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sabato 11 marzo 2023

Goran Vojnović, “All’ombra del fico” ed. 2023

                                                      Voci da mondi diversi. Slovenia

      saga

Goran Vojnović, “All’ombra del fico”

Ed. Keller, trad. Patrizia Raveggi, pagg. 463, Euro 20,00

 

    Una saga famigliare che copre tre generazioni. Quante ne abbiamo lette. Eppure ognuna è diversa, perché le persone sono diverse e soprattutto perché il luogo in cui vivono è diverso. Una storia di famiglia è inevitabilmente la Storia, o una parte della Storia, di un paese. E, quanto più tormentata è questa Storia, tanto più lo è quella della famiglia.

    Nel 1955 Aleksandar è arrivato in Istria, destinazione dove è stato inviato per lavoro. Tra i 250.000 e i 350.000 italiani erano stati costretti ad emigrare dall’Istria, dopo la fine della guerra. E, quando ad Aleksandar viene detto che una di quelle case vuote, abbandonate in fretta e furia, può diventare la sua, lui si ritrae inorridito- gli pare un furto, gli pare una violazione, entrare là dove tutto mantiene il ricordo di chi ci ha vissuto, dormire nel letto di altri, appendere i suoi abiti nell’armadio dove i vestiti di altri pendono ancora dalle grucce. Piuttosto si costruirà una casa a Mamjano, lontano dalla città e affronterà il disagio di doversi spostare quotidianamente per lavoro.

    Ci piace subito, quest’uomo retto e generoso. Ci piacerà ancora di più da vecchio, quando si prende cura della moglie malata di Alzheimer, quando cerca di esercitarle la memoria, quando non cede alla disperazione del nulla in cui lei è precipitata e in cui fa precipitare lui. Perché che cosa è la vita quando non c’è più niente nel proprio passato? Eppure quest’uomo, tormentato dall’incertezza sulle sue origini (perché sua madre aveva cambiato cognome?) aveva abbandonato la moglie per andare in Egitto per un anno (doveva proprio accettare quel lavoro?) e lei non glielo aveva mai perdonato, anzi voleva divorziare. Quando lui era tornato, lei già non era più lei.

Lubiana

     La narrativa che ci parla di Aleksandar è in terza persona e si alterna ad un’altra narrativa in prima persona che spesso sembra quasi un flusso di coscienza. A parlare è Jadran, nipote di Aleksandar, figlio della figlia che aveva sposato un bosniaco. Bosnia, Serbia, Slovenia, la Jugoslavia si è frantumata, si avvicinano gli anni ‘90, quelli di un’altra guerra. E quale è l’identità di chi è nato in una città che si trova in uno stato che ha cambiato i confini?

     Questo è un romanzo di incertezze, di legami e di abbandoni- in ognuna delle coppie delle diverse generazioni c’è qualcuno che si allontana, c’è il trauma dell’abbandono. Aleksandar è andato in Egitto, il marito di sua figlia (padre di Jadran) è tornato in Bosnia e si rifà vivo solo per il funerale del suocero, la moglie di Jadran lo lascia (per poi tornare). Ma di certo l’abbandono più triste è quello della moglie di Aleksandar, un abbandono della mente e dei ricordi con una presenza corporea, seguito da quello dello stesso Aleksandar che (pensa Jadran) forse si è tolto la vita.


    C’è anche una casa, come personaggio in questo grande romanzo, la casa di Mamjano che subisce- anche lei- un duplice abbandono. Perché viene a trovarsi al di là del confine, perché la morte dei due nonni la lascia disabitata. Finché ci torna Jadran a cui la madre la cede e, nella scena finale, Jadran si arrampica sull’albero del giardino per cercare un fico maturo da portare alla moglie. E’ un simbolo possente, questo fico che continua a produrre frutti nonostante la guerra, nonostante la morte dei due nonni, nonostante l’allontanamento delle due figlie. Ci è impossibile non pensare al fico delle parabole evangeliche, quello che germoglia e dà frutti e quello sterile. Questo fico ha i rami carichi di frutti: c’è speranza per il futuro.

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martedì 22 novembre 2022

Intervista ad Artur Nuraj, autore de "La valle dei bambini perduti" 2022

                                                      cento sfumature di giallo

    


     Mi incuriosiva tutto, del romanzo “La valle dei bambini perduti” di Artur Nuraj. Ad iniziare dall’esperienza personale dello scrittore che, avevo letto, era arrivato come emigrante dall’Albania ed aveva imparato la nostra lingua così bene da poter scrivere un libro. Mi interessava il protagonista, lo sfondo politico su cui si muovono i personaggi del romanzo, tutta l’Albania, un paese che non conosco affatto e che ora più che mai mi piacerebbe visitare. E sono grata ad Artur Nuraj per avermi concesso il tempo di una lunga chiacchierata al telefono per soddisfare tutte le mie curiosità.

Nella postfazione dice di aver incontrato Ludovik Lamani nel 2016. Ci parli di lui, di che cosa c’è di Lei, Artur Nuraj, in questo personaggio che vive nelle sue pagine.

     Ludovik Lamani è un personaggio inventato che ha vissuto con me dal 2015. È nato per caso, mentre cercavo il personaggio per il mio romanzo e lo cercavo- come mio solito- nelle persone vere, quelle che incontro o che ho incontrato. Osservavo una vecchia foto degli anni ‘90 in cui ero di stanza a Tirana presso la Guardia della Repubblica. Erano gli anni in cui facevo il servizio militare in un reparto che vigilava nelle case dei membri del Partito di allora, del Politburo e della Nomenklatura. Nella foto ero con un collega davanti alla piramide dedicata all’ex dittatore Enver Hoxha. Questo collega, che è anche mio amico, è poi diventato investigatore e Ludovik Lamani gli assomiglia. E poi in Ludovik c’è anche qualcosa di me, del mio modo di pensare, di riflettere, del mio modo di investigare, di leggere i grandi classici della letteratura. Io sono sospettoso per natura e ho dato anche a Ludovik questo lato del mio carattere. Così come la mia empatia, il mio approccio alle persone. Il mio modo di vivere è in lui, io sono ordinato, meticoloso, ambizioso. Ho aggiunto anche delle caratteristiche di mio fratello, di mio papà, per creare un personaggio solido e complesso, perché è una storia complessa e volevo che il mio personaggio fosse complesso come la storia.

Enver Hoxha

“La valle dei bambini perduti” non è un semplice giallo la cui trama potrebbe essere banale se ambientata in un altro paese. Questo è un romanzo “politico”: ha scelto il genere ‘giallo’ per parlare di altro?

    Sì, penso che il genere giallo possa raccontare aspetti politici e sociali dei paesi governati da regimi ferrei. Molti autori lo fanno scrivendo saggi e romanzi storici, io ho preferito questo genere perché il lettore lo assorbe meglio, capisce meglio il messaggio politico e sociale.

Si deve capire che noi vivevamo in una bolla: non succedeva mai niente di male, eravamo protetti dal Partito. C’era però l’altra faccia della medaglia: il Partito voleva insabbiare qualunque cosa di negativo per tenere la gente all’oscuro. Il Partito teme la verità, ci sono differenze tra le persone ‘normali’ e quelli che lavorano per il Partito: queste sanno ma tacciono perché sono sorvegliati dal Sigurimi che aveva occhi e orecchi dappertutto.

Racconto con la forma del ‘giallo’, primo, perché no?, e poi perché volevo che il lettore occidentale percorresse questo viaggio-calvario con me e con l’ispettore e con le persone sfortunate che si trovano nel libro.

Mi interessa la sua esperienza personale che credo di intravvedere dietro la vicenda di Ludovik. Quando e perché- se posso chiederlo- è emigrato in Italia? È venuto da solo o con la sua famiglia?


    Sono venuto da solo in Italia. Sono cresciuto in Albania negli anni della dittatura, la mia era una famiglia di lavoratori che rispettavano il regime. La vita era semplice se cercavi di attenerti alle regole e alla politica del Partito. Chi le rispettava aveva una vita tranquilla. Sono di Valona, come Ludovik, ma sono andato a Tirana quando sono stato chiamato a fare il servizio militare di leva. Avevo 18 anni e il servizio obbligatorio durava 27 mesi. Furono i miei primi anni da indipendente e hanno segnato la mia crescita e la mia maturità. Sono arrivato in Italia a 22 anni e mi ha spinto quello che ha spinto tutti i miei compaesani: la prospettiva di avere una vita migliore, un avvenire migliore, di aiutare la mia famiglia. Venire in Italia ha dato un’accelerata alla mia vita, anche se tutti quanti noi che siamo emigrati abbiamo dovuto renderci subito conto che l’Italia non era il paradiso che immaginavamo, che anche gli italiani non se la passavano tanto bene. Sono arrivato con le navi, perché non era permesso emigrare. Ludovik alla fine decide che è più utile per il suo paese che lui resti in Albania, perché l’Albania ha bisogno di lui. Io avrei voluto tornare, ma non c’erano le condizioni adatte.

Ho letto il suo romanzo dopo averne letto un altro ambientato nell’Unione Sovietica di Stalin e ho pensato che, qualunque sia il paese, i metodi e gli intenti della polizia segreta sono uguali ovunque nei paesi totalitari. Governare con il terrore è la loro strategia?  

    Sì, hanno bisogno del terrore. Il Sigurimi aveva modi oscuri ma temibili. Chi non ha provato fatica ad immaginare. Solo il pensiero che potevi aver detto qualcosa non in linea con le direttive del Partito ti toglieva il sonno. Il Sigurimi aveva informatori dappertutto. C’era anche il fratello che denunciava il fratello. Nei regimi dittatoriali i servizi segreti sono più feroci di quelli occidentali, hanno anche un controspionaggio interno, esercitano una sorveglianza ferrea sugli scontenti, sui reazionari. Chi è nel libro paga del Sigurimi, gli informatori, viene ricompensato con privilegi e non con denaro- può essere con un posto di lavoro o con una borsa di studio per un figlio. Sono favori più importanti dei soldi, perché in questo modo ti assicuravi la vita di un figlio. E poi, l’altro aspetto è che un informatore, per il fatto di esserlo, è tutelato, protetto.

Il colore che meglio identifica la sua Albania è il grigio: è un colore metafora?


    Sì, è una metafora. In quegli anni era tutto grigio, niente era chiaro, sia nella politica del Partito sia nel comportamento della gente. I colori del cuore degli albanesi sono il rosso e il nero della sua bandiera. Ma era tutto così confuso in quegli anni. Poi, dopo la morte di Hoxha, gli occidentali hanno capito che il suo successore usava metodi più morbidi ed allora si sono fatti avanti. Il grigio è il colore dominante perché tutto è incerto. Quando si vedevano quei pochi turisti che venivano e indossavano vestiti colorati, sembravano pieni di vita ed il contrasto con noi, vestiti tutti uguali, era stridente. I pensieri grigi producono una vita grigia: tutto parte dal pensiero.

Ma quando poi è arrivato in Italia, quello che ha trovato corrispondeva a quello che aveva immaginato?

    Sì e no. In Italia, sì, la vita era migliore ma si doveva fare i conti con i pregiudizi. Era difficile trovare lavoro, ma l’unica soluzione era rimboccarsi le maniche e impiegare il tempo per migliorarsi, andare avanti senza complessi. Non ho mai voluto trovare scuse. Lavorare, studiare, migliorarsi: questa era la via.

Il romanzo copre il decennio 1985-1995. Sarà il primo di una serie, questo romanzo? Ce ne saranno altri che ci svelino la realtà di quella che dovrebbe essere una nuova Albania?

     La risposta è sì, anche se non vorrei spoilerare. Ho in mente altri tre romanzi. Quando un personaggio mi toglie il sonno di notte, mi stimola, mi porta in un altro mondo, vuol dire che sto per scrivere un romanzo. Quello che sto scrivendo è il prequel a quello appena pubblicato: Ludovik è una recluta e dopo l’Accademia ottiene un posto come investigatore nella zona di montagna.

Valona

 Ho prestato attenzione a tre nomi di città che ricorrono: la capitale Tirana, la città di mare Valona e la città di montagna Korça. Ha diverse anime l’Albania?

     Sì, l’Albania ha anime diverse nelle sue città, e anche un punto di vista diverso, tradizioni e modi di pensare diversi, perfino la cucina è diversa. Queste città non sono distanti tra di loro ma un tempo, con le strade dissestate che c’erano, si facevano 60 chilometri in due ore. La distanza si misurava in ore e non in chilometri.

Tirana è l’anima emancipata dell’Albania, ha larghe vedute, naturalmente nel contesto di quell’epoca.

L’anima di Korça è l’incarnazione della cultura albanese.

Korça

Valona è una città di mare ma ha una mentalità chiusa. Ci sono molti contrasti tra la gente di Tirana e quella di Valona. I valonesi sono ambiziosi e attaccati alla carriera. Ed è così anche oggi, anche se la gente ha incominciato ad aprirsi, perché ormai l’Albania è Occidente. Siamo fieri della grande accoglienza che siamo capaci di dare. Siamo rispettosi delle religioni e delle etnie. Abbiamo sempre avuto un profondo rispetto per le usanze e le tradizioni diverse. Anche in passato, nonostante le condizioni politiche, in Albania c’era indulgenza verso i nomadi, il governo ha sempre rispettato la loro anima nomade. E tuttavia- e questo viene detto nel libro- la controparte della libertà di cui i rom godevano era che dovevano sbrigarsela da soli. La libertà in un paese chiuso come l’Albania aveva questo prezzo.


 Ha mai nostalgia dell’Albania? Vorrebbe tornare?

    Se ho nostalgia dell’Albania? Non c’è momento, mi creda, non c’è momento della giornata in cui non pensi alla mia terra, alla famiglia, agli amici, alla mia Valona. Torno ogni anno in Albania. Chi c’è stato dice che ha un fascino seducente. Se vuoi trovare la natura vergine, l’Albania è la meta ideale. Se cerchi modernità, non la trovi. La bellezza della natura selvaggia dell’Albania ti toglie il fiato.

Io ci tornerei, ma i figli sono nati qui, sono italiani e si sentono italiani. A loro piace andare in vacanza in Albania e, però, restare qui. Ma a noi, a me e a mia moglie, piacerebbe tornare.

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sabato 19 novembre 2022

Artur Nuraj, “La valle dei bambini perduti” ed. 2022

                                                           Voci da mondi diversi. Albania

cento sfumature di giallo

Artur Nuraj, “La valle dei bambini perduti”

Ed. Marsilio, pagg.451, Euro 20,00

      1990. Carcere di Spaç, in Albania. “Mi chiamo Ludovik Lamani. Sono nato il 23 agosto 1956 a Valona…”. È il protagonista e io narrante di questo teso romanzo di indagine poliziesca a presentarsi. Prosegue elencando le sue caratteristiche, come fosse la dicitura di un passaporto.  Alcune ci colpiscono in modo particolare. Alla voce ‘condizione attuale’ troviamo: prigioniero politico (più tardi ci dirà di essere stato condannato a tredici anni di reclusione per aver cercato di lasciare il paese in modo illegale). A ‘corporatura’ corrisponde: quattro ossa. Segue l’indicazione della sua passione, ‘la lettura’, e quella delle sue idee, ‘azzerate’- quasi un ossimoro a riprova di come i lavori forzati lo abbiano ridotto.

      Un flashback datato 1981. Attenzione ai dettagli. Un luogo alla periferia di Tirana. Un uomo con un’attrezzatura fotografica del tipo che non si vede in Albania. Guida un sidecar rosso. Di fianco a lui una ragazzina. Lui scatterà foto ad un accampamento di rom e attaccherà discorso con una vecchia ed un bambino biondo e con gli occhi azzurri.

Enver Hoxha

    1985. La vicenda incomincia qui, con Ludovik Lamani fresco di nomina presso il commissariato di Tirana. Gli viene subito affidato un caso che sembra facile, ma è delicato. La figlia diciassettenne di un importante membro del Partito si è suicidata impiccandosi nel salotto di casa. Sembra facile, per l’appunto. C’erano tracce di due solchi di corde diverse intorno al suo collo. E poi, che motivo aveva per suicidarsi? A detta di tutti era una ragazza bella, con l’ambizione di diventare una danzatrice professionista. Ed ecco il primo intoppo che segnala l’ambiente e il paese in cui si svolge la vicenda. Il padre della ragazza si oppone all’autopsia, appoggiato da un nipote che è collega di Ludovik. Fanno la voce grossa, lasciano intendere che si rivolgeranno alle alte sfere per impedirla- questa è l’Albania comunista, pochi mesi dopo la morte del dittatore Enver Hoxha. Ludovik, però, riesce ad imporsi, i suoi sospetti si rivelano fondati. E la ragazza era incinta.

    C’è altro di cui Ludovik Lamani si deve occupare, o meglio, si vuole occupare. Una coppia di rom denuncia la scomparsa di un bambino di nove anni, loro nipote. Ma chi presta ascolto a dei rom? Nessuno, come d’altronde nessuno ha fatto indagini su altri nove bambini rom scomparsi nell’arco degli ultimi dieci anni. E le testimonianze raccontavano di un uomo con macchina fotografica e motocicletta. Ma si sa che i bambini rom si allontanano dai loro accampamenti, è nei loro geni essere nomadi, la polizia non ha mai ritenuto necessario occuparsene.


     Questi due filoni del romanzo sembrano  non aver nulla in comune, e invece finiranno per intrecciarsi in una qualche maniera, ci saranno altre morti, mentre la narrativa in prima persona di Ludovik si alterna con una seconda narrativa- noi continuiamo a chiederci chi sia questo secondo narratore, abbiamo dei sospetti, ci sono colpi di scena, dobbiamo appuntare l’attenzione su qualcun altro. Fino alla rivelazione finale.

    E c’è un terzo filone e direi che è il più interessante, quello che ci apre la porta sull’Albania comunista, sul diffuso sistema di corruzione, sui metodi del Sigurimi (la polizia segreta terribile quanto il KGB, la Stasi, la Securitate), sulla penuria dei beni di consumo, sui sogni della gente comune che guarda l’Occidente sapendo che qualsiasi tentativo di lasciare il paese verrebbe punito con il carcere e i lavori forzati.


    I personaggi, infine. Prima di tutti il nuovo commissario che appare sulla scena del crimine, un uomo integro con un sogno-incubo ricorrente, un lettore appassionato, una persona capace di superare i pregiudizi discriminatori nei confronti delle minoranze e di non lasciarsi né ricattare né intimidire da chi vorrebbe insabbiare tutto.

  E poi impariamo molto sull’Albania, questa sconosciuta sulle sponde opposte del mar Adriatico, sui comportamenti e sulle usanze, sui cibi e sulle bevande, sull’anima diversa delle sue città, la capitale Tirana, Valona in riva al mare, Korça tra le montagne.

     Da leggere, se volete qualcosa di diverso.

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A breve seguirà intervista con lo scrittore



 

    

sabato 19 febbraio 2022

Drago Jančar, “E l’amore anche ha bisogno di riposo” ed. 2022

                                                         Voci da mondi diversi. Slovenia

la Storia nel romanzo


Drago Jančar, “E l’amore anche ha bisogno di riposo”

Ed. La Nave di Teseo, trad. Darja Betocchi, pagg. 400, Euro 19,00

 

    Entriamo in una fotografia, invece che nello specchio di Alice, quella che vediamo sulla copertina del romanzo di Drago Jančar.

    Una strada in una cittadina slovena che sappiamo essere Maribor, diventata Marburg an Drau dopo l’occupazione militare della Jugoslavia da parte della Germania del Reich. Due ragazze, di schiena. Una con le trecce scure, l’altra bionda. Un ragazzo con una bicicletta si intravvede dietro di loro. La ragazza bionda ha il viso girato- guarda l’ufficiale nazista che sta passando sulla loro destra. Crede di conoscerlo. Non è forse Ludek, quello che, sulle piste da sci, l’aveva aiutata a rialzarsi, quando lei era ancora una bambina? E ora Ludek indossa la divisa delle SS. Il libro che stiamo per iniziare ci racconta la storia di Sonja, la ragazza bionda, di Valentin, lo studente di geodesia di cui è innamorata, di Ludek che ha in mano il loro destino e quello delle loro famiglie, della Slovenia durante la seconda guerra mondiale.

    È tarda sera- il primo di maggio-/ una sera di maggio- tempo d’amore./ Chiama all’amore un canto di tortora,/ là dove i pini profumano il bosco.

I versi del poeta ceco Karel Hynek Mácha sono il leit motiv che percorre tutto il romanzo, punteggiando i momenti di questa storia d’amore e di guerra.


Versi che ricordano dapprima momenti di felicità e diventano poi il simbolo struggente di una primavera ormai passata e che non tornerà più per Sonja e Valentin- torneranno a cantare le tortore ma non per loro due. Perché allora era il 1940, lei, figlia di un noto medico chirurgo di Maribor, studiava medicina a Graz, lui frequentava l’università a Lubiana. Poi c’era stata l’annessione alla Germania di tutta la parte settentrionale della Slovenia, e, quando la ragazza bionda della foto crede di riconoscere l’ufficiale nazista, il suo innamorato è rinchiuso da mesi nelle carceri della Gestapo, arrestato perché un ‘bandito’, un partigiano. E Sonja riesce a farsi ricevere dall’Obersturmführer Ludwig Mischkolnig, nella sua ingenuità pensa di potergli chiedere un piacere in memoria di un incontro casuale sulla neve, di un’operazione al ginocchio fattagli da suo padre, ma nessuno dà niente per niente. C’è un prezzo da pagare.

    Ludek ha seguito un percorso opposto a quello di Valentin. Valentin è salito sui monti per unirsi alla resistenza, Ludek ha cambiato nome, germanizzandolo in Ludwig per diventare un fervente nazista. Ludwig come Beethoven, ma il cognome? Quando lo aveva operato, il padre di Sonja aveva ironizzato su quel cognome che, nella sua radice, significava ‘topo’. Il ragazzo Ludek, che era appassionato di pesca e che non aveva cuore di dare il colpo finale ai pesci quando guizzavano appesi all’amo, ora, diventato Ludwig, che parla un tedesco perfetto, non batte ciglio davanti alle torture e alle fucilazioni dei detenuti nelle prigioni. Ed è un sentimento strano di gelosia, quello che prova per il giovane che ha conquistato l’amore della bella ragazza bionda.

Maribor

     Una sera di maggio- tempo d’amore, ma ora è tempo di guerra, l’amore…riesce a resistere l’amore davanti al tormento del dubbio, della frase detta da Ludwig nel mandarlo via? La guerra trasforma tutto e tutti, la vicenda romantica diventa tragica, l’attenzione dello scrittore si sposta su un quadro più ampio, quello della guerra, della germanizzazione della Slovenia, delle deportazioni, della resistenza, degli eccessi dall’una e dall’altra parte, dei bombardamenti degli Alleati, dei campi di prigionia per i collaborazionisti.

   Tutte le guerre sono diverse le une dalle altre.

   Tutte le guerre sono simili.

    Diverse le motivazioni ma, in fin dei conti, uguale lo stivale dell’oppressore sulla faccia dell’oppresso, come nell’immagine di Orwell in “1984”.

   Simili anche le azioni di guerriglia dei partigiani. Uguali le rappresaglie.

   Simili i personaggi anomali che approfittano della loro posizione per esercitare soprusi- si trovano ovunque.

   Quanto al finale, il tempo d’amore di una sera di maggio è definitivamente passato. Povera Sonja. Povero Valentin. E Ludwig che vorrebbe tornare ad essere Ludek?

    Sono pagine molto belle che fanno vivere la Storia (quella alle nostre porte) in un bellissimo romanzo.

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giovedì 30 dicembre 2021

Ivana Sojat, “Segreti di famiglia” ed. 2021

                                                             Voci da mondi diversi. Croazia

            saga
   la Storia nel romanzo

Ivana Sojat, “Segreti di famiglia”

Ed. Voland, trad. V. Marconi, pagg. 400, euro 20,00

 

    Un viaggio in treno da Zagabria a Osijek, dalla capitale alla seconda città più importante della Croazia. Fine anni ‘90. Erano diciotto anni che Katarina non ritornava a Osijek. L’hanno avvisata che sua madre sta per morire. Quando Katarina arriva, sua madre è già morta. Meglio così, forse, piuttosto che una riconciliazione frettolosa suggerita dalla pietà. Il ritorno nella vecchia casa e l’incontro con Jozefina, la più cara amica di sua nonna, sono lo spunto per riguardare il passato, per lasciarsi sommergere dall’onda dei ricordi, per ascoltare le storie della sua famiglia di cui Katarina non sapeva nulla, per ricostruire, insieme alle storie private, anche la Storia della Croazia che un tempo faceva parte dell’impero austro-ungarico.

    Quanti segreti, quanta sofferenza, quanta felicità risicata in questa famiglia di quattro generazioni di donne- la bisnonna Viktorija, la nonna Klara, la madre Marija e infine lei, Katarina che finisce per non sapere più chi è, quale sia il suo vero cognome. La vita è fatta di amore e di morte, di pace e di guerra, di fortune alterne che vanno dalla ricchezza alla povertà. Viktorija si era innamorata del bel Rudolf che, dopo gli anni della guerra del ‘14-‘18, era tornato un altro uomo, si era messo a bere per allontanare gli spettri che infestavano la sua memoria. Adesso si curerebbe come un caso di shock post-bellico, allora…si perdeva la pazienza con un uomo che si rivelava debole. Dall’amore Viktorija era passata al disprezzo, e per fortuna c’erano i figli, per fortuna c’erano i suoi genitori che erano ricchi.

Osijek

    Basta guerre- almeno così sperava Viktorija. E invece no. E la seconda guerra mondiale avrebbe avuto in serbo altre calamità famigliari, oltre agli eccidi di cui si sentiva parlare, oltre all’amica ebrea che era stata fatta salire su un camion e non se ne era più saputo nulla. Succede in tutte le famiglie ed era successo anche nella loro- il primogenito Adolf e la seconda nata, la bella Greta, il monellaccio di famiglia che calcava il palcoscenico, erano diventati nemici, l’uno nazista e l’altra nelle fila dei partigiani. Eppure, nel 1945, quando tutta la famiglia, per via di quel cognome tedesco che poi avrebbero cambiato, era stata portata in un campo di concentramento partigiano (era lì che erano morte le bambine di Klara e di Jozefina), se ne erano venuti fuori, macilenti e divorati dai pidocchi, era stato grazie all’intervento di Greta. Ne erano usciti, ma avevano trovato le loro case occupate spavaldamente da altri, amici dei ‘rossi’.

   


C’è ancora tanto altro che Katarina apprende, ci sono vecchie fotografie sbiadite con persone che lei non riconosce- non tutte almeno. Bambini che sono morti troppo presto di cui resta solo una ciocca di capelli conservata come un tesoro, che non sono mai scomparsi del tutto nell’aldilà ma riappaiono, passando attraverso le pareti, accanto alle loro mamme che parlano con loro. Come fa nonna Klara, forse il più bel personaggio di questo splendido romanzo. Perché Klara, troppo piccola per ricordarsi del padre ubriacone, si è sposata per amore ed è una figura luminosa che irraggia amore, verso il marito, i figli, la nipote Katarina, l’amica Jozefina.

     Se è vero che leggiamo per vivere altre vite oltre alla nostra, per immergerci in altre storie diverse dalla nostra, per conoscere la Storia di paesi di cui non sapevamo nulla, un romanzo come “Segreti di famiglia” è perfetto. Leggerlo è come vedere una porta spalancarsi davanti a noi e inoltrarci in una realtà che all’inizio facciamo fatica a capire e poi ci stupiamo di averla potuta ignorare. E intanto la capacità affabulatoria di Ivana Sojat ci ha tenuto legati fino all’ultima pagina, quando ogni segreto è venuto alla luce, quando gli spettri del passato hanno finalmente trovato la pace e Katarina è tornata a Zagabria.


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giovedì 21 gennaio 2021

Miljenko Jergović, “Il padre”

                                    Voci da mondi diversi. Penisola balcanica              

                                                    biografia romanzata


Miljenko Jergović, “Il padre”

Ed. Bottega Errante, trad. E. Copetti, pagg. 192, Euro 17,00

   Mio padre è morto. Inizia così il libro di memorie dello scrittore bosniaco Miljenko Jergović, il tentativo di ricostruire la figura paterna in un quadro che finisce, inevitabilmente, per essere non solo la storia di Dobro Jergović, ma quella travagliata della Bosnia.

    Suo padre era nato a Sarajevo nel 1928 e aveva avuto quel figlio tardi, quando aveva già 38 anni. Era medico, specializzato nella cura della leucemia, ma era prima di tutto un ‘vero’ medico, di quelli che curavano tutti gli ammalati che lo chiamassero al loro capezzale. Forse era per quello, per tutta la gente che aveva con lui debiti di gratitudine, che si era salvato, anche quando gli era stato consigliato di lasciare Sarajevo, di rifugiarsi a Zagabria, come già aveva fatto suo figlio. Aveva superato la sessantina, all’epoca della guerra, per lui non aveva senso sradicarsi dalla sua città.


     Il libro di Miljenko Jergović mi è capitato tra le mani poco dopo aver terminato di leggere “Abbandonare un gatto”, la breve biografia che Haruki Murakami scrive del suo proprio padre. La coincidenza mi ha colpito, così come mi hanno colpito altre somiglianze nel rapporto dell’uno e dell’altro scrittore con il proprio padre. Le vicende storiche di due paesi lontanissimi avevano portato sia Dobro Jergović sia Chiaki Murakami a combattere quando erano giovanissimi. Per Dobro la situazione era più complicata- aveva combattuto con i partigiani. Ma, proprio come accade allo scrittore giapponese, anche Miljenko Jergović si interroga sul passato di combattente di suo padre. A nessuno dei due (a nessuno in assoluto, dopo tutto) piace immaginare il proprio padre che uccide degli uomini. E né il padre di Jergović né quello di Murakami hanno mai parlato delle loro esperienze di guerra- era stato qualcosa da cancellare, da dimenticare, forse da rimediare. Un altro dettaglio in comune nel rapporto padre-figlio è quello degli anni di silenzio, dell’allontanamento, quasi che sia impossibile condividere il loro vissuto, che non si possa aspettare comprensione dall’altro.

    Quella di Jergović era una famiglia numerosa, divisa da schieramenti opposti di simpatie politiche- la nonna e una zia di Miljenko furono condannate ai lavori forzati in quanto simpatizzanti di Ante Pavelić, il fondatore del movimento nazionalista ustascia.

I ricordi di questa nonna severa, che non accettava la nuora solo perché era bionda e quindi doveva essere una prostituta, si mescolano con altri delle visite settimanali che Miljenko bambino faceva al padre in ospedale, a quelli delle rare gitarelle con tanto di plaid da distendere sull’erba e quella prelibatezza che era l’Eurocrem, la cioccolata spalmabile.

Suo padre, un uomo mite, si era separato molto presto dalla moglie bionda, la madre di Miljenko. E la granata che gli era piombata in stanza, nel secondo anno di guerra, lo aveva lasciato bianco di polvere e di paura. Era una guerra in cui sembrava non raccapezzarsi, lui, il medico che aveva curato serbi e bosniaci, musulmani e cattolici.  


    Fisicamente Miljenko assomiglia a suo padre, è un punto d’orgoglio, in Bosnia, che la paternità sia così visivamente innegabile. Dobro aveva anche raccontato al figlio dove era stato concepito, in un luogo iconico come il vecchio albergo Panorama, a Pale. In quell’albergo aveva dormito re Petar nel 1941, prima di andare in esilio. In quello stesso albergo, cinquant’anni dopo, nel 1992, avrà sede il governo di Karadzić e verranno prese le decisioni operative per l’assedio di Sarajevo. Senza Karadzić, Miljenko Jergović non sarebbe finito a Zagabria.

   In tedesco ‘patria’ è ‘ Vaterland’, la terra del padre. E questo libro non può essere altro che la storia del padre inestricabilmente collegata alla storia della sua terra.



sabato 19 settembre 2020

Petros Markaris, “L’omicidio è denaro” ed. 2020

                                              Voci da mondi diversi. Penisola balcanica

                                                         cento sfumature di giallo

Petros Markaris, “L’omicidio è denaro”

Ed. La Nave di Teseo, pagg. 320, Euro 19,00, formato kindle 9,99

 

     Un inizio paradossale per il nuovo romanzo di Petros Markaris " L'omicidio è denaro". Uno shock di sorpresa per chi assiste alla scena nel libro e per noi che lo leggiamo. Si sta svolgendo un funerale, nella bara che viene depositata in una piazza di Atene non c'è, però, il corpo di un uomo ma il cadavere di un ideale: la Sinistra è morta. Morto il Re, viva il Re. Un nuovo Movimento dei Poveri sostituirà quello della sinistra. A condurre le esequie c'è Lambros, l'ex comunista che è diventato intimo amico della famiglia del commissario Kostas Charitos, tanto che il nipotino di Kostas, figlio di sua figlia Caterina, è stato chiamato Lambros in suo onore.
    Un inizio che ci scuote dal torpore della consuetudine e che introduce quello che è  il tema di fondo del romanzo- una presa di coscienza del divario sempre più grande tra Ricchi e Poveri, del fatto che i poveri non sono più soltanto gli ultimi della terra, gli immigrati, i nullafacenti, ma che a questi si sono aggiunti i giovani che hanno visto diminuire le possibilità di lavoro e coloro che appartengono alla fascia di età dei cinquantenni- gli ex borghesi che hanno perso il lavoro per la crisi economica e hanno poche speranze di esser assunti.



     Sul filone narrativo a sfondo socio-economico si innesta quell'altro più noir degli omicidi su cui Kostas dovrà indagare e la novità del romanzo è che la regia dei due filoni è affidata a due protagonisti diversi, Lambros e Kostas.  Che gli omicidi abbiano a che fare con i soldi è subito chiaro quando si scopre l'identità di chi è stato ucciso. Il primo morto è un arabo saudita (ormai sono gli arabi degli Emirati i nuovi magnati), il secondo è un cinese (chissà che ne pensa Mao, se è in qualche aldilà da cui vede come è  cambiata la Cina), il terzo è un greco. I primi due avevano in programma di investire soldi in Grecia- costruendo dal nulla una località turistica l'uno, comprando e ristrutturando appartamenti da affittare il secondo. Il terzo aveva anche lui a che fare con gli investimenti e aveva scritto degli articoli sulla follia che portava ad uccidere chi avrebbe potuto tirare fuori la Grecia dalla crisi che la stava affossando. Le modalità degli assassinii è sempre uguale, l'arma è un coltello, la firma dell'assassino è una canzone che i rari testimoni hanno sentito: "che te ne fai dei soldi, non hanno anima/ e se li amerai ti porteranno malasorte e rovina".
   Quello che apprezzo sempre di Petros Markaris è la sensibilità che mostra verso le problematiche economiche e sociali della realtà in cui vive, anzi, in cui viviamo, perché la situazione in Grecia non è molto diversa da quella italiana. Non è un caso che l'Italia sia tirata dentro come esempio da seguire in questo suo romanzo. Il Movimento dei Poveri voluto da Lambros viene avvicinato a quello delle Sardine. C'è  una sorta di passaparola in termini elogiativi del movimento italiano e c'è anche un personaggio italiano che prende la parola durante una delle manifestazioni che, per restare pacifiche, assumono sempre più un carattere quasi folcloristico.
    C'è poi l'altra caratteristica dei romanzi di Markaris che lo differenzia dai romanzi di genere del momento ed è quel filone intimistico-familiare che offre uno squarcio di quotidianità. La famiglia di Kostas si è allargata- figlia, genero, amici, lo zio Lambros si uniscono a Kostas per gustare i manicaretti della moglie. Adriana può soddisfare il suo più o meno conscio desiderio di protagonismo preparando la zuppa di fagioli da distribuire gratuitamente ad un incontro del nuovo Movimento in cui le varie componenti offriranno il piatto dei poveri del loro paese (è la panzanella per gli italiani).
Se ci sono meno battibecchi divertenti tra Kostas e la moglie, è perché il piccolo Lambros reclama l'attenzione di tutti.
                                           
Kostas sullo schermo

Ecco, forse c'è un po' troppa vita di famiglia nel romanzo di questo autore la cui cifra narrativa è la predilezione per le tinte stemperate. Markaris non ama la violenza e neppure la descrizione della violenza. Non c'è mai una forte tensione nei suoi libri, né una azione convulsa. Più che rivolgere la nostra attenzione alla caccia all'assassino sintonizziamo le nostre antenne sulla frequenza di quelle dello scrittore che riescono a cogliere ogni segnale di disagio.  

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it