Visualizzazione post con etichetta seconda guerra mondiale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta seconda guerra mondiale. Mostra tutti i post

domenica 11 ottobre 2026

Intervista a Trude Teige, autrice de "Il nonno respirava con il mare" ed. 2026

                                                


    La scrittrice norvegese Trude Teige ed io ci incontriamo in un simpatico bar nella Chinatown di Milano. Ci capiamo subito- a lei piace parlare dell’argomento che l’appassiona, la seconda guerra mondiale, ed è un argomento che appassiona anche me. Scopriamo di aver letto gli stessi libri che trattano della guerra, di conoscere le opere degli stessi scrittori. Parlare con lei è molto facile, poi chiede anche a Cristina, della casa editrice Fazi, di farci una foto mentre stiamo discorrendo.


Lei sta scrivendo una trilogia dove lo sfondo delle storie che racconta è la seconda guerra mondiale. La seconda guerra mondiale sembra così lontana, perché scriverne adesso? Forse è anche perché la Norvegia è stata più o meno lasciata fuori dai libri di Storia per quello che riguarda gli avvenimenti della guerra?

    Il mio progetto è scrivere le storie non dette e di cui non sappiamo di quello che è successo durante la guerra. La guerra è una storia di uomini raccontata da uomini.  E io ho trovato le storie non raccontate. È diventato il mio progetto, trovare le storie delle donne. Dobbiamo conoscere le storie delle donne. Era un progetto molto importante: una guerra definisce l’identità di una nazione. Finché conosciamo solo le storie degli uomini, conosciamo solo metà della storia, e se ne conosciamo solo metà, non possiamo afferrare l’identità della nazione. È iniziato quando ho incontrato una donna che, nel 1945, aveva sposato un tedesco ed era andata con lui in Germania. Quello che mi raccontò ebbe un forte impatto su di me- era vergognosa la maniera in cui era stata messa al bando.

    Quanto alla sua domanda sulla Norvegia- viaggiando, mi sono resa conto che non molti conoscono il ruolo che ha avuto la Norvegia nella seconda guerra mondiale. A differenza della Danimarca e della Svezia, noi siamo stati interamente occupati. La Norvegia era molto importante per Hitler, voleva impedire che gli alleati potessero arrivare in Germania dal Nord Est. Per questo stanziò 350000 soldati in Norvegia. Il ruolo della Norvegia è conosciuto dagli storici ma non da molti altri.


Mi sono chiesta perché, se la Norvegia era occupata dalle forze tedesche e la Germania era alleata del Giappone, un sottomarino giapponese attaccasse la nave mercantile norvegese su cui era imbarcato Konrad.

     Dopo Pearl Harbour il Giappone invase tutti gli altri paesi della sua area, c’era un’altra guerra nell’Oceano fra il Giappone e gli Stati Uniti e tutte le navi degli alleati venivano attaccate. Perché, sì, la Norvegia era occupata ma simpatizzava per gli alleati, si schierava a fianco degli alleati.

Dopo aver scritto il primo libro, sono venuta a conoscenza del campo di prigionia dei giapponesi a Giava, ho fatto molte ricerche ma, in realtà, non volevo scrivere la storia di un uomo. Poi ho letto che c’erano anche delle donne e dei bambini norvegesi nel campo e allora il libro diventò anche un libro che parlava delle donne.

Leggendo “Il nonno respirava con il mare”, piangiamo per la morte di una ragazza che abbiamo amato, in “Quando la nonna danzava sotto la pioggia” ci sono due punti importanti in cui le donne sono delle vittime: c’è la ragazza colpevolizzata per essersi innamorata di un tedesco e poi il suicidio di massa delle donne a Demmin. Sono le donne le vittime ignorate di tutte le guerre?

    Proprio così. Le donne sono le vittime della guerra di cui non si parla. La guerra è pericolosa per un uomo, spara, gli sparano, può morire, ma le donne soffrono perché i mariti sono al fronte, pensiamo adesso alle donne ucraine. La narrativa, però, non ne parla, la loro sofferenza non viene riconosciuta. Se poi pensiamo agli stupri di guerra…

È stato detto e scritto così tanto sui campi di concentramento tedeschi e così poco sui campi giapponesi e sull’Unità 731. Mi sono chiesta se sia perché la Germania è in Europa e ha riconosciuto la sua responsabilità in quanto è accaduto, mentre il Giappone non lo ha mai fatto, come se le bombe nucleari annullassero quello che loro avevano fatto prima.


    Le bombe su Hiroshima e Nagasaki sono dietro questo silenzio. L’effetto delle bombe atomiche è stato tale da ridurre tutti al silenzio. Ho incontrato in Germania un uomo di 81 anni- non aveva mai sentito parlare dei campi di prigionia in Asia. Quelli che avevano fatto ritorno, erano tornati molti anni dopo la fine della guerra e la gente non voleva più sentir parlare di guerra. Soltanto nel 2002 quelli che erano stati prigionieri in Asia ebbero un risarcimento. Io voglio parlare di quello di cui non si parla.

Tekla, Konrad, la Germania, il campo di prigionia giapponese. Quale sarà l’ambientazione, chi sarà protagonista del terzo romanzo?

    Il terzo libro sarà di nuovo sulle donne e sull’amicizia. Si può ancora essere amiche se abbiamo scelto la parte sbagliata? Una delle amiche di Tekla si era unita alla resistenza, un’altra era una lavoratrice forzata prelevata dall’Ucraina, lei, Tekla, aveva sposato ‘un nemico’. Hanno tutte delle storie diverse ma riescono ancora a capire, perdonare ed amare. Gli anni del romanzo vanno dal 1943 al 1952, è una storia del dopo guerra ambientata nella Norvegia al di sopra del circolo polare e nella Mosca del dopo guerra.


Lei è anche una giornalista. Come ha influenzato, il suo essere una giornalista, l’approccio all’argomento?

    Essere una giornalista ha un ruolo importantissimo per me. La giornalista che è in me si interessa a qualcosa, come giornalista sono capace di scavare e trovare qualcosa di non conosciuto. Faccio ricerche per anni e poi, quando inizio a scrivere, è come se gettassi per aria tante idee e a questo punto interviene la scrittrice che afferra le storie che le servono e le mette su una base che diventa vera. Gli sfondi di queste storie sono la cornice per i miei personaggi dei romanzi. Allora metto da parte la giornalista e inizio a immaginare. Non penso che potrei scrivere se non fossi una giornalista. Il mio principio è: non rinunciare, c’è sempre qualcuno che può darti la risposta.




 

martedì 29 settembre 2026

Trude Teige, “Il nonno respirava con il mare” ed. 2026

                                                           vento del Nord

                                                   seconda guerra mondiale

Trude Teige, “Il nonno respirava con il mare”

Ed. Fazi, trad. Lucia Barni, pagg. 332, Euro 19,50

   Era andata alla ricerca del passato della nonna, Juni, nel precedente romanzo di Trude Teige, “Quando la nonna ballava sotto la pioggia”. Ed ora, in questo secondo libro che è, sì, il seguito, ma può essere letto del tutto separatamente dal precedente, la sua attenzione si rivolge a quel nonno così affettuoso che sapeva tutto sul mare, che le diceva che le onde ‘che ci sia quiete o tempesta, toccano la terra sempre allo stesso ritmo’ e ‘se hai paura o sei triste, respira con il mare’. Il nonno raccontava anche delle città in cui era stato quando era marinaio e poi però taceva quando gli si chiedeva della guerra, di dove fosse stato durante gli anni di guerra, non diceva nulla di quello che gli era successo e gli aveva insegnato a respirare con il mare. Proprio come per la nonna Tekla, anche il suo silenzio nascondeva ricordi che non voleva risvegliare.

   Nel 1943 il nonno Konrad Bjerke era marinaio semplice sul mercantile Anitra, la stessa nave su cui era imbarcato suo fratello maggiore Sverre. Nell’Oceano Indiano erano stati attaccati da un sottomarino giapponese, Sverre e altri ufficiali erano stati presi prigionieri, Konrad si era miracolosamente salvato su una scialuppa di salvataggio. Salvato? Sì, per veder morire gli altri marinai che erano con lui, tranne uno che era stato colpito da due pallottole ma era ancora vivo- Konrad non era riuscito a tenerlo in vita a lungo. Diciannove giorni alla deriva prima di approdare sulle coste di Giava dove lo avevano trovato dei pescatori e portato all’ospedale.


    È ancora la guerra il centro della narrazione di Trude Teige. Se nel romanzo precedente l’attenzione era rivolta all’occupazione della Norvegia da parte dei nazisti prima e al dopo-guerra in Germania poi, qui lo sguardo si sposta ad Oriente, a Giava, l’isola dell’Indonesia passata di mano dai colonizzatori olandesi a quelli britannici e ritornata poi agli olandesi prima di diventare indipendente nel 1949. Tra il 1942 e il 1945, tuttavia, i giapponesi occuparono l’isola- furono anni durissimi, soprattutto per i coloni olandesi e britannici che avevano sempre avuto una posizione privilegiata a Giava.

   La prima parte del libro era la storia della guerra in mare e del nonno Konrad che non era finito subito prigioniero dei giapponesi come suo fratello. La seconda parte è una sorta di intermezzo con la lentissima ripresa di Konrad grazie anche alle cure dell’infermiera norvegese Sigrid- l’amore che sboccia tra di loro è come un fiore nel deserto. C’è poi una terza parte che si svolge nei campi di prigionia giapponesi, una lettura angosciante quanto quella dei campi di concentramento tedeschi- fame, malattie, lavori massacranti per i prigionieri, umiliazioni, crudeltà disumana, morte, corpi morti ovunque. È Stalin che ha detto, ‘la morte di un uomo è una tragedia, quella di milioni è una statistica’? ed è lo psichiatra austriaco Viktor Frankl che ha scritto che chi, nei campi, sceglieva di dividere l’ultimo pezzo di pane o di confortare un compagno salvava la propria dignità? Anche il nostro Primo Levi diceva che mantenere un minimo di decoro serviva a riaffermare la propria umanità contro i carnefici.


    La giovane Sigrid, la suora Magnhild, lo stesso Konrad sono figure luminose, per il loro coraggio, la generosità, l’altruismo, l’ardire di mettere a rischio la loro vita per salvare quella di altri.

    Il Giappone si arrende, dopo le bombe su Hiroshima e Nagasaki- e questa è la quarta parte del libro. Dopo mille difficoltà ci sarà il finale felice che ci aspettiamo, con un ricongiungimento ideale con la trama del libro precedente, con le pagine in cui conosciamo quella che sarà la nonna Tekla, qui una giovane mamma che danza nella pioggia. Prima però ci verranno le lacrime agli occhi, perché in una guerra ci sono sempre gli ultimi spari.

    Chi ha amato “Quando la nonna danzava nella pioggia”, amerà certamente anche “Il nonno respirava con il mare” che fa luce su un’altra pagina poco conosciuta della Storia del secolo scorso.




martedì 11 agosto 2026

Ilaria Tuti, “Ed è un poco la notte e un poco l’alba” ed. 2026

                                                                           Casa Nostra. Qui Italia

        seconda guerra mondiale

Ilaria Tuti, “Ed è un poco la notte e un poco l’alba”

Ed. Longanesi, pagg. 320, Euro

     Luglio 1944. Inizia l’Operazione Ataman nella zona dell’alto Friuli. I Comandante delle SS e della polizia di Trieste, Odilo Globocnik, concorda l’insediamento nella Carnia delle truppe cosacche che si erano unite alla Wehrmacht. Avrebbero aiutato i nazisti e i fascisti nella lotta contro i partigiani e, dopo la vittoria finale contro l’Unione Sovietica, avrebbero potuto stabilirsi in quelle terre, se fosse stato impossibile il loro rientro in patria. Nel giro di qualche settimana arrivarono circa 22000 cosacchi- soldati, civili, famiglie con bambini- e iniziarono a costituire la ‘Kosakenland in Norditalien’ che era stata loro promessa. Gli abitanti di alcuni paesi furono evacuati, nuovi nomi russi vennero dati ai villaggi, un Pope celebrava i loro riti religiosi. Il comune di Verzegnis divenne la sede del capo supremo delle forze cosacche, l’atamano Petr Nikolaevic Krasnov.

Krasnov

    Da qui prende l’avvio il nuovo importante romanzo di Ilaria Tuti. O meglio, inizia con uno sguardo ad un passato più lontano, ad un’altra guerra in cui la protagonista Serafina era una bambina che cresceva con la nonna perché sua madre era morta dandola alla luce. La nonna è la custode di una sapienza vecchia, fatta della conoscenza delle erbe che tramanderà alla nipote, di riti pagani che però non nuociono a nessuno e danno conforto a chi deve seppellire un bambino che non ha fatto tempo a vivere.  Ora Serafina vive da sola in una casa isolata nel bosco, con l’unica compagnia di una capra. I cosacchi annunciano con clamore il loro arrivo, seminano il terrore con le spade sguainate a dorso di cavalli impetuosi, non si arrestano davanti a nulla, non li fermano né porte chiuse, né scale.  Quella terra adesso è la loro, le case sono loro, hanno il diritto di occuparle, al massimo viene concessa una stanza a chi le abita, quando non viene messa in atto una evacuazione forzata.


     Le pagine del romanzo sono percorse dalla paura, dall’impotenza, dalla violenza, dalla fame, dalla lotta per la sopravvivenza. Questi giganti armati che bevono fino allo stordimento, che sembrano abituati ad uno stile di vita primitivo, sono un pericolo costante per le donne- almeno nei primi tempi, prima che arrivino intere famiglie a stabilirsi in Carnia e riequilibrino la situazione in un certo qual modo, sono le donne il bottino più ambito. E, d’altra parte, lo sono sempre state, quasi un diritto di proprietà per il conquistatore. Come se lo stupro di una donna si facesse metafora per lo stupro di una terra. Serafina accorre a curare, a consolare, a incoraggiare le donne che conosce da sempre, quelle il cui corpo è stato violato e l’anima ferita a morte e quelle che devono affrontare un parto spesso difficile e doloroso.

    Gli abitanti del paese hanno tutti un nome e sono personaggi che restano impressi nella nostra mente- dal prete così saggio e umano, pronto a mentire per salvare i suoi parrocchiani, pronto a mediare con il Pope concedendogli l’uso della chiesa (dopotutto, Cristo è uguale per tutti), al medico che sa parlare in russo perché ha fatto la campagna di Russia e la sua zoppìa ne è una prova, alle donne. Dei Cosacchi hanno un nome solo l’ataman Krasnov, veramente esistito, la sua bellissima compagna Larisa e il bambino Ivan. Gli altri sono definiti dal loro atteggiamento o dal loro aspetto, il Guerriero, Naso Rotto, il Diavolo Rosso, e a poco a poco, durante la convivenza, si identificano con il Nemico Buono (il Guerriero che pare diventare l’Angelo Custode di Serafina) e il Nemico Malvagio che merita di morire, come il Diavolo Rosso. Ed invece Larisa e Ivan hanno un nome perché assumono un ruolo importante nella narrazione. Sono loro i portatori del messaggio dell’alba che si avvicina dopo il buio della notte.


    Non vi anticipo la fine del romanzo, anche se sono notizie storiche che si possono leggere con una ricerca su Internet. Questo è un libro da leggere, in questi nostri giorni di soprusi, di invasioni, di violenze, per ricordare quanto è successo a noi, in un passato neppure lontano.


venerdì 7 novembre 2025

Intervista a Veronica Santoro, autrice de "L'interprete" 2025

                                         Casa Nostra. Qui Italia

                                          seconda guerra mondiale

                                          intervista


      Chi segue le mie letture sa che leggo più o meno tutti i romanzi ambientati durante la seconda guerra mondiale. Dopo aver letto “L’interprete” di Veronica Santoro ho pensato che mi sarebbe piaciuto sapere di più su quello che c’era ‘dietro’ il romanzo, su Verona in quegli anni, su ‘come’ fosse venuto in mente, ad una scrittrice così giovane, di scriverne. Ecco la nostra chiacchierata (la recensione è uscita sul blog in data 6 ottobre).

L’interprete è il suo primo romanzo, ho letto che, in precedenza, aveva scritto dei racconti. Anche i racconti avevano un’ambientazione storica? come ha deciso di passare alla forma lunga del romanzo?

   No, i racconti non avevano un’ambientazione storica, ma quello che ha vinto il premio per esordienti, “Notturno berlinese”, aveva un’ambientazione tedesca- una sorta di filo rosso che lo unisce al romanzo “L’interprete”. Amo la cultura tedesca, conosco bene il tedesco che uso nel mio lavoro. Per motivi di studio e di lavoro sono molto legata al mondo tedesco e quindi la decisione di ambientare il romanzo nella Verona del 1943 sotto l’occupazione tedesca nasce dall’interesse per i rapporti tra Italia e Germania. D’altra parte a Verona permane il legame con il mondo tedesco- siamo vicini al lago di Garda, ci sono molti turisti tedeschi così come ci sono molte aziende tedesche che hanno scelto Verona come base. Mi appassionava esplorare che cosa è successo quando i tedeschi sono arrivati qui durante la guerra.

Ci può raccontare di più della vicenda originale che è dietro quella del romanzo?

   La storia originale è arrivata come testimonianza da parte del signore che lavora nel palazzo dove sono ambientate le vicende e dove, allora, c’era la sede amministrativa e operativa del comando tedesco. Oggi il palazzo è sede di studi professionali e questo signore, che lavora in portineria, mi ha fermato e mi ha detto che già suo nonno lavorava in portineria durante l’occupazione tedesca, raccontandomi poi della vita che brulicava intorno a quel palazzo. Mi ha mostrato poi la planimetria del palazzo che lui stesso aveva disegnato basandosi sui ricordi del nonno, suddividendo le stanze secondo l’uso che ne era stato fatto- gli uffici per la Gestapo, le stanze per i prigionieri politici, quelle per gli interrogatori. Mi ha regalato quella planimetria dicendo che lui non era capace di usarla per scrivere una storia ma forse poteva dare un’ispirazione a me. Poi è iniziato per me il tempo del lavoro di ricerca storica perché volevo che fosse un romanzo storico che si attenesse ai fatti. Volevo un contesto documentato e fedele. Ho fatto un grande lavoro alla Biblioteca Civica, consultando quotidiani dell’epoca, saggi, libri, materiali in tedesco che parlavano dell’occupazione dal ‘loro’ punto di vista. Mi sono documentata anche sulle biografie degli ufficiali che erano al Comando di Verona. Per i tedeschi era una missione importante, dovevano tener salda la roccaforte dell’Italia settentrionale, perciò gli ufficiali erano figure iperqualificate che si erano distinte in altre operazioni. Erano persone con un alto livello di istruzione e però si erano distinte anche per operazioni di massacro.


Verona nel 1943, Verona durante la guerra: ha sofferto molto Verona durante la seconda guerra mondiale?

    Sì, l’occupazione tedesca è stata molto sofferta a Verona, perché è arrivata in un momento difficile, dopo due anni di guerra. In più i tedeschi arrivarono in gran numero- dobbiamo ricordare che Verona era una piccola città di provincia. Quella dei tedeschi era, numericamente, un’operazione massiccia e, dopo l’intensificarsi dei bombardamenti, nel 1944, la città andò svuotandosi: chi poteva lasciava la città rifugiandosi da parenti in campagna, se li avevano. Il numero dei tedeschi era, quindi, preponderante. Basta dire che i cartelli oppure i menù esposti fuori dai ristoranti erano in due lingue- adesso è normale ma allora non lo era affatto ed è un segnale importante. L’occupazione aveva comportato anche la confisca delle abitazioni, degli edifici e degli alberghi adibiti dai tedeschi ad abitazioni. Tuttavia, leggendo i quotidiani dell’epoca, sembra che in città l’occupazione abbia avuto luogo senza grandi spargimenti di sangue. Erano prepotenti ma abbastanza corretti. Nella zona pedemontana, invece, dove era attiva la resistenza partigiana, ci furono eventi drammatici. Quelli che vissero in quel tempo mi hanno confermato queste impressioni: c’era una cappa di terrore sulla città e la popolazione non ha risposto in maniera violenta, ha subito.

Parliamo dei personaggi del romanzo- il preside Zorzi, sua figlia Delia, l’Hauptsturmführer von Peters, il capitano Hauer. Nessuno dei due tedeschi viene rappresentato come terribilmente ‘cattivo’, di certo proviamo più disprezzo per il preside Zorzi che per loro: era sua intenzione accentuare, in certo qual modo, la colpevolezza degli italiani collaborazionisti?

     Sicuramente il grande tema del romanzo è la zona grigia, la zona in cui si muove la gente che vuole sopravvivere a questo momento di pericolo. La maggior parte galleggia cercando di tenersi in piedi. E sì, Zorzi è più colpevole dei tedeschi. Loro hanno degli ordini e poi l’obbedienza è qualcosa di radicato nella loro cultura, sono cattivi, fastidiosi e sgradevoli ma Zorzi è uno che fa il Male con convinzione. Non sarebbe tenuto a fare il delatore, ad essere un individuo schifoso, potrebbe tenersi nell’ombra e aspettare che la guerra finisca. Zorzi crede nella causa nazi-fascista, è più colpevole perché agisce di sua volontà. Per gli ufficiali ribellarsi sarebbe stato alto tradimento. Il tema del libro è questo: che cosa ha fatto chi era libero di scegliere, chi poteva fare qualcosa? Zorzi è il personaggio più negativo del romanzo.


Hauer è un uomo di sangue freddo, non ha eccessi di sadismo ma è senza scrupoli, ha un ruolo pesante sulle spalle, è la banalità del male, per dirlo con le parole di Hannah Arendt. È un burocrate che deve svolgere il suo dovere.

Ho rispettato le biografie storiche degli ufficiali veramente in carica a Verona, cambiando però il loro nome.

Io stessa ho provato più simpatia per von Peters che per Delia Zorzi che mi è sembrata una persona ambigua. È forse essere sempre stata sotto il dominio del padre a renderla incapace di una posizione decisa?

    Delia è una donna del suo tempo. Mia nonna mi parla dei rapporti con suo padre come rapporti di sudditanza, c’era l’idea della centralità della famiglia in cui la donna era la fattrice. Delia ha un padre fascista, autoritario e sprezzante, lei ha 23 anni ed è sempre vissuta sotto il suo tacco, è rimasta presto senza la madre che avrebbe potuto ammorbidire questa atmosfera. Invece è schiacciata dal padre che la lancia nel mondo offrendola ai tedeschi come traduttrice. Era privilegiata perché aveva potuto frequentare l’università, cosa rara per i tempi, ma aveva sempre vissuto fra le quattro mura di casa. Ha paura, non capisce che cosa sta facendo e il suo ruolo rispetta questa ambiguità: un interprete si muove sul crinale tra due mondi. Lei traduce in maniera asettica, le interessa solo se c’è qualcosa che può riguardare il fratello. Traduce e dimentica, non si fa domande. L’obiettivo è sopravvivere e salvare il fratello. È ambigua, è un’antieroina, non suscita la solidarietà femminile. Però Delia compie un percorso: alla fine la sua ignavia è chiamata a un bivio, alla fine sceglie e sceglie  di saltare nel vuoto, di assumere il rischio. Disegna il proprio destino, ma per due terzi del romanzo subisce, si sporca le mani di sangue per salvare la pelle. Tuttavia è molto umana.


Non ci viene detto apertamente, ma il fatto che von Peters fosse nell’Einsatzgruppe sul fronte orientale ci lascia indovinare di quali colpe si sia macchiato. Eppure il suo palese tormento fa di lui, anche se non pienamente, un ‘nazista buono’- voleva rappresentarlo così?

     No, non volevo rappresentarlo come ‘il nazista buono’. Il dipingerlo così viene dal mio rapporto con i tedeschi che ho conosciuto. Hanno pudore della sofferenza, ma poi raccontano di quello che hanno vissuto durante e dopo la guerra- terribile. Le prime case da cui hanno portato via i disabili furono quelle tedesche, i primi ebrei deportati furono tedeschi, hanno subito il nazismo. La follia collettiva ha fatto sì che subissero. Anche la fase post-bellica fu terribile. I pochi che sono tornati a piedi dalla Russia spesso non furono riconosciuti, molti si diedero all’alcolismo, molti si suicidarono, i più non riuscirono a rifarsi una vita. Subirono un prezzo altissimo come vinti.

   Quella di von Peters è la storia di un uomo che prima faceva tutt’altro, era ricercatore universitario, come molti altri era arruolato nella Wehrmacht e poi era finito nelle Waffen-SS. Deve vivere con dei demoni e questo ce lo rende simpatico in qualche maniera. Sa bene che quello che sta facendo è il Male assoluto.

C’era veramente l’ospedale psichiatrico di cui parla nel libro? che fine hanno fatto i pazienti?

    Non c’era, c’erano però strutture simili su cui mi sono documentata per ambientare in modo realistico quella parte del romanzo. Dopo il 1943 i tedeschi inasprirono le misure non solo contro gli ebrei. I tedeschi cercavano gli ebrei anche negli ospedali psichiatrici dove forse si trovavano nascosti e, quando non li trovavano, rastrellavano gli altri pazienti là presenti.

campo di Fossoli

Nel libro si parla anche del campo di concentramento e di transito di Fossoli. Ormai la guerra nel cui ricordo la mia generazione è cresciuta mi pare così lontana che trovo più che mai importante parlarne. Pensa che le giovani generazioni, e non solo loro, sappiano del campo di Fossoli e della risiera di san Sabba? Non pensa che noi italiani tendiamo a rimuovere la nostra parte di colpa?

    Oggi i giovani hanno molti stimoli ma alcuni di loro hanno anche una sensibilità spiccata e, se stimolati e appassionati, si interessano. La Storia li avvince.

Come figlia e nipote di esuli istriani so bene che cosa sia la rimozione del passato. Il popolo tedesco ha fatto un lavoro incredibile per ricucire la memoria della Storia in comune, ha espiato una colpa collettiva. Da noi questo non è stato fatto. Non abbiamo una visione di insieme, dove si tenga conto dei prezzi della guerra. Abbiamo ancora da fare, e non so se si farà mai, un lavoro serio sulla memoria collettiva.

Sta già scrivendo un altro romanzo? Sarà ancora un romanzo di ambientazione storica?

    Ho in mente varie possibilità ma non sto ancora scrivendo niente. I temi possibili sono tanti, alcuni sono di ambientazione contemporanea.



martedì 7 ottobre 2025

Nini Wiedemann, "Al di là delle frontiere" ed.2004

                                                                           Casa Nostra. Qui Italia

                                                         seconda guerra mondiale

             love story

INTERVISTA A Nini Wiedemann, autrice di “Al di là delle frontiere”

Ed. Tropea, pagg. 217, Euro 15,00

 

Ha due sottotitoli, il romanzo “Al di là delle frontiere” di Nini Wiedemann di cui abbiamo visto di recente l’adattamento cinematografico in televisione con l’interpretazione di Sabrina Ferilli: “Una storia d’amore e di guerra” e “Una storia vera”. E così questa storia, che avrebbe gli elementi per essere un romantico feuilleton, acquista tutto un altro significato e un altro valore, come storia d’amore che supera le barriere, quelle geografiche di due paesi, Italia e Germania, prima alleati e poi nemici, quelle delle incomprensioni degli altri, quelle delle difficoltà oggettive e logistiche. Per concludersi bene- e se non fosse “una storia vera”, come dimostra anche il cognome tedesco della scrittrice, non potremmo perdonare un finale così rosa da sembrare impossibile. Il nome da ragazza di Nini Wiedemann è Angela Ghiglino e abitava con la famiglia a Pietra Ligure quando incontrò il capitano Hans Wiedemann, del comando tedesco di Albenga. Era già il quarto anno di guerra, dopo l’8 settembre gli uomini di casa si erano rifugiati sulle montagne e ad Angela, sospettata di aiutarli, era arrivato un mandato d’arresto da parte del federale di Savona. Si era salvata accettando il lavoro che degli amici le avevano procurato, come interprete del capitano Wiedemann.


La cosa più difficile, per Angela, è dissociare l’immagine del tedesco, che è il nemico, da quella dell’uomo sensibile, gentile e colto che si trova a combattere una guerra di cui ha orrore e vergogna. In un racconto in terza persona che cerca di evitare le trappole dell’emozione, Nini Wiedemann ricorda le tappe dell’attrazione e poi dell’amore che diventa per entrambi una difesa contro lo scempio della guerra- gli inglesi bombardano Pietra Ligure, Hans Wiedemann riceve l’ordine di recarsi a Montecassino e Angela lo segue. Lo seguirà anche nella ritirata lungo la penisola, difesa con rozza tenerezza dall’attendente siberiano di Hans, su fino al Veneto, dove i tedeschi minano la laguna per fermare l’avanzata degli alleati. E sarà qui che il ruolo di Angela acquisterà un’importanza nazionale, ma Hans non è il debole che agisce per amore di una donna. Hans è l’uomo che ha il coraggio di riconoscere il valore della disobbedienza a cui niente nella sua formazione lo ha preparato, che c’è la libertà di disobbedire a un ordine assurdo e folle.  Firmerà la resa, dando l’ordine di liberare i campi minati e consegnandosi prigioniero insieme a i suoi uomini. Stilos ha incontrato la signora Wiedemann a Pietra Ligure, dove vive di nuovo da una quindicina di anni, per parlare con lei della sua straordinaria storia d’amore durante la guerra.

 Sono passati 60 anni dai fatti che Lei racconta, come mai viene pubblicato solo ora il libro sulla sua storia?

    Perché sono stata in Germania per quarant’anni, avevo iniziato a scrivere il libro in tedesco, poi ho capito che non andava bene: parlo il tedesco, ma non ho mai studiato la grammatica e ho deciso che il libro doveva essere scritto in italiano. L’idea di scrivere il libro mi era venuta perché volevo lasciare a mio figlio un ricordo, volevo che sapesse che cosa suo padre ed io avevamo fatto. Mio marito Hans Wiedemann è morto in un incidente d’auto nel 1964 e io sono tornata a vivere in Italia alla fine degli anni ‘80. Ho scritto il libro e lo feci pubblicare in poche copie, per mio figlio e degli amici, dalla Loggia dei Lanzi di Firenze. E’ stato il conte Vianelli, di cui parlo nel libro e con cui sono rimasta in contatto, che ne ha parlato con un giornalista del Gazzettino di Venezia e da lì si è messo in moto tutto quanto: sono stata contattata da un giornalista di Roma, sono stata intervistata in televisione per la ricorrenza del 25 aprile del 1998, e poi c’è stato il film e ora l’edizione del libro pubblicato da Tropea.

 Lei ha dei ricordi molto precisi di quegli anni: ha fatto delle ricerche per controllare le date e gli avvenimenti degli anni di guerra?

     Sì, i fatti li conoscevo, però ho fatto ricerche sui libri di storia, sono stata aiutata da un professore di storia di Ceriale e anche il generale La Penta di Torino mi ha fornito informazioni e date sulla guerra. Ho anche telefonato al sindaco di Cavarzere, dove mio marito aveva firmato la resa, per avere la copia di quel documento, e sono stata invitata a Chioggia dove ero già stata ospite del vescovo per un mese dopo la liberazione, quando mio marito è partito per la prigionia e per me era troppo pericoloso ritornare in Liguria senza una scorta.

 Perché ha scelto di raccontare la sua storia in terza persona?

    Perché mi pareva di autoglorificarmi, se avessi scritto in prima persona. Non volevo adularmi. Parlavo di fatti che forse mi facevano onore e per modestia preferivo parlare in terza persona: non è nella mia natura mettermi in mostra e io sono rimasta quella di sempre.


 Non si parla mai della Liguria degli anni di guerra, soprattutto della Liguria di Ponente. Eppure so che sono stati tempi durissimi, che non c’era niente da mangiare.

      E’ vero che sono stati tempi durissimi e che non c’era niente da mangiare. Noi eravamo una famiglia di gioiellieri e avevamo la possibilità di portare dell’oro ai contadini in cambio di qualcosa da mangiare, ma c’era proprio poco. Si faceva la fame, neanche con i buoni si riusciva ad avere qualcosa. E bisognava cercare di far arrivare del cibo anche ai partigiani sulle montagne, mio fratello, mio cugino, dei nostri amici erano con i partigiani. E abbiamo anche subito dei bombardamenti: Pietra Ligure è stata distrutta dal bombardamento di cui parlo nel libro. Infatti le riprese del film sono state girate in Romagna, perché qui c’è troppo cemento, tutto è stato ricostruito.


 Che cosa è stato più difficile per lei? La lotta interna per accettare questo amore o farlo accettare agli altri?

    Entrambe le cose hanno suscitato contrasti fortissimi in me. Per tradizione il tedesco era il nemico. Quando ero bambina, mia nonna mi diceva: “ se non stai buona chiamo i prussiani.” Non amavo i tedeschi. Poi, nel viaggio in treno da Roma verso casa dopo l’8 di settembre, ho visto sparare a un ragazzo, ho assistito alla violenza dei tedeschi. Ho combattuto questo amore, e anche mia madre mi diceva, “è impossibile, non puoi amare un tedesco”. Io provavo rancore nei suoi confronti, neppure io sarei voluta andare a lavorare come interprete al comando tedesco, ma l’alternativa era finire nelle prigioni politiche di Savona. Eppure mi sono innamorata. Perché Hans era un uomo magnanimo, generoso, neutrale, non aveva niente contro il popolo italiano. Quando l’ho conosciuto bene, mi sono resa conto che era un uomo meraviglioso, con dei valori che non credevo i tedeschi potessero avere. Quello che all’inizio era un sentimento di attrazione si è trasformato in un grande amore. Però c’erano gli altri: non venivo accettata, vedevo il disgusto, l’ira negli occhi degli altri. Quando le case venivano requisite e io entravo sorridendo e cercando un contatto con loro, loro giravano la testa dall’altra parte. Ne ho sofferto molto e ho cercato in tutti i modi di aiutarli perché capissero che non li avevo mai traditi. Non potevo sopportare questo disprezzo, io non avevo mai tradito. Sì, mi ero salvata e mi ero innamorata, ma non avevo mai tradito la mia gente.

 L’hanno capita nella sua famiglia?

      Mia madre non voleva neppure che facessi l’interprete. “Allora vado in prigione”, le ho detto. Ma quando sono venuti i fascisti per arrestarmi, è stata lei stessa a mostrare il documento in cui risultava che lavoravo per il comando tedesco. Da allora piano piano ha capito. Io ho nascosto a mia madre il mio amore per Hans, ma lei se n’è accorta. Era mia madre e sapeva leggere le mie espressioni- mi ha detto, “ti sei innamorata”, e io ho risposto, “sì”, non potevo mentire. Ha pianto  e mi ha detto, “capisco il tuo amore, ma per noi è inaccettabile. Lo capisco e sei mia figlia.” Anche per lei è stata una tremenda lotta interiore. Temevo che mia sorella e mio fratello non mi avrebbero più voluto vedere, e per un po’ è stato così. Mia sorella era incinta e io ho detto a Hans che volevo esserle d’aiuto e portarle da mangiare: Hans ha organizzato tutto lui, anche se per lui era rischiosissimo. Ha fatto riempire un camioncino, guidava il suo attendente russo, abbiamo detto che andavamo a procurarci frutta e verdura dai contadini nell’entroterra e poi abbiamo lasciato dai contadini i viveri per i partigiani.


 Ci saranno stati molti momenti in cui ha avuto paura, quali sono stati i peggiori?

     Ho sempre avuto paura, ma volevo stare con Hans: se moriva lui al fronte, morivo anch’io. Il momento peggiore è stato quando gli inglesi hanno attaccato durante la pausa, vicino alla casamatta- io ero fuori che mangiavo una mela acerba, avevo fame. Vicino a me c’era il tenente Schmidt che è stato sventrato. Io sono stata ferita da una scheggia ma ero ricoperta dalle budella del tenente e sono svenuta, più che per il male, per la paura e per lo shock di quel momento.

 Ho trovato molto bello il personaggio del russo Ivan che le faceva da scorta.

    Era un uomo speciale, un burbero buono. Era un siberiano mastodontico, sembrava un orso che ringhiava, ma aveva un cuore d’oro, aveva la dolcezza negli occhi. Anche quando gridava e io gli dicevo, “ma perché fa così, Ivan?”, i suoi occhi ridevano. Gli alleati non hanno rispettato gli accordi presi con mio marito, e i russi del suo battaglione, compreso Ivan, sono stati consegnati a Stalin- saranno morti tutti.


 E dopo? So che è un’altra storia, ma che cosa è successo dopo?

     Si intitola proprio così il libro che sto finendo in questi giorni: “E dopo…e dopo”. Dirò solo che dopo continua la mia ricerca di Hans che è stato mandato in un campo di prigionia ad Alessandria d’Egitto, è stato liberato quasi subito ed è andato a Francoforte, ma non poteva muoversi di lì. Ci siamo rincontrati nel 1946.


L'intervista e la recensione sono state fatte nel 2004 e sono state pubblicate sulla rivista letteraria "Stilos".

Le fotografie sono tratte dal film

 

                                                                                              

lunedì 6 ottobre 2025

Veronica Santoro, “L’interprete” ed. 2025

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

       seconda guerra mondiale

Veronica Santoro, “L’interprete”

Ed. Ponte alle Grazie, pagg. 464, Euro 18,05

 

    Verona 1943.

È sempre stato un crocevia, Verona. Tanto più nel 1943, quando, dopo l’armistizio dell’8 settembre, la situazione si era ribaltata in Italia, i vecchi alleati erano diventati i nuovi nemici, decisi a combattere fino allo stremo quei voltafaccia degli italiani, a smettere di tergiversare e portare a termine la soluzione finale degli ebrei anche in Italia dove finora avevano goduto di una certa protezione.

   Nel primo capitolo del romanzo di Veronica Santoro veniamo introdotti ai personaggi principali che, in certo qual modo, rappresenteranno le diverse posizioni di fronte al conflitto- il generale Hauer, l’SS-Haupsturmführer Thomas von Peters, il preside di liceo Enrico Zorzi e sua figlia Delia.

    Von Peters è un bel giovane, ma alcuni dettagli del suo comportamento, il suo pallore, il suo stringere i pugni, il silenzio che segue la sua dichiarazione di aver servito nelle Einsatzgruppen a Cracovia, ci fanno pensare che abbia un tormento interiore, che non provi alcun orgoglio per l’efficienza distruttrice che dovrebbe tornare utile al generale a Verona.


   Enrico Zorzi è venuto a presentarsi per offrire la collaborazione sua e della figlia- parlano entrambi un ottimo tedesco, possono fare da interpreti, Delia può essere assunta come segretaria. Zorzi si vanta di essere stato un fascista della prima ora e c’è qualcosa di odiosamente servile nel proporsi come aiuto agli occupanti. Peggio, perché non offre solo la sua di collaborazione, ma anche quella della figlia, una ragazza molto bella completamente soggiogata dal padre. Naturalmente Enrico Zorzi non fa parola del figlio che invece si è unito ai partigiani- Carlo, appena diciassettenne, ha il coraggio di fare quello che il padre, per opposti ideali, e la sorella, per vigliaccheria, non faranno, e possiamo indovinare fin da adesso quella che sarà la sua fine.


     Sembra così lontana nel tempo, adesso, quella guerra che volevamo credere avrebbe messo fine a tutte le guerre (ma non crediamo sempre così, dopo ogni guerra?) e il libro di Veronica Santoro ce la riporta nel presente- tra il 1944 e il 1945 Verona fu pesantemente bombardata con un totale di circa 10.000 tonnellate di bombe sganciate da americani e inglesi, suona spesso la sirena di allarme nel romanzo, la gente ha paura, paura di tutto, delle bombe, del rimbombo minaccioso degli stivali tedeschi, degli arresti e delle torture di cui si sparge la voce, della possibilità che gli venga confiscata la casa (il fatto che Delia e il padre continuino ad abitare nella loro villa rivela il privilegio concesso ai collaborazionisti), paura delle delazioni e dei rastrellamenti (gli ebrei sono scomparsi, anche la famiglia che abitava vicino agli Zorzi, anche la ragazza che era amica di Delia), la paura arriva anche nell’ospedale psichiatrico dove, inaspettatamente, è ricoverato qualcuno che von Peters si impegnerà a salvare (sappiamo che fine abbiano fatto gli ammalati di mente con l’Aktion T4 nella Germania nazista), paura per chi ha un figlio, un fratello, un marito o un amante tra i partigiani.


   Insieme a storie di tradimenti, di squallide denunce, di spionaggio, di internamenti (non dimentichiamoci del campo di transito di Fossoli), c’è anche una storia d’amore, forse prevedibile ma non per questo meno possibile. Un amore difficile che, però, può ‘salvare’ sia lui che lei- lui perché ha l’opportunità di riscattare il suo passato, anche se in minima parte, lei perché può compensare la sua mancanza di coraggio, la sua incapacità di prendere una posizione. E poi, come accade nei romanzi ambientati in tempi di guerra, l’amore offre uno spiraglio di speranza, è la controparte dell’odio e della morte.

    Il romanzo- ce lo dice la stessa scrittrice nella postfazione- è ispirato ad una storia vera di cui è venuta a conoscenza e mi ha fatto ripensare a quella, simile, di Nini Wiedemann, la ragazza ligure che si innamorò del capitano a cui faceva da interprete. Raggi di luce nel buio della guerra.