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martedì 19 maggio 2026

Michel Jean, “Maikan” ed. 2026

                                                 Voci da mondi diversi. Canada

la Storia nel romanzo

Michel Jean, “Maikan”

Ed. Marcos y Marcos, trad. Sara Giuliani, pagg. 200, Euro 18,00

    Maikan significa ‘lupo’ nella lingua degli innu, la popolazione autoctona della penisola del Labrador Quebec, nel Canada Orientale. Dal bel libro letto di recente di Adam Weymouth, “Il lupo solitario”, abbiamo appreso molte cose sui lupi, sul pericolo che rappresentano, sulla minaccia molto reale impressa nell’immaginario collettivo. E soltanto i lupi possono incarnare, nel libro del giornalista canadese Michel Jean, il male assoluto, homo hominis lupus come scrive Plauto nella sua commedia “Asinaria”, tanto più nero perché le vittime sono dei bambini, tanto più ignobile perché viene da chi avrebbe dovuto proteggerli, tanto più esecrabile perché chi lo commette riveste i panni del ‘buon pastore’.

   “Kukum”, il romanzo precedente di Michel Jean, terminava con il prelievo forzato dei bambini innu che venivano allontanati dalle loro famiglie per essere portati nell’isola di Saint George, convitti in una scuola in cui avrebbero dovuto studiare, imparare il francese, sarebbero stati nutriti adeguatamente, avrebbero ricevuto cure mediche.


I bambini e i giovani innu sono arrivati a destinazione in “Maikan”, dopo il dolore della separazione e la paura del volo e del nuovo ambiente. E non trovano niente di quello che aspettavano. Via i capelli lunghi, via i loro vecchi abiti, proibizione assoluta di parlare in innu- chi trasgredisce riceverà una punizione esemplare. E le punizioni fioccano per ogni minima infrazione, per ogni ritardo nel capire che cosa le suore o i preti vogliano da loro. Le due amiche Marie e Virginie si fanno forza l’un l’altra, Virginie non ha paura di niente, interviene spesso a difendere la timida e grassa Marie che è un più facile bersaglio. E presto un ragazzino solitario si unisce a loro, legato da un tenero sentimento per Virginie.

    Giorni nostri: il governo canadese ha rivisto il passato e ha deliberato il risarcimento per i sopravvissuti dei ragazzi internati in più di cento collegi. Una giovane avvocata si è appassionata a questa ricerca- moltissimi di quei ragazzi di un tempo non hanno più avuto una vita normale, sono o sono stati dei senza dimora, disoccupati e alcolizzati. Tre di loro sembrano essere scomparsi- sono proprio Marie, Virginie e Charles. Soltanto di Marie l’avvocata riesce a trovare le tracce- vive in un luogo isolato, in una condizione di degrado estremo, sempre ubriaca.


    La storia che ascoltiamo da Marie- qualcosa negli occhi dell’avvocata, così simili a quelli della sua amica, tocca le corde del cuore della vecchia e la spinge a parlare- è una storia di orrore, di crudeltà, di privazioni, di morti per tubercolosi, di denutrizione, di sevizie, di assalti sessuali. Una figura giganteggia, una per tutte, quella del ‘padre Rosso’, il lupo con la tonaca che non era molto più vecchio dei ragazzi, che è ancora vivo. E perseguibile.

   Sono pagine dolorosissime che non vorremmo leggere e che invece devono essere lette per rendere giustizia a chi ha tanto sofferto, pagine di buio totale rischiarato soltanto dalla forza dell’amicizia, dall’amore pulito che si contrappone alla sozzura degli stupri, dalla generosità che sgorga spontanea da questi sentimenti. Leggere per sapere- è importante.

una croce vicino ad uno dei collegi, in ricordo dei bambini morti

Soltanto adesso si sa di più di questo genocidio culturale che ha avuto luogo tra la fine del secolo XIX e la prima metà del XX. Si sono raccolte testimonianze, sono state trovate delle tombe con resti di bambini anche molto piccoli, morti per malattie, infezioni, denutrizione o nel tentativo di scappare- si parla di più di diecimila morti. Alle famiglie venivano date spiegazioni vaghe sulla causa dei decessi, i corpi venivano sepolti in grandi fosse vicino ai collegi perché era troppo costoso rispedirli a casa.

   Gli articoli sui giornali non sono sufficienti per rendere noti gli avvenimenti del passato, un romanzo, come quello di Michel Jean, ha un'efficacia maggiore perché coinvolge, appassiona, perché parla al lettore con la voce dei suoi personaggi, testimoni della Storia. 



giovedì 14 maggio 2026

Madeleine Thien, “Il libro dei ricordi” ed. 2025

                                                    Voci da mondi diversi. Canada



Madeleine Thien, “Il libro dei ricordi”

Ed. 66thand2nd, trad. Anna Tagliavini, pagg. 380, Euro 19,00

 

    Non c’è un solo romanzo ne “Il libro dei ricordi” della scrittrice sino-canadese Madeleine Thien, bensì quattro, quattro filoni narrativi che si alternano, raccontati da un unico punto di partenza- una enclave chiamata il Mare. Comprendiamo subito perché- è il mare che ha offerto una via di fuga a tutti protagonisti, del presente e del passato, e sul mare si affacciano le finestre di tutti gli alloggi di questo strano edificio in cui vivono Lina e suo padre Wui Shin che sembra costruito su uno dei disegni di Escher, con corridoi che si avvolgono entro altri corridoi, scale che aggettano su altre scale, porte che si aprono su altre porte. E- se si chiede a uno degli abitanti quale sia il nome del mare che vede dalla finestra, risponderà con un nome diverso. Non è che dalle finestre si vedano tutti i mari, o forse sì, ma in ogni modo ognuno vede il mare che lo ha tratto in salvo, il mare del suo cuore.

Spinoza

  Il Mare è un luogo di transito, al Mare si arriva per poi ripartire, ma Lina e suo padre si fermeranno lì. Quando Lina è arrivata, aveva solo sette anni e continuava a chiedere dove fossero la mamma, la zia, il fratellino. Li avrebbero raggiunti- rispondeva suo padre. Nella fuga il padre aveva afferrato a caso tre libri sulla vita di grandi viaggiatori, finirà che Lina li saprà quasi a memoria, saprà tutto di tre grandi costretti all’esilio- il poeta cinese Du Fu (712-770), il filosofo Baruch Spinoza (1632-1677) e Hannah Arendt (1906-1975). Attenzione, questi tre personaggi storici che a turno racconteranno la loro storia, escono dalle pagine del libro e rivestono i panni di tre rifugiati che abitano nelle stanze vicino a quella di Lina e i cui nomi ci rimandano ai tre esuli del passato- Giove (il poeta), Bento (era il nomignolo con cui il padre chiamava Baruch Spinoza) e Blucher (quasi come il cognome del secondo marito di Hannah Arendt).

Du Fu

Du Fu era vissuto nella Cina della dinastia Tang, aveva avuto una vita molto dura, uno dei suoi figli era morto di denutrizione; Spinoza era arrivato ad Amsterdam dal Portogallo e la sua vita era sempre in pericolo, perché era ebreo e perché le sue idee erano sacrileghe; Hannah Arendt aveva dovuto fuggire la persecuzione nazista. La storia di Lina e di suo padre non è meno dolorosa delle altre, anzi, forse lo è di più. E’ una storia che diventa una sorta di confessione da parte di Wui Shin, un ingegnere del Cyberspazio- quello che ha fatto non può essere perdonato e gli ha fatto perdere la moglie e il figlio.
Hannah Arendt

    I quattro filoni sono in apparenza slegati tra di loro ma la scrittrice ha un’arte sottile per aggiungere dettagli che passano da una storia all’altra- c’è un gatto che si chiama Gatto Arancio ad Amsterdam con Spinoza, due arance che cadono a terra nella storia di Du Fu, profumo di arance altrove. E c’è una sorta di incantesimo che sospinge il lettore a voltare le pagine, per quanto questa non sia una lettura facile, colma di riferimenti colti, di Storia, di riflessioni filosofiche ed etiche. Non possiamo non cogliere il riferimento costante ai nostri tempi di migrazioni, di discriminazioni, di lotte politiche e il messaggio del valore salvifico dell’arte, della letteratura e della cultura.



domenica 23 marzo 2025

Michel Jean, “Kukum” ed. 2025

                                             Voci da mondi diversi. Canada

      storia vera

     storia di famiglia


Michel Jean, “Kukum”

Ed. Marcos y Marcos, trad. Sara Giuliani, pagg. 224, Euro 17,10

   Un esergo bellissimo, ad introduzione di “Kukum” dello scrittore innu canadese Jean Michel. L’originale è in una lingua incomprensibile, ma la traduzione suona così: Non sempre mi ricordo da dove vengo,/ i sogni mi ricordano chi sono,/ le mie origini non mi lasceranno mai. Da queste parole, insieme al titolo, intuiamo che leggeremo la storia di un antico retaggio, di un patrimonio culturale che abbiamo il dovere di tutelare. E “Kukum” è la storia vera, seppur romanzata, della bisnonna dello scrittore stesso, la voce narrante che inizia il suo racconto da quando lei, quindicenne, lascia la casa degli zii che l’hanno cresciuta per seguire il ragazzo diciottenne che sposerà e amerà per tutta la vita.

   Lui, Thomas, è un innu, appartiene alla popolazione indigena della penisola del Labrador-Quebec, nel Canada orientale. Un tempo i primi esploratori francesi avevano dato loro il nome di  Montagnais che però venne sostituito ufficialmente nel 1990 con ‘innu’, che significa ‘l’essere umano’ nella loro lingua, l’immu-aimun.

   Lei, Almanda, ha origine irlandese- i suoi genitori erano emigrati dopo la serie di gravi carestie che avevano flagellato l’Irlanda e, però, erano morti prima ancora di stabilirsi nella nuova patria, lasciando lei bambina alle cure degli zii.


     Si vedono, da lontano dapprima, lui sulla sua canoa sul lago, lei sulla riva. Si innamorano- è l’incanto dell’amore giovane che non ha bisogno di parole, perché nessuno dei due conosce la lingua dell’altro, è l’amore che attrae gli opposti, lui con i capelli neri e la carnagione scura, lei bionda e con gli occhi azzurri. Lei lo segue fiduciosa, pronta a quella sfida, di arrivare tra gente che non conosce e che conduce una vita che le è del tutto estranea. È così facile adattarsi, quando si è giovani, quando si vuole condividere tutto con il proprio amato. Almanda impara a cacciare e impara il significato profondo della caccia, impara che si deve essere grati all’animale che si uccide perché la sua carne sarà nutrimento per la loro gente. Impara a fare i cesti, a infilare perline per adornare cappelli e abiti, a conciare le pelli che avrebbero venduto quando, con la bella stagione, sarebbero scesi verso sud, a trasportare la canoa nei tratti in cui non si può risalire il fiume. La famiglia di Thomas e Almanda diventa numerosa e vien il giorno in cui Almanda, che ha studiato, decide che la bambina più grande deve fermarsi a Pointe-Bleue per andare a scuola, mentre loro torneranno a Nord.


    Tutta questa prima parte sembra il racconto del Giardino dell’Eden in cui regna serenità e poesia e unione con la natura. Poi succede come succede nel Giardino dell’Eden e il serpente del Male che si insinua si chiama colonizzazione, sfruttamento dei territori, deforestazione- il rumore delle segherie infrange la quiete, il fiume è invaso dai tronchi che scendono a valle e non è più navigabile, gli innu non possono tornare nelle loro terre da dove derivavano la loro sussistenza, la disoccupazione e il cambiamento radicale di vita porta alcolismo, i bambini vengono portati via per essere messi in collegi. Forse è questo il peggio, il futuro negato alla cultura innu. Nel momento stesso in cui ai bambini è proibito parlare nella loro lingua, inizia per loro uno sradicamento, una perdita, la confusione sulla loro appartenenza.


    A poco serve la ribellione dell’ormai anziana Almanda che si rifiuta di lasciare la sua casa perché la ferrovia deve passare proprio di là, il suo viaggio a Québec per protestare contro il traffico incontrollato delle automobili  termina con la sua piccola vittoria: vengono costruiti dei marciapiedi. Ben poca cosa. Il tempo non si arresta. Forse a scuola si insegnerà l’innu-aimun, ma per i nipoti e i pronipoti Almanda è la grand-mère, non la kukum, con la parola ‘nonna’ nella loro lingua.

  Un romanzo poetico e drammatico, l’epopea di un popolo indigeno che non conoscevamo e che ha conosciuto la sorte degli indiani d’America e degli aborigeni australiani.


lo scrittore sarà presente oggi a Book Pride

 

mercoledì 26 giugno 2024

Jocelyne Saucier, “Il segreto dei Cardinal” ed. 2024

                                          Voci da mondi diversi. Canada

   cento sfumature di giallo

Jocelyne Saucier, “Il segreto dei Cardinal”

Ed. Iperborea, trad. Luciana Cisbani, pagg.224, Euro 17,00

   I Cardinal. Ah, i Cardinal con il fascino delle famiglie numerose. Sono ventuno i giovani Cardinal. Sì, non c’è nessun errore: ventun figli di cui solo cinque le figlie femmine. E certo che hanno ognuno il proprio nome, ma è solo il padre che li chiama con quello, tra di loro sono LaPulzella, ElToro, Tootsie, Geronimo, Fanalino che è l’ultimo arrivato, LaTommy e la sua gemella che a volte è chiamata L’Adottata e molto più spesso con il suo vero nome, Angèle.

    Tra i tanti aneddoti, tra i tanti dettagli di vita quotidiana, tra le tante parole di lessico famigliare (Nemmiposto vuol dire ‘nessuno mi prenda il posto’ su quell’unico divano a tre sedute o per terra appoggiati al muro), tra le tante imprese audaci di Geronimo e degli altri contro quelli che loro chiamano ‘i bifolchi’, sono Le Gemelle che occupano il posto principale in questa storia di famiglia. Sono assolutamente identiche, anche se LaTommy deve il suo soprannome al suo comportamento da maschiaccio e L’Adottata è angelica come il suo nome- una coppia senza figli voleva adottare entrambe le gemelle, solo Angèle si era lasciata tentare dai vestitini frou-frou e dalla promessa di una stanza tutta bianca e una volta all’anno andava ospite da quei genitori che la colmavano di regali anche senza averla poi adottata. E però era diventata la vittima delle battute cattive dei fratelli che si divertivano a insudiciarle i begli abiti con cui ritornava. Dove è Angèle ora? L’ultima volta l’avevano vista seduta sul sedile posteriore dell’automobile di Geronimo, indossava il vestitino a fiori, aveva accanto a sé dei sacchetti con le sue cose. Era diretta a Montréal, e poi?


   La presenza-assenza di Angèle ritorna in tutte le narrazioni fatte in prima persona da membri diversi della famiglia- inizia Fanalino il cui racconto si basa per lo più su quello che ha sentito dire, perché parla anche di fatti avvenuti quando lui non era neppure nato, poi interviene LaPulzella, poi il primogenito che finirà in Australia per allontanarsi dalla famiglia, e Geronimo con la sua passione per i candelotti di dinamite e LaTommy che vive all’estremo Nord e ha sposato un inuit, e poi altri ancora.

   Dove sono i genitori in questo romanzo di famiglia? Padre è un prospettore, diventato famoso per aver scoperto una miniera di zinco. È lui che ha fondato la cittadina dove vivono in quella grande casa con stanze ‘disordinate’ perché è composta da due case messe insieme. Padre ha una passione dominante, quella delle rocce, e dei figli sembra ricordarsi solo quando compiono sette anni e il compleanno viene festeggiato con una iniziazione alla dinamite.


     La più grande delle figlie, LaPulzella, aveva fatto da madre a quasi tutti i bambini- come avrebbe potuto occuparsene Madre, sempre impegnata a sfornare figli e cucinare in giganteschi pentoloni? È una figura evanescente, questa Madre che passa silenziosamente da un letto all’altro quando già dormono, per una fugace carezza. Eppure tutti sono d’accordo nel volerla proteggere, nel cercare di confonderla perché non si renda conto che non sono ventuno i figli che la circondano. Si può ingannare il cuore di una madre?

     Nel 1995 il padre ormai anziano riceve un premio alla carriera e tutti i figli Cardinal si ritrovano insieme. Quando era iniziata la diaspora? Forse  quando Angèle si era allontanata sull’automobile? Incontrarsi di nuovo e sparpagliarsi per rendere meno evidente un’assenza dà inizio ai ricordi, alla ricostruzione di quanto era accaduto, alle domande ‘come è stato possibile?’, ai sensi di colpa: “un colpevole basta e avanza”, dice Geronimo, “è inutile stare ad accusarsi”. E non è neppure la madre la più straziata, ma Carmelle/LaTommy che solo davanti allo specchio fa riaffiorare il sorriso di Angéle sul suo volto.

   Divertente e drammatico, con una misteriosa esplosione al centro della trama, con una famiglia così numerosa da distrarci dagli altri temi sociali ed economici che hanno a che fare con le scoperte minerarie e con un finale forse un poco deludente. Ma una cosa è certa: sentiremo la mancanza dei Cardinal.



mercoledì 1 novembre 2023

Matthieu Aikins, “Chi è nudo non teme l’acqua. Un viaggio clandestino” ed. 2023

                                                  Voci da mondi diversi. Canada

 


Matthieu Aikins, “Chi è nudo non teme l’acqua. Un viaggio clandestino”

Ed. Iperborea, trad. Luca Fusari, pagg. 404, Euro 19,00

     Quanti libri di viaggio abbiamo letto? Innumerevoli, ad iniziare da “Gli anni di apprendistato di Wilhelm Meister” di Goethe (1795) al “Child Harold’s Pilgrimage” di Byron (1812) e altri ancora di cui citiamo, tra i più recenti, “La strada”, il romanzo postapocalittico di Cormac McCarthy del 2006.

     “Chi è nudo non teme l’acqua”, titolo che viene da un proverbio dari (una delle due lingue ufficiali dell’Afghanistan), di Matthieu Aikins, è un libro di viaggio decisamente diverso, di un viaggio clandestino ben lontano dal romanticismo di kennst du das Land wo di Zitronen bluehn, più vicino, piuttosto, a Lasciate ogni speranza o voi che entrate dell’Inferno dantesco. Mettiamoci in viaggio con il giornalista canadese e con il suo amico afghano, Omar, e il percorso di Dante con Virgilio nell’Inferno ci sembrerà una passeggiata al confronto. Prima di tutto perché le pene dell’ Inferno sono la retribuzione per i peccati, mentre i migranti non hanno altra colpa che quella di voler lasciare una terra che non gli è più madre, di voler provare a vivere e costruirsi un futuro altrove, eppure soffrono l’indicibile, muoiono a migliaia lungo il cammino e anche dopo, quando credono di essere in salvo.

    Kabul, 2016. I talebani imperversano, aumentano i contrasti con il Pakistan e quelli tra sciiti e sunniti. Omar decide che è giunto il momento di lasciare il paese. Tentenna, è incerto, è innamorato- lo aspetterà la ragazza che ama ? si fidanzerà con qualcun altro, sotto le pressioni paterne? Il giornalista canadese Matthieu Aikins è suo amico, si sono conosciuti quando Omar faceva da interprete per le forze statunitensi, partiranno insieme. Aikins è facilitato dal suo aspetto- i suoi antenati venivano dal Giappone, con i suoi colori, con il taglio degli occhi, può passare facilmente per un afghano. E ci sono così tanti dialetti, in Afghanistan, che se la può cavare anche se deve parlare.

    Con un piglio narrativo giornalistico, una prosa svelta e una narrativa movimentata, il romanzo si legge come un drammatico libro di avventura. E non so se la parte più drammatica sia la prima, quella colma di incertezze riguardo agli spostamenti, dopo che un piano dopo l’altro fallisce, con la difficoltà delle trattative con i trafficanti- di chi ci si può fidare?-, con l’asprezza del cammino, la paura dell’ignoto e l’altra paura, ancora più grande, alimentata dai racconti di chi ha provato a fuggire e non ce l’ha fatta, oppure sia invece più drammatica la seconda parte, quando, dopo una traversata in gommone, Aikins e Omar arrivano a Lesbo.


A Lesbo che avrebbero voluto evitare perché circolano voci tremende sul campo profughi di Lesbo, eppure forse devono considerarsi fortunati ad essere sbarcati, a non essere affondati nel Mediterraneo, “la frontiera più letale del mondo”, dove almeno trentamila migranti sono morti dall’anno 2000 in poi. Lesbo, nell’ultimo girone dell’Inferno. Il campo di Moria, sorto per ospitare 2000 profughi, era arrivato ad alloggiarne (alloggiarne?) 20000. Promiscuità, sporcizia, malattie, fame. Finito nelle fiamme di un incendio- l’Inferno, per l’appunto.

    La narrazione deve la sua vivacità non solo alle traversie e alle difficoltà del viaggio- procurarsi i visti e i documenti e il mezzo di trasporto (pagando, sempre pagando, si intende)- ma anche a tutte le storie che si intrecciano, della famiglia allargata di Omar e di altre persone incontrate, all’intrico di leggi e permessi tra cui i migranti devono districarsi. Alcune immagini ci resteranno davanti agli occhi per sempre- quella del piccolo Alan Kurdi di due anni, che sembra essersi addormentato con il sederino per aria, sulla riva del mare, quella dei ragazzini che si aggrappano sotto i camion per fuggire da Lesbo, quasi fosse un gioco che però è tutt’altro che un gioco. Per sempre, guardando un profugo sui marciapiedi delle nostre città, ci domanderemo quale Inferno abbia passato per arrivare qui, quale Inferno si sia lasciato alle spalle per affrontare questo, quale perdita abbia subito. E sentiremo di essere tutti in debito con lui.

    Un romanzo epico dei nostri tempi dal giornalista che ha vinto il premio Pulitzer. Da leggere.

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martedì 28 marzo 2023

Bonnie Garmus, “Lezioni di chimica” ed. 2023

                                                Voci da mondi diversi. Canada

 


Bonnie Garmus, “Lezioni di chimica”

Ed. Rizzoli, trad. Anna Rusconi, pagg. 450, Euro 19,00

   È il 1962, a Commons, in California, “quando le donne giravano in chemisier, frequentavano circoli di giardinaggio e trasportavano allegramente legioni di bambini in automobili prive di cinture di sicurezza…”

Elizabeth Zott, madre trentenne e single, si alza ogni mattina prima dell’alba ed è sicura di solo una cosa. Per lei la vita è finita.

Chimica di professione, adesso conduce giornalmente un programma di cucina per la televisione, Cena alle sei. Non le si addice, ne è disgustata, ma ha una bambina da mantenere.

   Torniamo indietro a dieci anni prima quando Elizabeth lavorava all’Hastings Research Institute. Allora questa giovane donna brillante ed estremamente competente nel suo lavoro doveva combattere contro un ambiente maschilista che relegava la donna a ruoli subordinati, sottovalutava il suo lavoro che era pagato meno di quello di un collega uomo, che pensava che il posto della donna fosse in casa con una nidiata di marmocchi, che la donna dovesse sentirsi onorata di acquisire non solo il cognome ma anche il nome del marito, di essere un’ombra, un’appendice del coniuge.

    Elizabeth non accetta niente di tutto questo. Non usa la sua bellezza come esca, anzi, sembra che ne sia del tutto inconsapevole. È anticonformista, si ribella a tutte le leggi non scritte dei rapporti convenzionali uomo-donna. Tanto per cominciare non vuole sposarsi e neppure avere figli.


Va da sé che, quando incontra Calvin Evans, il genio della chimica candidato al premio Nobel, un altro spirito libero e anticonvenzionale, scatta l’amore tra i due (peraltro dopo un primo e un secondo incontro che sono tra le tante scene buffe del romanzo, volutamente calcate e volutamente buffe, quasi a smitizzare il famoso colpo di fulmine).

     È difficile che una felicità così perfetta possa durare. Ci penserà il destino- un cane di nome Seiemezza, un guinzaglio, un automobile- a metter la parola fine. Ed Elizabeth, distrutta dal dolore, non riesce neppure ad accogliere con gioia la bimba che è l’ultimo dono di Calvin.


    Il filone di normalità del romanzo- la madre single che viene licenziata e presa di mira, che si deve adattare ad un lavoro che non le piace- è intrecciato a quello che non è affatto normale e che viene, anzi, esagerato per rendere più efficace il messaggio che la scrittrice vuole comunicarci. Perché Elizabeth accetta il compromesso di apparire come cuoca in televisione, ma condurrà il programma come vuole lei, lo trasformerà in lezioni di chimica- tutta la nostra esistenza è chimica, il nostro corpo segue delle leggi chimiche, il cibo che ci nutre deve avere un equilibrio chimico per essere salutare. Tra lo sconcerto di chi le ha affidato il programma e l’ira del  produttore televisivo, Elizabeth prosegue imperterrita con le sue divagazioni scientifiche, insegnando che il ‘cloruro di sodio’ è il banalissimo ‘sale’, preparando i piatti più salutari che le famiglie americane abbiano mai messo in tavola. E insieme impartisce una lezione ben più importante a tutte le donne che la seguono- ad avere fiducia in se stesse, a osare, a non sottostare ai desideri e alle volontà repressive degli uomini, a coltivarsi. Il tutto con un mix di pesantezza e umorismo irresistibile.


    Il finale riprende la trama più banale e un poco scontata del tipo romanzo-feuilleton che però serve per sottolineare l’evolversi dei tempi, grazie al coraggio e all’indipendenza intellettuale di donne come Elizabeth Zott.

   Quando si incomincia a leggere “Lezioni di chimica” dobbiamo sospendere l’incredulità. Dobbiamo superare il dubbio che sia possibile per una donna, seppure in America, comportarsi come Elizabeth- nel 1950. Eppure, qualunque esagerazione, anche nel riportare tutto alle formule chimiche, ha uno scopo preciso- serve per forzarci a riflettere sull’inequità della condizione femminile. È come la tecnica del paradosso usata da quel gigante della letteratura che è Jonathan Swift. Non ci si può sottrarre alle immagini che ci prospetta. E non possiamo fare a meno di ammirare Elizabeth, proprio come il suo pubblico di casalinghe frustrate. Ci fa ridere, ci fa piangere, ci fa pensare che sì, noi donne possiamo fare tutto quello a cui aspiriamo.



   

martedì 4 ottobre 2022

Margaret Laurence, “L’angelo di pietra” ed. 2011

                                                         Voci da mondi diversi. Canada

 


Margaret Laurence, “L’angelo di pietra”

Ed. Nutrimenti, trad. Chiara Vatteroni, pagg. 301, Euro 18,00

    Non so come sia stato possibile che mi sia sfuggito questo libro bellissimo, pubblicato nel 2011. L’autrice, Margaret Laurence, nata nel 1926 e morta nel 1987, è la più grande scrittrice canadese secondo Margaret Atwood, altra grandissima scrittrice canadese, e “L’angelo di pietra”, primo romanzo di una trilogia ambientata in una fittizia cittadina del Manitoba, Manawaka, è stato per anni studiato nelle scuole superiori del Canada. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1964 quando lei, Margaret Laurence, aveva solo 38 anni. Non ci stupisce che a 38 anni avesse già scritto un libro che avrebbe avuto grande risonanza, ma che, ad una età relativamente giovane, abbia saputo dare voce- e che voce- ad un personaggio indimenticabile che di anni ne ha novanta.

    Hagar Shipley, nata Currie, vive in casa con il figlio maggiore e la nuora. La casa, però, è sua e lei non accetta che il figlio possa anche solo pensare di farla ricoverare in una casa di cura per anziani. Perché quello che in realtà lei non accetta è di essere vecchia, di aver bisogno di aiuto. Mai riconoscerebbe di essere caduta, o di vagare di notte, o di bagnare le lenzuola. Sono tutte cose che ‘loro’ si inventano. È Hagar a parlare, alternando racconti del presente e del passato.


La voce del presente è
combattiva, fiera, orgogliosa, autoironica- e ci mette addosso una grande tristezza perché dietro a questa resilienza noi intravvediamo la sua fragilità, perché sentiamo i passi felpati della morte che si avvicina, nascosta dalle visite mediche e dai raggi X a cui Hagar si sottomette brontolando e pensando che siano solo accertamenti di routine. Hagar che, con un inganno, viene portata a visitare la casa per anziani, Hagar che punta i piedi e si oppone alla vendita della casa, Hagar che fugge, quasi fosse un’adolescente che scappa di casa in piena ribellione contro i genitori. E i pericoli in agguato ad una novantenne che fugge di casa sono diversi ma altrettanto gravi di quelli che può aspettarsi una sedicenne. A proposito- è proprio con una sedicenne che Hagar condividerà una stanza in ospedale e l’arco della vita è riassunto in questa fuggevole conoscenza. La ragazzina è lì per un banale intervento per appendicite e Hagar la rassicura, anzi, è Hagar che le sarà di aiuto, scendendo a fatica dal letto, quando nessuna infermiera accorre alla loro chiamata. Una uscirà dall’ospedale per andare incontro alla vita, l’altra uscirà dopo aver incontrato la morte.
dal film

    Il racconto del passato si alterna in un perfetto equilibrio- veniamo a sapere tutto di Hagar, del padre scozzese che si era guadagnato un discreto benessere, della madre morta dandola alla luce, dei due fratelli, degli anni di studio che avevano fatto di Hagar una ‘signorina’ e poi di quel matrimonio con un uomo rozzo e volgare per cui il padre l’aveva diseredata, la nascita dei due figli. Hagar non avrebbe mai immaginato quanto avrebbe dovuto lavorare. Non avrebbe neppure immaginato- e non voleva pensarci, non voleva riconoscerlo- quanto avrebbe goduto degli amplessi violenti del marito.

Deve passare tutta una vita prima che Hagar acquisti la consapevolezza di  dove abbia sbagliato, dove l’abbia portata l’orgoglio. Quanta infelicità, quante tragedie. Una perdita, soprattutto, per cui ancora adesso soffre indicibilmente.


    Eppure questo libro in cui la morte aleggia in ogni pagina è un inno alla vita. Quell’angelo di pietra che stende le sue ali protettrici sulla tomba dei Currie, sbeffeggiato con il rossetto, scalzato dal suo piedistallo e rimesso al suo posto sulla tomba che ora- per volontà della stessa Hagar- reca incisi entrambi i cognomi, Currey e Shipley, è una presenza che non possiamo trascurare, un memento costante di quanto ci aspetta che tuttavia ci rasserena, ci rassicura- l’angelo di pietra sarà sempre lì, a vegliare i genitori di Hagar, suo marito, suo figlio, anche lei infine, per quanto lei resista e combatta per succhiare la vita fino in fondo.



    

domenica 19 dicembre 2021

Margaret Atwood, “Lesioni personali” ed. 2021

                                                      Voci da mondi diversi. Canada

Margaret Atwood, “Lesioni personali”

Ed. Ponte alle Grazie, trad. Guido Calza, pagg. 363, Euro 18,50

 

     Rennie, poco più che trentenne, è una giornalista di lifestyle- scrive articoli leggeri, di viaggi e di moda. Qualcosa di serio e di inaspettato viene a sconvolgere la sua vita. Deve subire un intervento di mastectomia per un tumore al seno. Come ci si abitua ad un corpo menomato, quando si è così giovani? Come cambia l’amore, il sesso, il rapporto con il proprio uomo? Presto detto. Jake si allontana da lei e lei, con una reazione tipica, quasi di transfer, pensa di essere innamorata del chirurgo gentile che l’ha operata. Il quale è sposato, sposatissimo, con tre bambini e uno in arrivo, e che sembra rispondere alle sue avances per consolarla, per aiutarla a riprendersi.

È così che Rennie prende la decisione di sollecitare un invio in qualche isola lontana, per scrivere uno dei suoi articoli. Lontana e sconosciuta- St. Antoine nei Caraibi.


     Il volo, con scalo a Barbados, è già di per sé un’avventura. Quando poi Rennie arriva nell’isola e si registra nell’albergo economico che il budget le concede, iniziano le sorprese. Camera squallida, pasti al limite dell’immangiabile, è guardata con diffidenza e perfino con ostilità dai locali. In questa atmosfera per niente consolatoria, Rennie fa la conoscenza con una donna, Lora, che le mostra simpatia e la introduce alle usanze del posto. È troppo fiduciosa, Rennie. Cresciuta in un ambiente provinciale e rigidamente moraleggiante e religioso, niente l’ha preparata alle basilari regole per la sopravvivenza. Con un’ingenuità che ci fa sussultare, accetta di ritirare un pacco all’aeroporto. Non è capace di rifiutare, si accontenta della spiegazione che Lora è già stata vista troppe volte a ritirare pacchi del genere che- a dire di Lora- contengono medicine per una persona anziana che altrimenti morirebbe. Si può dire di no? Si può, ma Rennie acconsente, stupendosi che la trafila non sia la solita, presentando uno scontrino, stupendosi ancora di più quando si accorge che il pacco è grosso e molto pesante. E adesso come farà a consegnarlo? Per il momento lo nasconde in camera, sotto il letto. E ancora si stupisce quando, dopo essersi assentata, trova la camera messa a soqquadro e il pacco aperto. Tastando all’interno, Rennie tocca qualcosa di metallico…

    Forse Rennie è ancora peggio di Candide, questo è solo l’inizio. Sull’isola tutti sanno, o credono di sapere tutto di lei. Nessuno crede che sia una giornalista, pensano faccia parte della CIA. Perché questo è un momento politico di incertezza sull’isola. E Rennie viene avvicinata da un uomo politico, uno dei tre che si contendono il governo e che lei aveva già incontrato sull’aereo, e da un affascinante e alquanto ambiguo americano.


    “Lesioni personali”, pubblicato per la prima volta nel 1981, con uno stile a tratti comico, a tratti satirico per diventare poi di una brutalità terrificante, con una protagonista che ha qualcosa di alcuni personaggi di Graham Greene al femminile, tratta della violenza, e a vari livelli. C’è la violenza di una educazione costrittiva e limitante e poi quella della malattia, c’è la violenza subdola dello sconosciuto che è entrato in casa di Rennie a Toronto, non ha rubato nulla ma ha lasciato una corda arrotolata sul suo letto, e dell’altro che è penetrato nella sua stanza di albergo, c’è infine la violenza sull’isola, che dapprima si esprime con una cupa atmosfera di sospetto e di presagi ed esplode poi, dopo le elezioni, in una sommossa e in una costellazione di delitti. 

   Chi ha amato i grandi romanzi di Margaret Atwood, da “La storia dell’ancella” che segnò un’epoca, a “L’assassino cieco”, “L’altra Grace”, fino al recente “I testamenti” (vincitore del Booker Prize 2019), non può non restare un poco deluso da “Lesioni personali”. Dopo un inizio in cui il lettore prova simpatia per la protagonista che affronta il trauma di un cambiamento difficile per qualunque donna, la trama si sfilaccia, diventa perfino poco credibile. E siamo sollevati, alla fine, riaccompagnando Rennie in Canada. La straordinaria esperienza, il confronto con situazioni altre dalla sua, la fanno riflettere che, nonostante tutto, lei “è fortunata. Trabocca di fortuna.”

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domenica 5 dicembre 2021

Michael Christie, “I Greenwood” ed. 2021

                                                          Voci da mondi diversi. Canada

          warning novel

            saga

Michael Christie, “I Greenwood”

Ed. Marsilio, trad. F. Zucchella, pagg. 587, Euro 21,00

 

    Un cognome perfetto, Greenwood, Legna Verde. Era stato dato ai due bambini sopravvissuti ad un tremendo incidente ferroviario in Canada, all’inizio del secolo scorso. Erano traumatizzati, non parlavano, era impossibile che fossero fratelli, perché erano troppo diversi l’uno dall’altro. I loro nomi erano stati sorteggiati, Harris per uno e Everett per l’altro. Ed erano diventati fratelli, anche se non di sangue. E quando, ad un certo punto, la loro legna verde era la migliore in vendita, il cognome si era aggiunto e nessuno poi ricordava più se fosse vero che era scritto su una maglietta che indossavano al momento dell’incidente.

    Quando l’affascinante romanzo dello scrittore canadese Michael Christie inizia, è il 2038. Il pianeta Terra sta soffrendo per il collasso ambientale e la morte degli alberi, c’è stato il Grande Avvizzimento e le tempeste di polvere che ne sono la conseguenza causano malattie dell’apparato respiratorio soprattutto nei bambini, afflitti da una tosse ‘spaccaossa’ che non conosce sollievo.


Jacinda Greenwood (lei, quando glielo chiedono, dice che non ha nessun legame con Greenwood Island dove lavora) è una dendrologa (ho imparato una parola nuova) e fa la guida naturalistica accompagnando i ricchi turisti a visitare le lussureggianti foreste di una piccola isola della British Columbia. Quando un ex-fidanzato avvocato le consegna il diario della sua bisnonna, a Jacinda si spalanca una finestra sul passato della sua famiglia- a lei che neppure pensava di avere una famiglia. E sì, a quanto pare il suo bisnonno era proprio ‘quel’ Harris Greenwood, il magnate del legno, e sua nonna, che si chiamava Willow (salice, hanno nomi di piante i personaggi di questa storia, perché anche Jacinda è il nome di un fiore, il giacinto), era una hippie che, per coerenza, aveva dato via l’enorme eredità lasciatele da Harris, a suo padre era stato dato il nome di Liam in ricordo dell’irlandese che era l’amante nonché il ‘descrittore’ per il cieco Harris, ed Everett- che cosa aveva fatto Everett per passare più di trent’anni in prigione? Da dove veniva quel nomignolo, Pod (baccello), che gli era sfuggito, rivolgendosi a Willow che era andata a prenderlo quando era tornato in libertà?


    Il legno è tempo catturato. Una mappa. Una memoria cellulare. E i grandi cerchi nel tronco che segnano gli anni di un albero sono come le generazioni di una famiglia. Le vicende dei Greenwood sono intricate e ricchissime, molti degli avvenimenti sono avvolti in una luce di ambiguità e di incertezza, proprio come l’origine dei due non-fratelli. C’è un altro magnate, oltre a Harris, un uomo licenzioso che è stato l’amante della bisnonna di Jacinda. Ma era lui l’unico amante? Chi era il vero padre di Willow che Everett aveva trovato appesa ad un albero nel bosco, con la madre morta poco distante? Ed Everett, che era partito al posto del fratello per combattere in Francia, tornando – lui, così mite- del tutto distrutto, e che ora salta da un treno merci all’altro con quella neonata di cui all’inizio voleva sbarazzarsi? E l’omone incaricato di trovare la bambina scomparsa E il diario che poteva distruggere la reputazione di un uomo (quello che Jacinda legge ora) e che scompare lui stesso nelle fumerie d’oppio?


   All’inizio del romanzo c’è una domanda, rivolta a Jacinda che ha appena detto di non avere un telefono (e siamo nel 2038), “e magari le piace ancora leggere?”. Una domanda che per me, libro-dipendente, è stata come una pugnalata e che, però, è trionfalmente annullata dal susseguirsi delle storie, tra presente e passato, da una generazione all’altra, con una narrazione che ci affascina coinvolgendo persone e alberi come fossero un tutt’uno, appartenenti alla stessa famiglia, e, nello stesso tempo, lanciando un messaggio di allarme (uno dei tanti che riceviamo sempre più spesso) sul futuro del pianeta.

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