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giovedì 8 febbraio 2024

Gontran De Poncins, “Kabloona. L’uomo bianco” ed. 2023

                                          Voci da mondi diversi. Francia

romanzo di viaggio

Gontran De Poncins, “Kabloona. L’uomo bianco”

Ed. Adelphi, pagg. 332, Euro 22,80

    Era il 1938 quando Gontran De Poncins, visconte francese e discendente di Montaigne, partì per l’Artico, intenzionato a passare un anno in quelle regioni desolate, mescolandosi con gli abitanti del luogo, gli inuit o eschimesi, come venivano allora chiamati. Solo dei missionari oblati erano arrivati lassù- unica presenza bianca.

    Gontran De Poncins non ha intenzioni scientifiche, la sua è un’esigenza personale di cambiare vita, di sperimentare un’esistenza più essenziale, più vera, lontana dalle futilità del suo mondo.

   De Poncins lascia Parigi, arriva in Canada, si spinge all’avamposto di King William Land, ma lì c’è ancora una parvenza di civiltà occidentale, c’è un emporio, gli eschimesi che incontra sono già stati ‘contagiati’ dalla civiltà dell’uomo bianco. Più a Nord, deve andare più a Nord.


    L’intera prima parte di questo fantastico viaggio è all’insegna dello stupore. Perché una cosa è avere letto, sapere degli usi e costumi della gente sconosciuta che si va ad incontrare, altra è cosa è vivere insieme a loro, apprendere ad interpretare i loro gesti e la loro mimica, adattarsi alle abitudini quotidiane di vita che, sì, diciamolo pure, sono sconvolgenti per un kabloona, un uomo bianco. Non è facile vivere a strettissimo contatto (a strettissimo contatto olfattivo, anche) nello spazio ristretto degli igloo, assaggiare il loro cibo (pesce congelato, foca), abituarsi ai loro ritmi (buffissime le descrizioni dei preparativi per le partenze mattutine), sforzarsi di comprendere comportamenti lontani dalla nostra etica, come il prestarsi le mogli oppure il commettere omicidi a cuor leggero, giustificati da tutta la comunità, quasi non fosse affar loro. E poi acclimatarsi, abituarsi al freddo, anzi al gelo, alle temperature sotto zero anche all’interno dell’igloo, quando il respiro notturno ricopre il viso di una leggera patina di ghiaccio. Il massimo- e l’autore stesso dice che, se glielo dicesse un altro non ci crederebbe- sono i 50 gradi sotto zero all’interno della grotta in cui vive il missionario che De Poncins incontrerà verso la fine del suo viaggio.


    Non è facile per De Poncins entrare in sintonia con gli inuit (gli uomini per eccellenza, questo il significato del nome). All’inizio è diviso tra sconcerto e disgusto, gli è impossibile non mettere a confronto questi uomini e la società da cui viene, è naturale che il loro considerare come di tutti quello che per lui è sua proprietà- riserve di caffè, tè, tabacco, farina- a lui appaia un furto e non una sorta di primitivo comunismo. Gli sembra di essere tornato all’età della pietra. Per un altro verso li ammira. Ammira la loro capacità di orizzontarsi in quelle distese di bianco infinito e di fiutare l’arrivo di una tempesta, la sveltezza e la maestria con cui costruiscono un igloo, la pazienza con cui attendono di catturare una foca quando si affaccia da un buco nel ghiaccio, accucciati per ore in quella ridicola posizione con il sedere per aria, la gioiosità con cui prendono parte ai giochi dei bambini.

   


E poi, quasi senza rendersene conto, De Poncins cambia. Non è solo che fa l’abitudine ad una diversa maniera di vivere che poi è l’unica possibile a quelle latitudini e con quel clima, è che incomincia ad apprezzare quello che lo circonda. Il cambiamento più clamoroso è nel momento in cui vede la bellezza nei lineamenti di una donna e l’altro quando impara a gustare il cibo marcio che fino ad allora gli era sembrato rivoltante, dopo essersi reso conto che l’alimentazione del Fuori (come dall’inizio indica il mondo da cui proviene) non lo avrebbe tenuto in vita nell’Artico. E, quando arriva un altro giovane Kabloona, De Poncins si accorge che gli è estraneo, che tutto quello di cui questi gli parla è irrilevante, che è viziato, che ormai i suoi amici sono gli ‘uomini d’eccellenza’ con cui ha condiviso tutto per un anno intero.

    Un libro affascinante, mai noioso. Affascinante quando ci racconta delle slitte trainate dagli husky (un capitolo a sé dovrebbe essere riservato a questi cani straordinari), dei giorni chiusi negli igloo dove la luce ad olio di foca riscalda e addolcisce l’ambiente mentre fuori soffia la tormenta, della pesca, ma anche quando ci parla delle contese e dei piccoli imbrogli degli eschimesi, della loro lingua, della loro semplicità, di come tra di loro si capiscano i valori essenziali. Splendidi i disegni con cui illustra il suo racconto di viaggio.



martedì 25 aprile 2023

Paolo Malaguti, “Piero fa l’America” ed. 2023

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia

    romanzo di formazione

Paolo Malaguti, “Piero fa l’America”

Ed. Einaudi, pagg. 208, Euro 18,50

     Un paesino nel Veneto. Fine 800. Una famiglia poverissima, i Gevori. Li chiamano ‘i bisnenti’, i due volte niente, tanto sono poveri. Con tanti figli, però. Il più grande, Piero, ha quindici anni. Dopo di lui, la sorella Lina e il fratellino Tonìn. Dei più piccoli- quanti sono, come si chiamano- sapremo molto dopo, restano ai margini di questa storia che leggiamo con una certa qual oppressione sul petto, perché il tempo, il luogo, i personaggi che la animano sono diversi, eppure ci parlano dell’oggi, di altra gente che affronta un ignoto diverso con le stesse difficoltà.

    Il romanzo di Paolo Malaguti si apre con una scena su cui forse ci poniamo delle domande, prima di renderci conto che, pur essendo tristemente vera, acquista un valore simbolico. Piero e Tonìn vanno in cerca di nidi nel bosco. A Tonìn tocca solo avvistarli, a Piero il compito di arrampicarsi e strappare gli uccellini dal nido, uccidendoli. Con una sensibilità tutta sua, da fratello maggiore, Piero vuole risparmiare a Tonìn questa esperienza cruenta. Si deve pur mangiare, polenta e oséi sfameranno la famiglia, ma non è una cosa che Piero faccia a cuor leggero. Quando saranno lontani migliaia di chilometri, laggiù dove tutto è al contrario, dove l’inverno è estate e dove Piero e Tonìn non capiscono come facciano gli uomini a non cadere se il mondo è rotondo e nell’emisfero sud sono a testa in giù, ci sarà un’altra scena memorabile in cui Piero protegge il fratello, prendendo per sé il fagiolo bianco che lo manderà con altri 49 uomini in una spedizione punitiva contro gli indigeni nella foresta. A Tonìn consegna il fagiolo nero che lo farà restare nella colonia, che non lo esporrà a rischio di morte, che non lo traumatizzerà per sempre con azioni che Piero non farebbe, se non vi fosse costretto. Perché l’autodifesa è come la fame, ti obbliga a fare il Male.


    I Gevori vengono spodestati, devono lasciare la loro casa, per misera che sia. Insieme ad altri del paese partiranno per il Brasile. Chi c’è già stato e viene a reclutare gente disposta ad andare a coltivare i campi laggiù, racconta di terra a volontà, di un paese di bengodi. Pur diffidenti, i Gevori non hanno scelta. Il racconto della prima parte del viaggio, in treno fino a Genova, ha il sapore della novità, il gusto della scoperta, risentiamo un’eco della meraviglia attonita di ‘Carlino scopre il mare’ di Nievo. Poi il viaggio su una nave che a Piero sembra abbia un nome minaccioso, Orione- Piero non conosce il mito di Orione, ed è un bene, visto che in nessuno dei miti che parlano di lui, Orione ha una sorte felice. Non è la nave degli schiavi di “Radici” di Haley, non è neppure un transatlantico di lusso, ma di certo è meglio dei barconi stracarichi che vediamo arrivare a Lampedusa.


    Il Brasile sarà l’infrangersi dei sogni. Il Brasile sarà il banco di prova della tempra di questi uomini che hanno abbandonato la miseria certa per un benessere incerto, per un lavoro durissimo, al pari di quello che avevano svolto, per il nulla davanti a cui si trovano di fronte, perché non c’è neppure una casa nel mato in cui li hanno portati (e loro pensano che il mato sia uno sconosciuto pazzo che si aggira lì). La differenza è che vogliono credere nel futuro, vogliono credere che, dopo aver disboscato, bruciato, seminato, il raccolto sarà abbondante, loro diventeranno ricchi, potranno far arrivare il resto della famiglia che hanno lasciato in Italia.

    “Piero fa la Merica”- il primo romanzo (molto bello) in cui Malaguti si allontana dalla sua terra, proprio come i personaggi del suo libro- è tanti libri insieme. È la nostra Storia, prima di tutto, di un tempo che forse vorremmo dimenticare nel momento in cui siamo chiamati ad allungare una mano ai migranti che sbarcano di continuo sulle nostre coste- le foto sgranate e scolorite di fine secolo mostrano visi di un incarnato un poco più chiaro ma con lo stesso sguardo di paura e di scoramento.


È un romanzo di formazione che inizia tipicamente con un viaggio, viaggio di scoperta anche se non è il Grand Tour dei poeti romantici, viaggio che fa conoscere la morte ma anche l’amore, la delusione d’amore, il tradimento (ancora più doloroso per Piero perché viene da qualcuno della sua stessa famiglia). È un romanzo d’avventura, alla scoperta di un paese lontano che, tuttavia, è già abitato e Piero, con quella sensibilità che gli conosciamo, ha dei dubbi- sul diritto che hanno, loro, di usurpare quelle terre comportandosi nella stessa maniera di chi ha cacciato loro da ‘casa’, di uccidere per affermare la loro supremazia. E gli vengono in mente i nidi e gli uccellini- non è forse la stessa cosa? Piero non dimenticherà mai quello che è stato costretto a fare.

    Dopo tante difficoltà, violenze, morti e colpi della sorte, il finale ha il sapore di una favola a lieto fine, è come il cerchio che si chiude, in un’atmosfera dorata con la compensazione del mal fatto.  

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mercoledì 11 gennaio 2023

Gianni Dubbini Venier, "L'avventuriero" Intervista 2023

 

                                          copyright A. Kaufmann

     Un libro di viaggio ha sempre un fascino tutto suo, sia che faccia tornare alla mente paesaggi visti durante un nostro viaggio o che faccia sognare di scenari e paesi che abbiamo sempre desiderato vedere. Il libro “L’avventuriero” di Gianni Dubbini Venier ha un doppio fascino, perché ci parla di un viaggio nel presente che però segue le tracce di quello fatto da un ragazzo veneziano nel secolo diciassettesimo. Ne parliamo con lo scrittore.

All’inizio del libro racconta come si è imbattuto in Nicolò Manucci e come ha iniziato le ricerche su di lui. Be’, poteva finire lì, poteva pensare ‘che tosto questo ragazzino’. E invece si è letteralmente messo sulle sue tracce. Che cosa lo ha spinto?

    Ottima domanda. Mi ha spinto il desiderio di ripercorrere l’itinerario di un mio conterraneo e poi volevo allinearmi con una tradizione che non è propria del nostro paese, quella della letteratura di viaggio. Ho avuto la fortuna di avere come maestro William Dalrymple- lo conosco dal 2012- e ho avuto un percorso di formazione in Inghilterra, dove mi sono specializzato in archeologia orientale alla SOAS- School of Oriental and African Studies- dell’Università di Londra. Volevo seguire la tradizione del mondo anglosassone seguendo le tracce di qualcuno, ma pensando ad un viaggio nel presente in luoghi caldi del mondo- era il momento della guerra in Siria-, volevo guardare con occhi del presente quello che un viaggiatore vedeva nel passato.

Con la debita differenza di età, si è sentito ‘il doppio’ di Nicolò durante questa esperienza?

    Nicolò aveva quattordici anni, io ero il suo ‘doppio’ e tuttavia non è che io fossi lui o qualcosa del genere, non mi sono immedesimato in lui. Era una guida che andava ricontestualizzata, era un viaggio da adattare al mondo contemporaneo. Per tutti e tre- per Nicolò, per Angelica, la fotografa che mi accompagnava, e per me- è stato un viaggio di formazione. Dobbiamo pensare che nel ‘600 a 14 anni si era già uomini. La carriera del mozzo, del midshipman, iniziava ad un’età molto giovane. In quel senso io, a 27 anni, ero ancora un ragazzino.

È stato un viaggio avventuroso e affascinante su cui ora Le farò una serie di domande:

   qual è stato- se c’è stato- il momento in cui ha avuto più paura per se stesso?


   In Turchia, quando ci fu una serie di attentati dal 27 luglio del 2015 all’agosto dello stesso anno. Il presidente Erdoğan aveva riaperto il conflitto con i curdi e noi stavamo vivendo un momento storico, attraversavamo regioni in un periodo di cambiamenti epocali. Il 4 agosto i guerriglieri curdi del PKK fecero saltare in aria la caserma turca di Doğubayazit. A seguito di questo furono chiuse le frontiere con l’Iran, noi ci trovavamo nella zona orientale e molte strade di quell’area furono fatte saltare, un autobus di turisti fu preso in ostaggio in un posto non lontano da dove ci trovavamo noi- tutto sempre per mano dei guerriglieri curdi. Ci furono poi anche attentati dell’Isis a Sud e altri ancora a Istanbul…

 Qual è stato il tratto più difficile del percorso?

    Per i nervi, il tratto più difficile è stato quello turco dove eravamo esposti ad eventi di un’attualità dirompente. Per il nostro fisico, invece, è stato l’attraversamento della frontiera tra Armenia e Iran. C’era stato l’incidente sul fiume Aras, avevamo dovuto attraversare la frontiera a piedi, con una temperatura di 50 gradi.

 Lo spettacolo che più lo ha emozionato?


    Il monte Ararat, visto dal monastero di Khor Virap, perché quello era finalmente il luogo dove ci ricollegavamo all’itinerario di Manucci. Ce la stavamo facendo, dopo la deviazione causata dai confini blindati tra Armenia e Turchia per le relazioni compromesse dalla questione del genocidio armeno non riconosciuto dai turchi in quanto tale. Un’emozione metafisica causata dal paesaggio, la cima innevata che si stagliava contro il cielo e poi l’euforia di essere vicini al successo del viaggio- non avevamo affatto avuto la sicurezza di poter uscire dalla Turchia.

L’esperienza più ‘strana’ o insolita che ha vissuto?

     La fortuna di vedere gli atleti iraniani che ci hanno concesso di assistere agli allenamenti della loro ginnastica tradizionale, lo zurkaneh, una specie di arte marziale che proviene dal sufi. È stata un’esperienza unica, anche perché, oltretutto, le donne non sono ammesse ed è stata fatta un’eccezione per Angelica.


Di tutte le conoscenze fatte, quale la più memorabile e significativa?

    Il libraio di Isfahan, Iman. Mi ha dato lui stesso il permesso di fare il suo nome, perché racconta la sua esperienza di vendere titoli difficili da reperire in Iran, sottoposti a censura. Non posso dimenticare la sua ospitalità, come gestisce la libreria, con edizioni in farsi di libri come il ‘Candide’ di Voltaire- qualcosa di inimmaginabile, trovare la traduzione in farsi di libri come questo. Certo, c’è anche il Corano tra i libri che vende, ma sta accanto a Woody Allen, al Decamerone di Boccaccio. Non dimenticherò le nostre discussioni, il nostro parlare di quello che succede in Iran. E parlo tuttora con lui. È un’emozione capire meglio quello che succede tramite qualcuno che vive queste esperienze. Non riusciamo neppure ad immaginare che cosa voglia dire essere sempre a rischio di arresto e di tortura per quello che si fa o si dice. Non nei nostri tempi, almeno.

Il luogo dove tornerebbe subito, se potesse?

    Isfahan. Tornerei ad Isfahan, andrei a trovare il mio amico, andrei a rivedere la piazza- Meidan Naqsh-e-jahan in persiano, cioè ‘l’immagine del mondo’, la seconda piazza più grande del mondo, con quella splendida cupola azzurra, e il Chehel Sotoun, il palazzo per ricevere gli ambasciatori stranieri, il bazar…

Chehel Sotoun. il Palazzo delle Quaranta Colonne

Ha qualche rimpianto per qualcosa che non è riuscito a fare?

   No, sinceramente no. Anche la scelta di fare il viaggio in due pezzi ha un suo perché: siamo ripartiti dallo stesso punto. Vorrei ancora andare in India, spero di farlo quest’anno.

Ecco, a proposito di un viaggio in India- ha in programma un altro libro?

     Sì, come ho scritto nel poscritto del libro, vorrei continuare l’itinerario di Manucci nel subcontinente indiano. Lui ha vissuto in un tempo in cui non c’erano ancora le divisioni create dalla colonizzazione con le loro disastrose conseguenze. Io vorrei andare nell’India come l’aveva vista Manucci, senza tener conto delle frontiere, vorrei andare nel subcontinente indiano, nell’India come entità geografica e culturale che nel mondo Mogul di Manucci si estendeva da Kabul al Sud includendo Dacca e Lahore.



martedì 10 gennaio 2023

Gianni Dubbini Venier, “L’avventuriero” ed. 2022

                                                                        Casa Nostra. Qui Italia

             romanzo di viaggio

romanzo di formazione

Gianni Dubbini Venier, “L’avventuriero”

Ed. Neri Pozza, pagg. 224, Euro22,00

    Essendo io di poca età e desiderando grandemente di vedere il mondo, poiché i miei genitori non me lo volevano concedere, mi risolsi di partire in qualunque modo che fosse. Perciò sapendo che stava per far vela una tartana, benché no sapessi in qual parte fosse diretta, fattomi animo vi entrai.

Lui, il ragazzino di poca età (14 anni), che scappò di casa per vedere il mondo, si chiamava Nicolò Manucci, era di un’umile famiglia veneziana e correva l’anno 1653. Un paragone con i nostri tempi è impensabile. Di certo ci sono ragazzini che scappano di casa, ma per lo più non sono spinti dal desiderio di vedere il mondo. E’ questa curiosità che ci affascina nell’avventura che ci accingiamo a leggere- perché il significato della parola nel titolo del libro di Gianni Dubbini Venier è il primo riportato dai dizionari della lingua, quello di ‘giramondo’, e non il secondo, di ‘imbroglione, impostore, mercenario’. Così come ci affascina l’impresa del giovane scrittore veneziano che diventa il suo doppio, mettendosi sulle sue tracce e ripercorrendo il suo cammino.

     Gianni Dubbini Venier si è imbattuto per caso in Nicolò Manucci: un giorno di pioggia a Venezia, il riparo dentro il Palazzo Ducale, le grandi mappe geografiche nella sala dello Scudo, i nomi dei viaggiatori del passato in un cartiglio. Ecco Nicolaus Manutius. Le ricerche di Dubbini Venier partono da qui per poi trovare un manoscritto nella Biblioteca Marciana e prendere quindi la decisione di partire. Se ci era riuscito un quattordicenne nel 1653 ad arrivare da Venezia in India, poteva farcela anche lui.


   Nicolò Manucci aveva avuto la fortuna di essere stato preso sotto l’ala protettrice di un aristocratico inglese, Lord Bellomont, la cui meta era la Persia per assicurarsi un appoggio economico in sostegno della monarchia inglese sbalzata dal trono da Oliver Cromwell, nominato Lord Protettore. Neppure Gianni Dubbini Venier viaggerà da solo nel 2015. Lo accompagna la fotografa Angelica Kaufman e ci saranno risvolti da commedia in questa soluzione- sono amici ma dovranno fingere di essere una coppia, forse dovranno infilarsi al dito le fedi nuziali che lo scrittore si è procurato per ogni evenienza, per evitare le accuse di immoralità possibili in un paese teocratico come la Persia e le pene conseguenti. Il programma prevede la partenza da Venezia con una prima tappa a Smirne, per poi proseguire verso lo stretto di Hormuz. Su una cosa Dubbini Venier è determinato- andranno via terra, non ricorreranno a facili soluzioni per aggirare le frontiere prendendo un aereo, si faranno 5000 avventurosi chilometri. E forse era stato più facile viaggiare ai tempi di Nicolò Manucci, perché nel 2015 la Turchia è una polveriera, i nostri due avventurieri moderni devono spesso cambiare programma per evitare i luoghi pericolosi dove ci sono stati scontri o attentati.


    C’è una trepidazione intensa nel rivivere le esperienze del giovane Manucci, nella consapevolezza che alcune cose non sono cambiate affatto in tre secoli, nel restare a corto di soldi proprio come era successo a Manucci e a Bellomont, nel venire derubati proprio come era accaduto a loro, nel posare gli occhi sulla bellezza stupefacente delle cupole di Isfahan, nisf-i-jahan, la metà del mondo, o nel sentirsi travolti dall’emozione sulla pianura di Persepolis, sentendosi sprofondare nella voragine del tempo.


     In realtà non sono in due a compiere il viaggio verso ‘la metà del mondo’ nel 2015. Sono in quattro, perché il ricordo di Nicolò Manucci è sempre con Gianni Dubbini Venier che ne ha studiato il percorso negli archivi di mezza Europa e affianca spesso le sue proprie osservazioni a quelle del ragazzo che lo ha preceduto. E allora il romanzo è un duplice romanzo di formazione, il viaggio ha una duplice valenza per i due avventurieri e trasforma una narrativa aneddotica di avventura in un romanzo storico ricco di informazioni e dettagli che ci fanno rivivere un tempo scomparso mettendolo a confronto con quello di oggi.

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a breve seguirà l'intervista con lo scrittore



venerdì 28 ottobre 2022

John Hersey, “Un solo sassolino” ed. 2022

                              Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

      romanzo di formazione
     romanzo di viaggio

John Hersey, “Un solo sassolino”

Ed. Corbaccio, trad. Cesare Vivante, pagg. 224, Euro 19,00

 

   Ecco un altro gioiellino che salta fuori dal passato. L’autore è John Hersey, nato aTientsin, in Cina, nel 1914 e morto a Key West nel 1993. Vincitore di un premio Pulitzer, autore di “Hiroshima”, una raccolta di testimonianze sulla tragedia giapponese, pubblicò “Un solo sassolino” nel 1956.

    La voce narrante è quella di un giovane ingegnere idraulico che, negli anni ’20 del secolo scorso, viene mandato in Cina a studiare il fiume Yang-tze per poi prendere accordi con il governo cinese e costruire una diga che sfrutti le famose gole del fiume. Si imbarca su una giunca e il suo primo incontro/scontro con la realtà cinese avviene quando la partenza è ritardata perché il cuoco si è allontanato per comprare del cavolo. Lui, abituato alla piena efficienza e rispetto dei tempi del mondo da cui proviene, si sente in prigione della pazienza altrui, di quella rassegnazione dettata dal ‘non ci si può far niente’.


   Il cuoco, il padrone della giunca (soprannominato ‘il Grosso’), il capo dei trainatori (chiamato “Vecchio Sassolino” anche se non è affatto vecchio, ma giovane e aitante), e Su-Ling (l’unica che mantiene il suo vero nome, la moglie del padrone, molto più giovane di lui) sono i personaggi principali, oltre al ‘Grande’ fiume, lo Yang-tze, il più lungo dell’Eurasia, il terzo più lungo del mondo. Lo Yang-tze è quasi una divinità, lo si ammira, lo si rispetta, se ne ha timore, si cerca il suo favore con riti superstiziosi. E guai ad incorrere nella sua ira. Quando uno dei trainatori rovescia un pesce nella ciotola durante un pasto, Sassolino gli fa una tremenda sfuriata, sorprendendo il nostro narratore che non capisce. Eppure è chiaro: pesce rovesciato= giunca rovesciata, un presagio funesto.

    Il topos del viaggio, comune nei romanzi di formazione, è qui limitato ad un viaggio su un fiume, ma proprio per questo si arricchisce di significati, con l’acqua che scorre come la vita, arruffata da turbolenze come le difficoltà che si incontrano nell’esistenza quotidiana. In più il viaggiatore non attraversa vari paesi e il confronto costante è tra lui e ‘loro’, tra lui che ha studiato e può modificare il corso delle acque e loro che conoscono la forza del Grande Fiume e sanno come affrontarla, tra l’Occidente razionale e l’Oriente dei miti e delle superstizioni.


   E, come in tutti i romanzi di crescita, il protagonista cambia. Dapprima è stupito di apprendere quali siano le aspirazioni di Vecchio Sassolino, “Non metto da parte. spendo per gli amici. Pago loro da bere. Coltivo l’amicizia…Non ho casa. Il mio corpo è la mia casa”. Non gli sembra che sia possibile che un uomo giovane, allegro e vigoroso possa non aspirare alla ricchezza. Non capisce come si possa essere indifferenti ai fini che sono validi per lui. In seguito si ammala, ha tempo per pensare, inizia a temere di poter essere oggetto di disgusto per i cinesi, lui che era cresciuto credendo alla superiorità del mondo occidentale. E perde, o gli rubano, l’orologio. Che cosa è il tempo per lui occidentale, senza l’orologio? Che piccola entità temporale poteva misurare il suo orologio a confronto di quei sentieri scavati millenni prima nella roccia perché gli uomini potessero far superare alle giunche le rapide? Tutto il suo mondo è stato capovolto- che cosa mai sono le scuole canoniche a confronto di quella grande scuola che è il fiume? E allora cresce la sua ammirazione per lo sforzo immane che fanno i trainatori della giunca, per il canto di Sassolino che sembra essere una divinità delle acque. Finché succede il dramma. È come se si fosse compiuto un sacrificio umano per placare il tumulto delle acque e la sua aspirazione a cambiare il fiume sembra velleitaria e oltraggiosa.


     La giunca arriva in acque calme, approda Wah-hsien, il narratore invita a pranzo i suoi compagni di viaggio ed è come se l’incantesimo fosse finito- Su-ling di cui lui era un poco innamorato ritorna a sembrare una rozza contadina, trainatori e marinai sembrano degli straccioni e lui, lui torna ad essere l’ingegnere che vorrebbe cambiare il Grande fiume. Ma la diga non si farà.

     Ricco di significati nella sua brevità, incantatore con il fragore che sentiamo delle acque del fiume e il canto magico di vecchio Sassolino, con una nota di tristezza per la giovinezza che non è sopravvissuta all’esperienza, con qualcosa di Conrad nella visione degli schiavi che lavorano nelle saline. Leggetelo.

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sabato 7 maggio 2022

Valentina Parisi, “Una mappa per Kaliningrad” ed. 2019

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia

     romanzo di viaggio

Valentina Parisi, “Una mappa per Kaliningrad”

Ed. Exorma, pagg. 250, Euro 15,90

 

     Pochi sanno che cosa sia Stablack ed è doloroso che un luogo che ha significato così tanto per chi vi è stato internato, che ha marchiato per sempre le loro vite, sia finito nell’oblio. Il nonno della scrittrice fu tra i prigionieri politici italiani recluso nello Stalag 1 di Stablak, nelle vicinanze di Kaliningrad. E la scrittrice segue le orme quasi del tutto cancellate del nonno per ritrovare la sua drammatica esperienza. Il nonno, peraltro, non ne aveva mai parlato, come erano restii a parlare della prigionia tutti quelli che l’avevano sperimentata ed erano sopravvissuti. Una foto che troviamo nel libro “Una mappa per Kaliningrad” ritrae il nonno nel 1947, magro, che guarda la bambina che è la madre della scrittrice. Ha il volto girato verso di lei, indoviniamo uno sguardo di meraviglia e di ammirazione, come davanti a qualcosa di inaspettato e di straordinario.


     Città singolare Kaliningrad. Città con due anime, una tedesca e una russa. Città con due nomi, anche se ormai dovrebbe averne uno solo, essendo una exclave russa, altra condizione singolare (una exclave è un territorio che appartiene politicamente ad uno stato pur essendo inserito territorialmente in un altro stato). Si chiamava Königsberg (la montagna del re) quando apparteneva alla Prussia, ed è rimasta tale per i tedeschi. Perché ha dato i natali al filosofo Kant, al poeta Hoffmann, alla pittrice e scultrice Kollwitz, perché Hannah Harendt vi ha passato gli anni dell’infanzia. Come si può cancellare tutto questo? Per i russi la città aveva una posizione strategica importante, era l’affaccio su un mare che non ghiacciava. E per giustificare l’annessione di gran parte della Prussia orientale venne creato a proposito il mito della regione di Kaliningrad come territorio popolato fin dall’antichità da tribù slave ricongiuntosi alla madrepatria grazie alla vittoria militare sovietica del 1945 (non è forse lo stesso discorso che abbiamo sentito di recente in questi giorni di guerra in Ucraina?).


     Kaliningrad non sarebbe neppure nata come tale se Königsberg non fosse stata bombardata pesantemente dagli Alleati nel 1944. E ai sovietici non importava affatto di ricostruire la città uguale a come era prima, per cui è difficile ritrovare il passato nella nuova città.

La scrittrice ci racconta le sue avventure di viaggio, non certamente facile anche se non paragonabile a quello che deve avere fatto suo nonno. Racconta di incontri, descrive luoghi e persone, inserisce un capitolo intero di testimonianze, aggiunge fotografie di ‘prima’ e ‘dopo’ e ‘durante’, durante la guerra, con le distruzioni e le macerie. Lascia per ultimo il campo. Difficile da raggiungere, perfino le indicazioni che riceve non sono uguali. Quando scende dall’autobus deve percorrere un lungo tratto a piedi- sembra quasi che quello che deve svelarsi ai suoi occhi debba essere una sorta di premio ottenuto dopo aver vinto la sfida di mostri di antiche fiabe. Invece, in realtà, quasi nulla è rimasto di quell’enorme campo con le lunghe baracche. Si commuove davanti al memoriale per le vittime italiane. Poi è ora di tornare indietro, per non perdere l’autobus di ritorno. Come se in questa urgenza ci fosse anche un significato recondito sulla necessità di ricordare ma anche su quella di non lasciarsi irretire dalle maglie del passato.


    ‘La città bifronte’, dice il sottotitolo di questo libro che ci conduce in un viaggio affascinante in questa doppia città di cui ci chiediamo- quale delle due è il doppelgänger dell’altra? In realtà, abbiamo in mente la risposta, ma preferiamo pensare a Kaliningrad come ad un pezzo di ambra- come scrive l’autrice-, uno di quei luminosi pezzi di ambra che il mare lascia sulla riva, che serba in sé il residuo fossile del passato, una Kaliningrad che tesorizza in sé Königsberg.

E a proposito di ambra- ho sentito parlare di Kaliningrad per la prima volta come al luogo dove bravissimi artigiani creavano gioielli di ambra. E dove, ma allora si chiamava ancora Königsberg, i nazisti avevano fatto portare i pannelli della splendida camera d’ambra trafugati dal palazzo di Caterina a Carskoe Selo.

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lunedì 25 ottobre 2021

Laura Imai Messina, “Tokyo tutto l’anno. Viaggio sentimentale nella grande metropoli”

                                                      Voci da mondi diversi. Giappone


Laura Imai Messina, “Tokyo tutto l’anno. Viaggio sentimentale nella grande metropoli”

Ed. Einaudi, pagg. 286, Euro 19,00

      Questo non è un romanzo. Non è neppure una solita guida di viaggio. Oppure no, è entrambe le cose, ma è anche un libro di Storia di una città e in parte un libro autobiografico. Leggete il titolo tutto intero, ogni parola ha un significato.

    “Tokyo tutto l’anno”, perché la divisione in capitoli è quanto meno originale. Ogni capitolo è dedicato ad un mese e per prima cosa, prima di portarci in giro per una qualche area di Tokyo, l’autrice ci spiega il significato del nome di quel mese. Prendiamo ad esempio Ottobre, Kannazuki in giapponese, “è il mese in cui, secondo il calendario lunare, gli dei del pantheon giapponese lasciano le proprie dimore, dislocate nei vari templi e santuari sparsi nel paese, per raccogliersi tutti nella prefettura di Shimane, nel santuario di Izumo Taisha”. Ne consegue che uno dei tanti nomi attribuiti ad ottobre è “il mese della partenza degli dei”. Ha altri nomi, però, come “il mese della prima brina”. È il mese in cui le foglie diventano rosse, “fruttificano gli alberi d’autunno, e sul mercato circola il nuovo raccolto del riso.” Chi conosce il giapponese avrà il piacere aggiunto di cogliere le sottigliezze dei caratteri Kanji, con cui Laura Imai Messina diversifica le spiegazioni.


   “Viaggio sentimentale nella grande metropoli”- è l’aggettivo ‘sentimentale’ che ci interessa. Perché è con occhi da innamorata che Laura Imai Messina vede Tokyo. Perché solo chi è innamorato può conoscere tutti i dettagli, avere visto scorci insoliti, trovare le parole giuste per fare rivivere agli altri le sue esperienze. Laura Imai Messina era partita per il Giappone pensando di passarci un anno dopo la laurea. Vive ancora là, con il marito Ryosuke e i loro due bambini, Sosuke ed Emilio. A volte si vive in un paese straniero più anni di quanti se ne siano vissuti in patria e si è sempre stranieri. Non così Laura che sembra aver avuto un colpo di fulmine per il Giappone prima ancora di conoscere il marito. Ed è insieme a tutta la famiglia che ci accompagna per Tokyo, inframmezzando descrizioni, notizie storiche, piccoli aneddoti, appunti linguistici, ricette di cucina, spiegazioni delle festività (tante) con quadretti di vita famigliare, frasi buffe dette dai due bimbi. Va da sé che, in questa dolce compagnia, Laura Imai Messina non ci offre solamente una Storia per adulti della capitale del Giappone, ma ci dà anche informazioni su quello che piace ai bambini nel caso che il turista viaggi con tutta la famiglia.


     Non mi era mai capitato di leggere una guida di una città così affascinante, così ricca, così colorata, così viva, così informata e mai, assolutamente mai noiosa. Mi ha spiegato con leggerezza aspetti che non avevo colto durante il mio breve viaggio in Giappone, mi ha fatto venire voglia di tornarci, libro alla mano, seguendo i passi di Laura Imai Messina.

    Un libro che consiglio a tutti gli amanti del Giappone, a chi ci è stato e a chi vorrebbe andarci.

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mercoledì 19 maggio 2021

Bergsveinn, Birgisson, “La fonte della vita” ed. 2021

                                        Voci da mondi diversi. Islanda

romanzo di formazione
romanzo di viaggio

Bergsveinn, Birgisson, “La fonte della vita”

Ed. Iperborea, trad. Sivia Cosimini, pagg. 317, Euro 18,00

   1783. L’Islanda, ancora colonia della Danimarca, è flagellata da una serie di eventi catastrofici. A ovest del ghiacciaio di Vatnajökull si è spaccata la crosta terrestre e una massa di lava ha investito gli insediamenti circostanti, la terra ha continuato a sputare fuoco e cenere, l’erba ha smesso di crescere, una nube di pomice e cenere ha oscurato il sole. Non solo. Il mare è gelato, non è stato possibile pescare nulla, c’è stato un calo del numero del bestiame e della popolazione, falcidiata anche da malattie. A Copenhagen si era giunti a pensare che non fosse possibile vivere in quella terra. Da qui era nata una proposta- perché non evacuare gli islandesi in Danimarca? Naturalmente gli islandesi abili al lavoro. Dietro a questa idea falsamente umanitaria si nascondevano altri due intenti: procurarsi manodopera a basso costo e risparmiare le ingenti cifre che venivano inutilmente spese per una popolazione senza speranza. Che questo significasse morte certa per tutti quelli che sarebbero stati lasciati sull’isola, non interessava a nessuno.

   E così il giovane Magnús Árelíus, ambizioso, cultore delle scienze, ciecamente fiducioso nei lumi della ragione, riceve l’incarico di recarsi in Islanda per verificare la situazione e mappare il territorio.


    L’inizio del romanzo di Birgsveinn Birgisson è rallentato da questa premessa indispensabile, poi prende il via, con il viaggio di Magnús e, come in tutti i migliori romanzi di formazione, questo viaggio è nello stesso tempo alla scoperta di un paese e alla scoperta di sé. Lo sappiamo bene- non si torna mai uguali da un viaggio: la bellezza e l’importanza del viaggio sono proprio in questo, nel riuscire ad abbandonare idee preconcette, aprirsi alla scoperta del nuovo e lasciarsene invadere, non giudicare secondo il metro del paese e della cultura da cui si proviene, guardare con occhi nuovi o con il terzo occhio della mente.

     I rapporti che Magnús invia al cancelliere sono testimoni di questo cambiamento e, ad un certo punto, cessano del tutto. Quando la narrazione è in prima persona, come nelle lettere, non possiamo mai essere certi che la situazione sia oggettivamente come viene descritta. Perché, dapprincipio, Magnús è scosso da quello che vede- gli abitanti sono ‘un manipolo di malsani e affamati, degni della massima pietas’, abitano in tuguri, hanno i volti tumefatti dallo scorbuto e dalla lebbra, sono per lo più mendicanti cenciosi. Tra di questi Magnús è particolarmente colpito da un uomo che cerca una lima per affilare una sega e da un bambino che supplica per avere una medicina. Procedendo verso Nord, in luoghi sempre meno popolati, la situazione sembra migliorare, la gente pare avere un aspetto più sano. Per la prima volta in Magnús si affaccia l’idea che, è vero che le condizioni di vita non sono da cristiani, ma, se la gente non conosce nient’altro, non può essere ugualmente contenta?


    La felicità narrativa di Birgisson è nel variare registro accompagnando Magnús Árelíus mentre, al contempo, vacilla la sua fede nella scienza e nella ragione. Dalle aride esposizioni a Copenhagen, alle lucide missive al cancelliere, ad una resa di fronte alla ‘magia’ di alcuni fenomeni che vengono descritti con un tocco da vecchie leggende nordiche: da un lago si alzano i pianti dei ‘bambini esposti’ (figli nati fuori dal matrimonio che le madri sono state costrette ad affogare per non essere loro stesse gettate in mare), appaiono fantasmi davanti a cui i cavalli imbizzarriscono, Magnús crederà di vedere l’uomo che voleva la lima e il bambino che chiedeva la medicina, avrà un incidente fronteggiando l’animale che meglio rappresenta il Grande Nord e…incontrerà una donna.


    Il nuovo Magnús, quello che è arrivato a pensare di non avere nessuno strumento per decidere se le condizioni di vita degli islandesi siano buone o cattive, che non vuole proprio che questa gente cambi e diventi come la sua, di gente, che era stato rimbrottato da uno degli assistentes perché aveva usato una donna per suo capriccio, si innamora di una ragazza a cui per castigo è stata mozzata la lingua- quante cose possiamo leggere in questo amore. L’amore che non ha bisogno di parole, l’amore che non si può esprimere con le parole, la donna che non può parlare per sé proprio come la sua Islanda.

    Ed è a questa Islanda che Birgsveinn Birgisson dà voce, in un romanzo che conquista, tra saggio, romanzo di formazione, libro di viaggio, documentazione antropologica e storia d’amore.

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