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martedì 2 giugno 2026

Elena Rui, “Vedove di Camus” ed. 2026

                                                        Casa Nostra. Qui Italia

                                             biografia romanzata

Elena Rui, “Vedove di Camus”

Ed. L’Orma, pagg. 165, Euro 18,00

 

  La moglie: Francine Faure.

  L’Unica: Maria Casarès.

  L’amante n.1: Catherine Sellers.

  L’amante n.2: Mette Ivers.

Sono loro le vedove di Camus, il grande scrittore francese nato nel 1913 in Algeria in una famiglia di pieds noirs (i coloni francesi stanziati nelle colonie francesi del Nord Africa), vincitore del premio Nobel nel 1957. Sono loro le quattro donne che apprendono affrante la notizia della sua morte in un incidente automobilistico- quando si dice ‘il destino’: Camus sarebbe dovuto tornare a Parigi in treno dalla sua casa in Provenza, non avrebbe dovuto trovarsi sulla Facel Vega del suo editore Gallimard. L’auto si schiantò contro un platano, Albert Camus morì sul colpo il 4 gennaio 1960, Gallimard morì in ospedale pochi giorni dopo, la moglie e la figlia si salvarono.

con la moglie

   Elena Rui, in quattro lunghi capitoli dedicati ad ognuna di loro, esplora il dolore delle quattro donne- ne esce non solo il loro ritratto con la storia della loro vita e del loro incontro con Albert, ma anche quello di Camus, Camus come uomo, come scrittore, come marito, come amante. Tutte lo amavano disperatamente, ma Camus non era lo stesso con ognuna di loro. È come se ricostruissero un puzzle, aggiungendo tessera su tessera fino a formare il quadro completo, ricco di sfumature. Era un uomo carismatico, affascinante, con grandi riserve di amore che distribuiva in maniera diversa alle sue quattro donne. Sullo sfondo si dipana la storia della Francia, l’occupazione nazista, la guerra d’Algeria. E poi quel Nobel inaspettato, il blocco dello scrittore, l’ultimo libro non finito di cui Camus portava il manoscritto nella valigetta che venne poi consegnata alla moglie. Lei non volle mai darlo alle stampe, lo avrebbe fatto la figlia molti anni più tardi.

Maria Casarès

   La moglie (seconda moglie peraltro) Francine lo aveva conosciuto in Algeria. Lei era un matematico, amava suonare il piano. Durante la guerra erano stati separati per due anni, poi erano nati i due gemelli- la paternità aveva legato maggiormente Albert alla moglie? Forse nei primi tempi, poi non era bastata per tenerlo lontano da Maria, suo grande amore, l’Unica.

    L’Unica era spagnola, fuggita in Francia dalla dittatura di Franco. Sguardo magnetico, diventerà una grande attrice di cinema e teatro. A lei Camus scrisse più di 800 lettere. Bellissime, non potevano essere altrimenti.

   Anche Catherine Sellers era un’attrice. Tra le donne di Camus lei era la più gelosa, a volte lo infastidiva facendogli la posta fuori dalla porta dell’appartamento in cui lo scrittore viveva da solo.

Catherine Sellers

   Mette Ivers era la più giovane (aveva vent’anni meno di Camus), la più bionda (era di origine danese), quella che lo conobbe per meno tempo- era stata la sua amante per solo due anni prima che lui incontrasse la sua morte. Ed era una pittrice.

    C’è qualcosa che unisce queste quattro donne che amano tutte lo stesso uomo. Non sono donne comuni, ognuna di loro brilla in un campo diverso, Francine ha, sulle altre, il vantaggio di essere la madre dei suoi figli (che cosa ci fosse dietro una sua caduta da un terrazzo non fu mai approfondito), Mette ha la giovinezza, Maria…be’, forse ha un suo magnetismo che la rende Unica se riuscì a tenerlo legato (dopo 4 anni di separazione) fino alla fine. Le unisce, poi, la consapevolezza di amare un uomo fuori dall’ordinario che doveva essere lasciato libero per tenerlo legato. Perché sapevano l’una dell’altra, a volte facevano anche vacanze insieme.

Mette Ivers

  Il romanzo di Elena Rui poggia su un perfetto equilibrio armonizzando diverse componenti- la personalità delle ‘quattro vedove’ che convergono verso il ‘punto luce’ che illumina lui, Albert Camus. Eppure, senza spreco di parole, terminiamo la lettura e ci sembra di conoscere loro altrettanto bene quanto lui. E di certo siamo invogliate a leggere o rileggere i libri di Albert Camus.



   

   

  

martedì 14 aprile 2026

Steffen Kopetzky, “Sacrificio di regina” ed. 2026

                                                Voci da mondi diversi. Germania

romanzo storico

biografia romanzata

spy story

Steffen Kopetzky, “Sacrificio di regina”

Ed. Settecolori, trad. Monica Pesetti, pagg. 456, Euro 26,00

    “Sacrificio di regina”- che cosa significa? Che cosa nasconde questa denominazione che appare in un fascicolo di vecchi incartamenti? Si allude forse a un qualche attentato ai danni della corona inglese? Oppure ad una mossa di scacchi?

   Ritornerà spesso, nel libro di Steffen Kopetzky, il motivo del gioco di scacchi, sia con significato metaforico sia in una vera e propria partita giocata da Larisa Rejsner (partita memorabile dopo la quale a Larisa era stato regalato il pezzo della regina bianca, intagliato a mano, lo stesso pezzo che era stato fatto scivolare nella sua bara, come un omaggio finale). Così come ritornerà- un leit motiv- la frase trovata nello stesso manoscritto, Quando i continenti si risvegliano, gli imperi insulari vengono distrutti. E il concetto è chiaro: Asia ed Europa contro l’Inghilterra. Nel carteggio che un operaio mette nelle mani di Larisa, a Kabul nel 1922, l’ufficiale tedesco Oskar von Niedermayer pianificava di colpire l’impero britannico in India, partendo dall’Afghanistan- era il proseguimento del Grande Gioco fra Oriente e Occidente di cui abbiamo letto nel libro di Peter Hopkirk.


    Larisa Rejsner, che ora si propone di rintracciare Niedermayer e di farlo incontrare con il generale Michail Tuchačevskij (il Napoleone rosso della rivoluzione bolscevica) per attuare un’alleanza tra Mosca e Berlino, è la protagonista del libro di Kopetzky, non biografia, non ‘fiction’, piuttosto  romanzo storico, spy story, romanzo di grandi ideali e grandi speranze di cambiare il corso del mondo. E’ una protagonista che è anche un’eroina con tutte le doti che attribuiamo a questa figura- molto bella, affascinante, coraggiosa, colta, intelligente, indomita, ambiziosa.

    Era una donna eccezionale. Figlia di un professore di diritto e di un’aristocratica russa, si diplomò con la medaglia d’oro. Fu scrittrice, fondò insieme al padre una rivista che pubblicava articoli contro la guerra, fece parte della V Armata Rossa, fu nominata commissaria di Stato Maggiore della flotta del Volga, sposò il comandante della flotta del Volga e, quando questi fu nominato ambasciatore a Kabul, lo seguì in Afghanistan.

    “Sacrificio di Regina” è frutto di accurate ricerche, ma la narrazione non segue affatto un andamento cronologico. È come un puzzle in cui le varie tessere ricostruiscono la figura di questa donna straordinaria. E in ogni tessera persone diverse contribuiscono a narrarci un pezzo della sua storia. Appaiono così, accanto a lei, letterati (da Blok alla Achmatova, a Mandelštam, a Pašternak che avrebbe dato il suo nome all’indimenticabile Lara del “Dottor Živago” e avrebbe scritto la poesia da essere letta al suo funerale), uomini politici come Trockij e Ho Chi Minh, membri della sua famiglia (il marito che avrebbe preso il nome di Raskolnikov, come il personaggio di Delitto e Castigo, il fratello, la cugina che le assomigliava in maniera tale da potersi fare passare per lei), il rivoluzionario Radek che era il suo nuovo amore.

Radek

Il collante di queste tessere che aggiungono, ognuna, qualcosa alla figura di lei pur nel disordine temporale, la tessera centrale verso cui tutte convergono, è il funerale di Larisa, morta il 9 febbraio 1926 per tifo. Che noi stiamo per leggere una sorta di elogio funebre di Larisa Rejsner lo sappiamo subito, fin dal secondo capitolo intitolato “I becchini- Mosca, cimitero di Vagan’kovo, febbraio 1926”. Larisa, quindi, si muoverà su queste pagine, riprendendo nelle sue mani quel Grande Gioco (così chiamato da Kipling) nella speranza di porre fine alla supremazia colonialista britannica, entrando e uscendo da una realtà temporale in cui agisce ed è viva e un’altra in cui è diventata memoria. Sei stata tempesta di grazia- dicono i versi a lei dedicati da Pasternak- fuoco che vive…Vaga, allora, eroina, nei recessi della leggenda.
Oskar von Niedermayer

    L’ultima tessera del puzzle viene posta dal figlio di Larisa, il bambino che era cresciuto con la cugina-sosia di Larisa. Si trova a Berlino, nel 1948. Ha combattuto nell’esercito americano, è entrato, in borghese, nel settore sovietico e ha appena visto una rappresentazione propagandistica in cui, tra i marinai su una nave da guerra, appariva sua madre- lei sullo schermo, lui nel pubblico. Scrive un commento su Stalin e termina con le parole, ‘Vincerà la libertà!’: la fiaccola è passata a lui.



 

 

 

 

lunedì 9 marzo 2026

Ariel Lawhon, “L’inverno della levatrice” ed. 2026

                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

biografia romanzata

Ariel Lawhon, “L’inverno della levatrice”

Ed. e/o. trad. Massimo Ortelio, pagg. 496, Euro 20,90

 

      Lei, Martha Ballard, protagonista e voce narrante del libro di Ariel Lawhon, è veramente esistita. Nata a Oxford, provincia del Massachussets nel 1735 e morta nel 1812, faceva la levatrice, aiutò 816 bambini a venire al mondo e fu presente alla nascita di più di 1000 di loro. Sappiamo che sposò Ephraim Ballard nel 1754, che insieme ebbero nove figli di cui tre morirono per difterite, e che nel 1777 si trasferirono nella Kennebec Valley, nel Maine. E poi Martha Ballard teneva un diario (cosa straordinaria per una donna della sua condizione per quell’epoca). Non era un diario ‘romantico’, tutt’altro. Scriveva brevi annotazioni, a volte difficili da interpretare, sul tempo atmosferico, sui bambini che erano venuti al mondo e sulle difficoltà più o meno grandi del parto. Registrava anche i giorni di quiete, senza alcuna chiamata- ‘sono rimasta a casa’.  

    Martha Ballard non era soltanto una levatrice. In un’epoca in cui non era permesso alle donne di studiare medicina, Martha sapeva curare con le erbe, molto spesso veniva chiamata al capezzale di un ammalato e aveva accumulato una grande esperienza, tanto che spesso la sua presenza era necessaria anche nei casi di autopsia. Era proprio questa esperienza di prima mano, oltre a un ottimo intuito, che la rendeva straordinaria e spesso più capace di un medico che aveva fatto studi universitari.


     Ariel Lawhon costruisce il suo romanzo su tutte queste informazioni riconoscendo il suo debito anche alla storica Laurel Ulrich che aveva analizzato il diario di Martha Ballard. Tutto vero, quindi, ne “L’inverno della levatrice”, anche se poi, come è usuale, dobbiamo concedere alla scrittrice la facoltà di immaginare, di dare una voce alle persone che sono diventate personaggi del romanzo. In questo caso c’è anche una morte, proprio all’inizio, che colora di giallo il romanzo e che offre la possibilità di esplorare la condizione femminile dell’epoca.

    Hallowell, Maine, 1789. Il fiume Kennebec è ghiacciato. C’è un corpo sotto la lastra di ghiaccio. E’ quello di Joshua Burgess e non c’è nessuno che pianga la sua morte. Quando viene chiamata per esaminare il cadavere, Martha vede il segno di una corda attorno al suo collo- Burgess è stato impiccato e poi gettato nel fiume, anche se nessuna corda è stata ritrovata. Il giovane medico è di diversa opinione, secondo lui l’uomo è morto annegato. La parola di un dottore UOMO contro quella di una levatrice DONNA. Comunque più di una persona aveva motivi per ucciderlo. La moglie del pastore locale aveva accusato lui e il giudice colonnello Norton di averla violentata in assenza del marito. La prova era che era incinta e inoltre Martha aveva registrato sul diario quando la donna, sconvolta, si era confidata con lei.

dal film tratto dal romanzo

Ci sarà un processo e, di nuovo, che cosa vale la parola di una donna contro quella di un uomo? La soluzione dell’assassinio di Burgess arriva del tutto inaspettata e, considerando come agisce la giustizia del vero e proprio tribunale, se un colpevole non viene portato davanti ai giudici e il suo reato rimane impunito, non sembra poi molto grave.

     Questi fatti sono tutti veri e, anche se il passo del libro è a tratti lento, anche se si poteva fare qualche taglio sui tanti parti in cui Martha interviene, anche se il linguaggio e il comportamento della protagonista ci paiono troppo ‘moderni’, il quadro della situazione femminile a fine ‘700 è molto interessante. Veniamo a sapere, per esempio, che era compito della levatrice far dire alla partoriente, se non era sposata, chi fosse il padre del bambino in modo che questi si facesse carico del mantenimento, molti erano i matrimoni riparatori e, quanto ai processi per violenza carnale, quasi sempre le sentenze scagionavano gli uomini (ce ne stupiamo? A distanza di più di due secoli le cose non sono cambiate molto).



venerdì 13 febbraio 2026

Emily Howes, “Le figlie del pittore” ed. 2026

                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

painting fiction
biografia romanzata

Emily Howes, “Le figlie del pittore”

Ed. Neri Pozza, trad. Alessandro Zabini, pagg. 352, Euro 19,95

 

   Diciamo, Thomas Gainsborough, e un flash immediato degli occhi della mente illumina i quadri per cui è famoso- ritratti di gentildonne inglesi dalla carnagione pallida ‘English rose’, vestiti di seta dai colori delicati, parrucche incipriate e gioielli, di famiglie al completo, marito, moglie, bambino e cane, sempre sullo sfondo della dolce campagna inglese o appoggiati ad una maestosa quercia. E poi i quadri che ritraggono due bambine, e sembra che il pennello sia intriso di dolcezza, che l’occhio che si è fissato su di loro le guardi in maniera diversa- c’è amore in quei quadri. Le bambine sembrano coetanee- infatti c’è solo un anno di distanza fra di loro- e si assomigliano molto, sono sempre insieme, si tengono per mano, il braccio di una circonda il collo dell’altra, si vede che sono inseparabili. Sono le due figlie del pittore, Mary (la chiamano Molly) e Margaret, Peggy per tutti, per distinguerla dalla mamma.


    Di Thomas Gainsborough sappiamo tante cose, che era nato nel 1727 a Sudbury nel Suffolk ed era morto a Londra nel 1788, che aveva sposato, appena diciannovenne, Margaret Burr, che dapprima avevano abitato a Ipswich e poi a Bath dove Gainsborough, grazie all’appoggio di Philip Thicknesse, aveva acquistato fama e aveva fatto fortuna perché tutto il bel mondo voleva essere ritratto da lui. Sappiamo anche che era un gaudente, che gli piacevano le donne- nelle pagine del libro di Emily Howes in cui il pittore è gravemente malato, dalle medicine che gli vengono somministrate e dalla descrizione delle sue condizioni capiamo quale sia la sua malattia che spesso non perdona, quasi una punizione per un comportamento troppo libero. Pure delle figlie ci è giunta qualche notizia- la voce che una di loro, Mary, fosse instabile, che comunque aveva sposato un noto oboista e che il matrimonio era finito male, che Peggy era sempre rimasta accanto alla sorella fino alla sua morte, dopo di che Molly era stata internata in una casa di cura per malati mentali.


    Il romanzo di Emily Howes inizia da Ipswich, da due bambine  che amano scorrazzare all’aria aperta, che accompagnano in campagna il padre, che le adora, quando lui va a dipingere paesaggi- sono i quadri che lui preferisce, anche se sono i ritratti quelli che vendono bene e lo fanno guadagnare. Tocca alla scrittrice, alla sua immaginazione, alla facoltà che è propria degli scrittori di riempire gli spazi vuoti, di ricostruire la possibile vita di Molly e di Peggy, basandosi sul poco che si sa. Ed è come se Emily Howes stessa fosse davanti ad una tela in cui le sorelline sono già dipinte, in primo piano, e lei si accingesse a riempire di altri personaggi lo sfondo del quadro. Nasce così la narrativa parallela di Margaret Burr, figlia dell’oste nella cui locanda alloggiano, per un breve periodo, il principe ereditario della nuova dinastia tedesca arrivata sul trono, della conseguente storia di un amore fuggevole che porta alla nascita di un’altra piccola Margaret a cui la madre racconterà la favola della bimba che può fregiarsi di un titolo nobiliare.

E intanto Molly ha comportamenti strani fin da bambina- cammina nel sonno, di tanto in tanto cade in uno stato di torpore ad occhi aperti e vacui oppure grida. Deve essere sorvegliata, Molly, ed è la sorellina minore che si attorciglia una ciocca dei suoi capelli intorno al polso per accorgersi se si alza durante la notte. Da Ipswich a Bath sperando che il cambiamento di stile di vita sia di aiuto a Molly- e lei sembra stare meglio, sembra che le crisi siano più rare. Polly è sempre vigile, quando si innamora è solo per un breve tempo che può illudersi di avere una sua vita lasciando la sorella. E poi, anche Molly si innamora dello stesso uomo…


    Leggere “Le figlie del pittore” significa, prima di tutto, accettare che si deve concedere alla scrittrice il permesso di ‘inventare’, di creare su carta ‘il possibile’, di dare voce a personaggi che questa voce non hanno avuto perché erano comparse minori nella storia di un personaggio maggiore, di fare di loro delle protagoniste di primo piano. Detto questo, possiamo godere di una lettura che dipinge un quadro, quasi riempisse il vuoto del gattino appena abbozzato in braccio a Peggy nel ritratto in cui appare con il viso appoggiato a quello di Molly.



sabato 31 gennaio 2026

Kader Abdolah, “Quello che cerchi sta cercando te” ed. 2025

                             Voci da mondi diversi. Paesi Bassi

    biografia romanzata

Kader Abdolah, “Quello che cerchi sta cercando te”

Ed. Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg. 482, Euro 20,00

 

     So che è un paragone molto, molto azzardato, ma qualcosa nella poesia del poeta persiano Rumi mi ha fatto pensare al nostro Dante, a Guido Cavalcanti, alla poesia del Dolce Stil Novo. Con le debite differenze, prima tra tutte quella dell’oggetto dell’amore che i versi di questi poeti esaltano.

Dante è nato nel 1265, Cavalcanti nel 1255, Rumi nel 1207. Il secolo è quello, come se un soffio di leggerezza fosse passato sul Mediterraneo, come se l’amore fosse quello di cui tutti più avevano bisogno. Esule Dante, esule Rumi, esule Kader Abdolah, nato in Iran, perseguitato dal regime dello Shah prima e da quello di Khomeini dopo, rifugiato politico nei Paesi Bassi dal 1988. Kader Abdolah dice di essere cresciuto con la poesia di Rumi, finché ha sentito l’urgenza di sapere di più su uno dei massimi poeti e pensatori di Oriente.


    La vita di Dante, i disagi e la sofferenza dell’esilio, sono ben poca cosa in paragone alla vita girovaga di Rumi, nato a Balkh, oggi in Afghanistan ma allora in Persia. A dodici anni Rumi dovette lasciare la città natale- erano tempi turbolenti, gli eserciti Moghul di Gengis Khan avanzavano, distruggendo tutto quello che incontravano. Il padre di Rumi, Bahaoddin, studioso e teologo, si mise in marcia con tutta la famiglia e dopo anni di girovagare, si stabilì a Konya, oggi in Turchia. Anche Rumi, come suo padre, dedicò la sua vita allo studio, si sposò ed ebbe dei figli. E tuttavia avvertiva la mancanza di una guida spirituale. Quando Shams di Tabriz apparve sulla scena, fu un riconoscimento, dobbiamo proprio dire ‘un colpo di fulmine’. Shams era una persona enigmatica, un mistico sulla sessantina in cerca di un confidente spirituale. Lo trovò in Rumi e Rumi in lui trovò non solo la certezza di un diretto collegamento con la divinità ma anche la Bellezza e l’Amore.

    Fu di certo amore, anche se, nella sua ricostruzione biografica, Kader non lo dice apertamente, ma in quella stanza chiusa ci fu l’amore ‘che non osa dire il suo nome’, un grande scandalo all’epoca come, forse, sarebbe anche ora. O farebbe almeno grande scalpore, come ne fece allora.

Gengis Khan

   La biografia di Rumi, che prosegue con l’allontanarsi di Shams, le suppliche di Rumi perché il suo amato ritorni, il coinvolgimento del figlio maggiore di Rumi perché lo vada a cercare, la morte di Shams (fu assassinato?), si conclude con la traduzione di una novantina di sue poesie e di molti suoi racconti. Le poesie di Rumi sono un piacere squisito, sono estremamente musicali, sono ‘leggiadre’, parlano d’amore e poco importa quale sia l’oggetto di questo amore, è l’amore che tutti vorremmo vivere,

“Mio amato! Non dire più che io sono io./ Io non sono io./ No!

Non può essere/ che tu sia tu e io sia io/ Io non sono io/ No!

il testo in persiano sul mio libro di poesie di Rumi comprato a Teheran

Sono versi che mi fanno pensare al romanzo di André Aciman, “Chiamami col tuo nome”, così come,

Amato mio!/ Per quanto tempo ancora/ vuoi restare lontano in terra straniera?/ Per quanto ancora questo dolore?/ Per quanto questa separazione? Torna!

ricordano dei versi di Neruda, perché la poesia travalica il tempo e rende eterno un sentimento. E se, a otto secoli di distanza, i versi del poeta persiano parlano ancora a noi, uomini e donne del XXI secolo, vuol dire che quello è un grande poeta. E siamo grati allo scrittore persiano, errante come il ‘suo’ poeta, che ci ha fatto risentire la sua voce.



lunedì 15 settembre 2025

Simona Baldelli, “Alfonsina e la strada” ed. 2021

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia

           biografia romanzata

Simona Baldelli, “Alfonsina e la strada”

Ed. Sellerio, pagg. 320, Euro 16,15

 

   Alfonsina Strada, Alfonsina e la strada. Era il cognome del marito, ma nomen omen, quanto le si addiceva quel cognome che parlava di strade su cui lei correva sulle due ruote della bicicletta, di una strada che si allungava davanti a lei fino ad un orizzonte che travalicava quello delle pareti domestiche, che lasciava intravvedere una fuga da Fossamarcia dove era cresciuta in una famiglia ricca solo di figli, che segnava un percorso che altre donne avrebbero potuto seguire. Perché Alfonsina era, per molti versi, in anticipo sui suoi tempi- era nata nel 1891, l’800 non era un secolo che correva veloce, i cambiamenti avevano il passo lento, figurarsi come poteva venire accolta una donna in pantaloncini e capelli corti sul sellino di una bicicletta. Con insulti, per lo più, con parole offensive di cui la più gentile era ‘matta’.


    La bicicletta era arrivata per caso nella famiglia di Alfonsina. Era stato un regalo perché era poco più di un rottame, ma il padre si illudeva di trovare lavoro più facilmente potendo spostarsi con la bicicletta. Per Alfonsina, poco più che bambina, era stato amore a prima vista. Per lei, nonostante la giovane età, rappresentava la libertà e, per quella strana alchimia che porta un artista a maneggiare istintivamente i pennelli o uno strumento musicale, Alfonsina si dimostrò subito capace di riparare la vecchia bici come in seguito sarà capace di intervenire personalmente durante le gare (all’epoca si faceva così) per cucire pneumatici e assestare copertoni.

    Era tutta in salita la strada di Alfonsina Strada, doveva strappare il permesso di gareggiare con gli uomini- l’unico che credeva in lei era il marito, un uomo fragile che avrebbe terminato i suoi giorni in un manicomio, che però le aveva sempre ripetuto quanto fosse bella, lei, Alfonsina, sulla bici, che non doveva mai scendere dal sellino. Dapprima ci furono i Giri di Lombardia, poi, nel 1924, il Giro d’Italia. Se poté iscriversi, fu perché corridori famosi come Girardengo non avrebbero partecipato e, se il giro destava poco interesse, gli sponsor non ci avrebbero guadagnato. Alfonsina serviva da attrattiva, era una stranezza, tutti volevano vedere come quella matta se la sarebbe cavata- figurarsi, più di 300 chilometri, su strade non asfaltate, anche in montagna. E invece- 108 gli iscritti, 90 quelli che si presentarono, 30 quelli che portarono a termine la gara. Tra di loro, Alfonsina.


   Alfonsina Strada (mantenne il cognome del primo marito anche dopo che si era risposata) morì nel 1959. Simona Baldelli ricostruisce per noi la sua vita fatta di difficoltà, di incomprensioni, di sacrifici, di vittorie ma anche di sconfitte. Alfonsina è un esempio per tutti- aveva un obiettivo e non si è arresa davanti a nulla per raggiungerlo, aveva un sogno e non si è lasciata sconfiggere dalla realtà. L’immagine di lei in bicicletta, che cade, si ferisce e si rialza e continua la gara, è la metafora migliore per come dovrebbe essere affrontata la vita. L’episodio in cui, dopo aver rotto il manubrio, prosegue e termina la tappa con un bastone su cui stringere le mani per dirigere la bici è esemplare di una volontà caparbia capace di superare gli ostacoli.

E se è un esempio per tutti, lo è maggiormente per le donne che, da sempre, si lasciano più facilmente influenzare da pregiudizi e stereotipi.


sabato 31 maggio 2025

Carla Maria Russo, “Il velo di Lucrezia” ed. 2025

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia

         romanzo storico
       biografia romanzata

Carla Maria Russo, “Il velo di Lucrezia”

Ed. Neri Pozza, pagg. 346, Euro 19,00

     La conosciamo da sempre, la fanciulla ritratta nel quadro Lippina conservato agli Uffizi. Forse non conoscevamo il suo nome, Lucrezia Buti, e neppure che Lippina fosse l’affettuoso nomignolo con cui la chiamava Fra Filippo Lippi, il famoso pittore che era anche- diremmo oggi- il suo compagno, il suo amante, che le aveva dato due figli. Da sempre abbiamo ammirato la purezza di quel volto di Madonna, con il filo di perle che le scende sulla fronte e il velo drappeggiato sulla testa a sostituire la convenzionale aureola. Il bambino Gesù non è sulle ginocchia di questa Madonna, più Mea Domina, più giovane donna assorta nei suoi pensieri che madre divina, ma è sostenuto da due angeli, uno dei quali ci guarda con degli occhi da monello.

     Sembra che abbia gli occhi di miele, è veramente bella, Lucrezia. E, guardando il quadro, indoviniamo anche che chi l’ha dipinta doveva essere innamorato di lei.

Fra Filippo Lippi

Fra Filippo Lippi è il protagonista del nuovo romanzo di Carla Maria Russo, “Il velo di Lucrezia”, insieme a Lucrezia, la monaca sedicenne di cui lui, di trent’anni più grande di lei, si innamorò perdutamente.

    Filippo Lippi nacque a Firenze nel 1406. È tutta la Firenze di quel tempo glorioso per la fioritura delle arti che rivive nelle pagine del romanzo di Carla Maria Russo mentre seguiamo la fanciullezza del protagonista, rimasto orfano giovanissimo e dotato, però, di uno straordinario dono che lo spingeva a disegnare, con un pezzo di carbone, sui muri della sua stanza, in mancanza di carta. Disegnava di tutto, uomini e donne, vecchi e giovani, parti del corpo e animali.

A volte ci sono dei rivolgimenti fortunati in una vita che sembra segnata dalla sfortuna- e Filippo Lippi ebbe parecchi colpi di fortuna che sfruttò al massimo grazie al suo genio. La zia che lo aveva allevato lo affidò ad un convento di carmelitani prima di morire e lì il recalcitrante Filippo incontrò un abate comprensivo che gli lasciò briglia sciolta, in seguito fece conoscenza del già famoso Masaccio che diventò il suo maestro, conquistò perfino le simpatie di Cosimo dei Medici che lo riforniva di denaro.

'Madonna della cintola', il quadro galeotto. Lucrezia è santa Margherita sulla sinistra

     Lucrezia Buti e la sorella Spinetta erano state messe in convento dal fratello per cui erano un peso. E per Lucrezia il convento era una prigione. Fra Filippo Lippi era il cappellano del convento e il ‘galeotto’ fra i due fu il quadro che gli era stato commissionato dalla madre superiora- il pittore scelse Lucrezia come modella per santa Margherita. Il seguito si può indovinare- questa è una storia d’amore con zone d’ombra, la storia di una giovinetta sedotta da un uomo con esperienza che per lei è anche l’unico mezzo di fuga. E, lasciando il convento incinta, non c’era possibilità di ritorno.

    Con “Il velo di Lucrezia” Carla Maria Russo ha abbandonato (non del tutto) le protagoniste femminili dei romanzi storici che abbiamo letto con passione e dimostra la sua versatilità cimentandosi con un personaggio maschile (se non sbaglio soltanto “Il cavaliere del giglio” è il suo unico libro con un uomo- Farinata degli Uberti- nel ruolo di personaggio principale). Filippo Lippi non è un nobile, non è un guerriero, non è un uomo di corte- è un pittore.


E l’attrattiva del romanzo è anche nell’ambiente che circonda il pittore- non solo Masaccio ma anche Beato Angelico, Brunelleschi, i pittori fiamminghi, fanno la loro comparsa in queste pagine. Con Filippo Lippi esaminiamo le loro opere, analizziamo le tecniche diverse, impariamo sul colore e perfino sui pennelli da usare, assistiamo al ‘farsi’ del quadro pennellata dopo pennellata, fino al compimento dell’opera, quando il pittore diventa geloso del suo quadro, è innamorato della donna del ritratto più che di quella in carne ed ossa- è quasi la sindrome di Stendhal.

    Biografia romanzata di un pittore, ritratto di un’epoca, manuale di pittura, storia d’amore- il romanzo di Carla Maria Russo è tutto questo. Ed è anche una esaltazione dell’arte, una riflessione sull’arte che rende immortale il soggetto rappresentato oltre a chi lo ha dipinto. Chi mai ricorderebbe una tal Lucrezia Buti se non fosse lì, nel quadro, con il velo che le incornicia i capelli biondi?




 

giovedì 1 maggio 2025

Mauro Mazza, “Mostruosa mente” ed. 2025

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia

     biografia romanzata
   seconda guerra mondiale

Mauro Mazza, “Mostruosa mente”

Ed. Fazi, pagg. 312, Euro 17,10

     

    Ce lo siamo sempre domandato: come può una madre uccidere a sangue freddo i suoi sei- sei- bambini? Lo ha fatto Magda Goebbels, moglie del ministro della propaganda nazista Joseph Goebbler.

Era il primo maggio 1945, l’Armata Rossa aveva invaso Berlino, chi aveva potuto era fuggito, i ragazzini della Hitler Jugend difendevano le strade della città in macerie con il coraggio dell’incoscienza e della disperazione, il 30 aprile Hitler si era ucciso insieme a Eva Braun (l’aveva sposata il giorno prima). In quel bunker dove ormai vivevano da giorni, Magda aveva dato ai bambini da bere una bevanda con della morfina e poi aveva rotto una fiala di cianuro nella bocca di ognuno di loro. Tranne la più grande, che aveva cercato di opporre resistenza, i piccoli non si erano accorti di nulla, erano passati dolcemente da un sonno all’altro. Come aveva potuto, Magda? Dove aveva trovato la forza? Il libro di Mauro Mazza ci aiuta a capirla.


     Lo scrittore ha scelto la forma di un presunto diario o comunque di una narrazione in prima persona in cui Magda mescola passato e presente, il presente è nel bunker del Führer, costruito 8 metri sottoterra nel giardino della cancelleria. Tra i fedelissimi che si erano rifugiati lì insieme al Führer e a Eva Braun, c’era Goebbels con tutta la sua famiglia.

Magda racconta della sua infanzia, dell’allontanamento dalla madre e del suo desiderio di essere diversa da lei, degli studi nelle scuole religiose, del primo matrimonio e del primo figlio avuto quando lei era giovanissima. Poi la svolta quando Hitler era apparso sulla scena politica, la separazione dal marito con cui era rimasta in ottimi rapporti, il corteggiamento di Joseph Goebbels, un uomo che aveva un certo fascino pur con la sua zoppia e la sua fisionomia spigolosa.

Nello stesso tempo Magda racconta dell’attrattiva che Hitler esercitava su di lei, di come il suo matrimonio con Goebbels fosse stato, in un certo qual modo, un matrimonio con sostituta persona, quasi che, non potendo sposare Hitler che dichiarava apertamente che la sua totale dedizione alla Germania gli impediva di sposarsi, l’unione con il suo ministro fosse la migliore seconda scelta possibile.


    É una donna invasata, quella che parla. Se Hitler vedeva in lei il modello della donna tedesca, lei avrebbe fatto di tutto per adeguarsi, per essere la donna che il Führer vedeva in lei. Il suo aspetto, così prettamente tedesco e ariano, giocava a suo favore, alta, bionda, con gli occhi azzurri- era perfetta. Non bastava. Magda doveva anche diventare LA madre, la procreatrice che doveva dare tanti figli alla Germania. Da qui la delusione per la nascita di due femminucce prima che arrivasse il desiderato maschietto che sarebbe stato seguito da altre tre bambine. Tutti biondi, tutti perfettamente ariani, tutti con un nome che iniziava con H in onore a zio Adolf. Il prezzo da pagare per le numerose gravidanze era stato alto per Magda. La sua salute ne aveva risentito, ma l’orgoglio per essere additata come esempio, l’ammirazione e l’affetto costante di Hitler, il fatto che Eva Braun ricercasse la sua amicizia e la sua complicità, erano una valida ricompensa.

     La voce narrante di Magda è affrettata, quasi ansimante, quasi si sentisse incalzata a ricordare, a raccontare tutto prima dell’arrivo dell’Armata Rossa. La sua è una storia personale e insieme la Storia della Germania, suoi sono i primi dubbi sulla via intrapresa da Hitler, sullo smodato desiderio di conquista e sulla ‘questione ebraica’, come devono esserli stati per tutti, anche per quelli che avevano creduto ciecamente nel Führer. Per accentuare la fretta del racconto la punteggiatura è ridotta al minimo. E poi si arriva allo strazio finale, alla decisione presa di non accettare la proposta della Croce Rossa di portare i bambini in salvo- erano arrivate le voci di quello che i soldati russi facevano alle donne tedesche, vecchie e giovani e bambine, ci si poteva illudere che non avrebbero infierito sulle piccole Goebbels? Poteva esserci un mondo senza Hitler?


    “Mostruosa mente” (bello il gioco di parole del titolo) è una biografia romanzata e, come sempre avviene in questo genere di libri, dobbiamo fare la concessione allo scrittore di immedesimarsi nella sua protagonista e di prestarle anche sue riflessioni o attingere a fonti non certe per la ricostruzione del personaggio- che il legame tra Hitler e Magda sia andato al di là di una amicizia platonica è stato motivo di chiacchiere e pettegolezzi senza che ci sia niente di certo. Il romanzo di Mauro Mazza è interessante, perché accende una luce su un’altra figura femminile (moto discussa peraltro, proprio per quella scelta finale che sa di tragedia greca) che ha avuto risalto nel tragico secolo passato.