, in uno sforzo intellettuale di trovare un legame tra i due mondi. C’è qualcosa di mitico e di epico nel romanzo di Abdolah, l’incanto delle leggende e quello delle imprese eroiche tramandate oralmente, il contrasto tra la montagna incantata che è anche la strada della libertà sui sentieri percorsi solo dai camosci e la distesa piatta dei polder strappati alle acque, sfumati in un orizzonte lontano. E sempre una malinconia, un rimpianto accorato, il senso di colpa del figlio che ha abbandonato il padre e che fa ammenda. E poi l’impennata dell’orgoglio, il pensiero che “perdere non è la fine di tutto, ma la fine di un certo modo di pensare”. Stilos ha parlato con Kader Abdolah del suo passato e del suo presente, dell’Iran e dell’Olanda in cui lo scrittore vive dal 1988.

Kader Abdolah è uno pseudonimo per Hossein Sadjadi Ghaemmaghami Farahani. Perché ha scelto di scrivere con uno pseudonimo e perché ha scelto questi due nomi?
    Per due motivi: il mio vero nome è lo stesso del mio bisnonno, che fu Primo Ministro e uno scrittore famoso, e io non volevo essere confuso con lui. E poi, come rifugiato politico, dovevo celare il mio nome con uno pseudonimo. Quanto ai due nomi, ho scelto quelli di due miei amici, Kader e Abdolah, arrestati e uccisi perché oppositori del regime. E’ stata la mia maniera di ricordare, di portare testimonianza alla nostra lotta.

 Sono passati 15 anni da quando Lei ha dovuto lasciare l’Iran e anche in questo libro, come già ne “Il viaggio delle bottiglie vuote”, c’è il tema dell’esilio, con la struggente nostalgia per il paese d’origine. E’ una rielaborazione necessaria, quella del passato, per affrontare il presente e il futuro?
     Nei primi anni di soggiorno in un paese straniero si ha paura, paura di perdere tutto e per questo ci si impegna con il proprio passato, si vive nel passato. Poi ho scoperto che se continuo a stare nel passato non posso cambiare la situazione, non posso scrivere un libro. Ho scoperto che devo cambiare il passato in presente e il presente in futuro. Sono sempre occupato con il passato ma lo cambio nel presente per fare il futuro. Uso il passato, la lingua persiana e la cultura persiana per fare un ponte tra Oriente e Occidente. Prendo le pietre del passato e cerco di fare un ponte tra la nostra cultura e quella dell’Europa. Il mio libro “La scrittura cuneiforme” è quel ponte e io vi invito ad attraversarlo e venire nei nostri villaggi, assaggiare il nostro cibo, ascoltare le nostre poesie. Vi porto a casa mia, vi faccio incontrare mia madre, mio padre, le mie sorelle, vi mostro la mia eredità persiana e in questo modo sono un costruttore di ponti.
il cilindro di Ciro 
La sua scelta della lingua: nel libro dice che scrive nella lingua degli olandesi perché questa è “la legge della fuga”.
   All’inizio, come rifugiato, non si ha scelta: non parli, non hai contatti con le persone, hai paura di perdere i legami con il passato, con la famiglia, con la tua lingua. Questo è il problema più grande: la lingua, la paura di perdere la mia lingua. Non osavo prendere distanza dalla mia lingua, e poi, all’improvviso, ho pensato che senza lasciare la mia lingua sarei morto. Ho pensato, “devo perdere la mia lingua, devo prendere la lingua olandese”. Ho dovuto farlo, anche se è stato molto difficile. Nei primi due, tre anni, ho pensato che era impossibile imparare quella lingua olandese, così fredda e umida. L’olandese era come un uccello morto, non poteva volare per me, ma dovevo avere pazienza, dovevo imparare a giocare con quell’uccello e all’improvviso iniziò a volare. E incominciai a scrivere in olandese e mi sentii libero.

La sua esperienza nell’Iran di Khomeini è stata come quella di Ismail? Quanto c’è di autobiografico nel libro?
   Vorrei rispondere con un esempio che renda più facile capire il mio libro. Le piramidi egiziane sono un’opera d’arte ma chi le ha costruite ha usato le pietre nella sua arte. Aveva bisogno di pietre e le ha tagliate dalla montagna e le ha messe insieme per quest’opera d’arte. Le pietre sono autobiografiche e io ho usato molte pietre autobiografiche per fare la mia storia. Ho dato molto di me a Ismail: mio padre è sordomuto, non può parlare, non sente, non sa leggere. Il padre di Ismail è il mio proprio padre e sua sorella Campanellina è mia sorella, anche lei è stata messa in prigione e adesso è libera. Ho usato molte pietre autobiografiche per costruire il mio romanzo. E’ tutto vero ed è tutta finzione narrativa.

 Nel suo romanzo c’è il narratore onnisciente e Ismail che racconta interpretando gli appunti del padre, quasi tre narratori, dunque. Perché ha sentito la necessità di più narratori per raccontare la storia?
    Come scrittore cerco nuove maniere di raccontare. Non è solo una storia, ho cercato di trovare una nuova maniera di scrivere un romanzo, ho mescolato la tradizione persiana, la maniera di raccontare persiana con quella europea. Nelle storie delle “Mille e una notte” c’è spesso qualcuno che inizia una storia, poi cede la parola a qualcun altro e questo la cede a qualcun altro ancora e dopo un po’ ti dimentichi chi ha iniziato la storia: è una vecchia maniera persiana di raccontare, mescolata a quella europea. In questo modo io, come scrittore, ho più spazio e possibilità di raccontare. Anche nel mio ultimo libro, che è stato pubblicato tre mesi fa in Olanda, ci sono tre narratori in prima persona: così si può dire di più, si può andare più in profondità nella mente dei personaggi.

 Nel libro si parla anche di diversi metodi di narrare e mi sembra che ognuno debba avere un suo ruolo e un suo significato: si narra con la parola, con i tappeti, con la scrittura cuneiforme – e quest’ultima è certo la maniera più indecifrabile.

    Io sono uno scrittore immigrato che ho una storia da dire. Sono arrivato in un paese nuovo e scrivo in una lingua nuova e cammino in una nuova cultura, ho nuovi lettori e devo usare tutto per farmi capire, per dire la mia storia e spiegare i miei sentimenti. Io sono Aga Akbar perché non sono capace di parlare e uso tutto per raccontare la mia storia, il tappeto, il mio padre sordo, la lingua segreta. Vengo da un paese con tanti segreti e, se voglio dire la mia storia, devo usare molti segreti, una lingua segreta. Solo con i segreti sono capace di raccontare e toccare il vostro cuore, per questo uso i tappeti, la lingua cuneiforme, le poesie, il padre sordo.

Iran e Olanda, la cultura persiana e quella olandese sono presenti nel suo romanzo. Tutte le bellissime poesie, che Lei ha citato nel romanzo, hanno una vena molto malinconica.        

    Abbiamo parlato prima del rapporto con il passato, di che cosa si provi quando uno arriva e ha perso il suo paese, le sue donne, le sue strade, la sua lingua, la sicurezza e sogna ogni notte di ritornare e tutte le persone note vengono a trovarlo nei suoi sogni, e la vita è piena di nostalgia. C’è solo una cosa che, come scrittore persiano, ti può aiutare: le poesie, non poesie tristi, ma molto malinconiche. La poesia è importante per i persiani: le nostre nonne non sapevano né leggere né scrivere ma conoscevano centinaia di poesie, sono le donne che hanno tramandato queste poesie. E sono poesie tristi perché la storia della Persia è una storia di guerre, di nemici che ci hanno distrutto e il nostro pensiero ricorre spesso alla morte. C’è una vena nostalgica e melanconica perché l’Islam ha distrutto quello che eravamo e da allora rimpiangiamo il passato. La nostalgia è nel nostro corpo, le poesie d’amore persiane sono poesie di dolore.
 
Ci sono tre località di cui si parla in maniera ricorrente nel romanzo: la montagna, la grotta e il pozzo. Qual è il loro valore simbolico?
     Dappertutto si vedono le montagne in Iran, le montagne sono il simbolo della lotta contro i dittatori. Nella storia persiana si leggono vicende di persone che combattono sultani e re, e vivono sulle montagne, scendono per lottare e poi ritornano sulle montagne. Quando ero studente ho fatto parte del movimento clandestino di sinistra contro lo Scià e ci incontravamo sulle montagne, nascondevamo tutto, armi e libri, sulle montagne. Nelle grotte, disseminate nell’Iran, si trovano le incisioni cuneiformi dei re persiani. Il re Ciro ha lasciato come delle lettere incise su pietra, si leggono le parole “Io sono il re dei re”, e queste incisioni sono lì per sempre, per l’eternità. Il pozzo: abbiamo poca acqua in Iran e l’acqua è santa e per questo abbiamo miti e storie sulle persone sante o importanti che vivono nei pozzi. Anche nei libri per bambini ci sono molti personaggi che vivono nei pozzi.
tomba di Ciro il Grande

Il rapporto padre-figlio è di una profondità e di una tenerezza toccanti e straordinarie. Ho pensato con tristezza che è un tipo di rapporto che sembra appartenere a una società perduta, molto difficile da trovare nel mondo moderno.
    Mio padre aveva un sogno da giovane: voleva avere un figlio per sé che lo aiutasse, che fosse il suo bastone e il suo interprete. Per questo voleva un figlio maschio e io per trent’anni sono stato con lui e l’ho aiutato. Ero là se aveva bisogno di me, sistemavo tutto per lui e lui sapeva che aveva un figlio e pensava che suo figlio potesse fare tutto e cambiare il mondo. Non ho mai pensato che avrei lasciato l’Iran e avrei lasciato mio padre solo e neppure lui lo avrebbe immaginato. Ma l’ho fatto perché non potevo restare. Se fossi rimasto sarei stato un figlio morto, ma mio padre non aveva bisogno di un figlio morto e sarebbe morto anche lui. Però provo ancora adesso un senso di colpa per averlo lasciato solo. Ho scritto questo libro per spiegargli perché l’ho lasciato. Ho cercato di fare qualcosa di buono dai miei sensi di colpa.

la recensione e l'intervista sono state pubblicate sulla rivista "Stilos"

lo scrittore Kader Abdolah    







Olivier Truc, "L'ultimo lappone"

                                                                eventi
                                                                incroci di civiltà

 Olivier Truc, “L’ultimo lappone”
Ed. Marsiliio, trad. Raffaella Fontana, pagg. 446, Euro 18,00
Titolo originale: Le dernier Lapon

     Klemet era perduto. Non voleva ammetterlo, non subito, ma scoprendo quel tamburo indecifrabile aveva misurato l’ampiezza del fossato che lo separava e lo aveva sempre separato dalla cultura sami. Decine di ricercatori avrebbero ucciso padre e madre per avere quel tamburo tra le mani. A Klemet invece non diceva niente. Capì in maniera brutale che era cresciuto lontano dalla cultura sami e che era estraneo al cuore di quella cultura  e alla sua storia quanto una Nina qualsiasi.

         Ci aspetteremmo un autore del Nord per un romanzo che si intitola “L’ultimo lappone”. E invece Olivier Truc è un giornalista francese che vive da molti anni a Stoccolma, inviato di Le Monde e Le Point per la Scandinavia. Questo è solo il primo dettaglio singolare per un romanzo singolare che ci irretisce fin dalla prima pagina con una scena ambientata nel 1693 nella Lapponia centrale: un lappone cerca di sfuggire ai suoi inseguitori, tra i quali c’è un uomo di chiesa che gli lancia contro una maledizione e l’augurio di bruciare all’Inferno. La trama de “L’ultimo lappone” si svolge, però, nel 2011, ma, se non ci venisse detto, se non ci fossero motoslitte, quad, telefoni cellulari e tute termiche, penseremmo che il tempo si sia fermato in Lapponia, perché le condizioni di vita degli allevatori di renne sono immutate, anche se ormai sono pochissimi quelli rimasti, che hanno l’ardire di sfidare i 40° sotto zero, le tormente di neve, la solitudine, il disagio di abitare nei ‘gumpi’, di difendersi dal freddo con abiti fatti con pelle di renna.  

     Lo sgocciolare del tempo: è questo il secondo dettaglio singolare e affascinante del romanzo. Il passare del tempo, che introduce i vari capitoli, viene indicato in maniera quanto mai efficace non tanto dalla data, ma dall’ora in cui il sole sorge e tramonta, dal numero di ore di luce in Lapponia. Si inizia il 10 di gennaio quando ancora perdura la notte polare e il poliziotto Klemet viene colto dal timore  irrazionale che il sole possa anche non apparire affatto, e la fine di tutto ha luogo il 28 di gennaio: “Il sole sorge alle 9,02 e tramonta alle 14,02. Cinque ore di luce.” Niente come questo conteggio- 27 minuti di luce l’11 di gennaio, già due ore e quindici minuti tre giorni dopo, tre ore e ventisette minuti il 20 di gennaio- potrebbe darci un’idea della diversità di una regione in cui si avverte un alito di primavera quando si vede il sole per un paio di minuti in più e la temperatura si alza ai 20° sotto zero.
     Nella notte tra domenica 9 e lunedì 10 di gennaio è stato rubato un tamburo dal museo di Kautokeino, nell’estremo nord della Norvegia: per i lapponi è più che il furto di uno strumento tradizionale, è il furto della loro identità, l’ennesimo tentativo di discriminarli, di assimilarli agli altri abitanti della Scandinavia, di annullare la loro diversità. Ormai esistono soltanto settantun tamburi originali- erano gli strumenti degli sciamani, una maniera per comunicare con l’aldilà, e i disegni sulla pelle dei tamburi avevano un significato simbolico, raccontavano una storia.
tamburo sciamanico
Il giorno dopo il furto viene ritrovato il cadavere di un piccolo allevatore di renne, si pensa ad un regolamento dei conti, all’uomo sono stati mozzati gli orecchi. Ad occuparsi dei due casi- che appaiono presto collegati- sono un giovane poliziotto sfottente e odioso e due membri della polizia delle renne, il corpo speciale che esiste solo in Lapponia. E questi sono due personaggi accattivanti di cui ci ricorderemo: Klemet è l’unico sami ad essere entrato nel corpo di polizia e Nina è l’unica donna poliziotto della regione. Klemet è abituato a ingoiare il disprezzo con cui gli si rivolge il giovane collega, a sorvolare sulle insinuazioni degli altri sami che lo accusano di aver dimenticato le sue origini; Nina è aperta alla nuova esperienza, non ha pregiudizi, è affascinata da quello che apprende su quella popolazione autoctona, dagli joik che non sono nenie lamentose e incomprensibili ma un modo di tramandare oralmente una storia, la loro Storia. Nina subisce anche il fascino selvaggio di Aslak, il migliore e più ‘puro’ allevatore di renne, il lappone che vive lontano dalla civiltà, che conosce la tundra meglio di chiunque, che è in grado di guidare un losco francese alla ricerca di una leggendaria miniera...
     “L’ultimo lappone” è un ottimo esordio narrativo (ne verrà tratto un film, immaginiamo la grandiosità degli scenari) perché ci trasporta in un altro mondo riuscendo a intrecciare la trama propria del thriller, con la ricerca del colpevole di un crimine, con la storia di una popolazione di cui sappiamo poco e che abita in una vasta area dai confini incerti, soggetti a spostamenti nel corso degli anni. Interessanti  i protagonisti, mozzafiato i paesaggi di neve e di gelo e le rutilanti aurore boreali.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

lo scrittore Olivier Truc   

     


     

lunedì 31 marzo 2014

Binyavanga Wainaina, "Un giorno scriverò di questo posto"

                                                          eventi
                                                          incroci di civiltà

Binyavanga Wainaina, “Un giorno scriverò di questo posto”
Ed. 66thand2nd, trad. Giovanni Garbellini, pagg. 289, Euro 18,00
Titolo originale: One Day I Will Write About This Place


Ora è crollato il Muro di Berlino e le nostri grandi università, dove i ricchi e chi usciva dalla povertà erano finalmente pari, sono sparite.. anche quelli che hanno i soldi non possono permettersi granché. Non erano preparati a questo. Le cose accadono all’improvviso. In tutto il mondo ci sono rivolgimenti enormi da un giorno all’altro. Prevale un senso di panico. E’ possibile credere a quello che promette Geldof, cioè che l’Africa finirà per sprofondare in un buco enorme. Il progetto volto a creare gente come noi sta finendo. Adesso, chi ha cresce, e chi non ha resta indietro. Chi ha se ne può andare. Alcuni genitori vendono i loro averi più preziosi per mandare i figli all’estero.

     Stephen ne “Il ritratto d’artista da giovane” di James Joyce, il protagonista del delizioso “Il cane che abbaiava alle onde” di Hugo Hamilton: ci ricorda queste voci quella di Binyavanga Wainaina nella parte iniziale del suo libro di memorie, “Un giorno scriverò di questo posto”. Ed è singolare che ognuno di questi tre scrittori abbia cercato la sua strada lontano dal luogo dei ricordi per poi tornare, o non tornare, come Joyce che visse per sempre lontano dalla sua Irlanda per scriverne però in tutti i suoi romanzi. Come ne scrive Wainaina in questa autobiografia che è, allo stesso tempo, la sua storia e quella del Kenya fra gli anni ‘70 e il tempo attuale.                                         
    
  Binyavanga ha sette anni nel 1978, quando iniziano i suoi ricordi. Il fratello maggiore ne ha undici, la sorellina Ciru cinque e mezzo ma è così intelligente che frequenta la stessa classe di Binyavanga. Nascerà poi un’altra sorellina ma è con Ciru che Binyavanga resterà più legato, come negli anni in cui pensava a lei come alla sua gemella. Un nome insolito, Binyavanga, e non solo per noi europei- lo scrittore ci racconterà di uno scontro verbale al check-in di un aeroporto perché il suo nome aveva destato sospetti sulla sua provenienza.  Così come ci racconterà dell’usanza in Kenya di dare al  secondogenito il nome del nonno materno, senonché a questi, essendo ugandese, era parso strano avere un nipote che si chiamava Binyavanga, come lui. In un paese dalle molte tribù che hanno un grande peso nella vita politica, Binyavanga Wainaina è figlio di padre kenyota e madre ugandese, la sua lingua madre è lo swahili e naturalmente conosce l’inglese, visto che il Kenya è stato colonia britannica dalla fine dell’800 fino all’indipendenza nel 1963. Soltanto nel 1995, per la prima volta, Binyavanga si reca in Uganda con la famiglia, per festeggiare l’anniversario delle nozze dei nonni. “Sono cresciuto ascoltando i suoi miti, le sue leggende e i suoi orrori, narrati con l’intensità che sa trovare soltanto chi vive in esilio”, e  questo raduno,  che vede tornare figli e figlie dalle diverse parti del mondo dove sono approdati, è una grande emozione, è l’esaltazione della forza dei legami famigliari. Uganda, Rwanda, Sudan, e poi il Sudafrica dove Binyavanga va a studiare: da queste pagine in cui troviamo, mescolate, esperienze diverse, esce fuori il profumo, o il puzzo, del calderone dell’Africa. Soltanto la prima parte del libro ha pagine leggere, come si addice ai giochi dell’infanzia.
il presidente Moi
Poi l’atmosfera si fa più cupa, con la morte del presidente Kenyatta e l’elezione di Moi il cui governo diventa sempre più ambiguamente corrotto, mentre sempre più suoi fedeli o leccapiedi si fanno strada nella società del paese. Crolla il livello dell’istruzione pubblica, il merito non è più il passaporto per l’ingresso nelle scuole migliori, Binyavanga si iscrive all’università di Transkei in Sudafrica. E si perde, come avviene spesso ai giovani universitari di qualunque paese. Sono pagine in cui ci parla di folli letture, di isolamento in una stanza sporca di cui non paga l’affitto, di droga, di una vergogna nascosta per cui non ha il coraggio di farsi vivo con i genitori. Si parla però anche di politica, della fine dell’apartheid, di Mandela libero, di Moi che continua a imperversare in Kenya. E anche di musica, di Brenda Fassie, la scandalosa cantante in cui ‘sesso e lotta politica si incontrano’. Si ricorda l’insurrezione dei Mau-Mau, la montagna di cadaveri nella Zululand. Quando Binyavanga ritorna in Kenya, il contrasto non potrebbe maggiore. C’è una pesante aria di stanchezza nel paese: “Dopo gli scioperi e le battaglie del Sudafrica, che coinvolgevano tutti, questo luogo sconfitto è difficile da reggere.” E tuttavia per lui il ritorno è una spinta a cambiare, a raddrizzarsi e riprendere il controllo della sua vita tenendo d’occhio la meta: diventare uno scrittore.

Mombasa
      Non è un libro facile, “Un giorno scriverò di questo posto”. Perché non è facile parlare di sé e del proprio paese quando, pur essendo una personalità di rilievo come è diventato Wainaina, si è ancora giovani. Forse mancano le distanze da quanto si è vissuto, forse c’è troppo da dire e ci sarebbe troppo da spiegare per lettori che non sono familiari con la storia sociale e politica del Kenya. Intuiamo pure, leggendo il libro, che Wainaina deve aver piegato la lingua per un suo uso originale che noi non riusciamo a cogliere interamente nella traduzione. 

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it

lo scrittore Binyavanga Wainaina