Visualizzazione post con etichetta Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica. Mostra tutti i post

sabato 27 maggio 2023

Isaac B. Singer, “Max e Flora” ed. 2023

                                    Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica

      premio Nobel

Isaac B. Singer, “Max e Flora”

Ed. Adelphi, trad. E. Zevi, pagg. 207, Euro 19,00

 

     Torniamo in via Krochmalna, a Varsavia, teatro delle vicende di “Keyla la Rossa”. Torniamo nella strada del ghetto popolata da trafficoni, ladri, prostitute- l’altra faccia della società ebraica, quella senza le palandrane nere e i peyot ai lati del viso, in quella yiddishland ormai scomparsa. E ritroviamo Max Shpindler in “Max e Flora”.

    Max si è dato una ripulita, andando a Buenos Aires. Ha messo su una facciata di perbenismo- in Argentina ha fatto fortuna con una fabbrica di borsette, è sposato con Flora, si amano. E adesso sono tornati a Varsavia in cerca di ‘merce fresca’. Sì, perché, dietro le borsette che giustificano i guadagni, c’è il bordello gestito da una tal Berta e Max si è impegnato a portare un buon numero di ragazze vergini. A lui il diritto di sedurle e istradarle, Flora lo sa e non è gelosa.

   Poi l’amico Meir  Panna Acida (niente come questi soprannomi, e a Meir aggiungiamo la moglie Leah Lingualunga, Itche il Guercio e Srulke il Tonto, ci dà l’idea dell’ambiente di via Krochmalna) gli presenta Rashka, una biondina quindicenne che fa la serva presso una vecchia signora. E Max perde la testa, è certo di essere innamorato. Non ha nessuna intenzione di portarla nel bordello di Berta, Rashka è per lui.


    Le vicende di Max tornato a Varsavia sfiorano il tragicomico. Dovrebbe essere meno ingenuo, alla sua età, invece si lascia irretire da una gruppo di anarchici a cui fornisce dei soldi, per poi tirarsi indietro con la paura che lo ricerchino per ucciderlo, rapisce Rashka sorvolando sul fatto che lei non ha documenti e lui è perseguibile, visto che Rashka è minorenne, la porta in una cittadina termale facendola passare per sua figlia. E Flora? Max non vuole più saperne di Flora da quando ha scoperto che, quando l’ha conosciuta, non era affatto una ragazza innocente ma una prostituta. Lo sapevano tutti, lavorava con Leah Lingualunga, come poteva Max non aver mai avuto il minimo sospetto?

    Pensa di uccidere Flora, pensa di uccidere l’uomo che era stato il suo amante e che Flora ha di nuovo incontrato a Varsavia, no, non la ucciderà, non ucciderà neppure l’amante, la ama ancora, no, non la ama, è stanco di Rashka che è proprio una bambina con cui non può parlare di tutto come faceva con Flora. È pieno di dubbi e di incertezze, Max, sugli altri, su se stesso, sulla vita che ha condotto finora. Si ritrova perfino a pensare a valori spirituali che mai lo avevano turbato prima. Che cosa gli succede? È sapere che l’amico Meir sta morendo che lo spinge ad altri pensieri?

Via Krochmalna oggi

    Questo tassello che ricompone un mondo che non c’è più (“Max e Flora” completa la trilogia iniziata con “Il ciarlatano”) è scritto con la precisione, il colore, la ricchezza di dettagli che contraddistinguono lo stile di Isaac Bashevis Singer, premio Nobel 1978. Uno stile che riesce a combinare vivacità, ironia, leggerezza e profondità, cinismo e una certa qual tristezza di sottofondo. Perché la conclusione, che tira le fila delle varie vicende e raduna sulla scena tutti i personaggi, sia quelli maggiori sia quelli minori, è naturalmente tragico.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook





   

venerdì 13 novembre 2020

Santiago H. Amigorena, “Il ghetto interiore” ed. 2020

                                                  Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica

               Shoah

Santiago H. Amigorena, “Il ghetto interiore”

Ed. Neri Pozza, trad. M. Botto, pagg.138, Euro 17,00

 

   Nell’aprile del 1928 Vicente Rosenberg arriva in Argentina dalla Polonia. Il suo cognome dice tutto, come gli altri cognomi poetici che gli ebrei sono stati costretti a prendere, al posto dei patronimici che avevano sempre avuto.

    Vicente è giovane, ben contento di essersi lasciato tutti i legami alle spalle- la famiglia, la madre assillante con il suo affetto, Chelm dove aveva passato l’infanzia, Varsavia dove si erano trasferiti, gli ebrei con i cappotti neri, la lingua yiddish, la sua esperienza nell’esercito. Vicente è pronto a tuffarsi nella vita di Buenos Aires- dapprima scrive lettere a casa, poi non risponde neppure più alla madre che sollecita notizie. Vicente si innamora, si sposa, ha tre bambini. Il padre della moglie Rosita lo aiuta ad aprire un negozio di mobili.

    Se gli venisse chiesto chi è, Vicente non avrebbe dubbi. È argentino, proprio come prima, quando era arruolato nell’esercito polacco, lui era un polacco. Che fosse anche ebreo, neppure gli passava per la mente. Che cosa ci fa definire chi siamo? Il paese dove viviamo? La comunità a cui apparteniamo? La lingua che parliamo? La religione che professiamo?

                                           16 novembre 1940

    È soltanto quando scoppia la guerra che Vicente si pone il problema della sua identità. Che ripensa a sua madre. Che si rimprovera di non aver mai insistito che lo raggiungesse in Argentina. Che riprende a scriverle, attendendo notizie con un’ansia che lo divora. I giornali dall’Europa arrivano con ritardo. Le lettere, poi, con ritardo ancora maggiore. Lettere che parlano degli ebrei chiusi nel ghetto. Ammassati nel ghetto. Affamati nel ghetto. L’idea che sua madre abbia fame e freddo sconvolge Vicente. Non lo lascia dormire. Ha il sogno ricorrente di un muro che lo rinserra.

    Vicente si chiude in un mutismo che lo isola da tutti. Non parla più con Rosita, non fa una carezza ai bambini. Ha preso a giocare d’azzardo. E a perdere al gioco. Come volesse distruggersi. Riprende vita quando si viene a sapere della rivolta nel ghetto. È possibile che…? Sarà ancora viva sua madre? La speranza si spegne presto.

                                              la rivolta del ghetto di Varsavia

    Mentre in Europa si muore in base alla legge che è ebreo chi ha almeno tre nonni di ascendenza ebraica, Vicente si vergogna di aver ammirato i tedeschi, di aver servito nell’esercito polacco, e la risposta al quesito sulla sua identità non conosce dubbi. Ritorna ad essere il Wincenty figlio di sua madre, ebreo. E se è un traditore, se ha abbandonato la famiglia in Polonia senza girarsi indietro, se non condivide con loro l’esiguo spazio del ghetto, lui, però, il ghetto se lo porta dentro, è quel muro che lo soffoca negli incubi, che diventa la sua pelle. È stato questo il maggior crimine dei nazisti, arrogarsi il diritto di definire chi uno sia privandolo di ogni libertà. Anche di quella di vivere.

      Santiago Amigorena, sceneggiatore, produttore cinematografico, regista, attore e scrittore argentino che attualmente vive in Francia, ci racconta la storia dei suoi nonni- Mi piace pensare che Vicente e Rosita vivono in me, e che vivranno sempre quando io stesso non vivrò più- che vivranno nel ricordo dei miei figli che non li hanno mai conosciuti, e in queste parole…

 Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook

Domani, sabato 14 novembre, Santiago Amigorena sarà ospite all'evento di Bookcity "Il ghetto interiore tra parole e silenzio", alle ore 15,30 sul profilo fb Neri Pozza. 



domenica 23 giugno 2019

Chaim Grade, “La moglie del rabbino” ed. 2019


                                                 Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica



Chaim Grade, “La moglie del rabbino”
Ed. Giuntina, trad. Anna Linda Callow, pagg. 212, Euro 18,00

     Il rabbino di Graypeve e sua moglie erano ormai in età avanzata. I loro figli, già tutti sposati, vivevano a Horodne.

Due cittadine, nel mondo scomparso della yiddishland. Due coppie, quella del Rabbi Uri Zvi e la moglie Perele (di Graypeve) e quella di Rabbi Moshe Mordechai e Sara Rivka (di Horodne). Uri Zvi ha un ruolo di minor prestigio di Moshe Mordechai- quest’ultimo è il Rabbi della Sinagoga di una città più importante di Graypeve, è un dotto di gran fama, ha scritto parecchi libri, lo chiamano addirittura ‘il papa degli ebrei’. MA è infelice nella vita privata- ha avuto una sola figlia che è morta, la moglie non trova consolazione. Uri Zvi e Perele hanno tre figli e anche nipotini che abitano tutti a Horodne. Un dettaglio importantissimo: Moshe Mordechai è stato fidanzato con Perele, ma l’ha lasciata prima delle nozze. In famiglia aveva detto chiaramente il perché: Perele ‘era malvagia’.

     Quanto Perele sia malvagia (o, per lo meno, ‘difficile’) ce lo racconta Chaim Grade, di Vilna, uno dei più grandi scrittori yiddish del XX secolo, a prova che il grande rabbino Moshe Mordechai aveva veramente un intuito speciale per capire le persone che si avvicinavano a lui. Dopo che Perele ha svolto il suo compito di madre (la figlia è in eterno dissidio con lei, i figli sono ossequiosi), ha il tempo per ascoltare le chiacchiere e, quando le giunge voce della stima di cui è circondato il suo ex fidanzato, non ha più pace. E non lascia in pace il povero marito. Devono assolutamente andare a vivere a Horodne- perché mai Rabbi Uri Zvi dovrebbe lasciare un incarico sicuro? Ma per raggiungere i figli, per prendersi cura dei nipotini, è ovvio. Perele ha lo sguardo lungo, è chiaro che ha in mente altro, una scalata religiosa e sociale che porterà lei e il marito allo stesso livello di Moshe Mordechai e Sara Rivka. Un passo dopo l’altro, che noi seguiamo tra il riso e lo sdegno, schiacciando qualunque obiezione possa fare il mite Uri Zvi, senza curarsi di ferire i sentimenti di Moshe Mordechai, di Sara Rivka, dei suoi stessi figli, Perele ottiene quello che vuole. Con conseguenze che forse non avrebbe voluto neppure lei.
Sinagoga di Horodne
     C’è una grande tradizione letteraria dietro a personaggi come Perele. Per il suo arrivismo, la sua mente acuta e la battuta pronta ci fa pensare a Becky Sharp della “Fiera della Vanità” (anche Perele, tutto sommato, ambisce ad un mondo di vanità). E poi pensiamo alla Caterina de “La bisbetica domata”, a donne simili nelle commedie di Goldoni o di Molière, tutte contrapposte ad una sorella gentile e dolce, proprio come Perele è l’opposto di Sara Rivka che le porge l’altra guancia. E tuttavia è il contesto storico e logistico che rende così originale e interessante il romanzo di Chaim Grade. Perché, mentre su un piano personale assistiamo allo scontro tra le due coppie, su un altro piano leggiamo dell’opposizione tra la Agudà (la fazione ultraortodossa della vita comunitaria ebraica, contraria al sionismo) e la Mizrahi (l’ala religiosa ortodossa del movimento sionista). Va da sé che i due rabbini divengano- forse loro malgrado, ma certamente sospinti dalle manovre di Perele- gli esponenti delle due posizioni, aggiungendo quindi un motivo in più di contrasto che sfocia in un malessere generale, in una continua e sotterranea discordia nella tranquilla (un tempo, prima dell’arrivo di Perele) comunità di Horodne.
      Un libro pungente e amaramente divertente. Perché- al di là del contesto- il personaggio di Perele, così odiosa ma anche così ammirevole nella sua determinatezza, è senza luogo e senza tempo.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



mercoledì 26 dicembre 2018

Ronaldo Wrobel, “Traducendo Hannah” ed. 2013


                                                 Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica
       love story
       spy-story

Ronaldo Wrobel, “Traducendo Hannah”
Ed. Giuntina, trad. Vincenzo Barca, pagg. 218, Euro 15,00
Titolo originale: Traduzindo Hannah


       Rio era un campo minato. Bande di fanatici si scontravano nelle strade, non sempre consapevoli di quanto predicavano, ma odiando ciò che predicavano i loro rivali. Un tumulto aveva infiammato la Rua do Catete, le scuole erano sul piede di guerra, gli integralisti andavano vestiti di verde e gridavano “Anauê”, furiosi contro gli ebrei. C’era gente che spariva nel silenzio della notte, altra in pieno giorno. Era frequente vedere persone ammanettate trascinate sulle camionette della polizia, che partivano a razzo a sirene spiegate. Chi, cosa, quando, come? Erano gli interrogativi sussurrati. Solo gli audaci indagavano anche sui perché.


         “Traducendo Hannah”- ma, che cosa vuol dire ‘tradurre’? ‘Tradurre’ è, prima di tutto, capire il significato di una parola o di un testo e, poi, renderlo in un’altra lingua. Il bel romanzo insolito di Ronaldo Wrobel gioca sul significato del verbo tradurre: nelle sue pagine si traducono parole e una persona, la protagonista Hannah. Perché Hannah è elusiva, inafferrabile. Hannah è mille persone, è difficile da capire. Qual è la vera Hannah? come ‘tradurre’ Hannah in modo che anche chi non l’ha conosciuta di persona possa non farsi un’idea sbagliata di lei?

    Prima di conoscere Hannah, però, noi incontriamo il calzolaio ebreo Max Kutner, invitato a presentarsi al commissariato di polizia di Rio de Janeiro dove gli viene chiesto (traduci: ordinato) di tradurre dallo yiddish al portoghese la corrispondenza tra gli ebrei che abitano in città e quelli di Buenos Aires. Più di ogni cosa il presidente Getúlio Vargas teme complotti comunisti, le lettere possono contenere qualche messaggio cifrato: il povero Max Kutner, che è arrivato dalla Polonia con un segreto per cui può essere ricattato, deve per forza accettare di diventare una spia.
Getulio Vargas
Conoscerà tutti i segreti degli ebrei di Rio e di quelli di Buenos Aires. E’ un uomo buono, Max Kutner. A volte cambia appositamente la traduzione, quando gli pare possa suscitare dubbi e mettere in pericolo chi ha scritto. A volte interviene di persona per aiutare qualcuno che ha bisogno di un qualche aiuto. Finché, leggendo lo scambio di lettere tra Hannah e la sorella Guita, Max si innamora di Hannah e farà di tutto per incontrarla, entrando in negozi e bussando a porte di sconosciuti, seguendo esili indizi trovati nelle lettere della donna di cui con certezza sa solo il nome, Hannah.
    Il romanzo di Ronaldo Wrobel procede in un alternarsi di presente e passato. Per conoscere Max, ma soprattutto per conoscere Hannah, dobbiamo sapere della loro vita in Polonia e dei fatti che portano alla straordinaria coincidenza per cui hanno lo stesso cognome, Kutner. Non c’è poi tanto da nascondere, nella vita di Max, molto di più in quella di Hannah. C’è una Hannah elegantissima che entra ed esce con alterigia dagli alberghi di Rio, ce n’è una che svolge opere di beneficenza, una che scrive lettere colte e filosofeggianti alla sorella Guita che la ammira sopra ogni cosa al mondo, un’altra ancora che si rivela a poco a poco, mentre l’adorante Max riesce, se non altro, a diventare suo amico. Anzi di più, perché Max, senza neppure capire a fondo che cosa stia succedendo, serve da spalla a Hannah in una missione in cui deve sorvegliare una coppia di tedeschi (nel 1942, vincendo l’opposizione dei filonazisti del suo governo, Getúlio Vargas entrerà in guerra contro l’Asse). E poi c’è anche, nei flash-back sapientemente dosati dallo scrittore, l’Hannah ragazzina in Polonia, nei tempi durissimi in cui ha dovuto assumersi la responsabilità della sorellina tanto più giovane di lei a prezzo della perdita della sua infanzia e dell’innocenza.

    Tutti hanno dei segreti, tutti hanno molto da nascondere nel romanzo di Ronaldo Wrobel. Il segreto di Max è insignificante in confronto a quelli di Hannah, della stessa Guita che mette in scena una recita sfavillante quando viene ad incontrare Hannah a Rio, del cosiddetto marito di Guita che nasconde una trama ampia con un impensato commercio di carne femminile. E allora, sotto l’occhio sempre vigile di Getúlio Vargas che osserva dai ritratti appesi ovunque, il romanzo di Ronaldo Wrobel è una storia in cui a volte è impossibile dare un giudizio su che cosa sia il Male e che cosa sia il Bene, è nello stesso tempo storia d’amore e di sopravvivenza, di spionaggio e di controspionaggio nel Brasile degli anni precedenti la seconda guerra mondiale, diviso tra la paura dei comunisti e quella dei nazisti che già si sono installati nel sud del paese.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it



giovedì 8 settembre 2016

Jonathan Safran Foer, "Ogni cosa è illuminata" ed.2002

                                    Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
      Diaspora ebraica
      Shoah
      il libro ritrovato

Il romanzo rivelazione dell' autunno 2002
Jonathan Safran Foer, "Ogni cosa è illuminata"
 Ed. Guanda, pagg.327, Euro 14,50

"Il mio nome per la legge è Alexander Perchov": un incipit di un' immediatezza che ricorda il famoso "chiamatemi Ismaele" per questo geniale primo romanzo del venticinquenne americano Jonathan Safran Foer. Due protagonisti, l' ucraino Alexander e l' ebreo americano Jonathan Safran Foer che sì, ha lo stesso nome dell' autore. Due storie per due romanzi, quello scritto da Alex del viaggio alla ricerca della ragazza che, durante la guerra, ha salvato la vita del nonno di Jonathan  e quello di Jonathan che ricostruisce la vita del villaggio Trachimbrod da quando la sua bis-bis-bis-bis-bisnonna fu salvata (come Mosé) dalle acque del fiume. Fra le due storie, le lettere che Alex scrive dall' Ucraina a Jonathan in America, un commento sui capitoli del romanzo che Jonathan  ha inviato in lettura ad Alex e viceversa, una riflessione accorata su quanto è successo durante quel viaggio, in cui "ogni cosa" è stata "illuminata" e ha reso impossibile continuare la stessa vita. 

Il padre di Alex dirige un' agenzia di Viaggi Tradizione, specializzata in tour per ebrei americani che vogliono rivisitare i luoghi da cui sono fuggite le loro famiglie per salvarsi dai nazisti. Jonathan arriva con la fotografia di una ragazza ritratta vicino a suo nonno. E' lei che devono cercare. Un viaggio di quattro giorni verso la verità. Anche se la ragazza non verrà trovata e il villaggio non esiste più.  Al volante il nonno di Alex. Un buffo cane sul sedile posteriore. Quando incontrano l' unica sopravvissuta di Trachimbrod, questa tira fuori una vecchia fotografia e adesso le fotografie sono due, e, se in quella di Jonathan suo nonno potrebbe essere scambiato per Jonathan stesso, in quella della vecchia c' è un ragazzo che è identico ad Alex, suo nonno. Non importa quando e chi ha fatto che cosa, siamo tutti colpevoli e la domanda è "che cosa avremmo fatto noi in quelle circostanze?". Del nonno Alex dice, " lui non è cattivo. Lui è un buon uomo, solo che ha vissuto in un tempo cattivo". Alex, così allegro, spaccone, che ama parlare di sesso, che non aveva mai conosciuto un ebreo senza domandarsene il perché, finisce per cambiare voce. Lui che aveva fatto da interprete, vivendo due volte quello che raccontava, finisce per parlare in prima persona, sostituendosi al nonno, come se lui stesso avesse vissuto quell' esperienza, in una confessione angosciata, una parola attaccata all'altra. 

Il romanzo di Alex procede a ritroso nel tempo, quello di Jonathan avanza, dal 1791 fino a ricongiungersi con i tempi dell' altra narrazione, in un trionfo di fantasia e colore. Cambia lo stile, in un tour de force straordinario: quello di Alex, che usa in maniera esilarante un dizionario dei sinonimi, è sapientemente ingenuo nell'uso di una lingua che non è la sua, mentre quello di Jonathan è estremamente colto, con echi biblici. Reale, a volte persino sboccato, quello di Alex - che tuttavia diviene il migliore dei due romanzieri -, e magico favolistico quello di Jonathan che deve immaginare uno shtetl cancellato dalla terra. Un finale drammatico che accettiamo nella sua giustizia prima di un ultimo ammonimento , "cerca di vivere in modo che tu possa sempre dire la verità".

la recensione e l'intervista che segue sono state pubblicate su www.stradanove.net







sabato 3 settembre 2016

Faye Kellerman, “Il bagno rituale” ed. 2010

                                  Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
            Diaspora ebraica
             cento sfumature di giallo
            il libro dimenticato
          
Faye Kellerman, “Il bagno rituale”
Ed. Cooper, trad. Alessandro Corsini, pagg. 348, Euro 17,50

    Primo romanzo della serie, “Il bagno rituale” inizia ‘la saga degli investigatori ebrei’, come recita il sottotitolo in copertina. E l’ambientazione, nella Jewtown di Los Angeles, è la caratteristica più interessante del libro di Faye Kellerman, come già avevo osservato dopo aver letto “Sacro e profano”, il secondo della serie che però mi era venuto tra le mani prima di questo.
   Siamo a Los Angeles eppure non siamo a Los Angeles. A due passi da Hollywood, nel centro di quanto di più americano possiamo immaginare, l’impressione è quella di aggirarci per Mea Sharim, il quartiere ultraortodosso di Gerusalemme. Uomini con il tallit, lo scialle di preghiera, bambini con la kippà sui riccioli, donne con la parrucca- come è d’obbligo per tutte dopo il matrimonio-, gonne lunghe, bluse allacciate fino al collo e maniche lunghe.

E’ significativo che la scena del crimine sia una mikvah, il luogo dove si può adempiere all’obbligo del bagno di purificazione rituale secondo le prescrizioni religiose. E’ un luogo puro per eccellenza, eppure è lì, nell’ombra del boschetto circostante che qualcuno, con un passamontagna in testa, ha assalito una donna che stava tornando a casa e l’ha stuprata. Per una strana coincidenza la polizia sta dando la caccia ad un misterioso stupratore di Foothill- anche se è quasi impossibile che il feticista attirato dalle scarpe delle donne sia la stessa persona che attendeva l’uscita della donna dalla mikvah, la somiglianza dei casi ci ricorda che niente, neppure la vita morigerata in un ambiente chiuso e protetto o la fede assoluta, può metterci al riparo dal male.

    La trama gialla de “Il bagno rituale”- che continua poi con un omicidio brutale  e altri tentativi di violenza contro una donna- sembra offrire un pretesto, almeno in questo primo romanzo, per un confronto tra due mondi antitetici. Da una parte il poliziotto con i capelli rossi, Peter Decker, divorziato e con una figlia adolescente, dall’altra Rina Lazarus, la giovane donna che svolge i lavori di pulizia nella mikvah oltre a fare l’insegnante per mantenere i suoi due bambini dopo che è rimasta vedova. L’attrazione fra i due è fortissima, ma non c’è ponte, non c’è passerella che possa aiutarli a superare l’abisso che li separa. L’amore non basta. O sì? Peter Decker non ignora le leggi che regolano la vita di Rina (la sua ex moglie era ebrea anche se non osservante) e si sforza anche di capire tutti i limiti che comportano, piccoli dettagli della vita quotidiana a cui nessuno fa caso nella società laica- non si può andare a mangiare un boccone da qualche parte perché il cibo non sarebbe kosher, un uomo e una donna non possono restare da soli insieme se non sono sposati, quindi niente cinema, niente di niente. Neppure scortare Rina a casa per proteggerla. E’ frustrante, eppure Decker si sforza di capire e di rispettare quello in cui Rina crede.

    Aveva ragione Rina, aveva ragione il rabbino nel sostenere che non era assolutamente possibile che l’uomo ricercato facesse parte della comunità? Dopo tutto, come fa osservare Decker, se Dio ha dato i comandamenti a Mosé, vuol dire che anche gli ebrei potevano essere malvagi. E riuscirà il nostro poliziotto dai capelli rossi, così gentile con i bambini di Rina, ad avvicinarsi alla donna che ama? C’è qualcosa che Peter Decker non ha mai raccontato…




   

martedì 15 marzo 2016

Françoise Frenkel, “Niente su cui posare il capo” ed. 2016

                                                  Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica
            testimonianze
            Shoah
             FRESCO DI LETTURA


Françoise Frenkel, “Niente su cui posare il capo”
Ed. Guanda, trad. S. Levi, S. Lari, C. Turla, pagg. 294, Euro 18,00

       
     Un libro di testimonianza, che racconta le vicissitudini di chi è scampato ad una catastrofe lottando ogni minuto di ogni giorno per salvare la propria vita, lascia in genere nel lettore una sensazione di profonda angoscia. Non è così, invece, per  “Niente su cui posare il capo” di Françoise Frenkel- siamo stati in ansia per lei in ogni pagina, eppure in ogni pagina c’era un bagliore di luce, la fiducia nella bontà del prossimo, la certezza interiore che il Male non potesse avere la meglio, una speranza che ci ha contagiato impedendo che il nostro cuore si sentisse stretto in una morsa.
     Françoise Frenkel si è salvata e con lei si è salvato il libro che parla di lei, pubblicato per la prima volta nel 1945 e poi scomparso per riapparire ora, sulla bancarella di un mercatino di beneficenza di Nizza- come un messaggio in una bottiglia che approda su lidi lontani a distanza di anni da quando è stato gettato in mare. Françoise è un’ebrea polacca, il suo vero nome è un altro- ce lo dice Patrick Modiano nella bella introduzione, così come ci dice che Françoise era sposata, anche se non c’è alcun riferimento al marito nel libro: una scelta necessaria, cancellarlo dalla memoria, per tirare avanti e sopravvivere? Non lo sappiamo. Françoise inizia il suo racconto dicendoci della sua grande passione per i libri, fin da quando era ragazzina, e poi dell’amore per la Francia e la letteratura francese che la spinse a tentare un’impresa che pareva fallimentare. Nel 1921 Françoise aprì una libreria francese a Berlino. La guerra era finita da poco, i francesi erano l’odiato nemico, come poteva pensare, Françoise, di ottenere i permessi, di avere successo con questa iniziativa? E invece…questo è il messaggio bellissimo del libro di Françoise Frenkel- la cultura che supera le frontiere e gli schieramenti di guerra, il pensiero che non ha l’etichetta di una nazionalità. La libreria fiorisce, c’è chi va per acquistare libri in francese, chi per leggere i giornali, chi, semplicemente, per scambiare idee.

      Poi, la tempesta. Annunciata, attesa, che infine si scatena. C’è un momento in cui Françoise spera che qualcuno rilevi la libreria e la tenga aperta, un momento dopo deve solo pensare a lasciare la Germania e mettersi in salvo. Incominciano le peripezie di Françoise- da Parigi al sud della Francia, a Nizza, vivere alla giornata, cambiare alloggio, sorvegliare ogni respiro, cercare di passare la frontiera attraversando i monti ed arrivare in Svizzera. Françoise ha la fortuna di incontrare persone generose che la nascondono, le forniscono carte false, organizzano altri rifugi per lei, mettono a rischio la propria vita per lei e per quello che lei rappresenta, la vittima di un regime dittatoriale che ha manipolato le masse con la folle propaganda antiebraica.
E lei, Françoise, è più attenta nel descriverci chi le fa del bene che chi, invece, ‘obbedisce agli ordini’, ed è una bella galleria di personaggi quella che sfila nelle sue pagine, illuminandole, facendo pensare anche a noi che, forse, si può ancora credere nell’umanità. Il prete cattolico che non si risparmia, la suora gentile che cura Françoise, il soldato che parla napoletano e finge quasi che Françoise sia un’amica per distrarre l’attenzione da lei, quello che le indica dove può passare il confine.

      Françoise Frenkel è morta nel 1975, a Nizza. Eppure di lei è rimasto qualcosa, le onde ci hanno portato il suo messaggio nella bottiglia, “Niente su cui posare il capo” la fa sentire ancora tra di noi. La forza del pensiero, il potere dei libri in cui credeva hanno avuto la meglio sulle forze del Male.


giovedì 5 febbraio 2015

Miranda Richmond Mouillot, “Qualunque cosa accada” ed. 2015

                                                                      Diaspora ebraica
       FRESCO DI LETTURA


Miranda Richmond Mouillot, “Qualunque cosa accada”
Ed. Rizzoli, trad. Chicca Galli, pagg. 332, Euro 19,00
Titolo originale: A Fifty-Year Silence

Nella prima foto, il nonno era in posa dietro la nonna, con la mano appoggiata sulla sua spalla. Lei aveva i capelli corvini pettinati all’indietro e raccolti in un ordinato chignon e indossava una camicetta aderente e una gonna nera. Fissava sorridendo l’obiettivo. Lui, in camicia e cravatta, guardava serio in alto. La foto mi sorprese, non perché li ritraeva insieme ma piuttosto perché non avevo mai visto i miei nonni così normali.

   “A fifty-year silence”. Il titolo originale del libro di Miranda Richmond Mouillot dice già tanto: non si parlavano da cinquant’anni, i suoi nonni. Lui, Armand Jacoubovitch, viveva in Svizzera, dove aveva trovato rifugio durante la seconda guerra mondiale, scappando da Strasburgo. Lei, Anna, aveva scelto gli Stati Uniti. Lui aveva lavorato come interprete al processo di Norimberga contro i crimini nazisti. Lei era medico specializzato in malattie polmonari. Parlare della nonna, anche solo menzionarla di sfuggita in presenza del nonno, significava suscitare la sua ira. Armand aveva parole durissime nei confronti della donna che aveva sposato nel 1942. Perché? Che cosa era successo?
     “Qualunque cosa accada” è un libro dedicato a loro e alla loro storia. Una storia di guerra e di fuga, di pericoli e di paura, di generosità e di gelosie, di amore e di un sentimento che non è l’opposto dell’amore- che è indifferenza- ma di odio. Per Miranda, che vuol molto bene alla nonna ed impara a voler molto bene a quel nonno burbero e scontroso, maniaco e irascibile, diventa importantissimo ricostruire il loro passato perché quel passato appartiene anche a lei e forse appartiene a tutti, intrecciato com’è con la storia d’Europa. Miranda inizia la sua ricerca, fissa una cronologia di date collegate ai luoghi dove Armand ed Anna si trovavano nello scorrere degli anni, prima di tutto risale a dove e come si siano conosciuti- deve essere stato un incontro di quelli che lasciano il segno, se Armand si era portato via un piattino del caffè e lo aveva regalato come pegno alla nonna che lo teneva sempre con sé. A guardare quelle date, sembrava che le loro strade si fossero incrociate solo per brevi periodi. Ma allora? Che tipo di amore era?

     Quello di Miranda è un lungo e paziente lavoro di ricerca. Parla con la nonna, ancora molto vivace anche se parecchio sorda, le scrive, ne riceve delle lettere. Parla con il nonno- era una ragazzina quando la nonna le aveva suggerito di andare a stare da lui a Ginevra, e da allora Miranda vi era tornata spesso, aveva finito per diventare il suo angelo custode quando i segni del morbo di Alzheimer si erano evidenziati e lui, ormai ricoverato, gridava e insultava le infermiere che chiedevano a Miranda se fosse un sopravvissuto dell’Olocausto. Ci vuole una pazienza da certosino per mettere insieme i pezzi delle due vite- saltano fuori fotografie in cui Miranda ‘legge’ gli sguardi e l’atteggiamento, domandandosi che cosa provassero i nonni nell’attimo dello scatto, si fanno dei nomi di amici, di persone che li hanno aiutati mentre fuggivano, per lo più ognuno per proprio conto, verso il sud della Francia, poi, con l’aiuto di un passeur, in Svizzera, l’esperienza dei campi di rifugiati, la fame (sono entrambi magrissimi nelle fotografie), la fine della guerra e la consapevolezza dell’enormità di quanto era successo, il lavoro costante della nonna e, infine, quello di traduttore del nonno a Norimberga, qualcosa di cui lui non aveva mai voluto parlare. La nonna si era inoltrata nella guerra con la sua baldanza e il suo inguaribile ottimismo, la sua certezza che tutto accade per un motivo. Il nonno aveva reagito in maniera opposta, il tarlo delle parole udite a Norimberga- solo parole finché la sua attenzione era impegnata a tradurre- aveva lavorato in profondità nel suo animo, corrodendolo. La ‘sua’ guerra non era la guerra di Anna. Non potevano più capirsi.


    Miranda Richmond Mouillot deve aver ereditato il carattere della nonna eccezionale, perché fa di questo libro di ricordi una straordinaria storia di quattro amori: quello difficile e tormentato di Anna e Armand, il suo, di Miranda, verso entrambi i nonni, verso il ragazzo francese che diventerà suo marito e verso una casa nei pressi di Alba, nel sud della Francia, che aveva visto la fine del matrimonio dei nonni. La casa di La Roche è quasi diroccata adesso, Miranda e Julien cercano di renderla di nuovo abitabile: c’è una storia segreta nascosta fra quelle mura e l’istinto di Miranda le dice che lei ne fa parte, che lei appartiene a quel luogo. La vita prevale sulla morte in questo bel libro che ci fa conoscere l’Olocausto da un’angolazione diversa.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


giovedì 29 gennaio 2015

Israel J. Singer, “I fratelli Ashkenazi” ed. 2012

                                            Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica
                                                               il libro ritrovato


Israel J. Singer, “I fratelli Ashkenazi”
Ed. Bollati Boringhieri, trad. Bruno Fonzi, pagg. 757, Euro 19,50
Titolo originale: The Brothers Ashkenazi

Quei due fratelli che per tanti anni erano stati divisi dall’odio, uscirono dalla prigione tenendosi per mano.
  Yakob era riuscito nel suo intento. Denaro e simpatia personale, i due mezzi che gli avevano aperto tante porte nella vita, gli avevano aperto anche queste. Perfino gli uomini col giaccone di pelle avevano trovato qualcosa di affascinante e irresistibile in lui. e inoltre v’era il fatto che i bolscevichi non ce l’avevano in particolare con Max Ashkenazi. Lo avevano tenuto in prigione più che altro perché ciò rientrava nella routine, ma il delitto comune di cui era colpevole non gli interessava affatto.

   Castore e Polluce. Esaù e Giacobbe. Romolo e Remo. I ‘cavalieri’ Ashvin dell’alba e del tramonto nella religione indù: da sempre, nella mitologia, nelle religioni, nel folklore, il tema dei gemelli ha esercitato un grande fascino. E ancora, nella letteratura, lo troviamo, per citare alcuni titoli, nei “Menecmi” di Plauto e nei “Gemelli veneziani” di Goldoni, persino in un famoso libro per l’infanzia che ricordo di aver molto amato, “Carlottina e Carlottina” di Erich Kästner. Se poi il tema della gemellarità sconfina in quello del doppio, gli esempi non si contano- ad iniziare dal più famoso, “Dr. Jekyll e Mr. Hyde” di Stevenson a “William Wilson” di Poe, da “Il compagno segreto” di Conrad a “Il visconte dimezzato” di Calvino. Perché sono infinite le possibilità di storie che si possono intrecciare su due persone uguali eppure diverse, oppure niente affatto uguali ma unite da un’anomalia, essere nati insieme dalla stessa madre, due e non uno, in lotta per la primogenitura e per accaparrarsi attenzione e affetto.
     Simcha Meyer e Jacob Bunim sono i nomi dei due gemelli protagonisti dello splendido romanzo “I fratelli Ashkenazi” dello scrittore polacco di lingua yiddish Israel Joshua Singer, fratello maggiore del premio Nobel Isaac Bashevis Singer. Splendido perché è un romanzo a cerchi concentrici che si allargano: è la storia personale ed emblematica di due fratelli rivali fin dalla nascita, ma anche della cittadina di Łodz che fiorisce con lo sviluppo dell’industria tessile, anche degli ebrei che, quando credono di essere del tutto assimilati nonché vitali per l’economia del paese, vengono bruscamente risvegliati alla realtà della loro differenza da selvaggi pogrom, anche dell’intera Polonia eternamente contesa dai due paesi limitrofi, anche di tutta un’epoca- fine ‘800 e inizi del ‘900- percorsa dai fremiti della rivoluzione della classe operaia. Il flusso narrativo de “I fratelli Ashkenazi” è inarrestabile, come lo è il tempo che scorre nelle pagine travolgendo tutto: il vecchio viene sostituito con il nuovo, Marx e “Il capitale” al posto di Dio e del Talmud; giacca corta alla moda ‘gentile’, guance rasate e solo un accenno di baffi al posto della gabbana, dei cernecchi e della lunga barba; vengono aggirate le leggi che impediscono agli ebrei di lavorare il sabato e- a livello personale- c’è un matrimonio d’amore sovversivo di tutti i canoni invece dei soliti matrimoni combinati.
Soprattutto, i personaggi salgono e scendono sulla ruota gigantesca della vita: i due gemelli diversi Simcha Meyer (che si farà poi chiamare Max) e Jacob Bunim (trasformerà semplicemente il suo nome nella versione polacca di Yacob), figli dell’osservante Reb Abraham Hirsch Ashkenazi, diventano ricchissimi dal nulla. Simcha Meyer grazie alla sua intelligenza (che decide di non sprecare più sui testi religiosi), al suo intuito per gli affari e al cinismo con cui spoglia il suocero dei suoi averi, e Jacob Bunim, invece, si fa strada nella vita- con invidia del fratello- perché è fortunato, perché è bello, simpatico, gioviale. A Jacob Bunim la ricchezza e l’amore cadono in grembo, Simcha Meyer deve lottare per diventare uno dei più grandi industriali di Łodz e non sarà mai amato dalla moglie (che aveva espresso la sua preferenza per Jacob Bunim). Mentre assistiamo al trionfo dei fratelli Ashkenazi, osserviamo pure il crollo delle fortune di altre famiglie gentili, abituate a largheggiare con il denaro finché restano con le casse vuote.
     In un certo senso, il romanzo di Israel Singer è la controparte yiddish de “I Buddenbrook” di Thomas Mann, uno di quei libri essenziali da cui non si può prescindere, uno di quei libri ponderosi di cui non si salterebbe neppure una pagina. Grandioso ed epico. Come i romanzi di Tolstoj o, per citare un nostro contemporaneo, di Mo Yan.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




    

giovedì 8 gennaio 2015

Israel J.Singer, “La famiglia Karnowski”

                                                      Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica
                                                              il libro ritrovato



Israel J.Singer, “La famiglia Karnowski”
Ed. Adelphi, trad. Anna Linda Callow, pagg. 494, Euro 20,00, in e-book 5,99

       David, Georg, Jegor: tre nomi per le tre parti in cui è diviso il romanzo “La famiglia Karnowski” di Israel Singer. Tre nomi e tre parti per tre epoche diverse, per seguire l’ascesa e la caduta di una famiglia, una oscura premonizione di quello che accadrà nel rogo che finirà per inghiottire sei milioni di ebrei d’Europa.
“Nessuno può sfuggire al proprio destino”, dice Georg Karnowski quando, emigrato in America, è obbligato a ridursi a fare il venditore ambulante, lui che era il più famoso e il migliore chirurgo di Berlino. David Karnowski era stato il primo a pensare, invece, che sì, era possibile cambiare il destino. Ebreo non ortodosso anche se erudito nello studio della Torah, studioso della cultura laica, commerciante di legname, David Karnowski si era trasferito dalla natia Melnitz in Polonia a Berlino. Per lui era un passare dal buio alla luce: la Germania era la modernità, l’apertura mentale, la musica, la filosofia, mentre la Polonia era l’ignoranza, l’oscurantismo, la grettezza. David Karnowski si era fatto un punto d’onore di imparare a parlare in tedesco altrettanto bene di chi era nato in Germania e solo ogni tanto scivolava di nuovo nello yiddish conversando con la moglie. Quando era nato il suo unico figlio, gli aveva dato due nomi, uno ebraico e uno tedesco, Moshe Georg, dicendo: “Sii un ebreo a casa tua e un uomo quando ne esci”. In questa frase è racchiuso il dramma paradossale del futuro dei Karnowski. Perché nella Germania hitleriana saranno degli ebrei proprio fuori della loro casa. Senza tener conto né del fatto che Georg avesse esercitato come medico negli ospedali da campo in guerra, né del ruolo sociale che i Karnowski avevano raggiunto, né dell’indiscussa bravura di Georg come chirurgo ginecologo nella più esclusiva clinica berlinese, quando le strade di Berlino avevano iniziato a rimbombare sotto il passo cadenzato degli stivali, quando sulle vetrine dei negozi erano apparse le scritte insultanti, Jude, i Karnowski venivano additati e riconosciuti come ebrei solo per il loro aspetto, per la carnagione scura, i capelli neri, gli occhi di brace e soprattutto quel naso pronunciato- identico a quello delle rozze caricature.

     Israel Singer ci dipinge un affresco grandioso nelle pagine di questo romanzo. Le vicende della famiglia si srotolano lungo più di mezzo secolo inevitabilmente intrecciate a quelle della Germania. Quasi inavvertitamente il mondo di David Karnowski scompare a poco a poco, mentre Georg si innamora della bionda e diafana shikse Teresa (lei ariana, lui ebrea, David non rivolge più la parola al figlio ma che importa? che significato hanno queste distinzioni?), la repubblica di Weimar si sta impoverendo, l’inflazione è alle stelle- il terreno è pronto per l’ascesa del Führer. Dal matrimonio misto di Georg e Teresa nasce un bambino- anche lui avrà due nomi, entrambi tedeschi però, Joachim Georg, e lo chiameranno Jegor. In seguito Jegor aggiungerà al cognome paterno quello tedesco della madre, anzi, cercherà di farsi chiamare solo con questo, Holbeck. Perché Jegor soffre per i tratti fisici marcatamente ebrei- dalla madre ha preso solo gli occhi azzurri. Jegor, che, in quanto figlio di madre gentile, non è neppure un ebreo secondo la legge ebraica, subirà una tremenda umiliazione pubblica nel liceo che frequenta e suo padre chiederà il visto per emigrare.
La parabola dei Karnowski segue ormai la linea in discesa. E quello che più fa soffrire è che la ribellione del giovane Jegor si allinea all’ideologia dei nemici del popolo a cui lui rifiuta l’appartenenza. Quando si accorge di aver sbagliato tutto, è forse troppo tardi. Oppure no? Come già Georg si era riavvicinato a suo padre, anche Jegor ritorna dal suo, di padre, da Georg che ha salvato almeno il bisturi dalla vendita di tutti gli strumenti medici che aveva.


    Israel Singer (scrittore straordinario quanto il famoso fratello Isaac vincitore del premio Nobel) costruisce per noi, romanzo dopo romanzo, un mondo scomparso. Scrive in yiddish (la lingua scomparsa del mondo scomparso), e, ogni volta che leggiamo un suo libro, non possiamo fare a meno di pensare che siano scomparsi anche gli scrittori come lui. Perché il mondo in cui viviamo adesso è troppo dispersivo, troppo pieno di sollecitazioni diverse, per concedere il raccoglimento e la meditazione necessari per un’opera della vastità e profondità de “La famiglia Karnowski”.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net


di Israel Singer, dal 29 di gennaio, "A oriente del giardino dell'Eden", ed. Bollati Boringhieri