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venerdì 19 settembre 2025

Cesare Pavese, “La casa in collina”

                                                                    OFF THE MAIN ROAD

                                                        Casa Nostra. Qui Italia



Cesare Pavese, “La casa in collina”

Ed. crescere, pagg. 160, Euro 4,66

La mia è una vecchia edizione Einaudi, Lire 9500

   Che idea ci dà questo titolo del romanzo (uno dei più belli) di Cesare Pavese? Una casa, un luogo sicuro. In collina, su un’altura, c’è un certo distacco dal mondo, si vede tutto dall’alto, ci si sente al sicuro dai pericoli.

   É proprio così. La casa in collina offre un rifugio a Corrado, insegnante a Torino, ospitato da due donne di cui una è un poco innamorata di lui (senza speranza). Di notte Torino viene spesso bombardata e alla sera Corrado, e tanti altri come lui, prende la via della collina. E’ il 1943, l’anno in cui la guerra ha una svolta, l’anno in cui si devono prendere delle decisioni, per la Repubblica o per la Resistenza. E Corrado, ormai sulla quarantina, non prende nessuna decisione. Anzi, si tira indietro, si nasconde. Dapprima, nella grande confusione del dopo armistizio, è uno dei tanti che parlano all’osteria, che ostentano cinismo, che forse sperano sia tutto finito. Ma i bombardamenti continuano e anche i rastrellamenti, anche le azioni punitive dei tedeschi che arrestano e deportano, insieme ad altri, anche Cate, la giovane donna che Corrado ha rincontrato per caso al paese e di cui era stato innamorato un tempo. Adesso Cate ha un figlio, Dino- c’è lui dietro la vergogna che prova Corrado per come aveva lasciato Cate? Fa il conto degli anni e dei mesi, potrebbe essere suo figlio, Dino? E comunque Corrado gli si affeziona, cerca di fargli lezione. Cate, però, come anche Dino più tardi, quando scapperà per unirsi ai partigiani, rappresenta l’antitesi di Corrado. Lui è pavido, non prende posizione, lei non ha dubbi, si schiera con chi combatte i repubblichini. Lui si nasconderà in un convento, di lei non si saprà più nulla, morirà in un campo di concentramento.


     La casa in collina diventa più che mai la metafora di un isolamento, di un allontanamento dalla vita e dalle decisioni che questa comporta e il romanzo è la storia di un uomo che si è tirato indietro, sia nella vita privata- e lo spiare una qualche somiglianza con Dino per sapere se è suo figlio è il prezzo da pagare- sia in quella politica, dove il vedere lucidamente come una guerra civile stia prendendo piede non è per lui una spinta per agire e non solo per parlare.

     “La casa in collina” fu pubblicato per la prima volta nel 1948, due anni prima che lo scrittore si suicidasse, ed è un libro della sua piena maturità stilistica- c’è un nitore, una essenzialità nelle frasi semplici che hanno spesso un che di poetico. Rileggerlo ora, apprezzandolo forse ancora più di quando lo leggemmo per la prima volta, è quasi rinfrescante, è un piacere, ci fa pensare che sì, la grande letteratura esiste, che le parole sono un’ispirazione che nutre l’animo.




sabato 30 marzo 2019

Giulio Bedeschi, “Centomila gavette di ghiaccio” ed. 1963


                                                              Casa Nostra. Qui Italia
                                                              seconda guerra mondiale
           riletture


Giulio Bedeschi, “Centomila gavette di ghiaccio”
Ed. Gedi, pagg. 471

       Sono cresciuta sentendo parlare della ritirata di Russia. Un amico dei miei genitori non era ritornato. Ho letto su internet che più di 500 giovani della provincia del mio paese di mare sono morti o sono stati dati per dispersi nella tragica operazione Barbarossa. Quando vado nel mio cimitero marino passo davanti ad una lapide che ogni volta mi strazia il cuore. C’è la foto di un ragazzo- le date dicono che ha vent’anni appena compiuti. L’aspetto è quello di un tempo passato, quando si diventava maggiorenni a 21 anni e però si poteva essere mandati a morire a diciotto. Sembra più grande. In realtà sembra senza età. Una frase incisa in lettere di bronzo, un grido accorato, “Figlio mio, dove sei?”, e poi, ‘disperso in Russia, gennaio 1943.’ Mi fermo, penso a quel ragazzo che non ha ancora vissuto e al suo sgomento nel biancore sterminato. Penso alla colonna di alpini che si snoda nella pianura innevata, come la abbiamo vista nelle fotografie che lasciano capire la lentezza del passo e la sofferenza inaudita. Sarà stato tra quelli che ad un certo punto non sono più riusciti ad avanzare, il ragazzo della foto? O sarà stato tra quelli stritolati dai carri armati russi nella zona di Popowka? “Figlio mio, dove sei?”.

     Quando ho visto che un’iniziativa di Repubblica ristampava e vendeva in edicola “Centomila gavette di ghiaccio” di Giulio Bedeschi, l’ho comprato, anche se lo avevo già letto, anche se avevo già il libro in casa, chissà dove, però. E l’ho subito riletto.
Le riletture sono sempre a sorpresa- un libro può deludere a distanza di anni, oppure, al contrario, può piacere di più. Ho divorato- di nuovo- “Centomila gavette di ghiaccio”. Forse l’ho anche capito meglio, forse avevo più strumenti per leggere dietro le parole sobrie di Bedeschi che affida il suo racconto, i suoi ricordi, ad una narrativa in terza persona con un personaggio principale, il tenente medico ventiseienne Italo Serri. Non è lui, però, il protagonista del libro, sono tutti gli alpini della divisione Julia in un grandioso romanzo corale storico che inizia con la campagna di Albania. Già era sembrata dura, la campagna di Albania. Già il freddo era parso insopportabile. Eppure era niente in confronto a quello che avrebbero sperimentato in Russia. La ritirata dei nostri alpini dal fronte del Don è descritta da Bedeschi in maniera accurata sia storicamente sia- e qui è il valore intramontabile del libro- umanamente. Mai, neppure nelle circostanze più dure delle temperature che scendono a 48 sotto zero, della mancanza di cibo, delle ferite spaventose, mai viene meno lo spirito di corpo, la solidarietà, l’affetto che lega gli uomini della divisione, che dà loro la forza di mettere un piede davanti all’altro. Alcuni personaggi, alcuni episodi, sono indimenticabili. Come quando l’umile guidatore di muli che ha le mani congelate e inservibili cede il pezzo di formaggio che si era portato in tasca per un mese ad un compagno che altrimenti si lascerebbe cadere nella neve. E ci scherza su, minimizzando. Lui che aveva minacciato di uccidere chi avesse cercato di rubarglielo.

     Non c’è molto da aggiungere su di un libro pubblicato nel 1963 e su cui si è già detto tutto. Neppure la domanda, ‘come è stato possibile mandare questi giovani allo sbaraglio, ad una morte certa?’, è una novità. Continuo a pensare ai numeri, 1300 chilometri nella neve a più di 40 gradi sotto zero in 40 giorni. E vale la pena di rileggere il libro, di continuare a parlarne, perché fra un poco la storia degli alpini in Russia sembrerà una Storia lontana, tanto lontana quanto quella della ritirata di Napoleone.



lunedì 4 marzo 2019

Philip Dick, “La svastica sul sole”


                                      Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
      ucronia
      riletture

Philip Dick, “La svastica sul sole”
Ed. Fanucci, trad. M. Nati, pagg. 318, Euro 8,41

     La seconda guerra mondiale è finita, ma sono state le potenze dell’Asse a vincere e non gli Alleati. Germania e Giappone si sono spartiti il mondo- alla Germania l’intera Europa, l’Africa e la costa orientale dell’America, al Giappone gli stati della costa occidentale americana con gli stati delle Montagne Rocciose che fanno da cuscinetto tra i due. Il Mar Mediterraneo è stato prosciugato ed è diventato un grande campo coltivabile, la soluzione finale è stata messa in atto anche con le popolazioni dell’Africa, ci sono campi di concentramento negli Stati orientali dell’America, vengono fatte spedizioni su Marte (ci saranno ebrei anche su Marte?), un razzo porta i passeggeri in 45 minuti dall’Europa all’America. L’Italia fascista, che si è comportata malissimo durante la guerra, è subordinata al Reich e ha ottenuto un piccolissimo impero in Medio Oriente. E’ questo il quadro del romanzo ucronico di Philip Dick, “La svastica sul sole” (pubblicato anche con il titolo de “L’uomo nell’alto castello”), che ha vinto il premio Hugo nel 1963.

      I personaggi principali di cui seguiamo le vicende sono cinque- l’orafo ebreo Frank Frink (ha cambiato il cognome Fink che lo identificava troppo facilmente) che si è rifugiato negli stati occidentali controllati dai giapponesi per sfuggire alle persecuzioni di cui era vittima negli stati orientali; Juliana, moglie separata di Frink, che inizia una relazione con un presunto camionista italiano senza sapere che resterà coinvolta in un complotto nazista; Robert Childan, mercante di pezzi storici americani (non sa che le Colt che vende come originali sono in realtà dei falsi); il mite funzionario giapponese Tagomi che sarà suo malgrado coinvolto in un altro complotto tedesco ai danni delle Isole Patrie; un agente del controspionaggio del Reich che si spaccia per imprenditore e che mira a sventare l’operazione Dente di Leone che farebbe cadere il Giappone in mano ai nazisti, ed infine il finto camionista con una missione segreta letale. C’è poi un altro personaggio ancora che acquista sempre più importanza- lo scrittore Abensen, ‘l’uomo nell’alto castello’, autore del libro “La cavalletta non si alzerà più”. Un libro proibito che più o meno tutti i personaggi leggono, hanno letto, si passano l’un l’altro. E’ un romanzo dentro il romanzo, una sorta di specchio, un secondo romanzo ucronico dentro il primo romanzo ucronico che descrive un mondo in cui sono stati gli Alleati a vincere la guerra e non i nazisti, quello che è veramente successo, dunque.

      Ho riletto a distanza di più di vent’anni “La svastica sul sole”, volevo vedere se avrebbe ancora suscitato l’entusiasmo che avevo provato ad una prima lettura. In parte sì. L’inizio e tutta la prima parte del libro sono geniali. Dick è un maestro del dettaglio capovolto e spiazzante- invece dei turisti americani in cerca di souvenir leggiamo dei giapponesi che collezionano oggetti ‘antichi’ americani, perfino un orologio con Topolino è venduto come una rarità-, delle visioni futuristiche e profetiche, di un certo tipo di noir fantapolitico. Meno convincente la parte finale dove il ritmo narrativo si smorza. E tuttavia “La svastica sul sole” (ora anche una serie televisiva americana) è un classico del genere di cui consiglio la lettura.



     

lunedì 15 agosto 2016

Carlo Levi, “Cristo si è fermato a Eboli” ed. 1945

                                                           Casa Nostra. Qui Italia
          riletture
          autobiografia

Carlo Levi, “Cristo si è fermato a Eboli”
Ed. Einaudi, pagg. 245, Euro 5,50


     E’ passato più di mezzo secolo da quando lessi “Cristo si è fermato a Eboli” per la prima volta. La Basilicata era lontana, allora, quanto lo è oggi l’America. E’ ancora lontana, a dire il vero. Difficile da raggiungere per chi non guida o non vuole andare con l’automobile. Ci si arriva con l’aereo fino a Bari e poi bisogna noleggiare un’auto. I treni ad alta velocità propongono un servizio che abbina il treno con il pulmann. Facilitano il viaggio, ma il tempo impiegato è superiore alle ore di un volo Milano-New York. Matera sarà la capitale europea della cultura nel 2019 e di certo non è neppure lontanamente paragonabile alla città descritta dalla sorella di Carlo Levi, che vi sostò andando a trovare il fratello, al confino ad Aliano (chiamata Gagliano nel libro) per attività antifascista negli anni 1935-36. Allora i Sassi- oggi ristrutturati, luogo di attrazione turistica con il loro fascino antico e spettrale- apparivano  come abitazioni che non erano degne neppure del nome di ‘tuguri’. Scavate nella montagna, ricevevano aria solo dall’apertura dell’ingresso. Uomini, donne, bambini e bestie ci vivevano insieme. Le condizioni sanitarie, come si può ben immaginare, erano spaventose.

    La descrizione di Matera, fatta dalla sorella di Carlo Levi e ripetuta poi da lui stesso quando ha occasione di passare per la città, è centrale in questo romanzo autobiografico. E’ come se la visione dell’umanità dolente che si aggira nei Sassi (formati come due imbuti capovolti, come nelle raffigurazioni dell’Inferno dantesco- e non è un caso) fosse l’apice, il concentrato di tutto quello che Carlo Levi ha visto fino a quel momento a Grassano e a Gagliano dove è stato al confino, come se fosse la fine di ogni speranza per questa terra e per questa gente. Se in una cittadina, un capoluogo di provincia, si vive in questo modo, che cosa ci si può aspettare dalle campagne? E’ raro che il titolo di un libro diventi così emblematico come quello di Carlo Levi. Cristo si è fermato a Eboli, non è andato più in là, Dio ha abbandonato la gente della Lucania alla miseria, alla malaria, alle malattie curabili altrove ma non laddove non ci sono né medici (quei pochi sono ‘medicaciucci’, svogliati e ignoranti, e Levi non riuscirà a sottrarsi alla richiesta di curare gli ammalati anche se non ha mai esercitato) né medicine, sostituite da filtri e pozioni, alla fame, alla sporcizia, alle mosche, a quella terra bianca che non nutre i suoi figli.

    C’è di che restare sconvolti per chi arriva da Torino, come Carlo Levi. Eppure, a poco a poco, si instaura uno strano legame di fiducia e di schivo affetto tra di lui (‘sei un cristiano buono’, gli dicono) e i contadini del posto. Dei contadini ci si può fidare, dei cosiddetti borghesi e degli uomini di chiesa, no. Quelli sono schietti e sinceri, questi sono grezzi e meschini. Le donne, poi, sono come pipistrelli nei loro abiti neri, rassegnate nella loro condizione di subalterne, di fattrici di figli, confinate in una ignoranza assoluta. Lo Stato è assente, si parla ancora dei briganti- a metà tra malfattori ed eroi.

    Fa ancora male, rileggere il libro (pubblicato per la prima volta nel 1945). Ci pare impossibile che questa sia Storia, la nostra Storia che abbiamo dimenticato. “Cristo si è fermato a Eboli” era ed è un libro importante, più che un romanzo è un libro-saggio sulla storia politica, sociale ed economica di una parte d’Italia troppo spesso trascurata e incompresa. Viene da domandarsi, dopo averlo letto, quanto la Basilicata sia veramente cambiata, al di là dell’innegabile progresso portato dal tempo, quanto si sia smosso di quella letale immobilità e rassegnazione descritte da Carlo Levi. Un futuro ormai vicino darà la risposta.
    Aggiungo una riflessione personale sul libro in quanto oggetto: la mia copia è vecchia, mi fu regalata da uno studente lucano. Ero studentessa anche io e ci eravamo incontrati in quello che oggi si chiamerebbe uno stage di ricerca scientifica- le ragazze che partecipavano allo stage erano state selezionate fra le regioni del Nord Italia, i ragazzi dal Sud, facile capirne il perché in un tempo in cui difficilmente alle ragazze sarebbe stato dato il permesso dalle famiglie per venire a Milano. Io non sapevo nulla della Basilicata o Lucania e questo ragazzo che non ho mai più visto voleva farmela conoscere. Ecco: la mia copia di “Cristo si è fermato a Eboli” ha cristallizzato il ricordo di una persona in un tempo lontano. Qualcosa che non è più possibile, che si è perso del tutto nell’era dell’ebook. Peccato.



    

Carlo Levi, "Cristo si è fermato a Eboli"



                                        Casa Nostra. Qui Italia.
                                        riletture
                                        dal libro al film

Su youtube la scena dell'arrivo di Carlo Levi a Gagliano. Il film, con la regia di Francesco Rosi e interpretato da Gian Maria Volonté, è stato girato nel 1979.



lunedì 28 marzo 2016

Thomas Mann, “I Buddenbrook”

                                                        Voci da mondi diversi. Area germanica
                    premio Nobel
                    riletture

Thomas Mann, “I Buddenbrook”
Ed. Mondadori, trad. Silvia Bortoli, pagg.716, Euro 8,63


     Thomas Mann, premio Nobel 1929. Un critico lo ha definito ‘l’ultimo dei classici’. Non sono certa che lo scrittore tedesco sia veramente ‘l’ultimo dei classici’- ci sarebbe da discutere su che cosa questa definizione voglia dire. Penso, invece, che il premio che gli è stato conferito sia uno dei più meritati e, avendo appena finito di rileggere “I Buddenbrook”, mi sento colma di ammirazione, di stupore e di inadeguatezza: Thomas Mann aveva ventisei anni quando scrisse “I Buddenbrook”, un romanzo grandioso e splendido che era, allora, e resta, adesso, dopo più di un secolo, un capolavoro.
     La mia vecchia copia del libro reca il sottotitolo “Decadenza di una famiglia”. Preferisco ‘declino di una famiglia’, che ha un connotato meno negativo, dà più l’idea della ruota della vita che gira portando con sé i personaggi dalle vette agli abissi.
E il declino della famiglia di commercianti Buddenbrook è anche il declino della bellissima casa che il console Johann Buddenbrook, proprietario dell’omonima ditta, inaugura con festeggiamenti all’inizio del libro. E’ il 1835, la casa sulla Mengstrasse, con la sua armonica facciata, gli arredi e le tappezzerie, è il segno del successo. Passeranno gli anni, muore il console Johann, muore suo figlio e anni dopo ancora sua moglie. Il loro primogenito Thomas, diventato senatore, abita in un’altra grande casa e la dimora di famiglia deve essere venduta- il tempo ha lasciato i segni anche sull’edificio, sarebbe troppo costoso riparare i danni. Il peggio è che l’acquirente è l’antagonista di vecchia data dei Buddenbrook, un uomo rozzo che si insedia al loro posto. Ed è come se tutto precipitasse, definitivamente, dopo la vendita della casa sulla Mengstrasse, come se mancasse il perno, come se il cuore smettesse di battere.

    “I Buddenbrook” è un romanzo corale, ricco di personaggi di cui alcuni hanno un ruolo centrale anche se tutti, però, sono altamente caratterizzati. Thomas Mann ha un occhio attentissimo per i dettagli, sia fisici, sia dell’abbigliamento o dei comportamenti, o del linguaggio- tutti rivelatori del carattere, tutti intesi a farci ‘vedere’ la persona di cui si sta parlando. Il colorito pallido e la cura maniacale dell’abito di Thomas Buddenbrook (diventa lui il capofamiglia, il punto di riferimento, dopo la morte del padre), il labbro superiore rialzato e la passione di Tony per fiocchi e gale (povera Tony che deve rinunciare al suo amore giovanile ed è per ben due volte malmaritata), le continue lamentele di Christian sulla sua salute (lo scapestrato Christian, la pecora nera, il problema dei fratelli minori), la voracità della parente povera, gli occhi ravvicinati e i capelli di un denso rosso scuro di Gerda, la moglie di Thomas che quasi mai sentiamo parlare, solo suonare il violino, i riccioli castani, il mal di denti e le belle mani del piccolo Hanno: il tempo passa, cambia la situazione della famiglia e cambia anche la società intorno a loro, ma questi dettagli restano immutati, a farci riconoscere i personaggi che vengono travolti dagli eventi a cui non riescono ad adattarsi. Thomas Buddenbrook, l’uomo dalle grandi e brillanti ambizioni, non è capace di seguire il passo del tempo, si intristisce, gli sembra di vivere in un altro mondo, diverso da quello della moglie. E’ il divario tra questi due mondi che Thomas Mann stesso ha sperimentato (il libro è largamente autobiografico)- da una parte il commercio, i valori borghesi, la rispettabilità, il perbenismo, e dall’altra la musica di Gerda dalle ombre azzurrognole sotto gli occhi. Gli stessi occhi di Hanno che ha ereditato il temperamento artistico e sognatore della madre, deludendo le aspettative del padre.
I Buddenbrook nella versione cinematografica
     Non credo di poter dire alcunché di nuovo su un romanzo così famoso. Posso soltanto osservare la mentalità più aperta con cui lo si legge ora e che ci permette di capire più a fondo le tematiche che percorrono tutta l’opera dello scrittore- le stretture dell’ambiente sociale, la pressione delle aspettative famigliari, il contrasto tra quello che lo scrittore inglese Forster chiamava ‘il mondo dei telegrammi e dell’ira’, e cioè il mondo della praticità e del lavoro, e quello dell’arte e dello spirito (in Forster era il mondo delle sorelle Schlegel), la tendenza omosessuale che Mann represse (si sposò ed ebbe sei figli) e che sfiora questo libro nell’amicizia tra il piccolo Hanno e il contino Kai, l’uno amante della musica e l’altro della letteratura.

La mia copia è una vecchia edizione Feltrinelli del 1964, traduzione di Anita Rho, 800 Lire



     

giovedì 18 febbraio 2016

Elsa Osorio, “I vent’anni di Luz” ed. 2000

                                                          Voci da mondi diversi. America Latina
         la Storia nel romanzo
         riletture

Elsa Osorio, “I vent’anni di Luz”
Ed Guanda, trad. Roberta Bovaia, pagg. 355, Euro 14,46


       “I vent’anni di Luz”. In spagnolo, “Veinte años, Luz”. Che è diverso, dovete permettermi di dirlo. Certo, lo si può interpretare in maniera semplicistica, che cosa sono stati i vent’anni della vita di Luz. Ma il nome bellissimo di questa ragazza significa Luce, e quella virgola, del titolo originale, suggerisce un’altra interpretazione, di un’ombra che si estende per vent’anni e alla fine c’è la luce perché Luz scopre la verità della sua vera identità.
     E’ il 1998 quando, da Buenos Aires, Luz arriva a Madrid per incontrare Carlos, suo padre, il padre che lei non ha conosciuto prima perché ha creduto per vent’anni che Eduardo- che è sempre stato affettuosissimo con lei, che le raccontava le storie alla sera quando era bambina, che era morto, ucciso in un furto nei suoi uffici- fosse suo padre. E che Mariana fosse sua madre. Poi qualcosa aveva fatto scattare il dubbio, la quasi certezza senza prove, la sicurezza con tanto di testimoni e di esami di consanguineità- e Luz adesso, seduta di fronte al padre a cui avevano detto che il bambino che la sua compagna aspettava era morto, racconta la sua storia.

    E’ un racconto su diversi piani narrativi, quello che la scrittrice argentina srotola per noi. L’inizio è nel 1976, al culmine della campagna repressiva condotta in segreto in Argentina, quando i diritti umani furono calpestati, ragazzi e ragazze (soprattutto i giovani contestavano il regime) furono imprigionati senza alcun procedimento giudiziario, torturati e uccisi- sparivano, così, come non fossero mai esistiti. I desaparecidos furono circa 30.000. Liliana Ortiz fu una di questi. Era incinta, però, quando l’avevano arrestata. E questo è un altro capitolo nerissimo di questa storia. Le ragazze incinte, come Liliana, venivano trattate meglio perché i bambini che avrebbero messo al mondo erano ‘prenotati’ come regalo alla moglie di qualche militare (o sostenitore di questi) che non riusciva ad avere figli.

Il primo personaggio che narra la storia di Liliana e di Luz è Miriam, la compagna del Bestia, ex puttana con sogni ambiziosi di fare la modella. Rozza e ignorante, Miriam non sa nulla di quello che sta accadendo. Con lei il Bestia è tenero e gentile, le ha anche promesso un bambino, Miriam non si fa domande sull’origine del suo soprannome, si accontenta della spiegazione che lo chiamano così perché è grande e grosso e robusto. Il racconto di Miriam, di quei giorni di attesa, della preparazione della stanzetta e del corredino, è inframmezzato da aggiunte e commenti in carattere corsivo- le parole di Luz che sta ricostruendo gli avvenimenti per Carlos. Così pure per la narrativa in terza persona- quello che succede a Mariana, la figlia del tenente colonnello Dufau che sta partorendo in ospedale. Luz è la figlia di Liliana, destinata alla compagna del Bestia e ‘regalata’ invece a Mariana che ha dato alla luce un bambino morto.
E Luz, la bimba bionda e con gli occhi verdi (‘meno male che almeno non ha la pelle scura’, dirà Mariana quando saprà la verità anni dopo, senza un briciolo di rimorso per essere stata, anche inconsapevolmente, partecipe del furto di un bambino, nonché assenziente, senza neppur voler sapere i fatti, a quanto stava accadendo) così somigliante alla sua vera mamma, diventa una Luce per tutti, molto prima di scoprire la sua identità. La vita di Miriam sarà sconvolta dall’esperienza di quei giorni in cui ospita Liliana e la bimba in casa sua, quando le si aprono gli occhi sui crimini della Giunta e decide che, costi quel che costi, manterrà fede alla promessa fatta a Liliana e farà sapere a Luz chi sono i suoi veri genitori. Cambia Miriam e cambia- alla lunga e pagando con la sua vita- Eduardo, il genero di Dufau, decidendo di non poter più tacere quando scopre quello che non aveva mai voluto vedere o sapere.
Luz, infine, Luz dall’identità negata, dai messaggi oscuri di una memoria lontanissima, Luz che soffre perché non è normale odiare un nonno (e non sa che ha ragione di odiarlo), non è del tutto normale essere così insofferente con la ‘mamma’, e poi soffre nel suo percorso di ricerca, quando conosce le Nonne di Plaza de Mayo, Luz che prende la parola non solo per raccontare a Carlos ma anche per dirci della luce che si è accesa davanti a lei, quando aveva vent’anni, rivelandole la verità.

Un personaggio che ci commuove, una storia che ci fa inorridire- Nunca más, mai più, come dice il titolo della rapporto speciale sui desaparecidos-, un libro da leggere.





domenica 7 febbraio 2016

Joseph Roth, “La marcia di Radetzky” 1932

                                     Voci da mondi diversi. Area germanica


          la Storia nel romanzo
          riletture

Joseph Roth, “La marcia di Radetzky”
Ed. Giunti, pagg. 480, Euro 6,59, ebook Euro 1,49



        “I Trotta erano un recente lignaggio”. Inizia così “La Marcia di Radetzky” di Joseph Roth, uno di quei capolavori che non conoscono il passare del tempo, anzi, che sembrano più belli quando noi, che invece sperimentiamo lo scorrere del tempo, li rileggiamo a distanza di anni. Forse proprio perché siamo cambiati, e marciamo nella direzione in cui va la storia dei Trotta, non più al ritmo baldanzoso della marcia di Radetzky, la musica che echeggia trionfante in tutta la prima parte del libro, ma tendendo l’orecchio al rintocco lugubre delle campane che suonano per la morte dell’Imperatore Francesco Giuseppe, per quella del sottoprefetto Francesco von Trotta, per l’erede Francesco Ferdinando assassinato a Sarajevo, per i giovani che stanno morendo in guerra (è il 1916), per tutti noi se pensiamo ai versi di John Donne, non chiederti per chi suona la campana, per un mondo che sta scomparendo dietro la cortina di pioggia che pare cadere implacabile e monotona, da un certo punto della narrazione in poi.
    I Trotta erano, in origine, una famiglia di contadini di Sepolje, in Slovenia. Poi, durante la battaglia di Solferino, nel 1859, il luogotenente di fanteria Trotta aveva salvato il giovane imperatore, gettandosi su di lui e restando ferito al suo posto. Era stato premiato con il titolo nobiliare e l’occhio benevolo di Francesco Giuseppe non avrebbe mai perso di vista la famiglia von Trotta, anche quando l’ormai anziano imperatore non riusciva più a ricordare perché mai i von Trotta avessero l’impudenza di insistere per essere ricevuti da lui, perché sembravano avere il diritto di aspettarsi qualcosa da lui. Aveva incominciato il capostipite, l’eroe di Solferino, a chiedere un’udienza per lamentarsi di come i testi scolastici di storia avessero travisato e distorto il suo famoso atto di coraggio. Dopo di lui- che scompare presto dalla scena del romanzo- sarà per il nipote di questi, Carlo Giuseppe, che l’imperatore dovrà intervenire, coprendone i debiti perché non venga intaccato l’onore dei von Trotta, che è poi una sorta di lascito dello stesso imperatore.
Hofburg, Vienna

    La saga dei von Trotta, attraverso tre generazioni che coprono l’arco di vita di Francesco Giuseppe, è l’epopea dell’Austria Felix, l’accompagna dal suo trionfo al suo declino, la rispecchia nei suoi protagonisti. Si sottolinea spesso la somiglianza del sottoprefetto Francesco con l’imperatore, somiglianza non solo  fisica ma anche nel suo essere tutto d’un pezzo, nel nascondere i sentimenti sotto l’aria burbera e lo sguardo senza ombre (sappiamo quanti drammi privati dovette affrontare anche l’apparentemente impassibile Francesco Giuseppe). Se Francesco von Trotta è quasi un doppio dell’imperatore e rappresenta il fulgore dell’impero, Carlo Giuseppe è lo scivolare nell’obsoleto, i suoi vizi- resta invischiato in questioni di donne, cede al bere, e poi al gioco-, il distacco dalla realtà nell’autoesilio ai confini, le dimissioni dall’esercito, sono segnali di cedimento. Aumentano le indicazioni di grossi rivolgimenti nella società (le prime proteste ‘dal basso’), prosegue il decadimento morale di Carlo Giuseppe che culmina con l’ingente debito da pagare. Sono i due grandi vecchi a salvarlo: la scena del sottoprefetto che rispolvera il frac nero dalle sfumature verdastre per l’usura per andare a Schönbrunn a chiedere aiuto all’imperatore per suo figlio è tragica e grandiosa. L’integrità dell’uno di fronte alla magnanimità dell’altro, il vecchio mondo dignitoso che si affaccia sulle rovine.
Schönbrunn
    E poi la fine, le morti che si susseguono, una dopo l’altra ad anticipare la fine dell’Impero e il sorgere dei nazionalismi. Ed è straziante sentire il sottoprefetto Francesco comunicare la morte del figlio a tutti quelli che incontra- “Mio figlio è morto!”, per ben sei volte nella stessa pagina- perché è contro natura che un figlio muoia prima del padre, qualunque fosse la sua vita e il suo comportamento. Il romanzo che era iniziato con una vita salvata termina nel lutto e nel cordoglio.
    Chi lo ha letto molti anni fa (come me), lo rilegga. Chi non lo conosce ancora, deve assolutamente leggerlo. La mia copia è una vecchia edizione con traduzione di R. Poggioli del 1953. Mi è stato detto che la nuova traduzione dell’edizione Adelphi è molto bella (se riuscite a trovarla). L’edizione che ho indicato io è di puro riferimento.