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martedì 7 ottobre 2025

Nini Wiedemann, "Al di là delle frontiere" ed.2004

                                                                           Casa Nostra. Qui Italia

                                                         seconda guerra mondiale

             love story

INTERVISTA A Nini Wiedemann, autrice di “Al di là delle frontiere”

Ed. Tropea, pagg. 217, Euro 15,00

 

Ha due sottotitoli, il romanzo “Al di là delle frontiere” di Nini Wiedemann di cui abbiamo visto di recente l’adattamento cinematografico in televisione con l’interpretazione di Sabrina Ferilli: “Una storia d’amore e di guerra” e “Una storia vera”. E così questa storia, che avrebbe gli elementi per essere un romantico feuilleton, acquista tutto un altro significato e un altro valore, come storia d’amore che supera le barriere, quelle geografiche di due paesi, Italia e Germania, prima alleati e poi nemici, quelle delle incomprensioni degli altri, quelle delle difficoltà oggettive e logistiche. Per concludersi bene- e se non fosse “una storia vera”, come dimostra anche il cognome tedesco della scrittrice, non potremmo perdonare un finale così rosa da sembrare impossibile. Il nome da ragazza di Nini Wiedemann è Angela Ghiglino e abitava con la famiglia a Pietra Ligure quando incontrò il capitano Hans Wiedemann, del comando tedesco di Albenga. Era già il quarto anno di guerra, dopo l’8 settembre gli uomini di casa si erano rifugiati sulle montagne e ad Angela, sospettata di aiutarli, era arrivato un mandato d’arresto da parte del federale di Savona. Si era salvata accettando il lavoro che degli amici le avevano procurato, come interprete del capitano Wiedemann.


La cosa più difficile, per Angela, è dissociare l’immagine del tedesco, che è il nemico, da quella dell’uomo sensibile, gentile e colto che si trova a combattere una guerra di cui ha orrore e vergogna. In un racconto in terza persona che cerca di evitare le trappole dell’emozione, Nini Wiedemann ricorda le tappe dell’attrazione e poi dell’amore che diventa per entrambi una difesa contro lo scempio della guerra- gli inglesi bombardano Pietra Ligure, Hans Wiedemann riceve l’ordine di recarsi a Montecassino e Angela lo segue. Lo seguirà anche nella ritirata lungo la penisola, difesa con rozza tenerezza dall’attendente siberiano di Hans, su fino al Veneto, dove i tedeschi minano la laguna per fermare l’avanzata degli alleati. E sarà qui che il ruolo di Angela acquisterà un’importanza nazionale, ma Hans non è il debole che agisce per amore di una donna. Hans è l’uomo che ha il coraggio di riconoscere il valore della disobbedienza a cui niente nella sua formazione lo ha preparato, che c’è la libertà di disobbedire a un ordine assurdo e folle.  Firmerà la resa, dando l’ordine di liberare i campi minati e consegnandosi prigioniero insieme a i suoi uomini. Stilos ha incontrato la signora Wiedemann a Pietra Ligure, dove vive di nuovo da una quindicina di anni, per parlare con lei della sua straordinaria storia d’amore durante la guerra.

 Sono passati 60 anni dai fatti che Lei racconta, come mai viene pubblicato solo ora il libro sulla sua storia?

    Perché sono stata in Germania per quarant’anni, avevo iniziato a scrivere il libro in tedesco, poi ho capito che non andava bene: parlo il tedesco, ma non ho mai studiato la grammatica e ho deciso che il libro doveva essere scritto in italiano. L’idea di scrivere il libro mi era venuta perché volevo lasciare a mio figlio un ricordo, volevo che sapesse che cosa suo padre ed io avevamo fatto. Mio marito Hans Wiedemann è morto in un incidente d’auto nel 1964 e io sono tornata a vivere in Italia alla fine degli anni ‘80. Ho scritto il libro e lo feci pubblicare in poche copie, per mio figlio e degli amici, dalla Loggia dei Lanzi di Firenze. E’ stato il conte Vianelli, di cui parlo nel libro e con cui sono rimasta in contatto, che ne ha parlato con un giornalista del Gazzettino di Venezia e da lì si è messo in moto tutto quanto: sono stata contattata da un giornalista di Roma, sono stata intervistata in televisione per la ricorrenza del 25 aprile del 1998, e poi c’è stato il film e ora l’edizione del libro pubblicato da Tropea.

 Lei ha dei ricordi molto precisi di quegli anni: ha fatto delle ricerche per controllare le date e gli avvenimenti degli anni di guerra?

     Sì, i fatti li conoscevo, però ho fatto ricerche sui libri di storia, sono stata aiutata da un professore di storia di Ceriale e anche il generale La Penta di Torino mi ha fornito informazioni e date sulla guerra. Ho anche telefonato al sindaco di Cavarzere, dove mio marito aveva firmato la resa, per avere la copia di quel documento, e sono stata invitata a Chioggia dove ero già stata ospite del vescovo per un mese dopo la liberazione, quando mio marito è partito per la prigionia e per me era troppo pericoloso ritornare in Liguria senza una scorta.

 Perché ha scelto di raccontare la sua storia in terza persona?

    Perché mi pareva di autoglorificarmi, se avessi scritto in prima persona. Non volevo adularmi. Parlavo di fatti che forse mi facevano onore e per modestia preferivo parlare in terza persona: non è nella mia natura mettermi in mostra e io sono rimasta quella di sempre.


 Non si parla mai della Liguria degli anni di guerra, soprattutto della Liguria di Ponente. Eppure so che sono stati tempi durissimi, che non c’era niente da mangiare.

      E’ vero che sono stati tempi durissimi e che non c’era niente da mangiare. Noi eravamo una famiglia di gioiellieri e avevamo la possibilità di portare dell’oro ai contadini in cambio di qualcosa da mangiare, ma c’era proprio poco. Si faceva la fame, neanche con i buoni si riusciva ad avere qualcosa. E bisognava cercare di far arrivare del cibo anche ai partigiani sulle montagne, mio fratello, mio cugino, dei nostri amici erano con i partigiani. E abbiamo anche subito dei bombardamenti: Pietra Ligure è stata distrutta dal bombardamento di cui parlo nel libro. Infatti le riprese del film sono state girate in Romagna, perché qui c’è troppo cemento, tutto è stato ricostruito.


 Che cosa è stato più difficile per lei? La lotta interna per accettare questo amore o farlo accettare agli altri?

    Entrambe le cose hanno suscitato contrasti fortissimi in me. Per tradizione il tedesco era il nemico. Quando ero bambina, mia nonna mi diceva: “ se non stai buona chiamo i prussiani.” Non amavo i tedeschi. Poi, nel viaggio in treno da Roma verso casa dopo l’8 di settembre, ho visto sparare a un ragazzo, ho assistito alla violenza dei tedeschi. Ho combattuto questo amore, e anche mia madre mi diceva, “è impossibile, non puoi amare un tedesco”. Io provavo rancore nei suoi confronti, neppure io sarei voluta andare a lavorare come interprete al comando tedesco, ma l’alternativa era finire nelle prigioni politiche di Savona. Eppure mi sono innamorata. Perché Hans era un uomo magnanimo, generoso, neutrale, non aveva niente contro il popolo italiano. Quando l’ho conosciuto bene, mi sono resa conto che era un uomo meraviglioso, con dei valori che non credevo i tedeschi potessero avere. Quello che all’inizio era un sentimento di attrazione si è trasformato in un grande amore. Però c’erano gli altri: non venivo accettata, vedevo il disgusto, l’ira negli occhi degli altri. Quando le case venivano requisite e io entravo sorridendo e cercando un contatto con loro, loro giravano la testa dall’altra parte. Ne ho sofferto molto e ho cercato in tutti i modi di aiutarli perché capissero che non li avevo mai traditi. Non potevo sopportare questo disprezzo, io non avevo mai tradito. Sì, mi ero salvata e mi ero innamorata, ma non avevo mai tradito la mia gente.

 L’hanno capita nella sua famiglia?

      Mia madre non voleva neppure che facessi l’interprete. “Allora vado in prigione”, le ho detto. Ma quando sono venuti i fascisti per arrestarmi, è stata lei stessa a mostrare il documento in cui risultava che lavoravo per il comando tedesco. Da allora piano piano ha capito. Io ho nascosto a mia madre il mio amore per Hans, ma lei se n’è accorta. Era mia madre e sapeva leggere le mie espressioni- mi ha detto, “ti sei innamorata”, e io ho risposto, “sì”, non potevo mentire. Ha pianto  e mi ha detto, “capisco il tuo amore, ma per noi è inaccettabile. Lo capisco e sei mia figlia.” Anche per lei è stata una tremenda lotta interiore. Temevo che mia sorella e mio fratello non mi avrebbero più voluto vedere, e per un po’ è stato così. Mia sorella era incinta e io ho detto a Hans che volevo esserle d’aiuto e portarle da mangiare: Hans ha organizzato tutto lui, anche se per lui era rischiosissimo. Ha fatto riempire un camioncino, guidava il suo attendente russo, abbiamo detto che andavamo a procurarci frutta e verdura dai contadini nell’entroterra e poi abbiamo lasciato dai contadini i viveri per i partigiani.


 Ci saranno stati molti momenti in cui ha avuto paura, quali sono stati i peggiori?

     Ho sempre avuto paura, ma volevo stare con Hans: se moriva lui al fronte, morivo anch’io. Il momento peggiore è stato quando gli inglesi hanno attaccato durante la pausa, vicino alla casamatta- io ero fuori che mangiavo una mela acerba, avevo fame. Vicino a me c’era il tenente Schmidt che è stato sventrato. Io sono stata ferita da una scheggia ma ero ricoperta dalle budella del tenente e sono svenuta, più che per il male, per la paura e per lo shock di quel momento.

 Ho trovato molto bello il personaggio del russo Ivan che le faceva da scorta.

    Era un uomo speciale, un burbero buono. Era un siberiano mastodontico, sembrava un orso che ringhiava, ma aveva un cuore d’oro, aveva la dolcezza negli occhi. Anche quando gridava e io gli dicevo, “ma perché fa così, Ivan?”, i suoi occhi ridevano. Gli alleati non hanno rispettato gli accordi presi con mio marito, e i russi del suo battaglione, compreso Ivan, sono stati consegnati a Stalin- saranno morti tutti.


 E dopo? So che è un’altra storia, ma che cosa è successo dopo?

     Si intitola proprio così il libro che sto finendo in questi giorni: “E dopo…e dopo”. Dirò solo che dopo continua la mia ricerca di Hans che è stato mandato in un campo di prigionia ad Alessandria d’Egitto, è stato liberato quasi subito ed è andato a Francoforte, ma non poteva muoversi di lì. Ci siamo rincontrati nel 1946.


L'intervista e la recensione sono state fatte nel 2004 e sono state pubblicate sulla rivista letteraria "Stilos".

Le fotografie sono tratte dal film

 

                                                                                              

martedì 27 febbraio 2024

Sélim Nassib, “L’amante palestinese” ed. 2005, una nuova edizione è uscita nel 2023

 

                                      il libro ritrovato, già recensito nel 2005



Sélim Nassib, “L’amante palestinese”

Ed. e/o, trad. Gaia Panfili, pagg. 180, Euro 13,50

 Per Albert avere un’amante ebrea non ha nulla di straordinario. Haifa abbonda di storie d’amore e di sesso tra ebrei e arabi, alcuni vivono perfino insieme. E’ Golda a  essere particolare. Il suo sionismo è un sacerdozio, una passione, il sale stesso della vita.

Ci riesce difficile immaginare Golda Meir giovane, perché le foto che di lei ricordiamo la ritraggono quando era Primo Ministro di Israele negli anni ‘60, un viso dai lineamenti marcati, la crocchia di capelli grigi. E ci riesce invece facile pensare che abbia avuto un fascino magnetico, una forza vitale e una carica di energia che si trasmettevano a chiunque la avvicinasse. La storia che lo scrittore libanese Sélim Nassib racconta ne “L’amante palestinese” è quella d’amore tra una giovane Golda e il banchiere palestinese Albert Pharaon.


“Una storia impossibile? Quasi impossibile, costretta a svolgersi interamente in quel “quasi”, il piccolo spazio in cui ciò che non dovrebbe accadere accade”. Nassib dice di essere venuto a conoscenza di questo amore dal suo amico Fouad, nipote di Albert Pharaon- in famiglia era un segreto non segreto, una di quelle cose che tutti sanno ma di cui è meglio non parlare, una vergogna, che uno di loro andasse a letto con il nemico. Da questa confidenza fatta a mezza voce, e chissà che cosa ci è stato ricamato sopra negli anni, Sélim Nassib costruisce il suo romanzo, inventando, attribuendo sentimenti e parole all’uno e all’altra, immaginando incontri e separazioni e abbozzando insieme una storia di Israele, dalla dichiarazione Balfour del 1917 alla proclamazione dello stato di Israele nel 1948. Albert Pharaon e Golda Meyerer si sarebbero conosciuti alla fine degli anni ‘20, in occasione della festa per il compleanno del re.

Appartenevano a due mondi diversi, Albert e Golda. Lui ricco, sposato con una donna che lo infastidisce, appassionato di cavalli, annoiato dalla società oziosa da cui è circondato e che ha cercato di fuggire, trasferendosi da Beirut a Haifa, lei, emigrata bambina da Kiev in America con il furore dei pogrom ancora negli orecchi, è arrivata in Palestina per essere un’ebrea tra gli ebrei, per perseguire il grande sogno del sionismo- il suo sacerdozio, la sua stessa vita. Anche Golda era sposata quando si incontrarono, ma di lei si conosce il cuore appassionato, nei sentimenti privati come in politica, si sa che ebbe parecchi amanti. Il legame “quasi impossibile” con Albert Pharaon, se ci fu, rimase confinato tra i muri di una stanza, lontano da quel mondo reale che li avrebbe considerati dei traditori.

Le parti più belle del romanzo di Nassib sono quelle che descrivono la vita nel kibbutz, il fuoco interno di Golda, il suo coinvolgimento politico nella lotta per ridare una terra al suo popolo, le sue parole vibranti. Più scialbo il personaggio maschile- ma forse nessun uomo avrebbe potuto reggere il confronto con una personalità eccezionale come quella di Golda-, e troppo romantiche le scene di alcuni incontri, anche se la qualità della luce, il colore del cielo e del mare della Palestina che adesso è Israele sembrano assurdamente belli, da film in technicolor, solo a chi non c’è stato.

la recensione è stata pubblicata nel 2005 in quello che era, allora, il sito di Alice



 


martedì 13 dicembre 2022

Henri de Montherlant, “La reine morte”

                                                     Voci da mondi diversi. Francia

             dramma

Henri de Montherlant, “La reine morte”

Ed. Hachette, pagg. 109, Euro 5,99 (formato kindle. La mia vecchia edizione nei mitici Livres de Poche non esiste più, c’è però anche una edizione inglese)

      Ho sentito parlare di Inés de Castro più o meno ogni giorno, durante il mio viaggio in Portogallo. Il che è straordinario, perché Inès de Castro è morta a trent’anni, nel 1355, fatta assassinare dal suocero, re Alfonso IV.

    Inés de Castro è protagonista di una storia d’amore, una di quelle storie alla ‘Romeo e Giulietta’, tanto più affascinanti e memorabili perché tragiche, perché non c’è niente che susciti emozione come amore e morte. L’erede al trono di Portogallo, don Pedro, si era perdutamente innamorato di Inés quando questa era la dama di compagnia di sua moglie Costanza, ma solo dopo la morte di Costanza il loro legame era stato svelato a tutti. E naturalmente re Alfonso si era opposto al matrimonio del figlio con una donna che era anche una figlia illegittima, senza sapere che i due erano già sposati di nascosto. Per ridurre il figlio all’obbedienza re Alfonso aveva dato ascolto ai suoi consiglieri facendo uccidere Inés. Ne era seguita una guerra civile tra padre e figlio e, quando don Pedro aveva ereditato il trono, aveva fatto riesumare la salma- era il 1360. In una cerimonia molto macabra, aveva incoronato Inés regina obbligando più di 300 notabili del regno a sfilare davanti al cadavere vestito con uno sfarzoso abito viola e a baciarle la mano. La mano di uno scheletro.


     Sui miei scaffali ho trovato il dramma in tre atti di Henri De Montherlant, “La reine morte” (la data in prima pagina indica che l’ho letto nel 1964, confesso che non serbavo altro ricordo che il titolo)- un piccolo gioiello.

    L’autore modifica alcuni dei fatti, ma ha poca importanza. “La reine morte” è prima di tutto un dramma psicologico, uno scontro tra padre e figlio, un problema di coscienza di un sovrano che ha già troppo sangue sulle sue mani e non vuole averne altro ora che sente la sua fine avvicinarsi, un’alleanza improbabile tra donne, una grande storia d’amore.

Non c’è possibilità di intesa tra re Alfonso e il figlio don Pedro, il padre rimprovera al figlio di essere cambiato dopo il compimento dei tredici anni di età, il figlio non condivide l’atteggiamento guerriero del padre e non osa neppure dirgli che il suo rifiuto di sposare l’infanta di Navarra è dovuto al fatto che lui e Inés si sono sposati in segreto.


Perché Alfonso cerca di essere comprensivo- che sposi l’Infanta per il bene del Portogallo e che si tenga Inés per amante. E quando i suoi consiglieri gli dicono che c’è una sola maniera per salvare il Portogallo ed è uccidere Inés, Alfonso tentenna, convoca Inés, è conquistato dalla sua dolcezza. Conquista tutti, Inés. Anche l’Infanta che dovrebbe vederla come sua rivale. Anzi, l’Infanta di Navarra vorrebbe convincere Inés a salpare con lei per allontanarsi dalla minaccia che aleggia nell’aria. E qui entra in campo l’amore. Inés non vuole fuggire, Inés non può vivere lontano da Pedro. La sua sorte è segnata.

    C’è qualcosa dell’atmosfera di “Assassinio nella cattedrale” di Eliot nell’esito di un delitto annunciato, nell’assassinio di una vittima che ha un’aura di bontà e quasi di santità. E il dramma di Montherlant, in uno stile limpido e scorrevole, fa rivivere la dolce Inés per noi. Il monumento funebre in sua memoria si trova nella cattedrale di Alcobaça e i tre assassini, gravati dal peso del sarcofago su cui giace l’immagine in marmo di Inés, hanno sembianze antropomorfe. Solo delle bestie potevano uccidere una donna con il bambino che portava in grembo.





lunedì 14 novembre 2022

Zeruya Shalev, “Dopo l’abbandono” ed. 2007

                                        Voci da mondi diversi. Israele

Zeruya Shalev, “Dopo l’abbandono”

Ed. Frassinelli, trad. Elena Loewenthal, pagg. 472, Euro 18,00 

 Una donna si è appena separata dal marito, è stata lei a volere la separazione, resterà nella loro casa con il figlio di sei anni, nonostante l’evidente sofferenza del marito e del bambino. Il tempo di adattamento sarà lungo, lei cercherà di tornare sui suoi passi, poi incontra uno psichiatra, se ne innamora e va a vivere con lui. Le difficoltà aumentano con la famiglia allargata, difficile evitare le gelosie tra i due figli di lui e quello di lei, arduo trovare del tempo da soli. L’amore non è mai perfetto.

 

 INTERVISTA A ZERUYA SHALEV

    E’ una storia tormentata che lascia un segno nel lettore, quella raccontata dalla scrittrice israeliana Zeruya Shalev nel suo nuovo romanzo “Dopo l’abbandono” che completa una sorta di trilogia sull’amore ai nostri giorni, come indicano in maniera allusiva pure i titoli dei libri precedenti, “Una relazione intima” e “Una storia coniugale”. Il primo, “Una relazione intima”, era una rovente storia di passione e sesso tra una ragazza e un uomo dell’età di suo padre; “Una storia coniugale” raccontava della dolorosa separazione di una coppia suggerendo, con l’accostamento dell’articolo “una” al nome e all’aggettivo, che questo sia l’esito banalmente normale di un matrimonio; ancora una separazione seguita da un nuovo innamoramento e dal formarsi di una nuova coppia in “Dopo l’abbandono”. Questa volta però quello che noi lettori avvertiamo come il personaggio principale è un bambino di sei anni, Ghili, anche se la voce narrante, le emozioni e i pensieri esplorati sono quelli della sua mamma, Ella, che ha appena lasciato Amnon, il padre del bambino.


E’ Ella che parla, descrive, riferisce dialoghi e parole dette da lei e da altri, in un flusso continuo non virgolettato che comunica un senso di urgenza e immediatezza, ma è la vocetta del bambino che si distacca dalle altre, ad iniziare dalle parole con cui il libro incomincia, “Sono morto, grida, la voce accaldata, il suo corpicino si dibatte sotto i miei occhi, sono completamente morto, morto per sempre, la bocca aperta scopre i tremuli denti da latte, sospesi sul nulla.”: è il giorno “dopo” la separazione dei genitori, quel terremoto famigliare di un’intensità pari a quello avvenuto quattromila anni prima nell’isola Santorini e avvertito fino in Egitto, come ci viene di continuo rammentato sia da Ella sia da Amnon, entrambi archeologi, in quello che è un contrappunto storico metaforico dell’intera vicenda.

     La paura dell’abbandono che prova Ghili ci fa male e ci porta a riflettere sui diritti degli adulti a modificare la propria vita alla ricerca della felicità- “pensavo che avevi deciso di lasciare me come hai fatto con papà”, dice il bambino dopo che Ella ha tardato ad andare a riprenderlo a casa dell’amico. Ci fanno male il suo disagio, la sua infelicità nel ritrovarsi ad essere un bambino a metà tra due genitori, che non si sente più ricco perché ha due case e due stanze, e neppure più amato perché ha un genitore alla volta tutto per sé. Perché invece ha nostalgia della mamma quando è con il papà e del papà quando è con la mamma. Perché ha solo sei anni e vorrebbe avere il bacio di entrambi prima di andare a letto. Perché affrontare un cambiamento di casa a sei anni, e non con mamma e papà ma per andare a vivere con un uomo che è uno sconosciuto e i due figli di questo, è inesplicabile.


I rapporti umani sono difficili, questo è quanto Zeruya Shalev vuole dirci. Si deve scavare in profondità, come fanno gli archeologi nelle loro ricerche, per capire le motivazioni dei nostri comportamenti- il padre tiranno e dominatore di Ella, quello ammalato di mente dello psichiatra Oded, nuovo compagno di Ella, un blocco della crescita di Ella che si collega, in qualche modo, con il suo infantilismo. Difficili i rapporti tra genitori e figli quanto quelli di coppia- almeno dopo che è passato l’incanto dell’innamoramento-, ancora più difficili all’interno dei nuovi legami quando gli equilibri sono precari: i figli del compagno non potranno mai essere come i propri, ed è così facile invece farsi del male- basta dire ad un bambino “non mi piacciono gli orsi”, quando è un orsetto di peluche che serve da tramite d’affetto, per respingere il bambino insieme al suo orso. Eppure la vita va avanti e bisogna coglierla a piene mani, con il suo bagaglio di felicità e infelicità, conquiste e sconfitte- è questo che sembra dirci il funerale di un’amica in chiusura del libro. Con la domanda colma di stupore di un altro bimbetto issato sulle spalle del padre, “ma non la vedrò più la mamma?”. 

Stilos ha intervistato Zeruya Shalev, che è nata in un kibbutz nel 1959 e vive a Gerusalemme.


 “Dopo l’abbandono” chiude una trilogia di romanzi che parlano di donne e tuttavia sono diversi dalla tradizionale letteratura femminile: quale era il suo piano quando ha iniziato a scrivere il primo, “Una relazione intima”?

       Non avevo progettato di scrivere una trilogia, non mi piace progettare, credo nell’ispirazione- scrivo poesia e scrivo anche la prosa come fosse poesia. Naturalmente devo conoscere i miei personaggi e in che direzione andrà il libro, ma mi piace sorprendermi e trovarmi in un’avventura: scrivere è un’avventura per me. D’altra parte non penso sia una vera trilogia, i libri sono indipendenti l’uno dall’altro, solo quando ho scritto quest’ultimo mi sono resa conto che tutti e tre insieme creano una sorta di trilogia e non tanto perché al centro c’è un personaggio femminile, perché penso che gli uomini conoscano le stesse emozioni e io scrivo della condizione umana e non solo di quella femminile. Descrivo la complessità dei rapporti ma, prima di tutto, dei rapporti tra l’individuo e se stesso, scrivo dell’amore per noi stessi e non solo per un altro. Al centro dei tre libri ci sono le emozioni basilari, la relazione con i genitori, con il marito o il compagno, con i figli. I libri sono una trilogia nel senso che sono una ricerca sull’amore moderno e sulla famiglia moderna. E poi hanno in comune la voce, lo stile, che è molto intenso in tutti e tre, inquieto. Per me è importante perché sento che questa è la mia voce e la voce crea il dramma più della trama. E in tutti e tre ho colto tre donne diverse in un momento di crisi famigliare e ho cercato di vedere come si comportano in queste crisi.

 Il titolo originale di “Dopo l’abbandono” è “Thera”, uno dei nomi dell’isola di Santorini. Il tema dell’eruzione del vulcano, così come quello dell’archeologia, sono la spina dorsale del romanzo, le due grandi metafore per quello che sta succedendo?


     Sì, ho pensato molto alla scelta di una professione per la mia protagonista e mi sono resa conto che fare l’archeologa era l’unica cosa possibile per lei, perché è sempre occupata  con il passato e ha la tendenza a scavare e a trovare prove per quello che vuole, a fare ricerche sulla sua vita: Ella è come un archeologo dell’anima. Mi è capitato di leggere di questa eruzione a Thera e ho pensato che fosse la metafora giusta perché mostra visivamente la maniera in cui lei tratta il divorzio: è lei che prende l’iniziativa ma poi se ne pente, il suo comportamento è estremo come un’eruzione. La sua famiglia è l’isola e l’eruzione del vulcano viene da dentro di lei. Questo misto di passato e del potere di distruzione ma anche dell’opportunità di una nuova vita mi è parso la metafora più giusta per la sua storia.

 Quando Amnon incontra Ella per la prima volta, le dice che l’ha già vista, che assomiglia ad un dipinto in Thera conosciuto con il nome di “la parigina”: i comportamenti umani sono sempre uguali nei secoli e millennii?

     Non ci avevo pensato, ma è un’idea nuova e interessante. In realtà volevo fare in modo che per lui non fosse un incontro nuovo, nel momento in cui vede la somiglianza di lei con “la parigina” è come se lui l’avesse già incontrata: è una metafora del destino e avevo bisogno di questo legame con il tema dell’eruzione del vulcano a Thera.


 C’è un altro tema storico a cui si accenna spesso, la fuga degli ebrei dall’Egitto. E’ collegata in qualche maniera con la storia privata che stiamo leggendo?

     Cerco sempre di trovare dei legami tra la storia nazionale e quella famigliare. Se credi nella storia dell’Esodo- e molti storici dicono che non è vera, ma a me non interessa la verità storica- puoi trovare un legame tra la distruzione dell’isola di Thera e l’Esodo, perché le conseguenze di questa eruzione sono simili alle piaghe d’Egitto descritte nel Vecchio Testamento. E’ una maniera privata per Ella di interpretare il disastro che la libertà può provocare, perché è vero che gli ebrei sono diventati liberi una volta usciti dall’Egitto ma hanno sofferto per la loro libertà, forse ancora di più che durante la cattività: in questo modo Ella cerca la maniera di spiegare a se stessa la storia della sua famiglia. Ella si chiede se proprio doveva distruggere la famiglia, perché mai lo ha fatto. Si pone molte domande ma ci sono poche risposte; Ella cerca risposte nella storia antica, cerca di convincersi che ha fatto la cosa giusta, perché la lezione del passato è che dal disastro può nascere la libertà.

 Ella non è un personaggio simpatico. All’inizio stiamo dalla sua parte ma, proseguendo la lettura, non più. Perché? Perché ha fatto di una donna egoista e infantile il personaggio principale del libro?

    L’ho fatto di proposito. E’ facile creare un personaggio con cui identificarsi  ma io non voglio che i lettori amino Ella, voglio mostrare una personalità umana. Chiedo al lettore di non giudicarla ma di seguirla, con le sue debolezze- siamo tutti umani e lei cerca di affrontare un momento difficile. Ella è egoista perché è infelice, è infantile ma se fosse matura non ci sarebbe nessuna storia. Cerco dei personaggi umani con molte debolezze, così posso accompagnarli a diventare più maturi, voglio che impari; altrimenti, se Ella sapesse tutto, non potrei scrivere di lei.

 Stranamente il carattere più “forte” tra i personaggi è quello di Amnon, il marito abbandonato che si rivela essere il migliore, anche se all’inizio sembrava “il cattivo” della situazione…

    Ha ragione, penso sia una delle mie maniere di mostrare la complessità della situazione. E’ facile lasciare un marito debole o stupido che non si apprezza, ma volevo che Ella lasciasse un uomo da rimpiangere se no non ci sarebbe problema. Volevo mostrare come lui cambi; per lui la separazione è l’opportunità di svilupparsi come uomo e come padre e lui è capace di cogliere questa opportunità. Amnon mostra anche a Ella e a Oded come superare le difficoltà e penso che abbia ragione quando dice che è il più forte. Ecco perché è difficile per Ella; quando si rende conto che Amnon vale più di quanto pensasse, capisce anche che ha perso molto. E’ buffo, ma pare che in Israele molte lettrici ci abbiano ripensato e non abbiano divorziato, dopo aver letto il romanzo.

 Le voci dei bambini sono tenere, a volte buffe e a volte strazianti. Penso che lei debba avere dei figli per rendere le loro voci così convincenti. Anche Lei è passata attraverso una separazione: come hanno reagito i suoi figli alla sua separazione?

    Sono contenta di essere riuscita a rendere bene la voce dei bambini- sono molto vicina ai miei figli e ho cercato di imitare la voce di mio figlio in quella di Ghili. Passo molto tempo con loro e cerco di identificarmi con loro, è come se sentissi le loro voci dentro di me. La mia storia però è diversa: quando mi sono separata da mio marito mia figlia aveva solo 4 anni ed era diversa da Ghili, era troppo piccola. Non ho attraversato questo processo penoso, però conosco alcune delle emozioni di Ella e ho usato dei ricordi di quel tempo- conosco i tragici sentimenti di una famiglia spezzata.

 Una morte chiude il libro: la brevità della vita è qualcosa che dovremmo tenere sempre presente nelle difficoltà quotidiane?


    In un certo senso sì, volevo finire con un’esperienza che tutti e quattro i personaggi principali condividessero: erano così impegnati con la loro vita e alla fine si trovano insieme con una esperienza che non è la loro. Volevo che uscissero da sé davanti ad un dolore universale. La morte di una donna giovane è la morte delle illusioni, perché questa donna è simbolo della madre e della moglie perfetta. Ella l’ha invidiata a lungo, ricorda la festa a cui la donna aveva invitato tutti e adesso quella festa è diventata il funerale e mostra l’illusione della perfezione. Ella deve separarsi dall’illusione per essere matura e meno egoista, deve abbandonare l’illusione dell’amore romantico, deve lottare per dei momenti di felicità. Alla fine Ella sa che non sarà molto felice ma non è più così egoista, deve prendersi la responsabilità degli altri, di suo figlio, dei figli di Oded, di Oded stesso. Capisce che questa avventura della vita non ha anche fare con la felicità ma con il significato- la sua vita sarà più ricca di significato.

 Parlando di morte: sappiamo che Lei è stata ferita in un attentato terroristico, qualche anno fa. Nel romanzo Oded dice che non c’è luogo all’aperto che sia sicuro per portarci i bambini. Le è rimasta questa paura, del pericolo di andare ovunque? Come si convive con questa paura?


    Vivevo nella paura anche prima di restare ferita nell’attentato- sono tanti anni ormai che in Israele viviamo con la paura, dalla seconda Intifada, nel 2000. Ci sono stati dei periodi in cui avevo paura persino a mandare i bambini a scuola. Tre anni fa camminavo sul marciapiede- andavo sempre a piedi perché avevo paura di prendere un autobus- ed è esploso l’autobus che mi passava accanto: quando è destino…Mia figlia tuttora corre via quando sente un autobus che si avvicina. E tuttavia si impara a convivere con la paura, a calcolare quale strada sia meglio fare…

 Eppure non c’è quasi nessun riferimento nei suoi romanzi alla eterna guerra in Israele…

    E’ vero, ci sono pochissimi cenni nascosti alla situazione della vita in Israele; Oded ad un certo punto parla del trauma di un paziente- è un accenno piccolissimo autobiografico alla mia paura e a quello che mi è successo. Ho bisogno di questa separazione dalla realtà israeliana nella mia scrittura. Il pericolo è nello sfondo ma non voglio scriverne perché cerco nuove risposte nella mia scrittura. La letteratura è diversa dal giornalismo e, se scrivo della realtà, è troppo immediato e non mi interessa descrivere la realtà quotidiana in Israele. Cerco la profondità dell’animo, non so come fare letteratura dal terrore- è troppo tragico. Cerco piuttosto le tragedie nascoste nella situazione quotidiana della vita di coppia, della maternità. Non voglio scrivere del tragico conflitto o della tragedia palestinese.

 La recensione e l'intervista sono state pubblicate sulla rivista letteraria "Stilos"

copertina dell'edizione del 2007



                                                                                                  

domenica 16 ottobre 2022

Zeruya Shalev, “Quel che resta della vita” ed. 2007

                                                               Voci da mondi diversi. Israele


Zeruya Shalev, “Quel che resta della vita”

Ed. Feltrinelli, trad. Elena Loewenthal, pagg. 373, Euro 17,00

Titolo originale: She’erit ha-chaim

Non capisci, Ghideon, sussurra, tutt’a un tratto ho capito che cosa dobbiamo fare, so che sulle prime ti sembrerà una follia ma se ci pensi bene allora capirai che sarà magnifico per tutti noi, e lui si muove nervosamente sulla sedia rovinata dal tempo e dalla pioggia, che cosa vuoi dire?, domanda, e allora per la prima volta lei si trova di fronte alle parole nude e crude, non sono più aleatorie come poco fa nella stanza di sua madre e nemmeno mute come erano sullo schermo dl computer, così ha un attimo di esitazione prima di pronunciarle a bassa voce: voglio adottare un bambino.

        Una donna anziana in una stanza d’ospedale. La figlia e il figlio vengono a trovarla- sono insofferenti, sentono come un obbligo il doversi occupare della vecchia madre. Sono entrambi sposati, Dina ha una figlia di sedici anni e Avner ha due maschietti. Intorno a questi personaggi la scrittrice israeliana Zeruya Shalev costruisce il suo romanzo “Quel che resta della vita”. Non è solo Hemda, nel suo letto d’ospedale, a fare i conti con come ha vissuto e a prospettarsi come voglia o possa impiegare il tempo che le resta da vivere. Anche Dina e Avner, per motivi diversi, tirano le somme ed entrambi arrivano a prendere delle decisioni sofferte che sconvolgono la loro vita e quella della loro famiglia.

    Che nome incongruo per la sua personalità, Hemda che significa ‘grazia’. Non c’era nulla di aggraziato in Hemda, la prima bambina nata nel kibbutz, una bambina infelice con una mamma sempre lontana con incarichi importanti, un padre che la amava ma che esigeva molto da lei, troppo. Chissà se era stato per un rifiuto del modello madre-figlia che Hemda non aveva amato Dina ed era stata, invece, appassionatamente legata al secondogenito Avner. Con tutte le conseguenze che possiamo immaginare.


In questo momento di bilanci, quando la prospettiva della morte della madre porta i due figli in prima linea nella corsa della vita, Avner (l’avvocato difensore dei diritti civili che viene chiamato per spregio ‘l’avvocato dei beduini’) mette in discussione il rapporto con la moglie che è stata anche la prima e unica ragazza che abbia avuto (e c’è, in contrasto, un’altra storia d’amore di cui Avner è stato testimone involontario), mentre Dina, quarantasei anni, si fa cogliere da un tardivo desiderio di maternità e vuole adottare un bambino.

     Nessuno di questi personaggi è felice, neppure la figlia adolescente di Dina alle prese con la delusione del primo amore. Ma che peso hanno i motivi di queste infelicità in paragone con quanto di più serio possa accadere, come la morte del giovane professore universitario che Avner ha spiato dietro la tenda dell’ospedale? Oppure tutti i casi di ingiustizia sofferti dagli arabi difesi in tribunale da Avner? Oppure- ed è la riflessione su cui si chiude il libro- la tristezza dipinta sul visino di un bambino di due anni che attende, sulla seggiolina di un orfanotrofio, che qualcuno lo voglia, che una mamma lo porti via al posto della sua, di mamma, che lo ha abbandonato. Prenderà un altro nome, questo bambino, si chiamerà Hemdat e, chiudendo il cerchio di infelicità che è incominciato con Hemda, segnerà un nuovo inizio, un impegno d’amore per quel che resta della vita.


       “Quel che resta della vita” non deve essere stato un romanzo facile da scrivere perché questo nucleo famigliare, non diversamente da molti altri, si avvita su esperienze dolorose del passato- se Dina e Avner soffrono è perché la loro madre ha a sua volta sofferto, e così pure i genitori dei loro genitori- e la narrazione di Zeruya Shalev non è lineare, passa da ricordi del passato al presente, da un personaggio all’altro, allacciando un capitolo a quello seguente nel suo stile particolare fatto da un flusso narrativo che mescola la riflessione, o il monologo interiore, al dialogo. La scrittrice è, però, bravissima nell’esplorare le dinamiche dei rapporti tra mogli e mariti, tra genitori e figli, nel sondare l’incertezza davanti ad un bivio che obbliga ad una scelta, nella disanima impietosa delle strade scelte e di quelle scartate. E allora Dina, tanto criticata da tutti, accusata di volere un altro figlio per uno squilibrio ormonale dell’età, diventa il simbolo positivo di una presa di posizione per non avere rimpianti di sorta in ciò che si fatto in ‘quel che resta della vita’.

La recensione è stata precedentemente pubblicata sul sito di Wuz



mercoledì 8 dicembre 2021

Ben Pastor, “Il cielo di stagno” ed. 2013

                                                                il libro ritrovato (2013)

  cento sfumature di giallo
  seconda guerra mondiale

Ben Pastor, “Il cielo di stagno”

Ed. Sellerio, trad. Luigi Sanvito

Titolo originale: Tin Sky

Chissà quante mosche affollavano la testa mozzata del mio bisnonno scozzese a Khartoum. E’ così che la pulizia diventa per taluni di noi un’ossessione, mentre altri si arrendono e convivono con gli insetti. Da una grande altezza probabilmente sembriamo mosche anche noi, sul corpo sconfinato della Russia. Dio solo sa con quanta forza questo corpo sta cercando di schiacciarci. Del resto ne so qualcosa anch’io: ero una delle mosche tedesche intrappolate nella carta moschicida di Stalingrado, e fuggita da lì per puro miracolo. Dicono che abbiano diecimila occhi, occhi compositi che creano una frammentaria ma immensa visione d’insieme. Non vedono allora la mano che si abbassa per schiacciarle? E quando centinaia, migliaia di mosche vengono schiacciate ovunque, perché continuano a girare?

 

    Maggio 1943. Un cielo di stagno e il costante ronzio di nugoli di mosche. Ucraina, un luogo in provincia di Kharkov dove sono stazionate le forze tedesche. E niente può essere più adatto dell’immagine dello stagno per quel cielo piatto che pesa sui soldati in un paese dove dal 1939 la guerra fa risuonare il fragore metallico delle armi e il cui dittatore ha cambiato il suo cognome georgiano  Dzhughashvili in Stalin, coniandolo sulla parola russa che significa ‘acciaio’. Quanto alle mosche- non possiamo sbarazzarcene alla leggera, pensando, ‘fa caldo, è quasi estate, dappertutto ci sono mosche in questa stagione’. Quando più avanti, nel romanzo “Il cielo di stagno” di Ben Pastor, Martin Bora trova nella foresta una testa infilzata su un picchetto e circondata da sciami di mosche, l’orrore e il riferimento al diavolo come ‘Signore delle mosche’ (e ricordiamo un’immagine simile nel romanzo con questo titolo del premio Nobel William Golding) ci aiutano a capire il significato della loro noiosa presenza. “Quando sarà finita, il suolo russo sarà fertilizzato da frammenti di carne tedesca. Ne abbiamo ammazzato a milioni, ne hanno ammazzato a milioni. E saremo tutti concime per i campi là fuori.”, pensa Martin, il mitico protagonista della serie di romanzi di Ben Pastor. Che, con l’immagine ricorrente delle mosche, amplia incredibilmente la dimensione di un romanzo che non può essere definito semplicemente ‘di genere’. Perché la trama- scoprire chi abbia tolto di mezzo i due generali russi che Martin Bora dovrebbe riuscire a far parlare- è, ancora una volta, un pretesto, soltanto un frammento di quello che la scrittrice vuole dirci attraverso il suo personaggio di ufficiale della Wehrmacht che non è nazista, rivivendo a tappe, in ogni romanzo, la storia d’Europa nella metà del secolo XX.

Babi Yar. Memoriale

Le mosche, dunque, ci svelano i morti nella carneficina delle battaglie ma anche i corpi ammassati nelle fosse comuni- il burrone di Babi Yar con i 35.000 ebrei uccisi non dista molto da Kharkov, le fosse di Katyn sono più lontane ma molti polacchi annoverati tra i morti di Katyn furono ammazzati proprio a Kharkov. D’altronde, guardando dall’altra parte della lente del cannocchiale, “siamo tutti escrementi di mosche sulla mappa della Storia ma ci crediamo indispensabili”, riflette Martin.

     “Il cielo di stagno” è uno dei libri cruciali tra quelli della serie con Martin Bora. Cruciale e splendido, tanto quanto “Kaputt mundi”. Forse perché entrambi i libri si avvicinano in maniera più spettacolare alla tragedia (le mosche di cui ho tanto parlato non sono forse come le Erinni di Eschilo o le mosche del rimorso nel dramma scritto da Sartre durante l’occupazione nazista?) e il protagonista ne esce profondamente segnato. Martin trentenne non ha più nulla del giovane che avanzava baldanzoso sul campo di guerra di Spagna nel 1937 ne “La canzone del cavaliere”. Un primo cambiamento si era già notato in “Lumen”, dove lo incontravamo a Cracovia nel 1939, impietrito nel riconoscere il suo maestro di musica Weiss tra gli ebrei al lavoro forzato su una strada. Il miglior maestro di musica d’Europa, ci viene detto ne “Il cielo di stagno” insieme al fatto che Martin barattò la sua vita con un pianoforte- il primo dei salvataggi da lui operati. Nel romanzo appena pubblicato Martin salva delle donne ucraine dall’impiccagione reclamandole come mano d’opera a lui necessaria, domandandosi che ruolo stia recitando davanti a Dio, salvando ‘quelle’ e condannando a morte le altre. Ci fa pensare a Schindler e ai Giusti tra le nazioni.

Kharkov

     Nel maggio 1943 a Merefa, nei pressi di Kharkov, Martin Bora soffre ancora dei postumi della polmonite tifoidea presa a Stalingrado. Ecco, Stalingrado, il punto di non ritorno, l’esperienza che ha cambiato radicalmente Martin e che gli fa dire, replicando all’amico che chiede come si possa ritornare in famiglia dopo aver fatto e visto fare le azioni più abominevoli, “nessuno di noi ‘tornerà’ davvero. A casa andrà qualcuno di nuovo e differente, nel migliore dei casi.” Martin non riesce ancora a parlare di Stalingrado, o a pensarci, ed è come se la scrittrice stessa si ritraesse da questa prova regalandoci un pezzo di vita del nostro eroe dopo Stalingrado, impegnato ad interrogare il generale Platonov (precipitato con il suo aereo e preso prigioniero) e l’imponente e arrogante generale Tibyetskji che defeziona, arrivando sul T34, il gioiello dei carri armati russi. Moriranno entrambi prima di rivelare alcunché. E’ una coincidenza che il tutto avvenga nelle prossimità di un altro burrone, Krasny Yar, reputato stregato dalla gente del posto?


    “Il cielo di stagno” è un libro che parla di guerra tra popoli ma anche di guerra interiore perché l’anima umana che è dentro di noi non soccomba in un abbrutimento bestiale, parla dell’onta del tradimento e ancora della guerra interna per non scegliere la via del tradimento politico e però nello stesso tempo non tradire i propri principi, parla dell’ideale della perfezione, in senso sia etico sia estetico, e di come perdere un poco di perfezione possa aprire la via della saggezza. Martin pensa a se stesso e alla moglie, a come loro due fossero, fisicamente, l’immagine della splendente perfezione fisica ariana e, nella tristezza che lo coglie facendo a pezzi una foto di Dikta, ravvisiamo una premonizione della caduta dalla perfezione, di quanto noi lettori sappiamo, come avessimo una sfera di cristallo, perché abbiamo già letto “Luna bugiarda” dove Martin perderà una mano in un attentato dei partigiani in Italia, come il personaggio storico di Claus von Stauffenberg a cui la scrittrice si è ispirata per ‘creare’ Martin.

    Martin Bora occupa ogni spazio della nostra mente, mentre leggiamo di lui, come avviene sempre quando la bravura di chi ne scrive rende vivo un personaggio. Così vivo che pensiamo che quest’anno, l’11 di novembre, giorno di san Martino, il nostro eroe compirà 100 anni: e se, adattando in tedesco il famoso Bloomsday, lo festeggiassimo con un Borastag?