Tolkien non era ancora stato tradotto in italiano. L'attore che impersona Frodo sul grande schermo non era ancora nato. Leggevo in inglese "Il signore degli anelli", c'era un temporale, era saltata la luce. Ricordo di avere acceso una candela ed aver proseguito la lettura: per me quell'immagine- io che leggo a lume di candela- è diventata il simbolo della mia passione. Io leggo, sempre, ovunque. E amo parlare di libri, per farli amare dagli altri.
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mercoledì 7 marzo 2018
giovedì 26 gennaio 2017
venerdì 1 aprile 2016
Imre Kertész
in memoria
E' morto ieri, 31 marzo 2016, a Budapest, Imre Kertész, premio Nobel per la letteratura 2002. Era nato il 9 novembre 1929, sempre a Budapest, in una famiglia ebraica. Deportato prima ad Auschwitz nel 1944 e poi a Buchenwald, sopravvisse ai campi di sterminio. Incominciò a lavorare come giornalista nel 1948. Il suo primo e più famoso romanzo, "Essere senza destino", descrive l'esperienza di un ragazzo quindicenne nei campi di concentramento. Solo dopo il crollo del Muro di Berlino Imre Kertész è stato riconosciuto come un grande scrittore in patria e all'estero.
Dedico a lui la recensione del suo libro "Liquidazione", scritta e pubblicata online nel 2005.
Imre Kertész, “Liquidazione” ed. 2005
Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
premio Nobel
il libro ritrovato
Imre Kertész, “Liquidazione”
Ed. Feltrinelli, Trad. A.
Sciacovelli, pagg. 115, Euro 5,61
E’ possibile vivere dopo
Auschwitz? O almeno sopravvivere nella deformazione della sopravvivenza che
è stato questo mezzo secolo dopo Auschwitz? E’ questo l’interrogativo del nuovo
romanzo dello scrittore ungherese Imre Kertész, insignito del Premio Nobel nel 2002, “Liquidazione”. Due i personaggi principali del romanzo
anche se uno, il redattore letterario di nome Keseru, finisce dentro la storia
dell’altro, lo scrittore B., si ritrova a vivere nelle sue parole come un
parassita, al posto di lui, B., che si è suicidato. Il nome Keseru significa “colui che vive nell’amarezza”, e B.- B. è senza nome, B. è un numero tatuato sull’esterno di una coscia,
è un’anomalia del destino, un essere senza destino (come il titolo del primo
romanzo di Kertész) in quanto sopravvissuto ad Auschwitz essendoci nato: non
c’era spazio per il tatuaggio di un numero sul braccino di un neonato, ecco
perché B. portava il suo marchio sulla coscia. E’ comprensibile che B., dunque,
pensi che il Male sia il principio della
vita e che il Bene possa essere operato solo al prezzo del sacrificio della
vita di chi lo opera. E’ per questo che si suicida B.?
E’ per capirlo che Keseru cerca il manoscritto di un
romanzo di B., dopo aver trovato tra le sue carte la commedia intitolata
“Liquidazione”. Uno dei personaggi della commedia è lo stesso Keseru, descritto
mentre compie le azioni che aveva effettivamente compiuto la mattina che era
entrato in redazione con il fascio di cartelle sottobraccio, una delle quali
conteneva proprio la commedia “Liquidazione”. E il tentativo di comprendere i
motivi del suicidio di B. prosegue con ricordi
degli altri redattori (quando giocavano al lager-poker, B. aveva sempre la
fiche vincente, perché il punteggio era in base al “valore” del campo di
concentramento in cui si era vissuti e Auschwitz è imbattibile), quelli della donna che è stata l’amante
di B. e ne ha trovato il cadavere (che significato poteva avere quel “Grazie
del sogno” che le aveva lasciato scritto?), quelli della moglie Judit, che si era separata da B. per risposarsi con un
uomo da cui aveva avuto due figli.
E’ Judit che ha trovato il manoscritto del
romanzo che Keseru cerca e lo ha bruciato,
e nel romanzo c’era la storia di una
coppia in cui la donna, figlia di due sopravvissuti ad Auschwitz, cercava
di rivivere Auschwitz a Budapest con il marito, pure lui un sopravvissuto. Lei
desiderava un bambino, lui non le perdonava questo desiderio di vita e la
spingeva quasi al suicidio- per poi uccidersi lui. Ma questa è la storia di B., l’uomo che voleva cogliere
Auschwitz nella propria vita di tutti i giorni, registrare su se stesso la
forza distruttrice, la costrizione della sopravvivenza, il meccanismo di
adattamento di Auschwitz. E la “liquidazione” del titolo, che già aveva alluso
alla liquidazione del mondo in cui
Keseru aveva vissuto, della casa editrice e anche del comunismo, diventa la liquidazione della vita di B. nella
liquidazione grandiosamente malvagia del genocidio. Un libro duro, “amaro” come il nome del protagonista, che ci risveglia
il ricordo dei “Sommersi e i salvati” del nostro Primo Levi.lunedì 7 marzo 2016
Festa della donna 8 marzo 2016
Festa della donna
Non mi piace la festa della donna. E' una ricorrenza superficiale e priva di significato. Si risolve per lo più nel mazzettino di mimose regalato alle donne- è così facile, ti viene praticamente messo in mano in cambio di qualche euro, e tutto finisce lì. Purtroppo... Però le mimose mi piacciono (gli alberi). A febbraio la collina accanto al mio cimitero di mare si inonda di giallo. E' una vista che mi rallegra. Dedico il libro di Gilbert Sinoué, "Le storie d'amore che hanno cambiato il mondo" al giorno della donna.
lunedì 5 ottobre 2015
Henning Mankell
In memoria
Ieri, 5 ottobre, è morto Henning Mankell. Aveva 67 anni. Un anno fa ci aveva fatto sapere della sua malattia. A breve leggeremo il suo ultimo scritto sulla sua ultima battaglia- non più contro il Male nella società e nel mondo, ma contro il male che divorava il suo corpo. Si intitola "Sabbie mobili", un titolo perfetto per rendere l'idea dell'impotenza della sua lotta.
Henning Mankell ci mancherà. Ci mancherà lo scrittore e ci mancherà l'uomo- che in lui erano la stessa cosa perché trasferiva su pagina la sua passione di giustizia, sempre coerente con le sue idee.
Su questo blog i post con le recensioni dei suoi libri sono archiviati nel 2014. Ho sugli scaffali un paio di libri che non ho fatto a tempo a leggere a suo tempo, lo farò adesso. In memoria.
Ieri, 5 ottobre, è morto Henning Mankell. Aveva 67 anni. Un anno fa ci aveva fatto sapere della sua malattia. A breve leggeremo il suo ultimo scritto sulla sua ultima battaglia- non più contro il Male nella società e nel mondo, ma contro il male che divorava il suo corpo. Si intitola "Sabbie mobili", un titolo perfetto per rendere l'idea dell'impotenza della sua lotta.
Henning Mankell ci mancherà. Ci mancherà lo scrittore e ci mancherà l'uomo- che in lui erano la stessa cosa perché trasferiva su pagina la sua passione di giustizia, sempre coerente con le sue idee.
Su questo blog i post con le recensioni dei suoi libri sono archiviati nel 2014. Ho sugli scaffali un paio di libri che non ho fatto a tempo a leggere a suo tempo, lo farò adesso. In memoria.
lunedì 26 gennaio 2015
27 gennaio 2015- Giorno della Memoria
Il 27 gennaio 1945 i soldati dell'Armata Rossa sovietica entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, liberandolo. Nel campo erano rimasti 7000 sopravvissuti, per lo più malati e moribondi. Nei giorni precedenti circa 60000 prigionieri erano stati costretti a marciare verso ovest, più di 15000 morirono stremati o uccisi in quella marcia della morte.
A seguito di una risoluzione delle Nazioni Unite del 2005 oggi si celebra il Giorno della Memoria in ricordo delle vittime dell'Olocausto.
lunedì 14 luglio 2014
Addio a Nadine Gordimer. 20 novembre 1923- 13 luglio 2014
ricorrenze
premio Nobel
Qualche mese fa, con grande dignità, Nadine Gordimer aveva detto che avrebbe smesso di scrivere: aveva un tumore al pancreas. Ieri, 13 luglio, è morta. Una grande donna e una grande scrittrice ci ha lasciato. I suoi libri la faranno vivere per sempre.
Incontro con Nadine Gordimer- 2001
ricorrenze
INCONTRO CON NADINE GORDIMER, premio Nobel 1991
Signora Gordimer, vorremmo sentire le sue considerazioni
su questi dodici giorni a Stoccolma.
E’ stato un anniversario anche per me:
sono 10 anni da quando ho ricevuto il Premio Nobel. Il numero delle persone
presenti e la grandiosità delle celebrazioni sono stati di gran lunga maggiori
di allora. Noi, Premi Nobel per la letteratura, in numero di gran lunga
inferiore agli scienziati, ci sentivamo ignoranti, consci della frattura fra
scienze e letteratura, anche se alcuni argomenti, come le teorie sul genoma, la
possibilità di clonare l’essere umano, sono preoccupazioni che riguardano tutta
l’umanità. Si aveva la sensazione che il mondo fosse cambiato, dopo l’11 di
settembre, molto di più che in tutti i 100 anni passati. Quando si pensa a
quanto è successo, c’è un solo avvenimento che possa sostenerne il paragone, ed
è l’esplosione della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. La differenza è che
allora i due paesi erano apertamente in guerra, mentre l’attacco alle Torri
Gemelle è avvenuto all’improvviso, “out of the blue”, in un giorno di sole: è
stato un attacco simbolico al potere dell’ America, alla sicurezza
dell’invincibilità americana.
Naipaul è un grande scrittore, ma dubito
che si possa affermare, come lui fa, che la sua opera non ha una valenza
politica. Günther Grass ed io non potevamo accettare né che la sua posizione
fosse possibile, né che fosse vera. Molti dei suoi scritti sono autobiografici,
lui stesso ha raccontato che i suoi nonni giunsero a Trinidad dall’India per
lavorare nei campi di zucchero. In molti libri di Naipaul è presente il tema
dell’anticolonialismo, non in maniera didattica, ma nel sentimento di sentirsi
sempre uno straniero dove si è, perché non si appartiene a quel posto. La
politica ci influenza sempre, influenza il nostro modo di pensare e di
crescere.
Per me c’è una distinzione semplice: il
nazismo non ha concluso niente di buono, sì, forse Mussolini ha costruito delle belle strade qui
da voi. E’ vero che il comunismo ha commesso tremendi crimini contro l’umanità,
ma ha lasciato anche delle idee che sono filtrate in profondità giungendo alla
sinistra moderata e ai progressisti. In Sud Africa non avremmo avuto la libertà,
se non ci fosse stato il movimento del Nazionalismo Nero in cui si erano
trasferiti gli ideali comunisti.
Io mi domando: che cosa fate se siete
americani e subite un attacco come quello delle Torri Gemelle? Però mi domando
anche: è giusto entrare in guerra, uccidere persone innocenti, quando si cerca
un solo uomo? Non ho risposte, mi sento impotente, ma penso che l’ America non
potesse fare altro che reagire, anche se non ho molta fiducia in quello che gli
americani hanno ottenuto in Afghanistan. Non penso che governerà un’alleanza
democratica. L’uso della forza indiscriminata non è la risposta giusta. Le
Nazioni Unite hanno avuto dei fallimenti, ma anche dei successi. Vorrei
precisare che non faccio parte delle Nazioni Unite, ma del Programma di
Sviluppo delle Nazioni Unite, che si interessa di aiutare i paesi in via di
sviluppo. La globalizzazione dovrebbe rendere omogeneo il mondo – come avrebbe
dovuto farlo il comunismo -, dovrebbe portare un certo grado di uguaglianza fra
gli usi delle risorse del mondo. Ma è un concetto molto astratto, è inutile
pensare di portare ovunque il beneficio della tecnologia digitale, in luoghi,
per esempio, dove manca anche l’elettricità. Penso che alla base di tutti i
nostri problemi ci sia la differenza fra i ricchi e i poveri: basta pensare che
il 20% di 25 milioni di americani guadagna di più del 43% dell’intera
popolazione mondiale. Una cifra impressionante.
Questa è una definizione troppo precisa:
l’Apartheid era basato sul colore della pelle. Ma condivido questa
preoccupazione. Includerei anche, come forma di razzismo, l’intolleranza
religiosa, il fondamentalismo, perché si riduce spesso al colore del viso.
L’inglese è la mia lingua, il mio
strumento di lavoro, ma mi preoccupa che qualunque lingua possa assumere un
ruolo dominante. Mi domando se il fenomeno sia associato al potere politico.
D’altra parte in Sud Africa sarebbe impossibile pubblicare qualcosa, se non
fosse scritto in inglese, perché abbiamo 11 lingue diverse. Penso però che ci
debba essere una maggiore cooperazione tra gli editori per finanziare le
traduzioni.
Mi ha sorpreso che la questione
dell’Aids non sia stata sollevata a Stoccolma. L’Africa è il paese con il
maggior numero di persone affette dall’Aids. E’ una nuova peste e può
contagiare il mondo intero. La realtà è che, se si hanno i soldi, ci si può
curare, se si è poveri, si muore. In Africa, come eredità del regime coloniale,
c’è stata una reazione molto lenta alla situazione della diffusione dell’Aids.
Il problema è duplice: da una parte non possiamo produrre medicinali perché
sono protetti dalle leggi di proprietà intellettuale e dall’altra il nostro
presidente, un uomo eccellente, di grande cultura e saggezza, tende ad essere
scettico riguardo all’HIV come causa dell’Aids. Questo non vuol dire che metta
un freno ai programmi di educazione, ma manca il suo appoggio e questo ha un
cattivo effetto psicologico sulla popolazione.
In un certo senso il mio libro tratta di
un tema molto attuale perché il personaggio principale è un giovane arabo che è
un immigrante clandestino e lavora in un garage a Johannesburg. Si tocca
l’enorme problema dell’immigrazione che riguarda tutti i paesi. Il Sudafrica è
il paese più ricco del continente africano ed è circondato da paesi
poverissimi. Prima, durante l’Apartheid, le frontiere erano chiuse, ma, da
quando sono state aperte, arriva un flusso continuo di immigrati, e non solo
africani, ma anche dall’Asia. Non abbiamo nulla da dare loro, non abbiamo né
case, né assistenza medica, né lavoro sufficiente, eppure continuano ad
entrare. Il mio protagonista arabo, Abdul, lavora illegalmente in un’ officina
meccanica e conosce per caso una donna bianca di una famiglia benestante
sudafricana, perché lei ha bisogno di far riparare la macchina. Pensavo che
avrei scritto una storia d’amore fra due persone di ambienti diversi,
dell’attrazione fisica, dei sacrifici e delle bugie che l’amore può richiedere.
Poi mi sono resa conto che l’argomento principale è diventato il problema
dell’immigrazione, del trovarsi in un luogo illegalmente, del dover rinunciare
a tutto, anche alla propria lingua, per vivere in un paese in cui si è sempre
uno straniero. Dopo l’11 di settembre ho pensato, chissà, se il mio Abdul non
fosse emigrato in Sudafrica, sarebbe potuto diventare un talebano?
Libri di Nadine Gordimer
pubblicati da Feltrinelli:
Un mondo di stranieri (1961)
Qualcosa là fuori (1984)
Occasione d’amore (1984)
Un ospite d’onore (1985)
Una forza della natura (1987)
Il mondo tardoborghese (1989)
Vivere nell’interregno (1990)
Luglio (1991)
Storia di mio figlio (1991)
La figlia di Burger (1992)
Il salto (1992)
Nessuno al mio fianco (1994)
Scrivere ed essere (1996)
Un’arma in casa (1998)
Vivere nella speranza e nella
storia (1999)
venerdì 6 giugno 2014
Tanis Rideout, "Ti scriverò dai confini del cielo" ed. 2014- 8 giugno 1924- morte di George Mallory e di Sandy Irvine
ricorrenze
fresco di lettura
Tanis Rideout, “Ti scriverò dai confini del cielo”
Ed. Piemme, trad. A. Rusconi,
pagg, 417, Euro 15,72
Titolo originale: Above All Things
Perché. Ecco che cosa volevano sapere tutti. O almeno quanti non erano mai
stati su una montagna in vita loro. Ma lui non era mai riuscito a spiegarlo
bene. Che poi, cosa c’era da spiegare? Era l’estetica della scalata, l’attrazione
irresistibile di ciò che sta oltre l’orizzonte tanto vicino. Il puro piacere di
aprire una via, di superare una parete, di far fare al proprio corpo
esattamente quello che serviva nel momento in cui serviva. Ma era anche altro. Il
senso di dominio che si provava in vetta. La supremazia.
I cinesi lo chiamano Qomolangma, i nepalesi
Sagaramatha: ‘madre dell’universo’ per i primi, ‘dio del cielo’ per i secondi.
Perché il Monte Everest (per noi deve il nome a Sir George Everest che per anni
fu responsabile dei geografi britannici in India), la cima più alta del mondo
con i suoi 8848 metri, ha qualcosa di ultraterreno nella sua imponenza, nella
sua imperturbabilità rocciosa che sembra voler tenere gli uomini a distanza.
Non per nulla le leggende locali parlano di demoni che difendono la montagna,
che impediscono a chiunque di avvicinarsi troppo- forse c’è perfino qualcosa di
vero, forse i demoni esistono e sono le allucinazioni dovute alla mancanza di
ossigenazione ad alta quota: è il fantastico che spiega la realtà.
L’8 giugno 1924 George Mallory moriva, nel terzo tentativo di
raggiungere la vetta- il novantesimo anniversario della fine della sua impresa
ricorre a giorni. Mallory aveva quasi 38 anni, a casa, in Inghilterra, lo
attendeva la moglie Ruth e i loro tre bambini. Insieme a Mallory moriva anche
Sandy Irvine, di appena 22 anni. Il primo maggio 1999 il corpo di Mallory è
stato ritrovato, è del 2010 la notizia che forse è stato avvistato quello di
Irvine. Resta aperto l’interrogativo se George Mallory abbia raggiunto o no la
vetta, se abbia preceduto il neozelandese Edmund Hillary che conquistò
l’Everest nel 1953 insieme allo sherpa Tenzing Norgay. Il libro- veramente
molto bello- della canadese Tanis Rideout, “Ti scriverò dai confini del cielo”,
ricostruisce i mesi della terza
spedizione di George Mallory basandosi su una ricerca accurata e sullo scambio
di lettere tra George e Ruth. Perché qui è la bellezza del libro, la
compiutezza con cui Tanis Rideout rende vivi i due protagonisti: le narrative
sono due, in un perfetto equilibrio di maschile e femminile, di yin e di yang,
e tendono a due mete lontanissime in ogni senso tra di loro, la vetta
dell’Everest e la cena in casa di Ruth.
![]() |
| George e Ruth |
I
titoli dei capitoli dell’entusiasmante impresa sono le tappe dell’ascesa,
l’altezza raggiunta (incominciamo a rabbrividire dai 5000 in poi, il nostro
Monte Bianco è alto 4810 metri) e il numero che contrassegna i campi di sosta.
I capitoli della giornata di Ruth sono invece marcati dalle ore, ad
iniziare dall’alba, fino a sera. I mesi e i giorni di George, lenti a passare
come sono lenti i passi negli scarponi chiodati quando l’aria si fa vieppiù
rarefatta, e le lente ore che colano nell’unico giorno di Ruth che- noi lo
sappiamo, lei no- è anche l’ultimo di vita di George. Le difficoltà della
spedizione, i dettagli sull’attrezzatura (incredibile, come si potesse anche
solo pensare di resistere a quelle temperature, con abiti, scarpe, guanti e
copricapo che oggi ci paiono ridicoli), il carattere dei partecipanti, i
ricordi che ci aiutano a conoscere George (l’amore a prima vista per Ruth, i
bambini, una storia passeggera a New York) e il giovane Sandy (sua madre si era
opposta alla sua partenza, lui aveva un’amante), le discussioni se si possano
usare le bombole di ossigeno o se sia contro lo spirito ‘sportivo’. La giornata
di Ruth ci fa pensare a quella di Mrs. Dalloway ed è un richiamo magistrale,
perché il Bloomsbury Group, con Virginia Woolf e la sorella, con James e Lytton
Strachey, entra nella narrazione, fa parte del passato di George Mallory. I
problemi quotidiani che una donna deve affrontare- le domestiche, la casa, la
cena, i bambini e le loro lezioni di francese- a fianco delle mete ambiziose
degli uomini. Gli uomini possono partire e scalare l’Everest perché le donne
sono lì ad aspettarli e a coltivare il loro ricordo nei figli (penso ad un altro
bel libro, “La moglie dell’aviatore”, di Melanie Benjamin, che è la storia d'amore di
un grande uomo e della donna coraggiosa vicino a lui).
![]() |
| Mallory è il secondo da sinistra e Irvine il primo, sempre da sinistra |
La tensione nel libro è fortissima. Conosciamo già la fine, eppure
speriamo che succeda qualcosa (in un romanzo può succedere di tutto, no?) che
però sappiamo non succederà. E la presenza della morte è in tutte le pagine del
libro- nei flash back della guerra che è, forse, uno dei motivi a spingere
George alla conquista, nella valanga che ha ucciso sette portatori nella spedizione
del 1922, nell’annegamento del piccolo portatore sordo, nello sherpa che muore
sotto gli occhi di un inorridito e impotente Sandy Irvine. Intanto a Cambridge
Ruth compera i fiori e la stoffa per una camicina per la figlia maggiore, cerca
di non farsi divorare dall’ansia, di accettare di essere solo una parte della
vita del marito, scacciando l’oscura premonizione che le rallenta il cuore,
come se anche a lei mancasse l’ossigeno.
Un libro da leggere, per chi ama la montagna, per chi è pronto all’avventura,
per quelli a cui piacciono anche le storie d’amore, per chi vuole un romanzo
‘pulito’, come le nevi dell’Everest.
la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it
martedì 3 giugno 2014
Protesta di Piazza Tienanmen- 4 giugno 1989
Ricorrenze
Un giorno. Un paese
Voci da mondi diversi. Cina
Si concludeva il 4 giugno 1989, venticinque anni fa, la protesta di piazza Tienanmen, una serie di dimostrazioni iniziate il 15 di aprile e guidate da studenti, intellettuali e operai nella Repubblica Popolare Cinese. Si concludeva nel sangue e l'immagine dello studente sconosciuto che, solo e disarmato, si para davanti alla colonna di carri armati è rimasta il simbolo della rivolta.
Per ricordare quel momento di lotta contro la tirannia ho scelto lo scrittore Ma Jian che ho intervistato nel 2009 in occasione della presentazione del suo libro "Pechino in coma" a Milano.
Un giorno. Un paese
Voci da mondi diversi. Cina
Si concludeva il 4 giugno 1989, venticinque anni fa, la protesta di piazza Tienanmen, una serie di dimostrazioni iniziate il 15 di aprile e guidate da studenti, intellettuali e operai nella Repubblica Popolare Cinese. Si concludeva nel sangue e l'immagine dello studente sconosciuto che, solo e disarmato, si para davanti alla colonna di carri armati è rimasta il simbolo della rivolta.
Per ricordare quel momento di lotta contro la tirannia ho scelto lo scrittore Ma Jian che ho intervistato nel 2009 in occasione della presentazione del suo libro "Pechino in coma" a Milano.
domenica 1 giugno 2014
Festa della Repubblica 2 giugno
Ricorrenze
Un giorno. Un paese
Il 2-3 giugno 1946 si tenne in Italia il referendum con cui gli italiani venivano chiamati alle urne per scegliere la forma di governo. Dopo 85 anni di regno, l'Italia diventò Repubblica e i sovrani di casa Savoia furono mandati in esilio.
Per festeggiare questo giorno ho scelto due scrittori italiani di cui ho apprezzato moltissimo i libri (e si sa quanto io sia parca di lodi nei confronti della narrativa italiana): Antonio Pennacchi, vincitore del premio Strega nel 2010 con "Canale Mussolini" e Melania Mazzucco, vincitrice del premio Strega nel 2003 con "Vita".
martedì 27 maggio 2014
Esmahan Aykol- musica per un libro- I Giovani ad Istanbul cantano Bella Ciao 2013
Voci da mondi diversi. Medio Oriente
ricorrenze
Un anno fa, ai primi di giugno, scoppiava la rivolta dei giovani di piazza Taksim, a Istanbul. Mi trovavo là, li ho visti sfilare cantando. Avevo un appuntamento con la scrittrice Esmahan Aykol in un bar vicino alla piazza.
Quest'anno le notizie dalla Turchia sono ancora in prima pagina per una tragedia sul lavoro, la morte di centinaia di minatori intrappolati, e di nuovo si è alzata la protesta.
Pubblicherò le recensioni dei libri di alcuni scrittori turchi, Esmahan Aykol e Mehmet Somer (autori di 'gialli'), Elif Shafack e poi, naturalmente, Ohran Pamuk che ha vinto il Nobel nel 2006.
Esmahan Aykol- Intervista a Istanbul- giugno 2013
Voci da mondi diversi. Medio Oriente
INTERVISTA
A ESMAHAN AYKOL
Hanno la
faccia allegra, questi ragazzi carichi di entusiasmo giovanile che sfilano in
corteo per Istiklal Caddesi, a Istanbul. Come se andassero a fare un pic nic in
piazza Taksim e non a sfidare gli idranti della polizia. Se non fosse per le
bandiere che sventolano, se non fosse perché cantano “Bella ciao” (ed è
stranamente emozionante sentire la canzone dei nostri partigiani in turco), se
non fosse che indossano tutti magliettine nere (è l’ordine del giorno, ci dirà
poi Esmahan Aykol, magliette nere contro il fascismo), se non fosse per
quest’atmosfera leggermente sessantottina, faremmo fatica ad immaginare che
questo è il quarto giorno di quella che era iniziata come una manifestazione di
protesta per la distruzione di una zona verde ed è diventata uno scontro con le
forze dell’ordine in una ribellione contro un regime sempre meno democratico.
D’altronde le prove sono ovunque: nelle scritte sui muri (solerti operai le stanno grattando via), nei vetri infranti delle vetrine (alcuni negozi stanno già provvedendo alla sostituzione). E il fatto che non si veda passare il mitico tram rosso tanto amato dal regista Özpetek è un segnale che forse la calma non è ancora tornata in piazza Taksim.
D’altronde le prove sono ovunque: nelle scritte sui muri (solerti operai le stanno grattando via), nei vetri infranti delle vetrine (alcuni negozi stanno già provvedendo alla sostituzione). E il fatto che non si veda passare il mitico tram rosso tanto amato dal regista Özpetek è un segnale che forse la calma non è ancora tornata in piazza Taksim.
L’appuntamento con Esmahan Aykol, la
scrittrice di cui la casa editrice Sellerio ha pubblicato tre romanzi con la
protagonista Kati Hirschel, simpaticissima libraia che si improvvisa detective,
è in un caffé su Istiklal Caddesi, non lontano da piazza Taksim, e ho temuto di
non riuscire ad arrivare. Oggi, lunedì 3 giugno, è un giorno pieno di canti e
di slogan e di braccia alzate, ma due giorni fa, quando sono salita per la
prima volta a piazza Taksim come turista, l’atmosfera era ben diversa. Non mi
ero insospettita per il fatto che la funicolare fosse ferma- pensavo ad un
guasto, come da noi è normale, come la scala mobile alla fermata metropolitana
di Porta Venezia che non funziona dal settembre dello scorso anno. Avevo visto
sulla CNN la manifestazione di venerdì 31 maggio, ma pensavo fosse finita.
Poi sono apparse le prime persone con una mascherina sul naso e sulla bocca. ‘Come i giapponesi a Milano’, ho pensato. Poi, per fortuna, due studenti universitari, individuandomi immediatamente come una turista sprovveduta, mi hanno fermato, consigliandomi di tornare indietro. “Spero che sarà tutto finito domani”, ho detto inavvertitamente. “Speriamo di no”, mi ha risposto la ragazza, aggiungendo con orgoglio, “Questa è la rivoluzione turca!”.
Poi sono apparse le prime persone con una mascherina sul naso e sulla bocca. ‘Come i giapponesi a Milano’, ho pensato. Poi, per fortuna, due studenti universitari, individuandomi immediatamente come una turista sprovveduta, mi hanno fermato, consigliandomi di tornare indietro. “Spero che sarà tutto finito domani”, ho detto inavvertitamente. “Speriamo di no”, mi ha risposto la ragazza, aggiungendo con orgoglio, “Questa è la rivoluzione turca!”.
Ne parliamo con Esmahan Aykol, prendendo lo
spunto dai suoi libri.
So che il suo prossimo romanzo, in corso di traduzione in Germania, si
intitola “Tango Istanbul” e ha a che fare con la corruzione nell’ambiente dei
mezzi di comunicazione in Turchia. E’ un argomento quanto mai attuale, a
giudicare dai disordini di piazza Taksim di questi giorni. Perché il punto di
partenza della manifestazione- la protesta contro la costruzione di un centro
commerciale in un’area verde- è solo come la punta di un iceberg, c’è molto di
più al di sotto, vero?
Esattamente.
Già c’erano state delle manifestazioni per rivendicare il diritto di parola,
per protestare contro l’imbavagliamento dei media, contro il fermo di alcuni
giornalisti. Ora, nei primi tre giorni di questa ‘rivoluzione di piazza Taksim’,
non è apparsa nessuna notizia sui disordini, né sui giornali, né attraverso i
canali televisivi. Non se ne è parlato affatto. La televisione ha continuato a
trasmettere documentari sui pinguini. E’ questo il punto della protesta, contro
un governo autoritario.
Ho visto tanti ragazzi giovani in corteo, alcuni giovanissimi.
E’ vero, ci sono tanti universitari ma
anche tantissimi liceali. E poi ci sono tantissime donne giovani che aderiscono
a questa manifestazione in cui- così era l’accordo per oggi- tutti indossano
una maglietta nera per protestare contro il fascismo. E ci sono tante ragazze
perché sono loro ad essere le più oppresse nei paesi conservatori. Quindi sì,
la protesta non è solo per gli
alberi che devono essere abbattuti per fare un centro commerciale, I giovani
gridano contro l’oppressione.
![]() |
| piazza Taksim |
Spero che potremo riparlare di “Tango Istanbul” quando uscirà la traduzione italiana. Intanto mi piacerebbe confrontarmi con Lei su qualcosa che ho osservato rileggendo i suoi tre romanzi. Mi è parso che il primo, “Hotel Bosforo”, sia diverso dagli altri due, che sia più tradizionale, che ci sia un minor coinvolgimento nei problemi vivi del paese. In “Appartamento a Istanbul” e in “Divorzio alla turca” la trama gialla ha qualcosa a che fare con la realtà nera della Turchia, gli appalti, la corruzione, l’inquinamento. Mi chiedevo se fosse sua intenzione fare qualcosa come si sono proposti di fare i maestri del giallo svedese, Maj Sjöwall e Per Walöö, con la serie dei dieci romanzi con il commissario Beck, una sorta di indagine sui mali della società del loro tempo.
E’ vero. Il mio primo romanzo, “Hotel Bosforo” era un romanzo sulla
rabbia, un libro personale sulla vendetta. Ero io a volermi vendicare dei
tedeschi perché mi sono sentita discriminata quando sono andata a studiare in
Germania, nei primi anni che ho vissuto lì. E volevo che il libro fosse
tradotto in tedesco perché era sull’essere straniero e sentirsi diverso perché
ti facevano sentire diverso: ecco, ho scritto come ci si sente, rovesciando la
situazione con il personaggio di Kati, una tedesca che vive a Istanbul, che
dice di essere straniera dappertutto- considerata un’ebrea in Germania e una
tedesca a Istanbul.
In
un certo senso il mio primo libro era più internazionale, i personaggi erano
internazionali. I due libri seguenti sono, invece, con personaggi locali, sono
più sulla Turchia e sulla politica turca e la vita sociale turca, perché la
vita sociale non può escludere la politica: se scrivi romanzi sulla vita
sociale non puoi non parlare di politica. I due romanzi sono quadri della
società turca nel tempo in cui sono stati scritti.
Creare una protagonista tedesca che,
però, vive a Istanbul, Le ha dato
un’opportunità migliore per vedere la società turca da un altro punto di vista?
Andare in Germania è stata per me una grande opportunità. Ho avuto la possibilità di vedere la società turca da un punto di vista esterno, è stato un cambiamento di prospettiva radicale. E’ stata una sensazione strana, quella di sentirsi turca per la prima volta, perché naturalmente non ci si può sentire turchi in mezzo ai turchi.
Andare in Germania è stata per me una grande opportunità. Ho avuto la possibilità di vedere la società turca da un punto di vista esterno, è stato un cambiamento di prospettiva radicale. E’ stata una sensazione strana, quella di sentirsi turca per la prima volta, perché naturalmente non ci si può sentire turchi in mezzo ai turchi.
Non pensa che sarebbe stato lo stesso anche
per un italiano, sentirsi discriminato in mezzo ai tedeschi? Gli italiani non
godono di una buona reputazione in Germania.
Ma no! Non è vero! (Esmahan Aykol sorride) Gli uomini italiani sono
molto apprezzati dalle donne tedesche, glielo assicuro!
Istanbul è una città con un piede in
Occidente ed uno in Oriente. Nei giorni che ho passato qui ho sentito tutto il
fascino di questo doppio volto di Istanbul. Tra un quartiere e l’altro ci sono
differenze sconcertanti. Mi pare che il personaggio di Kati Hirschel, la
ragazza tedesca che ama questa città, tanto da averla scelta per viverci,
riassuma in un certo senso le due facce di Istanbul.
A
dire il vero, io vedo soprattutto l’aspetto orientale di Istanbul, non vedo
quello occidentale. E’ del tutto orientale se paragonata ad Ankara o a Smirne.
E poi dieci anni fa era molto più affascinante: sono state fatte tante opere di
restauro in malo modo. Hanno trasformato la moschea di Solimano in qualcosa di
disneyano. Si continuano a fare cose mal fatte: il terzo ponte attualmnte in
costruzione sul Bosforo, ad esempio. A che cosa serve un terzo ponte nei tempi
in cui viviamo? Verranno abbattuti chissà quanti alberi e non servirà a
snellire il traffico. Sarebbe stato meglio costruire un tunnel sotto il
Bosforo. E costruiranno anche l’aeroporto più grande del mondo: scherziamo? A
che cosa ci serve l’aeroporto più grande del mondo?
Anche Lei si divide tra due mondi, come Kati, come questa città. Che cosa le manca di Istanbul quando vive a Berlino e che cosa le manca, invece, di Berlino quando si trova qui?
In Germania sento la mancanza dei miei amici di Istanbul. A Berlino
ho una carissima amica che però è così impegnata nel lavoro che non riesco
quasi a vederla. E però mi manca quando sono a Istanbul. A Berlino vado per
essere sola, per lavorare, per leggere. Istanbul è caotica e ogni tanto ho
bisogno di fuggire. Di Berlino mi manca la tranquillità e la qualità della
vita- ad esempio, a Berlino si può andare ovunque con i mezzi pubblici, c’è
molto meno traffico. D’altra parte ci sono anche molti meno abitanti.
![]() |
| Berlino. Unter den Linden |
La voce di Kati nei romanzi è così vivace e
spontanea che è inevitabile, per il lettore, identificarla con Lei. Assomiglia
a Lei, Kati Hirschel?
No,
Kati non è come me. Forse è, per alcune cose, come io vorrei essere. A Kati
invidio l’essere socievole, affettuosa, generosa. Io non sono così, lei è il
mio doppio. Non condividiamo neppure gli stessi gusti: a me non piace il té
verde che beve Kati. Però neppure a me piace il raki, come non piace a Kati.
Nel nuovo romanzo ci sarà un cambiamento: Kati inizia a bere raki in “Tango
Istanbul”.
In “Appartamento a Istanbul” un personaggio appartiene ad un partito religioso: quanto è importante qui la religione? L’integralismo religioso può essere un pericolo?
No,
non penso che l’integralismo costituisca un pericolo, gli islamici sono nel
governo, dopotutto. E sì, la maggior parte dei musulmani di Istanbul è
religiosa osservante e tradizionalista- infatti il numero delle donne per le
strade è inferiore a quello degli uomini e quasi tutte portano il velo.
Un’ultima domanda ‘letteraria’: secondo
Lei, gli scritti di Orhan Pamuk rappresentano
bene l’essenza turca, o l’anima turca? Voglio dire, sono veramente
‘turchi’ i suoi romanzi?
Se
devo essere sincera, la risposta è no, non penso che i romanzi di Pamuk
esprimano al meglio l’essere turchi. Nel conferimento del Nobel a Orhan Pamuk
ha avuto un certo peso la sua presa di posizione a favore degli armeni e dei
curdi nei confronti dei quali il nostro governo ha sempre negato di avere delle
colpe. A mio parere, il più grande scrittore turco contemporaneo è Yaser Kamal,
l’autore di “Mehmet il Falco”.
mercoledì 14 maggio 2014
Musica per la Palestina- Rim Banna - Seasons of Violet
Ricorrenze
Un giorno. Un paese.
Voci da Mondi diversi. Medio Oriente
Il giorno che segnava il trionfo degli israeliani nel maggio del 1948 segnava anche il lutto per il popolo palestinese, l'inizio- o il proseguimento- di una guerra senza fine. E' il giorno della Nakba, la Catastrofe. Lo ricordo con la cantante Rim Banna che ha composto lei stessa canzoni molto belle che parlano della sofferenza del suo popolo. Purtroppo ho letto un solo libro scritto da un'autrice palestinese, Susan Abulhawa, e pubblicato in due tempi diversi con due titoli diversi. Alla recensione di quello aggiungerò un romanzo di genere, scritto da un giornalista inglese e ambientato in Palestina.
Susan Abulhawa, "Nel segno di David"
Un giorno. Un paese
Voci da mondi diversi. Medio Oriente.
il libro ritrovato
il libro ritrovato
Susan Abulhawa, “Nel segno di David”
Ed. Sperling & Kupfer, trad.
Claudia Lionetti, pagg. 365, Euro 17,00
Titolo originale, The Scar of David
Con la conquista israeliana della
Palestina nel 1967 non potemmo più tornare a Gerusalemme. Non ci era permesso.
Durante il primo giorno di occupazione Israele demolì tutti i circa duecento
antichi palazzi del quartiere marocchino, dando alle centinaia di residenti
poche ore di preavviso per evacuare le loro case, le loro vite, la loro storia.
Suo padre glielo ripeteva sempre, che l’avevano chiamata Amal, con la a
lunga, perché così acquistava il significato al plurale: voleva dire
“speranze”, tutte le speranze che erano necessarie ai palestinesi per
continuare a voler vivere. Si chiama Amal la protagonista che- ad un certo
punto- diventa la voce narrante del romanzo “Nel segno di David” della
scrittrice palestinese Susan Abulhawa. In realtà il titolo originale è “La
cicatrice di David”, perché il fratellino di Amal, rapito da un israeliano per
essere “regalato” alla moglie sterile, aveva una cicatrice sul viso e verrà
riconosciuto da quella cicatrice quasi vent’anni dopo, durante la guerra dei
sei giorni, dal fratello maggiore. Mentre lui neppure sa di essere arabo, di
essersi chiamato Ibrahim prima che i nuovi genitori gli dessero il nome di
David, di trovarsi davanti ad un nemico che è in realtà suo fratello. E allora
il segno di quella vecchia ferita diventa qualcosa di più di un marchio di
riconoscimento, è la cicatrice mai rimarginata di tutta una nazione, è una
linea di frontiera che una volta non esisteva, sarà un muro eretto come un
recinto.
“La storia la scrivono i vincitori”, è una
frase citata da Goering a Norimberga, e fa un effetto strano riferirla in
questo contesto in cui i vincitori appartengono al popolo che i nazisti avevano
progettato di sterminare. La
Storia dei vincitori- gli Israeliani- parla di una terra
promessa da cui sono stati espropriati ma loro di diritto, unica garanzia di
vita dopo i pogrom, le uccisioni di massa e i forni che li hanno spinti a
lasciare l’Europa. La Storia
dei vinti- i palestinesi- parla del primo grande sopruso di aver dovuto
abbandonare, nel 1948, le case e la terra in cui vivevano da un tempo di cui si
è persa la memoria, di essere stati sospinti come bestiame nei campi profughi,
con scene di violenza che sono pari a quelle di stampo nazista. La Storia contenuta nei libri
cita il trattato di Balfour che ha creato le premesse per mezzo secolo di
guerre e guerriglie.
Il libro di Susan Abulhawa racconta la
storia dei vinti attraverso quella della famiglia di Amal, con due grandi scene
di apocalittica violenza che segnano i due climax del romanzo: la prima è nel
1948, quando la famiglia di Amal deve lasciare Ein Hod, fondata da un generale
dell’esercito di Saladino nel 1189, e culmina nel rapimento del bambino; la
seconda è nel 2002, quando gli israeliani distrussero Jenin, il campo profughi
che era cresciuto a dismisura in mezzo secolo di “provvisorietà”. Covo di
terroristi, secondo Israele, ma la rappresaglia operata, che non fa distinzione
tra attivisti, vecchi, donne e bambini, è di infausta memoria.
E’ un romanzo composito, “Il segno di
David” di Susan Abulhawa, a tratti romanzo storico e a tratti saga famigliare.
C’è un tono nostalgico nella rievocazione di un passato dorato e scomparso, una
vena sentimentale nelle storie d’amore della protagonista, del fratello,
dell’amica, una indignazione che unisce la rabbia al dolore nel racconto di
fatti che non sono stati riferiti in maniera corretta dai media. Ed è sempre
opportuno leggere la storia nella versione dei vinti, ascoltare un’altra voce.
la recensione è stata pubblicata su www.alice.it, devo però aggiungere che in seguito il romanzo di Susan Abulhawa è stato rivisto dall'autrice e ripubblicato dalla casa editrice Feltrinelli con il titolo "Ogni mattina a Jenin".
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| Susan Abulhaw |
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