Visualizzazione post con etichetta guerra del Vietnam. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta guerra del Vietnam. Mostra tutti i post

martedì 29 aprile 2025

Ninh Bao, “Il dolore della guerra” ed. 2025

                                                   Voci da mondi diversi. Vietnam

guerra del Vietnam

Ninh Bao, “Il dolore della guerra”

Ed. Neri Pozza, trad. Carlo Prosperi, pagg. 256, Euro 19,00 

 

      Sono passati 50 anni. Il 30 aprile 1975 la caduta di Saigon segnava la fine della guerra del Vietnam iniziata nel 1955. “Il dolore della guerra” di Ninh Bao fu pubblicato nel 1994 per la prima volta in traduzione inglese e solo nel 2006 poté circolare liberamente nel suo paese da dove era stato bandito per la visione antieroica del conflitto. Si colloca così a fianco degli altri grandi romanzi di guerra, da “Niente di nuovo sul fronte occidentale” di Erich Maria Remarque a “Morire a primavera” di Ralph Rothmann, romanzi strazianti in cui non c’è proprio niente del dulce et decorum est pro patria mori di Orazio, verso ripreso poi dal poeta inglese Wilfred Owen.


    La guerra di Ninh Bao è una carneficina, sono corpi straziati, è un tiro alla roulette russa. Il suo racconto inizia dal presente in cui- è il 1976- il protagonista fa parte della squadra preposta al recupero dei resti dei dispersi in azione. Stanno aspettando la stagione asciutta, le giungle e le montagne sono fradice di pioggia. Kien conosce bene la regione in cui si trovano. Era il 1969 quando il suo battaglione era stato circondato e annientato, proprio qui. Solo dieci uomini erano sopravvissuti. Da allora gli spiriti dei morti in battaglia vagavano tra i cespugli, i germogli di bambù erano di un colore rosso sangue, di notte gli uccelli piangevano in quella che aveva preso il nome di Giungla delle Anime Urlanti. Se qualcuno debole di cuore fosse vissuto qui, avrebbe finito per morire di paura o impazzire.

   Kien non muore di paura e non impazzisce, ma ci va vicino. In quello che diventa un libro di memorie senza un flusso temporale in ordine cronologico, Kien rivive la sua vita, mescolando i ricordi più lontani di tempi felici prima della guerra ai combattimenti, alle sequenze continue di sofferenza e di morte. Era giovanissimo, Kien, allo scoppio della guerra, poco più di un adolescente. Era innamorato, era sicuro che Phuong, la bella Phuong (è un caso che abbia lo stesso nome della protagonista di “Un americano tranquillo” di Graham Greene?), lo avrebbe aspettato. Erano insieme sul treno che lo avrebbe portato al centro di arruolamento, c’era stato un bombardamento, lui non aveva neppure capito subito che cosa stava succedendo a Phuong quando l’aveva vista schiacciata sotto il corpo massiccio di un uomo- erano sopravvissuti entrambi ma Phuong non sarebbe più stata la stessa.


    Sì, Kien è miracolosamente sopravvissuto, sarebbe dovuto morire decine di volte e invece era sempre scampato. Per che cosa, poi? Il dolore della guerra è il dolore del sopravvissuto, il dolore di chi non appartiene più né al mondo di prima né a quello di adesso, il dolore di chi non riesce a cancellare le immagini dei corpi che bruciano sotto le bombe al napalm, di chi è tornato per non ritrovare nulla di quello che ha lasciato. Kien beve, beve per stordirsi, per dimenticare, per non sentire i gemiti della Giungla delle Anime Urlanti, per fingere di non vedere gli uomini che entrano ed escono dalla stanza di Phuong. Beve e scrive, scrive disordinatamente, scrive nei fumi alcolici, scrive perché, in questo mondo in rovina, nella solitudine che avvolge chi, dopo aver combattuto come ha fatto lui, non tornerà più ad essere un uomo normale, il suo compito è quello di rendere testimonianza. Per non dimenticare. Perché nessuno dimentichi.



sabato 28 dicembre 2024

Viet Thanh Nguyen, “Io sono l’uomo con due facce” ed. 2024

                  Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

guerra del Vietnam
memoir

Viet Thanh Nguyen, “Io sono l’uomo con due facce”

Ed. Neri Pozza, trad. Massimo Bocchiola, pagg. 384, Euro 19,00

    Sono una spia, un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce. Iniziava così “Il simpatizzante”, premio Pulitzer 2016.

È ancora l’uomo con due facce- si fa riconoscere nel titolo stesso- il protagonista del nuovo libro di Viet Thanh Nguyen, un romanzo di “Memoria. Storia. Ricordo”. E questa volta le due facce sono quella vietnamita e quella americana, quella di chi è stato ucciso e quella dell’uccisore, quella dell’obbediente figlio cattolico che si comporta come vogliono i suoi genitori e quella del figlio che vive una vita più libera, di nascosto, per non addolorarli. Un dualismo sofferto, difficile, sconvolgente.

    Quando inizia la memoria?, si chiede lo scrittore. Inizia con i suoi genitori che vengono sempre chiamati come un tutto unico, Ba Má, secondo l’uso vietnamita. È impossibile non condividere con lui l’ammirazione per il padre e la madre, che, dopo essersi sposati giovanissimi, erano fuggiti una prima volta dal Nord al Sud Vietnam e una seconda volta nell’aprile del 1975 (e abbiamo tutti negli occhi la scena diventata iconica dell’elicottero sul tetto e la ressa delle persone che cercavano di salire a bordo).


Si erano lasciati dietro i famigliari, soprattutto avevano abbandonato là la figlia adottiva, avevano dovuto far tacere le voci interne della colpa per sopravvivere nel nuovo paese con i due bambini- Viet e il fratello, maggiore di lui di sette anni. Viet aveva solo quattro anni all’epoca e anche lui avrebbe sofferto per un abbandono. Era stato impossibile trovare uno sponsor che li accogliesse tutti insieme e lui, così piccolo, era stato separato dalla mamma. Proviamo a immaginare che cosa voglia dire, a quattro anni, tra gente sconosciuta che parla una lingua di cui non si capisce una parola, senza la sicurezza della mamma a fianco, fatto oggetto di curiosità perché tanto diverso nell’aspetto. Ba Má erano dei gran lavoratori, la famiglia si era riunita presto a San José in California, avevano aperto un piccolo supermercato con un nome vietnamita che sbandierava la loro provenienza e che li metteva nel mirino degli xenofobi. C’era stata una sparatoria e Ba Má erano stati ricoverati in ospedale. Il giorno dopo erano di nuovo al lavoro. Una volta un uomo armato era entrato in casa loro, la madre era corsa fuori in camicia da notte per chiedere aiuto. Ma loro non erano esuli, non erano espatriati, e neppure immigranti. Loro erano rifugiati, avevano cercato scampo da un paese dove gli americani avevano avuto gran parte nella guerra e nella distruzione.

    I ricordi sul passato della famiglia, sugli studi da lui compiuti, sui sacrifici silenziosi che Ba Má avevano fatto per assicurare il meglio a lui e a suo fratello, si uniscono ai ricordi tramandati dai genitori attraverso i loro scarsi racconti e poi si intrecciano alla Storia, rivisitata anche attraverso i film e alla letteratura, tutti che esaltano l’impresa americana tacendo degli orrori, del napalm, delle morti dei civili, ponendo domande disturbanti allo scrittore sulla sua identità e sulla sua condizionata lealtà al paese che li ha accolti. Perché questo romanzo che, come viene detto nella nota finale, ha preso forma da una serie di interviste e conferenze e da una quantità di saggi già pubblicati dall’autore (a questo si deve la sua discontinuità e frammentarietà) è anche un’analisi spietata e corrosiva del razzismo americano profondamente radicato, non solo nei confronti dei neri, ma anche degli asiatici, dei latini, degli irlandesi (finché John Kennedy era stato eletto presidente), degli italiani. Non sono onesti con se stessi, gli americani che festeggiano il Ringraziamento- l’origine della festa non era solo per celebrare il primo raccolto dei Padri Pellegrini, ma anche il genocidio degli indiani.


    È un romanzo dalle molte facce, questo di Viet Thanh Nguyen, lo scrittore che rivela la sua identità nel nome Viet e nel cognome, quello di una dinastia (il 40% dei vietnamiti si chiama Nguyen). Dopo gli strali contro gli americani, dopo la pesante ironia nei confronti di un presidente facilmente riconoscibile il cui nome è barrato come per una censura, dopo il suo ritorno sempre rimandato nel paese lasciato da bambino dove gli dicono che parla bene il vietnamita per essere un coreano, Viet Thanh Nguyen ritorna al tema della famiglia, a Ba Má, alla pena di vedere il crollo della madre, all’ammirazione per la dedizione totale del padre per la donna che non aveva mai smesso di amare. E finiamo per pensare che questo libro sia, soprattutto e prima di tutto, un’elegia per la madre, per il suo coraggio, per il suo amore che non aveva bisogno di parole per esprimersi e che gli ha permesso di essere l’uomo che è.



 

 

sabato 16 settembre 2023

Nguyễn Phan Quế Mai, “Dove vola la polvere” ed. 2023

                                                            Voci da mondi diversi. Vietnam

   guerra del Vietnam

Nguyễn Phan Quế Mai, “Dove vola la polvere”

Ed. Nord, pagg. 416, Euro 19,00

 

      Vietnam. Un paese in cui, durante la lunga guerra terminata nel 1975, furono sganciati 14 milioni di tonnellate di bombe, tre volte quelle utilizzate dagli alleati durante la seconda guerra mondiale.

     Vietnam. Un paese in cui, senza alcuno scrupolo, furono usati defolianti- nome in codice Agente Arancio- per avvistare meglio il nemico distruggendo la vegetazione. La Croce Rossa stima che siano state 4 milioni le vittime che ne portano il segno anche a distanza di anni.

     Vietnam. Quanti i figli di soldati americani e ragazze vietnamite? Quanti furono riconosciuti dai padri e quanti furono invece abbandonati negli orfanotrofi, discriminati perché Amerasian?


   Ritorniamo in Vietnam con il nuovo romanzo di Nguyễn Phan Quế Mai, riviviamo con lei le sofferenze e gli orrori. Soltanto in apparenza “Dove vola la polvere” può sembrare meno doloroso di “Le montagne cantano” perché in realtà il passato è sempre presente, le ferite non sono ancora rimarginate, niente è stato dimenticato.

    Vietnam 2016.

   Un figlio cerca suo padre. Phong ha la pelle nera e i capelli crespi. È chiaro che suo padre deve essere stato un soldato americano di colore. E sua madre? Una che se la faceva con l’invasore.

   Un padre cerca suo figlio o sua figlia. È ritornato in Vietnam per sconfiggere gli incubi, non immaginava come si sarebbe trasformato il suo viaggio. Nel 1969 aveva vent’anni, una fidanzata a casa, un inaspettato amore vietnamita. Quando lei- Kim il suo nome per i clienti- gli aveva detto di essere incinta, lui non si era fatto più vedere.

    1969. Due sorelle partono per Saigon, lasciando i genitori e il villaggio fra i campi di riso. Sono ingenue, credono all’amica che fa balenare facili guadagni- dopo tutto si tratta solo di bere del Saigon Tea con i clienti. Diventeranno delle bar-girls. Si adatteranno, vogliono mandare soldi a casa, così che il padre possa essere curato e che i debiti contratti siano saldati.


    Quanta sofferenza in ogni storia. In quella di Phong, ora adulto, sposato e con due figli, che cerca di ottenere il visto per andare in America, sognando una vita migliore in cui né lui né i figli saranno guardati male per il colore della loro pelle. In quella di Dan che era pilota di elicottero e aveva il compito di raccogliere i compagni feriti o morti, che non avrebbe mai voluto uccidere nessuno, ma, se sei accanto a chi spara, non sei anche tu un assassino? In quella delle due sorelle che in breve tempo non sono più le ragazze timorose che avevano lasciato il villaggio e si allontanano una dall’altra. Una di loro, Kim, aveva creduto nell’amore e poi aveva visto il suo ragazzo biondo cambiare, chiudersi in sé, ubriacarsi, alzare le mani su di lei. Per lasciarla da sola ad affrontare la gravidanza.

    Le storie si alternano, il tempo della narrazione si sposta tra il passato e il presente, uno dei personaggi- l’americano che torna con la moglie ed è incapace di fare semplicemente il turista- è tormentato dai fantasmi di quel passato, dai sensi di colpa, dalla consapevolezza dell’ignoranza, sua e degli altri soldati americani, quando erano stati catapultati dentro una guerra che non capivano, dalla vergogna per aver creduto alla propaganda che faceva dei vietnamiti dei subumani per cui la vita aveva un minor valore.


E poi, intorno alle tragedie dell’uno e dell’altro, c’è la speculazione e lo sfruttamento da parte di chi cerca di trarre vantaggio dalla situazione- false madri che sperano di accompagnare un figlio alla ricerca del padre americano, falsi genitori adottivi che pensano di guadagnarsi un visto per l’America, soldi intascati per far ottenere un visto che non verrà concesso,

    C’è una grande comprensione per tutti i suoi personaggi da parte della scrittrice, per la vittima innocente della guerra, ‘il figlio della polvere’ che tutti possono calpestare e la cui madre tutti possono insultare, per le due ragazzine che la guerra ha trasformato in prostitute, e infine anche per l’americano, il nemico di un tempo, quello che rappresenta tutto il Male che c’è stato. C’è come un tentativo di aiutare le ferite a cicatrizzarsi, di godere della pace, di andare avanti.

     C’è la Storia in questo libro molto bello, da leggere.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



   

 

mercoledì 20 gennaio 2021

"Quẚng Trị"- una poesia di Nguyễn Phan Quế Mai, autrice di "Quando le montagne cantano"

 

                                                           Voci da mondi diversi. Vietnam

         guerra del Vietnam

  L’Offensiva di Pasqua del 1972: durante la guerra del Vietnam si combatté da fine marzo a settembre a Quẚng Trị, sul confine della Zona Smilitarizzata lungo il 17° parallelo a 55 km. dall’antica capitale di Hue. Ancora oggi la provincia di Quẚng Trị è una delle aree dove è più alta la concentrazione di ordigni inesplosi.

La poesia Quẚng Trị, nella raccolta intitolata “The secret of the hoa sen” della scrittrice vietnamita Nguyễn Phan Quế Mai, autrice del romanzo “Quando le montagne cantano”, ha un impatto straordinario nella sua scarna liricità. Suscita in noi un sentimento di orrore per la guerra come quello che proviamo di fronte al quadro “Guernica” di Picasso. 

È l’orrore della guerra.

    Nel libro si trova la versione originale in vietnamita e la traduzione in inglese di Bruce Weigl. Su permesso della scrittrice questa traduzione in italiano è la mia.

 

 

Quẚng Trị.

 

La madre corre verso di noi,

le orbite colme dei nomi dei suoi figli.

Grida “Dove sono i miei figli?”

 

La madre corre verso di noi,

il nome del marito le incide un foro nel petto.

Grida “Restituitemi mio marito.”

 

Il tempo scolora le sue spalle.

 

I suoi capelli laceri avvizziscono.

Il cielo diffonde la luce del sole, trascinandomi lungo le strade

rivestite da un tappeto di crateri di bombe come occhi di morti,

spalancati in uno sguardo fisso.

I campi secchi, spaccati, lottano per cercare il respiro.

 

Fiori fiammeggianti spargono il loro sangue per la strada.

Ancora così profonde le ferite, Quẚng Trị.

 




 

 

lunedì 18 gennaio 2021

Nguyễn Phan Quế Mai, “Quando le montagne cantano” ed. 2021

                                                           Voci da mondi diversi. Vietnam

       storia di famiglia

     la guerra del Vietnam


Nguyễn Phan Quế Mai, “Quando le montagne cantano”

Ed. Nord, trad. F. Toticchi, pagg. 384, Euro 18,00

     Il padre aveva intagliato nel legno per lei un uccellino e lo aveva affidato allo zio Ðat perché glielo portasse, se fosse riuscito a tornare a casa prima di lui. Ma l’allodola di legno, il Son ca che diventa un talismano per Huong, non esprime soltanto l’amore di un padre per la figlia da cui la guerra lo ha separato. Perché Son ca significa le montagne cantano e, dice lo zio, “ogni volta che questi uccelli cantavano, anche le montagne intorno a noi sembravano cantare”. E poi i Son ca, con il loro canto che arriva fino al cielo, imprestano le ali agli spiriti dei defunti per ritornare sulla terra.

È  un’immagine bellissima che viene tuttavia cancellata da quanto dice dopo lo zio- i Son ca sono scomparsi, hanno smesso di cantare quando le sostanze chimiche spruzzate dagli elicotteri americani hanno spogliato gli alberi delle foglie.


     “Le sfide affrontate dal popolo vietnamita nel corso della Storia sono come montagne altissime. Se sei troppo vicino, non puoi scorgerne le vette.”

È il 2012 quando Huong incomincia a raccontare la storia della sua famiglia che è anche la Storia del Vietnam attraverso quattro generazioni. Incomincia dagli anni 1972 e 1973, quando la bambina Huong era fuggita da Hanoi insieme alla nonna. Al loro ritorno, dopo dodici giorni e dodici notti di bombardamenti, la città era distrutta e la loro casa era in macerie.

    È questa casa in macerie che fa rivivere nella nonna il ricordo della casa bellissima in cui era cresciuta, che aveva i draghi sugli angoli curvi del tetto ed era circondata da un giardino con gli alberi da frutta? Aveva dovuto lasciarla quella casa…

Al racconto in prima persona di Huong si sostituisce quello della nonna, che va più indietro nel tempo, all’occupazione francese e poi all’invasione giapponese, alla carestia del 1945 che causò due milioni di morti. Tra questi c’era anche la bisnonna di Huong.

    Non è un racconto astratto da manuale, quello che leggiamo in “Quando le montagne cantano” di Nguyễn Phan Quế Mai. È la Storia vissuta da uomini e donne e bambini, riflessa negli occhi inorriditi della nonna che vede il padre decapitato dai giapponesi, nella magrezza spaventosa dei bambini che hanno fame- l’uomo soprannominato Spirito Malvagio aveva ucciso la bisnonna di Huong, sorpresa in un campo in cerca di cibo-, nell’angoscia della fuga precipitosa dopo che rozzi contadini, aizzati dalla Riforma Agraria del 1955, avevano ucciso il fratello della nonna.

   Una Storia alta come una montagna deve avere più di un narratore. Deve essere un romanzo corale. Alla voce della giovane Huong e a quella della nonna si aggiungono, come in una polifonia corale, quelle dello zio Ðat, della madre di Huong, dello zio Minh. Ognuno ha la sua storia, ognuno ha la sua tragedia, perché “la guerra è morte, dolore, disperazione”. Uno ha perso le gambe, una ha perso l’anima, un altro è stato obbligato a combattere in una guerra fratricida e ad uno, infine, è toccata la maledizione dell’Agente Arancio (quale ironia, un così bel nome per quei letali prodotti chimici).

     La guerra non era mai finita per nessuno di loro, non per i vivi e non per i morti. E tuttavia c’è una resilienza che non cessa di stupirci, nei personaggi del romanzo di Nguyễn Phan Quế Mai, come in tutto il popolo vietnamita. C’è un messaggio di non violenza in cui l’odio per il nemico e per lo straniero è sostituito dall’odio per la guerra e la convinzione che i figli non debbano pagare per gli errori dei loro padri.

    “Quando cantano le montagne” è un doloroso romanzo bellissimo che ha molti piani, come la pagoda Tran Quoc ad Hanoi. Su un primo piano di Storia del Vietnam poggia un secondo piano di storia di una famiglia con le molteplici vicende delle varie generazioni di Tran, un piano dopo l’altro e, su questi, un ultimo piano vicino al cielo in cui si rincorrono immagini splendide che diventano metafore- la ‘casa’ (quasi un personaggio a sé), abbandonata e poi ritrovata, ma priva di ogni sua bellezza, quella che avevano dovuto lasciare e che era stata requisita durante la Riforma Agraria, distrutta e poi ricostruita quella di Hanoi; l’allodola di legno che non mantiene la promessa di un ritorno; un rubino (rosso come il sangue versato), smarrito, forse rubato e poi restituito; il fior di loto, infine, regalo del giovane innamorato di Huong, con il suo potentissimo simbolo di tenace rinascita in acque limacciose.

     Il fior di loto, hoa sen, è il fiore che meglio rappresenta tutte le donne straordinarie di questo romanzo, così come è l’emblema di un paese che è stato capace di risorgere dopo una guerra durata più di vent’anni. E’ il fiore dell’amore e della riconciliazione che chiude una Storia di guerre e tante storie di perdite, di sofferenze, ma anche di coraggio.

   Un romanzo imperdibile.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook

a breve seguirà l'intervista con la scrittrice. Recensione e intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it



  

giovedì 26 novembre 2020

Sergio Grea, “Saigon, addio”

                                                                        Casa Nostra. Qui Italia

            cento sfumature di giallo

            guerra del Vietnam

Sergio Grea, “Saigon, addio”

Ed. AmazonEncore, pagg. 354, Euro 9,99 (4,99 formato kindle)

   Aprile 1975. Sono gli ultimi giorni di una guerra tremenda, sono gli ultimi giorni di Saigon, manca poco all’ingresso dei carri armati dei vietcong- un bagno di sangue annunciato. E Saigon cambierà nome, diventerà Ho Chi Min.

    Bob Matthews è un funzionario inglese, fa parte di una commissione formata da due vienamiti, un australiano, un canadese e un texano, per indagare su un traffico d’armi- qualcuno sta trafugando e vendendo all’esercito del Nord le armi americane. Bob sta completando le pratiche di adozione per una bimba di otto anni, salvata dopo il massacro della sua famiglia. Era stato un soldato di nome Daniel a trovare la piccola e a portarla in un ospedale- l’avevano chiamata Danielle in attesa che lei parlasse e dicesse il suo nome. E il nome Danielle le era rimasto, era guarita con le attenzioni che Bob le aveva prodigato. Una cosa è certa: adesso che Saigon sarà evacuata, Bob porterà Danielle in salvo con sé.

   Il destino deciderà altrimenti. O forse non si dovrebbe chiamare ‘destino’ chi ha interesse a togliere di mezzo Bob? Comunque una bimba disperata che stringe al petto una cartella con il suo orsetto sale sull’elicottero che la porta via da Saigon.

    Saltiamo alla parte finale di questo romanzo che si è aperto con pagine ricche di tensione e molto belle che descrivono la tragedia di un popolo spaccato e manipolato da forze diverse e ha poi seguito il fiorire di Danielle di cui si è preso cura l’amico australiano di Bob. Danielle, studentessa brillante, è ora una consulente finanziaria. E questa volta è proprio il destino che la riporta in Vietnam per un incarico di lavoro.

   

L’abilità dello scrittore è nello svelarci a poco a poco l’identità del ‘traditore’ che si è arricchito nel 1975 mentre, nello stesso tempo, ci illustra i cambiamenti (o piuttosto l’immobilità?) del Vietnam dopo le grandi speranze del dopo guerra per bocca di Danielle, che deve analizzare la situazione del paese per giudicare l’opportunità dei massicci investimenti programmati dal suo cliente giapponese. C’è un’atmosfera di un pericolo ben diverso da quello dell’inizio, quando si sapeva da dove veniva la minaccia e il rischio di morte. C’è la sensazione che si debba fronteggiare un Male contro cui sarà difficile combattere. Per scoprire anche che è un Male dai molti tentacoli e non è sufficiente troncarne uno.

    I nemici di Bob sarebbero stati rovinati, se lui avesse denunciato quello che sospettava. E, se la caduta di questi nemici avrebbe avuto gravi conseguenze ‘allora’, sarebbe peggio adesso, perché cadrebbero da molto più in alto. E nessuno può credere che Bob, consapevole del peso della sua scoperta, così preciso e determinato, non avesse messo per iscritto la sua denuncia. Ma dove erano queste carte, che non erano state trovate nella cartella che Bob aveva con sé quando cercava rifugio nell’ambasciata americana? Danielle deve sapere qualcosa, anche se nega. Danielle è in pericolo.


    Il colpo di scena che ci attende è magistrale. E ci fa perfino male. Perché il tradimento è la colpa peggiore- Dante riserba il IX e ultimo girone dell’Inferno per i traditori.

    Il romanzo ha, a tratti, una certa rigidità narrativa, un certo schematismo nella rappresentazione dei personaggi, ma è una lettura coinvolgente e appassionante. Il titolo, “Saigon, addio”, riecheggia nella nostra mente- è il saluto muto della bambina Danielle che parte verso l’ignoto, è l’addio di una città a se stessa che cambia nome e identità, è l’addio forse definitivo di Danielle adulta di nuovo in fuga, è l’addio, infine, a tutto il passato.



lunedì 2 ottobre 2017

Viet Thanh Nguyen, “I rifugiati” ed. 2017

                                                    Voci da mondi diversi. Asia
                                                              racconti
    FRESCO DI LETTURA

Viet Thanh Nguyen, “I rifugiati”
Ed. Neri Pozza, trad. Luca Briasco, pagg. 215, Euro 16,50

   Anche il protagonista de “Il simpatizzante”, l’acclamato primo romanzo dello scrittore vietnamita Viet Thanh Nguyen, era un rifugiato. Lo scrittore stesso lo è stato. Ed è questa condizione- essere degli scampati, dei sopravvissuti, degli asiatici in terra straniera- il filo rosso che unisce le storie de “I rifugiati” di Viet Thnh Nguyen. Non c’è il personaggio unico e centrale di cui amo seguire le vicende in un romanzo, ma è come se ci fosse un legame di fratellanza, un passato comune alle spalle degli uomini, delle donne, dei ragazzi che vivono nelle pagine de “I rifugiati” e il lettore passa da una storia all’altra come se questa fosse un seguito o un ampliamento della prima.
    C’è un motivo per cui il primo racconto, “Donne dagli occhi neri”, è messo in apertura del libro. Perché ha dei personaggi straordinari, oltre alla giovane vietnamita che scrive, in vece loro, le memorie dei sopravvissuti e a sua madre- i fantasmi. Se in questo caso è il fantasma del fratello che appare, morto durante la fuga in barca, nelle altre storie forse i fantasmi non si fanno vedere ma ci sono. Fantasmi di chi non è riuscito a mettersi in salvo all’arrivo dei comunisti a Saigon (nessuno riesce a chiamarla con il nuovo nome Ho Chi Min City), fantasmi di chi è scomparso triturato dalla guerra, di chi se n’è andato ancora prima che la guerra finisse. Il professore di “Se solo mi volessi”, ultrasettantenne con un inizio di Alzheimer, chiama la moglie con un altro nome: chi sarà mai il fantasma della donna che ha un nome che non è il suo e a cui il marito porta una rosa in regalo? E, insieme ai fantasmi, c’è il senso di colpa ad unire i personaggi, le domande che sono proprie di chi ce l’ha fatta- perché io sì e loro no? sono colpevole della mia vita e della loro morte? E’ il senso di colpa che, dopo aver sentito le tragedie della vita della signora Hoa (“Anni di guerra”), la donna che ha aperto un piccolo negozio nella Little Saigon a Los Angeles cede e le dà dei soldi a sostegno della lotta contro il comunismo. E’ sempre un senso di colpa generalizzato che spinge la ragazza de “Gli americani” (figlia di un pilota nero che ha bombardato il Vietnam) a sentirsi vietnamita e a scegliere di lavorare in Vietnam.

E poi, c’è qualcos’altro ancora che accomuna i personaggi de “I rifugiati”. E’ lo spaesamento, la scollatura che sentono tra il ‘laggiù’ e il ‘qui’, la sensazione di non vivere al loro posto, di essere come l’uomo de “Il trapianto” che deve la sua sopravvivenza al fegato di uno sconosciuto. Quando il giovane Liem arriva a Los Angeles grazie ad uno sponsor che si prenderà cura di lui, è frastornato da una lingua che ha una pronuncia diversa da quella a cui è abituato, da uno stile di vita che mai sarebbe riuscito ad immaginare. Non capisce che l’uomo che è venuto ad aspettarlo e quello più giovane che sta con lui sono una coppia. Pensa che ‘nel senso romantico del termine’ sia un’espressione idiomatica. Quando, più tardi, l’uomo più giovane gli fa delle avances e gli spiega che cosa significhi ‘candid’, lo stile ‘candid camera’, Liem dice, ‘mi piacerebbe essere candido’. E noi leggiamo un gioco di parole, un riferimento al Candide di Voltaire a cui Liem assomiglia. Il padre gli scrive ‘comportati bene’ e ‘mandaci tue notizie dall’America. Dev’essere più peccaminosa di Saigon’.

    L’ultimo racconto, “La terra del padre”, è ambientato a Saigon. Un padre aveva chiamato i suoi secondi figli esattamente come i primi che avevano lasciato il paese con la madre, quando lui era stato mandato al confino dopo la guerra. I secondi figli avevano vissuto invidiando i fratelli omonimi, immaginandoli ricchi dalle lettere annuali che arrivavano. E un giorno la Phuong americana era venuta in visita. Era arrivata carica di regali, pagava lei per tutti, poteva permetterselo, era un medico. Quando la Phuong minore scopre che l’ammirata sorellastra ha mentito su tutto, la delusione è enorme: che cosa si nasconde dietro il mito americano?


per contattarmi: picconem@yahoo.com
   

    

mercoledì 4 gennaio 2017

Kien Nguyen, “Indesiderato” ed. 2001


                               Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
   Voci da mondi diversi. Asia
    guerra del Vietnam
    il libro dimenticato

Kien Nguyen, “Indesiderato”
Ed. Garzanti, trad. Barbara Bagliano, pagg. 370, Euro 9,70


       Era una vita dorata, quella che Kien Nguyen conduceva a Nhatrang prima. Prima che la guerra senza fine si avvicinasse alla conclusione, prima di dover fuggire a Saigon, prima che i vietcong, nell’avanzata inesorabile, entrassero con i carri armati nella città che era stata il fulcro dell’occupazione americana. Kien abitava nella Residenza Nguyen- splendida dimora con giardino e piscina- insieme ai nonni, alla mamma e al suo giovane amante, al fratellino Jimmy e ad una schiera di servitori. I ricordi di Kien, in questo romanzo autobiografico, iniziano con uno dei party offerti dalla mamma, con l’immagine della mamma che si fa bella per gli ospiti: è il 12 maggio 1972 ed è il quinto compleanno di Kien. Alla festa sono presenti molti stranieri con i capelli chiari e gli occhi azzurri. E’ l’ultimo ricordo del tutto felice.
Nha Trang
    Tre anni dopo la situazione è precipitata. In marzo la famiglia Nguyen lascia Nhatrang in tutta fretta, negli ultimi convulsi giorni di aprile la madre, con Kien e Jimmy, cerca di lasciare Saigon con un elicottero americano, ma è troppo tardi- l’elicottero viene abbattuto, Kien ritorna a casa, dai nonni che si erano rifiutati di andarsene, con il fratellino e la madre che è di nuovo incinta.
    Kien Nguyen è un asiatico-americano, nato dalla relazione di sua madre con un uomo d’affari americano. Anche il fratello ha un padre americano- soltanto l’ultima nata è figlia del gigolò vietnamita che scappa appena può e torna quando gli fa comodo. Non è un fardello leggero da portare, essere figlio del nemico, dopo la sconfitta americana. Kien- lineamenti non puramente asiatici, capelli chiari e ricci- sarà chiamato ‘bastardo’ e ‘mezzosangue’, sua madre sarà insultata come ‘puttana’ e forse è meglio così. Meglio lasciar pensare che si sia prostituita per soldi, come tante ragazze vietnamite hanno fatto per fame, che non rivelare che lei era innamorata del padre di Kien, che lui avrebbe voluto portare il bambino in America e che lei non aveva voluto.
Sono ricordi pesanti, quelli di Kien Nguyen che oggi vive negli Stati Uniti dove fa il dentista e scrive libri. E ci parlano di una realtà poco conosciuta, di quello che avvenne in Vietnam alla fine della guerra, delle ritorsioni dei vietcong sui vietnamiti del sud, della rigidità del regime comunista, delle sessioni di autocritica (del tutto uguali a quelle del regime di Mao), delle punizioni inflitte a chi cercava di lasciare il paese (anche Kien fu uno dei boat-people e si salvò dal morire annegato grazie al nuoto praticato sulle spiagge di Nhatrang), dei campi di rieducazione (fu la madre a tirarne fuori Kien e possiamo intuire come), della mancanza di lavoro, della fame, di quel continuo girare della ruota della sorte per cui nessuno poteva mai essere tranquillo di non essere accusato.


   “Indesiderato” non è un libro che vola alto. Non ha la ricchezza espressiva e la profondità di significato de “Il simpatizzante” di Viet Thanh Nguyen (a proposito, Nguyen è il nome di famiglia più popolare in Vietnam. Il 40% della popolazione vietnamita ha il cognome Ngueyn che risale all’epoca imperiale della dinastia Nguyen). E’ la storia sofferta di un ragazzo che sconta le scelte di sua madre ed è la storia di un paese che ha molto sofferto e che ci pone la domanda sulla parte di responsabilità del mondo occidentale in questa sofferenza.


sabato 17 dicembre 2016

Viet Thanh Nguyen, “Il simpatizzante” ed. 2016

                                                  Voci da mondi diversi. Asia
           guerra del Vietnam
           FRESCO DI LETTURA

Viet Thanh Nguyen, “Il simpatizzante”
Ed. Neri Pozza, trad. Luca Briasco, pagg. 508, Euro 18,00

  Niente. E’ questa la parola che ci rimbomba nella testa, con tutto il vuoto del niente, dopo aver terminato di leggere “Il simpatizzante” dello scrittore vietnamita Viet Thanh Nguyen (nato nel 1971 in Vietnam, emigrato negli Stati Uniti con la famiglia nel 1975). Anzi, non è esatto dire che abbiamo ‘terminato’ la lettura de “Il simpatizzante”, perché questo è uno di quei libri straordinari che continuiamo a leggere dentro di noi, senza girare pagine che non ci sono più, perché continuiamo a pensarci e a porci delle domande.
  Niente. E’ la parola che conclude la confessione forzata del protagonista senza nome, torturato su un lettino di un campo di rieducazione dei vincitori Vietcong. Un niente che ingloba tutto, il niente che lui ha fatto e per cui è ancora più colpevole che per quello che ha fatto, il niente che sono le verità assolute che hanno sempre il loro opposto, il niente degli slogan come ‘niente è più prezioso della libertà e dell’indipendenza’ (come mai allora, quelli che avevano ottenuto libertà e indipendenza strappavano via ad altri la stessa libertà e indipendenza?) che si può rigirare in ‘di più prezioso della libertà e dell’indipendenza c’è il niente’. Niente- continua a gridare come impazzito l’uomo dalle due facce e dalle due menti rivolto all’uomo senza faccia, il torturatore che è anche il suo migliore amico, suo fratello per patto di sangue, l’uomo che comprerà per lui il passaggio per gli Stati Uniti facendolo diventare uno dei tanti boat people in fuga.

   “Sono una spia, un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce. E un uomo con due menti diverse, anche se questo probabilmente non stupirà nessuno”- si presenta così il protagonista all’inizio del libro che è anche l’inizio della confessione scritta che- lo sapremo alla fine- è costretto a redigere. E’ un ufficiale dei servizi di intelligence Vietcong, il nostro uomo, infiltrato con il grado di Capitano al servizio di un Generale della Repubblica del Sud. Tutto è doppio in lui, emblema di una nazione divisa artificialmente in due. E’ un figlio bastardo che appartiene a due mondi: suo padre era un sacerdote cattolico francese che aveva sedotto sua madre, una ragazzina, poco più che una bambina, vietnamita. Aveva avuto l’opportunità di studiare negli Stati Uniti dove si era appropriato anche della cultura di quest’altro mondo- durante la rieducazione gli verrà rinfacciata la sua ammirazione per l’Occidente. Eppure non è vero, perché questa è la prerogativa del simpatizzante dalle due facce e dalle due menti- vedere il negativo e il positivo, i pregi e i difetti di Oriente e Occidente. Ma del suo passato veniamo a sapere a poco a poco, durante la lunga confessione che prende l’avvio dall’aprile 1975 ( “aprile è il mese più crudele”, sono le parole prese a prestito dalla “Terra desolata” T.S. Eliot), dalla caduta di Saigon, quando una guerra che dura ‘da tempo immemorabile’ sta per finire.
E sono scene apocalittiche, quelle che il simpatizzante o la spia, racconta. Dell’atmosfera da disfatta che regna nella villa del Generale, dei preparativi per lasciare il paese, dell’obbligo di irrigidire il cuore davanti alle richieste pressanti di un passaggio per la salvezza, dei cannoneggiamenti, delle granate, dei bombardamenti, della confusione, delle grida, dei morti, dei feriti, delle urla di chi sa di dover attendere l’arrivo dei Vietcong, i fratelli nemici. Il protagonista seguirà il Generale in America ed è riuscito ad ottenere un passaggio per l’amico Bon, con la moglie e il bambino. Lui, Bon e Man avevano stretto il patto di fratellanza da ragazzi- una cicatrice sulle loro mani ne era il perenne ricordo. La vita aveva schierato Bon e Man su due fronti diversi e Bon non sapeva, naturalmente, che lui, l’uomo dalle due menti, era il trait d’union, vivendo al Sud come spia del Nord.

   Ci sono delle prove da superare, per risultare credibili e non suscitare sospetti. Finora lui, il simpatizzante, il protagonista, la spia, può dichiarare di non aver mai ucciso nessuno, ma quando, in California, indica al Generale una possibile talpa che sa bene essere innocente, non è pure lui colpevole anche se è Bon a sbarazzarsene? E così anche per il giornalista i cui scritti non sono piaciuti al Generale. I loro fantasmi da adesso terranno compagnia al protagonista di cui non sapremo mai il nome pur sapendo che ne ha due, uno vietnamita e uno occidentale. Questi due morti si aggiungeranno al peso sul piatto della bilancia del ‘niente’, del non fatto per salvare qualcuno, eterna responsabilità di tutte le guerre.

    Questo è il primo libro che leggiamo sulla guerra del Vietnam vista dalla parte del Vietnam perché, caso più unico che raro, sono stati i vinti a scriverne la storia. Intenso, lacerato, irrisolto, “Il simpatizzante” non risparmia nessuno- non i colonizzatori francesi, non gli americani, arroganti importatori di democrazia e libertà, non i vietnamiti con il mito dello ‘zio Ho’. E, un gioiello nella narrativa del romanzo- non un secondo romanzo dentro il romanzo ma un film dentro il romanzo, il film sulla guerra del Vietnam per cui è chiesta la consulenza del nostro protagonista. Ne verrà fuori una grossolana pellicola hollywoodiana che stravolge la realtà, esalta gli americani, istupidisce i pochi vietnamiti che vi appaiono- una beffa ulteriore che si somma a tutte le sofferenze.
   Vincitore del Premio Pulitzer 2015, questo è un libro da leggere.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net