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venerdì 13 febbraio 2026

Emily Howes, “Le figlie del pittore” ed. 2026

                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

painting fiction
biografia romanzata

Emily Howes, “Le figlie del pittore”

Ed. Neri Pozza, trad. Alessandro Zabini, pagg. 352, Euro 19,95

 

   Diciamo, Thomas Gainsborough, e un flash immediato degli occhi della mente illumina i quadri per cui è famoso- ritratti di gentildonne inglesi dalla carnagione pallida ‘English rose’, vestiti di seta dai colori delicati, parrucche incipriate e gioielli, di famiglie al completo, marito, moglie, bambino e cane, sempre sullo sfondo della dolce campagna inglese o appoggiati ad una maestosa quercia. E poi i quadri che ritraggono due bambine, e sembra che il pennello sia intriso di dolcezza, che l’occhio che si è fissato su di loro le guardi in maniera diversa- c’è amore in quei quadri. Le bambine sembrano coetanee- infatti c’è solo un anno di distanza fra di loro- e si assomigliano molto, sono sempre insieme, si tengono per mano, il braccio di una circonda il collo dell’altra, si vede che sono inseparabili. Sono le due figlie del pittore, Mary (la chiamano Molly) e Margaret, Peggy per tutti, per distinguerla dalla mamma.


    Di Thomas Gainsborough sappiamo tante cose, che era nato nel 1727 a Sudbury nel Suffolk ed era morto a Londra nel 1788, che aveva sposato, appena diciannovenne, Margaret Burr, che dapprima avevano abitato a Ipswich e poi a Bath dove Gainsborough, grazie all’appoggio di Philip Thicknesse, aveva acquistato fama e aveva fatto fortuna perché tutto il bel mondo voleva essere ritratto da lui. Sappiamo anche che era un gaudente, che gli piacevano le donne- nelle pagine del libro di Emily Howes in cui il pittore è gravemente malato, dalle medicine che gli vengono somministrate e dalla descrizione delle sue condizioni capiamo quale sia la sua malattia che spesso non perdona, quasi una punizione per un comportamento troppo libero. Pure delle figlie ci è giunta qualche notizia- la voce che una di loro, Mary, fosse instabile, che comunque aveva sposato un noto oboista e che il matrimonio era finito male, che Peggy era sempre rimasta accanto alla sorella fino alla sua morte, dopo di che Molly era stata internata in una casa di cura per malati mentali.


    Il romanzo di Emily Howes inizia da Ipswich, da due bambine  che amano scorrazzare all’aria aperta, che accompagnano in campagna il padre, che le adora, quando lui va a dipingere paesaggi- sono i quadri che lui preferisce, anche se sono i ritratti quelli che vendono bene e lo fanno guadagnare. Tocca alla scrittrice, alla sua immaginazione, alla facoltà che è propria degli scrittori di riempire gli spazi vuoti, di ricostruire la possibile vita di Molly e di Peggy, basandosi sul poco che si sa. Ed è come se Emily Howes stessa fosse davanti ad una tela in cui le sorelline sono già dipinte, in primo piano, e lei si accingesse a riempire di altri personaggi lo sfondo del quadro. Nasce così la narrativa parallela di Margaret Burr, figlia dell’oste nella cui locanda alloggiano, per un breve periodo, il principe ereditario della nuova dinastia tedesca arrivata sul trono, della conseguente storia di un amore fuggevole che porta alla nascita di un’altra piccola Margaret a cui la madre racconterà la favola della bimba che può fregiarsi di un titolo nobiliare.

E intanto Molly ha comportamenti strani fin da bambina- cammina nel sonno, di tanto in tanto cade in uno stato di torpore ad occhi aperti e vacui oppure grida. Deve essere sorvegliata, Molly, ed è la sorellina minore che si attorciglia una ciocca dei suoi capelli intorno al polso per accorgersi se si alza durante la notte. Da Ipswich a Bath sperando che il cambiamento di stile di vita sia di aiuto a Molly- e lei sembra stare meglio, sembra che le crisi siano più rare. Polly è sempre vigile, quando si innamora è solo per un breve tempo che può illudersi di avere una sua vita lasciando la sorella. E poi, anche Molly si innamora dello stesso uomo…


    Leggere “Le figlie del pittore” significa, prima di tutto, accettare che si deve concedere alla scrittrice il permesso di ‘inventare’, di creare su carta ‘il possibile’, di dare voce a personaggi che questa voce non hanno avuto perché erano comparse minori nella storia di un personaggio maggiore, di fare di loro delle protagoniste di primo piano. Detto questo, possiamo godere di una lettura che dipinge un quadro, quasi riempisse il vuoto del gattino appena abbozzato in braccio a Peggy nel ritratto in cui appare con il viso appoggiato a quello di Molly.



lunedì 23 maggio 2022

Natasha Solomons, “Io, Monna Lisa” ed. 2022

                   Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

      painting fiction

Natasha Solomons, “Io, Monna Lisa”

Ed. Neri Pozza, trad. Laura Prandino, pagg. 342, Euro 18,00

 Le manca solo la parola. Sembra che mi stia guardando. No, sta guardando me e non te.

    Lo abbiamo sentito dire, lo abbiamo detto noi stessi, davanti al quadro della Gioconda di Leonardo da Vinci, al Louvre. È il volto di donna più famoso al mondo. Non c’è tour turistico a Parigi che non comprenda una sosta davanti a lei. Davanti a quel viso forse non bellissimo ma di grande fascino, gli occhi allungati con lo sguardo enigmatico, la bocca che accenna un sorriso che dà l’ impressione di una pacata tristezza più che di gioia. I capelli, che si intravvedono arricciati, sono nascosti da un velo nero attraverso le cui trasparenze si vede il paesaggio. Indossa abiti castigati e scuri che fanno risaltare il candore della pelle. Sono dettagli che sentiremo ripetere parecchie volte, quando lei racconta la sua storia.

   


Lei, perché è lei a parlare, finalmente la sentiamo. Lei, che Leonardo da Vinci ha dipinto 500 anni fa, e la cifra ci dà una vertigine. Lei, che conosciamo come ‘la Gioconda’ dal nome del marito della donna che ha posato per il quadro, Francesco del Giocondo, oppure come Monna Lisa, dal suo stesso nome. Lisa. Monna, diminutivo di ‘madonna’, mea domina- che bell’appellativo per rivolgersi ad una donna.

Caliamoci nella finzione ed ascoltiamo la sua storia e quella di Leonardo e quella di Firenze e quella del Papato e quella della Francia nella prima metà del ‘500. Seguiamo, nel suo racconto, la creazione del quadro, le pennellate aggiunte, le incertezze di Leonardo, il confronto della Lisa sulla tela e la Lisa che posa come modella. Facciamo la conoscenza del giovanetto prediletto da Leonardo (quel Giangiacomo Caprotto soprannominato Salaì- diavoletto- che fu il modello per molti quadri del maestro) e degli altri apprendisti. Entra in scena anche Michelangelo, il grande rivale di Leonardo, così rozzo e volgare, diverso dalla sua bellezza signorile. Assistiamo alla pittura di un altro quadro della cui bellezza è rimasta testimonianza- la Leda con il cigno. E poi le contese, le lotte politiche, il soggiorno-esilio di Leonardo in Francia.


    Nel suo racconto di una lunga vita- la sua, perché l’arte è immortale se protetta e ben conservata- Monna Lisa arriva al ‘900, dopo aver subito furti ed essere stata ritrovata, dopo aver conosciuto grandi sovrani francesi e grandi pittori come Picasso. E nel secolo scorso, lei che è sopravvissuta a traversie che hanno visto la fine del quadro di Leda, deve nascondersi per fuggire dalle requisizioni dei nazisti.

    Ci piace la voce di Monna Lisa. Ci dimentichiamo che è un quadro a parlare (Leonardo sente la sua voce, così come la sentono Michelangelo e Picasso), perché, se dobbiamo cercare di penetrare nel suo sguardo enigmatico, dobbiamo immedesimarci in lei- nella sua solitudine che la fa implorare a Leonardo di crearle una compagna (ed ecco Leda che diventa sua amica), nella sua gelosia per Salaì, nel suo constatare come la vera Lisa invecchi e sfiorisca mentre lei rimane sempre la stessa, nell’accettare il suo sguardo sul mondo (uno sguardo che può essere anche molto privato, come quando viene appesa nella sala da bagno del sovrano di Francia), nella sua comprensione per Leonardo e nel suo amore per lui. Amore ricambiato- dopo tutto non sarebbe stato questo il quadro che tutti, sempre, avrebbero associato al suo nome? Quando Leonardo si ammala, quando muore, Monna Lisa lo piange. È rimasta vedova e a noi pare normale, lo accettiamo.

Giangiacomo Caprotto

    Il romanzo di Natsha Solomons è nella migliore tradizione della painting fiction, dei romanzi che parlano di quadri e che dipingono quadri con le parole. Non è soltanto il Rinascimento a rivivere con la sua gloriosa esplosione di geni e di opere d’arte, non sono soltanto sovrani e papi e altre figure storiche a prendere vita nelle sue pagine, ma sono soprattutto i quadri di Leonardo con i loro dettagli, con i fili d’erba che siamo forzati ad osservare tra le dita dei piedi di Leda, e le fragoline, e le uova che si dischiudono e i dolci colli alle spalle di Lisa e i corsi d’acqua che scorrono come le onde dei capelli e i cavalli della battaglia di Anghieri…

    Un libro che parla della bellezza- a thing of beauty is a joy forever, scriveva Keats


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sabato 31 ottobre 2020

Caroline Bernard, “La passione di Frida” ed. 2020

                                                       Voci da mondi diversi. Area germanica

               biografia romanzata

Caroline Bernard, “La passione di Frida”

Ed. Tre60, trad. M.C. Dallavalle, pagg. 320, Euro 16,00

    La passione di Frida si chiama Diego Rivera. La passione di Frida è la pittura, ma anche la pittura riflette la sua passione per Diego, l’uomo che, pur facendola soffrire, fu il centro della sua vita.

     Aveva solo diciotto anni, Frida, quando, nel 1925, rimase vittima di un incidente. Era salita sull’autobus insieme ad Alejandro, il ragazzo di cui era innamorata. Quando si dice ‘il caso’: se Frida non si fosse attardata ad una bancarella sul mercato, se non avesse dimenticato l’ombrellino e non fosse dovuta tornare indietro a prenderlo, lei e il suo amico non avrebbero perso il solito tram che prendeva per tornare a casa e non sarebbero saliti sull’autobus.

Frida si svegliò in ospedale, viva per miracolo. Per tutta la vita avrebbe sentito le conseguenze di quell’incidente- operazioni a non finire, dolori alla schiena, amputazione delle dita di un piede, aborti strazianti.


     Se l’incidente segna una fine e un inizio nella vita di Frida- incominciò a dipingere da letto, con uno specchio fissato al baldacchino-, l’incontro con Diego Rivera, di vent’anni più vecchio di lei, segna un altro inizio, all’insegna dell’amore.

Diego era già famoso, era il genio che, con i suoi grandiosi murales aveva restituito al popolo messicano la sua storia e la sua dignità. E aveva la fama di essere un donnaiolo, anche se era sposato e aveva due figlie, anche se non era certo un adone, con quel suo corpaccione e la faccia da rospo. Eppure Frida lo trovò irresistibile e se ne innamorò, nonostante l’avessero messa in guardia contro di lui.

                                         murale di Diego Rivera    

     Il romanzo di Caroline Bernard, “La passione di Frida” è una biografia romanzata che si legge come una grande storia d’amore. È una storia coloratissima, perché il susseguirsi degli alti e bassi del rapporto tra Diego e Frida è segnato dai quadri di Frida che sono la sua migliore autobiografia. La scrittura di Caroline Bernard ha una straordinaria vividezza, le sue descrizioni ci fanno ‘vedere’ il quadro che Frida dipinge in “quel” momento e ci aiutano a capirlo meglio, ad interpretare gli oggetti che Frida era solita mettere nei suoi quadri, o i simboli con cui esprime i suoi sentimenti. Come nel quadro delle due Frida, dipinto in un periodo di separazione e di crisi, in cui una Frida (quella da cui Diego si è allontanato) è vestita con un abito bianco e il suo cuore spezzato è in mostra, mentre l’altra Frida indossa una delle sue gonnellone colorate, una camicetta molto messicana con nastri gialli, il cuore è intero e ha in mano un piccolo ritratto di Diego.

    Frida stessa è un quadro. Una donna che non possiamo non ammirare per la sua forza vitale- un’altra si sarebbe ritirata nell’ombra, avrebbe cercato di passare inosservata, perché, dopotutto, era una storpia. Non Frida. Frida, con le folte sopracciglia a volo d’uccello, i fiori nei capelli, le pesanti collane azteche, i colori brillanti dei suoi abiti, gli scarponcini fatti su misura, con perline e un campanellino che annunziava la sua zoppia, voleva essere guardata. E Diego era catturato da lei anche se non poteva fare a meno di tradirla.

       Una storia d’amore, la loro, tra alti e bassi, con un divorzio e un secondo matrimonio, con diversivi anche da parte di Frida e poi, sempre, lo sforzo di Frida per non lasciarsi annullare da questo amore, per non ridursi ad essere la signora Rivera. Lei era Frida Kahlo, una grande pittrice che espose i suoi quadri in una galleria di New York e perfino a Parigi.

      Se il libro di Caroline Bernard può essere accusato di sentimentalismo, di parlare troppo di amore, dobbiamo riconoscere che è difficile evitarlo quando i protagonisti della vicenda sono due personaggi che sono diventati leggenda.

    C’è molto da apprezzare, però, ne “La passione di Frida”. C’è soprattutto la forte personalità di lui e di lei che riusciamo a percepire perché appare nelle loro opere,  nella scelta degli abiti e dei gioielli di Frida, nella straordinaria Casa Azul a Coyoacán dove vissero e che ora è diventata un museo.

    Alla Fabbrica del Vapore, a Milano, ci sarà fino a marzo una mostra su Frida Kahlo. Il libro di Caroline Bernard può essere un’ottima preparazione prima di visitarla.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it



 

martedì 9 gennaio 2018

Eva Wanjek, “Lizzie” ed. 2017

                                                                     vento del Nord
                                                                     painting fiction
      biografia romanzata
      FRESCO DI LETTURA

Eva Wanjek, “Lizzie”
Ed. Neri Pozza, trad. Stefano Musilli, pagg. 489, Euro 18,00

    Citiamo i Preraffaelliti e, prima ancora dei nomi dei pittori che facevano parte di questa confraternita fondata a metà del secolo ‘800 in Inghilterra, ci vengono in mente le donne rappresentate nei loro quadri. O forse dovremmo dire ‘la donna’, perché, si chiamassero Lizzie, Annie, Fanny, si assomigliavano tutte, oppure erano tutte trasformate dagli occhi dei pittori in un unico ideale di donna, sensuale e angelica, una fiammeggiante chioma rossa come aureola, carnagione diafana, zigomi alti e labbra sensuali. Unica eccezione, Jane dai folti capelli scuri. Unico modello: Elizabeth Eleanor Siddall, la musa, l’amante, la moglie di Dante Gabriel Rossetti, il fondatore e capo della confraternita.
     “Lizzie”, il romanzo di Eva Wanjek (pseudonimo di Martin Michael Driessen, regista, traduttore e scrittore olandese, e di Liesbeth Lagemaat, poetessa, giornalista e attrice, pure lei olandese), ci racconta la vita di Elizabeth Siddall, figlia di un arrotino, vista per strada dal pittore Walter Deverell che la seguì fino alla sartoria dove lavorava. Elizabeth iniziò a posare per tutti i pittori della confraternita, si ammalò anche dopo aver posato, per lunghe ore, giorno dopo giorno, sdraiata nell’acqua in una vasca per l’Ophelia di John Millais, e divenne poi ‘esclusiva’ di Dante Gabriel Rossetti, poeta e pittore.
Nel romanzo la voce di Elizabeth si alterna alla narrativa in terza persona- sullo sfondo dell’epoca vittoriana fiorisce la storia di un amore nato dal fascino dell’una e dell’altro, dalla bellezza straordinaria di lei e dalla genialità di lui. Un amore, però, che diventa ben presto ossessione, minato dalla salute fragile di lei e dalla dipendenza dal laudano che entrambi svilupparono.
    Non è mai chiaro, nel romanzo, perché Lizzie fosse così delicata e magra, se il suo fosse un caso di quella che oggi riconosceremmo per anoressia.
Si parla molto, nel libro, di quanto bevano e pochissimo di che cosa mangino, si cita spesso una bottiglietta di soluzione Fowler che Lizzie ingurgita di nascosto (a suo dire, ravviva l’incarnato) e per cui viene rimproverata dalla sorella di Dante- è un veleno in piccole dosi-, e, inoltrandoci nella lettura, aumentano le gocce di laudano che Dante e Lizzie si versano nei bicchieri. Dapprima era per dormire meglio, poi non era mai sufficiente, poi non potevano farne più a meno prima di passare all’oppio che Dante si procurava andando al porto ad aspettare la nave dalla Cina. E comunque, in una situazione simile, la gravidanza di Lizzie non poteva andare a buon fine. La tragedia incombe su di loro, era in attesa fin dai giorni in cui Lizzie era al mare, a Hastings, per rimettersi in salute, fin da quando era stata finalmente fissata la data del matrimonio che Dante aveva continuato a rimandare. L’intero periodo finale del loro amore è una tragedia che culmina nella morte di Lizzie per probabile suicidio.
     Le pagine in cui è Lizzie che parla sono eteree, rivelano la poetessa che si nasconde in lei, prima di diventare disconnesse, come se stesse farfugliando sotto effetto della droga. L’amore diventa odio sotto i colpi della gelosia (e ha ragione di essere gelosa), Lizzie non vive più nella realtà, pare non vivere affatto, persa in un suo mondo in cui la bambina che nascerà è già un angelo.
E corriamo il rischio di annoiarci leggendo queste pagine, a tratti ripetitive. Più brillante è invece l’altra narrativa, ricca di dettagli ambientali e di personaggi che sono i pittori a noi noti, dominata dalla figura di Dante Gabriel Rossetti, un uomo non sempre gradevole e non sempre coerente- tutto l’amore imperituro per Lizzie non gli impedì di far riesumare la salma per riappropriarsi del libricino di poesie a lei dedicate che aveva fatto sigillare nella bara insieme al suo corpo. Questa disparità di tono- di certo voluta dai due autori ma forse troppo accentuata- non giova alla lettura del libro che offre ugualmente, tuttavia, un bel quadro di un ambiente e le storie di retroscena di dipinti famosi.


    

     

sabato 27 maggio 2017

Dawn Tripp, “Georgia” ed. 2017

                                        Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
       painting fiction
       FRESCO DI LETTURA

Dawn Tripp, “Georgia”
Ed. Neri Pozza, trad. Ada Arduini, pagg. 324, Euro 18,00

  Ci sono dei volti che parlano da soli, che forse non sono propriamente belli ma che tengono il nostro sguardo inchiodato alla ricerca di un significato, di una soluzione dell’enigma di uno sguardo, di un sorriso, della linea di un naso. Volti che si fanno ricordare perché intuiamo la forte personalità che vi si nasconde dietro. La pittrice americana Georgia O’Keeffe (1887-1986) aveva uno di questi visi dal fascino insolito anche nella vecchiaia. Alfred Stieglitz, il famoso fotografo che diventò suo marito dopo aver divorziato dalla prima moglie, le dedicò centinaia di scatti. Che non riprendevano solo il suo viso. Le sue mani, il suo corpo. Senza veli, senza pudori perché l’arte non ne ha. Ed è impossibile parlare di Georgia pittrice senza parlare dell’uomo che fu, in un certo senso, il suo pigmalione (Stieglitz aveva l’occhio per scoprire gli artisti e, con generosità e dedizione, si batteva per farli conoscere), il grande amore che durò tutta la vita. Nonostante i contrasti, i tradimenti di lui, la necessità di lei di allontanarsi cercando nuovi paesaggi e nuove ispirazioni in piena libertà.
Il volto di Georgia lo rivela: Georgia sapeva quello che voleva, l’amore per Stieglitz era pace e burrasca, era la fusione o lo scontro di due personalità altrettanto forti, Georgia avrebbe sempre dipinto con i suoi propri occhi per mettere su tela quello che lei vedeva. Non le importava di incontrare il gusto del pubblico. Lei dipingeva così, prendere o lasciare. E i quadri venivano venduti, anche se lei si infuriava per le interpretazioni femministe dei suoi grandi fiori che parlavano di sessualità prorompente da quei petali e da quei pistilli giganteschi che potevano far pensare ad altro.

    Dawn Tripp ci racconta la vita e l’arte, le amicizie e gli amori di Georgia O’Keeffe e, come avviene nei migliori romanzi della ‘painting fiction’, la scrittrice riesce con le parole a dipingere per noi una serie di quadri in cui vediamo la pittrice dipingere i suoi, di quadri. I fiori, le candide calle e il rosso fiammeggiante dei papaveri, il blu violetto delle petunie e l’oro delle foglie d’autunno. E poi, dopo la scoperta del Messico, dopo che Georgia aveva dovuto mettere chilometri tra lei e Alfred, le gigantesche ossa dei crani di vacca trovati nel deserto ad incorniciare il cielo azzurro, come in un oblò. E la linea delle montagne. E i grattacieli (Stieglitz le aveva sconsigliato di dipingere scene cittadine, lei non gli aveva dato retta). Entriamo dentro i suoi quadri come fossimo Alice che entra nello specchio e vi incontriamo i sentimenti e l’anima di una grande donna. Dawn Tripp riesce a non separare Georgia O’Keeffe artista da Georgia O’Keeffe donna, è sempre la stessa, Georgia che colora il mondo sulla tela e Georgia che ama, che gode, che soffre perché Stieglitz le nega il figlio che lei desidera. E noi sentiamo che la Georgia che vive deve esprimersi così, per essere lei, per raggiungere la pienezza.


    Quando terminiamo la lettura di questo romanzo-biografia, abbiamo voglia di vedere, di emozionarci davanti ai quadri di Georgia O’Keeffe. Ci accorgiamo con rimpianto che ci è sfuggita una qualche sua mostra che avremmo potuto visitare, ci affrettiamo a cercare in internet le immagini dei suoi quadri- bellissimi, chissà quanto più belli visti dal vero, chissà la meraviglia del murale così controverso di cui ci parla Dawn Tripp. Un libro che ha questo effetto sul lettore è un bel libro.


mercoledì 31 agosto 2016

Jung Myung Lee, "La regola del quadro" ed. 2016

                                                              Voci da mondi diversi. Asia        
             painting fiction
            cento sfumature di giallo
            FRESCO DI LETTURA

Jung Myung Lee, “La regola del quadro”
Ed. Frassinelli, trad. V. D’Urso, pagg. 451, euro 16,58

    Non è facile scrivere del romanzo “La regola del quadro” di Jung Myung Lee, e non è stato facile leggerlo. Forse è necessaria una raccomandazione, prima di iniziarne la lettura: dimenticatevi l’approccio usuale, dimenticatevi la cultura occidentale, dimenticatevi i ritmi della vita quotidiana a cui siete abituati e siate pronti ad entrare in un’altra tradizione che si esprime con un altro linguaggio visivo ed espressivo seguendo un’altra scansione temporale.
      Corea del diciottesimo secolo. Un re al governo del paese, una figura sovrana che ha qualcosa del divino, come l’imperatore del Giappone. Il giallo è il colore a lui riservato. Il pittore dell’Accademia che si aggiudica il premio per aver dipinto il miglior quadro che rappresenta il re in una gara bandita a scadenza regolare, acquista un prestigio enorme- per sé e per la propria famiglia.



    L’Accademia di pittura è un ambiente molto selettivo, è un onore ambito esservi ammessi, ma ci sono anche regole ferree a cui bisogna sottostare. Prima di tutte: non essere originali, la tradizione è legge, la tradizione è il meglio che l’arte possa dare, i pittori devono riprodurre fedelmente, senza stancarsi, copie di altri dipinti. Un imperativo: proibito usare il colore, solo il bianco e il nero sono concessi, il colore è deviante, suscita passioni, eccita, provoca un effetto che è contrario allo spirito dell’arte. I soggetti sono sempre gli stessi- piante ed animali che assumono una valenza simbolica. Questi quadri hanno il loro linguaggio che può variare solo per sfumature, cambiando qualche dettaglio. Il mondo dell’Accademia è per soli uomini: le donne sono bandite, sia come pittrici sia come soggetto di quadri. Eppure, al di fuori dell’Accademia, fiammeggiano i colori degli abiti delle cortigiane la cui compagnia è sempre ricercata- le donne hanno il loro ruolo, sottomesso a quello degli uomini, si ammirano le loro doti musicali e quelle di seduzione, ma sono considerate inferiori.
dipinto di Hongdo
     Ci sono due trame che si intrecciano ne “La regola del quadro”. La prima si svolge dentro l’Accademia e ruota intorno alla rivalità e al confronto fra due pittori, uno più anziano e già affermato e uno giovanissimo. Il pittore più vecchio è in qualche modo affascinato da quello più giovane ammesso da poco nella scuola: il volto delicato di Yunbok è la prima cosa che attira l’attenzione di Hongdo e forse è questa attrazione fisica che spinge Hongdo a difendere la sua arte, quando un insolito dipinto di Yunbok porta questi vicino all’espulsione dalla cerchia dorata perché considerato erotico. Subentra poi, da parte di Hongdo, ammirazione per tutto quello che Yunbok osa fare, per come osa infrangere i canoni fissi introducendo il colore e le figure femminili nei suoi lavori. Ci sarà una competizione fra i due, indetta dal sovrano che chiede loro di portargli immagini del mondo ‘al di fuori’ delle mura del palazzo- vuole vedere la realtà, deve sapere come vive la sua gente se vuole regnare giustamente. Giorno dopo giorno i due pittori porteranno a corte i loro dipinti- lo stesso soggetto ma visto con occhi diversi e raffigurato con tecniche diverse. Questo confronto continuo può a volte risultare stancante per il lettore, e tuttavia è nello stesso tempo illuminante. L’impiego del bianco e del nero, dei colori e dei giochi di luce e di ombre, la scelta di favorire un certo personaggio, o un animale piuttosto che un altro- tutto acquista un significato, tutto ha una spiegazione, è un’interpretazione del mondo che è ricco, variegato, multicolore, sfaccettato.
dipinto di Yunbok

     L’altra trama è un filone ‘giallo’ e riguarda un duplice delitto avvenuto dieci anni prima- erano morti due pittori, un quadro era scomparso, di una bambina si erano perse le tracce. E’ ancora possibile scoprire la verità di quello che era successo? E in che modo quei fatti lontani hanno a che fare con il presente?
       Chi, come me, ha molto amato “La guardia, il poeta e l’investigatore“ di Jung Myung Lee, può restare deluso da questo romanzo che, come il precedente, riporta in vita personaggi veramente esistiti anche se con minore passione. L’errore, tuttavia, è nel lettore, nel voler ritrovare qualcosa in un libro e nel tardare ad apprezzare, invece, quella diversità che è un ulteriore arricchimento.



   lo scrittore sarà presente al Festival della Letteratura di Mantova    

martedì 16 febbraio 2016

Klaus Modick, “Concerto di una sera d’estate senza poeta” ed. 2015

                                         Voci da mondi diversi. Area germanica
       painting fiction
       FRESCO DI LETTURA

Klaus Modick, “Concerto di una sera d’estate senza poeta”
Ed. Neri Pozza, trad. Riccardo Cravero, pagg. 166, Euro 13,60


     Mi sono innamorata della copertina del romanzo di Klaus Modick, “Concerto in una sera d’estate senza poeta”. Mi ha intrigato il titolo. Poi ho letto il libro e mi sono innamorata del libro. Perché mi ha fatto provare la felicità dell’ignoranza e l’ebbrezza della scoperta di qualcosa di nuovo che non conoscevo.
    “Concerto in una sera d’estate senza poeta” è la storia di un’amicizia deludente, di un grande amore, di una esaltante confraternita artistica. E’ la storia di un quadro bellissimo che non soddisfa il suo pittore e, dietro la storia del quadro c’è l’esplorazione intima del processo creativo, dello sforzo per comunicare tramite l’arte, della frustrazione quando l’oggetto d’arte terminato è fedele alla realtà ma non a quello che palpitava nella mente dell’artista.

Il poeta presente nella sua assenza nel titolo è Rainer Maria Rilke, amico deludente del pittore (ma non solo, anche disegnatore di mobili e di ambienti) Heinrich Vogeler. Rilke, visto attraverso gli occhi del gruppo di amici, è odioso. E’ egocentrico, vanaglorioso, sembra sempre stare recitando (i suoi versi per lo più) al centro del palcoscenico. Non è capace di amare- mentre prosegue la sua relazione, scandalosa per l’epoca, con la molto discussa scrittrice e psicanalista Lou Salomé, intreccia un’ambigua amicizia con due donne pittrici del gruppo, ne sposa una (dopo averla messa incinta) e l’altra donna (Paula Becker, un genio non riconosciuto, peccato che sia morta giovanissima) sposa, subito dopo, un altro degli artisti della confraternita (per ripicca?).
Rilke
E’ anche uno scroccone, Rilke, che approfitta della generosa ospitalità di Vogeler, esige ascolto e ammirazione. Ma non contraccambia. Vogeler lo aveva già dipinto nel suo quadro, questo grande e grandioso Concerto che gli era stato ispirato dal Concerto campestre di Tiziano. Lo aveva inserito fra le due donne, Clara (la moglie di Rilke) e Paula. Poi, deluso, lo aveva cancellato. E in ogni caso, il nostro sguardo si posa, prima di tutto, sulla figura centrale in piedi sugli scalini, accanto al cane: è Marthe, la fanciulla con i capelli color lino che forse non era ancora sposata con il pittore quando il quadro era stato iniziato. Sullo sfondo, Barkenhoff, la casa delle betulle, la creazione di Vogeler, il luogo di raccolta degli artisti della confraternita di Worpsede, nella brughiera del diavolo (la Teufelsmoor), a nord est di Brema.
Barkenhoff
    Barkenhoff non è soltanto una casa, Worpswede non è soltanto un luogo, le betulle non sono comuni alberi. E’ il Giardino dell’Eden, una Utopia artistica, la gloria della bellezza, della giovinezza, della creatività, dell’amicizia e dell’amore. Heinrich Vogeler aveva amato a prima vista l’elfica Marthe, figlia dell’insegnante del villaggio. Era diventata la sua modella, la vediamo nei quadri, pallida e bionda, vestita di verde e flessuosa come le betulle.
Poi il poeta Rilke si era distaccato dal gruppo, Vogeler non aveva apprezzato il suo comportamento maschilista, egoista e leggero. Rilke non poteva più avere un posto nel quadro, era stato cancellato. Ma anche il significato profondo del quadro era cambiato, era finita l’atmosfera esaltante della creazione, erano scese le ombre. Vogeler stesso era diverso. Aveva gli occhi affaticati, non era soddisfatto di quello che dipingeva, avrebbe voluto ricomprare il grande quadro del Concerto e distruggerlo. Distruggere il passato, una parte della vita di tutti loro.

     Modick ha attinto da uno scritto di Vogeler, “Werden”, e dai diari e dalle poesie di Rilke per scrivere questo romanzo che ci parla di sentimenti e di sublimazione di sentimenti, di realtà e di trasfigurazione della realtà, che ci trasporta nell’atmosfera creativa dello Jugendstil (più suggestivo questo termine, stile della giovinezza, che Art Nouveau), che ci inebria di bellezza.




martedì 25 novembre 2014

Susan Vreeland, "Una ragazza da Tiffany" ed. 2010

                                      Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America              
                                                           painting fiction
                                                           il libro ritrovato


Susan Vreeland, “Una ragazza da Tiffany”
Ed. Neri Pozza, trad. Massimo Ortelio, pagg. 498, Euro 18,00

Titolo originale: Clara and Mr. Tiffany   
 
    Non era il quinto giorno che Dio diceva: Brulichino le acque di moltitudini di esseri viventi? Libellule! Libellule che sfrecciavano intorno ad un sole fiammeggiante, sopra una piccola cupola di luce, splendida come la volta celeste! Niente filigrana, il vetro delle ali avrebbe avuto venature violette, se non magenta, contro un cielo turchino. Nella frenesia del volo, le piccole ali si sarebbero sovrapposte creando imprevedibili combinazioni di colore.



    Immaginate del glicine. Immaginate una cascata di grappoli di glicine su un muro assolato. Immaginate il colore dei fiori, le diverse tonalità di azzurro, o di lilla. Immaginate la perfezione della natura in quegli infiniti petali che si ammassano, ricadendo l’uno sull’altro, con una leggerezza e una grazia senza pari. Ora immaginate che questa pianta di glicine sia in qualche modo riportata sul vetro del paralume di una lampada e che sia illuminata dall’interno: si accenderà di vita, le sfumature dei petali palpiteranno. Farà restare senza fiato ad ammirarla in una commozione stupita.
     E’ difficile mettere in parole quello che si prova leggendo “Una ragazza da Tiffany”, il nuovo romanzo di Susan Vreeland, pubblicato in italiano prima ancora che in originale. E’ la gioia tranquilla della visione dell’arte, perché, raccontandoci la storia di Clara Driscoll, disegnatrice di vetri per la Tiffany Glass &Decorating Company, la scrittrice americana ci racconta anche di come sono nate le famose lampade di vetro a piombo ormai note come ‘di stile Tiffany’. Ci parla delle idee ‘dietro’ i paralumi, delle visioni che li hanno ispirati- libellule e cavallucci marini, papaveri e peonie, farfalle e oche selvatiche, glicine e gelsomini. Ci fa ‘vedere’, insieme a Clara Driscoll. Prima la natura, poi l’imitazione della natura sul vetro. Quando l’arte sembra persino più bella del vero. Ci porta dentro il laboratorio di Clara, ci fa seguire le tecniche di lavorazione, le difficoltà pratiche di adeguare il vetro alla visione che è diventata disegno, i problemi che insorgono davanti ai costi delle lampade- ognuna un oggetto d’arte squisito e di grande valore, troppo elevato per il mercato degli acquirenti medi. C’è di che restare incantati.

    Ma non è tutto. Susan Vreeland ha letto l’epistolario di Clara Driscoll e, sulla base di quello, ci dipinge il ritratto di una giovane donna di fine ottocento, che lavora, che ama, che si muove in una New York che sta iniziando a diventare la metropoli che è ora. Tra il 1892 e il 1908 Clara disegna le prime lampade, rende famoso Louis Tiffany con le sue creazioni, riesce a dare uno spirito di corpo alle altre ragazze che lavorano con lei, riesce addirittura a renderle consapevoli dei loro diritti come lavoratrici operaie sfidando un mondo in cui la manodopera è quasi soprattutto maschile e in cui i sindacati accettano solo le iscrizioni degli uomini. “Una ragazza da Tiffany” diventa, così, il romanzo di un’epoca di grandi cambiamenti- sociali, economici, di costume- ambientato nella città che aveva inaugurato da poco il ponte di Brooklyn, il più lungo ponte sospeso, e dove i primi grattacieli suscitano meraviglia e perplessità:
Clara cita più volte il Flatiron, l’insolito grattacielo a pianta triangolare che deve il nome al fatto che sembra un ferro da stiro e che fu terminato nel 1902. Le carrozze cedono a poco a poco il posto alle automobili, Clara abita in una pensione i cui altri inquilini sono artisti e intellettuali: in questo ambiente l’omosessualità è tacitamente accettata, non fa scandalo e ci stupisce un poco che Clara, così aperta alle diverse inclinazioni altrui, si attenga ad una stretta moralità per quello che la riguarda. Passano molti anni prima che Clara, vedova non particolarmente bella anche se non priva di un suo fascino, trovi l’amore: il secondo uomo della sua vita scompare all’improvviso e il terzo deve prima liberarsi dai legami di un matrimonio. Forse è proprio perché è così libera da legami famigliari che Clara riesce a dedicarsi interamente alla sua arte: l’arte diventa il valore supremo, arte come ispiratrice del bene, arte come elevazione dello spirito. Arte che contagia, anche noi attraverso la bella scrittura di Susan Vreeland.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it




      

Susan Vreeland, "Una ragazza da Tiffany" Intervista del 2010

                                     Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
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 INTERVISTA A SUSAN VREELAND

    Abbiamo ricordato insieme, Susan Vreeland ed io, l’evento di cui la scrittrice è stata protagonista al Festival della Letteratura di Mantova del 2004. Era l’anno in cui era stato pubblicato il suo romanzo sulla pittrice Emily Carr, “L’amante del bosco”, e l’incontro con i lettori si teneva sotto un enorme tendone a Campo Canoa, uno degli spazi più ampi del festival. Quando Susan Vreeland era salita sul palco, il pubblico, numerosissimo, l’aveva applaudita a lungo, con calore. Ricordo di aver pensato che era straordinario che una simile accoglienza venisse riservata ad una scrittrice- mi sarei stupita di meno se fosse stato un cantante al centro della scena. E Susan Vreeland mi dice di quanto si fosse emozionata lei: era stato uno dei momenti più belli della sua carriera di scrittrice. Ci troviamo ora per parlare del suo ultimo romanzo, che parla di un’altra artista, Clara Driscoll, la disegnatrice delle lampade Tiffany.


E’ stata una donna o è stata una lampada ad ispirarla a scrivere questo libro? Chi è venuta per prima?

     E’ venuta per prima Clara: l’ho ‘incontrata’ alla mostra del 2007 dove ho potuto vedere le meravigliose vetrate e le lampade. E tuttavia sono stata subito attratta dalle lettere scritte a mano che erano in mostra: che cosa scriveva? Era un mistero da scoprire, le lettere me lo avrebbero svelato. Su un livello personale mi avrebbero rivelato la storia di diversi uomini nella sua vita: il marito prima, poi Edwin che scomparve all’improvviso e infine l’uomo che ha sposato, quello che nel romanzo io chiamo Bernard ma che in realtà si chiamava Edward Booth- mi sembrava che due personaggi con un nome così simile, Edwin e Edward, potessero creare confusione. Su un secondo piano rimasi affascinata da come era coinvolta con la città di New York: parlava di elezioni, della folla che si accalcava per ascoltare i risultati, della palla luminosa che veniva calata allo scoccare della mezzanotte della fine dell’anno, di tutte le cinque zone di New York. Era anche lì quando la metropolitana venne inaugurata. Clara aveva una vita personale, artistica e pubblica nella metropoli.

 Mi sono domandata se, nel fatto che Lei scelga sempre delle donne eccezionali come protagoniste dei suoi romanzi, ci sia anche un voluto ricordo e ringraziamento nei confronti di donne che hanno preparato la strada per noi, donne del secolo XXI.
      Nel discorso che farò questa sera dirò che ho trovato in Clara le stesse qualità che ho trovato in Artemisia: il coraggio, l’indipendenza, il talento, la devozione all’arte. In un certo senso Clara, una donna del secolo XX è la figlia di Artemisia del secolo XVII. Quello che fece per le 35 donne nel suo dipartimento è stupefacente. Anche se poi le donne presero un’altra strada, non erano più le stesse. Nellie, ad esempio, così umile e timida, dopo l’esperienza del lavoro nello Studio, si raddrizza e se ne va come orgoglioso membro della classe operaia. E sì, certamente, penso che si debba essere grate a queste donne che ci hanno fatto strada.

Artemisia, Emily Carr, Clara: che cosa hanno in comune queste donne, oltre all’amore per la bellezza? Ha già detto che hanno lo stesso coraggio, lo stesso senso di indipendenza…che altro essenzialmente?
    Erano tutte donne pronte a sacrificarsi personalmente per quell’amore della bellezza. Mettevano l’arte prima di tutto, poi alla fine, però, Clara decise che non sarebbe restata da Tiffany quando finì la sua indipendenza come creatrice di oggetti d’arte. Il lavoro sarebbe diventato ripetitivo e a lei non andava affatto bene, non era quello che voleva. C’era molto per cui lottare per le donne dell’epoca: pensiamo al fatto che da Tiffany non venivano assunte donne sposate. Ma, d’altra parte anche mia madre ha dovuto lasciare il lavoro quando si fidanzò- ed era il 1942…

Si parla molto di bellezza nel libro: la bellezza ha una forza etica, secondo Lei?
      Se si è innamorati della bellezza, penso che si faccia di tutto per mantenerla e per condividerla. La bellezza non ci rende migliori e però pensavano così quelli che aderirono al British and American Arts and Crafts Movement di quel periodo. Si pensava che l’apprezzamento della bellezza rendesse gli individui e la società migliori. Personalmente penso che l’apprezzamento della bellezza ti renda una persona più ricca e più profonda, faccia di te un amico migliore, più spirituale.

 Si può insegnare alle persone a vedere la bellezza oppure questa è una capacità innata?
       Penso che si possa insegnare a vedere la bellezza. Mio marito era una persona capace di vedere intensamente la bellezza della natura ma non quella creata dall’uomo Adesso, dopo tanti anni che stiamo insieme, mi sento ricompensata quando lo sento parlare di un quadro, o di un affresco, o di una scultura. Penso che venticinque anni al mio fianco abbiano ampliato il suo senso della bellezza. Sì, penso proprio che ci siano persone che hanno innata la capacità di vedere la bellezza, ma anche che si possa esporre alla bellezza qualcuno che non ha questa qualità innata, in modo che si senta commosso.

 Di quale delle lampade si è innamorata, mentre le studiava per il romanzo? E quali sono le sue reazioni di fronte a queste opere d’arte che sono così diverse da un quadro?

    Mi sono innamorata di una delle lampade con le libellule in diverse sfumature di blu: sono aria e acqua. Non c’è nessun elemento umano, è natura pura, puro colore e forma. E’ qualcosa di più astratto di un quadro in cui l’elemento umano è presente. E’ un tipo di arte più astratto. Quando vedi le lampade senza la luce accesa sono solo la metà belle di quanto lo sono accese: c’è un insieme di ciò che è fatto dall’uomo e di ciò che è naturale. Sono come gioielli: quelle con le libellule sono gioielli liquidi.


l'intervista è stata pubblicata su www.wuz.it