Visualizzazione post con etichetta Voci da mondi diversi. Medio Oriente. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Voci da mondi diversi. Medio Oriente. Mostra tutti i post

lunedì 15 aprile 2024

Asmaa Alghoul e Sélim Nassib, “La ribelle di Gaza” ed. 2024

                                    Voci da mondi diversi. Medio Oriente

                                           romanzo autobiografico

Asmaa Alghoul e Sélim Nassib, “La ribelle di Gaza”

Ed. e/o, trad. Alberto Bracci Testasecca, pagg. 201, Euro 15,67

     Mai abbiamo sentito parlare tanto di Gaza come negli ultimi mesi. Gaza, come appare nelle pagine del libro “La ribelle di Gaza”, è una città senza pace, ma non è la città di macerie di adesso. È una città in cui la vita sembra ‘quasi’ normale e che Asmaa Alghoul ama, anche se poi deve allontanarsene. “La ribelle di Gaza” è lei, giornalista palestinese che, nei suoi articoli per il quotidiano Al-Ayam, documenta ‘la corruzione di Al- Fatah e il terrorismo di Hamas’. Nata nel 1982 a Rafah, un campo profughi nel sud della striscia di Gaza confinante con l’Egitto, Asmaa ha sposato un poeta egiziano nel 2003, lo ha seguito ad Abu Dhabi per poi divorziare da lui e ritornare a Gaza con il figlio. Non ha mai avuto paura di denunciare la violazione dei diritti umani, ha preso parte a manifestazioni, ha sfidato le autorità islamiche rifiutando di coprirsi i capelli e sfoggiando un abbigliamento occidentale come i jeans, è stata più volte minacciata e arrestata. Attualmente vive in Francia ed è lì che ha chiesto la collaborazione di Sélim Nassib per scrivere “La ribelle di Gaza”.


    Questo è un romanzo autobiografico scritto a due mani, un libro che racconta, in un linguaggio parlato e molto vivace, della numerosa famiglia di Asmaa, soprattutto di un padre musulmano ‘illuminato’ che ama la letteratura ed è di ampie vedute e di uno zio che è un importante dirigente dei servizi di sicurezza di Hamas. Le tensioni in famiglia sono all’ordine del giorno, proprio come quelle nelle strade di Gaza. Asmaa denuncia a voce alta le violenze e gli estremismi di Fatah e soprattutto di Hamas, ma anche le incursioni israeliane nottetempo, i bombardamenti del 2008-2009 che causarono la morte di 1400 palestinesi. Non può essere considerata che una ribelle, Asmaa Alghoul, perché non accetta la discriminazione femminile imposta da Hamas, respinge l’obbligo di coprirsi il capo e di non avvicinarsi agli uomini neppure per una semplice conversazione, si fa gioco dei guardiani della morale.

   “Da bambini giocavamo molto ad “arabi ed ebrei”, gli uni si nascondevano, gli altri li cercavano. In genere i maschi facevano gli ebrei e noi femmine gli arabi, perché gli ebrei sono più forti e brutali. Nessuno ragionava su cosa volesse dire, non facevamo politica, l’importante era divertirci.”


Inizia così questo libro autobiografico che ci rivela molto della quotidianità in Gaza e che ci piace per la sua immediatezza e per la passione che rivela. Ad iniziare da questo gioco che ci colpisce e ci fa male, perché sostituisce il ‘guardie e ladri’ che tutti noi abbiamo giocato, perché indica una paura recondita che cerca di sfogarsi nel gioco, perché sotto la forma del divertimento mette in scena la guerra continua. Ecco, se c’è una osservazione che farei riguardo a questo libro è che, pur non lesinando- anzi!- le critiche ad Hamas, si dà risalto agli attacchi violenti degli israeliani, senza però fare cenno a quello che li può avere provocati, senza dire se sono stati sferrati come ritorsione ad una impresa di Hamas.

    Tante cose sono cambiate, molto è peggiorato da quando Asmaa Alghoul ha scritto questo libro insieme a Sélim Nassib, ma questo è il documento di una donna che parla in nome della libertà e vale la pena di leggerlo.

Asmaa Alghoul è stata la prima Palestinese a vincere il premio Coraggio nel Giornalismo.



mercoledì 29 luglio 2020

Kemal Yilmaz, “Elefteria di Istanbul” ed. 2020


                                                          Voci da mondi diversi. Turchia
            love story
       la Storia nel romanzo

Kemal Yilmaz, “Elefteria di Istanbul”
Ed. Brioschi, trad. Tina Maraucci, pagg. 204, Euro

  Atene. Fa molto caldo quel 25 luglio 1989 quando viene accompagnata al cimitero la salma di Elefteria. Lascia una sola figlia dal nome romantico, Magnolia, che cerca di farsi forza pensando che sua madre si riunirà all’uomo che amava tanto, il padre che Magnolia non ha mai conosciuto.
    “Elefteria”, dello scrittore turco Kemal Yimaz, è un romanzo che si svolge sul filo del ricordo. Il romanzo di un amore che ha colori drammatici e che vive nella memoria. Di un doppio amore, a dire il vero, per una città e per un uomo che vengono ad essere un tutt’uno nella luce del ricordo che smorza le tinte forti della violenza e del dolore. La bellissima città dei sogni è Istanbul da cui Elefteria è fuggita con la famiglia nel 1955. Suo padre era un dentista e lei, Elefteria, faceva la maestra. Era una donna forte che aveva saputo ricostruirsi una vita ad Atene, guardando avanti per amore della sua bambina, concedendosi uno sguardo indietro solo per raccontare alla figlia del grande amore che l’aveva unita a suo padre, per cantarle la canzone che aveva ispirato il suo nome, per parlarle del tramonto sul Bosforo e dello scintillare delle cupole e delle strade di Istanbul. Elefteria non era più tornata in Turchia, Magnolia non ci era mai stata.

     Uno scrigno in un cassetto, un diario, una lettera della madre scritta in turco spingono Magnolia a prendere un volo per Istanbul accompagnata da un’amica che le farà da interprete- è come se Magnolia avesse bisogno di qualcuno che le faccia da tramite per riappropriarsi del passato, per ricollegare i due mondi, quello che è suo per appartenenza e quello che è diventato suo per esserci nata e cresciuta. Seguirà le orme della madre da giovane, per vedere finalmente dove aveva abitato, per scoprire qualcosa su suo padre.
     C’è uno stacco netto tra la prima e la seconda parte del romanzo, e non solo perché la scena si sposta da Atene a Istanbul. Cambia il colore dell’ambientazione- da una scialba Atene ad una Istanbul di cui avvertiamo perfino i suoni e i profumi-, cambia il tono narrativo- il filo della memoria non è più sottile come quello dei racconti ‘lontani’ di Atene, diventa una corda robusta quando Magnolia incontra le persone che avevano conosciuto sua madre e ricordano l’incendio della casa di suo nonno; il dolore dei giorni di Atene, che era stato un dolore nell’ordine delle cose, per una morte ‘naturale’, impallidisce a fianco del dolore immane, della tragedia difficile da accettare dei fatti lontani ma sempre presenti nella mente del 5 settembre 1955. E qui si apre un capitolo di Storia poco noto, quando i greci residenti in Turchia furono soggetti a violenze di stampo nazionalista e costretti ad abbandonare i loro beni e cercare rifugio in Grecia. Non c’è mai niente di nuovo sotto il sole e i fatti della notte del 5 settembre 1955 a Istanbul quando bande di facinorosi sventrarono le case dei greci, appropriandosi  di tutto quello che poteva essere portato via, scaraventando in strada mobili e oggetti in un’esaltazione distruttrice, ricordano da vicino i pogrom agli ebrei nell’Europa orientale o la notte dei Cristalli in Germania. Perfino il dettaglio delle case marchiate per una veloce identificazione degli abitanti è un déjà-vu.

    La vicenda di Elefteria è racchiusa in quel 5 settembre di violenze e di disconoscimento di vecchi amici e vicini di casa. La perdita dei beni accumulati a fatica durante una vita intera non è più grave di quella dell’amore. Anzi.
 Il finale è esplicativo, dolce-amaro, conciliatorio, in un romanzo che è una pagina di Storia e non solo una comune storia d’amore.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook.
la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it



mercoledì 10 aprile 2019

Ayelet Gundar-Goshen, “Bugiarda” ed. 2019


                                                      Voci da mondi diversi. Israele


Ayelet Gundar-Goshen, “Bugiarda”
Ed. Giuntina, trad. Raffaella Scardi, pagg. 257, Euro 17,00


       “Bugiarda”, ovvero la banalità della menzogna. Forse la primissima bugia era stata quella dei genitori che avevano dato il nome di Nufar alla bimba appena nata. Avrebbe mantenuto la promessa di quel nome che significa ‘ninfea’ e include la bellezza in sé? No, Nufar non era propriamente bella. Non lo era accanto alla sorella minore Maya con cui non poteva assolutamente competere. E non c’è niente di peggio, a diciassette anni, di sentirsi trasparente, di non far parte di nessun gruppo a scuola, di essere stata abbandonata perfino dalla compagna di banco di sempre.
Quando il cantante una volta famoso ed ora sul viale del tramonto entra nella gelateria dove Nufar lavora nelle ore libere e sfoga su di lei la sua frustrazione insultandola con parole offensive e ingiuriose, Nufar abbandona il banco dei gelati e fugge nel cortile sul retro urlando. Si raduna della gente attorno a lei. Arriva la polizia. Che cosa è successo? L’ha molestata, quell’uomo? E’ quello che tutti danno per scontato, in una situazione del genere. Risponde di sì, Nufar? Fa un cenno affermativo con la testa? In quel momento, per lei, le parole crudeli e immotivate dell’ex cantante famoso equivalgono ad uno stupro. E’ fatta. La menzogna farà il suo corso.
Nufar non può neppure immaginare dove la porterà. Da una parte otterrà finalmente l’attenzione che non ha mai avuto- servizi televisivi, campagne contro la violenza sulle donne, il suo viso diventerà noto in tutto il paese, i compagni di scuola la ricolmeranno di attenzioni. Dall’altra parte, a mano a mano che la situazione le sfugge di mano e si profila all’orizzonte una sentenza di cinque anni di prigione per il cantante (che cerca di suicidarsi), Nufar è dilaniata dai sensi di colpa. Prova anche a ritrattare, ma la sovrintendente del corpo di polizia la fraintende, la rassicura, la rimanda a casa. E poi c’è qualcuno che sa, che ha visto che non è successo niente. Uno è Lavì Maimon (eccone un altro con un nome menzognero il cui significato, ‘leoncino’, non si addice affatto al pavido ed esile Lavì) che approfitta di quello che ha visto per ricattare Nufar- ma alla timida Nufar non dispiace essere forzata ad accettare di diventare la sua ragazza. L’altro è un mendicante, finto sordomuto, che si mette a biascicare ‘non è successo’ all’angolo dell’edificio degli uffici della polizia, ma chi dà retta a quest’uomo che vive su una perenne menzogna?

     La banalità della menzogna- pensiamo a queste parole che potrebbero essere il sottotitolo del bel nuovo romanzo della scrittrice israeliana Ayelet Gundar-Goshen. Perché, mentre si ingigantisce, con effetto valanga, la conseguenza della bugia di Nufar, tanti altri episodi minori nella vita di altri personaggi portano alla luce bugie quotidiane di cui è intessuta la vita di ognuno. Dall’anziana Raymonde che resta invischiata in un malinteso, si spaccia per l’amica ormai defunta che era sopravvissuta alla Shoah e parla in sua vece senza essere mai stata internata a Theresienstadt, alla mamma di Nufar che darà il massimo dei voti ad uno studente per non dovergli dire che ha macchiato di caffè il suo compito. Da Levì che dice al padre che va a fare il test di selezione per i corpi speciali e invece passa quei giorni su una spiaggia, al padre di Nufar che giustifica con un ingorgo di traffico il ritardo con cui si presenteranno al corpo di polizia. E altre bugie ancora, disseminate come tanti sassolini lungo il romanzo, come nella nostra vita quotidiana. Più o meno grandi, più o meno nocive o innocue, più o meno coloriture del vero. Non ci facciamo neppure più caso, per lo più vogliamo credere che siano ‘white lies’, che non danneggino nessuno, però sono lì e, a volte, ci costringono a dirne altre. Alzi la mano chi non ha mai mentito.
     “Bugiarda” non è un’apologia della menzogna: il finale, per quanto sbrigativo, parla chiaro.

la scrittrice sarà presente al Salone del Libro di Torino e presenterà "Bugiarda" al Teatro Parenti di Milano il 13 maggio alle h.20

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



lunedì 4 febbraio 2019

Sabahattin Ali, “Madonna col cappotto di pelliccia” ed. 2019


                                           Voci da mondi diversi. Medio Oriente
        love story


Sabahattin Ali, “Madonna col cappotto di pelliccia”
Ed. Fazi, trad. B. La Rosa Salim, pagg. 209, Euro 13,60

    Un breve romanzo dentro un altro breve romanzo- è questa la struttura della “Madonna col cappotto di pelliccia” dello scrittore turco Sabahattin Ali pubblicato e passato quasi inosservato per la prima volta nel 1943.  Ha acquistato fama in tempi recenti, adottato come libro che li rappresentava dagli studenti in protesta a Istanbul nel 2013, è stato stampato in un milione di copie soltanto in Turchia, tanto che allo scrittore è stata dedicata una statua ad Ardino, luogo dove è nato. Eppure, diciamo la verità anche se non è facile andare controcorrente, il romanzo non è eccelso ed è anche piuttosto datato- dobbiamo leggere tra le righe per capire perché sia diventato un vessillo studentesco.
       Inizia negli anni ‘30 ad Ankara. Il protagonista (il narratore numero uno) è rimasto senza lavoro e trova un impiego in una ditta che commercia in legname grazie ad un vecchio compagno di scuola presuntuoso e supponente. Conosce così Raif Effendi, traduttore presso la stessa ditta, un uomo ‘grigio’, in apparenza abulico, indifferente alle prese in giro e alle piccole angherie di cui è succube, spesso ammalato. Il nostro protagonista impara a conoscerlo meglio proprio perché, una volta in cui Raif era assente, deve andare a casa sua per portargli dei documenti da tradurre. Anche in famiglia la personalità di Raif non brilla, schiacciato da moglie, figlie, cognati. Un uomo inesistente. Come si può vivere così? Si vive perché si nasconde un’altra vita segreta, ormai passata senza speranza, ma così ricca da permettere di vivere di ricordi.

     Un taccuino che Raif conservava nello scrittoio in ufficio è la seconda ‘scatola cinese’- cambia il narratore e cambiano tempo e luogo della vicenda. La voce che sentiamo è quella di Raif che scrive il suo diario nel 1933 rievocando fatti avvenuti un decennio prima quando il padre lo aveva mandato a Berlino perché apprendesse la lingua e facesse esperienza di lavoro. Da Ankara a Berlino. Un abisso tra due mondi, due culture, due lingue, due climi diversi. Solitudine. Poi, ad una mostra in un museo, Raif vede un quadro che rappresenta una donna avvolta in un cappotto di pelliccia e ne resta incantato. Anzi, si innamora della donna del quadro- una sorta di sindrome di Stendhal. E’ l’autoritratto di Maria Pruder ed è un giornalista che ha usato per primo la parola ‘Madonna’, trovando una somiglianza tra il viso della donna con la pelliccia e quello della Madonna con Arpie di Andrea Del Sarto. In un incontro casuale per strada Reif riconoscerà la sua Madonna. A voi leggere il resto della storia d’amore con la conclusione nuovamente nel tempo presente e la malattia di Reif Effendi. Malattia che forse è un male di vivere, una rinuncia alla vita, il che spiega pure la sua apatia e il suo disinteresse per tutto e tutti.

    Lo stile narrativo di Sabahattin Ali non è certo vivace, la prima parte ci sprofonda nella monotona e spenta quotidianità della vita dei due impiegati, mentre la seconda accelera un poco in attesa di quello che deve essere un momento cruciale. Eppure Reif Effendi resta un personaggio scialbo, il prototipo del romantico che non è uomo d’azione, in netto contrasto con Maria, decisa, volitiva, anticonvenzionale. E’ in queste sue caratteristiche che possiamo leggere l’ammirazione dei giovani ribelli di Gezi Park, nel suo rifiuto di legami, nel dichiarare che non disdegnerebbe un amore lesbico, nella spavalderia con cui abbina il suo essere pittrice e cantante in un cabaret- Maria non è la donna sottomessa del tipo che il governo turco di estrema destra vorrebbe. Mentre Reif, che legge i romanzieri russi e vede un nuovo mondo spalancarsi davanti a sé, assomiglia a Sabahattin Ali che, come Reif, visse per quasi due anni a Berlino e, al suo ritorno in Turchia, era un uomo diverso, un libero pensatore. Imprigionato con l’accusa di avvelenare le menti degli studenti con idee pericolose, accusato di simpatie sovietiche, finito una seconda volta in prigione, decise di abbandonare la Turchia. La versione ufficiale è che fu ucciso dal ‘passatore’ che doveva portarlo al di là del confine con la Bulgaria. Sembra più probabile, però, che sia morto per le torture che subì in prigione. Un libro di Balzac e uno di Onegin tra i suoi effetti personali.

     Comprendiamo meglio, allora, quell’atmosfera un po’ da sogno, quell’amore idealizzato, che ci sembra irreale e che ci mette un poco a disagio, in “Madonna col cappotto di pelliccia”. Esiste un mondo dove c'è la libertà di parlare e di vivere come più aggrada. E’ in questo che i giovani turchi oppressi dal regime di Erdogan devono e vogliono credere. E’ per questo che amano il romanzo di Sabahattin Ali, nonostante tutto.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook


       
    

sabato 2 febbraio 2019

Yishai Sarid, “Il mostro della memoria” ed. 2019


                                          Voci da mondi diversi. Medio Oriente
           Shoah


Yishai Sarid, “Il mostro della memoria”
Ed. e/o, trad. A. Shomroni, pagg. 144, Euro 15,00

      Scrive una lettera al direttore di Yad Vashem (l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah), il protagonista e voce narrante del libro di Yishai Sarid. Una lettera lunga tutto il libro per raccontare la sua esperienza e la sua trasformazione negli anni di lavoro come guida nei campi di concentramento. Per spiegare come la memoria continuamente rivisitata abbia trasformato lui in un mostro e, nello stesso tempo, come questa stessa memoria, sotto i colpi di maglio della sottocultura del secondo millennio sia diventata essa stessa un mostro che nulla più ha della pietas a cui i milioni di morti hanno diritto.
      Lui, il protagonista, avrebbe voluto intraprendere la carriera diplomatica ma gli è stato impossibile. Aveva vinto un dottorato di ricerca sulla Shoah, poi, per caso, gli era stato chiesto, in qualità di esperto dei campi di concentramento, di fare da guida ad un gruppo. E in seguito erano arrivate altre richieste, aveva dovuto trasferirsi in Polonia, tornando ogni tanto a casa dalla moglie e dal figlio, i tour dei campi erano diventati un lavoro di routine- era un’ottima guida. Se difettava in qualcosa era in una mancanza di calore, di partecipazione. Lui era l’esperto che mostrava dove fossero le baracche, dove le camere a gas, che spiegava che cosa succedeva, le differenze campo per campo, l’orrenda scientificità dell’operazione dello sterminio di massa.
Ma, lentamente e in modo strisciante, è come se il morbo del genocidio avesse infettato pure lui, come se, in una qualche maniera perversa, la mostruosità di quanto è accaduto facesse diventare pure lui un mostro che prova soddisfazione nel descrivere scene raccapriccianti per risvegliare un maggiore interesse da parte di quei gruppi di studenti che hanno sempre l’occhio fisso sul cellulare, trasformando la memoria stessa in un mostro spaventoso- come suggerisce l’ambiguità stessa del titolo che si presta ad una interpretazione duplice. Il progressivo deterioramento della personalità del narratore culminerà, a livello inconsapevole, in una allucinazione di fiamme e di voci e- su un altro piano, lucido e più orrendo- nel suo prestare  consulenza per l’elaborazione di un video gioco ispirato allo sterminio. Perché viviamo in un mondo in cui domina la legge del mercato, tutto è buono per fare soldi, non c’è più niente di sacro, neppure la memoria dei morti. E a noi sembra di leggere una versione moderna della “Modest proposal” di Swift con la sua ironia selvaggia. La reazione del protagonista davanti alla perfezione visiva di questo video gioco in cui il giocatore può anche simulare di tirare fuori i cadaveri dalle camere a gas è in bilico fra l’orrore suscitato da quello che vede e l’ammirazione per l’accuratezza del gioco che lui stesso ha partecipato a realizzare. E sono anche gli stessi sentimenti tra cui si divide la sua mente quando pensa ai nazisti e si pone la domanda, perché non riusciamo ad odiare i tedeschi?
Perché- e la rivelazione della risposta che gli si prospetta è paralizzante- alla fin fine non si può non ammirare i tedeschi per la determinazione e l’accuratezza con cui hanno portato a termine quello che si erano prefissi. Perfino il loro aspetto- l’eleganza delle divise, l’occhio ceruleo, la finezza dei lineamenti- suscita ammirazione, anche in una persona malvagia come lo era il famigerato Heydrich. Si può negare, ma è così, e il nostro narratore lo dimostra mostrando una foto del gerarca privato di segni distintivi e chiedendo agli studenti di un gruppo quali sentimenti quell’uomo suscitava in loro.

     “Il mostro della memoria” è un libro da leggere. Perché l’autore non ha timore di mostrarci che cosa stiamo facendo alla memoria, come questa venga sfruttata, banalizzata, svuotata del suo doloroso contenuto, ridotta ad un oggetto di mercato, come tanti, così come il Giorno della Memoria viene fatto diventare come una delle tante feste ‘comandate’- san Valentino, Halloween, della mamma, del papà e chi più ne ha più ne metta. E la memoria che doveva riunirci in un silenzio di cordoglio diventa un oltraggio a tutte le vittime.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



domenica 16 dicembre 2018

Abraham Yehoshua, “Il tunnel” ed. 2018


                                                    Voci da mondi diversi. Medio Oriente


Abraham Yehoshua, “Il tunnel”
Ed. Einaudi, trad. A. Shomroni, pagg. 344, Euro 20,00

        “-Allora ricapitolando,- dice il neurologo.
       -Sì, ricapitolando,- sussurra la coppia.
     - I disturbi non sono del tutto inventati. Abbiamo veramente rilevato un’atrofia del lobo frontale, che potrebbe suggerire una lieve degenerazione neuronale.”

E’ il timore- più che il timore, l’incubo di chiunque non sia più giovane- il sentirsi fare questa diagnosi. Il dover fronteggiare il decadimento delle proprie capacità intellettive, arrivare al punto di non saper riconoscere chi ci è caro, la moglie, il marito, i figli, di non ricordarsi neppure il proprio nome. Chi siamo, che cosa resta di noi e della nostra identità se si spegne la luce sul nostro passato? E non solo sul passato.
    Il nuovo romanzo del grande scrittore israeliano Abraham Yehoshua inizia con la scena di Zvi Luria e la moglie che ascoltano le parole del medico. Zvi, settantatre anni, in pensione da cinque dopo aver lavorato a progettare strade e autostrade per l’ente Percorsi di Israele, non aveva badato ad alcune smemoratezze. Poi era successo che aveva preso il bambino sbagliato all’uscita dall’asilo, invece del proprio nipotino. Sì, è vero che il bambino che gli aveva dato fiduciosamente la manina era in cerca di un nonno che non aveva e lo aveva trovato in lui, ma ugualmente…Ecco perché gli accertamenti. Seguiti dai consigli del medico di combattere la malattia, di far funzionare il cervello, di continuare far l’amore con sua moglie. Il suggerimento della moglie è di trovarsi un lavoro di consulenza, dopotutto ha un’esperienza non da poco come costruttore di strade. E il caso fa sì che il figlio di un ex collega non veda niente di strano nell’accettare la sua proposta di collaborazione: sta lavorando ad un progetto per costruire una strada segreta attraverso il deserto del Negev. Sarebbe una bella sfida per Zvi che ha sempre lavorato nel Nord del paese. Ed è proprio Zvi a suggerire, invece di spianare una collina su cui ci sono dei resti nabatei, di scavare un tunnel che potrebbe anche rendere più facile il controllo della strada. E risolverebbe anche l’altro problema- non danneggiare tre palestinesi (padre e due figli) che, per una strana situazione vivono lì senza carta di identità, non più palestinesi ma neppure israeliani.

     Questo è un libro della piena maturità dello scrittore che esplora il tema della malattia- quella mentale di Zvi e quella fisica (un tumore al pancreas) dell’ex collega padre dell’ingegnere che accetta la collaborazione di Zvi. Perché è inutile girarci intorno: se non si muore giovani (e purtroppo non è così poco comune in un paese sempre sull’orlo della guerra come è Israele), saranno il cancro o l’Alzheimer a mettere fine alla nostra vita. E Abraham Yehoshua diventa interprete delle nostre paure cercando di scherzarci sopra, suggerendo strategie per ingannare la malattia, per rallentare, se possibile, il suo inesorabile progredire. C’è ironia macabra nella scena in cui Zvi si fa tatuare sul braccio il numero dell’antifurto dell’automobile- un numero tatuato ha sempre identificato un ebreo che è stato internato nei lager nazisti, con Zvi il numero della morte diventa il numero della salvezza insieme ad altri accorgimenti, come appuntarsi su un taccuino dove abbia parcheggiato la macchina o avere due cellulari con sé.
Il cratere di Ramon nel Negev
C’è altro ancora nel romanzo di Yehoshua. C’è un filone politico nella trama secondaria dei tre palestinesi senza identità- e il tunnel del titolo acquista un valore metaforico-, ci sono le frequenti frecciate alla corruzione che non risparmia Israele, si accenna con rimpianto ai grandi leader come Ben Gurion e Rabin, e poi c’è l’amore. L’ho lasciato per ultimo perché il legame d’amore tra Zvi e la moglie è dolcissimo e commovente. E’ l’amore che salva il mondo o, se non il mondo, può salvare Zvi. Ed è il più bel messaggio che lo scrittore possa inviare alla sua Ika, morta due anni fa. Un intero romanzo con la dedica iniziale, Alla mia Ika. Infinito amore.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



domenica 15 luglio 2018

Dunya Mikhail, “Le regine rubate del Sinjar” ed. 2018


                                                       Voci da mondi diversi. Medio Oriente
            Storia
           testimonianze


Dunya Mikhail, “Le regine rubate del Sinjar”
Ed. Nutrimenti, trad. Elena Chiti, pagg. 229, Euro 13,60

      Il Sinjar è una cittadina ai piedi di un monte con lo stesso nome al confine tra Iraq e Siria. Una montagna dà sempre l’idea di un’ascesa difficile, di un ostacolo, oppure del suo opposto, di un luogo dove si può trovare un nascondiglio e la salvezza dopo un’ardua ascesa. Fuggono verso il Sinjar gli yazidi perseguitati da Daesh. E precisiamo subito che gli yazidi sono una tribù di origine curda con lingua e religione propria- definiti infedeli dai militanti dell’Isis, questi si ritengono in diritto di perseguitarli, di rapire le loro donne considerate prostitute di Satana e quindi degne solo di diventare schiave sessuali. Quanto al termine Daesh, anche questo, come Isis, è un acronimo e significa “Stato Islamico dell’Iran e del Levante”, ma ha un’accezione dispregiativa perché somigliante ad un termine arabo che significa ‘portatore di discordia’.

      Il romanzo della poetessa irachena Dunya Mikhail è una sorta di reportage, un documento importante che raccoglie le testimonianze delle donne yazide rapite, violate, ridotte a merce di scambio eppure assurte alla dignità di regine a cui viene restituita l’importanza di essere donna al di là di tutto- come le api regine che sono le madri della maggior parte degli esemplari di un alveare, come le api da cui dipende l’intera vita umana (ricordo, a proposito, il bel libro di Maja Lunde, “Storia delle api”). E’ un apicoltore, Abdullah, che fa da intermediario tra Dunya Mikhail e le donne yazide. E’ lui che finora ha allevato api e venduto il miele da una parte all’altra del confine e che adesso ha fatto del salvataggio delle regine lo scopo della sua vita. Può farlo grazie ai suoi contatti e alla sua conoscenza capillare dei luoghi. D’altra parte le vicende della sua famiglia sono inestricabili da quelle delle altre famiglie yazide le cui porte sono state marchiate da Daesh con la lettera nun- e vengono i brividi a pensare ad altre porte, contrassegnate con altri segni, in epoca nazista, a come sia impossibile imparare dalla Storia e fermare il Male.

     “In futuro, quando la gente leggerà la nostra storia, penserà forse che siano racconti di fantasia. Invece è la nostra realtà di oggi, che sembra fantasia.” Sono una fantasia dell’orrore questi racconti, uno dopo l’altro, simili uno all’altro, raccontati da Nadia, dalla bambina Nazik, dalla donna che dà voce all’altra che è sordomuta, da un’altra e poi un’altra e un’altra ancora. Parlano di fughe, di uomini e vecchie e bambini separati dalle donne, da esecuzioni sul bordo delle fosse che diventeranno tombe di massa (spettri di altri ricordi), di donne vendute, donne che fingono di essere incinte, donne violentate, donne che riescono in qualche modo a scappare dalle grinfie di Daesh. C’è ancora gente buona che le aiuta e le nasconde, gente che presta loro il telefono per contattare qualcuno (è interessante il ruolo importantissimo dei cellulari in questo genocidio), c’è Abdullah, infine, che organizza, manda automobili, si presta in ogni modo possibile.

    Non è facile organizzare tanto materiale in un romanzo. Dunya Mikhail ci riesce mettendo al centro il personaggio di Abdullah, l’uomo giusto dei nostri tempi, l’eroe generoso che agisce senza attendere ricompensa, sullo sfondo quanto avviene a Mosul, dove sono proibite le sigarette, gli anticoncezionali e la musica (‘che inferno deve essere abitare a Mosul’), e intrecciando le storie delle ‘regine del Sinjar’ con la sua storia personale dell’esilio, con immagini colorate come quella dei narcisi che rifioriscono con il sole e “forse il Kurdistan è un narciso appassito per un po’, solo per un po’’,  con i versi che illuminano le scene drammatiche, come quella della ragazza che, ritornata finalmente a casa, ha trovato il suo amore sposato con un’altra: E’ scoppiato il vestito,/ sparge fiori al vento,/ scaglia colori in alto come i fuochi della festa,/ e invece non fa rumore/ non fa nessun rumore.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook



mercoledì 21 marzo 2018

Savyon Liebrecht, "Le donne di mio padre" Intervista 2008


                                       Voci da mondi diversi. Medio Oriente


Quando, anni fa, avevamo letto “Prove d’amore”, il primo romanzo della scrittrice israeliana Savyon Liebrecht, ci aveva colpito l’originalità della storia- l’amore ‘a tempo’ di due persone che si conoscono andando a far visita ai rispettivi genitori in una clinica geriatrica. Leggendo in seguito i suoi libri di racconti, “Mele dal deserto”, “Donne da un catalogo” e “Un buon posto per la notte”, avevamo ammirato l’eleganza, la sensibilità e la discrezione del suo modo di narrare. Sono tutte qualità che abbiamo ritrovato in quest’ultimo romanzo appena pubblicato dalla e/o, di cui abbiamo parlato con la scrittrice durante la Fiera del Libro di Torino.

Questo è il primo romanzo dopo “Prove d’amore”. In mezzo ci sono raccolte di racconti: trovo sempre affascinante osservare come uno scrittore riesca a passare dai racconti ai romanzi. Come le è venuta l’idea per questo romanzo e come ha saputo che era l’idea per un romanzo e non per un racconto?
      Penso di essere, prima di tutto, una scrittrice di racconti. Infatti entrambi i miei romanzi all’inizio erano dei racconti. In questo caso l’idea era quella di un ragazzo che passa da una casa all’altra con il padre, era sul tempo passato insieme, di padre e figlio senza casa, alla ricerca di un tetto per la notte. Questo è il cuore del romanzo. Poi è venuta la domanda- dov’è la madre? E da una domanda ne nasce un’altra, e le domande sono diventate risposte sempre più lunghe e il racconto è diventato un romanzo.


I due personaggi principali sono due uomini: ha trovato difficile scrivere del dongiovanni Aharon Rosenberg?
    No, per niente. Penso che la domanda se sia difficile scrivere con una consapevolezza di uomo o di donna, se a farlo è uno scrittore del sesso contrario, sia irrilevante: è lo stesso, non fa differenza. Dipende da quanto si va in profondità, perché nel profondo la psiche di un uomo e di una donna si incontrano. La differenza è nel comportamento esterno dei gesti, ma il cuore è lo stesso. Una volta che ho delle informazioni sui protagonisti, non ho nessun problema. I bisogni e i desideri umani fondamentali sono gli stessi, non c’è una divisione così netta.

A proposito di Aharon Rosenberg, ci piacerebbe sapere quale è la storia che ha dietro di sé, che cosa c’è nel suo passato che lo porta in maniera così forte verso le donne. Potrebbe essere il soggetto di un altro romanzo?
Quello che avevo in mente per Abraham era un sopravvissuto dell’Olocausto, un bambino che a suo tempo non ha avuto abbastanza amore e così continua a cercare amore. La sua è stata un’infanzia non realizzata, il bambino che è in lui non si è sviluppato, si comporta in maniera irresponsabile. Ci sono dei momenti in cui il ragazzo sembra più adulto del padre.


La letteratura ebraica è spesso sulla memoria. Anche questo è un libro sulla memoria, anche se di tipo diverso. Si può sempre manipolare la memoria, come qualunque altro processo mentale?
   Sì, ho letto molti libri su come la gente ricorda o dimentica le cose, e poi qualcosa fa loro tornare in mente tutto. Si dice che se qualcuno nasconde un tesoro mentre è ubriaco, se lo vuole ritrovare è meglio che si ubriachi di nuovo, perché non lo troverà mai da sobrio. Come posso applicare questo al mio libro? Il bambino è cresciuto, non si può ritornare all’infanzia. Quando però ritorna sul posto, allora i sensi funzionano, quello che vede, gli odori che fiuta lo fanno ricordare. Negli Stati Uniti doveva iniziare una nuova vita, proprio come i sopravvissuti dell’Olocausto e non poteva permettersi di ricordare, doveva rimuovere la memoria.

La memoria della Shoah che deve essere mantenuta ad ogni costo, anche a quello della manipolazione: i suoi genitori sono sopravvissuti all’Olocausto, le hanno mai parlato dei ricordi del tempo prima, durante e dopo la guerra?
    So che ci sono dei sopravvissuti che parlano della loro infanzia prima della guerra. I miei genitori parlavano solo di dopo che si sono incontrati. Dopo la guerra mio padre ha trovato un lavoro e ha affittato una casa da dei tedeschi che avevano perso il figlio in guerra. E’ straordinario: io sono nata in Germania e, quando siamo andati a vivere in Israele, i miei hanno continuato a corrispondere con queste persone; io li chiamavo “Oma” e “Opa”, nonno e nonna. Non ho mai saputo se i miei genitori avessero dei fratelli e delle sorelle. Eppure esiste un silenzio che trasmette delle informazioni. Scopro di sapere delle cose che non mi sono mai state dette. Ad esempio, che mio padre era già stato sposato e aveva avuto un bambino- lo sapevo, lo avevo capito da una fotografia…


Il personaggio più toccante del libro è Berel, il sopravvissuto. Il ragazzino, e poi il giovane uomo che diventa, è molto affezionato a lui: che cosa hanno in comune?
    Penso che lo riconosca come il debole, in un certo senso sono entrambi vittime della loro situazione. Si assomigliano nella loro vulnerabilità, nel fatto che sono emarginati, Berel nella società e il bambino fra gli altri bambini.

La madre resta piuttosto fuori della scena: come mai?
  E’ americana e gli americani non hanno mai sperimentato niente di così terribile come l’Olocausto. L’America è un mondo così diverso. Gli ebrei americani sono dell’alta borghesia, non riescono a capire. Lei è cattiva nei confronti di Berel, è una ragazza viziata che ad un certo punto crede di vivere in un sogno e poi la sua vita viene spezzata.

La bellissima poesia che termina il libro è intesa per farci cambiare idea su Aharon?
    E’ un po’ come le domande su quale sia la verità: che cosa è successo in quella stanza? Aharon ha ucciso l’attrice? Oppure si è suicidata? O l’ha uccisa sua sorella? E così anche la poesia dedicata da Aharon alla moglie, che viene però letta anche dall’altra donna: è l’enigma della vita stessa.

l'intervista e la precedente recensione sono state pubblicate su www.wuz.it





lunedì 19 marzo 2018

Savyon Liebrecht, “Le donne di mio padre” ed. 2008


                                                      Voci da mondi diversi. Medio Oriente
                  Shoah


Savyon Liebrecht, “Le donne di mio padre”
Ed. e/o, trad. Alessandra Shomroni, pagg. 252, Euro 18,00

Titolo originale: HaNshim shel Aba

  Un secondo ricordo lo colpì come uno schiaffo: lui, suo padre e una donna sconosciuta dormivano nell’unico letto di un monolocale. La donna da una parte, suo padre in mezzo e lui di spalle, senza muovere un muscolo, immobile anche quando il materasso cominciò a ballare come se ci fosse un terremoto.

      Meir Rosenberg ha trent’anni quando la madre gli dice che il padre, che Meir credeva morto, è vivo. Che ha passato più di diciotto anni in prigione. Che è molto ammalato e che verrà in America a farsi curare. Come può reagire un giovane uomo ad una notizia del genere, che sconvolge il suo presente e fa riaffiorare un passato che aveva volutamente dimenticato? Sbattendosi la porta alle spalle e scendendo di corsa le scale, scordando che c’è l’ascensore. Fuggendo dai ricordi che da questo momento lo assilleranno, inarrestabili.
    “Le donne di mio padre” della scrittrice israeliana Savyon Liebrecht è un libro di ricordi che il lettore non riuscirà a dimenticare, un romanzo sul rapporto di un padre con il figlio e di come i comportamenti del padre abbiano influenzato quelli del figlio, una storia di un duplice viaggio- di Meir, bambino di sette anni, che viene messo su un aereo che da Tel Aviv lo porta a raggiungere la madre a New York, e di Meir trentenne che ritorna in Israele per incontrare il padre. E se, come ha detto un grande scrittore, la vita è una detective story, anche quella di Meir è un’indagine con un risvolto poliziesco. Perché, sulle tracce del passato, non è solo la personalità del padre che Meir vuole ricostruire, ma anche che cosa sia successo nella stanza di cui ricorda solo una grande macchia rossa su un lenzuolo.

     Esiste una verità? O la verità ha molte facce e ognuno ha la propria verità, così come ognuno ha la propria versione dei ricordi? Il fascino di questo libro è in parte anche in questo- nel procedere accumulando immagini del passato, a volte frammenti minuti, a volte quadri più ampi. Mettendo a confronto i ricordi di Meir con quelli del padre che, ogni tanto, sembra voler manipolare la memoria del figlio. Perché chi era in realtà Aharon Rosenberg, arrivato in Israele dalla Polonia attraverso la Russia, scampato all’Olocausto? Soltanto il vecchio Berel, che vedeva la Gestapo nella polizia israeliana, aveva conosciuto l’ Aharon di prima della guerra; a Tel Aviv il padre di Meir era un poeta squattrinato, un giornalista occasionale, l’uomo aitante che aveva sposato una ricca turista americana. Quando questa era andata a trovare il padre ammalato nel Connecticut, Aharon Rosenberg era stato sfrattato perché non era in grado di pagare l’affitto. E aveva avuto inizio il suo peregrinare con Meir. Ecco: è incredibile quanto lunghi possano essere cinque brevi mesi, 150 notti passate- in quante case diverse?
La tecnica del fascinoso Aharon è sempre la stessa: si aggira intorno al caffè degli intellettuali, o nelle sale da ballo, o dove possa fare degli incontri; adocchia una donna, la avvicina, la corteggia, si fa invitare a casa sua. Dopo essersi accertato che le piacciano i bambini, perché Meir lo segue ovunque, ascolta quello che un bambino non dovrebbe sentire, vede quello che non dovrebbe vedere. A volte dorme nello stesso letto dove i due gemono facendo sesso. O non dorme e si tappa le orecchie, nascondendo la testa sotto il cuscino. Era per mettere un tetto sulla testa del figlio che Aharon aveva elaborato questa strategia? O perché non poteva fare a meno delle donne, come dirà molto tempo dopo, parlando degli anni in prigione? E che cosa era successo nella casa delle due sorelle, dove si erano fermati più a lungo?
     E’ raro trovare un libro in cui la trama sia, dopotutto, esile eppure così ricca e piena, con dei personaggi a cui continuiamo a pensare anche dopo aver terminato la lettura. Perché questo è un romanzo che ha l’ambiguità della vita stessa e, quando crediamo di aver capito tutto di Aharon Rosenberg, arriviamo all’ultima sezione del libro, aspettandoci altre rivelazioni. Invece troviamo una sola pagina, con una poesia scritta da Aharon in carcere. Bellissima. E il nostro giudizio viene capovolto.

la recensione e l'intervista che segue sono state pubblicate su www.wuz.it