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martedì 10 settembre 2024

Tan Twan Eng, “Il dono della pioggia” ed. 2024

                                                          Voci da mondi diversi. Malesia

seconda guerra mondiale

romanzo di formazione

Tan Twan Eng, “Il dono della pioggia”

Ed. Neri Pozza, trad. Chiara Vatteroni, pagg. 496  , Euro 20,90

 

    Era stata un’indovina a dire a Philip Hutton che lui aveva il dono della pioggia. Che cosa voleva dire nell’isola di Penang, in Malesia, avere il dono della pioggia? I monsoni portavano con regolarità la pioggia e tutta quell’acqua era nello stesso tempo una benedizione e una maledizione. La pioggia portava fertilità del terreno, rendeva lussureggiante la foresta mentre tamburellava sulle foglie iridescenti. Poteva però portare alluvioni e malattie, con le acque di scolo che trascinavano immondizie e animali morti. Nel futuro di Philip c’era anche che avrebbe causato la rovina di entrambe le famiglie a cui apparteneva.

    Philip ha sedici anni nel 1939, quando tutto inizia, quando inizia il racconto della sua vita- e ormai è anziano- ad una donna giapponese che è venuta a cercarlo per portargli una lettera che arriva da un tempo remoto, scritta da Hayata Endo, che la donna aveva amato e che era stato il sensei di Philip, il suo maestro di aikido, l’amico che gli aveva insegnato la cultura giapponese, che forse era stato per lui anche più di un amico, nonostante tutto quello che era successo, nonostante avesse spaccato in due il senso di lealtà di Philip quando i giapponesi avevano occupato la Malesia.


   La voce narrante dominante è quella di Philip, figlio di un inglese la cui famiglia si era stabilita dalla precedente generazione a Penang, arricchendosi con le miniere e la coltivazione della gomma, e di una cinese che aveva sposato giovanissima suo padre, già vedovo, e aveva fatto da madre agli altri tre figli di lui prima di morire di malaria quando lui era piccolo. Ma è la voce di Endo-san che racconta a Philip della sua vita prima di arrivare a Penang, pur non dicendogli tutto, è la donna giapponese a raccontare la sua, di vita, (sta morendo lentamente adesso, vittima delle conseguenze della bomba di Hiroshima), è il nonno cinese che aveva troncato ogni rapporto con la figlia che aveva sposato uno straniero a dirci di sé. Un romanzo ricchissimo, dunque, di voci, di storie, di testimonianze. Un romanzo la cui trama potrebbe essere quella di una tragedia con il protagonista che, proprio perché si sente un estraneo nella sua famiglia, proprio perché si sente ugualmente escluso dalla comunità cinese, proprio perché si sente un alieno quando coglie gli sguardi perplessi di chi non sa quale appartenenza attribuirgli, si sente così attratto dal giapponese che ha preso in affitto l’isola da suo padre e gli chiede in prestito una barca per raggiungerla. Philip deve molto a Endo-san- la disciplina dell’arte marziale che gli insegna a padroneggiare è mentale oltre che fisica, rende Philip sicuro di sé, lo trasforma in una maniera sottile che lo rende un ragazzo del tutto diverso. E però Philip non si accorge che il suo amato Endo-san ha anche un altro scopo nel coltivare la sua amicizia, che non sono solo le bellezze di Penang di cui è in cerca, durante le loro escursioni. A nulla valgono le parole del padre che lo mettono in guardia, anzi, forse ottengono l’effetto contrario. E, quando scoprirà il tradimento di Endo-san, il dolore e la delusione saranno atroci.


    I giapponesi occupano la Malesia nel 1941. Nessuno se lo aspettava. Lo stupro di Nanchino ha mostrato l’efferatezza giapponese, non saranno da meno in Malesia. E infatti…Philip Hutton si trova a dover prendere delle decisioni, con chi schierarsi per salvare la sua famiglia. Di lui diranno che è un traditore, finirà per essere un traditore di ambo le parti, lui che è stato tradito per primo.


   “Il dono della pioggia” non è un libro facile, non è un libro per tutti. È un libro bellissimo che non lascia indifferenti. È un capitolo della storia del secolo XX che ci porta sul palcoscenico della guerra in estremo Oriente, è un romanzo di formazione singolare con dure prove da sostenere per il ragazzo che diventa uomo in anni difficili in cui scegliere può significare la morte di qualcuno, un romanzo sulla ricerca di identità, sulla lealtà e sul tradimento, su legami tra fratelli e tra padre e figli (bellissima la figura di Noel Hutton, l’uomo la cui integrità morale merita il rispetto di malesi, cinesi e della sua stessa famiglia), sul fascino che sconfina nel plagio dell’insegnante di valore. Questo è un romanzo complesso e pieno di sfumature a cui continueremo a pensare a lungo dopo averlo terminato. Così come continueremo a pensare alla casa con le bianche colonne degli Hutton- Istana, un nome che significa ‘palazzo’-, una delle tante case con un’anima dei romanzi di lingua inglese, simbolo di uno splendore e di un tempo destinato a scomparire.



 

 

martedì 3 ottobre 2023

Tan Twan Eng, “La casa delle mille porte” ed. 2023

                                                   Voci da mondi diversi. Malesia


Tan Twan Eng, “La casa delle mille porte”

Ed. Neri Pozza, trad. Daria Restani, pagg. 332, Euro 18,00

 

    Una storia, come un uccello della montagna, può portare un nome al di là delle nuvole, persino al di là del tempo. Fu William Maugham a dirmelo, molti anni fa.

    È questo l’inizio del romanzo “La casa delle mille porte” di Tan Twan Eng. E prepariamoci ad ascoltare una storia che farà rivivere delle persone, insieme al loro nome. Dopotutto William Maugham faceva proprio così, ascoltava le storie che gli raccontavano e ne faceva dei romanzi. “Voglio raccontarti una storia, Willie”.- dirà Leslie, una dei protagonisti- “Sì, mi dissi. Raccontagli la tua storia. Lascia che la scriva. E che tutto il mondo sappia.”

    Nel 1947 Lesley Hamlyn vive in Africa da più di vent’anni. Hanno dovuto strapparsi a forza da Penang, lei e il marito, perché a lui non si confaceva il clima umido. Ormai Leslie è vedova, una mattina riceve per posta l’ultimo libro di Maugham (era sempre stato “Willie” per loro, perché era un amico del marito), “The casuarina tree”, una raccolta di racconti. Uno di questi contiene la ‘sua’ storia.

Somerset Maugham

   La narrativa scorre su due piani temporali- uno nel 1921, quando Willie e il suo segretario Gerald sono ospiti degli Hamlyn a Penang, e uno nel 1910, quando avvengono i fatti raccontati da Leslie. Quella del 1921, però, ci offre un duplice punto di vista, perché c’è un racconto in prima persona (di Leslie) e uno in terza persona, con le osservazioni di Maugham. Sia nel 1921 sia nel 1910 c’è una vita in superficie, che tutti possono vedere, di persone irreprensibili, e ce n’è una nascosta, piena di segreti. Il matrimonio di Leslie è solo in apparenza felice, quello di Maugham è mantenuto in piedi perché lo scrittore ha bisogno di una facciata di rispettabilità (la condanna di Oscar Wilde per sodomia è un fatto ancora recente), eppure Leslie capisce subito che il giovane segretario è l’amante di Willie, così come capiamo anche noi, e come Maugham sa senza voler sapere, che sono i soldi a tener legato il bel Gerald allo scrittore. Quanto ai segreti del matrimonio di Leslie, li lascio scoprire al lettore nella storia del 1910 che contiene almeno altre due storie.

Sun Yat Sen

     Sun Yat Sen, il fondatore del Kuomintang che lottava per rovesciare l’impero cinese, è il personaggio principale di una delle due- Leslie ne è attratta, partecipa alle sue riunioni politiche, Sun Yat Sen è spesso ospite in casa degli Hamlyn. Al centro dell’attenzione è, tuttavia, Ethel Proudlock, amica di Leslie, processata e condannata per aver ucciso l’amante- un caso che suscitò grande scandalo nell’ambiente britannico di Kuala Lumpur (il racconto di Maugham, “The letter”, fu adattato più di una volta per lo schermo. Bette Davis è l’attrice che impersona Ethel nella versione del 1940).


   C’è ancora un’altra storia, in questo romanzo costruito come una scatola cinese. È quella dell’uomo della casa delle mille porte, un collezionista di porte di legno intagliate, prese da templi o case distrutte e che ora ricoprono le pareti della sua abitazione, pendono dal soffitto, ogni porta una storia, ogni porta che sbarra un segreto o si spalanca su nuovi mondi- un simbolo potentissimo. Una di queste porte è arrivata in Africa da Lesley, proprio quella con il falco che vola al di là delle nuvole. Il cerchio si è chiuso, tutto è stato detto, i nomi e le storie hanno valicato il tempo.

    Volutamente c’è qualcosa dello stile narrativo di William Somerset Maugham in questo romanzo, una certa ponderatezza, il senso della misura. Terminiamo la lettura e andiamo a cercare sui nostri scaffali i libri dello scrittore inglese, per rileggerli alla luce del ritratto che ne fa Tan Twan Eng.

Penang

E tuttavia, anche se la potenza narrativa dello scrittore malese è sempre la stessa, non ritroviamo ne “La casa delle mille porte” la magia de “Il giardino delle nebbie notturne”. Lo so, non si dovrebbe mai leggere un libro pensando di rivivere l’esaltazione di una precedente lettura. Questo è un libro diverso, con personaggi diversi, con un’atmosfera diversa.

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giovedì 19 novembre 2020

Tash Aw, “Noi, i sopravvissuti” ed. 2020

                                                   Voci da mondi diversi. Malesia


Tash Aw, “Noi, i sopravvissuti”

Ed. Einaudi, trad. A. Nadotti, pagg. 304, Euro 20,00

    L’esergo del nuovo romanzo di Tash Aw ci sorprende- sono parole tratte da “Se questo è un uomo” di Primo Levi, Qui ricevemmo i primi colpi e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, nel corpo né nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera?

Questo è il valore universale delle parole, al di là dello spazio e del tempo. Sono parole dettate dall’esperienza di un ebreo italiano nei campi di sterminio della seconda guerra mondiale, citate da uno scrittore malese che vive a Londra, per raccontarci la colpa di cui si è macchiato il suo protagonista Ah Hock, la sua vita da diseredato che non si arrende e cerca di migliorare, in un paese che è un puntino sulle carte geografiche, a una cinquantina di chilometri- anni luce di distanza- da Kuala Lumpur. Ah Hock era una persona mite, un uomo per bene, un gran lavoratore, fedele alla moglie, niente alcol, niente droga. Eppure aveva ucciso un uomo e scontato anni in prigione.

   C’è un intermediario tra il lettore e Ah Hock- il protagonista racconta la sua vita ad una giornalista che registra la sua voce. Anche la giornalista è malese, ma appartiene ad un altro mondo. Quando, alla fine, lei gli chiede il permesso di fare un romanzo della sua vita e poi lo invita ad un ricevimento per il lancio del romanzo, la distanza tra Ah Hock e le persone invitate è enorme, proprio come quella tra il suo villaggio e la capitale.

      Da ragazzo Ah Hock lavorava la terra insieme a sua madre, una striscia di terra troppo vicina al mare, alluvionata di frequente. Ah Hock non si tirava indietro quando c’era da lavorare, era intelligente, era riuscito a conquistare la fiducia del datore di lavoro quando aveva trovato impiego in un grande vivaio di pesci, aveva apportato migliorie aumentando le vasche e quindi il numero dei pesci e le vendite. Piccoli passi avanti segnano l’ascesa di Ah Hock- il matrimonio, una prima casa molto piccola e poi una seconda casa più grande. Senza mai strafare, senza esigere troppo.

      C’è una presenza negativa, nella vita di Ah Hock. Un compagno di giochi di infanzia, una di quelle persone da cui stare alla larga. E per fortuna ad un certo punto scompare. Per sfortuna, poi, riappare, quando Ah Hock si è già reso conto di non essere più in fondo alla scala sociale, altri hanno preso il suo posto- i lavoratori che impiega nel vivaio sono tutti immigrati, bangladesi, rohingya dal Myanmar, indonesiani. Sono dei disperati, clandestini, affamati, spesso ammalati. E con orrore Ah Hock scopre che sono dei ‘carichi’ di merce umana per chi- come il suo vecchio amico- lavora in questo settore.

   La tragedia finale è preparata da un altro dramma- una malattia (il colera?) fa strage dei lavoranti nei vivai. Peggio ancora. Il batterio infetta le acque, un tappeto di pesci morti galleggia in superficie. È la rovina per Ah Hock. Forse ce la può ancora fare, se riesce a trovare dei lavoranti sostituti. A questo punto non gli interessa più alcuna norma etica e ricorre al mercante di uomini.

     Quanto pesa la colpa di Ah Hock? Seguendo il percorso della sua vita, abbiamo la sensazione di scendere nei gironi di un inferno dantesco, sappiamo- e non solo perché Ah Hock ce lo dice all’inizio- che ogni suo sforzo per sollevarsi sarà inutile, che tutto finirà male. È come un destino segnato, per lui, per chi, come lui, è nato in un certo luogo e in un certo ambiente. Che non sono gli stessi della donna che si appropria della vita di Ah Hock per farne un romanzo.

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