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venerdì 25 settembre 2026

Barbara Demick, “Nulla da invidiare” ed. 2026

              Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

   reportage

Barbara Demick, “Nulla da invidiare”

Ed. Iperborea, trad. Valentina Ricci, pagg. 409, Euro 20,00

     Dopo trentacinque anni di occupazione giapponese, nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, la Corea fu liberata- le truppe sovietiche occuparono il Nord, mentre quelle americane occuparono il Sud. Il confine provvisorio per dividere le due zone di influenza fu tracciato lungo il 38° parallelo e nel 1948 sorsero la Repubblica Popolare Democratica di Corea a Nord, con regime comunista, e la Repubblica di Corea a Sud che si ispirava alle dottrine capitaliste. Nel 1950 le truppe nordcoreane invasero il Sud per unificare con la forza il paese e, mentre la Cina appoggiava il Nord, gli Stati Uniti intervennero per difendere il Sud. La guerra terminò con un armistizio nel 1953 e attualmente le due Coree sono separate dalla Zona Demilitarizzata. Attualmente la Corea del Sud è una Repubblica presidenziale democratica retta dal Presidente Lee Jae-myung, mentre la Corea del Nord è uno Stato socialista governato come una dittatura totalitaria dinastica e il leader supremo è Kim Jong-un.

Kim Jong-un

   Una foto satellitare notturna delle due Coree mostra un’ampia area buia a Nord e milioni di lucine al Sud. Manca l’elettricità nella Corea del Nord, il paese è uno spazio nero, un buio che diventa metaforico per l’oscurità in cui è avvolto il paese- quello che sappiamo noi, all’esterno, è basato sui racconti di chi è riuscito a varcare il confine, e loro, quelli che vivono là, sono totalmente all’oscuro di quanto accade ‘fuori’. Soltanto alcuni, che, di nascosto e correndo grandi rischi, riescono ad ascoltare la radio, sono venuti a conoscenza della menzogna su cui sono costruite le loro vite. Tutto ciò che il capo supremo ha sempre detto sulla Corea del Sud, sugli Stati Uniti, sugli altri paesi capitalisti è falso. Ma la realtà è talmente al di fuori della loro immaginazione che gli riesce difficile crederci.


   Anche se un mare di fuoco ci assale, noi dolci bambini non dobbiamo temere./ Nostro padre è qui./ Non abbiamo nulla da invidiare al mondo.

  Sono le parole della canzone che viene insegnata ai bambini a scuola. È un lavaggio del cervello per far sì che la gente si convinca di vivere nella migliore società possibile. Kim Il-sung, leader della Repubblica Popolare Democratica di Corea dal 1948 al 1994, voleva costruire gente migliore oltre a costruire un nuovo paese. A tale scopo aveva ideato un suo sistema filosofico, il juche, ‘autosufficienza’. I coreani erano il popolo eletto, non dovevano fare affidamento sulla Cina o il Giappone o la Russia. La volontà individuale doveva essere sottomessa a quella collettiva, era necessario seguire un leader assoluto e supremo- quel leader era, naturalmente, Kim Il-sung. C’era qualcosa di diverso, tuttavia, tra il culto della personalità che è proprio di tutti i dittatori e quello a cui ambiva Kim Il-sung. Lui capiva la forza della religione e aveva favorito il sorgere di leggende su di lui che sembravano un adattamento di ciò che viene narrato nei Vangeli. Anche nei quadri che obbligatoriamente erano appesi in ogni casa (spolverati con uno straccio che veniva regalato e destinato solo a quell’uso) Kim Il-sung era ripreso accanto al figlio Kim Jong-il- erano Dio padre e il figlio Gesù.  


   Barbara Demik ha passato sette anni a Seul raccogliendo le testimonianze di nordcoreani che erano riusciti a superare il confine. Quello che rende il suo libro un racconto non solo istruttivo e interessante, ma anche appassionante e coinvolgente, è la sua scelta di trasformare i testimoni- Mi-ran (la ragazza che aveva vissuto una storia d’amore che non aveva speranze di concludersi), la dottoressa Kim che aveva visto morire di fame così tanti piccoli pazienti, la signora Song che era abile nell’inventare nuove ricette con i pochi ingredienti disponibili, l’orfano Hyuk (piccolo per statura e con la testa grossa per denutrizione), Jun-sang (il ragazzo che aveva osato dare un bacio sulla guancia di Mi-ran dopo anni che uscivano insieme di notte per non essere visti)- in protagonisti, in veri e propri personaggi di cui seguiamo le vicende in quella prigione a cielo aperto in cui avevano vissuto prima di maturare la decisione di evadere a qualunque costo. Ognuno di loro ha la sua storia, ognuno aggiunge un tassello alla ricostruzione di un’esistenza fatta di paura continua, paura di delazioni per ogni minima infrazione a regole di comportamento che vanno dalla lunghezza dei capelli alla proibizione di precoci legami amorosi, da qualunque tipo di commercio personale (ordine che verrà ignorato quando aumenterà la penuria di alimenti) a, naturalmente, qualunque contatto con l’estero, sia pure attraverso letture. Se la descrizione delle condizioni di vita quando iniziò a mancare l’elettricità e poi l’acqua e poi i farmaci negli ospedali è penosa, quella della carestia e della fame e di quello che la fame spingeva a fare negli anni ‘90 è addirittura sconvolgente.


    Si apre un altro mondo ai nostri personaggi dopo la fuga, dapprima verso la Cina e poi verso la Corea del Sud. Un mondo di meraviglie, è come se avessero dormito o avessero vissuto nel peggiore degli incubi fino a quel momento, capiscono di essere stati ingannati fino ad adesso. E l’adattamento non è né facile né indolore. Cambiano, tutti loro. Quando Jun-sang si riunisce a Mi-ran, la trova sposata, la trova diversa.

   Un libro da leggere. Per sapere. Per capire.




 

mercoledì 25 marzo 2026

V.C. Andrews, “Fiori in soffitta” ed. 2026

                             Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

      romanzo gotico

V.C. Andrews, “Fiori in soffitta”

Ed. Ne/on- trad. M.G. Prestini, pagg. 422, Euro 20,42

    Li chiamavano ‘le bambole di Dresda’ (Dresden Dolls), giocando con quel loro strano cognome, Dollanganger. Che non fosse il loro vero cognome- che era Foxworth- lo avrebbero saputo molto dopo, quando il loro mondo, quello che conoscevano, era crollato in pezzi. Che fossero belli come le statuine di porcellana di Dresda, invece, era vero. Tutti e quattro biondi, tutti e quattro con occhi azzurri, tutti con un nome che iniziava per C, come il nome dei loro genitori. Chris (per distinguerlo dal padre Christopher), Cathy, i gemelli Cory e Carrie. E la mamma, Corinne. Che era diventata mamma giovanissima se, a trentatre anni, aveva già un figlio di quindici anni.

    Il giorno in cui tutto era pronto per festeggiare il trentaseiesimo compleanno del capofamiglia, la polizia aveva suonato alla loro porta per annunciare che c’era stato un incidente e che il padre/marito era morto.

È solo adesso che i ragazzi vengono a sapere di avere un nonno ricchissimo, che la loro mamma aveva fatto qualcosa che non era piaciuta affatto a suo padre, che questi l’aveva diseredata, che però era molto malato e presto sarebbe morto. La nonna aveva acconsentito ad ospitarli, lei, Corinne, era sicura che avrebbe riconquistato l’affetto del padre- dopotutto entrambi i suoi fratelli erano morti, non c’era che lei ad ereditare la fortuna paterna. E i nonni non avrebbero potuto fare a meno di amare dei nipotini così belli e intelligenti.


    Una sola cosa è vera del racconto della madre: la casa supera ogni immaginazione, è grandissima e bellissima. Ma la nonna che li accoglie è una donna arcigna e bigotta, ossessionata dall’idea del peccato. E per lei peccato è tutto quello che riguarda il corpo e il sesso. Mette subito in chiaro che i quattro nipotini sono figli del peccato, lei non vuole neppure conoscere i loro nomi, loro non dovranno né farsi vedere né sentire. Vivranno chiusi a chiave in una stanza del secondo piano. Dovranno obbedire a una serie di regole da lei imposte che includono norme di pudicizia estreme, non dovranno mai rivolgerle la parola se non sarà lei a far loro una domanda. Sarà lei a portare loro i pasti in camera. E la loro mamma? Corinne tace, Corinne acconsente, dice ai figli che sarà per poco, frequenterà un corso di dattilografia, troverà un lavoro come segretaria, riconquisterà l’amore del famigerato padre. E poi questo morirà prima o poi.

    Ecco, prima o poi. Sembra non morire mai, questo vecchio implacabile signore. Dovevano essere pochi giorni, diventeranno più di tre anni di reclusione. Quelli che soffrono di più sono i gemelli, non capiscono perché non possano uscire, vogliono la mamma, la vecchia megera li terrorizza, non gli piace quello che lei porta da mangiare. Passano i giorni, uguali e lunghissimi, cambiano le stagioni, cambia la loro mamma, cambiano loro.

La bellissima mamma porta giocattoli e abiti, dapprima racconta della scuola che frequenta, poi inizia a raccontare di feste, di balli, dapprima sale da loro anche due volte al giorno, poi lascia passare più giorni senza farsi vedere, finché scompare per due mesi. Possiamo immaginare perché. Chris la giustifica sempre, Cathy è spietata.

Il cambiamento dei quattro Foxworth segue, a due a due, una direzione inversa. Cathy e Chris diventano giovani adulti, invece i gemelli non crescono, sono come delle piante tenute al buio, dimostrano meno dell’età che hanno. Finché Cory si ammala, finché scopriranno l’orribile trama della nonna e della mamma e non c’è niente di peggio del tradimento di chi ci fidiamo, di chi ci dovrebbe proteggere.


     Da “Fiori in soffitta” sono stati tratti due film, uno nel 1987 e uno, per la televisione, nel 2014. Il titolo originale, “Flowers in the attic”, è stato tradotto anche come “Fiori senza sole”- l’inventiva dei due più grandi ha trasformato la soffitta polverosa e stipata di bauli in un giardino con grandi fiori di carta che deliziano i due piccoli e poi sono loro stessi dei fiori che crescono reclusi in soffitta.

Possiamo definire ‘gotico’ o anche ‘noir’ il romanzo di Virginia Andrews narrato in prima persona da Cathy. Come nei romanzi gotici, mancano le sfumature- i personaggi sono cattivi o buoni e innocenti. Il tema più delicato, che suscitò scalpore quando il romanzo fu pubblicato nel 1979, è quello del doppio incesto. Eppure, non abbiamo l’animo di giudicare, ci sembra che altri comportamenti, altre malvagità, siano ben peggiori.

“Fiori in soffitta” è il primo romanzo di una serie di cui c’è anche un ‘prequel’ con la storia dei nonni Foxworth, da non leggere assolutamente prima di questo. Bandito per il suo contenuto in alcune aree degli Stati Uniti, un sondaggio della BBC del 2003 lo ha inserito tra i 200 libri più amati nel Regno Unito.



lunedì 9 marzo 2026

Ariel Lawhon, “L’inverno della levatrice” ed. 2026

                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

biografia romanzata

Ariel Lawhon, “L’inverno della levatrice”

Ed. e/o. trad. Massimo Ortelio, pagg. 496, Euro 20,90

 

      Lei, Martha Ballard, protagonista e voce narrante del libro di Ariel Lawhon, è veramente esistita. Nata a Oxford, provincia del Massachussets nel 1735 e morta nel 1812, faceva la levatrice, aiutò 816 bambini a venire al mondo e fu presente alla nascita di più di 1000 di loro. Sappiamo che sposò Ephraim Ballard nel 1754, che insieme ebbero nove figli di cui tre morirono per difterite, e che nel 1777 si trasferirono nella Kennebec Valley, nel Maine. E poi Martha Ballard teneva un diario (cosa straordinaria per una donna della sua condizione per quell’epoca). Non era un diario ‘romantico’, tutt’altro. Scriveva brevi annotazioni, a volte difficili da interpretare, sul tempo atmosferico, sui bambini che erano venuti al mondo e sulle difficoltà più o meno grandi del parto. Registrava anche i giorni di quiete, senza alcuna chiamata- ‘sono rimasta a casa’.  

    Martha Ballard non era soltanto una levatrice. In un’epoca in cui non era permesso alle donne di studiare medicina, Martha sapeva curare con le erbe, molto spesso veniva chiamata al capezzale di un ammalato e aveva accumulato una grande esperienza, tanto che spesso la sua presenza era necessaria anche nei casi di autopsia. Era proprio questa esperienza di prima mano, oltre a un ottimo intuito, che la rendeva straordinaria e spesso più capace di un medico che aveva fatto studi universitari.


     Ariel Lawhon costruisce il suo romanzo su tutte queste informazioni riconoscendo il suo debito anche alla storica Laurel Ulrich che aveva analizzato il diario di Martha Ballard. Tutto vero, quindi, ne “L’inverno della levatrice”, anche se poi, come è usuale, dobbiamo concedere alla scrittrice la facoltà di immaginare, di dare una voce alle persone che sono diventate personaggi del romanzo. In questo caso c’è anche una morte, proprio all’inizio, che colora di giallo il romanzo e che offre la possibilità di esplorare la condizione femminile dell’epoca.

    Hallowell, Maine, 1789. Il fiume Kennebec è ghiacciato. C’è un corpo sotto la lastra di ghiaccio. E’ quello di Joshua Burgess e non c’è nessuno che pianga la sua morte. Quando viene chiamata per esaminare il cadavere, Martha vede il segno di una corda attorno al suo collo- Burgess è stato impiccato e poi gettato nel fiume, anche se nessuna corda è stata ritrovata. Il giovane medico è di diversa opinione, secondo lui l’uomo è morto annegato. La parola di un dottore UOMO contro quella di una levatrice DONNA. Comunque più di una persona aveva motivi per ucciderlo. La moglie del pastore locale aveva accusato lui e il giudice colonnello Norton di averla violentata in assenza del marito. La prova era che era incinta e inoltre Martha aveva registrato sul diario quando la donna, sconvolta, si era confidata con lei.

dal film tratto dal romanzo

Ci sarà un processo e, di nuovo, che cosa vale la parola di una donna contro quella di un uomo? La soluzione dell’assassinio di Burgess arriva del tutto inaspettata e, considerando come agisce la giustizia del vero e proprio tribunale, se un colpevole non viene portato davanti ai giudici e il suo reato rimane impunito, non sembra poi molto grave.

     Questi fatti sono tutti veri e, anche se il passo del libro è a tratti lento, anche se si poteva fare qualche taglio sui tanti parti in cui Martha interviene, anche se il linguaggio e il comportamento della protagonista ci paiono troppo ‘moderni’, il quadro della situazione femminile a fine ‘700 è molto interessante. Veniamo a sapere, per esempio, che era compito della levatrice far dire alla partoriente, se non era sposata, chi fosse il padre del bambino in modo che questi si facesse carico del mantenimento, molti erano i matrimoni riparatori e, quanto ai processi per violenza carnale, quasi sempre le sentenze scagionavano gli uomini (ce ne stupiamo? A distanza di più di due secoli le cose non sono cambiate molto).



domenica 1 marzo 2026

Bruce Holsinger, “Colpevolezza” ed. 2026

                  Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

psicothriller

Bruce Holsinger, “Colpevolezza”

Ed. e/o. trad. Dario Diofebi, pagg. 412, Euro 19,95

 

    Una famiglia in automobile. Padre, madre, tre figli. Al volante c’è Charlie, quasi diciotto anni, al suo fianco il padre, Noah, che sta lavorando al computer, dietro la madre Lorelei, famosa a livello mondiale per i suoi studi sull’intelligenza artificiale, e le due sorelline di Charlie.

Poi, l’incidente. L’automobile è un minivan autoguidato, Alice, dal sedile posteriore, strilla quando vede un’altra auto venire verso di loro, Charlie sterza disattivando il pilota automatico. L’impatto. Solo Noah è del tutto incolume, gli altri membri della famiglia riportano danni vari. I coniugi anziani a bordo dell’altra auto sono morti.


    Non è solo la polizia a cercare di appurare la meccanica dell’incidente e di chi sia la colpa. Tutti i membri della famiglia non sono capaci di dimenticare, tutti si indagano, tutti si scoprono colpevoli con il passare dei giorni. Quando una automobile auto comandata è coinvolta, si può incolpare l’Intelligenza Artificiale? Si può incolpare chi ha elaborato il sistema? Oppure: era lecito che Charlie fosse distratto, anche se, in teoria, avrebbe dovuto potersi fidare degli algoritmi che regolavano la macchina? Oppure: essendo lui minorenne, suo padre non avrebbe dovuto sorvegliare la sua guida invece di lavorare sul laptop? Oppure: e se Alice non avesse gridato? Che cosa avrebbe deciso di fare l’IA? Oppure: e se la sorellina minore…E se…? E se…?

    La trama si arricchisce di altri elementi che, da una parte, diluiscono la traccia principale, dall’altra offrono altri spunti per riflettere sulla responsabilità personale e sul senso di colpa. La famiglia ha affittato una casa al mare, hanno tutti bisogno di rilassarsi. Guarda caso, però, la mega-villa vicino alla loro appartiene ad un ricchissimo magnate della tecnologia e Noah capisce presto che conosce- e molto bene- sua moglie. Che tipo di rapporto c’è fra di loro? Succederà altro ancora, dopo che Charlie si innamora della figlia del magnate e, ancora una volta, ci si chiederà di chi è la colpa.


    Possiamo attaccare l’etichetta di ‘psicothriller’ al romanzo di Bruce Holsinger. Per un motivo o per l’altro la suspense è fortissima e la narrativa è molto vivace, alternando quella principale, in cui Noah è la voce narrante, a dialoghi di Alice su Chatbox, a estratti di un presunto saggio della moglie di Noah che ci aiuta a mettere a fuoco e a meditare sul nucleo principale del libro, quello che è, al di là di tutti gli incidenti, la sua principale attrattiva- come cambieranno le nostre vite a mano a mano che l’IA prenderà sempre più spazio e più iniziativa? Ed è possibile insegnare il bene all’IA? Ci si deve accontentare delle statistiche che riportano che, ad esempio, le vittime civili dei droni usati in guerra sono in numero inferiore a quelle che ci sono state con armi tradizionali? sono tutti quesiti interessanti che rendono il libro una lettura interessante per il suo carattere di novità.



giovedì 5 febbraio 2026

Rachel Khong, “Una vera americana” ed. 2025

                    Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

Rachel Khong, “Una vera americana”

Ed. NN, trad. Clara Nubile, pagg. 496, Euro 16,00

 

    New York. 1999. Lei si chiama Lily, ha ventidue anni. Lui si chiama Matthew, ha qualche anno in più. Lei è chiaramente asiatica, lui è il prototipo dell’americano, alto, biondo e con gli occhi azzurri. Si incontrano. Si innamorano. Si sposano. E vissero felici e contenti.

    Un’altra storia d’amore? E no. Tanto per cominciare non vissero affatto felici e contenti e i retroscena di quella che poteva essere una storia d’amore a lieto fine sono dolorosi e complessi.

   I genitori di Lily sono immigrati, fuggiti dalla Cina della Rivoluzione Culturale di Mao. Erano entrambi scienziati in Cina e avranno l’opportunità, non senza molte difficoltà, di esserlo anche negli Stati Uniti. Lily non ha ereditato la loro passione per la ricerca, è una stagista per una rivista online, non sa neppure lei che cosa vorrebbe fare della sua vita, soffre perché avverte la disapprovazione della madre. Nonostante la palese differenza di classe sociale e di ricchezza economica, l’intesa tra Matthew e Lily è immediata, anche perché lui si comporta come se fosse inconsapevole dei privilegi che la famiglia gli offre. E, nonostante tutto, Lily è ben accolta nella famiglia di Matthew, anzi, sembra che chi si sente più a disagio, quando i loro genitori si incontrano, sia la madre di Lily- un disagio così forte da farla star male fisicamente.


    Ci sono due incontri chiave nel romanzo- quello con il padre di Matthew, Otto Maier, un nome famoso nell’industria farmaceutica, e quello con uno scienziato di Pechino, che Lily, ormai sposata e in attesa di un bambino, incontra quando ha seguito il marito in un viaggio di lavoro. Otto Maier, a cui il figlio assomiglia in maniera impressionante, così come poi il nipotino Nico assomiglierà al padre e al nonno, prova una simpatia e un accordo immediati con Lily, mentre lo sconosciuto cinese riconosce Lily perché identica a sua madre. Non le racconta del loro passato ma le consegna una lettera e si accomiata con delle parole che lasciano pensare che abbia sofferto molto a causa della madre di Lily.

     “Una vera americana” (il titolo originale è al plurale, “Real Americans”, e offre una visione più ampia) scorre tra presente e passato, tra gli Stati Uniti in un tempo che supera la pandemia e arriva agli anni ‘20 del secondo millennio e la Cina degli anni ‘60 con le grandi sofferenze della carestia, del culto di Mao, delle Guardie Rosse e degli intellettuali portati a lavorare nelle campagne. Le narrative sono tre, offrendo tre diversi punti di vista, tre diverse scelte di vita- Lily, suo figlio Nick e sua madre May.

Seattle

    Se la prima parte, quella di Lily, termina con una brusca separazione, la seconda porta suo figlio Nick in primo piano. Niente ci viene detto del perché adesso madre e figlio vivano nello stato di Washington, perché il nome di Matthew non salti mai fuori, perché Nick non sappia niente di suo padre. Eppure risente della situazione, per quanto il legame con la madre sia fortissimo. Nick ha un solo amico (che lo deluderà), ha difficoltà a relazionarsi con gli altri. Poi è proprio l’amico che lo convince a fare un test del DNA.

   La terza parte, quella di May, è quella che esce dall’ordinario- si parla di ricerca scientifica, di mutazioni genetiche, di esperimenti che sono destinati a incidere sul futuro, sulla libertà individuale, sul libero arbitrio.


Aveva fatto delle scelte, May, quando aveva deciso di abbandonare la Cina. Non era felice e forse proprio questo l’aveva portata a spingersi sempre più in là negli esperimenti.

    Forse non tutto è convincente in questo romanzo, le tre parti non sono tutte ugualmente appassionanti, ma l’alone di segretezza e mistero crea una certa suspense, il contrasto tra il retaggio cinese e quello americano offre la possibilità di un confronto e il quesito etico- senza confini- è intrigante.



sabato 8 novembre 2025

Kristen Loesch, “La vedova di Hong Kong” ed. 2025

                          Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

cento sfumature di giallo

mystery

Kristen Loesch, “La vedova di Hong Kong”

Ed. Marsilio, trad. Isabella Zani, pagg. 365, Euro 19,00

 

      Una ricerca nel passato. Un mystery. Una storia di fantasmi che riecheggia un certo Poe e Henry James de “Il giro di vite”, fantasmi elusivi e ambigui. Una storia di madri e figlie. Uno squarcio sulla Storia della Cina sotto l’occupazione giapponese e immediatamente dopo la Rivoluzione culturale. “La vedova di Hong Kong” di Kristen Loesch di cui abbiamo già letto “La bambola di porcellana” è tutto questo: un romanzo intrigante.

      La trama scorre su tre linee temporali: inizia a Seattle nel 2015, si sposta poi in provincia dello Jiangsu, in Cina, nel 1937, a Hong Kong nel 1953 e, sempre a Hong Kong, ma nel 2015. L’ambientazione contemporanea è una narrazione in prima persona- Susanna, figlia di Mei (l’io narrante che ora ha 85 anni), ha ricevuto una lettera anonima in cui si diceva che quanto era accaduto a Maidenhair House, a Hong Kong, in una notte di fine estate del 1953, era tutto vero. C’era stato un massacro, erano state uccise delle giovani donne anche se nessun corpo era stato trovato- il luminol aveva rilevato sangue dappertutto. Una ragazza era scampata- Mei. E si diceva che era lei l’assassina. Ecco perché madre e figlia partono per Hong Kong, salgono sul Victoria Peak, entrano in Maidenhair House.


     Nel 1937 Mei ha solo sette anni, sua madre è scomparsa, da lei Mei ha ereditato l’abilità nel ritagliare figure di carta e una sorta di terzo occhio con cui vede gli spiriti, creature del tutto vere per lei. E’ iniziata la seconda guerra sino-giapponese e Mei viene allontanata dalla famiglia e affidata a quella di Zio che lei crede essere il fratello della madre per scoprire invece che l’adorata mamma era la sua Quarta moglie. In questi anni Mei conosce George Maidenhair, che diventa per lei una figura a metà tra un padre e un maestro, è lui che le insegna a leggere. Ma, dopo la nascita della Repubblica popolare cinese, Mei deve fuggire da Shanghai, a Hong Kong si innamora e poi la sua vita viene spezzata. Il tempo avanza fino al 1953, sempre a Hong Kong. È qui che riappare, nel negozio dove lavora Mei, una ex attrice del cinema muto cinese che dice di essere la moglie di George Maidenhair e chiede a Mei di partecipare a sei serate di sedute spiritiche a Maidenhair House. Mei va, perché vede l’occasione per vendicarsi di George Maidenhair che le aveva causato il dolore più grande della sua esistenza.


    Ho scritto che “La vedova di Hong Kong” è un libro intrigante. Perché mescola elementi molto diversi tra di loro- descrizioni di uno stile di vita della vecchia Cina (Mei si infuria contro l’usanza di ridurre le donne a dei numeri, Prima, Seconda, Terza moglie o sorella, lei è diventata una figlia adottiva perché, secondo una superstizione, in questo modo la Prima moglie avrebbe finalmente messo al mondo l’agognato figlio maschio, ci sono ancora delle donne con i piedini ‘fiore di loto’), il realistico bombardamento di Shanghai con la distruzione del Great World, edificio straordinario per l’epoca con le sue sale gioco, il ghetto ebraico di Shanghai, la città murata di Kowloon dove si riversarono i profughi cinesi.

the Great World

E poi i burattini di carta e i fantasmi,
così prettamente cinesi. I fantasmi entrano ed escono dalle vicende del romanzo, è difficile distinguerli dalle persone in carne ed ossa, appartengono di diritto alla cultura cinese che ha una festa dei fantasmi il quindicesimo giorno del settimo mese lunare, quando si aprono le porte dell’aldilà. Non siamo mai certi di che cosa accada veramente, di che cosa rappresentino questi spiriti che possono anche essere spettri del passato dei personaggi, personificazioni dei loro sentimenti. Leggendo il romanzo, noi ci arrendiamo al pizzico di sovrannaturale, lo accettiamo per quello che è. Quanto alle figure intagliate nella carta e ai burattini di carta che Mei fa per George Maidenhair- anche questi ultimi sono dei doppi di persone che veramente esistono, sfuggenti nella loro fragilità, inafferrabili.


      Un ultimo dettaglio poetico con un risvolto macabro- lo spillone per capelli che il giovane di cui è innamorata ha fatto fare per Mei. Sullo spillone c’è una peonia, il fiore dell’amore, quello che la madre di Mei usava come firma, lo stesso che l’assassino aveva intagliato sulla schiena delle vittime (vittime vere? fantasmi?), il fiore che riappare di continuo come un leit-motiv nelle pagine del romanzo.

     Ricco di colore e di suspense, un page-turner di cui consiglio la lettura.

a breve metterò online l'intervista con la scrittrice



      

giovedì 2 gennaio 2025

Liz Moore, “Il dio dei boschi” ed. 2024

                   Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

cento sfumature di giallo

Liz Moore, “Il dio dei boschi”

Ed. NN, trad. Ada Arduini, pagg.544, Euro 20,90

 

    Ambientazione: Camp Emerson negli Adirondack. È un campeggio estivo per ragazzi, di proprietà della famiglia Van Laar che abita in una villa sulla sommità della collina.

    Tempo: due vicende paurosamente simili, una che si svolge nel 1961 e una nel 1975.

    Personaggi: sono tanti. I principali sono i membri delle famiglie Van Laar e McLellan che sono amici nonché avvocati dei Van Laar- c’è un Peter II Van Laar (il nonno) e un Peter Van Laar III (il figlio), ci sono la moglie di Peter III, il giovane Jean Paul McLellan (stesso nome del padre), la donna androgina che si fa chiamare soltanto con le iniziali TJ e che dirige il campo come prima aveva fatto suo padre, Louise che lavora come coordinatrice al campo e che da anni fa coppia con il rampollo McLellan (come può illudersi che lui la sposi?).

E infine ci sono i due Van Laar scomparsi. Il primogenito, un altro Peter che però è soprannominato Bear e che è scomparso nel 1961, e sua sorella Barbara, un rimpiazzo per così dire, che scompare nel 1975 mentre passa l’estate al campo.


    Il lettore viene immediatamente coinvolto nella scomparsa di Barbara (14 anni), la ragazzina che dormiva nel letto a castello sotto il suo non si è accorta di nulla. E però si accorgeva che Barbara usciva ogni notte, senza sapere chi andasse a incontrare. A quell’età, non è logico avere un appuntamento amoroso? Con chi? Dovremo invece aspettare molto prima di sapere i dettagli della scomparsa di Bear il cui corpo non era mai stato trovato.

    Liz Moore tratteggia i suoi personaggi in maniera superlativa, avvicendando nei capitoli quelli che dominano il palcoscenico. I Van Laar e i McLellan hanno tutta la spocchia dei molto ricchi, ma perché i Van Laar avevano fatto sospendere le ricerche di Bear nel 1961 accontentandosi di un presunto colpevole che non aveva mai potuto scagionarsi perché era morto per un infarto? Nascondevano qualcosa?

   La madre di Bear e di Barbara è una donna giovane e molto fragile. Si era sempre chiesta perché Peter III, più anziano di lei, l’aveva sposata quando lei aveva solo diciassette anni. Era così insignificante, lei. Faceva tanti errori e temeva i rimproveri del marito. La nascita di Bear era stata il colmo della felicità anche se aveva dovuto obbedire e lasciare che una tata si occupasse di lui, anche quando di notte lui la chiamava con la sua vocetta. Il medico le aveva dato dei calmanti, lei aveva iniziato a bere per darsi coraggio nelle apparizioni in società. La morte del figlio l’aveva mandata del tutto fuori di testa. Poi era arrivata Barbara, che lei non riusciva ad amare.


    In un modo o nell’altro le donne, pur con difetti e manchevolezze, sono personaggi positivi nel romanzo di Liz Moore, in forte contrasto con gli uomini, incapaci di empatia, spesso violenti e mentitori, interessati soprattutto al loro profitto. Non c’è soltanto la trama, anzi, le trame principali che ci tengono incollati al libro. C’è anche una miriade  di sotto-trame, con infatuazioni adolescenziali e amori e disamori e tradimenti, che riguardano i personaggi minori offrendoci un quadro completo di questa micro-società in cui le donne devono veramente lottare per essere se stesse.

    Le tessere del puzzle vanno a posto a poco a poco- anche i due personaggi circondati da un’aura di folklore, Slitter che aveva ucciso non so quante donne e Scary Mary, la donna con i capelli grigi che si lamentava nel bosco, hanno un ruolo nel risolvere l’enigma. E la tensione è stata fortissima, fino alla soluzione finale.



sabato 28 dicembre 2024

Viet Thanh Nguyen, “Io sono l’uomo con due facce” ed. 2024

                  Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

guerra del Vietnam
memoir

Viet Thanh Nguyen, “Io sono l’uomo con due facce”

Ed. Neri Pozza, trad. Massimo Bocchiola, pagg. 384, Euro 19,00

    Sono una spia, un dormiente, un fantasma, un uomo con due facce. Iniziava così “Il simpatizzante”, premio Pulitzer 2016.

È ancora l’uomo con due facce- si fa riconoscere nel titolo stesso- il protagonista del nuovo libro di Viet Thanh Nguyen, un romanzo di “Memoria. Storia. Ricordo”. E questa volta le due facce sono quella vietnamita e quella americana, quella di chi è stato ucciso e quella dell’uccisore, quella dell’obbediente figlio cattolico che si comporta come vogliono i suoi genitori e quella del figlio che vive una vita più libera, di nascosto, per non addolorarli. Un dualismo sofferto, difficile, sconvolgente.

    Quando inizia la memoria?, si chiede lo scrittore. Inizia con i suoi genitori che vengono sempre chiamati come un tutto unico, Ba Má, secondo l’uso vietnamita. È impossibile non condividere con lui l’ammirazione per il padre e la madre, che, dopo essersi sposati giovanissimi, erano fuggiti una prima volta dal Nord al Sud Vietnam e una seconda volta nell’aprile del 1975 (e abbiamo tutti negli occhi la scena diventata iconica dell’elicottero sul tetto e la ressa delle persone che cercavano di salire a bordo).


Si erano lasciati dietro i famigliari, soprattutto avevano abbandonato là la figlia adottiva, avevano dovuto far tacere le voci interne della colpa per sopravvivere nel nuovo paese con i due bambini- Viet e il fratello, maggiore di lui di sette anni. Viet aveva solo quattro anni all’epoca e anche lui avrebbe sofferto per un abbandono. Era stato impossibile trovare uno sponsor che li accogliesse tutti insieme e lui, così piccolo, era stato separato dalla mamma. Proviamo a immaginare che cosa voglia dire, a quattro anni, tra gente sconosciuta che parla una lingua di cui non si capisce una parola, senza la sicurezza della mamma a fianco, fatto oggetto di curiosità perché tanto diverso nell’aspetto. Ba Má erano dei gran lavoratori, la famiglia si era riunita presto a San José in California, avevano aperto un piccolo supermercato con un nome vietnamita che sbandierava la loro provenienza e che li metteva nel mirino degli xenofobi. C’era stata una sparatoria e Ba Má erano stati ricoverati in ospedale. Il giorno dopo erano di nuovo al lavoro. Una volta un uomo armato era entrato in casa loro, la madre era corsa fuori in camicia da notte per chiedere aiuto. Ma loro non erano esuli, non erano espatriati, e neppure immigranti. Loro erano rifugiati, avevano cercato scampo da un paese dove gli americani avevano avuto gran parte nella guerra e nella distruzione.

    I ricordi sul passato della famiglia, sugli studi da lui compiuti, sui sacrifici silenziosi che Ba Má avevano fatto per assicurare il meglio a lui e a suo fratello, si uniscono ai ricordi tramandati dai genitori attraverso i loro scarsi racconti e poi si intrecciano alla Storia, rivisitata anche attraverso i film e alla letteratura, tutti che esaltano l’impresa americana tacendo degli orrori, del napalm, delle morti dei civili, ponendo domande disturbanti allo scrittore sulla sua identità e sulla sua condizionata lealtà al paese che li ha accolti. Perché questo romanzo che, come viene detto nella nota finale, ha preso forma da una serie di interviste e conferenze e da una quantità di saggi già pubblicati dall’autore (a questo si deve la sua discontinuità e frammentarietà) è anche un’analisi spietata e corrosiva del razzismo americano profondamente radicato, non solo nei confronti dei neri, ma anche degli asiatici, dei latini, degli irlandesi (finché John Kennedy era stato eletto presidente), degli italiani. Non sono onesti con se stessi, gli americani che festeggiano il Ringraziamento- l’origine della festa non era solo per celebrare il primo raccolto dei Padri Pellegrini, ma anche il genocidio degli indiani.


    È un romanzo dalle molte facce, questo di Viet Thanh Nguyen, lo scrittore che rivela la sua identità nel nome Viet e nel cognome, quello di una dinastia (il 40% dei vietnamiti si chiama Nguyen). Dopo gli strali contro gli americani, dopo la pesante ironia nei confronti di un presidente facilmente riconoscibile il cui nome è barrato come per una censura, dopo il suo ritorno sempre rimandato nel paese lasciato da bambino dove gli dicono che parla bene il vietnamita per essere un coreano, Viet Thanh Nguyen ritorna al tema della famiglia, a Ba Má, alla pena di vedere il crollo della madre, all’ammirazione per la dedizione totale del padre per la donna che non aveva mai smesso di amare. E finiamo per pensare che questo libro sia, soprattutto e prima di tutto, un’elegia per la madre, per il suo coraggio, per il suo amore che non aveva bisogno di parole per esprimersi e che gli ha permesso di essere l’uomo che è.



 

 

martedì 8 ottobre 2024

Barbara Demick, “I mangiatori di Buddha. Vita e ribellione in una città del Tibet” ed. 2024

                           Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

                                               romanzo-saggio


Barbara Demick, “I mangiatori di Buddha. Vita e ribellione in una città del Tibet”

Ed. Iperborea, trad. Katia Bagnoli, pagg. 364, Euro 19,50

 

       Tibet. “Il tetto del mondo”, così chiamato per la sua altitudine media di 4900 metri sul livello del mare. Poco più di tre milioni gli abitanti. Una guida spirituale, il Dalai Lama in esilio in India dal 1959. Un vicino scomodo e, letteralmente, invadente- la Cina. Viene spontaneo chiedersi come può, un gigante come la Cina, reputare pericoloso un microbo come il Tibet, tanto da stroncarne non solo i desideri di indipendenza, ma anche da cercare di sradicare la sua cultura e la sua lingua?

    La scrittrice e giornalista americana Barbara Demick è riuscita a fare tre viaggi a Ngaba, la città che si trova dove l’altopiano tibetano si incontra con la Cina diventata nota dopo il numero di monaci che hanno scelto di darsi fuoco per protesta. Da questi viaggi, dai colloqui con gli abitanti sul posto e da quelli che ora vivono in città vicine o in Nepal, nasce il suo reportage che si legge come un romanzo corale. I personaggi che vi appaiono sono tutti veri anche se con altro nome su queste pagine. È un racconto appassionante della Storia del Tibet dal 1958 ai giorni nostri. In una canzone di Tashi Dhondup il 1958 si allinea con il 2008- il 1958 è ricordato come ‘l’anno più buio per il Tibet’, “l’anno in cui l’acerrimo nemico arrivò in Tibet”, e il 2008 come ‘l’anno in cui i tibetani innocenti sono stati torturati’. Nella memoria tibetana permane il terrore del 1958. Così come la parola Nakbà indica l’esodo palestinese del 1948, Shoah il genocidio ebraico, Holodomor il genocidio per fame perpetrato dal regime sovietico a danno della popolazione ucraina negli anni 1932-1933, il termine Ngabgay, cioè ‘58, allude ad una catastrofe così tremenda che solo una data può esprimerla. C’è anche un altro nome per indicarla e ci colpisce per la poesia contenuta nella parola: Dhulok, che significa “ quando il cielo e la terra si rovesciarono.”


    Gonpo, figlia dell’ultimo re Mei, è la prima ad apparire in queste pagine- di lei e della sua vita sapremo fino ai tempi recenti in cui, dopo essere andata in India per apprendere la sua lingua che aveva dimenticato, si ritrovò in pratica esiliata lì, a Dharamsala dove ha sede il governo tibetano in esilio e dove ha la sua residenza il Dalai Lama. Aveva sette anni, Gonpo, nel 1958. Non aveva capito il perché della fuga né che cosa stesse succedendo. Dieci anni dopo sarebbe stata mandata nello Xinjiang, l’equivalente della Siberia, ai lavori forzati.

  Delek, figlio del generale che cercò di fermare l’Armata Rossa. Quando i soldati dell’Armata Rossa arrivarono a Ngaba erano un esercito di affamati. Per caso si accorsero che le statuine del Buddha erano fatte di farina ed erano dolci e potevano essere mangiate- una profanazione.

 Tsegyam, l’aspirante poeta, un intellettuale che nel 1989, dopo i fatti di piazza Tienanmen, sarà arrestato per propaganda antirivoluzionaria.


   Seguiamo le vicende di questi personaggi e di altri ancora nel corso degli anni fino al fatale 16 marzo 2011 quando il monaco Phuntsog, di soli sedici anni, si diede fuoco, immolandosi per protesta contro il governo cinese in Tibet. Fu il primo di una serie, un anno dopo erano trenta i Tibetani che avevano commesso un atto di violenza contro se stessi, scegliendo la morte tra le fiamme.


Nel 2019 erano 156- quasi un’affermazione di obbedienza al costante invito a non usare la violenza contro gli invasori da parte del Dalai Lama che aveva ricevuto il premio Nobel per la pace nel 1989. Nel suo esilio a Dharamsala il Dalai Lama, ormai guida spirituale del suo paese, dichiarava che considerava sua responsabilità preservare la loro cultura, la cultura della pace e della compassione.

    In parte saggio, in parte ricerca sul campo, in parte romanzo perché “I mangiatori di Buddha” si legge come un romanzo, tanto più affascinante perché sappiamo che sono veri i personaggi che vivono nelle sue pagine, il libro di Barbara Demick ci spalanca le porte sul tetto del mondo.