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sabato 22 novembre 2025

Ian McEwan, “Quello che possiamo sapere” ed. 2025

                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

        distopia

Ian McEwan, “Quello che possiamo sapere”

Ed. Einaudi, trad. Susanna Basso, pagg, 376, Euro 19,95

 

    E’ il 2119. C’è stato un drammatico cambio epocale tra il XXI secolo in cui stiamo vivendo e il XXII in cui si muovono i personaggi dello straordinario nuovo romanzo di Ian McEwan. Prima il Grande Disastro, poi l’Inondazione. A seguito di un lancio di missili le acque dell’Oceano si sono sollevate rovesciandosi su gran parte dell’Europa occidentale. La Gran Bretagna è diventata un arcipelago di isole, qualunque spostamento diventa difficoltoso. Se nel XXI secolo la sovrappopolazione era un problema, adesso questo problema è scomparso, l’Inondazione ha decimato gli abitanti del nostro pianeta. Anche i beni materiali scarseggiano, certi alimenti sono introvabili.

      In questo nuovo mondo (quanto lontano dal “Coraggioso nuovo mondo” di Huxley!) Thomas Metcalfe, studioso della letteratura degli anni tra il 1990 e il 2030, è sulle tracce di un poema scomparso. Si tratta della Corona per Vivien di Francis Blundy, una sequenza di sonetti in cui ogni sonetto inizia con il verso con cui termina quello precedente. Il grande poeta Francis Blundy lo aveva scritto per il compleanno della moglie ed era stato recitato nel 2014 ad una cena in cui erano presenti, oltre alla festeggiata, la sorella di Blundy con il marito (editor di Blundy, incaricato di scrivere la biografia del poeta), e altre coppie di amici. Il poema però era scomparso, tutto quello che se ne sapeva era i riferimenti che si erano trovati nello scambio di mail, stralci di diari, allusioni a quella sera di libagioni e cibi deliziosi ormai introvabili nel 2119. Erano tutti riuniti nel grande Casale di Blundy per quel “Second Immortal Convivio” (il riferimento era al Primo Convivio del 1817 a cui avevano partecipato Keats e Wordsworth). Era una documentazione che lasciava trapelare le correnti di amore, gelosia, invidia tra i presenti, che raccontava del primo matrimonio di Vivien con un liutaio vittima di Alzheimer in giovane età, delle ambizioni a cui Vivien aveva rinunciato per mettersi a disposizione del poeta dall’Ego smisurato- e però, a parte le parole di ammirazione per il poema, non c’era altro su che fine potesse avere fatto.


     Metcalfe riesce a dissotterrare un contenitore nel luogo dove una volta, un centinaio di anni prima, si ergeva il Casale- e questa parte del libro sembra presa da un romanzo di avventura con l’avanzare dello studioso e della moglie in un bosco inselvatichito dopo aver dovuto noleggiare un’imbarcazione con tanto di skipper per arrivare là dove un tempo era tutta terraferma. Ed ecco che inizia un secondo romanzo, del tutto diverso da quello che abbiamo letto finora. È scritto da Vivien, una sorta di diario sulla cui veridicità non possiamo avere dubbi. È tutta un’altra storia che, in certo qual modo smitizza quella precedente, una storia di amore, di tradimento, di colpa. Soprattutto di colpa e di rimorso. Dobbiamo rivedere tutto quello che abbiamo pensato del grande poeta (molto borioso, a dire il vero) e della stessa Vivien e del loro amore. E naturalmente apprendiamo che ne è stato della Corona e quale significato avesse e perché dovesse scomparire.


   Due romanzi in uno, leggere “Quello che possiamo sapere” è come guardare le due facce della stessa medaglia, e l’effetto è straniante. Il romanzo ambientato nel futuro è soffuso di un’atmosfera tragica e nello stesso tempo nostalgica (quella stessa nostalgia che prova Winston Smith nel “1984” di Orwell)- chi guarda al passato (ai giovani non interessa il passato, faticano a portare a termine la lettura di un libro di neppure cento pagine, gli studi umanistici sono in declino) prova nostalgia per un tempo in cui vivere sembrava più bello, in cui c’erano più specie di animali e di fiori, alimenti più vari e gustosi- ma che cosa sappiamo veramente del passato? Quali verità si celano dietro gli scritti del passato ormai tutti conservati in forma digitalizzata? Quale era la vera vita dei personaggi famosi e mitizzati?

Il romanzo ambientato nel presente di noi lettori toglie il velo davanti al mondo sognato e rimpianto nelle pagine del futuro, ne mostra le meschinità e le brutture ed è come se anche a noi togliessero una benda dagli occhi- forse preferivamo il nostro tempo visto attraverso la lente del futuro, forse c’è un equilibrio tra le due prospettive.


     La distopia di McEwan si basa soprattutto sulle conseguenze del cambiamento climatico, sia nell’ambiente sia nella società e nelle nazioni (l’America è diventata un luogo pericoloso dove spadroneggiano i signori delle guerra e la Nigeria è il paese più ricco del mondo) e il ‘primo’ romanzo ha un passo più lento- la ricerca del poema e la celebrazione della grandezza di Francis Blunty, nonché la storia d’amore di Metcalfe con la compagna studiosa, ci richiamano alla mente “Possessione” di Antonia Byatt-, più vivace e ricco di sorprese il “romanzo dentro il romanzo”. Quello che conta, però, quello che ci affascina, quello che ci tiene legati al testo, è proprio la loro giustapposizione, la doppia prospettiva, e quel pizzico di suspense.



domenica 9 giugno 2024

Paul Auster, “Nel paese delle ultime cose” prima edizione 1996

                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

       distopia

Paul Auster, “Nel paese delle ultime cose”

Ed. Einaudi, trad. Monica Sperandini, pagg. 170, Euro 10,92

 

  Queste sono le ultime cose. Ad una ad una scompaiono e non riappaiono.

Addirittura- viene scritto in quella che è una lunga lettera ad un’amica- una casa è lì un giorno e il giorno dopo è scomparsa. Oppure una strada che hai percorso ieri, oggi non c’è più.

La ragazza- sapremo che si chiama Anna- era partita (da dove? Non è mai detto) per andare a cercare il fratello William, giornalista, che era stato inviato per scoprire che cosa mai stesse accadendo. L’amica l’aveva avvisata, che non lo avrebbe mai ritrovato, ma a lei, Anna, non importava. E adesso non sa neppure quanto tempo sia passato, è affamata, si aggira in una città spettrale che si sta disintegrando.

   L’immagine che ci introduce a questa ‘città di distruzione’ (Nathaniel Hawthorne la chiama così nell’esergo) è dantesca- il vento sospinge chi si aggira per le strade, spesso si vedono intere famiglie legate insieme per non farsi sollevare in aria. Ci saranno altre immagini dantesche- a che altro si può ricorrere, in questa città infernale?, ma anche orwelliane e swiftiane, così come le orrende condizioni di vita richiamano alla mente i campi di concentramento dove ogni minima cosa che verrebbe scartata come immondizia in un mondo normale, viene invece tesorizzata, perché può tornare utile, può servire da merce di scambio.


Tutto viene usato- proibito seppellire i morti perché i loro corpi servono come combustibile, le deiezioni vengono raccolte- questi sono gli esempi estremi. La vita è così impossibile che si cerca la morte- ci sono i Saltatori (che si buttano giù da un tetto), i Corridori (corrono fino a crollare), le cliniche per l’eutanasia, il viaggio delle Meraviglie (una serie di iniezioni che fanno sentire euforici e felici prima di quella finale), la Crociera del Piacere (un brevissimo paragrafo che può essere stato lo spunto per il romanzo “Sea Paradise” di Eleonora Lombardo).

    In questa città di distruzione dove si cerca di sopravvivere con i pochi ‘lavori’ che si possono fare, come andare in cerca di qualunque oggetto o indumento o suppellettile avanzato, dove ci sono degli Agenti della Resurrezione a cui tali oggetti possono essere venduti per essere trasformati in qualcosa da mettere sul mercato, dove è proibito ricordare, dove scompaiono interi gruppi di persone (gli ebrei, gli intellettuali- e ci paiono le famose purghe staliniste), restano ancora frammenti di umanità. 

La diciannovenne Anna incontra tre persone che la aiuteranno, che le daranno affetto e manterranno viva la speranza. La vecchia Isabel le offrirà alloggio nella sua casa, salvandola dai rigori di un inverno che sembra quello di Leningrado assediata e arrivando a compiere un atto estremo per amore suo; avrà un figlio dall’uomo che aveva conosciuto suo fratello e che ora vive nella biblioteca scrivendo un libro che dovrebbe restare a testimonianza, e infine incontrerà Victoria che gestisce una sorta di casa-ricovero dove accoglie gente disperata e si prende cura di loro, nutrendoli e dando loro nuovi abiti prima di mandarli via per fare entrare altre persone. Victoria salverà anche Anna…


    Il finale è aperto. La lettera si conclude con la frase: questa è Anna Blume, la tua vecchia amica da un altro mondo. Quando arriveremo dove siamo diretti, cercherò di scriverti ancora, prometto.

   C’è una cosa da ricordare, se, rileggendo ora il romanzo distopico di Paul Auster, abbiamo l’impressione di ‘già letto’. Il romanzo fu pubblicato per la prima volta da Guanda nel 1996 ed altri dello stesso genere, come “La strada” di Cormack McCarthy che vinse il premio Pulitzer nel 2007, sono stati scritti dopo, quasi che la paura per un mondo che si autodistrugge fosse contagiosa.

    De “Nel paese delle ultime cose” ammiriamo l’inventiva fantastica nel portare certe situazioni all’estremo e i continui rimandi letterari a grandi opere del passato che, in qualche maniera, conferiscono un che di poetico al testo, anche se non riusciamo ad appassionarci ai personaggi, grigi anche loro come la tremenda grigia città di distruzione.



venerdì 26 aprile 2024

Eleonora Lombardo, “Sea Paradise” ed. 2024

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia

                 distopia

Eleonora Lombardo, “Sea Paradise”

Ed. Sellerio, pagg 272, Euro 16,00

     Ho provato la stessa emozione, lo stesso entusiasmo, leggendo il romanzo “Sea Paradise” di Eleonora Lombardo, che provai molti, anzi moltissimi anni fa, quando lessi per la prima volta “1984” di Orwell e “Coraggioso nuovo mondo” di Huxley. Per l’inventiva e la lucidità, per la ricchezza di dettagli che rendono del tutto credibile la prospettiva di un mondo futuro, la trasformazione del nostro ormai vecchio mondo in un altro in cui tutto è rinnovato e cambiato.

    Siamo in un imprecisato futuro, dunque. Sea Paradise è il nome di una gigantesca nave da crociera che contiene in sé una doppia promessa. La prima promette un viaggio paradisiaco (sarà di otto giorni e sette notti) con l’offerta di tutti i possibili piaceri del vecchio mondo, “mangiare, bere, fare qualunque cosa lecita e illecita”. La seconda promessa, nascosta dietro la prima, è quella di trovare un paradiso in mare, di fare un viaggio senza ritorno. I partecipanti lo sanno benissimo ma preferiscono non pensarci. E poi non è detto che capiti proprio a loro, di terminare questa volta la loro vita. Sapremo poi che la scelta delle persone ‘a termine’ viene fatta in base alle loro condizioni di salute, ai possibili costi futuri per il loro mantenimento che peserà sullo Stato. In pratica farà più giri, più crociere, chi costa di meno allo Stato, per un massimo di dieci. È una strategia di contenimento energetico del pianeta e forse non è neppure la maniera peggiore di abbandonare la scena.


      Elvira ed Amanda sono due amiche che hanno compiuto da poco settant’anni. Hanno due personalità opposte- Elvira razionale e severa, è stata un’insegnante, ha avuto un marito e due figli; Amanda è amabile di nome e di fatto, leggera come una farfalla, ha fatto l’attrice di teatro, ora l’Alzheimer l’ha resa smemorata, ma in una maniera ariosa e leggera. Sono amiche come non ce ne sono più nel nuovo mondo dove le amicizie sono improntate alla collaborazione, dove si diventa soci per un obiettivo comune. È Elvira che ha deciso di iscrivere entrambe alla crociera, proprio per accompagnare Amanda in questo viaggio. Non che avessero molta scelta. A settant’anni si è vissuto e si è dato abbastanza, secondo la politica attuale. A settant’anni si è un peso e lo Stato offre questa fantastica crociera. C’è la libertà di non accettare, ma in tal caso non avrà più nessun supporto dallo Stato- niente cure mediche, niente ricoveri in ospedale, non potrà tenere neppure la casa in cui abita, perché servirà a qualche coppia giovane.


   Amanda ed Elvira salpano sulla Sea Paradise. La descrizione della vita a bordo, di tutti i piaceri a disposizione, degli Impeccabili che sono al loro servizio (privandole peraltro di ogni libertà), degli altri ospiti che impariamo a conoscere anche noi (Il brillante anziano che Elvira soprannomina Achille, l’imponente Julie che è lesbica e si trova una compagna in un ultimo amore, i gemelli italiani, l’antipatico Diego), è piena di inventiva e resa in colori così vividi che anche noi lettori abbiamo l’impressione di essere a bordo.

    Mentre un giorno scivola in un altro, mentre Elvira osserva che ogni tanto qualcuno scompare, quello che succede a bordo della nave che solca il mare- eterna metafora di vita-, la maniera in cui la sorte (o meglio lo Stato o un computer che elabora i dati) decide chi farà questa unica crociera e come passerà (senza accorgersene, godendo della vita fino all’ultimo) nell’aldilà, creano in noi un’aspettativa intrigante. E i capitoli delle attività giornaliere, con i ‘ruoli’ assegnati ad ognuno perché siano impegnati (Elvira è guardiana delle farfalle), con le stravaganti richieste di Amanda del cibo che più le piace, si alternano a brevi capitoli sulle norme che regolano la crociera, i Protocolli diversamente numerati. È un’alternanza di forte contrasto- l’allegria e il divertimento da una parte, la fredda razionalità e il cinismo dall’altra.


    Se dovessi fare un paragone, questo Stato del futuro che si contrappone- e con un certo rimpianto- a quello del passato, assomiglia al paese degli Houyhnhnms, i cavalli intelligenti, razionali e perfetti, dove arriva Gulliver nel suo ultimo viaggio. Perfino le disposizioni sulla famiglia e sulla procreazione nel nuovo mondo assomigliano a quelle decise dagli Houyhnhnms per evitare il sovrappopolamento.

    Un romanzo che ha il carattere della novità, che offre molti spunti di riflessione sulla ‘terza età’ (invecchiare vuol dire aver paura dell’attimo dopo) senza mai comunicare tristezza, con un doppio finale per le due amiche. Sembra tutto impossibile? Ricordiamo che cosa hanno anticipato Orwell e Huxley nei loro libri.

Da leggere.



  

     

martedì 9 aprile 2024

Paul Lynch, “Il canto del profeta” ed. 2024

                      Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                                    distopia

      Booker Prize 2023

Paul Lynch, “Il canto del profeta”

Ed. 66thand2nd, trad. Riccardo Duranti, pagg. 288, Euro 17,10

 

    Dublino. La famiglia Stack, padre, madre, quattro figli. Lei, Eilish, è una scienziata e ha appena ripreso il lavoro dopo il congedo per maternità. Il marito è un sindacalista. Il figlio maggiore ha sedici anni, poi c’è una ragazzina di 14, un altro maschietto di 12 e il neonato.

   È già buio quando bussano alla porta. Sono due uomini che vogliono interrogare Larry, il marito. Si sta preparando una manifestazione a sostegno degli insegnanti che chiedono un aumento di stipendio. L’atmosfera è intimidatoria- il nuovo governo di estrema destra della repubblica irlandese non tollererà né proteste né scioperi. Gli Stack pensano che siano minacce vuote anche se c’è una certa inquietudine che gira, riguardo alle posizioni estremiste del partito di Alleanza Nazionale.

Già questa scena di apertura ci introduce ad uno scenario fin troppo noto- da sempre, da sempre, c’è da temere quando uomini del potere bussano di notte alla porta di una casa. Succede sempre di notte, come se si volessero cancellare le tracce. E anche tutto quello che succede dopo ci è noto, da quanto è successo in altri paesi e in altri tempi. Come dire che non c’è mai niente di nuovo sotto il sole.


    La manifestazione si tiene, Larry viene arrestato, Larry scompare. A nulla serve ingaggiare un avvocato. A nulla serve cercare di rassicurarsi pensando che è impossibile che nella verde Irlanda succedano queste cose. Diamine, è un paese democratico, i cittadini hanno dei diritti, c’è l’habeas corpus. C’è  l’habeas corpus? È una situazione di emergenza, si giustifica il governo imponendo il coprifuoco.

   Molti se ne sono già andati, hanno chiuso la casa e hanno fatto fagotto. La sorella di Eilish vive in Canada, è da tempo che la incita a raggiungerla con marito e figli, almeno con i figli, adesso. E le ricorda che la storia è piena di gente che ha indugiato, pensando ‘non è possibile’. Non è possibile che si arrivi al peggio, non è possibile andarsene adesso (e se Larry tornasse e non trovasse nessuno?), non è possibile per Eilish abbandonare suo padre che dà segni di demenza.

    C’è un crescendo di buio nell’aria. Un costante peggiorare della situazione. Il figlio maggiore viene arruolato (ma come? ha appena compiuto 17 anni) e poi scompare (si è unito ai ribelli?), non c’è più l’elettricità, gli scaffali dei negozi sono vuoti, dai rubinetti scende acqua, si intensificano gli scontri tra forze governative e ribelli, aumentano i posti di blocco. È guerra.

    Che ne sarà della famiglia Stack? Che cosa dovranno sopportare prima di riuscire a prendere decisioni sofferte, pericolose, faticose?


     “Il canto del profeta” (vincitore del Booker Prize 2023) è un romanzo distopico, il partito che è dietro questa prospettiva di un futuro possibile non è lo stesso del “1984” di Orwell, ma i metodi, però, sono gli stessi (con l’aggiornamento delle nuove tecnologie), le scene descritte ci fanno pensare alla Germania nazista, all’Argentina dei ‘desaparecidos’. E se abbiamo una sensazione di irrealtà, se anche noi ci diciamo ‘non è possibile’, è perché il romanzo è ambientato in Irlanda che, nell’immaginario collettivo, dopo la fine dei ‘troubles’, è l’isola di smeraldo dove la gente è cordiale, beve birra nelle strade, canta canzoni folk. Le barricate nelle strade e i cecchini possono risvegliare in noi i ricordi di quella che fu, in definitiva, una guerra civile- quel tempo ormai è lontano e, paradossalmente, è proprio nell’Ulster che gli irlandesi della repubblica possono trovare la salvezza.

    Si legge bene, “Il canto del profeta”, ma non possiamo non avvertire un che di ‘già letto’.






 

 

 

 

 

martedì 21 settembre 2021

Hiroko Oyamada, “La fabbrica” ed. 2021

                                              Voci da mondi diversi. Giappone

          distopia

Hiroko Oyamada, “La fabbrica”

Ed. Neri Pozza, trad. Gianluca Coci, pagg. 198, Euro 18,00

 

   La fabbrica. E’ la fabbrica il colossale vero protagonista del romanzo della giovane scrittrice giapponese Hiroko Oyamada che ha vinto il premio Shincho for New Writers. Se la fabbrica fosse solamente un grosso edificio industriale, sarebbe facile. Ma la fabbrica è tutto un mondo a sé, circondato dal nulla. Perfino il ponte lunghissimo che una protagonista percorre in un tentativo di esplorazione pare non arrivare da nessuna parte- è così lungo che non se ne vede la fine. La fabbrica è così smisurata che contiene tutto, uffici, ristoranti, negozi, bar, capannoni di produzione, scuole, linee di autobus. C’è anche una fauna strana e inquietante nella fabbrica- grossi uccelli neri simili a cormorani sempre fermi alla foce del fiume, nutrie dalle dimensioni enormi, lucertole delle lavatrici che si nutrono di rimasugli di vestiti e di polvere dei detersivi.

   Qualunque sia il mondo esterno a quello della fabbrica, sembra che ogni famiglia abbia qualcuno che lavora lì dentro: è considerato un onore lavorare in fabbrica. Ecco perché i tre protagonisti del romanzo in definitiva accettano volentieri il lavoro che gli viene offerto.


   Yoshiko aveva già cambiato cinque lavori. Quando le viene offerto un contratto a termine nella sezione ‘Servizi di Stampa’ alla Fabbrica, lei accetta anche se non è quello per cui aveva fatto domanda. Il suo lavoro sarà inserire documenti da distruggere nelle macchine trita-documenti per sette ore e mezzo ogni giorno dal lunedì al venerdì. Un’occupazione squallida, ripetitiva, in mezzo al rumore e alla polvere della carta. Che cosa sono poi quei documenti per cui si è impegnata alla massima segretezza? Non lo sa nessuno. Ma si può rifiutare un posto alla fabbrica?

   È lo stesso motivo per cui anche suo fratello, appena licenziato, ha accettato un lavoro a termine in fabbrica. Ha competenze informatiche ma si trova a fare il correttore di bozze. Potrebbe essere un’occupazione con una sua dignità, ma così com’è è assurdo. Nessuno guarda quelle bozze corrette, a volte passano da un altro correttore e poi ritornano indietro uguali a prima. Ushiyama si addormenta sempre più spesso durante le ore al lavoro.

   Il briologo Yoshio era ricercatore all’università, è stato il suo professore a segnalarlo alla fabbrica come esperto di muschi. Si trova a dirigere l’ufficio ‘sviluppo tetti verdi’. Lui non sa nulla di tetti verdi e non capisce perché non si siano rivolti alle ditte specializzate nel settore.


     Giorno dopo giorno, anno dopo anno, i tre personaggi ripetono gli stessi gesti, fanno sempre le stesse cose. Si può calcolare un tempo non scandito dalla diversità? Quando Yoshiko incontra Yoshio, verso la fine, devono essere passati quindici anni da quando sono arrivati e l’aspetto fisico di Yoshio è quello di un uomo di mezza età. I personaggi sono obbligati a guardarsi indietro e a chiedersi che cosa abbiano concluso nella loro vita. Niente.

     È un libro inquietante con un che di kafkiano, grigio come la fabbrica che regola i giorni dei tre personaggi, sottilmente misterioso con l’insinuazione di lavori senza una finalità e senza fine, con l’alienazione dei personaggi che non hanno una vita propria al di fuori della fabbrica, con la totale assenza di notizie che filtrano dall’esterno rinchiudendo i protagonisti nel perimetro della fabbrica, con quegli animali che paiono mutanti e minacciosi. E’ forse una metafora per la perdita della dimensione umana del nostro mondo? per il lavoro ossessivo fine a se stesso?

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martedì 4 maggio 2021

Rumaan Alam, “Il mondo dietro di te” ed. 2021

                               Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

       distopia

Rumaan Alam, “Il mondo dietro di te”

Ed. La nave di Teseo, trad. Tiziana Lo Porto, pagg. 304, Euro 19,00

    Marito, moglie e due figli adolescenti. Hanno programmato una settimana di vacanza in una casa che hanno affittato ad una estremità di Long Island. Sarà una meraviglia, lontano da New York, dalla folla, dal martellare delle notizie. Sul sito dove hanno prenotato si sottolineava proprio la quiete e l’isolamento di quell’abitazione.

    La vacanza inizia nel migliore dei modi. La casa corrisponde alle loro aspettative. È veramente bella, ben attrezzata, c’è anche la piscina dove i due ragazzi, Archie e Rose, si precipitano. Non c’è la connessione internet, erano preparati a questo e, tutto sommato, non gli dispiace cercare di perdere l’abitudine di guardare di continuo lo schermo del cellulare.

    Colpo di scena la sera stessa del loro arrivo. Si presenta alla porta una coppia di colore- dicono di essere i proprietari, e sì, sanno di avere affittato la casa, ma sono fuggiti da New York a causa di un gigantesco black-out, gli rimborseranno metà della cifra pagata. Si vede che sono benestanti e colti. Lui si chiama George Washington, come il primo Presidente degli Stati Uniti, l’emblema della Carta dei Diritti dell’Uomo che recita, Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Clay ed Amanda sono spaventati, diffidenti e perplessi, ma non possono fare a meno di accoglierli. In realtà, in seguito sarà perfino un conforto essere in quattro.


     Da questo momento in poi la situazione precipita. Clay ed Amanda verificano che c’è in corso un blackout a New York, ma riescono a leggere solo una notifica sul cellulare. Da che cosa è stato causato? Le ipotesi sono tantissime e, intanto, il narratore lascia cadere accenni, in frasi lapidarie, sulle conseguenze di quel blackout di corrente- vanno dalle più banali a quelle più gravi e mortali, di gente intrappolata in ascensori e culle termiche che cessano di mantenere in vita i neonati. E poi succedono altre cose più che inquietanti- si avvistano migliaia di cervi che stanno trasmigrando, un imponente stormo di fenicotteri rosa che passa sopra la casa (un peccato che la magia dello spettacolo sia guastata dall’apprensione), per ben due volte si sente un rumore fortissimo come un tuono, così forte da incrinare i vetri delle finestre. Peggio di tutto: Archie sta male, quello che gli succede è al di là di ogni spiegazione e comprensione.

    “Il mondo dietro di te” è un romanzo distopico la cui atmosfera è in sintonia con quella della realtà in cui stiamo vivendo, traboccante di paure più o meno confuse, nell’oscura consapevolezza della fine di un mondo e dell’inizio di un altro dal profilo incerto. Anche noi, come Clay ed Amanda, siamo precipitati senza preavviso dalla sicurezza di una routine nota alla totale incertezza- l’episodio del tentativo di Clay di andare in città, baldanzoso all’inizio, poi preoccupato perché non riesce ad orizzontarsi, poi spaventato perché si è perso, privo di ogni empatia nei confronti della donna estranea che piange e forse chiede aiuto, sollevato quando finalmente riesce a tornare a casa, esprime meglio di tutto la trasformazione che si opera nell’individuo davanti ad un pericolo ignoto che non sa come fronteggiare.


    C’è molto di ‘già letto’ e ‘già visto’ nel romanzo dello scrittore americano di origine bengalese Rumaan Alam. Dall’attesa di Estragon e Vladimir in Beckett, a “Mara e Dann” della Lessing che vagano in un paesaggio stravolto dai cambiamenti climatici, a “La strada” di McCarthy, ai romanzi di Maja Lunde e altri, così numerosi che è difficile ricordarli, abbiamo già letto pagine con funeste previsioni per il futuro che stiamo follemente preparando e, oltre all’inserimento ‘politically correct’ della coppia di colore- con qualche nota ironica nell’osservazione discriminante che non sembrano i tipi da possedere una casa del genere, non riusciamo a trovare novità in questo romanzo.



domenica 8 novembre 2020

Maja Lunde, “Gli ultimi della steppa” ed. 2020

                                                                          vento del Nord

              distopia   warning novel

Maja Lunde, “Gli ultimi della steppa”

Ed. Marsilio, trad. Giovanna Paterniti, pagg. 504, Euro 20,00

   1882. San Pietroburgo. L’appassionato zoologo Michail Aleksandrovič riceve dalla Mongolia i resti di un cavallo selvatico, del cavallo primigenio, quello che ritroviamo nelle antiche pitture rupestri e che è stato considerato come una specie estinta. È l’inizio di un sogno- recarsi negli altopiani della Mongolia alla ricerca del mitico takhi.

    1992. Mongolia. Karin, veterinaria tedesca che ha iniziato ad amare i cavalli selvatici quando li ha visti, da bambina, nella tenuta di Hermann Gőring, arriva nella riserva di Hustajn in Mongolia per realizzare un altro sogno- riportare nel loro ambiente alcuni esemplari di takhi per attuare un progetto straordinario di salvaguardia naturale. Ma riusciranno i cavalli ad ambientarsi e a sopravvivere, abituati ad essere curati e protetti dagli uomini?

   2064. Quello che era il parco faunistico di Heiane, in Norvegia. Il vecchio mondo, quello in cui viviamo noi lettori, non c’è più. Questo è il mondo che è passato attraverso “La storia delle api” e “Il libro dell’acqua”, i due romanzi precedenti di quella che sarà la quadrilogia di Maja Lunde.

Eva e la figlia quattordicenne Isa vivono- o sopravvivono- in una fattoria isolata, razionando il poco cibo che riescono a procurarsi, temendo i furti di ‘viandanti’ (i disperati in fuga dalla siccità del sud dell’Europa) e di un paio di vicini prepotenti e violenti. Hanno ancora alcune bestie, un paio di mucche che producono latte, alcune capre, delle galline. Soprattutto hanno due takhi- Eva farebbe qualunque cosa per mantenere in vita i cavalli selvatici, gli ultimi rimasti.

    Non è in questo ordine che si dipanano i tre filoni narrativi del romanzo di Maja Lunde, anzi, il primo, con cui il libro inizia, è quello del distopico futuro ormai alle porte, è quello da cui la scrittrice vuole metterci in guardia (come ha già fatto nei due precedenti romanzi), assumendo il ruolo che in qualche maniera dobbiamo riconoscere alla letteratura- di servirci da guida, di invitarci alla riflessione, di essere il nostro terzo occhio sul mondo che ci circonda. Un mondo che corre verso il baratro. La storia di Eva ed Isa, della loro lotta quotidiana per procurarsi l’essenziale, ha su di noi un impatto fortissimo. Avvertiamo uno scoramento, siamo tentati di dire a noi stessi che no, non succederà così. Dentro di noi, però, con l’esperienza di quanto stiamo vivendo in questo 2020, sappiamo che è uno scenario per niente improbabile.

   La storia di Eva ne contiene altre due. Una è nelle lettere che Isa scrive al ragazzo ‘della porta accanto’ che è andato via con la famiglia, sempre verso Nord, in cerca di non si sa che cosa si possa trovare. Isa e il suo primo amore che non ha avuto neppure il tempo di sbocciare, quasi che anche questo- l’incanto dell’amore adolescenziale- sia qualcosa che sarà precluso in futuro.

   L’altra storia è quella di Louise, la viandante a cui Eva offre ospitalità. Chi ha letto gli altri libri di Maja Lunde ricorda di certo la bimba Lou, fuggita con il padre da una terra spaccata dalla siccità nel Sud della Francia. La sua ricomparsa è un modo per allacciare i libri, per riaffermare una tematica comune, proprio come lo è l’aver mantenuto l’impianto narrativo dei diversi filoni. E peraltro solo una lettura superficiale può dare l’impressione che l’interesse e la salvaguardia dei takhi sia l'unico collegamento tra i tre filoni de “Gli ultimi della steppa”- altre tematiche servono da rimando da una storia all’altra.


Se la storia di Eva è un’esaltazione della solidarietà e dell’affetto tra donne, capaci di affrontare tutto quando sono insieme (anche il tremendo parto di Louise), il legame amoroso tra Michail e l’esploratore che lo accompagna nel viaggio (sfumato con pudore ottocentesco) è un’altra faccia del volto dell’amore, mentre l’anaffettività e la profonda solitudine interiore di Karin la separano dolorosamente dagli altri personaggi. Che però sono tutti legati dal comune amore per i cavalli selvatici, tratteggiati con la loro personalità e i loro comportamenti che annodano un filo che li unisce agli uomini- la nascita difficoltosa di un puledro ci emoziona come quella del maschietto di Louisa e, quando un cavallo si ammala o un altro muore, soffriamo quanto i personaggi del romanzo. Perché noi non esistiamo da soli, siamo un tutto unico- uomini, cavalli, api, la natura-, c’è un’interazione che è come una catena di cui nessun anello deve essere spezzato. Pena la fine di tutto e di tutti, un futuro che ci minaccia se non interveniamo.

     Sullo sfondo di queste storie, una Norvegia che sembra essere ‘l’ultima spiaggia’ e un’affascinante Mongolia: un libro da leggere.

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sabato 16 maggio 2020

John Lanchester, Il muro” ed. 2020


                           Voci da mondi diversi: Gran Bretagna e Irlanda
         distopia


John Lanchester, Il muro”
Ed. Sellerio, trad. Federica Aceto, pagg. 285, Euro 16,00

    E poi ci fu il Cambiamento. Quello che gli Altri chiamano, con una parola swahili, Kuishia, la Fine. Non ci viene mai detto chiaramente, nel romanzo “Il muro” di John Lanchseter, che cosa fu o che cosa causò il Cambiamento. Anche perché Kavanagh, il protagonista e io narrante, non lo sa. Non c’è possibilità di comunicazione tra le due generazioni, di quelli che sono nati prima e quelli che sono nati dopo il Cambiamento. Il problema è il senso di colpa, che è poi una colpa generazionale. “I vecchi si sentono responsabili di aver mandato a puttane il mondo in modo irrecuperabile, e poi di aver permesso che noi nascessimo in un mondo del genere”. 
C’è un muro di silenzio tra genitori e figli, così come c’è un muro, anzi ‘il’ Muro che corre lungo le coste della Gran Bretagna per difenderla dall’invasione degli Altri. Che arrivano di continuo dal mare, per lo più dal Sud. Ogni tanto questi assalti riescono, molti degli Altri muoiono uccisi dai Difensori, alcuni riescono a fuggire ma non hanno speranza: tutti gli abitanti della Gran Bretagna sono microchippati, gli Altri, quando vengono presi, hanno la possibilità di diventare Aiutanti- a metà strada tra schiavi e collaboratori domestici di ‘prima’, solo i più benestanti se li possono permettere.

    Kavanagh ha appena iniziato i due anni obbligatori di servizio come Difensore sul Muro. Deve affrontare, lassù sul Muro, il freddo- una morsa implacabile-, il vento, l’acqua, la vista senza fine del nastro di cemento, in turni di dodici ore che passano con una lentezza esasperante. Ti ci abitui- ti dicono. Non puoi rilassarti o distrarti o, men che mai, appisolarti se sei di turno di notte. Perché, se succede qualcosa e gli Altri fanno un’azione di sorpresa (il tranello è nelle ore o nelle condizioni climatiche che paiono meno probabili), ammesso che tu riesca a scamparla, ti aspetta un’altra fine: verrai calato in mare su una barca, abbandonato al tuo destino. In pratica diventerai anche tu un Altro, uno di quelli che, spinti dalla disperazione, provano il tutto per tutto.

     In questo romanzo di formazione della distopia il protagonista passa attraverso tutte le tappe della crescita- vede la morte accanto a sé e, quasi con stupore, uccide lui stesso, scopre quanto sia adattabile un essere umano, quanto arrivi a preferire la certezza di una routine sempre uguale anche se non piacevole all’incertezza di un futuro che non sa scegliere. In queste condizioni di vita estreme, di perenne difesa da un pericolo senza volto, scopre il valore dell’amicizia e quello dell’amore. Prende addirittura in considerazione la possibilità di Figliare con la compagna di sorveglianza che glielo propone. Perché ci sono dei vantaggi a diventare un Figliatore, se si riesce a superare lo scrupolo di quanto sia da irresponsabile mettere al mondo un bambino in questo mondo.
     Sembra una creazione di pura immaginazione, il romanzo di John Lanchester. La tecnica adottata dallo scrittore è quella del paradosso- ma è veramente paradossale il mondo del dopo-Cambiamento che ci descrive? Non è piuttosto il mondo degli incubi che ci assalgono quando abbassiamo la guardia, quando smettiamo di scherzare sulle stagioni che non esistono più, sui ghiacciai che scintillano nei ricordi della nostra infanzia, sulle lucciole che non punteggiano più le notti estive? O quando leggiamo notizie di incendi devastanti, di foreste abbattute, di polveri sottili che soffocano? O quando ci indaghiamo sulla pandemia che continua a falciare le sue vittime?
Anche l’idea del Muro, che difende i privilegi di quelli che hanno dalle invasioni di quelli che non hanno, non è forse, estremizzata, l’immagine di una realtà di cui abbiamo letto? Qualche nostro politico potrebbe trarne ispirazione. O forse no, per fortuna, perché gli uomini politici sono improbabili lettori.
     “Il Muro” non ha né la potenza rappresentativa né la ricchezza dei dettagli o la capacità visionaria di “Coraggioso nuovo mondo” o di “1984” o del “Racconto dell’Ancella”. Non ha l’andamento crudele di favola moderna con dei protagonisti bambini come “Mara e Dann” di Doris Lessing e neppure la disperazione totale de “La strada” di McCarthy. E tuttavia è lo specchio distorto del nostro tempo, ricco di riferimenti all’attualità che non possiamo non cogliere.
“Andrà tutto bene” disse. Volevo credergli, ma il fatto che avesse sentito il bisogno di dirlo significava che non era vero.
   Strano, trovare questa frase in questo libro e la riflessione che segue- la stessa che faccio io quando la leggo sui muri o sugli striscioni o nei post sui social.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it



domenica 5 aprile 2020

Peter May, "Lockdown" ed. 2020


                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
cento sfumature di giallo
     in altre lingue

Peter May, “Lockdown”
Ed. Riverrun, formato kindle Euro 5,49

     Un tempismo eccezionale, aver fatto uscire l’edizione digitale di questo romanzo di Peter May il primo di aprile 2020, in piena pandemia da coronavirus. Il primo pensiero è quello di una manovra commerciale- e di certo lo è per quello che riguarda la data di pubblicazione che fa leva sulla curiosità (anche la mia). Poi pensiamo che è impossibile che il romanzo sia stato scritto e corretto e consegnato in due mesi e dobbiamo credere a quello che Peter May stesso dice- che aveva scritto “Lockdown” nel 2005, dopo aver fatto ricerche sulla SARS per un altro suo libro, ma che il suo editore non lo aveva voluto pubblicare giudicandolo troppo irreale: adesso che non è più irreale, è il momento giusto. Perché il romanzo è lo specchio di quello che sta accadendo intorno a noi.
     Un’influenza aviaria ha messo Londra in ginocchio. È causata da un virus con un’altissima capacità di contagio e il tasso di mortalità è altissimo- l’80%. I crematori funzionano a pieno regime, è stata imposta la legge marziale, le strade sono deserte, i negozi chiusi, le insegne divelte, le famose luci di Piccadilly Circus sono spente, la polizia non riesce a far fronte alla piccola criminalità e allo sciacallaggio, i rapporti umani si sono dissolti- chiunque può infettarti, si devono mantenere le distanze, abbracci ed effusioni sono un ricordo del passato. Le poche persone che sono in giro sembrano zombie con la faccia coperta dalla mascherina che rende ogni riconoscimento impossibile. Un farmaco, il KillFlu (la fortuna della casa farmaceutica che lo produce), può combattere il virus- il KillFlu vale oro.

      In questa ambientazione che riconosciamo con un brivido si svolge la trama gialla del romanzo. Durante gli scavi per erigere un ospedale provvisorio viene ritrovato un sacco con delle ossa. L’ispettore Jack McNeil, alle sue ultime ore di servizio, è incaricato del caso e si avvale della consulenza di un’amica microbiologa che non solo riconosce che le ossa devono essere state di una bambina, ma riesce anche a capire che la bimba doveva essere asiatica e che soffriva di una grave malformazione- aveva un labbro leporino su di cui non era stato fatto nessun intervento correttivo. Se qualcuno si chiede che importanza possa avere un morto in più nell’ecatombe giornaliera dei morti per il virus, per McNeil l’importanza è proprio in questo- ha assistito impotente ai rantoli del suo unico figlio, vuole rendere giustizia alla piccola sconosciuta che qualcuno ha ucciso. Ed è subito chiaro che la sua morte nasconde qualcosa di grosso, se si osservano le forze che si mettono in moto.

      È una lettura che incuriosisce, quella di “Lockdown”, e per motivi che non hanno a che fare con la soluzione dell’enigma poliziesco. Incuriosisce la capacità tipica degli scrittori, di saper cogliere i pericoli che avvertono nell’aria, le minacce distruttive nei confronti della società in cui viviamo, e di lavorarci con l’immaginazione proiettandoli nel futuro, con tutte le conseguenze. È questa capacità che ci ha dato grandi romanzi distopici come “Coraggioso nuovo mondo” e “1984” e che è alla base di “Lockdown”. 
La trama del romanzo di Peter May avrebbe avuto bisogno di qualche revisione ma certamente ha un suo interesse e purtroppo anche una sua plausibilità. La parte che più colpisce- proprio perché vi troviamo il riflesso di quello che stiamo sperimentando- è la descrizione della fine di un modo di vita che avevamo dato per scontato, la capsula di solitudine in cui ognuno è rinchiuso, la rassegnazione fatalista alla morte, il profondo dolore nel non potersi accomiatare da chi ci precede nell’aldilà e nel non poter rendere l’onore dovuto ai defunti.

Da brivido la scena conclusiva sul London Eye, la grande ruota costruita per il nuovo millennio, memento della legge inesorabile della sorte che sale e scende (e in qualche maniera ci ricorda la famosa scena de “Il terzo uomo” sulla ruota del Prater di Vienna, anche quella una storia di scelta tra la vita e la morte, tra il Male e il Bene).

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