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domenica 5 maggio 2024

Martin Pollack, “La donna senza tomba” ed. 2024

                               Voci da mondi diversi. Area germanica

                                                      Storia

               saggio

Martin Pollack, “La donna senza tomba”

Ed. Keller, trad. Elisa Leonzio, pagg. 188, Euro 16,15

 

    Che tristezza, pensare ad una donna che non c’è più, non solo, una donna che una volta esisteva e si affacciava ad una finestra della grande casa della piazza e che adesso non si può neppure ricordare mettendo un fiore sulla sua tomba.

    Si chiamava Pauline Bast, sposata Drolc, ed era la prozia dello scrittore, vale a dire la sorella di suo nonno. Con l’amore della ricerca e dell’accuratezza storica che lo contraddistingue, Martin Pollack segue le tracce di Pauline (in sloveno Pavla), ne ricostruisce la vita e, insieme alla sua, quella della numerosa famiglia Bast. Intorno a loro si anima l’intera cittadina di Tüffer (in sloveno Laško), nella bassa Stiria. Osserviamo subito un dettaglio: tutti i nomi che vengono citati, sono detti in entrambe le lingue. Vuol dire tanto, vuol dire che parliamo di una terra passata da una sovranità all’altra, adattandosi, senza poter mantenere la sua identità.

   Iniziamo dal destino finale di Pauline, di cui Pollack riesce a sapere grazie ad una lettera del fratello di lei, suo prozio. Nel 1945, quando la guerra era finita da pochi mesi, i partigiani jugoslavi avanzavano nella bassa Stiria, arrestando gli abitanti di origine tedesca. Pauline, la mite Pauline di settant’anni, di famiglia tedesca ma sposata con l’organista slavo Drolc, fu arrestata e portata nel campo di internamento provvisorio del castello di Hrastovec. Morì poco dopo, in agosto, per le terribili condizioni del campo, per fame, chissà, per malattia o per sfinimento. Il corpo era finito in una fossa comune? Non fu mai ritrovato.

Hrastovec
       Ci vuole la pazienza, la meticolosità, la puntigliosità di un archeologo per fare ricerche su una persona che appartiene ad un’altra epoca in cui non esisteva neppure il concetto di una documentazione accurata. Martin Pollack procede, un passo dopo l’altro, a ricomporre le tessere di un puzzle- quello che si vedrà, alla fine, non sarà soltanto una figura di donna che molte persone di Tüffer ricordavano di aver visto per lo più alla finestra, ma l’intera cittadina, con schiere di personaggi di appartenenza territoriale e linguistica diversa. È una storia travagliata, quella dell’attuale Slovenia, pressata tra altri Stati, fagocitata dalla Germania prima, passata alla Jugoslavia poi. Martin Pollack inizia da quando la famiglia Bast si stabilì a Tüffer comprando la grande casa dove il loro nome avrebbe giganteggiato sulla porta, segue la crescita dei numerosi figli- le figlie femmine contavano poco, si sa, i maschi completarono gli studi, si unirono a confraternite simpatizzanti con il nuovo movimento nazionalsocialista, avrebbero sostenuto il Reich, uno di loro portava quei ridicoli baffetti alla Hitler. Nel corso inesorabile della Storia, quella che era stata una pacifica convivenza tra tedeschi e slavi, si sarebbe trasformata in un aspro contrasto, in un primo tempo con gli slavi considerati inferiori e la loro lingua bandita, e in un secondo tempo, dopo la fine del conflitto, la situazione si sarebbe capovolta con il desiderio di far scontare ai tedeschi tutte le loro colpe.


    Come se l’erano cavata i Bast? Di suo padre Gerhard, arruolato nelle SS e trovato morto nel 1947 (era ricercato come criminale di guerra e cercava di fuggire), Martin Pollack ha già parlato ne “Il morto nel bunker”, qui lo scrittore segue le sorti degli altri fratelli e sorelle Bast, un compito non facile in cui le testimonianze si basano su frammenti di ricordi e la parola passa dall’uno all’altro aggiungendo qualche dettaglio. E in definitiva la vittima della Storia fu una donna, Pauline, che non aveva colpe, non simpatizzava con i nazisti, era sposata con un non tedesco, un uomo di chiesa che aveva l’incarico di cuocere le ostie (tutti i bambini di un tempo ricordano con golosità gli avanzi di impasto che lui distribuiva). Lui aveva taciuto mentre portavano via la moglie?

    “La donna senza tomba” non è soltanto un esempio eccellente di libro-saggio, è anche un documento importante per la ricostruzione storica di un’epoca, è un omaggio alla memoria dei miti sulla terra.



domenica 15 luglio 2018

Dunya Mikhail, “Le regine rubate del Sinjar” ed. 2018


                                                       Voci da mondi diversi. Medio Oriente
            Storia
           testimonianze


Dunya Mikhail, “Le regine rubate del Sinjar”
Ed. Nutrimenti, trad. Elena Chiti, pagg. 229, Euro 13,60

      Il Sinjar è una cittadina ai piedi di un monte con lo stesso nome al confine tra Iraq e Siria. Una montagna dà sempre l’idea di un’ascesa difficile, di un ostacolo, oppure del suo opposto, di un luogo dove si può trovare un nascondiglio e la salvezza dopo un’ardua ascesa. Fuggono verso il Sinjar gli yazidi perseguitati da Daesh. E precisiamo subito che gli yazidi sono una tribù di origine curda con lingua e religione propria- definiti infedeli dai militanti dell’Isis, questi si ritengono in diritto di perseguitarli, di rapire le loro donne considerate prostitute di Satana e quindi degne solo di diventare schiave sessuali. Quanto al termine Daesh, anche questo, come Isis, è un acronimo e significa “Stato Islamico dell’Iran e del Levante”, ma ha un’accezione dispregiativa perché somigliante ad un termine arabo che significa ‘portatore di discordia’.

      Il romanzo della poetessa irachena Dunya Mikhail è una sorta di reportage, un documento importante che raccoglie le testimonianze delle donne yazide rapite, violate, ridotte a merce di scambio eppure assurte alla dignità di regine a cui viene restituita l’importanza di essere donna al di là di tutto- come le api regine che sono le madri della maggior parte degli esemplari di un alveare, come le api da cui dipende l’intera vita umana (ricordo, a proposito, il bel libro di Maja Lunde, “Storia delle api”). E’ un apicoltore, Abdullah, che fa da intermediario tra Dunya Mikhail e le donne yazide. E’ lui che finora ha allevato api e venduto il miele da una parte all’altra del confine e che adesso ha fatto del salvataggio delle regine lo scopo della sua vita. Può farlo grazie ai suoi contatti e alla sua conoscenza capillare dei luoghi. D’altra parte le vicende della sua famiglia sono inestricabili da quelle delle altre famiglie yazide le cui porte sono state marchiate da Daesh con la lettera nun- e vengono i brividi a pensare ad altre porte, contrassegnate con altri segni, in epoca nazista, a come sia impossibile imparare dalla Storia e fermare il Male.

     “In futuro, quando la gente leggerà la nostra storia, penserà forse che siano racconti di fantasia. Invece è la nostra realtà di oggi, che sembra fantasia.” Sono una fantasia dell’orrore questi racconti, uno dopo l’altro, simili uno all’altro, raccontati da Nadia, dalla bambina Nazik, dalla donna che dà voce all’altra che è sordomuta, da un’altra e poi un’altra e un’altra ancora. Parlano di fughe, di uomini e vecchie e bambini separati dalle donne, da esecuzioni sul bordo delle fosse che diventeranno tombe di massa (spettri di altri ricordi), di donne vendute, donne che fingono di essere incinte, donne violentate, donne che riescono in qualche modo a scappare dalle grinfie di Daesh. C’è ancora gente buona che le aiuta e le nasconde, gente che presta loro il telefono per contattare qualcuno (è interessante il ruolo importantissimo dei cellulari in questo genocidio), c’è Abdullah, infine, che organizza, manda automobili, si presta in ogni modo possibile.

    Non è facile organizzare tanto materiale in un romanzo. Dunya Mikhail ci riesce mettendo al centro il personaggio di Abdullah, l’uomo giusto dei nostri tempi, l’eroe generoso che agisce senza attendere ricompensa, sullo sfondo quanto avviene a Mosul, dove sono proibite le sigarette, gli anticoncezionali e la musica (‘che inferno deve essere abitare a Mosul’), e intrecciando le storie delle ‘regine del Sinjar’ con la sua storia personale dell’esilio, con immagini colorate come quella dei narcisi che rifioriscono con il sole e “forse il Kurdistan è un narciso appassito per un po’, solo per un po’’,  con i versi che illuminano le scene drammatiche, come quella della ragazza che, ritornata finalmente a casa, ha trovato il suo amore sposato con un’altra: E’ scoppiato il vestito,/ sparge fiori al vento,/ scaglia colori in alto come i fuochi della festa,/ e invece non fa rumore/ non fa nessun rumore.

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mercoledì 30 maggio 2018

Elisabeth Åsbrink, “1947” ed. 2018


                                             vento del Nord
        Storia


Elisabeth Åsbrink, “1947”
Ed. Iperborea, trad. Alessandro Borini, pagg. 291, Euro 18,00

    Chi avrebbe mai detto che il 1947 sia stato un anno cruciale? Forse tutti gli anni sono cruciali, senza che noi che li viviamo ce ne rendiamo conto. Il tempo non va come dovrebbe- è la frase iniziale del libro della scrittrice svedese Elisabeth Åsbrink, una carrellata su quell’anno che si rivela colmo di avvenimenti importanti e dei presupposti per altri avvenimenti che avrebbero avuto luogo in un tempo futuro, quello che abbiamo appena vissuto o che stiamo vivendo adesso.
    Come nel gioco del domino si allineano le tessere del 1947, mese per mese, saltando qua e là nel mondo, segnalando e raccogliendo quello che accade in Egitto o a Malmö, a Washington o a Roma, a Londra, a Parigi, a Buenos Aires, a Londra, a Berlino, in India e in Palestina e in chissà quali altri posti che ho tralasciato. Di certo non ho citato l’isola di Jura dove George Orwell, ammalato di tubercolosi e in un isolamento pressoché totale, sta scrivendo il profetico “1984”. E neppure la nostra Torino dove Primo Levi, frustrato e avvilito per la mancanza di interesse per la più grande tragedia del ‘900 che lui ha vissuto sulla sua pelle, riesce finalmente a pubblicare “Se questo è un uomo” (presso una casa editrice minore perché Einaudi lo ha respinto).
Neppure Norimberga dove ha inizio il processo contro i criminali di guerra- è uno dei molti processi in cui spesso manca la convinzione, quando non mancano i fondi per portarli avanti. Mancano i fondi anche per mantenere agli arresti le centinaia di SS che sono state arrestate. Perché c’è una ambiguità basilare nei confronti di quanto è successo in Germania sotto Hitler- orrore e dubbio, desiderio di giustizia e volontà di dimenticare. La memoria è breve, passato il pericolo immediato delle mire espansionistiche del Terzo Reich il nuovo spauracchio è l’Unione Sovietica di Stalin, dal Nero al Rosso, insomma. E’ l’inizio della Guerra Fredda, della paura di una nuova guerra con l’uso delle armi nucleari. E allora è meglio salvare i cervelli nazisti, laviamo le colpe con una spugna, aiutiamo la fuga dei nazisti facendoli arrivare in Argentina o in Brasile (ma anche negli Stati Uniti) seguendo ‘la via dei topi’ (Svizzera e Vaticano più che consenzienti), mentre un giurista polacco che ha perso la famiglia nei campi di sterminio si batte per far riconoscere la voce ‘genocidio’ nei capi di accusa dei processi e il movimento di estrema destra rinasce nell’insospettabile Svezia.

   Non c’è pace nel mondo, forse la pace è una utopia. Si è appena conclusa una guerra e si accendono focolai di altre guerre. Il figlio di un orologiaio egiziano lancia la jihad di cui continuiamo a subire gli effetti, la Gran Bretagna ‘fa un gran pasticcio’, ‘a big mess’,- per dirlo con le parole di Lord Mountbatten- sia in India (la partizione India-Pakistan del 15 agosto non sarà indolore) sia in Palestina. L’ONU riconosce lo Stato di Israele ma migliaia di profughi vengono respinti (l’accordo permette 1500 ingressi all’anno, cifra irrisoria), il caso della nave Exodus diventa esemplare.

     In mezzo a tutto questo ribollire c’è anche la sorte del padre dell’autrice, un profugo ungherese di dieci anni che deve scegliere se partire per Eretz Israel o restare nella città dove le Croci Frecciate hanno spinto gli ebrei incatenati nelle acque del Danubio.
    E per fortuna, in questo cupo quadro di un anno che pensavamo si godesse la serenità del dopo-guerra, troviamo anche una nota leggera che lo completa: sorge l’astro di Christian Dior, non senza polemiche peraltro. E’ l’ideale della femminilità che rinasce con Dior- troppi metri di stoffa per i suoi abiti, troppo strizzati in vita i corpi delle sue modelle, ma fanno sognare.
    Completo e documentato, “1947” non è un romanzo ma tiene avvinti alla pagina con una scrittura brillante e varia. Un bel puzzle letterario.

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domenica 20 maggio 2018

Jean-Christophe Brisard e Lana Parshina, “L’ultimo mistero di Hitler” ed. 2018


                                                        Voci da mondi diversi. Francia
      seconda guerra mondiale


Jean-Christophe Brisard e Lana Parshina, “L’ultimo mistero di Hitler”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Zaffarano, Ballardini e Toni, pagg. 401, Euro 19,00

 “Allora è lui? E’ proprio lui?”
   “Da!”
  “Ed è tutto quello che rimane?”
   “Da!”

Mosca, 6 aprile 2016. Quello che i  due giornalisti, il francese Jean-Christophe Brisard e la russo-americana Lana Parshina, hanno davanti agli occhi, quello di cui chiedono increduli se si tratti proprio di ‘lui’, è un pezzo del cranio di Hitler conservato in un modesto cofanetto nel più grande archivio russo (sette milioni di documenti). Non è stato facile per i giornalisti arrivare a questo momento, hanno alle spalle un anno di attese e di indagini. E il futuro gli prospetta un altro anno e mezzo di consultazioni, di richieste, di attese estenuanti di permessi, di esami approfonditi prima di arrivare ad un risultato che chiarisca una volta per tutte quello che è ancora possibile chiarire a settantadue anni di distanza: Hitler è veramente morto suicida insieme a Eva Braun il 30 aprile 1945 nel suo bunker scavato a 8,5 m. di profondità sotto la Cancelleria? Si è avvelenato con una fiala di cianuro o si è sparato? I due corpi carbonizzati trovati dai soldati dell’Armata Rossa nel giardino della Cancelleria erano proprio il suo e quello della neo-moglie?
piantina del bunker
        “L’ultimo mistero di Hitler” è un non-romanzo che si legge come un romanzo, un’inchiesta storica che con piglio giornalistico fa luce sugli interrogativi rimasti insoluti per più di mezzo secolo, mentre sul fondo c’è la domanda che Brisard si pone e ci pone: “lo spettro di Hitler smetterà prima o poi di tormentare l’Occidente?”.
i denti di Hitler
E’ come se ci fossero due libri, due storie, nello stesso libro- una più nota e una assolutamente nuova. Mentre in un filone narrativo seguiamo Brisard e Parshina in quella che sembra un’avventura kafkiana all’interno dei palazzi degli archivi moscoviti- le smozzicate risposte russe alle loro domande, permessi lesinati e poi concessi a denti stretti con ferrei limiti di tempo, la stretta sorveglianza come se i due giornalisti potessero inquinare delle prove già ampiamente inquinate (la mancanza di attenzione e la superficialità verso i reperti è stupefacente, pur facendo concessioni ai momenti di fuoco di quei giorni di aprile-maggio 1945), la concessione (anche questa strappata a fatica) di far intervenire il medico legale nonché archeo-antropologo Philippe Charlier perché esaminasse i presunti resti di Hitler, cioè il pezzo di calotta cranica e i denti.
il divano su cui Hitler e Eva Braun si sarebbero uccisi
Ricchissima la documentazione, in questo filone. Leggiamo i verbali degli interrogatori dei sopravvissuti della cerchia più vicino al Führer (estenuanti nella loro ripetitività, possiamo immaginare quanto peggio lo siano stati per loro), del cameriere di Hitler, del suo pilota e del suo assistente personale, del dentista e della sua assistente. Vediamo la piantina del bunker, notiamo la divergenza di due testimonianze sull’ora in cui Hitler si sarebbe ucciso, sul rumore del famoso colpo di pistola, su dove fosse seduto Hitler nell’ultimo istante della sua vita.
Nell’altro filone, invece, Brisard ricostruisce gli ultimi dieci giorni di vita di Hitler nel bunker quando ormai era lo spettro dell’uomo che era stato, un vecchio che doveva tener fermo il braccio sinistro perché non se ne notasse il tremito e che, però continuava a urlare contro i traditori e indugiava prima di permettere, a chi lo volesse, di uscire dal bunker e cercare di mettersi in salvo. Goebbels e la moglie rimasero e chiesero l’aiuto del medico per far morire i sei bambini.

    Ci sono anche due misteri, come ci sono due storie. Il mistero, i dubbi che hanno circondato la fine di Hitler, è stato indubbiamente infittito dalla posizione ambigua presa da Stalin: perché mai Stalin il 26 maggio 1945 disse ai rappresentanti delle superpotenze a Mosca che Hitler, secondo lui, non era morto ma era fuggito? Perché aveva alimentato le voci che fosse a bordo di un sottomarino diretto in Giappone? Perché il 6 giugno disse che il corpo non era stato trovato quando il rapporto sul ritrovamento gli era stato consegnato una settimana prima?
    Esauriente e appassionante, un libro che piacerà anche a chi non ha un particolare interesse per la Storia.

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lunedì 16 gennaio 2017

Andrea Fontana, “La bomba e l’onda”. Storia dell’animazione giapponese da Hiroshima a Fukushima. ed. 2013

                                                               Casa Nostra. Qui Italia
               saggio
               il libro ritrovato

Andrea Fontana, “La bomba e l’onda”. Storia dell’animazione giapponese da Hiroshima a Fukushima.
Ed. Bietti, pagg.262, Euro 19,00

 Se l’esplosione della Bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki e l’occupazione statunitense hanno lasciato un segno indelebile sulla produzione di anime almeno fino alla fine degli anni Settanta, di certo lo stesso accadrà con il terremoto e lo Tsunami del marzo 2011. Ciò che più ci preme sottolineare è che il pubblico, in questi momenti, dovrebbe riuscire a cogliere l’insegnamento che l’arte propone attraverso gli occhi e la riflessione degli stessi artisti.

     Una volta si chiamavano ‘fumetti’ e ‘cartoni animati’. Una volta imperavano i fumetti e i cartoni animati di Walt Disney, con i suoi paperi e piccoli topi. Finché sono arrivati i nuovi personaggi giapponesi, i fumetti sono diventati ‘manga’ e i cartoni animati ‘anime’, abbreviazione di animeshon che è la traslitterazione giapponese di animation. Del tutto diversi dal buffo Paperino, dall’avido Paperon de Paperoni, dal simpatico Topolino. Alcuni nomi di questi nuovi protagonisti sono entrati nell’immaginario- Mazinga o Lady Oscar, per nominarne due che sono letteralmente agli antipodi. Penso che pochi, anche tra i lettori abituali di manga o tra gli spettatori amanti del genere ‘anime’ al cinema, si siano mai chiesti che cosa nascondano- o meglio, che cosa rivelino- questi personaggi. Il libro “La bomba e l’onda” di Andrea Fontana è illuminante, apre un nuovo mondo, incuriosisce i profani, appassiona gli esperti, ci consegna una chiave di lettura. Perché leggiamo la Storia del Giappone, tra l’esplosione della bomba atomica su Hiroshima nel 1945 e quella della centrale nucleare di Fukushima causata dall’onda dello tsunami del 2011, attraverso la storia dell’animazione giapponese.

    La prima cosa che apprezziamo in Andrea Fontana è la sua capacità di schematizzare e sintetizzare- correremmo il rischio di perderci nella vastità dell’argomento trattato. La Storia del Giappone e dell’anime è così divisa in tre fasi: “I figli della bomba”, “I figli del boom” e “I figli della bolla” (bella l’allitterazione che aggancia i tre titoli incidendo sulla memoria di chi legge), dove i figli della bomba sono gli artisti dall’immediato dopoguerra fino agli anni settanta, seguiti dai figli della inarrestabile crescita economica del Giappone negli anni ‘80 e infine da quelli che hanno vissuto gli anni della peggiore recessione dalla fine della seconda guerra mondiale.
     Il Giappone che esce dalla guerra è un paese traumatizzato, che vede le forze americane di occupazione sul proprio territorio e i vecchi valori messi in discussione. Lo shock della bomba atomica ritorna come un’ossessione nei manga e nell’anime, come immagine di un’apocalisse che ha lasciato pochi sopravvissuti che cercano di ricostruire un mondo nuovo. Questa prima narrazione si innesta su una seconda narrazione che introduce le figure dei robot, tipici personaggi del genere giapponese. I robot sono necessari per vincere l’invasione da parte di potenti esseri di un’altra razza: i giovani giapponesi, spesso orfani, si servono dei robot per vincere la guerra che i loro padri sono stati incapaci di vincere.

     Quando arrivano i ‘figli del boom’ negli anni ‘80, la ricchezza raggiunta dal paese permette un deciso cambiamento di atmosfera. I temi trattati nell’anime sono più spensierati, più leggeri- il romantico personaggio di Lady Oscar ben rappresenta la nuova tendenza, influenzata anche dall’apertura del Giappone alle influenze culturali occidentali. E non è solo il cinema americano con i suoi divi ‘macho’, Schwarzenegger, Stallone, a strisciare dentro l’anime giapponese. E’ un vero e proprio fenomeno di globalizzazione: il regista Rintarô, nel lungometraggio “Alexander”, si ispira (come dice il titolo) a personaggi, fatti, ideologie e filosofie greco-macedoni adattandoli ai principi dello shintōismo.

     La crisi economica iniziata negli anni ‘90 porta un ulteriore cambiamento di stile, di tematiche e di personaggi: la nuova generazione non ha ideali, è priva di riferimenti culturali e politici. I due avvenimenti traumatici che introducono questo periodo sono il terremoto del 1995 e la strage nella metropolitana di Tokyo nello stesso anno. C’è di che giustificare il pessimismo che permea l’anime del tempo, insieme ad una preoccupazione ecologica non nuova ma più sentita e alla perplessità riguardo alla partecipazione del Giappone alla guerra del Golfo.

   Questo lo sfondo storico in cui Andrea Fontana introduce, ad uno ad uno, i grandi autori di animazione, illustrandoci le loro opere per sommi capi ma in maniera esauriente: leggere il libro di Andrea Fontana (corredato da immagini illustrate, una cronologia comparata e tre saggi di completamento) è un appassionante viaggio in Oriente in compagnia di personaggi dal ciuffo sbarazzino e gli occhi grandi e di giganteschi robot che mostrano come la scienza non sia solo distruttiva. E’ un libro-saggio chiaro ed essenziale, per gli esperti che aggiungeranno qualcosa alla loro conoscenza e per i profani che saranno invogliati a ‘vedere’ ciò di cui hanno letto.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


sabato 11 giugno 2016

Jürgen Schreiber, “La ragazza che vendicò Che Guevara. Storia di Monika Ertl” ed. 2011

                                                  Voci da mondi diversi. Area germanica
                    biografia
                    il libro ritrovato


Jürgen Schreiber, “La ragazza che vendicò Che Guevara. Storia di Monika Ertl”
Ed. Nutrimenti, trad. Vincenzo Gallico e Fabio Lucaferri, pagg. 392, Euro 19,50
Titolo originale: Sie starb wie Che Guevara. Die Geschichte der Monika Ertl.


    Il 9 ottobre 1967, quasi un anno dopo aver portato la guerriglia in Bolivia, Che Guevara veniva barbaramente ucciso a La Higuera.
    Il 9 settembre 1969, in seguito ad una delazione che rivelava il suo nascondiglio in una casa di La Paz, Inti Peredo, uno dei cinque uomini del Che scampati all’attacco del ’67, fu torturato e ammazzato.
    Il primo aprile 1971 una giovane bavarese, Monika Ertl, entrò nella sede del consolato boliviano di Amburgo con il pretesto di chiedere informazioni sulla modalità di rilascio del visto turistico per la Bolivia e sparò al console Roberto “Toto” Quintanilla, l’ex colonnello dei servizi segreti boliviani responsabile della morte del Che e di Peredo (oltre a quella di altri, nonché di crudeli sevizie e torture), l’uomo che aveva avuto la spudoratezza di farsi fotografare accanto alla bara di Inti Peredo, con la cenere della sigaretta che sta per cadere- ultimo sfregio- sulla testa del cadavere. Era stato anche un ardire stupido, mettersi in mostra in quella maniera, firmando la morte del guerrillero e la propria da lì a due anni.
Quintanilla
     Il libro “La ragazza che vendicò Che Guevara” del giornalista investigativo tedesco Jürgen Schreiber, corredato di foto su cui i nostri occhi ritornano spesso, cerca di ricostruire la storia di Monika Ertl per capire come sia arrivata a intraprendere la strada della lotta armata, come abbia deciso di assumere il ruolo di angelo vendicatore. Che Monika avesse un viso d’angelo non significa nulla- e la cronaca nera dei nostri giorni ce lo insegna. E tuttavia, più leggiamo di lei, della sua famiglia, del suo vissuto, più ci riesce difficile sottrarci al sentimento di simpatia che proviamo nei suoi confronti. Come avviene allo stesso Jürgen Schreiber, che non ha problemi a confessarlo. Perché Monika Ertl è un’assassina che uccide un assassino. Non ci si deve fare giustizia da sé, ma ci sono attenuanti? Monika, nata a Monaco di Baviera nel 1937, era cresciuta accanto a persone che non solo non scontavano le loro colpe, ma neppure si riconoscevano colpevoli in grado maggiore o minore. Suo padre Hans era stato un famoso scalatore e, dopo, era diventato il ‘fotografo’ di Hitler, senza mai prendere una posizione davanti alle atrocità che fissava sulla pellicola.
In Bolivia, dove aveva trascinato la famiglia in seguito all’offesa di non aver ricevuto un premio che agognava, Hans Ertl aveva aiutato Klaus Barbie, l’ex capo della Gestapo noto come “il macellaio di Lione”, e ne era diventato amico. Quanto aveva influito, sulle scelte di Monika, il passato nazista del padre?
     Non è un romanzo, ma si legge come un romanzo, il libro di Jürgen Schreiber. Perché, bene o male, Monika Ertl è un’eroina idealista e sognatrice, e Schreiber alterna abilmente fatti e indagine psicologica, la vita di Monika e i grandi eventi che hanno visto protagonista l’America Latina, sostituendo Monika al centro della scena con Che Guevara o Inti Peredo, per capire il fascino che esercitarono su di lei, e poi, ancora, ricostruendo minuziosamente i fatti di quel primo aprile 1971.
Una donna aveva telefonato al consolato cinque giorni giorno prima. Una donna si era presentata quel giorno, scarpe con il tacco, borsetta blu di facile apertura per estrarre la pistola, occhiali dalla montatura a farfalla, capelli corti. Dopo aver sparato- tre colpi- a Quintanilla ed essersi trovata davanti la moglie di questi, era fuggita lasciando però sul posto occhiali (non le servivano), parrucca, borsetta e pistola. Possibile un tale errore? Perché la pistola era stata acquistata da Giangiacomo Feltrinelli.
Ed ecco che appare un altro personaggio sulla scena, a rendere la vicenda ancora più intrigante, come fosse un thriller o un noir.


     Il corpo di Monika non fu mai restituito alla famiglia, non fu mai sepolto sotto la pietra tombale che suo padre portò giù dal monte Chacaltaya (più di 5000 metri d’altezza) e su cui fece incidere il suo nome. Quello vero e non il nome di battaglia: Imilla, ragazza india. Per prendere l’identità degli oppressi e non degli oppressori.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




venerdì 15 gennaio 2016

Anthony Beevor, "Berlino 1945. La caduta" ed. 2001

                                 Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
        seconda guerra mondiale
         il libro ritrovato


Anthony Beevor, "Berlino 1945. La caduta"
Ed. Rizzoli, pagg. 459, Euro 21,00


      Nel febbraio 1943, indicando le macerie di Stalingrado, un colonnello sovietico disse a dei prigionieri tedeschi, "Ecco come sarà Berlino!" . Parole profetiche. Quando venne firmata la resa della Germania, nella notte dell' 8 maggio 1945, restava ben poco in piedi della capitale del Reich. Era quello che aveva voluto Hitler: lui ERA la Germania. La sua fine era la fine della Germania. Hitler si era suicidato una settimana prima, nel suo famoso bunker, "un sottomarino di cemento". Insieme a lui si era uccisa Eva Braun, appena diventata Frau Hitler con un abito da sposa nero. Era dall' inizio dell' anno che le truppe dell'Armata Rossa si ammassavano sul confine orientale, in un numero che era il doppio di quello dei soldati tedeschi che avevano invaso la Russia nel 1941- 42. Un' avanzata inesorabile e travolgente. A Stalin non importava il numero di morti che si sarebbe lasciato dietro: voleva arrivare a Berlino prima degli Alleati, voleva le riserve di uranio dei tedeschi e i loro scienziati. La campagna di Berlino fu per i sovietici una campagna di vendetta. La loro violenza e furia distruttiva era una rivalsa per i crimini commessi dai nazisti sul suolo russo. La demonizzazione del nemico giustificava qualunque azione brutale. Si calcola che 2 milioni di donne vennero stuprate. Moltissime si suicidarono. I superiori sovietici si limitarono a condannare il fatto come "comportamento immorale".
Le peggiori atrocità della storia del genere umano vennero commesse nei quattro anni di guerra tra nazisti e sovietici, anche perché mai come allora la tecnologia aveva supportato il male. Se paragoniamo "Berlino 1945" al precedente libro di Anthony Beevor, "Stalingrado", la tremenda lezione che ne ricaviamo è proprio quella del male assoluto dei due totalitarismi a confronto. In "Stalingrado" si riusciva a distinguere tra bene e male. Da una parte si lottava per difendere la propria terra, per cacciare fuori l' invasore. Non ci sono eroi in "Berlino" a redimere una cronaca che gronda di sangue. Da entrambe le parti c'è il disprezzo per la vita umana pur di raggiungere gli obiettivi militari. Questa non è solo la storia del Crepuscolo degli Dei, è anche la storia della Caduta dell' Uomo  e del trionfo delle forze del male.
Anthony Beevor, che ha frequentato l' Accademia Militare e ha servito nel corpo degli Ussari, ha introdotto un nuovo modo di scrivere la storia con questi due libri sulla seconda guerra mondiale. Alla documentazione storica accurata - finalmente è stato possibile consultare gli archivi tedeschi e sovietici - unisce la potenza descrittiva, il gusto del particolare che ci rende viva la storia, lo stralcio di una lettera o di un diario, la battuta sentita nei rifugi o le dicerie di corridoio. Uno sguardo lucido su un passato buio, un' indignazione morale e una condanna davanti alle atrocità.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net





martedì 22 dicembre 2015

Frederick Taylor, “Dresda”

                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                                  Storia
    seconda guerra mondiale
    il libro ritrovato

Frederick Taylor, “Dresda”
Ed. Mondadori, trad. Nadia Cannata, pagg. 500, Euro 23,00

Dresda, l’antica Dresda fittamente edificata, era in fiamme molto prima della mezzanotte e forse non sarebbe potuta essere salvata, anche se la seconda ondata di bombardieri non fosse mai arrivata. Il numero delle vittime sarebbe stato alto, paragonabile a quello di altre incursioni analoghe lanciate sui centri storici di antiche città durante la guerra area.


     13 febbraio 1945, una delle date dell’ultimo anno di guerra impossibili da scordare: tra le 22,13 e le 22,28 di quella notte  l’aviazione britannica sganciò 881 tonnellate di bombe sul centro di Dresda. Era solo il primo di tre attacchi, seguito da un secondo un paio di ore dopo, reso facile dalle fiamme degli incendi che divampavano in tutta la città illuminando il bersaglio, e da un terzo, eseguito da bombardieri americani verso il mezzogiorno del 14 febbraio. Il rapporto operativo dell’Intelligence Bomber Command riferisce, “Si ritiene che l’attacco sia perfettamente riuscito”, parole mortalmente definitive che suonano come quelle tedesche, “L’ordine regna a Varsavia”. C’è stato un silenzio di quasi mezzo secolo sul bombardamento di Dresda; quello che è prevalso è stato l’atteggiamento espresso dallo scrittore Thomas Mann, “Io penso a Coventry, e non ho obiezioni per la legge che tutto quello che si fa ha un prezzo. O la Germania credeva che non avrebbe mai dovuto pagare per le atrocità che il suo salto verso la barbarie sembra rendere lecite?”.
E’ questo il quesito di fondo del libro dello storico inglese Frederick Taylor, “Dresda”: la città era un obiettivo legittimo? E perché un attacco così devastante, che provocò circa 40000 morti civili, proprio sul finire della guerra? Taylor non si limita a scrivere quello che avvenne la notte del 13 di febbraio, inizia con una storia della città, vanto e gioiello della Germania, colta e raffinata, la “Firenze sull’Elba” famosa per suoi monumenti, per l’aria di cultura che vi si respirava da secoli, per le fini porcellane. Una città che, già distrutta da incendi in passato, ricostruita ancora più bella se possibile, era passata indenne attraverso gli anni di guerra, tanto che i suoi abitanti si erano convinti di essere stati graziati, che Dresda sarebbe stata risparmiata per rispetto alla sua bellezza.
E tuttavia, come Taylor mette in chiaro, non è vero che non ci fossero industrie belliche a Dresda. Anzi, la maggior parte delle industrie, compresa la famosa Zeiss-Ikon produttrice di macchine fotografiche, erano state convertite, sotto copertura, ammantate dall’aura intellettuale della città. Come poteva essere una sorpresa il bombardamento di Dresda? Taylor rievoca i blitz tedeschi su Londra, la distruzione di Coventry, e poi i bombardamenti degli alleati su Lubecca, su Amburgo e su altre cittadine vicine a Dresda. Esamina pure gli atteggiamenti ufficiali riguardo agli attacchi massicci su obiettivi civili: già nel 1921 il generale italiano Douhet considerava giustificabile l’uccisione di civili su vasta scala, avvallando non solo l’uso delle bombe ma anche di gas velenosi.
la Hofkirche oggi. Sopra, dopo il bombardamento
Taylor ha ascoltato testimoni sopravvissuti alla notte di fuoco, ha letto i memorabili diari di Viktor Klemperer, e la descrizione dell’ultima notte di Dresda è agghiacciante, gente morta nei crolli, nelle fiamme, soffocata nei rifugi antiaerei, intrappolata come topi, lessata viva nelle cisterne d’acqua in cui aveva cercato rifugio, la pelle delle piante dei piedi ustionata dall’asfalto diventato un fiume di lava. Il 14 febbraio Dresda era una città fantasma, una città di morti. Eppure, se non ci fosse stata l’avanzata sovietica, avrebbe potuto avere lo stesso destino di Hiroshima.


la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it






lunedì 2 novembre 2015

Angelo Del Boca, "Italiani, brava gente?" ed. 2005

                                                   Casa Nostra. Qui Italia
       Storia
       il libro ritrovato

Angelo Del Boca, "Italiani, brava gente?"
Ed. Neri Pozza, pagg. 305, Euro 16,00


C’è un punto interrogativo nel titolo del libro dello storico Angelo Del Boca, “Italiani, brava gente?”, che innesta il dubbio che la risposta possa essere “no”. Una risposta difficile da accettare, eppure i fatti accertati e documentati da Del Boca, riguardo al periodo storico che va dall’unità d’Italia alla fine della seconda guerra mondiale, parlano chiaro, i numeri sono più eloquenti delle parole, le fotografie archiviate sono un evidente atto d’accusa. E inoltre la realtà degli eccidi perpetrati dagli italiani non è stata neppure tenuta nascosta, anzi è stata all’epoca motivo di vanto, soprattutto durante il fascismo in quanto un comportamento così spietato corrispondeva agli insegnamenti inculcati per un nuovo modello di italiano: disprezzo per l’avversario, assenza di qualunque sentimento di pietà, esaltazione della “bella morte”. Il libro di Del Boca vuole sfatare il mito secondo cui gli italiani sono bonaccioni, gli italiani non sono crudeli, non infieriscono sui nemici, non sono neppure paragonabili agli “altri”, sono sempre stati bene accetti nelle terre occupate. Un mito di comodo e tuttavia allarmante in quanto ci autoassolve e rimuove un passato che va affrontato. I fatti che Del Boca illustra sono divisi in capitoli, come dei flash che rivelano uno scenario di morte in una luce cruda e impietosa. Si parte dalla lotta al brigantaggio dopo l’unificazione (fuorviante quel chiamare “briganti” gli insorti, visto che erano soldati dell’esercito borbonico), per passare poi in Cina, durante la rivolta dei boxer, e alle varie campagne in Africa.
Ci sentiremmo meno offesi dalle parole di un Gheddafi se fossimo più informati e ricordassimo la prosopopea del “posto al sole”, il disprezzo contenuto in frasi come quelle del generale Baldissera nel 1888, “l’Abissinia ha da essere nostra, perché tale è la sorte delle razze inferiori; i neri a poco a poco scompaiono, e noi dobbiamo portare in Africa la civiltà non per gli Abissini ma per noi”, l’ignoranza totale della cultura e dei costumi della gente che ci apprestavamo a soggiogare, l’insulto contenuto persino nelle parole delle canzoni in voga, Faccetta nera, bell’abissina…
E soprattutto se conoscessimo i nomi dei luoghi di infame memoria, il penitenziario di Nocra (detenuti incatenati su tavolacci, 300 gr. di farina a testa, 10 di tè e 20 di zucchero, acqua salmastra- e razionata- da bere), la piazza del Pane a Tripoli con la forca per le impiccagioni esemplari, i lager (“Soluch come Auschwitz”) in cui Graziani fece deportare 100.000 persone (la metà degli abitanti della Cirenaica), la “liquidazione completa” (la stessa espressione usata dai nazisti) dei monaci di Debrà Libanòs sospettati di connivenza con i ribelli- e la scena è fin troppo simile a quella degli stermini degli ebrei, con le vittime sul ciglio di una fossa in attesa dell’esecuzione: 2033 i morti. E ancora, le responsabilità di Cadorna, lo schiavismo bianco, la pulizia etnica in Slovenia, le 300 tonnellate di iprite sganciate tra il 1935 e il 1936 in Etiopia. Le cifre non hanno bisogno di commenti, l’accurata bibliografia a chiusura di ogni capitolo degli orrori non lascia margine di dubbio sulla veridicità dei fatti. Stilos ha intervistato il Professor Del Boca a Torino, dove vive.

INTERVISTA AD ANGELO DEL BOCA




Nel capitolo introduttivo del suo libro ci sono citazioni di quello che è stato scritto sull’Italia da visitatori stranieri, a partire dal 1600. E’ sconfortante osservare che quelle osservazioni negative sono le stesse che leggiamo tuttora sulla stampa straniera: dobbiamo pensare che, nelle parole di Heine, “il popolo italiano è intimamente malato e inguaribile”?
        Diciamo subito che anche i giudizi degli italiani sugli italiani non sono confortanti, anzi, forse sono ancora più cattivi, come quelli espressi da Leopardi. Come per tutti i popoli, ci sono delle stigmate, dei difetti che sono difficilmente guaribili. Nelle mie citazioni sono partito dal ‘600, ma sarei potuto risalire anche a prima. E purtroppo, quando capita di uscire dall’Italia e prendere contatto con altri intellettuali, ci si sente dire delle cose che non sono certo belle e che feriscono, soprattutto perché sono vere.

Lei analizza come un certo tipo di uomo italiano sia stato “forgiato” dall’indottrinamento mussoliniano, dal martellamento di slogan che miravano a creare un modello di uomo forte, spietato, combattivo. Sarebbe possibile forzare un altro tipo di modello, incline allo spirito critico che porta alla disobbedienza come capacità di scegliere?

     Indubbiamente Mussolini è riuscito a creare un italiano duro e brutale ma, verso metà della guerra, parlando con Ciano, aveva osservato, “ahimé, questo italiano è peggiore di quello della prima guerra mondiale”, intendendo che aveva in parte fallito perché gli uomini si mostravano meno audaci. Se Mussolini, usando gli strumenti della sua epoca, è riuscito solo parzialmente a creare un italiano diverso, un italiano non mandolinista e timido, se è riuscito solo nella parte più negativa, a fare cioè un uomo brutale, una macchina da guerra, usando gli strumenti di oggi si potrebbe tentare di fare di meglio. Certo non può farlo Berlusconi, con la sua idea del mondo e della società consumistica. Ne uscirebbe un italiano mediocre, scarso di idee, privo di autocritica. Guardo alle sinistre e mi chiedo quale capacità possano avere. Ci vorrebbero dei decenni, ma le sinistre potrebbero almeno dare agli italiani il senso della misura, un rispetto maggiore per se stessi, una capacità di discutere e dialogare con gli altri. Mi basterebbe già questo.

Il suo libro rompe un lungo silenzio: pensa che verrà accolto come una doverosa informazione e un equo riesame della storia, o che verrà accusato di voler denigrare l’Italia?
     In genere dopo la pubblicazione di ogni mio libro di storia coloniale ho ricevuto sia lodi sia attacchi. Lodi da chi accettava una revisione della storia e attacchi da nostalgici del fascismo e da elementi conservatori. Non è una sorpresa dunque vedere il giudizio diviso in due. Questa volta però, nelle recensioni pubblicate fino ad ora, non c’è un solo attacco e neppure ci sono obiezioni. D’altra parte è un libro conciso, in calce c’è un archivio che non può essere contestato. Che poi il libro possa servire a mutare delle opinioni su alcuni fatti- me lo auguro. Il libro contiene un messaggio preciso: non dobbiamo assolutamente accettare il titolo del libro, non ci meritiamo questa definizione così decisa, così sicura, non siamo “brava gente”. Spero che smetteremo di autoassolverci come abbiamo sempre fatto.

Pensa che, inquadrando le azioni di violenza commesse dagli italiani in Africa e altrove nell’atmosfera del tempo, nel contesto della guerra, sia possibile renderle accettabili o per lo meno comprensibili?

     Secondo me in tutte le conquiste in Africa e in Asia, le violenze erano scontate, soprattutto dopo che, nel congresso di Berlino del 1884, si era codificata la spartizione dell’Africa. La violenza è ammessa, ma c’è uno spartiacque, ed è quello delle violenze inaccettabili che io documento. Ho fatto una scelta di episodi limite. Capisco che un esercito faccia una guerra per impadronirsi di territori, ma che bisogno c’era di usare l’iprite quando c’era già una superiorità di armi? Lì vedo la violenza, la barbarie inaccettabile.

Perché non c’è stato nessun tribunale per i crimini di guerra italiani?
      Qualcuno ci ha tentato- nel 1946 Hailé Selassié ha inviato alle Nazioni Unite l’elenco di 970 criminali di guerra italiani chiedendo venissero sottoposti a processo. La cosa tragica è che, a impedire a Hailé Selassié di mantenere questo impegno, sono stati gli americani. Erano loro che mantenevano il paese in vita e con un preciso ricatto hanno impedito ad Hailé Selassié di fare un processo- avrebbero sospeso gli aiuti se avesse insistito a chiedere l’estradizione di quei personaggi.
Hailé Selassié
Gli americani non avevano interesse che venisse processato un Badoglio che per loro era un primo ministro che si era schierato a fianco degli alleati. Anche Tito ha fatto un elenco delle persone da estradare per processarle, ma gli è stato impedito da Roma e gli italiani hanno fatto un controelenco in cui il primo da processare era Tito. In realtà gli italiani non hanno voluto una loro Norimberga: se avessero chiesto l’estradizione di tutti i tedeschi criminali di guerra, nel momento in cui si cercava di portare la Germania dalla nostra parte, non sarebbe piaciuto né agli americani né all’Occidente. Così non c’è un solo criminale di guerra italiano che sia stato condannato. Soltanto Graziani ha avuto 19 anni ma ne ha scontato di meno per amnistie varie, e Graziani era non solo Ministro della Guerra di Salò, ma anche il “macellaio” degli africani.

Nel libro si parla di Montanelli, di come abbia sempre negato le azioni criminose italiane in Africa, compreso l’uso dei gas: era in buona fede?
      Penso che fosse in buona fede quando è andato volontario in Africa. Non so invece, quando continuava a insistere con me- e la polemica è durata 35 anni- dicendo che lui c’era e non aveva mai sentito l’odore di mostarda del gas, che l’iprite non era mai stata usata. Più di una volta gli avevo  indicato i faldoni negli archivi italiani con i documenti che provavano il contrario. Mi accusava di essere antiitaliano e fazioso. Dopo 35 anni di queste battute, ho suggerito un arbitro a dirimere la questione: Susanna Agnelli, che era Ministro degli Esteri, e il generale Corcione, Ministro della Difesa. Dopo una serie di interrogazioni alle Camere, il ministro Corcione ha fatto una dichiarazione che demoliva la tesi di Montanelli: il nostro esercito aveva usato i gas in maniera continuativa e massiccia. Allegava alla dichiarazione il rapporto in cui Badoglio dichiarava che, dopo la battaglia di Amba Aradam, aveva scagliato tutta l’aviazione dell’Eritrea sull’esercito in fuga di Ras Mulughietà e aveva scaricato 60 tonnellate di iprite. Montanelli, da galantuomo, ha accettato la sconfitta e nella sua rubrica ha scritto “i documenti mi danno torto”, chiedendo scusa a me  e ai lettori. E’ stata un’ammissione importante, eppure ancora oggi tanti sono convinti che siano tutte fandonie, che noi italiani siamo brava gente.

C’è un capitolo un po’ anomalo nel libro, quello sul generale Cadorna.
     Non è poi tanto anomalo, perché, dovendo elencare una serie di violenze al limite, Cadorna assomma in sé due forme di criminalità: nelle 12 battaglie dell’Isonzo ha mandato a morire centinaia di migliaia di soldati non perché avesse una precisa idea strategica, ma perché si era intestardito ad usare quei disgraziati come maglio contro le fortificazioni austriache. Questo è il primo grosso addebito che gli faccio, pure pensando ad altri generali che hanno usato gli uomini come carne da cannone. Ma c’è un’altra cosa da addebitare a Cadorna: la proibizione a che lo Stato italiano invii viveri ai prigionieri in Austria, al punto che 100.000 nostri soldati sono morti di fame e di stenti, mentre Francia e Inghilterra hanno inviato pacchi in maniera continuativa e hanno avuto un numero di decessi di gran lunga inferiore. Perché? Per creare una tale paura di cadere prigionieri da spingere i soldati a combattere fin all’estremo.


C’è una somiglianza tra la velleità di portare la civiltà in Africa nel periodo coloniale e la presunzione di portare oggi la democrazia in Iraq e in Afghanistan?
     Certo che c’è una somiglianza: è una continuazione di questa presunzione dell’Occidente di possedere la verità e sapere quello che è bene, e la mistica di doverlo portare agli altri a prezzo di enormi sacrifici dei nostri, in cambio naturalmente di ricchezze materiali.

C’è stato qualcosa di buono, di costruttivo, di civilizzatore, che hanno fatto gli italiani all’epoca delle conquiste in Africa?
     Non possiamo dire che sia stato un grosso regalo fatto agli africani, di aver costruito strade, ospedali, qualche scuola: finché eravamo là, servivano agli italiani. Penso che, se qualcosa di positivo è stato fatto, più che i governi siano stati i singoli italiani a farlo. Molti italiani hanno contribuito allo sviluppo di questi paesi, in particolare in Libia, facendo una specie di scuola di lavoro ai libici che erano alle loro dipendenze, anche se con risvolti di interesse. Invece nel Web Shebeli, in Somalia, gli indigeni che lavoravano nella piantagione erano trattati veramente come schiavi, tanto che lo stesso federale fascista Serrazanetti denunciò queste violenze a Mussolini in tre rapporti. Per quanto riguarda l’Etiopia, è probabile che la presenza italiana abbia in un certo senso inciso favorevolmente sullo sviluppo agricolo, lo ammettono anche alcuni storici etiopi.


Che tipo di legame aveva creato l’esercito italiano con i corpi degli ascari?
     Gli acari sono stati i reparti più fedeli all’esercito italiano, si sono svenati per gli italiani, ne sono morti 50.000 per l’Italia, in varie guerre. Durante la rioccupazione della Libia, dopo il ‘21,  i reparti erano quasi tutti di ascari. Graziani usava questi soldati per le loro capacità combattive, perché sapevano adattarsi meglio al terreno e al clima. A Cheren nel ‘41, durante l’offensiva inglese contro gli italiani, gli ascari hanno avuto più perdite che gli italiani. Eppure sapevano che la guerra era finita anche per loro.

Perché questa dedizione estrema?
    Per fedeltà, perché speravano che l’Italia avrebbe dato loro una certa autonomia, combattevano per una pre-indipendenza. Devo dire che nel protonazionalismo eritreo c’è un coefficiente dato da questa dedizione degli ascari agli ideali italiani. E dire che gli ultimi ascari, ormai poche decine, hanno avuto una liquidazione finale di pochi soldi, invece della pensione.

recensione e intervista sono state pubblicate sulla rivista Stilos