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martedì 14 ottobre 2025

Henning Mankell, “Il folle” ed. 2025

                                                            vento del Nord      

    noir

Henning Mankell, “Il folle”

Ed. Marsilio, trad A. Borini, pagg.469, Euro 21,00

 

    E’ un’emozione, ritrovare il nome di Mankell, il mitico Mankell, sulla copertina di un suo libro mai pubblicato in traduzione. Perché “Il folle” è stato scritto e pubblicato nel 1977, quando Mankell aveva ventinove anni. E Mankell ventinovenne- ce ne accorgiamo subito- era già MANKELL. “Il folle” è un romanzo potente, impegnato, neramente realista, infinitamente triste, della tristezza dello scoraggiamento.

    Bertil Kras arriva da Stoccolma nel Norrland nel 1947, e questa è la sua storia, o meglio, la sua e di quelli che, nell’arco di cinque anni, ‘lo hanno fatto a pezzi e annientato’. Perché? Perché era un estraneo, perché era comunista, perché era il perfetto capro espiatorio.

1947, solo due anni dopo la fine della guerra. Bertil non lo sapeva e la gente, poi, preferisce dimenticare e rimuovere un passato ingombrante, ma cinque anni prima alcuni di quel paese- guarda caso, quelli che se la prenderanno con Bertil- avevano mandato in regalo, e con gli auguri per un futuro di successo, dei palchi di renna all’ambasciata tedesca.


Bertil non lo sapeva, ma, nel 1940, il commissario di polizia tuttora in carica aveva ricevuto dal comando militare l’ordine di arrestare  alcune persone, tutti comunisti, e rinchiuderli in un campo di prigionia di cui era stata distrutta ogni traccia alla fine della guerra. Adesso però gli ex deportati pensano sia arrivato il momento di parlare- è come una scossa di terremoto per chi era coinvolto.

    Il paese è piccolo, le voci corrono veloci, si deve pure addossare a qualcuno la colpa di rimestare nel torbido. Succede poi che la segheria in cui Bertil ha trovato lavoro viene distrutta da un incendio. Doloso. Qualcuno ha visto Bertil camminare nel gelo, quella notte- certo, gli si era rotta la piccola automobile con cui tornava dalla pesca, ma ciò non toglie che è facile additarlo come ‘il piromane’. Ci sarà qualcuno che vorrà fargliela pagare di persona, e in maniera vigliacca, colpendolo alle spalle o in un’occasione quando Bertil pensava di essere tra amici, eppure nessuna indagine verrà fatta.


    Un commissario di polizia inefficiente e pavido, dei ‘compagni’ che temono di esporsi, la donna che ama e da cui è riamato che non sopporta più la tensione e teme che la sua bambina (Bertil la ama come fosse sua figlia) possa in futuro risentire dell’atmosfera di sospetto che circonda Bertil, tutti lo abbandonano. Bertil resta solo, e come può reagire un uomo se non compiendo un gesto distruttivo da folle?

     Gli anni ’50. Terribili quegli anni ’50, ovunque. Per l’oscurantismo, la paranoia, l’accanimento con cui ci si perseguiva il pericolo rosso. Avevamo in mente la ‘caccia alle streghe’ del senatore McCarthy in America, ma Mankell, con la sua apertura mentale, la sua empatia, la sua sensibilità al tema politico e sociale, accende il riflettore sulla Svezia che tanto si è fatta vanto della sua neutralità. E ci colpisce quanto sia attuale il suo romanzo, o forse ci rattrista constatare quanto niente sia cambiato nonostante i cambiamenti del mondo. Ci può essere qualcosa di più sconfortante della riflessione del commissario di polizia quando lucidamente si rende conto che il suo compito non è quello di proteggere i cittadini, anzi, lui deve fare il cane da guardia, sorvegliare che i cittadini non aprano il recinto, non si spingano dove si esercitano la giustizia e il potere. E anche quella di Bertil è saggezza nella follia come nella tragedia scespiriana.


     Sullo sfondo il paesaggio della Svezia del Nord con temperature che arrivano a 24 sotto zero- un gelo che diventa metaforico, simbolo dell’animo imprigionato nel ghiaccio, così come l’incendio distruttore è un inutile tentativo di fare luce sui segreti del passato.

    Mai perdersi un romanzo di Henning Mankell.



domenica 4 dicembre 2022

Andrej Longo, “Mille giorni che non vieni” ed. 2022

                                                                          Casa Nostra. Qui Italia

                  noir

Andrej Longo, “Mille giorni che non vieni”

Ed. Sellerio, pagg. 299, Euro 15,00

 

     È amore, proprio amore, quello di Rachelina per il suo papà.

     È amore, proprio amore, quello di Antonio Caruso per la giovanissima moglie Maria Luce.

     A Rachelina non importa se il suo papà è stato rinchiuso per sei anni ‘in quel brutto posto’, il papà è quello che le fa fare ‘vola, vola’, che compera la pizza per cena.

E Antonio sa benissimo che la moglie ha ragione ad essere diffidente nei suoi confronti, che vita dura ha avuto, da sola con la bambina mentre lui era rinchiuso. Eppure Maria Luce ha sempre portato Rachelina a far visita al padre, consapevole che la bimba avesse bisogno della figura paterna.

    Inspiegabilmente Antonio, che avrebbe dovuto scontare altri sette anni di prigione, è stato rimesso in libertà. Qualcuno ha confessato di aver ucciso l’uomo per cui Antonio era stato condannato. Come è possibile? Antonio Caruso sa benissimo di essere stato lui a sparare. La spiegazione ci verrà data, più avanti nel libro che alterna il presente con flashback illuminanti sul passato e l’ambiente in cui Antonio era cresciuto- è stata una grande prova di amicizia quella che ha ridato la libertà ad Antonio. Adesso siamo pari, diceva il messaggio che solo Antonio poteva capire.


    Antonio Caruso è pieno di buona volontà, la lezione del carcere gli è servita, nonostante che il direttore gli abbia detto che un delinquente rimane sempre un delinquente. È vero? ci pare che a volte il destino e i casi della vita costringano una persona in un ruolo da cui non riesce a liberarsi.

Antonio ha bisogno di lavorare. Deve dimostrare alla moglie che si può fidare di lui, che possono costruire ancora qualcosa insieme. E accetta di guidare un camion nella notte per 800 euro. Sente puzza di qualcosa di losco- 800 euro per una notte? Patente di guida fornita così in quattro e quattr’otto? Ritornare prima che faccia luce la mattina dopo? E però lui accetta, pensa che potrà restituire i soldi all’usuraio che gli ha fatto un prestito a strozzo per pagare gli occhiali della bambina che si sono rotti. Accetta anche se tutto gli pare sempre più strano, il carico di pomodori che stanno marcendo, l’Opel nera che lo precede con due uomini a bordo, l’altra macchina che lo segue. Ma sono cose che a lui non devono interessare. Farà come gli hanno detto e si prenderà i soldi.

    Non è così facile, chiudere gli occhi a tutto. Antonio non può far finta di non vedere e di non sentire. E le conseguenze lo metteranno in pericolo, di vita, di finire di nuovo in prigione. E ci finirà, anche se non per molto, perché a questo punto, per essere dalla parte del giusto, per salvare quello a cui tiene di più, è lui stesso ad offrirsi di fare qualcosa che è davvero molto pericoloso.


    Il romanzo di Andrej Longo è un noir tesissimo che ci offre un’apertura sulla vita dei bassi di Napoli visti con un’empatia che rifugge dalla condanna e dal giudizio, che cerca piuttosto di capire, con uno stile colorito che ha molto del parlato ma è, nello stesso tempo, garbato e mai volgare. I suoi personaggi sembrano uscire dai film in bianco e nero del cinema neorealista e- possiamo dirlo?- se un delinquente può essere simpatico, ebbene, Antonio Caruso suscita la nostra simpatia, ci troviamo a ‘tifare’ per lui, non ce la sentiamo di condannarlo ad una pena grave. Ma è un personaggio del tutto negativo, Antonio Caruso? C’è da pensare, qualunque sia la risposta che diamo alla domanda.

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sabato 12 marzo 2022

Togawa Masako, “Residenza per signore sole” ed. 2022

                                                         Voci da mondi diversi. Giappone

cento sfumature di giallo

Togawa Masako, “Residenza per signore sole”

Ed. Marsilio, trad. Antonietta Pastore, pagg. 176, Euro 17,00

   Un edificio di mattoni rossi, cinque piani: è una residenza solo per donne, agli uomini non è permesso l’ingresso. È questo lo scenario del romanzo di Togawa Masako (1931-2016) che è stata una delle più importanti scrittrici giapponesi di noir, oltre ad essere cantante e attrice e ad essersi messa in vista come gay e femminista. La residenza K. finirà per aprirsi per noi come una casa di bambole, svelandoci i segreti delle donne che ci abitano, un po’ come succede nel romanzo di Pérec, “La vita, istruzioni per l’uso”.

    Il prologo e il primo capitolo ci introducono a due morti che saranno, poi, il punto chiave del libro e il cui mistero sarà risolto soltanto alla fine- vi dirò l’inizio e non una parola sulla fine.

Il primo aprile 1951 muore una donna, investita da un furgoncino mentre attraversa una strada. Cappotto e pantaloni neri, sciarpa rossa in testa, rossetto sulle labbra. E però è un uomo, non una donna. Nessuno si presenta per il riconoscimento. Una donna, nella Residenza K, continua ad aspettarlo. Lo aspetterà per sette anni, apparecchiando il tavolo anche per lui.

Capitolo primo e scena seconda. Tre giorni prima dell’incidente, l’uomo vestito da donna sale le scale della Residenza K con una valigia in mano. Dentro c’è un bambino piccolo. Morto. L’uomo e la donna che vive nella Residenza lo seppelliranno nel cortile interno, coprendolo con del cemento. Seguiranno altri indizi che, però, non chiariscono nulla per noi lettori. Anzi.


    Questo non è, tuttavia, l’unico ‘segreto’ delle ospiti della Residenza, anche se certamente è il più criminoso. D’altra parte, che cosa potremmo aspettarci da donne sole, molte delle quali in pensione e con molto tempo per rimuginare e per rivangare il passato?

Una dopo l’altra avanzano sul palcoscenico del romanzo, ad iniziare dalle due portinaie che si danno i turni di sorveglianza. C’è una ex professoressa di liceo che, per non sapere cosa fare, inizia a scrivere lettere alle sue ex alunne (una di queste lettere porterà ad una svolta della trama), una ex professoressa di università che dice di stare revisionando degli scritti importantissimi del marito morto, una ‘barbona’ che accumula immondizie nella sua stanza e dorme dentro l’armadio, una violinista che ha visto infrangersi il suo sogno di gloria per un dito misteriosamente paralizzato, una seguace di una setta che pratica lo spiritismo, e una vecchia un po’ pazza con una criniera di capelli bianchi. Niente male come ospiti stravaganti, vero?


    Ognuna di loro ha qualcosa da nascondere, qualcosa che suscita la curiosità indagatrice di un’altra di loro. Ed ecco che il passepartout che apre tutte le porte scompare, una donna si intrufola a ficcanasare in una camera non sua, scopre o non scopre quello che sospettava.

    In realtà, al di là dei dettagli di queste scoperte, quello che viene fuori è la tremenda solitudine di queste donne che paiono vivere in un carcere in cui si sono rinchiuse loro stesse e da cui sono incapaci di uscire. Una di loro- quella che continua ad aspettare l’uomo che non può più arrivare- ci aveva provato, con un esito drammatico. Tutte loro sembrano espiare una qualche colpa. E quello che ci colpisce non è tanto l’assenza di un uomo nelle loro vite, ma anche quella di amici o amiche.

    Il deus-ex-machina che porta una piccola rivoluzione nell’edificio e che- letteralmente- scoperchia il vaso di Pandora, aggiungendo dramma su dramma, è il congegno meccanico che farà scivolare indietro il palazzo per far posto ad una strada. In teoria il lavoro sarebbe stato fatto senza causare il minimo inconveniente- alle ospiti era stato detto di riempire un bicchiere e di osservare come neppure una goccia di acqua avrebbe traboccato. Vero. Era però uscito fuori ben altro.


   La prima pubblicazione del libro è del 1962 e, a dire il vero, dimostra gli anni che ha, almeno per quello che riguarda la trama, o meglio tutte le piccole trame noir. Gli anni trascorsi ci hanno fatto incallire, ci siamo abituati a ben altre proporzioni di Male. Restano validi invece l’analisi psicologica dei personaggi e il quadro di solitudine e di infelicità che riscontriamo così spesso nei romanzi giapponesi. Un libro che piacerà certamente a tutti quelli che cercano di capire il Giappone.



 

sabato 5 marzo 2022

Concetta D’Angeli, “Le rovinose” ed. 2021

                                                                Casa Nostra. Qui Italia

                     love story
                 noir

Concetta D’Angeli, “Le rovinose”

Ed. Il ramo e la foglia, pagg. 265, Euro 17,00

 

    Silvana Guerrini. Gestisce un negozietto di paralumi nel centro di Siena.

    Clara. Clara Bellami ora Clara Annibaldi e il nuovo cognome dice tutto del salto sociale da lei fatto.

    Silvana, di famiglia modesta, biondina, bassa e magra, vestita di abiti informi, scialba ma ambiziosa. Studiava per diventare architetto, si manteneva con borse di studio, puntava al successo professionale per uscire dal suo ambiente.

    Clara, bellissima e appariscente, inguainata in miniabiti colorati, frequentava (o meglio, non frequentava) l’Università per Stranieri di Siena, guadagnava due soldi vendendo collanine e facendo traduzioni dal russo (sua madre era russa, aveva salvato la vita a suo padre durante la guerra e lui l’aveva portata con sé in Italia). “Bell’e grulla”, la chiamavano.


   Sono loro le due protagoniste del romanzo di Concetta D’Angeli, le ragazze dei fatidici ‘anni di piombo’ in cui la violenza si respirava nell’aria, faceva notizia sui giornali ogni mattina. E infatti la Cronologia, in appendice, che annota la successione delle uccisioni quasi quotidiane dal 1976 al 1988, fa parte integrante del libro- è la Storia nera del nostro paese che fa da sfondo alla storia nera privata.

    Avevano entrambe ventiquattro anni quando si erano conosciute. Era il 1976, due anni prima del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, l’anno in cui, a Genova, le Brigate Rosse avevano ucciso il procuratore generale Francesco Coco insieme alla sua scorta. Silvana si era rivolta a Clara per la traduzione del testo di un architetto russo che le serviva per la tesi. Erano diventate amiche, anche se amiche improbabili, così diverse.


    E poi l’uomo, il terzo personaggio principale del romanzo, Lorenzo Annibaldi, della famiglia nobile degli Annibaldi. Aveva conosciuto prima Silvana, Lorenzo Annibaldi (occhialini alla Gramsci, brutto ma con un suo fascino). Quando aveva incontrato Clara, era stato un colpo di fulmine per entrambi, anche se Silvana faceva fatica a crederlo. E comunque si erano sposati ed erano andati a vivere in Puglia, in una masseria isolata.

    Il punto di vista principale è quello di Silvana, è lei che narra la storia di quegli anni. A lei, che sa di preciso quello che vuole, che andrà a lavorare a Milano, le vicende politiche non interessano, non ha tempo per quelle. Le preme la carriera, e poi la scoperta della sua sessualità che spiega la sua mancanza di interessi verso l’altro sesso. Ci sono altri punti di vista, però, che ampliano la prospettiva, che illustrano altre facce della complessa realtà. Ci sono le lettere di Clara, lettere che Silvana aveva letto distrattamente e a volte per niente, c’è il diario di Clara che sembra quasi scritto in codice, pagine che sono un grido di aiuto, che parlano in maniera ovattata di violenza domestica camuffata da amore. E c’è infine un punto di vista esterno, una narratrice obiettiva che svela il passato di Lorenzo Annibaldi, che interpreta quello che Silvana non è capace o non ha voglia di capire- è Dorina dal cuore grande, la più ‘normale’ delle donne del romanzo, che dice di essersi sposata per mettersi al sicuro e di avere poi amato il marito con cui ha avuto tre figli.


    Se l’inizio de “Le rovinose” è un ‘adagio’, c’è poi un crescendo orchestrato magistralmente- la scia di sangue lasciata dagli attentati di estremisti di destra e di sinistra è una rossa cornice per altre violenze, quella della discriminazione contro cui Silvana si trova a lottare in quanto donna, quella subita da Clara che, vittima di un triste retaggio famigliare, trova il piacere sempre nel ruolo di vittima. Finché la tragedia è consumata. E a noi resta come un senso di colpa, per non aver capito né il baratro in cui precipitava il paese né quello in cui si gettava Clara.

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venerdì 1 gennaio 2021

Tiffany Tsao, “L’ultima cena del clan Sulinado” ed. 2020

                                                          Voci da mondi diversi. Indonesia

          cento sfumature di giallo

Tiffany Tsao, “L’ultima cena del clan Sulinado”

Ed. Astoria, trad. Sonia Folin, pagg. 307, Euro 19,00

    Una copertina bellissima, un titolo che non nasconde la tragedia di cui apprendiamo nella prima riga di questo romanzo intrigante e per molti versi rivelatore, un noir che è nello stesso tempo un’analisi sociale della comunità cinese a Jakarta, della scrittrice sino-indonesiana Tiffany Tsao.

     “Quando tua sorella fa fuori trecento persone, è inevitabile che tu ti chieda perché, soprattutto se sei una delle vittime designate.”

    Iniziamo dalla fine, dunque. Gwendolyn, che tutti chiamano Doll (verrà poi da domandarsi quale delle due sorelle sia, in realtà, la bambola che si lascia manovrare- una? entrambe?), giace in coma in un letto d’ospedale, unica sopravvissuta all’avvelenamento di tutti gli invitati al pranzo per festeggiare gli 80 anni del capofamiglia. È stata Estella a versare la fiala del veleno nella zuppa di pinna di squalo- così ci dice la sorella Gwendolyn. Che però, come leggeremo nella lunga rivisitazione della storia della famiglia Sulinado sull’onda dei ricordi, non dovrebbe neppure porsi la domanda del ‘perché’. Perché Gwendolyn sa benissimo perché. E allora ci chiediamo anche, come sempre avviene in questi casi, quanto sia affidabile la voce dell’io narrante.

Jakarta

   Sappiamo chi è il colpevole (attenzione, sono tanti, però, i colpevoli in questa vicenda, e si macchiano di colpe molteplici) e sappiamo la fine: dobbiamo alzare il sipario sul passato.

Il cognome Sulinado, così come quello di Angsono (la famiglia di Leonard, il marito di Estella) e delle altre famiglie amiche dei Sulinado, trae in inganno. Sono cognomi indonesiani, imposti per legge negli anni della presidenza di Suharto nel tentativo di privare le minoranze etniche delle loro caratteristiche. Perché i Sulinado erano cinesi di origine, una minoranza che ammonta solo al 2% della popolazione ma radicata da secoli nel paese e inclusa dai colonizzatori olandesi nella classificazione di “orientali stranieri”, e quindi non indigeni, indipendentemente dal fatto che ormai questi cinesi fossero del tutto assimilati agli indonesiani.

Chinatown a Jakarta

   È un argomento che ritorna spesso nel romanzo di Tiffany Tsao, quello dell’origine della famiglia, della discriminazione etnica e sociale che altrimenti faremmo fatica a capire. Era stata sempre l’amministrazione coloniale a congelare i diversi gruppi etnici in specifici ruoli economici, gettando le basi per l’enorme disparità nella distribuzione delle ricchezze. Perché i Sulinado sono enormemente ricchi, ‘nuotano nell’oro’, come dice, senza riuscire a crederci, il ragazzo sino-americano che le due sorelle incontrano all’università di Berkeley. E gli Angsono sono ancora più ricchi di loro. Che cosa c’è dietro queste grandi ricchezze? Ad un certo punto del racconto sarà lecito anche chiedersi quali cadaveri nascondano queste ricchezze stratosferiche.

     Una famiglia ricca e numerosa, una nonna molto amata e morta per tumore, un nonno che mostra segni di Alzheimer, zii e zie (una la più giovane è morta annegata in un incidente tragico), cugini e cugine, un padre che fugge nell’alcol la sua estraneità alla famiglia d’acquisto, una madre che finge di non vedere l’infelicità coniugale di Estella (gli interessi economici della sua unione con Leonard Angsono sono troppo forti), il legame tra le due sorelle che si allenta per la possessività violenta del marito di Estella, il successo dell’impresa voluta da Gwendolyn e a cui, invece, la famiglia si era opposta.

   Bagatelle, cose di poco conto, si chiama così l’azienda di Gwendolyn, nata dalla passione sua e della sorella per gli insetti e da un’idea fulminante dopo aver visto le farfalle monarca in una tappa della loro migrazione. Gioielli fatti con insetti istupiditi con un qualche siero ma non morti. L’immagine delle farfalle che volano tutte insieme è di una bellezza abbagliante- sono il leit motiv di tutto il romanzo e acquistano il valore di una metafora. La loro forza è nel gruppo, le sorelle ne parlano molto, ma ci vuole un po’ perché capiamo ‘come’ siano fatti i gioielli di Bagatelle, quale sia il segreto gelosamente conservato che li rende possibili. E allora è come gli scheletri nell’armadio della famiglia Sulinado, come la radice di una ricchezza che si basa sulla corruzione, come i misteri dietro morti in apparenza accidentali. Può volare da sola una farfalla monarca? Ha qualche speranza di farcela?

   Un noir, un thriller, un feuilleton (evviva i feuilleton!), una saga, storia sociale ed economica dell’Indonesia (le pagine sulle crisi finanziaria del 1998 sono illuminanti), analisi di complessi legami famigliari e di come i soldi possano stravolgere il senso morale- il romanzo di Tiffany Tsao è tutto questo, un libro che inizia con un crimine paradossale perché solo l’esagerazione è adeguata a vite esagerate. Un libro che ha diversi livelli di lettura. Tutti da esplorare da assaporare.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it

a breve seguirà intervista con la scrittrice




   

sabato 8 febbraio 2020

Tullio Avoledo, “Nero come la notte” ed. 2020

                                           Casa Nostra. Qui Italia                     
                                                                          noir

Tullio Avoledo, “Nero come la notte”
Ed. Marsilio, pagg. 524, Euro 19,90


        Chiamatemi Lazzaro.
        Perché per raccontarvi questa storia sono tornato dal regno dei morti.
Non è “Chiamatemi Ismaele”, ma è un incipit altrettanto memorabile. Anche Ismaele raccontava una storia che era precipitata nel regno dei morti, anche lui era stato sul punto di perdere la vita- e però dietro di lui c’era un’ossessione maniacale di vendetta. Nel romanzo “Nero come la notte” di Tullio Avoledo la storia di Lazzaro, ovverossia dell’ex poliziotto Sergio Stokar, è parecchio più complessa.
     Sergio Stokar, iniziali di nome e cognome SS- perfette per un uomo di estrema destra che porta al dito un anello con sigillo nazista, che avrebbe buttato a mare tutti gli immigrati, soprattutto quelli dalla pelle scura per cui non lesinava gli insulti. E che ora, disilluso dalla politica del partito che sosteneva e che è andato al potere, si trova, per somma ironia della sorte, a vivere nelle Zattere- un insieme di edifici che erano sorti per diventare un complesso residenziale e che sono stati, invece, abbandonati. Sono una specie di ghetto, le Zattere, abitato da una comunità multietnica di immigrati irregolari, governata da un Consiglio e regolamentata da sue proprie leggi. Che ci fa lì, Sergio Stokar che non è un immigrato e che ce l’ha a morte con questa gente?
Questa gente lo ha salvato- era stato abbandonato sulla porta delle Zattere, nudo e privo di sensi, malconcio e strafatto, ed era stato curato da un medico indiano che lo aveva rimesso in sesto. E però Sergio non aveva recuperato la memoria- o c’era qualcuno che voleva che non ricordasse nulla e che fabbricava falsi ricordi per lui? Comunque, per essere accettato nelle Zattere, Sergio Stokar diventa ‘lo sceriffo’ che mantiene l’ordine e si occupa di piccoli reati. Finché succede qualcosa- una bellissima prostituta polacca si schianta al suolo precipitando da un nono piano e, strana coincidenza, tre ragazzine scompaiono.
     Lo dice il titolo, “Nero come la notte”, che questo è un nerissimo noir- restiamo nello spettro dei colori, c’è una trama gialla, c’è un’indagine e una corsa per fermare un assassino (o più assassini? c’è un mandante e ci sono degli esecutori?), e poi c’è l’ambientazione, cupamente nera, splendidamente nera. Splendidamente non perché ci si debba rallegrare di questa città distopica, ma perché lo scrittore è straordinario nel rappresentarla. Con tratti realistici e nello stesso tempo con un qualcosa che va al di là, di quasi fantascientifico o di immaginario. Una descrizione abbastanza realistica da farci capire che Pista Prima (il richiamo è a Airstrip One di “1984” di Orwell) è una cittadina del Nord Est, con quel pizzico di distopia da illuderci che no, Pista Prima non esiste, non ci possono essere le Zattere, non ci possono essere persone che manovrano l’economia in questa maniera al di fuori di ogni legalità e moralità. Eppure. Pista Prima era al trentesimo posto nell’elenco delle città più vivibili d’Italia. È scesa all’ottantaduesimo posto dopo la crisi del 2008. È una città dove “la disoccupazione è ai livelli della Grande Depressione, dove i negozi chiudono e i giovani devono emigrare”, e dove, tuttavia, “l’anno scorso si sono immatricolate più auto di lusso che a Milano”. Una città dove qualcuno produce ricchezza, ma da fonti sospette. E quell’alveare che sono le Zattere (si chiamano così perché sorgono su una palude, ma noi pensiamo anche alle zattere di salvataggio per i disperati che vi approdano) porta Sergio Stokar a conoscere una realtà che finora ha disprezzato e che fa di lui un altro uomo.

     Una volta Sergio avrebbe pensato di essere arrivato nell’Inferno e invece è il contrario, è lui che viene dall’Inferno, dal degrado personale, dal girone chiuso della corruzione, della droga, della violenza, in cui non c’è più spazio per gli affetti famigliari, per l’amore e la tenerezza. E il ‘percorso’ attraverso le Zattere, le nuove conoscenze, la scoperta che spesso l’apparenza inganna, che non è vero che il Bello è anche il Bene, lo cambiano (e cambiano anche il suo aspetto fisico, tra cicatrici e pestaggi: sono i colpi della Vita?). La scoperta finale delle trame che passavano attraverso le Zattere gli rivela un Male perfino impossibile da immaginare. Così impossibile da sembrare un tocco di orrore fantasy che riusciamo ad accettare proprio per quello, perché possiamo credere che sia tutta una fantasia, come i lettori del 1948 avevano pensato del “1984” di Orwell.
      Una bella scrittura, un bel romanzo ricco di stimolanti allusioni letterarie.

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lunedì 14 gennaio 2019

Petra Reski, “Palermo connection” ed. 2018


                                              Voci da mondi diversi. Area germanica
                                                                        thriller
         noir

Petra Reski, “Palermo connection”
Ed. Fazi, trad. La Rosa, pagg. 330, Euro 12,75

        Sicilia. Due giudici impegnati contro Cosa Nostra sono stati assassinati a distanza di 57 giorni l’uno dall’altro. Se vi vengono in mente dei nomi, non diteli a voce alta, ma quasi certamente sono quelli a cui si fa riferimento. La procuratrice antimafia Serena Vitale, di famiglia siciliana emigrata in Germania, porta in tribunale il ministro Gambino con una grave accusa, “concorso in associazione mafiosa e complicità in attentati”. Un mafioso pentito, Marcello Marino, ex affiliato del clan Pecorella, contribuisce all’incriminazione con una testimonianza pesante (e sconvolgente, come tutto quello che riguarda l’operato della mafia). A questo punto si scatena il finimondo. I giornali di destra accusano la procuratrice di voler far cadere il governo (sono saltate fuori delle intercettazioni telefoniche che compromettono lo stesso presidente), quelli di sinistra la chiamano ‘la santa antimafia’, Serena Vitale inizia a ricevere missive di minaccia anonime, qualcuno mette una cimice nel suo modem, qualcuno si è intrufolato in casa sua. E lei non riceve protezione adeguata, neppure un’auto blindata. La protezione di santa Rosalia a cui l’affida alla madre è un po’ scarsa. Serena non è la sola a trovarsi in pericolo. Un giornalista tedesco segue il processo, un personaggio che a volte rasenta il ridicolo con la sua ingenuità, che riesce a farsi ricevere da un boss mafioso con l’aiuto di un fotografo piuttosto ambiguo che sembra tenere il piede in parecchie scarpe. E’ il fotografo che fa da tramite, non solo in senso letterale, trasportando Wolfgang Wienecke incappucciato nel luogo segretissimo dove vive ‘don Pace’, ma anche in senso metaforico, cercando di spiegare la cultura della mafia, il senso dell’onore, la vendetta, la giustizia ‘fai da te’ con uno Stato assente o incurante- il venire ad essere della mafia, insomma. E, scavando, riesce difficile tracciare una linea netta tra colpevoli e innocenti, o almeno, riesce difficile attribuire la colpevolezza solo ad una parte.

    Palermo bella e dannata. Il romanzo di Petra Reski è più che un romanzo, più che un semplice thriller giudiziario o politico. Ha qualcosa di giornalistico nel taglio e nello stile, nell’ansia di portare allo scoperto le trame nascoste, la collusione tra mafia e stato. E non deve essere stato facile scriverlo, e neppure senza pericoli. Almeno una dozzina di giornalisti sono morti nel giro di trent’anni per mano della mafia e, quando leggiamo delle vicissitudini dello sprovveduto Wienecke che non ha le armi per affrontare una società che non può capire, ci viene da sorridere per non lasciarci sopraffare dall’angoscia e dalla paura. Perché potrebbe esserci qualcosa della scrittrice stessa nel giornalista tedesco che ha trionfato (brevemente) per il suo scoop. D’altra parte c’è qualcosa di Petra Reski anche nel personaggio dell’affascinante e battagliera procuratrice che farebbe bene a non fidarsi di nessuno, neppure di chi dice di amarla. E’ il retaggio tedesco, per nascita o per adozione, che rende Wolfgang Wienecke e Serena Vitali così spavaldi come fossero intoccabili finché devono accorgersi di aver giocato con il fuoco?
      Come i migliori noir, non c’è una soluzione positiva in “Palermo connection”. Non c’è speranza. Leggendolo, ho pensato all’aggettivo che di recente degli amici avevano usato, parlando della Sicilia, ‘irrecuperabile’. Dal libro, però, traspare che non è solo la Sicilia ad essere irrecuperabile. Perché noi siamo la Sicilia.

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sabato 12 gennaio 2019

Marino Magliani, “Prima che te lo dicano altri” ed. 2018


                                                                  Casa Nostra. Qui Italia
     romanzo di formazione
          noir

Marino Magliani, “Prima che te lo dicano altri”
Ed. Chiarelettere, pagg. 336, Euro 14,87

       E’ il 1974. Leo ha otto anni. Vive con la madre in un paesino dell’entroterra di Imperia, in Liguria. Quando passa nei carruggi gli altri bambini si passano l’un l’altro le parole sensa paie. Senza padre. Perché Leo un padre, un padre che sia presente, non ce l’ha. E ognuno può fare le supposizioni che vuole. Leo ha appena terminato la seconda elementare ed è stato rimandato in italiano. Qualcuno suggerisce a sua madre di mandarlo a lezione da Raul Porti, il giovane che passa l’estate in una villa ai margini del paese, che traduce libri dallo spagnolo, che- si dice- è un poeta. Nasce così l’amicizia tra Leo e Raul, che diventa, per Leo, una figura a metà tra il fratello maggiore e il padre. Raul non si limita a insegnare l’italiano al bambino che parla per lo più in dialetto. Raul obbliga il recalcitrante Leo a fare ginnastica- quel rotolo di ciccia intorno all’addome deve sparire-, lo porta al mare e gli insegna a nuotare, e poi in campagna gli mostra l’arte degli innesti. Finisce l’estate. Raul parte per andare lontano, in Argentina. Una separazione dolorosa per Leo.

      Leo bambino, Leo adulto, Leo vicino alla sessantina nel 2024, un futuro ancora da venire ma non troppo lontano. La narrazione di Marino Magliani è scandita in questi tre tempi, in tre toni diversi, in uno scorrere di tempo diverso. Mentre l’estate memorabile di Leo con Raul pare essere infinita e, insieme, sembra passare in un lampo, fitta com’è di esperienze e di impressioni, il tempo che segue, invece, rallenta, si trascina in una quotidianità fatta di lavori nei campi, di caccia al cinghiale, di vendita di olive. Si avvera quanto aveva detto Raul- i dorsali delle colline si infittiscono di case, giù fino al mare. Sono arrivati i russi, comprano, comprano, costruiscono multiproprietà. La gente del posto scompare, sostituita dagli stranieri. E’ come un innesto, parola chiave nel romanzo. Perché anche quello che avviene tra Leo e Raul è una specie di innesto. Nel 2024 villa Porti viene messa all’asta. E’ come se Leo ricevesse uno scossone. Perché nel frattempo l’insinuazione che Raul possa essere suo padre è diventata quasi una certezza per Leo. E villa Porti non può finire in mano ad estranei. Leo fa tre cose: vende la proprietà di sua madre, compra la villa e parte per l’Argentina alla ricerca di Raul.

      Perché dopo così tanto tempo?- ci si può chiedere. Perché bisogna vivere in Liguria per sapere che la monotonia del tempo tutto uguale annulla il suo scorrere. Perché il passare delle stagioni, che si avverte così poco in una Liguria sempreverde e che Marino Magliani descrive così bene, con un occhio che indugia sui colori e sulla luce e su ogni minimo cambiamento, induce ad una sorta di sonnolenza che rimanda decisioni e azioni ad un ‘dopo’ imprecisato.
Leo ha trovato qualche carta del consolato argentino e parte, uno sprovveduto che finora si è spinto al massimo fino a Genova. E vuole ritrovare suo padre, o almeno sapere che cosa gli sia successo: è ancora vivo (come ha voluto credere fino a prima della partenza) o è morto, scomparso insieme ai tanti desaparecidos?

      “Prima che te lo dicano altri” è un romanzo che mescola vari generi, trasformandoli. Perché quello che era all’inizio un romanzo di formazione continua ad esserlo anche nella terza parte, quando l’età del protagonista lo metterebbe fuori dai limiti di qualunque ‘crescita’. Nello stesso tempo è un romanzo naturalista, o regionalista: è così raro, oggigiorno, leggere un libro in cui si percepisca in ogni pagina l’amore dello scrittore per la propria terra. E diventa infine un romanzo molto noir addentrandosi nella scoperta della storia tragica di un paese che proprio non ha nulla in comune con la Liguria di Leo, viaggiatore ingenuo che verrà a sapere che l’alone di mistero che ha sempre circondato la figura di Raul Porti non è poi del tutto privo di tenebre.  

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sabato 22 dicembre 2018

Ronaldo Wrobel, “Il romanzo incompiuto di Sofia Stern” ed. 2018


                                                                  Diaspora ebraica
                                                             seconda guerra mondiale
             noir

Ronaldo Wrobel, “Il romanzo incompiuto di Sofia Stern”
Ed. Giuntina, trad. V. Barca, pagg. 210, Euro 17,00

     Germania 2008. Durante gli scavi per la costruzione di un supermercato ad Amburgo viene scoperto il bunker di una banca- nelle cassette di sicurezza ci sono gioielli lì depositati prima o durante la seconda guerra mondiale. Non sarà facile rintracciare i proprietari e individuare chi li reclama senza averne il diritto.
     Brasile 2013. Sofia Stern, che vive a Copacabana con il nipote, è arrivata in Brasile da Amburgo con un visto temporaneo nel 1938. A tratti è lucidissima e a tratti mostra segni di un inizio di Alzheimer- dimentica nomi, lascia la finestra aperta, parla in tedesco. Una volta ha detto che Sofia era morta. Una volta si è persa nella strada in cui abita da settant’anni. Una volta scompare per davvero. E’ così che il nipote digita il nome della nonna in un sito di ricerca di persone scomparse. E’ così che arriva la telefonata dalla Germania: la proprietaria dei favolosi gioielli, la ventenne Klara Hansen morta nel novembre del 1938, aveva spillato insieme ai contratti di acquisto una lettera in cui nominava sua erede l’amica Sofia Stern. La vecchia signora un po’ svanita che ora vive in Brasile deve dimostrare di essere quella Sofia Stern.

     Germania 1933-1938. Il racconto degli anni dell’ascesa del nazismo- gli anni della giovinezza di Sofia, quattordicenne nel 1933- salta fuori da un quaderno marrone trovato per caso dal nipote. E’ il diario della nonna, ma la narrazione è in terza persona e non sono le pagine lette ad essere trascritte, piuttosto filtrate attraverso la voce di Sofia Stern. Si incomincia con la sua amicizia con Klara Hansen, emarginata a scuola quanto lei, Sofia. Sofia perché ebrea, Klara perché povera. Ognuna delle due ha un dono- Sofia ha una bella voce e un orecchio musicale, Klara disegna magnificamente. Nel loro dono c’è anche il loro futuro. Rimasta orfana, Sofia canterà nei locali notturni, sarà conosciuta come ‘la Stella Polare’, un gioco di parole con il suo cognome. E pur essendo innamorata dello scapestrato Hans, il fratello comunista di Klara, si prostituirà, perché in qualche maniera bisogna pur vivere quando il marco ha perso ogni valore. Klara, invece, si farà un nome come sarta dal grande estro e aprirà un atelier con la madre: le signore della migliore società di Amburgo vorranno essere vestite solo da lei.
     C’è molto, moltissimo d’altro nella narrativa centrale del romanzo di Ronaldo Wrobel. La storia di un’amicizia proibita tra una ragazza ariana e un’ebrea diventa una storia di lealtà, dei limiti che si è disposti a superare nel nome di questa amicizia che è simile all’amore nella totale identificazione dell’una nell’altra, nell’accettazione cieca dei comportamenti dell’una o dell’altra. Sono Sofia e Klara le due protagoniste assolute. Intorno a loro ruotano gli uomini, il nobile ‘fidanzato’ di Klara che ha già pronta una fidanzata più consone al suo stato sociale non appena Klara resta incinta, e l’impetuoso Hans, perennemente in fuga, del cui amore non ci si può fidare. Quanto alla Storia- c’è anche quella nel diario della nonna, nel racconto di Sofia.
La Storia entra in sordina, è la Storia vissuta da due ragazze che non hanno neppure vent’anni, oppresse da una minaccia della cui portata non sono in grado di rendersi conto pienamente. Discriminazioni, saluti con il braccio teso, spille con la croce uncinata di cui ci si vergogna ma che si devono indossare, il programma Lebensborn che Klara dovrà subire, la Notte dei Cristalli. E’ con la notte del 9 novembre 1938 che si chiude il racconto del passato in Germania. Di quello che segue abbiamo già saputo negli intermezzi. Della fine del romanzo incompiuto di Sofia Stern sapremo adesso, nelle ultime pagine. Colpo di scena. Sorpresa che chiude questo romanzo molto bello che mescola i generi, inclusi quello del noir e della love story, per tracciare un vivido quadro della Germania alla vigilia della guerra. 

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