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mercoledì 8 luglio 2026

Jonas Hassen Khemiri, “Le sorelle” ed. 2026

                                                      vento del Nord

         storia di famiglia

Jonas Hassen Khemiri, “Le sorelle”

Ed. Einaudi, trad. Katia De Marco, pagg. 656, Euro 22,80

 

    Ina. Evelyn. Anastasia. Le sorelle Mikkola. Non le dimenticheremo facilmente. Come non le ha mai dimenticate, da quando per la prima volta Jonas, alter ego dello scrittore che ha il suo stesso nome, ne aveva sentito parlare dai suoi genitori e lui era solo un bambino. Il cognome, per prima cosa, lo intrigava. Non sembrava svedese. Poi quello che sentiva dire di loro. Il padre era morto, la madre pareva non fosse capace di vivere a lungo nello stesso posto (più tardi, da loro, aveva saputo che c’era una ‘maledizione’ che le inseguiva), vendeva tappeti (mentendo sulla loro provenienza e assicurando che avrebbe inoltrato ai compratori il certificato di garanzia- certificato che non arrivava mai). Soprattutto lo attirava una certa affinità con loro- le sorelle Mikkola erano in tre, Jonas aveva due fratelli, tre anche loro, quindi; loro erano figlie di uno svedese e una tunisina, lui di un tunisino e di una svedese. E nessuno di loro sapeva parlare arabo (le sorelle Mikkola parlavano inglese tra di loro). Più tardi sia Anastasia sia Jonas avrebbero usufruito di una borsa di studio per andare a studiare l’arabo in Tunisia. Lo incuriosiva anche la diversità delle sorelle Mikkola. Ina, altissima, giocatrice di basket, organizzata, rigorosa, razionale. Evelyn, l’affascinante Evelyn di cui Jonas sarà sempre un poco innamorato, capace di raccontare la storia più banale come se fosse qualcosa di straordinario. Anastasia, la più volubile, la più ‘incasinata’, che aveva passato un periodo in cui si drogava, che beveva.


    “Le sorelle” è un romanzo senza trama che segue, alternandoli, due filoni- uno ha per protagoniste le sorelle Mikkola  ed è scritto dal punto di vista di un narratore onnisciente, nell’altro la voce è quella di Jonas ed è lui che, nello stesso tempo, ci parla delle tre sorelle e di se stesso e della sua famiglia. Il tempo della narrazione inizia nel 1993, quando le tre sorelle vanno insieme ad un party di fine anno. e termina nel 2035 con quella che è anche la fine della maledizione di cui la madre delle Mikkola aveva sempre parlato.

    C’è di tutto, in questa doppia narrazione, ognuna delle sorelle incontra qualcuno di cui si innamora (e può essere un uomo o una donna), è stanca del lavoro che sta facendo, coltiva ambizioni, va a trovare la madre con cui hanno tutte un rapporto difficile. E, per quanto ci siano incomprensioni e litigi, il loro legame resta un punto saldo, qualcosa su cui possono fare affidamento ed è una cosa bellissima- qualunque cosa accada, ognuna di loro sa che può contare sull’aiuto delle sorelle. E le prime 200 pagine del romanzo ci travolgono, sono vivaci con la vivacità di Ina, Evelyn e Anastasia, ci fanno innamorare di loro.


    La seconda narrativa ci offre un altro- e doppio- punto di vista. Perché Jonas parla di se stesso E delle sorelle Mikkola, viste in un tempo precedente a quel 1993, quando erano poco più che bambine. Ritroviamo nel racconto di Jonas episodi e dettagli di cui avevamo già letto in uno dei suoi libri precedenti, “Montecore”, e anche ne “La clausola del padre”. Se la madre era stata il personaggio ‘portante’ per le sorelle, il padre lo è per Jonas. È una figura gigantesca che il ragazzo ammira e che però scompare, torna in Tunisia, ogni tanto riappare, poi scompare definitivamente e la madre chiede il divorzio. In questo filone la narrativa autobiografica, la storia della famiglia Khemiri, la genesi dei romanzi di Jonas, l’incontro con la futura moglie e la nascita dei bambini, si mescola a quella delle sorelle, con il dubbio mai risolto se una di loro (Evelyn?) fosse in realtà una sorellastra di Jonas.

   Al di là di tutte le storie che leggiamo, di tutti (tanti, troppi?) i personaggi che incontriamo, c’è, nel romanzo, un’esplorazione di quella affinità di base di cui abbiamo detto, dell’interrogarsi sulla propria appartenenza, del sentirsi estranei in un paese di persone con i capelli biondi e altrettanto estranei al di là del mare, in un paese che è impossibile, ormai, riconoscere come il proprio. E poi c’è l’ambizione, l’aggrapparsi ai sogni per realizzare ciò che si vuole nella vita, la forza dei legami famigliari.



  

   

mercoledì 8 aprile 2026

Henrik Pontoppidan, “L’ospite regale” ed. 2026

                                             Voci da mondi diversi. Danimarca

            premio Nobel

Henrik Pontoppidan, “L’ospite regale”

Ed. Iperborea, trad. Fulvio Ferrari, pagg. 110, Euro 16,00

 

     È un premio Nobel dimenticato, lo scrittore danese Henrik Pontoppidan? Forse sì e, quasi certamente, è poco conosciuto. Nato nel 1857 a Fredericia, morì a Ordrup nel 1943 e ricevette il premio Nobel nel 1917, ex-aequo con Karl Gjellerup (altro scrittore danese di cui dobbiamo confessare di non sapere nulla).

Pontoppidan è considerato l’esponente maggiore della narrativa naturalista in Danimarca, ma “L’ospite regale”, appena pubblicato da Iperborea, ci pare staccarsi dalla forma naturalista, sembra più una favola leggera che nasconde un profondo significato.

    Sono passati sei anni da quando il giovane medico Arnold Højer era arrivato con l’altrettanto giovane moglie Emma a Sønderbøl nello Jylland. Venivano entrambi dalla capitale e si fa presto ad inneggiare la bellezza della vita in campagna- i primi tempi erano stati duri, era stato difficile abituarsi alla solitudine, a quell’isolamento- la stazione era a più di 20 km. di distanza, il paese era costituito da una manciata di casette di povera gente, non c’era nemmeno un prete con la sua famiglia, solo un maestro attaccabrighe. Adesso che Emma era sempre affaccendata ad occuparsi della casa e di tre bambini, le sembrava di essere stata terribilmente infantile quando aspettava il ritorno del marito seduta accanto alla finestra. C’è un certo che di simbolico nel fatto che avessero chiamato i bambini con i nomi biblici di Caino, Abele ed Eva- quello era il loro paradiso terrestre.


   Sappiamo però che il Paradiso terrestre non era per sempre, conosciamo la storia della tentazione del serpente e della cacciata dei primi uomini. E ci sarà anche un serpente ad insinuarsi nella casa dei due coniugi. Aspettavano dei parenti che sarebbero dovuti venire loro ospiti da Copenhagen. In loro vece era arrivato uno sconosciuto, un uomo distinto dalla corporatura massiccia, vestito con eleganza. Si presenta in maniera elusiva, dice di essere un amico del pastore (lo chiama però con un nome diverso da quello con cui lo conoscono gli Højer), se vogliono dargli un nome possono chiamarlo il principe Carnevale. Ma che cosa è ? uno scherzo? A Carnevale ogni scherzo vale…Emmy è diffidente, vorrebbe che il marito lo cacciasse via, ma non pare sia possibile.

    Inizia così una serata a dir poco insolita per Arnold ed Emmy. È il principe Carnevale che dà ordini, che addobba tavolo e sala per la cena, che chiede loro di cambiarsi e vestirsi eleganti (Emmy si vergogna ad indossare l’abito rosa di seta di quando era ragazza), che suona uno strumento che è una via di mezzo tra un mandolino e un liuto, che canta, che sembra corteggiare Emmy. E Arnold si ingelosisce.


   Questa storia di una notte di stravagante follia in cui non sembra succedere niente finisce con il Principe Carnevale se ne va, avvolto nel suo alone di mistero un poco sulfureo. Dietro di sé lascia però due persone che sono cambiate nel giro di una notte ed è questo il significato della ‘favola’. Arnold ed Emmy si erano adagiati in una tranquilla routine, adesso, invece, c’è in loro una certa inquietudine, una irrequietezza che è stimolante, c’è una spinta a non dare tutto per scontato, a godere delle solite cose come se si trattasse sempre di novità.

È significativa l’immagine con cui si chiude il racconto- Emmy, ormai ingrigita ma non ancora anziana, siede accanto alla finestra, guarda il tramonto e le nuvole che corrono nel cielo, ‘immagine dell’eterna inquietudine’.  



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martedì 24 febbraio 2026

Trude Teige, “Quando la nonna ballava sotto la pioggia” ed. 2026

                                                                              vento del Nord

             la Storia nel romanzo

Trude Teige, “Quando la nonna ballava sotto la pioggia”

Ed. Fazi, trad. Lucia Barni, pagg.312, Euro 18,52

 

     Tekla, Lilla, Juni. Tre donne, nonna, madre, figlia. Tekla non ha mai voluto dire a sua figlia, neppure sul letto di morte, chi fosse suo padre. Neppure Lilla ha mai rivelato a Juni chi fosse suo padre. Segreti. Segreti che fanno male, segreti che è impossibile scoprire quando chi sa ormai non c’è più. Segreti che vanno al di là di una storia personale, che non trovano le parole per esprimersi.

    Juni arriva sull’isola di un arcipelago norvegese in fuga dal marito violento. L’isola rappresenta la quiete, sull’isola c’è la casa dei nonni, ci sono ricordi di una infanzia circondata dal loro amore. Juni non vuole più rivedere il marito.

E poi, facendo ordine, trova delle vecchie foto. In una c’è la nonna da giovane. Sorride, è abbracciata ad un soldato che porta la divisa dell’esercito tedesco. La data è maggio 1945. A guerra finita, dunque. Hanno entrambi un’aria molto felice. Verranno fuori altre fotografie, riconoscerà il nonno, sua madre Lilla da bambina. Qualcosa però non torna, nelle date. Chi può aiutarla a ricostruire il passato?


     La narrativa procede su due linee temporali e con due diverse protagoniste- la nonna Tekla nel passato e Juni nel presente.

Il passato di Tekla ha il punto di rottura quando lei incontra Otto, il soldato tedesco che sa parlare ai cavalli e rende docile il cavallo di Tekla a cui lei ha dato il nome del sovrano norvegese. C’è la guerra, i tedeschi occupano la Norvegia, sono i nemici.

Haakon VII

Possiamo indovinare una parte della storia, è così simile alle storie degli amori di guerra che abbiamo già letto, anche di recente. Così come possiamo indovinare le reazioni della famiglia di Tekla e dei suoi compaesani. Ma c’è tutta una parte- quella che ci porta in Germania insieme a lei e a Otto- di cui sappiamo poco, di cui forse non abbiamo voluto sapere, pensando ‘è stata colpa loro, sono loro ad avere iniziato la guerra, se la sono voluta’. Come poteva aver sognato, Otto, di ritrovare intatta la cascina con le grandi stanze e la sua famiglia, così come le aveva lasciate?

    La storia di Juni ha molto in comune con le storie del nostro quotidiano e però porta dentro il vuoto della mancanza di un padre, un rapporto conflittuale con la madre la cui traccia nella casa sull’isola è un cumulo di bottiglie vuote. Si reca in Germania, Juni, per scoprire di più su quello che pensa essere suo nonno e, quando arriva a Demmin, quello che apprende la sconvolge, così come sconvolge noi lettori. Quanto non sappiamo, del passato! Quanto è stato taciuto, perché era meglio dimenticare, perché tacere significava nascondere la vergogna. Quello di Demmin fu un suicidio di massa unico nel suo genere e nelle sue motivazioni.


    Portare alla luce la verità, scoperchiare i segreti, è come la quiete dopo la tempesta. Tutte e tre queste donne, Tekla, Lilla e Juni, sono passate attraverso la bufera, tutte e tre si sono fronteggiate con il problema di accettare un figlio non voluto, e anche questo è un problema che ci tocca da vicino.

    Come tutti i romanzi che coniugano la grande Storia con le piccole storie private (ma sono poi così piccole?), “Quando la nonna ballava sotto la pioggia” è un libro appassionante e incredibilmente attuale con il suo bagaglio di passato. E quello che rimane nei nostri occhi è l’immagine di Tekla, la nonna che rivelava le prove che aveva dovuto passare nei colori che usava nei suoi quadri e che amava la pioggia, amava uscire nella corte e danzare sotto la pioggia, perché la pioggia lava ogni bruttura, la pioggia è simbolo di rinascita, è simbolo di vita. La pioggia invita a guardare avanti, a non permettere che sia l’aridità dell’animo ad avere la meglio.



 

martedì 25 novembre 2025

Tommy Wieringa, “Nirvana” ed. 2025

                                           Voci da mondi diversi. Paesi Bassi


Tommy Wieringa, “Nirvana”

Ed. Iperborea, trad. Claudia Di Palermo, pagg. 541, Euro 21,00

 

Amsterdam 2016.

Uno scrittore, Tommy Wieringa, sì, l’autore del libro che stiamo leggendo.

Un pittore, Hugo Adema.

Il fratello gemello del pittore, Willem Adema che ha ereditato non solo il nome del nonno ma anche la sua impresa offshore.

Il centenario Willem Adema, ingegnere civile che si è fatto una fortuna con il petrolio grazie alle sue competenze tecnologiche ma che ha anche un passato ‘ripulito’ e opportunamente modificato.

Una casa, anzi, una magione nel verde dei boschi, Oostraven, dove vivono i due vecchi Adema con le infermiere che si danno i turni per assisterli, dove Hugo si rifugia per dipingere, dove lui, bambino, era stato ‘esiliato’ per tre anni perché in continua lite con il fratello.


     “Nirvana” è un romanzo di doppi, di immagini nello specchio- i gemelli litigiosi come Esaù e Giacobbe, uno con inclinazione artistiche e l’altro che sta approntando la nave più grande che abbia mai solcato i mari per sfruttare al massimo i giacimenti petroliferi nelle acque del Nord; lo scrittore che ha in mente di scrivere un libro sul discusso nonno di Hugo e Hugo che gli ruba la storia leggendo i diari ritrovati del nonno e la mette su tela; il presente con la storia d’amore (finita) di Hugo con una bella fotografa e il passato che si affaccia sul presente con un doppio ritrovamento- di una zia di cui Hugo non sapeva l’esistenza e della governante di Hugo bambino che era stata anche la madre affidataria di Wieringa. È proprio quest’ultima che spalanca le porte sull’oscurità del vecchio Willem Adema, era lei che conservava i suoi diari del tempo di guerra dopo averli trovati nel suo bagaglio quando era stata licenziata da casa Adema (chi li aveva messi lì?).


    Hugo non esegue la volontà espressa nella lettera che la vecchia governante aveva lasciato, che affidava i diari a Hugo e a Tommy Wieringa. Hugo deve affrontare da solo la verità di cui aveva avuto una fugace intuizione quando aveva visto un piccolo tatuaggio sotto l’ascella del nonno. Non era vero che il nonno si era schierato con i tedeschi, che tra l’altro erano i nemici che avevano occupato l’Olanda, perché voleva combattere i russi. Non era vero che, dopo aver visto quello che i tedeschi facevano in Russia, era passato nelle file della Resistenza. Non era vero che era stato assolto dal tribunale dopo la fine della guerra. Aveva fatto parte delle SS, punto e basta.


Aveva assistito a scene di una violenza indicibile. Aveva partecipato a massacri. Ci aveva fatto l’abitudine in un sonno della coscienza ed era stranamente sopravvissuto fino alla fine. Altri segreti ancora vengono fuori dai diari, sul periodo in Venezuela, sul suo matrimonio con una ragazza il cui sangue creolo sarebbe riapparso a sorpresa (sgradita) nel figlio, il padre dei gemelli, su quella zia che Hugo ritrova e che lo scambia per il nonno di Hugo, il suo proprio padre. Perché c’è anche questa beffa del destino, assomigliare fisicamente ad un nonno che si finisce per disprezzare, essere un suo sosia più giovane.

 

il personaggio vero dietro Willem Adema 

   Il presente è fatto di squarci di memorie felici di Hugo con la fotografa che poi sbandiererà il loro rapporto in una mostra fotografica svilente per Hugo, di incontri tenerissimi con le due persone che finiscono per essere ‘famiglia’ per il protagonista, di mesi di una ripresa furiosa di creazione pittorica mentre lo scrittore scompare nell’ombra: la storia di Willem Adema appartiene al nipote e non a lui, che però, con un effetto meravigliosamente straniante, ce la racconta nel romanzo che stiamo leggendo.

    Ancora un altro doppio mentre ci avviciniamo alla conclusione- Willem il giovane trionfa al varo della gigantesca nave, un futuro sempre più ricco si apre davanti a lui (e a chi importa delle conseguenze ambientali, del cambiamento climatico, tutte ‘chiacchiere di scienziati sovvenzionati’); Hugo allestisce una mostra di quadri rivelatori, con un percorso punteggiato da brani presi dal diario del vecchio Adema che i visitatori ascolteranno nelle cuffie- la verità deve venire alla luce. “Tutto brucia a causa del fuoco della brama…Lìberati vedendo la brama in ogni cosa…La risposta al dominio del fuoco è l’assenza di fuoco. L’estinzione. Il nirvana.”

     Un libro bellissimo. Da leggere.  


martedì 14 ottobre 2025

Henning Mankell, “Il folle” ed. 2025

                                                            vento del Nord      

    noir

Henning Mankell, “Il folle”

Ed. Marsilio, trad A. Borini, pagg.469, Euro 21,00

 

    E’ un’emozione, ritrovare il nome di Mankell, il mitico Mankell, sulla copertina di un suo libro mai pubblicato in traduzione. Perché “Il folle” è stato scritto e pubblicato nel 1977, quando Mankell aveva ventinove anni. E Mankell ventinovenne- ce ne accorgiamo subito- era già MANKELL. “Il folle” è un romanzo potente, impegnato, neramente realista, infinitamente triste, della tristezza dello scoraggiamento.

    Bertil Kras arriva da Stoccolma nel Norrland nel 1947, e questa è la sua storia, o meglio, la sua e di quelli che, nell’arco di cinque anni, ‘lo hanno fatto a pezzi e annientato’. Perché? Perché era un estraneo, perché era comunista, perché era il perfetto capro espiatorio.

1947, solo due anni dopo la fine della guerra. Bertil non lo sapeva e la gente, poi, preferisce dimenticare e rimuovere un passato ingombrante, ma cinque anni prima alcuni di quel paese- guarda caso, quelli che se la prenderanno con Bertil- avevano mandato in regalo, e con gli auguri per un futuro di successo, dei palchi di renna all’ambasciata tedesca.


Bertil non lo sapeva, ma, nel 1940, il commissario di polizia tuttora in carica aveva ricevuto dal comando militare l’ordine di arrestare  alcune persone, tutti comunisti, e rinchiuderli in un campo di prigionia di cui era stata distrutta ogni traccia alla fine della guerra. Adesso però gli ex deportati pensano sia arrivato il momento di parlare- è come una scossa di terremoto per chi era coinvolto.

    Il paese è piccolo, le voci corrono veloci, si deve pure addossare a qualcuno la colpa di rimestare nel torbido. Succede poi che la segheria in cui Bertil ha trovato lavoro viene distrutta da un incendio. Doloso. Qualcuno ha visto Bertil camminare nel gelo, quella notte- certo, gli si era rotta la piccola automobile con cui tornava dalla pesca, ma ciò non toglie che è facile additarlo come ‘il piromane’. Ci sarà qualcuno che vorrà fargliela pagare di persona, e in maniera vigliacca, colpendolo alle spalle o in un’occasione quando Bertil pensava di essere tra amici, eppure nessuna indagine verrà fatta.


    Un commissario di polizia inefficiente e pavido, dei ‘compagni’ che temono di esporsi, la donna che ama e da cui è riamato che non sopporta più la tensione e teme che la sua bambina (Bertil la ama come fosse sua figlia) possa in futuro risentire dell’atmosfera di sospetto che circonda Bertil, tutti lo abbandonano. Bertil resta solo, e come può reagire un uomo se non compiendo un gesto distruttivo da folle?

     Gli anni ’50. Terribili quegli anni ’50, ovunque. Per l’oscurantismo, la paranoia, l’accanimento con cui ci si perseguiva il pericolo rosso. Avevamo in mente la ‘caccia alle streghe’ del senatore McCarthy in America, ma Mankell, con la sua apertura mentale, la sua empatia, la sua sensibilità al tema politico e sociale, accende il riflettore sulla Svezia che tanto si è fatta vanto della sua neutralità. E ci colpisce quanto sia attuale il suo romanzo, o forse ci rattrista constatare quanto niente sia cambiato nonostante i cambiamenti del mondo. Ci può essere qualcosa di più sconfortante della riflessione del commissario di polizia quando lucidamente si rende conto che il suo compito non è quello di proteggere i cittadini, anzi, lui deve fare il cane da guardia, sorvegliare che i cittadini non aprano il recinto, non si spingano dove si esercitano la giustizia e il potere. E anche quella di Bertil è saggezza nella follia come nella tragedia scespiriana.


     Sullo sfondo il paesaggio della Svezia del Nord con temperature che arrivano a 24 sotto zero- un gelo che diventa metaforico, simbolo dell’animo imprigionato nel ghiaccio, così come l’incendio distruttore è un inutile tentativo di fare luce sui segreti del passato.

    Mai perdersi un romanzo di Henning Mankell.



sabato 12 luglio 2025

Katrine Engberg, “Il tempo della fine” ed. 2025

                                                                          vento del Nord

     cento sfumature di giallo

Katrine Engberg, “Il tempo della fine”

Ed. Marsilio, trad. Claudia Valeria Letizia, pagg. 422, Euro 20,00

 

  È febbraio quando un giovane uomo si uccide gettandosi sotto un treno in corsa. Si chiamava Daniel Leon.

  La trama incomincia a scorrere a settembre, a Copenhagen. Liv Jensen ha lasciato il suo impiego in polizia e adesso lavora come investigatrice privata- risolvere misteri è la sua passione. Ed è proprio il suo ex capo della Squadra Omicidi che le chiede aiuto per risolvere un caso vecchio di tre anni prima quando un noto giornalista è stato ucciso nella sua casa. Era cresciuto nel Nord della Danimarca dove viveva ancora suo fratello, un allevatore di maiali. La loro famiglia abitava in una grande fattoria che il giornalista avrebbe voluto trasformare in un museo, contro il parere del fratello. L’aveva spuntata il fratello, la fattoria era stata venduta ed era stata trasformata in una distilleria di whisky.

   Anche Liv abitava nel Nord e, tornando a Copenhagen, ha trovato un miniappartamento in affitto presso la famiglia Leon, sì proprio i Leon di quel Daniel che è morto lasciando un padre malato e anziano e una sorella gemella. Daniel era stato accusato di aver ucciso la moglie che lo aveva lasciato e, prima del suo suicidio, era stato per anni ricoverato in una struttura per malati mentali.


     Un altro personaggio ancora deve essere introdotto, un rifugiato iraniano che ha un’autofficina nel cortile della casa dei Leon. È un uomo con un certo fascino che vive in un barcone ed è specializzato nella riparazione di auto d’epoca. Quando viene trovata morta una donna che gli ha portato a revisionare la sua Mini 1000, è lui il primo ad essere sospettato, perché è l’ultima persona ad averla vista viva e perché anni prima aveva avuto una relazione con lei. È un uomo che ha sofferto molto, che ha ricordi della fuga tra le montagne, che sa benissimo come vengano torturati i prigionieri nelle carceri dell’Ayatollah- come è stato torturato suo padre-, c’è un filo invisibile che lo collega alla sorte dei nonni di Hannah e Daniel Leon che viene raccontata in intermezzi ambientati nel 1943, in piena guerra mondiale.

    Leon- un cognome che dovrebbe anticiparvi almeno una parte della loro storia. È una storia di particolare interesse perché rivela dei segreti di una Storia più ampia. Nell’algida Danimarca, che pensavamo fosse neutrale durante la guerra, c’erano dei bunker tedeschi costruiti lungo la sua costa settentrionale, così come c’erano navi tedesche che intercettavano le imbarcazioni degli ebrei che avevano investito i loro risparmi per pagarsi la fuga verso le coste della Svezia, verso la libertà.


Ma come il filone di questa storia di famiglia si intrecci con quelle del nostro tempo, con la scia di omicidi che in apparenza sono scollegati tra di loro, è una sorpresa intrigante che getta un'ombra oscura su persone e istituzioni.

    “Il tempo della fine” è il primo di una serie di libri che hanno Liz Jensen per protagonista e aspettiamo quelli seguenti per mettere a fuoco una investigatrice di cui sappiamo poco, di cui solo alcuni tratti vengono accennati e molti sono accennati. Piccola di statura, individualista, una compagna con cui ha un rapporto forse in crisi, un piccolo segreto sul perché abbia lasciato il corpo di polizia. Vorremmo conoscerla meglio, almeno come conosciamo il paesaggio del nord della Danimarca, brullo e spazzato dal vento, sotto un cielo basso e infinito.

    Parlando del suo libro la scrittrice ha detto che è in parte la storia della sua famiglia quella che ha raccontato nel romanzo. L’idea le è venuta quando sua madre le ha consegnato un rapporto della polizia svedese, datato 6 ottobre 1942, su una coppia di ebrei che avevano attraversato lo stretto di Øresund nascosti su di un peschereccio. Erano i suoi nonni in fuga dal nazismo e la nonna era incinta di suo padre.


 

   

 

 

    

lunedì 23 giugno 2025

Aslak Nore, “Gli eredi dell’Artico” ed. 2025

                                                                    vento del Nord

    cento sfumature di giallo

Aslak Nore, “Gli eredi dell’Artico”

Ed. Marsilio, trad. Giovanna Paterniti, pagg. 471, Euro 20,00

 

      L’esergo sono parole di Kim Philby, il famoso agente segreto britannico che prese la cittadinanza sovietica nel 1963: To betray you must first belong.

     Nel prologo, a Longyearbyen nelle Svalbard, una scena mozzafiato: una motoslitta arriva a gran velocità nei pressi della casa del Governatore, l’uomo che era in sella al veicolo cade pesantemente a terra. Fa in tempo a dire poche parole al governatore che si trovava lì: non doveva essere toccato, aveva bisogno di cure di emergenza, era stato avvelenato, si chiamava Zemljakov, Colonnello Vasilij Zemljakov. Aveva fatto poi il nome dei Falck, la famiglia di armatori che erano a capo della fondazione Saga con cui sovrintendevano alla conservazione degli archivi storici della Norvegia, e aveva aggiunto che loro, i Russi, avevano una talpa dentro la Saga, uno della famiglia.


    “Gli eredi dell’Artico”, secondo romanzo della serie iniziata con “Il cimitero del mare”, si annuncia dunque come un libro di spionaggio, oltre ad essere una saga famigliare, un’intrigante analisi politica nello scenario affascinante dell’estremo Nord, un tempo zona di scarso interesse ed ora di enormi possibilità con il cambiamento climatico in atto. Lo scioglimento dei possenti ghiacciai dell’Artico potrebbe garantire un passaggio a Nord che accorcerebbe di gran lunga il tempo di navigazione per gli scambi commerciali con l’Oriente.

    Le isole Svalbard, tra i 74° e gli 81° di latitudine Nord, a metà strada tra Groenlandia e Russia, sono un’area non incorporata della Norvegia, ma, per il trattato del 1920 che ne regola lo stato giuridico, gli altri 14 stati firmatari hanno il diritto di svolgere attività economiche e scientifiche nell’arcipelago, senza discriminazioni. E una Falck del ramo di Bergen della famiglia, Connie Knarvik (aveva cambiato il cognome negli anni ‘comunisti’ della sua giovinezza), possedeva delle terre con una miniera nelle isole- era quella Adventdalen che sarebbe diventata il pomo della discordia, ambita dai russi ma soprattutto da Alexandra Falck che offriva delle azioni della Saga per comprarsi il sostegno di Connie alla nomina di Presidente.


    La trama del romanzo è fitta di personaggi, di avvenimenti e di intrighi e il quadro è ampio, spazia dalle Svalbard alla Russia, alla Norvegia e al Medio Oriente. Sullo sfondo il naufragio del traghetto della Hurtigruten che era affondato nel 1940 causando la morte di 300 persone che erano a bordo, tra di loro anche Thor Falck. È difficile che delle verità che restano misteri per anni vengano del tutto alla luce. Nel caso della famiglia Falck ci sono ancora molte ombre, molti segreti, molti punti dubbi che suscitano contese e rivalità. Quando il testamento di Vera, vedova di Thor Falck, fa perdere alla nipote Alexandra non solo la nomina di Presidente della Saga ma anche l’avita dimora di Oslo in cui è cresciuta, si riaccendono gli odi e riprendono le lotte tra i due rami della famiglia.


    Il romanzo di Aslak Nore è, però, ben altro che una vivace e interessante storia di famiglia. C’è una quadrupla corrente di suspense che segue dei filoni con molteplici implicazioni, alcune delle quali di grande attualità politica- chi sarà eletto, in definitiva, Presidente della Saga? Chi acquisterà la Adventdalen da Connie Falck? Chi è la talpa russa tra i Falck? È vera o falsa l’accusa di far parte della CIA fatta a Hans Falck preso prigioniero dai russi? E infine, la vera grande sorpresa del libro è l’identità di John Berg, il giornalista che aveva avuto un ruolo importante nel libro precedente. Come già era successo quando avevamo terminato di leggere “Il cimitero del mare”, l’ultima pagina de “Gli eredi dell’Artico” ci fa desiderare di leggere il seguito al più presto.

   Se cercate un thriller diverso dal solito e niente affatto banale, questa è la lettura per voi.



martedì 22 aprile 2025

Lisa Ridzén, “Quando le gru volano a sud” ed. 2025

                                                                       vento del Nord



Lisa Ridzén, “Quando le gru volano a sud”

Ed. Neri Pozza, trad. Laura Cangemi, pagg.336, Euro 19,00

 

     È uno spettacolo grandioso, quando le gru volano alte nel cielo, con le ali spiegate, nei loro flussi migratori- verso Nord all’inizio dell’estate per tornare a Sud quando le foglie ingialliscono. Annunciano l’autunno, la morte o il sonno della natura.

    Da giugno ad ottobre, sono i mesi in cui seguiamo la vita e i pensieri di Bo, ottantanove anni, nel Nord della Svezia. È un racconto in prima persona, spezzato da brevi interventi, come appunti, pro-memoria lasciati per altri e scritti dalle varie persone dell’assistenza sociale che si occupano di lui o dal figlio.

   Bo, la moglie Fredrika, il figlio Hans, la nipote Ellinor, Ingrid, la sua preferita tra le assistenti (c’è anche ‘l’arpia’ che Bo non gradisce affatto), l’amico Ture e il cane da caccia Sixten sono i personaggi del romanzo.


Soprattutto il cane, perché ha un ruolo importantissimo nella vita di Bo, è la sua unica compagnia, su di lui Bo ha riversato l’amore che aveva per la moglie. Fredrika è ricoverata in una casa di cura e neppure lo riconosce più- andarla a trovare è una sofferenza. Bo ha conservato un suo scialle, lo ha chiuso in un barattolo perché mantenga il profumo di lei e ogni tanto svita il coperchio (anzi, se lo fa svitare perché le sue dita artrosiche non ci riescono più) e annusa e gli pare che lei sia ancora lì, vicino a lui. Ci sarà una scena finale in cui Ingrid gli mette vicino al collo e al viso lo scialle di Fredrika ed è una scena di una dolcezza infinita.

   Quanto è difficile la vita quando si diventa anziani. Non si è più indipendenti, si deve obbedire, non si può neppure decidere da soli quando si vuol fare una doccia. C’è il problema del cane, ad esempio. Il figlio Hans pensa che Sixten debba essere affidato ad una famiglia che gli faccia fare quello che Bo non riesce più a fargli fare, lunghe passeggiate, corse nel bosco. Bo insiste che per lui non è un problema, ma un giorno succede quello di cui Hans aveva paura- Bo cade mentre segue Sixten tra gli alberi e non riesce a rialzarsi. Tutto finisce bene, ma perfino la nipote Ellinor- quanto la ama, Bo- è d’accordo con il padre.


    Ricordi, ricordi, una valanga di ricordi. L’infanzia di Bo con un padre (sempre nominato come ‘il vecchio’) severo e anaffettivo, il lavoro nella segheria, l’amore per Fredrika (come era stato possibile che lei, così bella, ricambiasse il suo amore?), il figlio che, a differenza di lui, aveva studiato (come ha fatto Hans a diventare vecchio anche lui?), la gioia di avere una nipote, l’amico Ture, l’unico amico che gli sia rimasto. Giravano voci su Ture, sul fatto che non fosse sposato. Perfino Fredrika gli era ostile. A Bo non importava quello che dicevano, adesso che sono vecchi la telefonata quotidiana con lui è un punto fermo della sua giornata. E, quando Bo incontra lo sconosciuto ‘amico’ di Ture, soffre di non averne mai saputo niente, di non aver goduto della piena fiducia dell’amico. Non si dovrebbe mai lasciare niente di non detto, perché poi può essere troppo tardi. Si cresce sempre, si impara sempre, anche quando si è vecchi. Bo soffoca il rancore che aveva per il figlio che aveva finito per portare via il cane, Bo che aveva rifiutato di rispondere alle telefonate di Hans così come aveva rifiutato il cibo per manifestare il dolore per quella privazione, ormai prossimo alla morte bisbiglia al figlio che gli vuol bene, che è orgoglioso di lui. Se ne va con l’autunno, Bo, insieme alle gru che volano verso Sud.


    Un libro bellissimo, toccante, dolcissimo, profondo perché è un’ultima meditazione su tutto quello che importa nella vita- il rapporto con i genitori, con i figli, con la moglie, con gli amici ( e tra gli amici mettiamo anche il cane). È un ripensamento su quello che si è fatto e su quello che si poteva fare meglio, è un’accettazione della vecchiaia pur con tutte le sue frustrazioni. È un concentrato di vita nel tempo prima di abbandonarla.

Assolutamente da leggere.



mercoledì 12 febbraio 2025

Petra Rautiainen, “Terra di neve e di cenere” ed. 2025

                                                                 vento del Nord

   seconda guerra mondiale

 Petra Rautiainen, “Terra di neve e di cenere”

Ed. Marsilio, trad. Sarina Reina, pagg. 304, Euro 18,05

     È il 1947 quando Inkeri arriva in Lapponia, nel Nord della Finlandia. È una giornalista fotografa, deve fare un reportage per un giornale documentando la ricostruzione che è seguita alla fine della guerra. In realtà il suo scopo è un altro- l’ultima traccia di suo marito è in una lista della Croce Rossa che ne documenta la sua presenza a Enontekiö (Inari in lingua sami) in un campo di prigionia. Inkeri ha comprato una casa da un vecchio lappone e si trova a dover convivere con un precedente inquilino, Olavi, che ha la passione per la botanica- si prende cura delle piante

più che delle persone. Sia Olavi sia il vecchio erano lì durante la guerra, si avverte che sanno tante cose di cui però non vogliono parlare. Forse Inkeri riuscirà ad apprendere di più dalla bimba che è la nipote del vecchio sami e che resta affascinata dalla sua macchina fotografica- le chiederà di insegnarle come si usa.


     Il romanzo della scrittrice finlandese Petra Rautiainen scorre su due piani temporali. La narrazione del dopo-guerra è di un narratore esterno, in terza persona, quella del 1944, nel cuore della guerra che sta per finire, è invece con la voce di un interprete che è stato inviato al campo di prigionia e che scrive un diario. Si è salvato dall’incendio finale del campo, questo diario, e saranno queste pagine a rivelare molte cose, a scoperchiare qualcosa che doveva restare segreto perché troppo orribile per essere rivelato. Tanto orribile che anche dalle pagine del diario non traspare molto. Anche noi, proprio come il giovane Väinö Remes che scrive, ci sforziamo di capire gli indizi di quello che è nascosto, lo scopo di quei cadaveri che vengono portati via, a Helsinki, quale sia il vero compito della bella infermiera le cui attenzioni sono contese da più di uno, che cosa ci sia dietro alle deliranti esaltazioni della Grande Finlandia. Quello che invece appare chiaro da queste pagine è la durezza della vita nel campo- la crudeltà dei sorveglianti tedeschi, la mancanza di igiene, la fame, le malattie, il freddo che è per i tedeschi un’arma in più da sfruttare nelle punizioni che finiscono inevitabilmente con la morte per ipotermia.


     Non è solo la narrazione del passato che è agghiacciante, lo è anche quella del presente del 1947, quando degli uomini vestiti di nero arrivano,  vanno nella scuola e, in un’aula, fanno spogliare i bambini e ne prendono le misure proseguendo le scellerate ricerche pseudoscientifiche dei nazisti sulla razza tese a dimostrare l’inferiorità dell’etnia sami.

Inkari riuscirà a dipanare la matassa e a scoprire che ne è stato del marito- forse era meglio continuare a non sapere niente.

     C’è un dettaglio interessante nella trama- Inkari ha vissuto con il marito in Africa, ha con sé un batuffolo di pelo di una leonessa bianca che evoca l’immagine di un animale regale quanto le maestose renne e, quando racconta dei kikuyu del Kenya, noi non possiamo fare a meno di pensare a come sarebbero stati trattati, se la Germania nazista fosse arrivata in Kenya. L’Africa che appare spesso nei ricordi di Inkari è un contrasto stridente con il paesaggio di neve e di ghiaccio della Lapponia, laggiù,di notte, un cielo trapunto di stelle, qui le meravigliose luci strane dell’aurora boreale, qui la cenere sulla neve- la cenere del campo distrutto che diventa il simbolo per un passato coperto di cenere, la cenere dei morti, la cenere di un grande fuoco che ha inghiottito milioni di persone.

     Un libro interessantissimo per quello che ci rivela.