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giovedì 23 luglio 2026

Kiran Desai, “La solitudine di Sonia e Sunny” ed. 2026

                                                         Voci da mondi diversi. India

          love story

Kiran Desai, “La solitudine di Sonia e Sunny”

Ed. Adelphi, trad. G. Oneto, pagg. 762, Euro 23,75

 

    Finalmente è tornata Kiran Desai, dopo quasi vent’anni di silenzio- era il 2007 quando fu pubblicato il suo primo romanzo, “Eredi della sconfitta”. Ed è un ritorno grandioso, con un libro che è una storia d’amore fra un ragazzo e una ragazza indiani, ma è anche una storia d’amore conflittuale per la propria terra d’origine da cui ci si vorrebbe allontanare e che, tuttavia, ci tiene legati, di amore per la famiglia di cui si vedono le arretratezze e i difetti ma che, ancora, ci imprigiona con il suo affetto.

    Sonia e Sunny sono i due protagonisti, ci vorrà parecchio tempo, però, prima del loro incontro che forse è proprio voluto dal destino. Perché entrambi vivono negli Stati Uniti, entrambi appartengono a famiglie la cui ambizione era di mandare i figli a studiare all’estero, entrambi cercano di adattarsi, entrambi credono di aver trovato l’amore in un’altra persona che non appartiene al loro mondo. Sonia si innamora di un pittore strambo, narcisista ed egocentrico. Si sentiva terribilmente sola, nel college nel Vermont, prima di incontrare lui, sognava di diventare una scrittrice e poi  rimane schiacciata da quell’amore tossico. Sunny vive a New York, è un giornalista alle prime armi, ha una ragazza bionda e diafana che è il suo esatto opposto. Naturalmente non ha mai parlato di questa ragazza alla madre possessiva e gelosa che vive in India.


    In teoria la storia d’amore tra Sonia e Sunny sarebbe potuta iniziare molto tempo prima, quando le loro famiglie, in India, avevano cercato di organizzare un incontro per un matrimonio combinato. Quanto si era vergognata Sonia! Un matrimonio combinato di questi tempi…Eppure l’amico di Sunny, studente di medicina negli Stati Uniti, proprio perché soffriva anche lui di solitudine, era tornato in India per sposare una ragazza che non aveva mai visto prima. E comunque sarà il destino a decidere per Sonia e Sunny, si incontreranno su un treno e poi si rivedranno nella casa dei nonni perché sono le coincidenze a decidere per loro. Si ameranno, saranno felici, si lasceranno, si incontreranno di nuovo- è l’amuleto tibetano che il pittore folle aveva sottratto a Sonia e che è stato ritrovato da Sunny che è artefice del loro destino insieme?

   C’è l’India moderna nel romanzo di Kiran Desai. C’è, nei due protagonisti, la sensazione di non sapere dove collocarsi, di sentirsi divisi tra una nuova cultura e nuove idee e il retaggio affettivo e culturale del paese da cui provengono, dove ci sono le loro radici, dove vivono le loro famiglie.

Goa

     Questo è un riassunto stringato del contenuto del romanzo che, invece, è ricchissimo di altre storie minori, di altri personaggi che aggiungono qualcosa alle vicende di Sonia e Sunny, che ci fanno capire quanto sia difficile il loro distacco da questo mondo, è ricco di luoghi che spaziano da New York a Goa, dalle alture vicino all’Himalaya al Messico, di colori, di leggende. È anche ricchissimo di parole, “La solitudine di Sonia e Sunny”- lo stile di Kiran Desai è superbo, musicale, immaginifico. Tuttavia, se si può fare un appunto, c’è forse troppo in questo romanzo- le prime trecento, quattrocento pagine sono travolgenti, entusiasmanti, poi cala l’attenzione alla lettura e inizia una certa qual stanchezza prima di risollevarsi nella svolta finale che attendevamo, che speravamo di leggere. E se nel personaggio del pittore narcisista c'è qualcosa di Ohran Pamuk, che è stato a lungo il compagno di Kiran Desai, ebbene, è stata una fortuna per la scrittrice se la loro storia è finita.



venerdì 1 novembre 2024

Sujata Massey, “La signora di Bhatia House” ed. 2024

                                                             Voci da mondi diversi. India

cento sfumature di giallo

Sujata Massey, “La signora di Bhatia House”

Ed. Neri Pozza, trad. Laura Prandino, pagg. 520, Euro 19,00

 

    Ritorna Perveen Mistry, l’unica donna avvocato di Bombay. È stata invitata ad un tea party di beneficenza a Bhatia House. C’è un’atmosfera di esultanza tra le signore che sfoggiano i loro sari più belli. Ci sono grandi aspettative sul modo in cui verranno usati i soldi raccolti (alcune signore hanno donato gioielli non volendo chiedere soldi ai mariti)- sarà costruito un ospedale per le donne. E ce n’è un bisogno disperato in un paese in cui le donne non rivelano una malattia o altri problemi femminili ad un dottore uomo. In particolare- e questa è l’attrattiva maggiore del libro- si porta alla luce il dramma dell’usanza delle spose bambine il cui utero non è pronto per affrontare una gravidanza per cui l’esito di questa è spesso fatale, sia per la mamma sia per il bambino. L’altro grande problema è connesso con questo- nell’impossibilità di negarsi al marito, le donne hanno una gravidanza all’anno e la mortalità delle donne e soprattutto dei bambini è molto alta.


    Il party verrà interrotto per un incidente che sarebbe potuto finire molto male. Il piccolo e vivacissimo Ishan Bhatia, unico figlio maschio del primogenito di casa, viene avvolto all’improvviso dalle fiamme- sono stati i lumini accesi dappertutto in giardino a causare l’incendio? Si salva grazie alla sua ayah, Sunanda, che rimane seriamente ustionata. Quello che accadrà dopo ci fa dubitare che si sia trattato di un banale incidente. Sunanda viene mandata via con ben poco riguardo per le sue ustioni nonostante le raccomandazioni di Perveen e della sua amica medico e poco dopo Perveen viene a sapere che è stata arrestata. La denuncia, fatta alla polizia da una persona che non ha lasciato un indirizzo, è piuttosto fumosa. La ragazza avrebbe bevuto un infuso per abortire. Tutto è strano in questa denuncia. Sunanda non è sposata, con pudore nega di aver mai avuto rapporti. Eppure, eppure, deve essere stata traumatizzata. È stata stuprata? come? quando? Nella società indiana del 1922 (non sono certa che da noi sarebbe stato diverso) come può una ragazza parlare di mestruazioni davanti ad avvocati dell’accusa uomini? E a Perveen non è permesso prendere la parola in tribunale.

    La trama segue più di un filone. Perveen cerca di scoprire chi vuole che Sunanda resti in prigione e che cosa è successo il giorno in cui l’ayah ha accompagnato i bambini alla festa organizzata dal nawab (fresco di matrimonio con un’australiana). Nello stesso tempo muore per avvelenamento da piombo il capofamiglia dei Bhatia- quali interessi sono in gioco, quali appalti si stanno contendendo i magnati di Bombay? Perfino l’inglese di cui Perveen è innamorata è stato incastrato in un lavoro che implica una possibile rivendicazione di terre da parte dei colonizzatori britannici.


    Una sottotrama che coinvolge la cognata di Perveen riporta l’attenzione alle problematiche femminili. Gulnaz ha partorito da poco e non sopporta il pianto estenuante della neonata (anche Perveen è piuttosto infastidita, a dire il vero), litiga con il marito di cui rifiuta le attenzioni e, senza neppure vestirsi, ordina all’autista di riportarla a casa dei suoi genitori- con le conoscenze mediche maggiori, oggi sappiamo che sta soffrendo di una depressione post-partum.

   Se ci aspettiamo da “La signora di Bhatia House” un thriller ‘forte’, saremo delusi. È piuttosto un mystery gentile con i toni pacati dei gialli di altri tempi, senza brividi e con qualche prevedibile sorpresa. Quello che è veramente interessante, però, è il risveglio di una presa di coscienza dei problemi delle donne, sottovalutati e trascurati in una società in cui le donne hanno ben poca importanza, in un’India che si sta risvegliando nella scoperta dei soprusi britannici, mentre gli indiani sono stanchi della discriminazione- una sorta di Apartheid ante litteram, mentre Gandhi esorta alla non violenza dalla prigione.



venerdì 28 giugno 2024

Radikha Jha, “La foresta nascosta” ed. 2024

                                                         Voci da mondi diversi. India


Radikha Jha, “La foresta nascosta”

Ed. Sellerio, trad. Gioia Guerzoni, pagg. 319, Euro 17,00

     Suo padre è morto. Kōsuke, che da anni vive in America, tra New York e Los Angeles dove ha acquistato una certa notorietà programmando effetti speciali per il cinema, deve tornare in Giappone. Se la prende comoda, Kōsuke, non riuscirà neppure ad essere presente al funerale, e questo dice già tutto della distanza che si è creata, non solo geografica ma anche di relazione personale, tra lui e la sua famiglia. Quando arriva a Tokyo e incontra la sorella, viene subito calato in un altro mondo, in un altro genere di preoccupazioni.

    Il padre di Kōsuke era un sacerdote scintoista. Kōsuke aveva sempre sentito il padre lontano da lui, preso come era nella gestione del piccolo santuario, nell’organizzare le cerimonie, nell’occuparsi della comunità. Si sentiva più legato all’altro sacerdote, ormai anziano, che diventa adesso per lui un ponte tra presente e passato, che gli rivela il carattere del padre e la sua nascosta grandezza, la sua dedizione totale al servizio del santuario e dei fedeli.


    La situazione non è affatto semplice- che cosa vuol dire ereditare un santuario? Che cosa è chiamato a fare, Kōsuke? E se rinunciasse e lasciasse il santuario alla sorella? Prima di tutto c’è il problema economico. Tutti i santuari sono in difficoltà in Giappone, gravati dalle tasse, soggetti a pressioni ricattatorie dalla yakuza che mira ad acquistare i terreni su cui sorgono per costruire complessi immobiliari al loro posto. Il padre di Kōsuke  aveva già dovuto sacrificare la lussureggiante foresta che illuminava i ricordi dell’infanzia di Kōsuke.

    Kōsuke non ha il minimo dubbio, appena arrivato. Si sbarazzerà del santuario e tornerà in America dove, oltre al lavoro, ha un legame importante con una donna a cui- altra decisione da prendere- vorrebbe chiedere di sposarlo. Poi iniziano i dubbi, i tentennamenti, l’ondata di ricordi, i confronti.

Meiji Jingu di Kengo Kuma

   Sono duplici i confronti che sorgono spontanei nella mente di Kōsuke, perché il ritorno di questo Ulisse dei nostri tempi è diverso eppur stranamente simile a quello dell’eroe greco. Non sono gli altri che non riconoscono Kōsuke, come avviene per Ulisse, ma è lui che non si raccapezza più, non riconosce la nuova Tokyo occidentalizzata che ha perso la sua anima, che ha distrutto per ricostruire senza tener conto della cultura millenaria che era dietro a quello che abbatteva. Kōsuke riconosce che Kengo Kuma è un genio dell’architettura, ma dove è finito il bel santuario di legno di una volta? Quello che Kōsuke vede, quello che attrae più turisti e più soldi, è un santuario finto, come è finto il sacerdote sugli scalini. Come è possibile che abbiano costruito degli edifici così alti da dominare i tetti della dimora dell’imperatore? Nel nuovo Giappone, nella nuova Tokyo, è venuto meno il rispetto, si è persa la sacralità.

Kengo Kuma

    Invece della Penelope che aspetta Ulisse, Kōsuke incontra una compagna di scuola- è lei a riconoscere lui e sarà poi, invece, la fidanzata americana a trovarlo cambiato, quasi irriconoscibile, quando lo raggiunge a Tokyo. La compagna di scuola ritrovata è una donna infelice, Kōsuke potrebbe anche innamorarsi di lei ma sarebbe aggiungere pericolo a pericolo. Perché, se Kōsuke aveva iniziato a capire il peso che la yakuza (la maggiore organizzazione criminale del mondo) aveva avuto nel lento declino del santuario del padre esaminandone i conti, adesso che le minacce si sono fatte più pesanti e concrete, Kōsuke capisce che non è solo la sua vita ad essere a rischio.

    Edward M. Forster aveva scritto, nell’esergo di “Passaggio in India”, “Only connect…”. Erano altri tempi, c’era l’esigenza di connettere l’Oriente con l’Occidente, c’era la speranza che si potesse fare. È ancora possibile connettere l’Oriente con l’Occidente? O è troppo tardi e la cultura (o non-cultura) occidentale ha fagocitato quella orientale, impregnata di silenzio, di oscurità (i kami non vogliono la luce, ripete spesso Kosuke), di presenze invisibili, di tempo lento?

“La foresta nascosta” di Rhadika Jha è un libro bellissimo che ci porta in un Giappone inedito, che ci fa meditare.



 

lunedì 17 giugno 2024

Sunjeev Sahota, “La stanza delle mogli” ed. 2024

                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

Voci da mondi diversi. India
            love story

Sunjeev Sahota, “La stanza delle mogli”

Ed. Astoria, trad. Cecilia Vallardi, pagg. 272, Euro 18,00

    1929. Una zona rurale del Punjab, al confine con il Pakistan. Tre spose di tre villaggi vicini per tre fratelli. E no, questo romanzo, longlisted per il Booker Prize 2021, non è una commedia romantica di stile hollywoodiano, è piuttosto un dramma.

    Tre matrimoni con una sola cerimonia (così si risparmia), tre spose con un sari rosso che non sanno quale dei tre fratelli sarà ed è il loro marito. Tutte e tre sono alloggiate nella stanza delle porcellane (“The China room” il titolo in inglese per dei piatti di porcellana che qualcuno di famiglia aveva portato dalla Cina), lavorano nella fattoria tutto il giorno dirette dalla temibile suocera a cui, alla sera, i figli rivolgono la richiesta di chiamare la moglie in un’altra stanza. Sono amplessi nel buio, si può cercare di indovinare dai calli sulle mani, dal profilo del volto, dal tono di voce, quale dei tre uomini sia il proprio marito, ma l’incertezza permane, la fantasia corre. E’ un bambino che si vuole. Non importa chi lo generi, basta che sia un maschietto.

   Mehar è la più giovane delle mogli. Ha solo quindici anni e la futura suocera aveva già contrattato per lei quando aveva solo cinque anni. Sarebbe dovuta essere la moglie del terzogenito, lo scapestrato figlio ventenne, ma il figlio maggiore, il prediletto della madre, se ne era innamorato a prima vista e l’aveva chiesta per sé.


   C’è un grosso errore alla base della storia d’amore che segue. C’è una ragazzina quindicenne che sbircia dalle fessure degli scuri della finestrella, che fantastica, che crede di riconoscere l’uomo che è così tenero con lei di notte, che diventa ardita e sfacciata (ma non è poi suo marito quello a cui lei si rivolge con tanta audacia?), c’è un amore che divampa tra corpi giovani, nutrito dalla segretezza e- almeno per uno dei due- dal proibito. Ma gli incendi d’amore sono sempre pericolosi. E a questo pericolo di dramma famigliare si aggiunge quello dei movimenti di rivolta che iniziano ad infiammare l’India e che hanno bisogno di reclutare guerriglieri.

    Nel 1999 la fattoria è in rovina, la porta della camera delle mogli è sprangata, ci sono delle sbarre alla finestrella, nel paese circolano leggende su quanto è successo e incuriosiscono il ragazzo diciottenne arrivato dall’Inghilterra in condizioni pietose. Lo zio che lo ospita non capisce quale sia il male che affligge il ragazzo, il medico pensa che sia dengue. È tutt’altro naturalmente e forse è meglio allontanarlo dalla casa dove abitano gli zii, mandarlo alla fattoria.


   I due filoni si alternano anche se quello delle tre spose ha una rilevanza di gran lunga maggiore che fa impallidire la storia parallela di un ragazzo discriminato in Inghilterra per la sua pelle scura che trova un riscatto nel ritorno alla terra della sua famiglia dove si sente stranamente a suo agio, dove il lavoro fisico lo libera dalle dipendenze, dove apprende la vera storia della sua bisavola.

    “La stanza delle mogli” è, in un certo senso, un romanzo doppiamente e parzialmente autobiografico- la storia della bisnonna dello scrittore in Punjab e tracce della sua stessa adolescenza, cresciuto in una famiglia emigrata dal Punjab nel 1966. È un romanzo destinato a catturare il cuore delle lettrici con una storia di tre spose che sono tre ragazze che trovano nell’amicizia tra di loro un conforto, perché non hanno neppure il diritto di sapere chi è il proprio marito, perché sono strumenti per la procreazione in cui non c’è spazio per l’amore. Anche se poi l’amore è più forte e vince sempre, soprattutto se si è giovani. A che prezzo? Viene in mente il film “Lanterne rosse” tratto dal libro di Su Tong, vengono in mente altre donne della letteratura e della Storia in una sorellanza senza confini.



martedì 30 aprile 2024

Aravind Jayan, “Giovane coppia si diverte all’aperto” ed. 2024

                                                          Voci da mondi diversi. India

                 love story

Aravind Jayan, “Giovane coppia si diverte all’aperto”

Ed. Guanda, trad. Elisa Banfi, pagg.231, Euro 18,00

     Sreenath non esce dalla sua camera neppure per vedere la nuova automobile, una Honda Civic, che suo padre ha appena acquistato. Appa e Amma (papà e mamma) sono in ammirazione davanti a quell’auto che rappresenta la posizione che si sono guadagnati con tanto lavoro e fatica e già immaginano la curiosità e la sottile invidia dei vicini di casa. Dunque, perché il figlio maggiore non viene ad ammirarla? Lo scopriranno tra poco.

   C’è un video che circola in rete, un video che poi verrà definito da alcuni ‘porno’, un video che riprende Sreenath e Anita, la sua ragazza (nonché compagna di università), che amoreggiano in maniera spinta in un parco. Appa e Amma, del tutto inesperti delle nuove tecnologie, sono inorriditi e scioccati. Come ha potuto il loro figlio comportarsi così? E la ragazza? Oltretutto si vergognano, perché che spiegazioni potranno dare ad amici e parenti, quando questi verranno a sapere? Perché di certo la notizia è troppo ghiotta, sa troppo di scandalo piccante e pruriginoso, per non diffondersi a macchia d’olio.

   La famiglia di Anita sembra essere l’ultima a sapere. E il padre e la madre si presentano in casa di Sreenath…


   Noi sappiamo tutta la storia dalla voce del fratello minore, un punto di vista ideale perché è diviso fra la comprensione e, sì, la compassione per Appa e Amma, e la solidarietà, insieme ad un pizzico di invidia, per il fratello maggiore. È una voce simpatica e ironica che spesso ride di se stesso, che, tutto sommato, ammira l’audacia del fratello e vorrebbe imitarlo (con scarso successo, perché forse è troppo ‘imbranato’ per attirare l’attenzione di una ragazza). Da lui cogliamo la spaccatura tra due Indie, quella tradizionale, delle ragazze in sari, dei matrimoni combinati con gli sposi che a volte neppure si sono mai incontrati prima, dei tuk tuk che a poco prezzo ti trasportano da una parte all’altra della piccola città, Trivandrum, nel Kerala, e l’India moderna, che è quella dei giovani che sono cresciuti con le nuove tecnologie e gli smart-phones, delle ragazze che indossano i jeans, vanno all’università, fanno coppia con i ragazzi, hanno atteggiamenti impensabili al tempo dei loro genitori.

    C’è una escalation nella vicenda dello scandalo per la diffusione in rete del video e nello stesso tempo cresce nel fratello minore il desiderio di scappare, di evadere da questo ambiente asfittico. Mentre sia Sreenath sia Anita sono andati a convivere, mentre i genitori di Anita esigono quello che un tempo si sarebbe chiamato ‘un matrimonio riparatore’ per poter poi minimizzare la scenetta erotica, mentre Appa disconosce il figlio maggiore, lui, il figlio minore, smette di cercare un lavoro in posti il più lontano possibile (è divertente come prenda in giro se stesso in questa ricerca che sa non lo porterà da nessuna parte), prende un autobus per Bangalore.


   E poi? Sono felici, da sposati, Sreenath e Anita? Qualcuno è riuscito a far cancellare il video dai vari siti su cui accumula visualizzazioni? La scena nell’ufficio della polizia è un quadretto divertente dell’indice dei tempi. Anche il finale è uno specchio dei tempi e dei nuovi mezzi di comunicazione: Magari un giorno ci aggiungeremo tutti su Facebook e ci comporteremo da amici.



venerdì 25 agosto 2023

Abraham Verghese, “Il patto dell’acqua” ed. 2023

                                                 Voci da mondi diversi. India

              saga

Abraham Verghese, “Il patto dell’acqua”

Ed. Neri Pozza, trad.Luigi M. Sponzilli, pagg. 723, Euro 22,00

   India del Sud, quello che oggi è il Kerala. Una comunità di cristiani che hanno seguito l’insegnamento di san Tommaso, arrivato su quei lidi diciotto secoli prima. Una grande famiglia nella tenuta di Parambil- ne seguiremo le vicende per tre generazioni.

    È il 1900. “Ha dodici anni e il mattino andrà sposa”. “Il giorno più triste nella vita di una ragazza è il giorno del matrimonio” dice sua madre. “Poi, se Dio vuole, le cose migliorano.”

    La bimba- perché a dodici anni è una bambina- si chiama Mariamma. Poi tutti la chiameranno ‘Grande Ammachi', che è come dire Grande Madre, un termine che esprime rispetto e amore. Va sposa ad un vedovo che ha trent’anni più di lei e un bambino piccolo. Sarà un marito buono seppur silenzioso, che aspetterà anni prima di consumare il matrimonio, pago di vedere con quanto affetto lei si occupi del piccolo Jojo. È un gran lavoratore, un uomo massiccio e forte- se dovessimo paragonarlo ad un albero, sceglieremmo il grande plavu, l’albero di jackfruit che è davanti alla casa, l’albero che porterà la tragedia in famiglia.


Era segnata nel destino quella tragedia? Perché c’è un segreto in famiglia, un segreto che affiora tra i rami di un albero, l’albero geneaologico disegnato, che rappresenta l’intera famiglia. E in ogni generazione c’è un morto annegato. È quello che Grande Ammachi chiama ‘il Morbo’, quello che fa sì che suo marito non si avventuri mai vicino ai corsi d’acqua, che ai bambini venga proibito di andare a bagnarsi a meno che non siano in compagnia. Si può combattere il destino? Solo la scienza può farlo, perché questa non è stregoneria o pura casualità e alla fine la nipote di Grande Ammachi, che porta il suo nome ed è diventata medico, scoprirà le cause del Morbo.

    Più di 700 pagine per un secolo di Storia e di storie- impossibile riassumere, possibile solo darvi un’idea. Perché c’è tutto un mondo nel romanzo di Abraham Verghese e quello che succede fa parte della vita. Ci sono nascite e morti, c’è amore e disamore, dipendenze distruttive e tradimenti, ci sono malattie (anche la lebbra, con l’apparizione di un medico venuto dal Nord Europa), monsoni accolti con sollievo ma che poi finiscono per spaventare. E c’è un secondo filone nella narrazione, quello che ha per protagonista lo scozzese Digby, il medico bravissimo che, vittima di un incendio di cui si incolperà per tutta la vita, perderà quasi del tutto l’uso delle mani, eppure…quando questo filone si ricongiungerà al primo (e sono gli anni ‘70 del ‘900), tutto acquisterà un senso, anche la sua vita.

    Parambil resta Parambil, anche se, con lungimiranza e ampiezza di vedute, le terre saranno ridistribuite, il sistema delle caste accantonato in un’India che è andata cambiando, che ha acquistato l’Indipendenza, che ha visto gli scoppi di violenza con la Partizione e con il movimento dei Naxaliti.

Mamallapuram

In qualche maniera identifichiamo Parambil con quel personaggio straordinario che è l’elefante Damo, salvato dal thamb’ran marito di Grande Ammachi. Un elefante intelligente e sensibile che sembra sapere tutto quello che succede, che si affaccia alla finestra con un ramo di gelsomino per dare il benvenuto alla sposa bambina, che collabora per strappare il figlio di Grande Ammachi dalla dipendenza dall’oppio. E insieme a lui non possiamo dimenticare Shamuel, il servitore che è la mano destra del padrone, l’intoccabile che non varca mai il confine di quello che gli è lecito, che accetta la sua subordinazione come facente parte dell’ordine delle cose, l’uomo che ha un grande cuore.

    Il potere affabulatorio di Abraham Verghese è straordinario. C’è una tale ricchezza in questo romanzo, c’è una tale maestria di stile, un’abbondanza di dettagli, un occhio per i colori, un orecchio per i rumori, che lo perdoniamo se non tutti i personaggi sono approfonditi, se forse duecento pagine in meno avrebbero giovato. Perché Verghese ci fa vivere a Parambil, ci fa vivere in Kerala. Perché ci fa pensare che, finché ci sono romanzi come “Il patto dell’acqua”, no, il romanzo non è morto.

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lunedì 16 gennaio 2023

Sujata Massey, “Il principe di Bombay” ed. 2022

                                                      Voci da mondi diversi. India

  cento sfumature di giallo

Sujata Massey, “Il principe di Bombay”

Ed. Neri Pozza, trad. Laura Prandino, pagg. 378, Euro 20,00

 

   Ritorna Perveen Mistry, prima donna avvocato di Bombay che esercita la sua professione con orgoglio sotto l’ala paterna- le sarebbe impossibile aprire uno studio per conto suo, è già abbastanza difficile fare fronte alla diffidenza e allo scherno di cui è oggetto in quanto donna. E un suggerimento, prima di iniziare il libro: non leggetelo aspettandovi un thriller perché sì, c’è un delitto che Perveen dovrà risolvere, anche perché aveva conosciuto la vittima che si era rivolta a lei per un’indicazione proprio il giorno prima di essere uccisa, ma nessun brivido. “Il principe di Bombay” è il ritratto di un’India in fermento un quarto di secolo prima dell’Indipendenza e in un momento delicato- il titolo del libro è ironico perché gran parte della popolazione è ostile alla corona inglese e non è affatto ben disposta nei confronti del principe ereditario Edoardo (passato nell’immaginario come il principe romantico che ha abdicato per amore) che sta per arrivare in visita a Bombay. Edoardo è il Principe del Galles e non il Principe di Bombay.


    È proprio questo il motivo per cui Freny Cuttingmaster, studentessa diciottenne del Woodburn College, si era rivolta a Perveen: ci sarebbero state conseguenze legali se gli studenti del college avessero boicottato la parata in onore del Principe? Ci potevano essere, sì, e Perveen aveva suggerito una facile soluzione: fingersi ammalati e non andare a lezione per non dover assistere al corteo. E poi succede di tutto. Uno studente viene arrestato, divampa la rivolta, i ribelli attaccano chiunque si mostri favorevole alla corona (Perveen stessa viene molestata), E Freny Cuttingmaster viene trovata morta nel giardino del College. È possibile che sia caduta accidentalmente dal balcone? Oppure qualcuno l’ha spinta per farla precipitare?

    La soluzione del mystery intorno a questo delitto ci sarà solo alla fine e lo svolgimento del filone ‘giallo’ è piuttosto lento. L’attenzione della scrittrice è rivolta piuttosto verso la realtà indiana negli anni ‘20 del secolo scorso- l’isolamento della comunità parsi, prima di tutto, con i loro usi e costumi in ogni ricorrenza, la discriminazione culturale delle donne, i forti pregiudizi che impediscono i matrimoni tra uomini e donne appartenenti a caste diverse, per non parlare poi della quasi impossibilità di una unione fra un inglese e una donna indiana (è il caso di Perveen).


Grande importanza viene poi data al filone politico, al messaggio della non-violenza di Gandhi, al sopruso del colonialismo pur riconoscendo quanto di positivo gli inglesi hanno fatto in India, al ribollire della protesta che esplode a tratti sotto un’ apparenza di calma- bisognerà arrivare al 15 agosto 1947 perché l’India acquisti l’indipendenza.

   Un libro che piacerà agli amanti dell’India, da leggere, però, solo se si è interessati a tutte le tematiche che lo rendono diverso dagli altri ‘romanzi con delitto’.






domenica 5 giugno 2022

Avni Doshi, “Zucchero bruciato” ed. 2022

                                                Voci da mondi diversi. India


Avni Doshi, “Zucchero bruciato”

Ed. Nord, trad. F. Martucci, pagg. 384, Euro 19,00

 

      Un titolo singolare per questo romanzo della scrittrice Avni Doshi, nata nel New Jersey da famiglia indiana ed ora residente a Dubai. Un titolo da cui traspare un doppio significato, negativo in entrambi i casi nonostante la dolcezza dello zucchero. Delle ricerche provano la correlazione fra abuso di zucchero e l’Alzheimer e l’odore dello zucchero bruciato è tutt’altro che gradevole.

   Mostra i primi segni di Alzheimer, la madre dell’io narrante, anche se è solo sulla sessantina. Dimentica le cose, telefona ad amiche che sono morte, arriverà a provocare un incendio in casa della figlia. Tara, il nome della madre, Antara quello della figlia, e Antara va inteso come Un-Tara, una negazione della madre- e già dice tanto su come sia stata vissuta la maternità da Tara.

   Tara si era sposata per convenienza, era scappata di casa insieme alla bambina, aveva fatto anche la mendicante e aveva trovato rifugio in un ashram dove era diventata l’amante del guru. Era stata un’esperienza terribile per la bambina Antara e i ricordi del passato affiorano in capitoli che si alternano con quelli degli avvenimenti nel presente.


    Mentirei se dicessi di non aver mai gioito dell’infelicità di mia madre. Da bambina ho sofferto per colpa sua e qualunque pena lei abbia sopportato in seguito mi è parsa una sorta di redenzione: un ribilanciamento dell’universo…

Sono le parole che iniziano questa storia di due donne che si amano e si odiano, che diventano rivali in amore, di una madre incapace di assumere il ruolo di madre e di una figlia che ha cercato una madre sostitutiva, che è tuttora ossessionata dall’uomo che ha rubato alla madre, che continua a disegnare nello stesso disegno. Perché Antara è un’artista di tipo particolare- parte dal disegno di un volto e lo fa di nuovo ogni giorno con un leggero cambiamento finché il cerchio si chiude: che cosa è rimasto del volto originale? E, dopo tutto, non è quello che succede ad ognuno di noi nella vita? Cambiare un poco giorno dopo giorno?

 Adesso Antara è sposata, il marito è cresciuto in America, non ha niente in comune con l’uomo del suo passato, lei dovrebbe essere capace di girare pagina. E intanto Tara sprofonda ogni giorno di più nell’oblio dell’Alzheimer e la figlia cerca di tenerla agganciata alla realtà, di sollecitare la sua memoria.


     “Zucchero bruciato” è, in definitiva, un romanzo sulla memoria, su come i ricordi siano soggettivi, su come possano essere manipolati e costruiti e imposti ad altri. Perché sono diversi i ricordi di madre e figlia? A quale delle due dobbiamo credere? Antara è la protagonista e la voce parlante: è una voce affidabile?

È anche un romanzo sull’essere madre. La figura materna è per lo più idealizzata nei romanzi. Non in questo. Tara non è una buona madre, lo sarà Antara che vediamo con una neonata alla fine del romanzo? È stata marchiata dalla sua esperienza personale? Riprodurrà il modello materno o se ne distaccherà?

    Ci saremmo aspettati di più, più originalità, più profondità, da un libro finalista al Booker Prize 2020. Il romanzo è ambientato a Pune, in India, ma, a parte il colore della vita nell’ashram, a parte qualche dettaglio superficiale sugli oroscopi, c’è poco di indiano nelle sue pagine. Il tono è volutamente leggero ma a volte sembra indugiare troppo su dettagli sgradevoli che finiscono per stancare.

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giovedì 23 dicembre 2021

Aravind Adiga, “Amnistia” ed. 2021

                                                          Voci da mondi diversi. India



Aravind Adiga, “Amnistia”

Ed. La Nave di Teseo, trad. Norman Gobetti, pagg. 320, Euro 19,00

 

    A Sydney, in Australia, è diventato Danny. Prima, a casa nello Sri Lanka, si chiamava  Dhananjaya Rajaratnam. A Sydney si è fatto delle mèches bionde nei capelli. A Sydney controlla il suo accento, cercando di imitare la pronuncia degli australiani. A Sydney assolutamente non ascolta la musica tamil. Il suo scopo: diventare australiano. Il maggiore ostacolo: Danny è un immigrato irregolare, se viene beccato sarà espulso.

   Danny aveva scelto una maniera legale per arrivare a Sydney, spendendo tutti i risparmi accumulati lavorando a Dubai, più quelli del padre- si era iscritto ad un corso universitario e aveva fatto domanda per essere accolto come rifugiato politico. La domanda era stata respinta. Danny aveva iniziato a lavorare come uomo delle pulizie (a metà paga di un lavoratore normale), vivendo nel ripostiglio di un negoziante greco a cui doveva consegnare una parte dei suoi guadagni.


   Il momento di crisi in questa vita sul filo del rasoio, con la paura costante di essere fermato dalla polizia oppure di ammalarsi e non poter esibire nessuna tessera sanitaria, è quando viene ritrovato il cadavere di una donna che Danny conosceva  perché andava regolarmente a pulire la sua casa. La polizia sospetta del marito, ma Danny è stato testimone di troppi incontri della donna con il suo amante (un indiano giocatore compulsivo che viveva in un appartamento di proprietà del marito della donna senza pagare un soldo) per non avere la quasi certezza che sia lui il colpevole. Il dilemma a questo punto è questo: denunciarlo o no alla polizia? Se lo denuncia, Danny pronuncia anche la sua propria condanna, perché sarà espulso.

   Il tempo dell’azione del romanzo è un giorno, scandito dalle ore e seguendo i passi di Danny per la città, sull’onda dei ricordi della vita passata (l’esperienza negativa di Dubai, seguita da quella ancora peggiore del suo ritorno in Sri Lanka dove era stato torturato dalla polizia per uno scambio di persona) e di quella più recente in Australia dove aveva conosciuto (tramite un sito di incontri per vegani) una ragazza vietnamita. Il vecchio telefono che Danny ha in mano, con la batteria tenuta insieme dal nastro adesivo (non può comprare un i-phone non potendo fornire dati), diventa strumento delle sue paure. In seguito ad una telefonata avventata di Danny, l’amante della donna inizia a perseguitarlo con chiamate cercando di allettarlo ad andare a pulire il suo appartamento. Sono chiamate sempre più minacciose e ricattatorie- Danny conosce il numero da fare per le denunce anonime, ma lui, l’amante, conosce quello per segnalare gli irregolari. Vuole sapere che fine fanno quelli come lui, Danny, quando vengono arrestati per essere rispediti a casa? Molti preferiscono suicidarsi…D’altra parte Danny prova più di una volta, o con il suo telefono o con un telefono pubblico, a chiamare la polizia, per mettere giù la cornetta e non dire niente.


    L’attrattiva del romanzo è duplice- nella denuncia, fatta in maniera sempre ironica e quasi giocosa, della discriminazione degli immigrati (dei musulmani si ha paura, ecco perché hanno un trattamento migliore) e delle condizioni di vita lavorando ‘in nero’ (si sa benissimo, però, che la ricchezza dei bianchi australiani si regge su questi lavoratori sfruttati in modo ignobile) e nel quesito etico che va oltre alle circostanze in cui si trova Danny: fino a che punto siamo disposti a mettere a rischio il nostro benessere in nome dell’onestà e dell’integrità?

    Tuttavia il romanzo di Aravind Adiga non convince, e dobbiamo confessare di esserne rimasti delusi, nonostante le forti tematiche, dopo aver molto amato “La tigre bianca” con cui Adiga aveva vinto il Booker Prize 2008 e “L’ultimo uomo nella torre” del 2013. L’inizio è buono, simpatizziamo con il personaggio, ma la narrazione è spesso ripetitiva (purtroppo) e non sembra mai prendere il volo.



domenica 10 ottobre 2021

Subramanian Shankar, “No end to the journey” ed. 2005

                                                      Voci da mondi diversi. India

      romanzo di formazione
     in altre lingue

Subramanian Shankar, “No end to the journey”

Ed. Steerforth Press, pagg. 265, Euro 20,16

 

    Paavalampatti, India del Sud. Lo stesso villaggio che noi lettori italiani abbiamo conosciuto nel romanzo da poco pubblicato in italiano dello stesso autore, “Il fantasma del tamarindo”. La strada che si biforca come una Y dove sorge il tempio, la zona abitata dai bramini e quella, più lontano, dove vivono gli ‘intoccabili’.

     Il sessantacinquenne Gopalakrishnan è tornato da poco a vivere a Paavalampatti per restare vicino alla madre rimasta vedova. Non è stato contento di tornare, dopo aver passato quarant’anni a New Delhi dove aveva un impiego statale. Ogni mattina Gopalakrishnan esce per fare una passeggiata salutare. È un abitudinario. Camminare gli fa bene e concede spazio ai suoi ricordi.

     Questa è una storia di padri e di figli- le donne restano nell’ombra. L’educazione che Gopalakrishnan aveva ricevuto da suo padre era stata molto severa, così come severe erano state le punizioni. Andare a studiare a Madras gli era parsa una liberazione. E a Madras aveva conosciuto Murthy che sarebbe stato il suo grande amico, da imitare, da seguire. Perché Murthy era ambizioso e aveva afferrato al volo l’opportunità di presentarsi per un colloquio e lavorare alla radio, a Delhi. Era stato il primo lungo viaggio di Gopalakrishnan, ci volevano giorni per raggiungere Delhi in treno. E tuttavia, in un’epoca ancora di tempi lunghi, un viaggio era un’esperienza esaltante, un avvicinarsi graduale ad una nuova vita, un tempo di riflessioni.

Delhi

    Avevano girato pagina, lui e Murthy, dopo aver ottenuto il lavoro alla radio. Libertà era abitare in un miniappartamento. Era discutere fino a tardi. Era frequentare nuovi ambienti e conoscere altre persone. La tappa seguente era stato il matrimonio- prima Murthy che aveva anche continuato la sua ascesa come giornalista, poi Gopalakrishnan che aveva accettato di buon grado la sposa scelta per lui dai suoi genitori. E finalmente, dopo anni di attese frustranti, era arrivato un bambino, che però li aveva fatti penare, svogliato a scuola, bravo a giocare a cricket.

      La singolarità del libro di Subramanian Shankar è nel fatto che è un romanzo di formazione ma, e questo non è frequente nei romanzi di crescita, è una formazione che dura tutta la vita- non c’è fine al viaggio, come dice bene il titolo. Si potrebbe pensare che Gopalakrishnan, arrivato all’età della pensione, possa finalmente godersi una vita tranquilla, senza preoccupazioni di soldi. E invece.

Madras

    Se per i primi due terzi del libro Gopalakrishnan è il protagonista assoluto, nel restante terzo del libro succede qualcosa che scombina l’esistenza sua e della moglie. Il figlio Surash arriva a Paavalampatti, all’improvviso, nonostante avesse detto che non sarebbe riuscito a venire per la festa di Diwali (sono tanti gli scorci colorati di feste e usanze che ritroviamo In “No end to the journey”, le pagine dedicate ai preparativi per Diwali ne sono un bell’esempio). Sembrava aver messo la testa a posto, Surash. Lavorava nel ramo degli immobili, insieme ad un amico. Arriva, non parla, non spiega nulla, dorme. I genitori lo giustificano, sarà stanco dopo il viaggio. Poi una telefonata- cercano Suresh, è Gopalakrishnan a rispondere al telefono. E il suo mondo crolla in pezzi. Non c’è mai fine al viaggio, si deve continuamente cercare di comprendere la realtà, si deve mediare, si deve aiutare un figlio anche se è sciagurato.


     Il finale è quanto mai lontano dall’inizio. Sono passati i tempi in cui il padre rappresentava l’autorità assoluta. Sembrano passati anche i tempi dei valori di onestà e integrità. E i due genitori di Surash ci fanno pena. Hanno sbagliato? Dove? Quando?

    C’è il colore dell’India nel romanzo di Subramanian Shankar, ma il contrasto tra diverse generazioni, tra antico e moderno, è lo stesso là, qui e in ogni luogo, così come universali sono le ansie dei genitori, la sensazione di aver mancato in qualcosa di indefinibile e, nello stesso tempo, la disponibilità a correre in aiuto dei figli.

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