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martedì 28 aprile 2026

Anna Luisa Pignatelli, “Il letto cinese” ed. 2026

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia

      romanzo di formazione

Anna Luisa Pignatelli, “Il letto cinese”

Ed. Fazi, pagg. 180, Euro 16,62

    Uno zio e un nipote. Una cittadina di provincia. Il fascino esotico della Cina.

     Ricordati che tuo zio si chiama Corrado Sivieri e che sei il suo unico nipote- ripeteva spesso la madre al figlio, studente liceale che è la voce narrante del bel romanzo “Il letto cinese” di Anna Luisa Pignatelli.

    Il padre del ragazzo era morto da tempo ed era stato quanto più diverso possibile dal fratello, il famoso sinologo Corrado Sivieri. Era un ingegnere pragmatico, l’opposto del professore di Lingua e Civiltà cinese all’Istituto di Studi Orientali di Roma che era stato mandato a studiare a Tientsin dalla madre per evitare che venisse arruolato ed era rientrato in Italia dopo la caduta del fascismo. Dopo la morte del fratello Corrado Sivieri si era addossato la responsabilità della famiglia di questi, della vedova e del nipote.

Il ragazzo lo ammirava. Ammirava quell’aura di cultura e anche, sì, di diversità che si percepiva intorno allo zio, gli piaceva la deferenza che tutti gli mostravano- un segno evidente del rispetto che avevano per lui.


Il legame tra zio e nipote diventa più stretto quando la signorina cinese che gli faceva da segretaria aveva regalato un cagnolino allo zio. Peccato che lo zio detestasse bambini e animali. Così l’incarico di occuparsi del cane era toccato al ragazzo, insieme a quello di sostituire la signorina che era tornata in Cina- e poi il ragazzo era stato respinto alla maturità, una vergogna per la loro famiglia.

    Il ragazzo batterà a macchina gli scritti dello zio che si sta occupando del periodo del tormentato regno dell’imperatrice Tzu Hsi (noi la conosciamo meglio con il nome Cixi), ultima imperatrice della dinastia Qing, e del suo coinvolgimento nella morte del sovrano Kuang Hsu.

   “Il letto cinese” (tra i tanti oggetti cinesi di valore in casa dello zio c’è un tipico letto cinese che è come una piccola stanza in cui allo zio piace passare il tempo a leggere) è una lettura affascinante perché la narrativa si dipana su parecchi piani- è la storia di un rapporto tra una figura paterna e una sorta di figlio con tutti i contrasti generazionali, acuiti dalla rigidezza dell’adulto, ed è la storia di un ragazzo che si sente solo e corteggia una ragazzina di origine zingara e sola quanto lui; è la storia di uno studioso chiuso nella sua torre di avorio, invidioso di chiunque possa rivaleggiare con lui, chiacchierato per la sua predilezione per uno dei suoi studenti. E poi c’è il magnifico affresco della Storia cinese alla fine dell’Impero, una Storia che conquista l’attenzione del ragazzo che, in una qualche maniera, si vede riflesso nel nipote di Tzu Hsi che vede ogni sua iniziativa stroncata dalla potente zia che finirà per farlo uccidere.


   La realtà non è mai completa così come appare. La realtà è complessa. Una serie di grandi e piccole delusioni sminuiranno la figura dello zio agli occhi del ragazzo- il non aver neppure considerato che il nipote aveva mostrato coraggio nel difendere la sua ragazza durante un’aggressione, l’averlo colpevolizzato, il giudizio negativo espresso nei confronti di un libro che gli era stato mandato in lettura (al ragazzo era piaciuto molto, invece), un pigiama a righe bianche e azzurre nel cesto della roba da lavare.

   Lo zio non era quel grand’uomo che voleva apparire. Era egoista, meschino, ipocrita. Eppure, l’averlo visto come era realmente libera il nipote dalla soggezione, dal senso di inferiorità. E paradossalmente lo mette in grado di riconoscere l’enorme debito che ha con lui, l’averlo fatto appassionare allo studio, avergli spalancato la mente verso altri orizzonti.

     Un romanzo di formazione diverso dal solito che spalanca verso altri orizzonti anche le menti dei lettori.



 

martedì 17 dicembre 2024

Irina Turcanu, “Manca il sole ma si sta bene lo stesso” ed. 2024

                                                           Voci da mondi diversi. Romania

     romanzo di formazione

Irina Turcanu, “Manca il sole ma si sta bene lo stesso”

Ed. Marsilio, pagg.240, Euro 16,15

 

     Tre personaggi, tre voci diverse, tre punti vista diversi. Sono i Romanencu, il padre, la madre e la figlia. Nella prima parte del romanzo i tre punti vista si alternano, poi resta solo quello di Ina e nel nome, un diminutivo di Irina, riconosciamo la scrittrice stessa.

    La storia della famiglia inizia dopo la caduta di Ceaučescu, quando, nell’ebbrezza della fine della dittatura, tutto sembra possibile- arricchirsi, avere gli agognati beni di consumo che si invidiavano ai paesi occidentali. I Romanencu si improvvisano imprenditori. Falliscono. Lui è professore universitario, la moglie è ignorante ma è bella e lui ne è innamoratissimo. Devono adattarsi a vivere insieme alla madre di lei, poi decidono di emigrare in Italia. È soprattutto lei che ambisce a cambiare paese. L’Italia è quella che appare negli spettacoli televisivi, tutto sembra facile laggiù.

    La realtà è ben diversa. La vita per lui è di certo peggiore che in patria. Anche se ci mette la buona volontà, i lavori manuali (gli unici che può trovare) non fanno per lui e viene regolarmente licenziato. Le donne hanno maggiori possibilità di lavoro, come domestiche, come badanti. Infatti lei viene assunta da una famiglia ricca e, in seguito, quando il padrone di casa si separa dalla moglie, le chiede di andare con lui a vivere nella casa di sua madre, in un paese sugli Appennini. Il seguito ci pare ovvio.


    Ina è stata lasciata in Romania, dalla nonna. Come vive una bambina la lontananza dai genitori? È il padre che le manca, più della madre. È brava a scuola, fin troppo brava se una volta viene punita dall’insegnante per aver scritto una poesia così bella che la professoressa pensa l’abbia copiata. Attraverso le reazioni di Ina, quando riceve i pacchi regalo di sua madre, quando si rifiuta di rispondere al telefono quando lei la chiama, noi capiamo la sua sofferenza, il suo sentirsi abbandonata, non voluta. Capisce tutto, anche quello che sarebbe meglio non capisse- il tradimento della madre, l’alcolismo del padre, la loro ‘caduta’.

    Poi cambia tutto. La madre invita Ina in Italia per una vacanza. È un inganno. Ina si fermerà e abiterà con lei, la madre l’ha già iscritta al liceo a Piacenza.


    “Manca il sole ma si sta bene lo stesso” (il titolo è preso da un verso di una poesia di George Cos,buc) è un romanzo di formazione bello e diverso, direi che è più ricco di altri che abbiamo letto. Gli anni di ‘formazione’ della protagonista sono visti accanto all’evoluzione dei due personaggi adulti, a come il padre e la madre reagiscono e crescono o cadono come conseguenza dei cambiamenti politici e dell’espatrio. E Ina vive prima l’abbandono e, nonostante la giovane età, scopre che l’affetto non si può comprare, che i jeans che la madre le spedisce non sostituiscono la sua assenza, e poi il trapianto forzato in un paese di cui non sa la lingua e in cui non conosce nessuno, lasciando dietro di sé il suo primo amore e la nonna che l’aveva colmata d’affetto. Di Ina ammiriamo la resilienza e l’ambizione. Ha la fortuna di incontrare professori che l’aiutano e la incoraggiano, ma la forza interiore e la caparbia volontà di riuscire là dove padre e madre hanno fallito è tutta sua.

     Un romanzo da leggere perché è una lezione di vita.

     Irina Turcanu è nata in Romania, vive in Italia dal 2001 e, dopo aver frequentato il liceo a Piacenza, ha conseguito la laurea in Filosofia a Milano con una tesi sul filosofo rumeno Emil Cioran. Attualmente collabora come giornalista a diversi giornali e riviste nazionali e locali.





     

 

domenica 20 ottobre 2024

Elena Fischer, “Paradise Garden” ed. 2024

                          Voci da mondi diversi. Area germanica

                                             romanzo di formazione

Elena Fischer, “Paradise Garden”

Ed. Gramma, trad. Susanne Kolb, pagg. 272, Euro 18,05

 

      Mia madre è morta questa estate.

   Quattordici anni è un’età di merda per perdere la madre.

Due frasi così, in apertura del libro, sono un pugno nello stomaco. Un altro pugno che ci fa piegare in due arriva subito dopo, durante il funerale ‘nel giorno più caldo dell’anno’, mentre la bara viene calata nella fossa. Se lei sperava che la mamma comparisse al suo fianco, la prendesse per mano e la portasse via- be’, la mamma non era comparsa. È comparso invece il mio primo ciclo. Può esserci qualcosa di più terribile che diventare donna con il soprassalto di sentire il sangue scorrere sulle gambe e avere appena perso la mamma che avrebbe potuto spiegare e rassicurare?

   La mamma si chiamava (o si chiama, perché la sua assenza è una presenza costante a fianco della figlia) Marika e lei, la figlia che è l’io narrante, Billie. Soltanto a sette anni, a scuola, aveva scoperto che il suo vero nome era Erzsébet. La mamma diceva che Billie era un diminutivo, ma molto più tardi lei verrà a sapere che è tutto un altro nome, che c’è una canzone intitolata con questo nome. E che la canzone deve aver avuto un significato per il cuore della mamma.


    Non abbiate timore che “Paradise Garden” sia un libro sdolcinato, come i libri per l’infanzia del passato dove bambini orfani scoprivano il nonno ricco o si addentravano in giardini segreti. Potrebbe esserlo ma non lo è, perché la voce di Billie ride anche se vorrebbe piangere mentre ricorda tanti episodi di vita passata, perché Marika è una madre giovanissima e tremendamente simpatica, perché  anche se in Marika e Billie c’è qualcosa di Pollyanna (la protagonista del famoso romanzo per bambini di Eleanor Porter che trova sempre qualcosa di positivo in tutto), ci divertiamo a leggere della polvere di stelle che questa mamma spargeva su tutto, trasformando in un divertimento andare a cercare i prodotti scaduti e scartati del supermercato quando i soldi erano finiti, fare la doccia calda approfittando dell’ingresso gratuito in piscina, far apparire la più grande avventura tuffarsi dal trampolino di dieci metri, fingere di essere in villeggiatura mettendo le sedie sul ballatoio quando faceva molto caldo. La mamma raccontava che se n’era andata da casa, in Ungheria, perché sua madre la picchiava, che era stata la prima ballerina al teatro di Budapest, che il padre di Billie l’aveva lasciata. Era tutto vero?

   La nonna, cattiva come quella delle fiabe, bussa alla loro porta, dice di essere ammalata e di avere bisogno di cure. Nella piccolissima casa in cui mamma e figlia abitano, la nonna si prende la stanza di Billie e tira fuori tutte le sue statuette di Gesù e le Bibbie (due, in caso una vada persa). È la fine dell’idillio. E poi succede il peggio, la vita di Billie ha una svolta, il romanzo ha una svolta.


    Fino a questo momento l’ambientazione era stata il condominio di periferia degradata, oltre a Billie i personaggi erano stati la madre e la nonna, l’amica ricca e ‘traditrice’ di Billie e gli amici poveri e generosi che erano anche i vicini di casa, l’unico spostamento era stato il viaggio vagheggiato e mai fatto con i soldi vinti per una risposta giusta ad un quiz radiofonico, adesso tutto cambia e il romanzo diventa, fino ad un certo punto, un romanzo ‘on the road’ con Billie che, pur non avendo la patente, si mette al volante e parte. Per dove, non lo sa neppure lei di preciso. Ha un bagaglio minimo, l’importante è che abbia il quaderno su cui prende appunti perché vuole diventare una scrittrice.


    “Paradise garden” era il nome del gelato più grosso che la mamma aveva comperato per Billie, quello che Billie ha perso è il Giardino dell’Eden, si chiama Sal Paradise il protagonista del romanzo “On the road” di Kerouac che Billie sta leggendo- è una traccia per noi lettori? Per Billie che vuole trovare suo padre, che sognava il mare caldo del Sud dell’Europa e invece arriva sul mare del Nord? è il Paradiso quello che trova in quell’isola semidisabitata e un poco selvaggia? Di certo mette insieme le tessere del puzzle della vita di sua madre. Ognuno ha la sua storia. Mia nonna ha una storia, ce l’ha mia madre e ce l’ho anche io.

    Un libro sfaccettato, che parla dell’amore, dell’essere genitori e dell’essere figli, dell’urgenza di trovare se stessi cercando le proprie radici. Un libro in cui l’eccesso di sentimento si stempera nell’umorismo, forse velato di lacrime ma anche di tenerezza e di gioia di vivere. Nonostante tutto.



martedì 10 settembre 2024

Tan Twan Eng, “Il dono della pioggia” ed. 2024

                                                          Voci da mondi diversi. Malesia

seconda guerra mondiale

romanzo di formazione

Tan Twan Eng, “Il dono della pioggia”

Ed. Neri Pozza, trad. Chiara Vatteroni, pagg. 496  , Euro 20,90

 

    Era stata un’indovina a dire a Philip Hutton che lui aveva il dono della pioggia. Che cosa voleva dire nell’isola di Penang, in Malesia, avere il dono della pioggia? I monsoni portavano con regolarità la pioggia e tutta quell’acqua era nello stesso tempo una benedizione e una maledizione. La pioggia portava fertilità del terreno, rendeva lussureggiante la foresta mentre tamburellava sulle foglie iridescenti. Poteva però portare alluvioni e malattie, con le acque di scolo che trascinavano immondizie e animali morti. Nel futuro di Philip c’era anche che avrebbe causato la rovina di entrambe le famiglie a cui apparteneva.

    Philip ha sedici anni nel 1939, quando tutto inizia, quando inizia il racconto della sua vita- e ormai è anziano- ad una donna giapponese che è venuta a cercarlo per portargli una lettera che arriva da un tempo remoto, scritta da Hayata Endo, che la donna aveva amato e che era stato il sensei di Philip, il suo maestro di aikido, l’amico che gli aveva insegnato la cultura giapponese, che forse era stato per lui anche più di un amico, nonostante tutto quello che era successo, nonostante avesse spaccato in due il senso di lealtà di Philip quando i giapponesi avevano occupato la Malesia.


   La voce narrante dominante è quella di Philip, figlio di un inglese la cui famiglia si era stabilita dalla precedente generazione a Penang, arricchendosi con le miniere e la coltivazione della gomma, e di una cinese che aveva sposato giovanissima suo padre, già vedovo, e aveva fatto da madre agli altri tre figli di lui prima di morire di malaria quando lui era piccolo. Ma è la voce di Endo-san che racconta a Philip della sua vita prima di arrivare a Penang, pur non dicendogli tutto, è la donna giapponese a raccontare la sua, di vita, (sta morendo lentamente adesso, vittima delle conseguenze della bomba di Hiroshima), è il nonno cinese che aveva troncato ogni rapporto con la figlia che aveva sposato uno straniero a dirci di sé. Un romanzo ricchissimo, dunque, di voci, di storie, di testimonianze. Un romanzo la cui trama potrebbe essere quella di una tragedia con il protagonista che, proprio perché si sente un estraneo nella sua famiglia, proprio perché si sente ugualmente escluso dalla comunità cinese, proprio perché si sente un alieno quando coglie gli sguardi perplessi di chi non sa quale appartenenza attribuirgli, si sente così attratto dal giapponese che ha preso in affitto l’isola da suo padre e gli chiede in prestito una barca per raggiungerla. Philip deve molto a Endo-san- la disciplina dell’arte marziale che gli insegna a padroneggiare è mentale oltre che fisica, rende Philip sicuro di sé, lo trasforma in una maniera sottile che lo rende un ragazzo del tutto diverso. E però Philip non si accorge che il suo amato Endo-san ha anche un altro scopo nel coltivare la sua amicizia, che non sono solo le bellezze di Penang di cui è in cerca, durante le loro escursioni. A nulla valgono le parole del padre che lo mettono in guardia, anzi, forse ottengono l’effetto contrario. E, quando scoprirà il tradimento di Endo-san, il dolore e la delusione saranno atroci.


    I giapponesi occupano la Malesia nel 1941. Nessuno se lo aspettava. Lo stupro di Nanchino ha mostrato l’efferatezza giapponese, non saranno da meno in Malesia. E infatti…Philip Hutton si trova a dover prendere delle decisioni, con chi schierarsi per salvare la sua famiglia. Di lui diranno che è un traditore, finirà per essere un traditore di ambo le parti, lui che è stato tradito per primo.


   “Il dono della pioggia” non è un libro facile, non è un libro per tutti. È un libro bellissimo che non lascia indifferenti. È un capitolo della storia del secolo XX che ci porta sul palcoscenico della guerra in estremo Oriente, è un romanzo di formazione singolare con dure prove da sostenere per il ragazzo che diventa uomo in anni difficili in cui scegliere può significare la morte di qualcuno, un romanzo sulla ricerca di identità, sulla lealtà e sul tradimento, su legami tra fratelli e tra padre e figli (bellissima la figura di Noel Hutton, l’uomo la cui integrità morale merita il rispetto di malesi, cinesi e della sua stessa famiglia), sul fascino che sconfina nel plagio dell’insegnante di valore. Questo è un romanzo complesso e pieno di sfumature a cui continueremo a pensare a lungo dopo averlo terminato. Così come continueremo a pensare alla casa con le bianche colonne degli Hutton- Istana, un nome che significa ‘palazzo’-, una delle tante case con un’anima dei romanzi di lingua inglese, simbolo di uno splendore e di un tempo destinato a scomparire.



 

 

sabato 27 luglio 2024

Alaine Polcz, “Donna sul fronte” ed. 2024

                                                Voci da mondi diversi. Ungheria

                                          seconda guerra mondiale


Alaine Polcz, “Donna sul fronte”

Ed. Anfora, a cura di Mónika Szilágyi, trad. Antonio D’Auria, pagg. 224, Euro 17,10

 

    1944. Transilvania, allora ungherese- solo dopo la guerra sarebbe diventata rumena. Kolozsvár, oggi Cluj. Alaine ha diciannove anni, è innamorata, si sposa. Delusione immediata, anche se lei si impunta a pensare che sia grande amore, è così ingenua da credergli quando lui le dice che si è infettata in un bagno pubblico. Poi devono scappare. Il fronte russo-rumeno avanza.

    È con questa fuga che inizia la guerra personale di Alaine che la racconta in un romanzo in prima persona che è tante cose insieme- drammatico romanzo di formazione, diario in cui a tratti sembra che la voce narrante parli in una sorta di monologo interiore, libro di un frammento di Storia vissuta sulla propria pelle, storia d’amore e di disamore.

Cluj

    Fuggono, Alaine e János. Si riparano e dormono dove capita, in rifugi improbabili, in pagliai, nelle stalle, anche nel castello degli Esterházy per un breve periodo. Gli fanno compagnia altri disperati in fuga come loro, un cagnolino che tiene caldo ad Alaine quando se lo mette sui piedi o sul collo, la madre di János (una donna dolcissima, il contrario del figlio freddo e indifferente- perché l’ha sposata, si chiede Alaine che non smette di amarlo e di preoccuparsi per lui), i pidocchi. Sono tutti infestati dai pidocchi. Alaine ci scherza sopra- sorridiamo e amiamo più che mai questa ragazza che è capace di ridere facendo differenza tra pidocchio e pidocchio-, ma sono un tormento oltre che origine di malattie. Perché poi ci sono anche le malattie vere e proprie, le febbri e nessun medicinale. Gli spari e le bombe. Alaine si presta come infermiera, quando può, perché aveva seguito un tirocinio. Avrebbe voluto studiare medicina, ma il fidanzato si era opposto (dopo, dopo che tutto sarà finito, si iscriverà a psicologia, diventerà tanatologa, introdurrà gli Hospice in Ungheria e farà psicoterapia ai bambini con il metodo dei giocattoli).


    Il cuore dolente del libro, la ferita che doveva essere messa a nudo e fatta spurgare perché potesse guarire, è la terribile esperienza degli stupri subiti per lo più dai soldati dell’Armata Rossa. E ancora una volta non possiamo che ammirare ed amare la giovane Alaine per il modo in cui ne parla. Riesce, con una forza di spirito eccezionale, a distaccarsi dal sé che è stato violentato, offeso, umiliato, ridotto ad un oggetto preda di lussuria, e a descrivere quanto le è accaduto- una volta, due volte, cento, mille volte- come se fosse un osservatore esterno, come se non stesse accadendo a lei. Dopotutto non era lei, non era lei come donna, come essere umano, schiacciata a terra da quei bestioni. Doveva pensare che era il suo corpo e non lei, a lei non facevano niente. Solo così poteva sopravvivere. Nonostante questa forza interiore, Alaine sopravvisse, sì, ma aveva contratto malattie per cui non c’erano medicine adeguate alla fine della guerra. E iniziò il lungo calvario delle cure mediche e della lentissima parziale guarigione.


    Quello degli stupri di guerra non è un argomento nuovo e non ci stupisce. Si sapeva che, benché fossero proibiti, benché fosse prevista anche la fucilazione, erano da temere e da aspettare da parte dell’esercito vittorioso. Nel 1937-38 le atrocità commesse dai giapponesi in quella che allora era la capitale della Cina passarono alla Storia addirittura sotto il nome de ‘lo stupro di Nanchino’, identificando la violenza sulle donne con quella su un’intera città, così come ne “La ciociara” di Moravia lo stupro di Rosetta e della figlia ad opera dei soldati marocchini diventa il simbolo dello stupro di tutta l’Italia. Nel libro del lituano Šlepikas ”Il mio nome è Maryté”, si parla degli stupri dell’Armata Rossa (una delle donne protagoniste ne muore) e così pure nel diario anonimo (per volere dell’autrice) pubblicato da Einaudi nel 2004 con il titolo “Diario di una berlinese”.  Ricordo quanto fosse stata agghiacciante la lettura di questo diario, più ancora forse dello scritto autobiografico di Alaine. Quello che differenzia Alaine, quello che suscita la nostra ammirazione per lei, è la sua resilienza, la sua capacità di contestualizzare questa terribile esperienza, di riconoscere, accanto al comportamento bestiale, i lati buoni del carattere russo, la loro occasionale generosità, il loro amore per i bambini. E ci colpisce nel profondo la sua grandezza d’animo quando rinuncia ad accusare, dopo averlo riconosciuto, un singolo soldato russo per averla violentata. Uno per tanti- che senso aveva punire con la morte solo lui?

   “Donna sul fronte” è un libro importante, un libro da leggere per il suo duplice valore come documento storico e come testimonianza personale.


   

      

domenica 2 giugno 2024

Ennio Tomaselli, “Uno come tanti” ed. 2024

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

          anni di piombo

Ennio Tomaselli, “Uno come tanti”

Ed. Manni, pagg. 336, Euro 18,05

 

    Fabrizio Martini. Vive a Torino, ha poco più di trent’anni. Ha sempre voluto fare il magistrato e adesso sosterrà l’esame a cui si è preparato con una compagna di università che è diventata la sua ragazza. Inspiegabilmente sua madre lo osteggia- è solo perché vuole che lui lavori insieme a lei nel suo studio di avvocato?

    Poi succede l’imprevisto. Durante una gita in montagna suo padre scivola lungo un dirupo e muore. O forse sarebbe meglio dire che il marito di sua madre muore, perché viene fuori che è stato impossibile fargli una tempestiva trasfusione per via di un gruppo sanguigno raro. Quindi quell’uomo buono che era sempre stato un sostegno per lui, che gli aveva sempre dato affetto quasi a colmare il vuoto di quello che non gli dava sua madre, non poteva essere suo padre. Chi era, allora il vero padre biologico?

Tribunale di Torino

   La madre finirà per dirglielo, tra improperi e insulti rivolti sia a Fabrizio sia a Matteo Lorusso, il marito di cui era stata dichiarata la morte presunta. Era stato un magistrato negli anni ’70 e ’80, aveva esercitato a Torino e in Calabria, poi era scomparso. Si era suicidato? Il corpo non era mai stato trovato. Possibilissimo che fosse ancora vivo. All’epoca della scomparsa non sapeva neppure che la moglie fosse incinta, Fabrizio era nato alla fine del 1989 senza che il padre sapesse alcunché di lui.

    Il romanzo di Ennio Tomaselli (laureato in Giurisprudenza, giudice del tribunale per minorenni di Torino e pubblico ministero presso tale ufficio) prende l’avvio da qui in una sorta di romanzo di formazione tardiva che è nello stesso tempo la storia della ricerca di un padre, sia come figura fisica sia- e forse ancora di più- come ‘persona’, e la storia d’Italia attraverso la storia della magistratura in anni violenti e oltremodo difficili in cui molto si nascondeva dietro una verità apparente ed era meglio non fidarsi di nessuno. Se ti fidavi, venivi colpito alle spalle.

    Quello che compie Fabrizio è un percorso doloroso. Intanto supera gli scritti del concorso a cui teneva molto e questo incide, paradossalmente sulla sua vita sentimentale che è quasi una storia parallela. Perché la fidanzata, influenzata dalla famiglia della borghesia bene di Torino, non vede di buon occhio la ricerca di un padre che sembra essere stato un magistrato ambiguo (era stato in collusione con i terroristi, forse?), e Fabrizio è attratto da una estroversa ragazza siciliana conosciuta all’esame, l’esatto opposto delle nordica fidanzata o ex-fidanzata. Fabrizio incontrerà molte persone che hanno conosciuto suo padre, ex magistrati, avvocati, poliziotti.

la Sila

Andrà in Calabria seguendo le tracce- molto labili, a dire il vero- del padre di cui gli viene consegnato un diario e un racconto. Fabrizio è sempre più confuso e perplesso, le pagine del diario rivelano un uomo che non è affatto ‘uno come tanti’. Anzi, è un uomo di grande integrità e dirittura morale. La sua fede nella giustizia non poteva che scontrarsi con la giustizia rimaneggiata che a volte è costretto ad accettare. È un uomo che si schiera con le vittime di sentenze ingiuste, che è capace di giudicare innocente un camorrista dall’accusa di qualcosa per cui non è colpevole. E che cosa voleva dire con quel racconto che palesemente non è solo una composizione narrativa? Solo alla fine lo sapremo.

    “Uno come tanti” è un romanzo che sentiamo ‘nostro’, che ci appartiene rivelandoci i retroscena di una realtà che tendiamo a idealizzare (dopotutto, dobbiamo credere nella giustizia, giusto?). C’è forse qualche lungaggine e il personaggio della madre nella sua cattiveria è forse troppo estremo e calcato, ma la trama ci coinvolge con una suspense ben calibrata e con un buon miscuglio di pubblico e privato.



 

sabato 25 maggio 2024

Anita Likmeta, “Le favole del comunismo” ed. 2024

                                    Voci da mondi diversi. Albania

romanzo autobiografico
romanzo di formazione

Anita Likmeta, “Le favole del comunismo”

Ed. Marsilio, pagg.160, Euro 15,20

 

    Il Paese delle Aquile è il più felice che ci sia- è quello che viene detto di continuo agli albanesi, è come un mantra che, se continui a ripetertelo, ti incanta, agisce come una sorta di ipnosi e finisci per credere in quello che dici, vero o falso che sia. Manca l’acqua corrente, mancano le infrastrutture, mancano i soldi per comperare le scarpe per i piedini dei bambini che crescono in fretta, nelle case non c’è riscaldamento e ci si mette un maglione sopra l’altro, nessuno possiede un televisore e, quando la mamma ne manda uno in regalo dall’Italia, resta lì come un mobile perché non c’è l’elettricità. Ma che cosa importa se si vive nel paese più felice del mondo?


    Ari ha cinque anni e vive con i nonni, la mamma è andata in Italia con altri due bambini, tornerà poi a prenderla. I nonni sono affettuosi, ma Ari non fa che ripetere la domanda- quando verrà a prenderla la mamma?

Il libro autobiografico di Anita Likmeta, nata a Durazzo nel 1985 e arrivata in Italia nel 1997 per ricongiungersi con la madre che era giunta a Bari nel 1991 sulla nave Vlora, è diviso in due parti inframmezzate da ‘favole’.

Nella prima parte- la più lunga- la scrittrice rievoca la se stessa bambina e la vita quotidiana di uno squallore e una miseria che trovano un paragone in una Italia di mezzo secolo prima degli anni in cui cresce Ari. Non per niente l’Italia, dirimpettaia dell’Albania, appare come un paese mitico, il paese di Bengodi. È solo il nonno che non crede affatto che tutto sia così roseo in Italia, che, quando tutti incominciano ad andarsene, dice che lui resterà.

750.000 bunker in Albania

   Ari va con l’asino e le taniche a prendere l’acqua, Ari va a scuola (e la fanno sentire inferiore perché non ha i genitori), Ari deve bere l’uovo crudo che la fa vomitare perché sa di merda di gallina, Ari e i compagni di scuola rispondono alle domande dei giornalisti italiani, Ari difende l’amichetta a cui il maestro dà brutti voti perché è rom, Ari picchiata dal maestro, Ari che ascolta le storie di quando c’erano italiani e nazisti in Albania…fino all’entusiasmo per la caduta del muro di Berlino.

    Alternate a questa narrativa, che è sempre definita nel tempo con una data, ci sono- in corsivo- le favole in cui riappaiono personaggi che abbiamo già conosciuto nelle pagine precedenti, uguali eppure diversi. È come girare una medaglia, come sbirciare nel lato nascosto del felice Paese delle Aquile. Leggiamo della fine della ragazzina rom, del pittore che non voleva sposarsi e arrestato perché gay, del programma spaziale albanese che ti fa volare nello spazio vuotando una bottiglia di rakija, leggiamo perfino della nascita di Ariela, rifiutata dal padre ingegnere (se fosse stata un maschietto ‘se ne sarebbe potuto parlare’). Il tono è favolistico, ironico, mordace, quasi swiftiano, l’effetto che si ottiene calcando sull’esaltare la bontà delle scelte di partito è esattamente il contrario. Da una parte la narrazione disincantata e venata di tristezza della bambina lasciata indietro dalla mamma, dall’altra il racconto di una realtà camuffata da favola per rispondere a quello che si vuol fare credere, che il Paese delle Aquile è il più felice del mondo.


    Poi Ari raggiunge la mamma in Italia, l’inizio non è facile, anzi tutto è difficile. Difficile imparare a conoscere la mamma, imparare una nuova lingua, inserirsi in un altro mondo che ha il gusto squisito della cioccolata. Poi…Ari frequenta il liceo classico, si laurea, diventa imprenditrice nel ramo digital tramite le start up. Ma questa è storia nota, è una favola dei nostri tempi. A questa Cenerentola, che nel libro ha un nome doppiamente significativo, Ariela, che significa ‘Leone di Dio’ (e il leone, anzi, la leonessa in questo caso, è un animale battagliero), ed è anche lo spiritello che Prospero libera dagli incantesimi di una strega nella ‘Tempesta’ di Shakespeare, va il nostro rispetto.



lunedì 20 maggio 2024

Stephen Crane, “Il segno rosso del coraggio” ed. 2023

                     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

                                            guerra di secessione americana

                                                     romanzo di formazione

Stephen Crane, “Il segno rosso del coraggio”

Ed. Sellerio, trad. Alessandro Barbero, pagg. 253, Euro 14.00

      Si chiama Henry Fleming, il giovane protagonista di questo classico (assolutamente da leggere) della letteratura americana. E tuttavia di lui si parlerà sempre come de ‘il ragazzo’, così come gli altri personaggi saranno identificati come ‘il soldato alto’, ‘il soldato stracciato’, ‘il soldato che parlava forte’. 

Il breve romanzo inizia quando il ragazzo decide di arruolarsi. “Non fare lo scemo”, gli dice la madre incredula, per poi fargli le raccomandazioni di ogni madre, “non dimenticarti i calzini e le camicie”, “pensa solo a fare la cosa giusta”, “stai attento e fai il bravo”.

    Poi Henry si trova catapultato in un altro mondo fatto di rumori e colori, di giubbe blu e di giubbe grigie. Fatto di colori, prima di tutto, e il colore dominante è il rosso. Il sole al tramonto tinge il cielo di rosso, l’aria stessa sembra essere colorata di rosso, perfino il rumore dei cannoni è rosso, rosso è il sangue dei feriti- quanto vorrebbe, il ragazzo, essere ferito e avere anche lui, come un’insegna al valore, una traccia di sangue, “il segno rosso del coraggio”. Il ragazzo scopre di non essere affatto coraggioso e, nella battaglia che dura due giorni e una notte, arriva a convincersi che non è certo l’unico ad avere paura, anzi, forse è una manovra intelligente, ripiegare avendo capito che gli unionisti stanno perdendo.


Dovrà mentire, il ragazzo, dovrà fingere di aver perso il suo reggimento, di essere stato ferito di striscio alla testa da una pallottola (è stato invece un banale incidente) lasciandosi fasciare e accudire. Il suo diventare grande passa per lo spettacolo sconvolgente della morte, da quella del soldato che stava camminando al suo fianco alla marea di corpi accasciati sul campo di battaglia, passa per la rivelazione che non c’è eroismo nella guerra, che la parte più facile è quella dei generali o degli alti gradi dell’esercito che non si espongono in prima linea, e che, se c’è eroismo, è nel vincere la paura.

   Sono due le battaglie che si stanno combattendo su quel campo su cui aleggia il fumo degli spari- quella dei blu contro i grigi (il volto del nemico non è mai messo a fuoco) e quella contro il se stesso oscuro, la parte di sé che si vorrebbe tenere nascosta. Dopo la vittoria il ragazzo sente di essersi ‘liberato dal rosso malessere della battaglia’- la battaglia è come una malattia e il colore (sempre il rosso del sangue) è lavato dalla pioggia che scende, il paesaggio riprende i suoi colori mentre ‘sopra il fiume un raggio di sole si aprì una strada dorata attraverso il plumbeo ammasso di nuvole.’


    “Il segno rosso del coraggio” fu dapprima pubblicato a puntate nel 1894 e poi in volume l’anno seguente. La guerra di secessione si era svolta tra il 1861 e il 1865 e Stephen Crane era nato nel 1871- non aveva una conoscenza diretta della guerra e ne scrisse un trentennio dopo la fine. Il fatto che non ci sia niente di precisato, né il tempo, né il luogo, né alcun nome dei generali, rende questo romanzo universale, lo trasforma in un classico della letteratura di guerra, una voce potente quanto il ruggito dei cannoni contro ogni guerra.



venerdì 17 maggio 2024

Charlotte Gneuss, “I confidenti” ed. 2024

                                 Voci da mondi diversi. Area germanica

     romanzo di formazione

Charlotte Gneuss, “I confidenti”

Ed. Iperborea, trad. Silvia Albesano, pagg. 219, Euro 17,00

 

    “I confidenti”. Questo non è il titolo originale del romanzo che a noi non avrebbe detto nulla: “Gittersee”, un sobborgo di Dresda. Il titolo italiano, però, coglie appieno la sottile ambiguità del libro. Perché il primo significato della parola ‘confidente’ è colui a cui si dice un segreto, qualcosa di molto intimo, mentre il secondo si riferisce a chi fa la spia, a chi è a pagamento per fare l’informatore. Sempre di segreti si tratta, ma quanto diversi! Adesso sappiamo che la Stasi, il Ministero per la Sicurezza dello Stato, cioè l’apparato di polizia segreta della DDR, aveva circa 180.000 informatori negli ultimi anni.  Charlotte Gneuss, nata nel 1992, non ha una conoscenza diretta del tempo della divisione della Germania, ma costruisce il suo romanzo sui racconti dell’esperienza di vita dei suoi nonni e dei suoi genitori- questo libro sarebbe stato impensabile senza i loro ricordi, dice lei stessa alla fine. E il suo merito è nell’aver trasformato la grigia realtà di quegli anni in un fresco romanzo di formazione in cui la subdola strategia della polizia segreta ha buon gioco sull’ingenuità dei giovani, già sbalestrati da conflitti familiari e amori adolescenziali.

    1976, un anno importante per la Germania dell’Est, un punto di svolta, un nascere di speranze in un cambiamento. Speranze frustrate dall’espatrio del cantante Wolf Bierman, colpevole di aver tenuto un concerto in Occidente,e dal suicidio di un prete che si era dato fuoco per protesta politica.


La voce narrante è quella di Karin, 16 anni, che vive con il padre, una madre molto giovane che soffre in quella vita ristretta, la nonna e una sorellina piccolissima di cui è lei ad occuparsi molto più spesso della madre. L’esistenza di Karin sembra essere quella di una qualsiasi adolescente, divisa tra la scuola, le chiacchiere con l’amica Marie, e soprattutto il suo primo amore, Paul, che lavora in miniera insieme all’amico Rühle. E tuttavia comprendiamo presto che la loro vita non è del tutto normale, perché c’è un divario tra le loro aspirazioni e quello che invece dovranno accettare di fare, perché è lo Stato che decide per loro, che indirizza il loro futuro verso studi o un lavoro di cui lo Stato ha bisogno. Paul vorrebbe fare l’artista, Marie vuole addirittura essere la prima donna che sbarca sulla luna. L’irrealizzabilità di questo desiderio esprime meglio di ogni cosa le pastoie che tengono legati i cittadini della DDR. E poi c’è Berlino, il sogno di Berlino. Berlino rappresenta il primo passo verso l’Occidente a cui si guarda non più come al paese dell’egoistico capitalismo ma come al luogo delle possibilità.

   Tutto inizia con la proposta di Paul di andare in Cecoslovacchia


sulla sua moto (una Schwalbe che, guarda caso, ha un nome che significa ‘rondine’) per il solstizio d’estate. Karin non ha il permesso di andare con lui, ma si stupisce nel vedere Paul che nasconde dei soldi sotto il copertone. È proibito uscire con dei soldi dal paese, non lo sa? Ma è Karin che non sa, che non capisce che Paul ha in mente di passare all’Ovest. Infatti non ritorna. E la Stasi arriva a casa di Karin e inizia a fare domande. È impossibile che lei non sapesse, che non lo abbia aiutato, che lei non sappia adesso dove sia Paul.

    Mentre la famiglia di Karin si disgrega, con la madre che va a stare da un’amica a Dresda, il padre che incomincia a bere, la nonna che accusa Karin di essere tale e quale a sua madre, la piccola che resta sempre più affidata alle cure della sorella maggiore e Karin che non sa capacitarsi che il ragazzo che la chiamava ‘Virgola’ abbia potuto lasciarla così, entra in scena il funzionario Wickwalz. Fa sempre più spesso visita a Karin, la consola, si comporta un po’ come un padre, un po’ come un amico, in una maniera subdola che però la ragazza non capisce. Le fa delle promesse, la lusinga, come se quello che lei dice abbia un grande valore per il socialismo, per la loro Germania. Karin non capisce, le piccole cose che racconta, del padre che Marie non ha mai conosciuto e che vive all’Ovest, del pacco che è stato fatto arrivare a Paul, le sembrano di nessuna importanza. Ma l’onnipotente Stasi che vede pericoli dappertutto, giudica diversamente. La ragazza che si è sentita tradita, finisce per tradire. Finché si accorge di essere stata intrappolata, tutto viene riequilibrato, a sorpresa. Dopo aver letto l’ultima pagina, vi consiglio di andare a rileggere la prima.