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martedì 9 aprile 2024

Paul Lynch, “Il canto del profeta” ed. 2024

                      Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                                    distopia

      Booker Prize 2023

Paul Lynch, “Il canto del profeta”

Ed. 66thand2nd, trad. Riccardo Duranti, pagg. 288, Euro 17,10

 

    Dublino. La famiglia Stack, padre, madre, quattro figli. Lei, Eilish, è una scienziata e ha appena ripreso il lavoro dopo il congedo per maternità. Il marito è un sindacalista. Il figlio maggiore ha sedici anni, poi c’è una ragazzina di 14, un altro maschietto di 12 e il neonato.

   È già buio quando bussano alla porta. Sono due uomini che vogliono interrogare Larry, il marito. Si sta preparando una manifestazione a sostegno degli insegnanti che chiedono un aumento di stipendio. L’atmosfera è intimidatoria- il nuovo governo di estrema destra della repubblica irlandese non tollererà né proteste né scioperi. Gli Stack pensano che siano minacce vuote anche se c’è una certa inquietudine che gira, riguardo alle posizioni estremiste del partito di Alleanza Nazionale.

Già questa scena di apertura ci introduce ad uno scenario fin troppo noto- da sempre, da sempre, c’è da temere quando uomini del potere bussano di notte alla porta di una casa. Succede sempre di notte, come se si volessero cancellare le tracce. E anche tutto quello che succede dopo ci è noto, da quanto è successo in altri paesi e in altri tempi. Come dire che non c’è mai niente di nuovo sotto il sole.


    La manifestazione si tiene, Larry viene arrestato, Larry scompare. A nulla serve ingaggiare un avvocato. A nulla serve cercare di rassicurarsi pensando che è impossibile che nella verde Irlanda succedano queste cose. Diamine, è un paese democratico, i cittadini hanno dei diritti, c’è l’habeas corpus. C’è  l’habeas corpus? È una situazione di emergenza, si giustifica il governo imponendo il coprifuoco.

   Molti se ne sono già andati, hanno chiuso la casa e hanno fatto fagotto. La sorella di Eilish vive in Canada, è da tempo che la incita a raggiungerla con marito e figli, almeno con i figli, adesso. E le ricorda che la storia è piena di gente che ha indugiato, pensando ‘non è possibile’. Non è possibile che si arrivi al peggio, non è possibile andarsene adesso (e se Larry tornasse e non trovasse nessuno?), non è possibile per Eilish abbandonare suo padre che dà segni di demenza.

    C’è un crescendo di buio nell’aria. Un costante peggiorare della situazione. Il figlio maggiore viene arruolato (ma come? ha appena compiuto 17 anni) e poi scompare (si è unito ai ribelli?), non c’è più l’elettricità, gli scaffali dei negozi sono vuoti, dai rubinetti scende acqua, si intensificano gli scontri tra forze governative e ribelli, aumentano i posti di blocco. È guerra.

    Che ne sarà della famiglia Stack? Che cosa dovranno sopportare prima di riuscire a prendere decisioni sofferte, pericolose, faticose?


     “Il canto del profeta” (vincitore del Booker Prize 2023) è un romanzo distopico, il partito che è dietro questa prospettiva di un futuro possibile non è lo stesso del “1984” di Orwell, ma i metodi, però, sono gli stessi (con l’aggiornamento delle nuove tecnologie), le scene descritte ci fanno pensare alla Germania nazista, all’Argentina dei ‘desaparecidos’. E se abbiamo una sensazione di irrealtà, se anche noi ci diciamo ‘non è possibile’, è perché il romanzo è ambientato in Irlanda che, nell’immaginario collettivo, dopo la fine dei ‘troubles’, è l’isola di smeraldo dove la gente è cordiale, beve birra nelle strade, canta canzoni folk. Le barricate nelle strade e i cecchini possono risvegliare in noi i ricordi di quella che fu, in definitiva, una guerra civile- quel tempo ormai è lontano e, paradossalmente, è proprio nell’Ulster che gli irlandesi della repubblica possono trovare la salvezza.

    Si legge bene, “Il canto del profeta”, ma non possiamo non avvertire un che di ‘già letto’.






 

 

 

 

 

martedì 16 novembre 2021

Damon Galgut, “L’impostore” ed. 2009

                                                           Voci da mondi diversi. Africa


Damon Galgut, “L’impostore”

Ed. Guanda, trad. Silvia Piraccini, pagg.248, Euro 16,00

 

     Non c’è dubbio su chi sia l’impostore, nel nuovo romanzo dello scrittore sudafricano Damon Galgut: il protagonista Adam Napier, un uomo sulla quarantina che vede sbriciolarsi la vita che ha condotto finora. Ha perso il posto di lavoro per le nuove politiche di pari opportunità del dopo-apartheid; ha perso pure la casa a Johannesburg, non potendo pagare le rate alla banca; si ritrova ospite del fratello a Città del Capo e accetta l’offerta di relegarsi a vivere in una casupola di questi, in un villaggio a otto ore dalla capitale. Da questo momento in poi, tutta la vita di Napier diventerà un’impostura, ad iniziare dalla sua stessa identità: dice di essere un poeta, che questo è quello che fa- scrivere poesie. E invece non è vero, pare che il fallimento della sua esistenza lo abbia portato ad una paralisi su tutti i fronti: incapace di scrivere, incapace di passare all’azione ed estirpare le erbacce che hanno invaso in maniera oscena il giardino di quella che è diventata la sua casa. Ma naturalmente la peggiore impostura sarà in seguito, dopo l’incontro casuale con Canning, suo compagno di scuola negli anni dell’infanzia. E ai danni di Canning. Eppure, mentre ci inoltriamo nella lettura, ci viene prima il sospetto, poi la certezza, che Napier non sia il solo impostore. Che non sia l’unico che abbia qualcosa da nascondere, che conduca due vite. E c’è ben altro in ballo che non una relazione adulterina di amore-sesso, dietro le falsità degli altri.


     Ritorniamo all’inizio del romanzo, mentre Adam Napier segue con la sua auto quella del fratello verso la sua nuova abitazione, nel paesino di Karoo. Siamo nel mezzo del nulla, strada deserta, c’è uno svincolo, Adam rallenta ma non si ferma. Un poliziotto sbuca da dietro l’unico albero e gli fa la multa. Ma è assurdo! Bene: o paga mille rand di multa (più altri mille per la patente scaduta) o ne dà duecento in tasca al poliziotto e tanti saluti. Adam pagherà la multa. E’ un piccolo episodio importante che contiene in nuce la tematica del libro: una minaccia occulta, un personaggio che cela un’altra faccia dietro la sua identità ufficiale, la corruzione. Il romanzo di Damon Galgut pullula di personaggi che non sono solo quello che appaiono: il vicino di casa di Adam (perché mai teme che Adam sia stato mandato per ucciderlo?); il sindaco nero che insiste perché Adam ripulisca il giardino e seghi due alberi; l’altera e bellissima moglie di colore di Canning (faceva la puttana); l’enigmatico Genov e gli altri uomini di potere che si aggirano intorno a Canning (mafia russa?) e infine lo stesso Canning e l’intera sua proprietà dall’affascinante nome di Gondwana.


     Ma chi è questo Canning che riaffiora dal passato di Adam? Perché Adam (l’impostore) solo alla fine gli dirà di non ricordarsi affatto di lui, mentre, a quanto pare, Adam ha avuto un’enorme importanza per Canning in quei tristi anni di collegio, quando Canning, sbeffeggiato di continuo dal padre, voleva morire per l’infelicità e Adam era il bersaglio dei compagni perché bagnava il letto. Quello che Canning fa di Gondwana- il Giardino dell’Eden voluto da suo padre-, lo scempio del paesaggio, il tradimento della natura, una trasformazione comprata con la corruzione, è la conseguenza delle parole di consolazione offerte da Adam un quarto di secolo prima, nei bagni della scuola: che bastava pazientare, mettere da parte lacrime e rabbia, e si sarebbero vendicati.

    E’ un tema che sta molto a cuore a Damon Galgut, quello della menzogna e del tradimento. Erano presenti anche nel suo bellissimo libro precedente, “Il buon dottore”, e lo scrittore stesso ci aveva detto, quando lo avevamo incontrato a Roma, che sì, sperava che il lettore vedesse la metafora del tradimento personale per il tradimento politico. Perché l’atmosfera che pervade “L’impostore” è di scoramento e di delusione, di aspettative frustrate. Di inutilità del tutto. C’è la sensazione, come riflette Adam, alla fine, che “qualsiasi cosa gli sembrasse presente e importante un giorno sarebbe stata appena una vibrazione” nel futuro.

    Un’osservazione sulla traduzione, per concludere: Canning (sempre chiamato con il cognome, come si fa a scuola) si rivolge ad Adam con il nomignolo che gli avevano appioppato i compagni, “Pannolino”, riferendosi alla sua enuresi notturna- in inglese ‘Nappy’. Se Nappy regge bene, perché è pure una trasformazione del cognome di Adam, Napier, l’italiano Pannolino, pur con lo stesso significato, è grottescamente assurdo: è incredibile che Adam lo tolleri sino alla fine, quando si decide a dire a Canning che non vuole essere chiamato così. Sarebbe stato meglio indicare in una nota la traduzione italiana, invece che quella inglese.

La recensione è stata pubblicata sul sito di Stradanove




venerdì 12 novembre 2021

Damon Galgut, "Il buon dottore"- Intervista 2005

                                                              Voci da mondi diversi. Africa

Damon Galgut, "Il buon dottore"
Ed. Guanda, trad. V. Raimondi, Pagg. 275, Euro 14,50

   Un ospedale fantasma nel mezzo del nulla in un Sud Africa dai lenti cambiamenti dopo la fine dell’apartheid, se arrivano dei casi gravi devono essere trasportati nell’ospedale “vero” della città vicino, perché qui mancano le medicine (abbondano solo i preservativi), ci sono i macchinari ma manca la corrente, abbondano pure i medici: diventeranno cinque con l’arrivo del giovane Laurence Waters, uno dei due protagonisti principali de “Il buon dottore” di Damon Galgut. Appena Frank Elioff, il dottore che condividerà la stanza con lui, lo vede, pensa, “non durerà”. Non è solo perché è giovane, è qualcosa nel suo volto, l’aria smarrita e perplessa, quel dire, “non capisco”, davanti all’inaccettabile realtà che ha davanti. Laurence, con quel cognome che fa pensare alla limpidezza dell’acqua, a pulizia dilavante, è come il bambino nella fiaba “Il vestito d’oro dell’Imperatore”, l’unico che ha il coraggio di smentire una diagnosi della dottoressa Ngema, capo dell’ospedale, che fa domande di una semplicità allarmante, che protesta per i furti che nessuno denuncia, perché ha un’incrollabile fiducia che le persone possano cambiare le cose- la sua è l’innocenza (l’ignoranza?) della giovinezza che può essere rivoluzionaria oppure devastante. Ed è come se il confronto con lui spingesse Frank- un divorzio alle spalle, un legame di sesso con una donna di colore, la colpa di quelle parole, “non è ancora in punto di morte”, con cui aveva sentenziato la fine del prigioniero torturato- a comportarsi con maggiore cinismo. E il tema centrale del romanzo di Galgut diventa quello della menzogna e del tradimento, sia nella politica sia nella sfera dei rapporti personali. In un rovesciamento di ruoli, Frank, a suo tempo tradito dal suo migliore amico che era fuggito con sua moglie, tradisce ora Laurence andando a letto con la sua ragazza- e non anticipiamo un altro tradimento finale seguito da un altro scambio di ruoli che ci lascia con il dubbio di chi sia “il buon dottore”. Stilos ha intervistato lo scrittore.

 

Galgut a Roma nel 2005

 La vicenda del suo romanzo è ambientata in una città fantasma, senza nome, in una homeland. Qual era l’intenzione, nel creare queste homeland?

     Le homeland dovevano essere le pietre d’angolo del sistema apartheid. L’idea alla base di questo sogno ridicolo era che si potessero prendere delle zone sottosviluppate e farne dei falsi stati per le tribù nere: a ogni tribù sarebbe stato concesso un piccolo stato. Agli abitanti sarebbe stata tolta la cittadinanza sudafricana e gli sarebbe stata data la cittadinanza di questi piccoli stati che avrebbero avuto una capitale, un esercito, una bandiera e un governo fantoccio. Non ho dato un nome alla città del romanzo perché non volevo legarla a nessun posto, volevo che fosse una qualunque di queste capitali, che il lettore immaginasse quello che voleva.


 Sia la homeland sia l’ospedale sono forse dei simboli delle promesse non adempiute e anche della frattura tra realtà e idealismo?

     No, non li ho visti come dei simboli. Per me rappresentavano due cose: una parte di me li vedeva come l’ambientazione ideale per un dramma, ma questa ambientazione ha anche la funzione di una metafora, di un simbolo. E questo simbolo riguarda la condizione del Sudafrica: viviamo adesso in un momento strano, il passato è alle nostre spalle ma non siamo ancora arrivati al futuro. Siamo in uno stato di sospensione e volevo che l’ambientazione comunicasse  questa sensazione di essere in un non-luogo.

 La dottoressa di colore, Ngema, è sulla sessantina. Dove si è laureata? Perché i neri non potevano frequentare l’università in Sud Africa al tempo in cui lei era giovane, vero?

      La dottoressa ha vissuto in esilio per gran parte della sua vita, come molti intellettuali neri. A quel tempo era preferibile per i neri vivere in esilio piuttosto che sotto le leggi dell’apartheid. I neri non avevano passaporto, se volevano andarsene ottenevano un permesso d’uscita, il permesso per andarsene ma non per tornare indietro. Avevano dei supporti da parte di organizzazioni internazionali, moltissimi di loro fecero delle carriere brillanti, molti tornarono dopo il cambiamento per cercare una vita più vicina alle loro origini. Durante l’apartheid il livello dell’istruzione veniva tenuto molto basso per i neri, e negli anni ‘70 e ‘80 molte scuole nere furono incendiate come simbolo dell’oppressione. E così pure l’afrikaan veniva rifiutato dagli studenti come la lingua della gente che li opprimeva.


 Come sono i rapporti tra neri e bianchi adesso, 14 anni dopo la fine dell’apartheid? Si capisce chiaramente quale sia l’atteggiamento del padre di Frank, mentre quello di Frank è meno chiaro.

      Per molti aspetti in realtà la frattura fra i bianchi e i neri non è molto cambiata. Le divisioni tra la gente adesso non sono tanto razziali ma di classe, e tuttavia le differenze di classe seguono da vicino quelle di razza. In effetti la minoranza bianca ha ancora il potere economico e la grande maggioranza nera non ha i soldi per muoversi da dove si trova: le township sono ancora lì, e sono nere. Il Sudafrica appare per lo più uguale a come era. E Frank è una figura strana: sprezzante del pregiudizio ma anche dell’idealismo. Lo vedo come un rappresentante della mia generazione, di quelli che non hanno fatto l’apartheid ma non lo hanno neppure demolito.

 Ci sono due figure che rappresentano il Male nel libro, quella di un bianco- il capitano Moller, e quella di un nero- l’ex dittatore.

   Moller è un tipo molto riconoscibile, era il tipo di persona che operò sia attivamente sia ideologicamente per il governo della minoranza bianca e naturalmente molte di quelle persone sono ancora nell’esercito o nel governo. Il brigadiere nero è diverso: è come il fantasma di un dittatore africano che sentiamo aleggiare in attesa di toccare terra. Si può dire che il bianco rappresenta il passato e il nero è una figura minacciosa del futuro.

 Uno dei temi del libro è quello del tradimento: il tradimento personale rappresenta anche un tradimento più ampio, un tradimento politico?

    E’ una cosa che non dico direttamente ma spero proprio che i lettori facciano da soli questo collegamento.

 I due dottori che vengono da Cuba: come venivano considerati, questi stranieri che arrivavano da Cuba per motivi idealistici o politici?

     Negli anni 1996-97 il governo sudafricano ha fatto arrivare due centinaia di dottori cubani per risolvere la crisi del personale e questi medici furono sparpagliati negli ospedali di tutto il paese, spesso non sapevano neppure una parola di inglese. Fu una mossa controversa, ma non cercavo di commentare questo passo del governo, mi piaceva la stranezza di questa coppia dislocata nell’ ospedale fantasma.


 C’è un particolare riguardo ad un altro personaggio che non sembra essere positivo, quello della ragazza afro-americana che si cambia il nome perché sembri più indigeno.

      Anche questa ragazza è riconoscibile come un tipo che si vede ogni tanto. C’erano molti neri americani che venivano in Sudafrica, o più genericamente in Africa, in cerca delle loro radici. Sono figure piuttosto divertenti perché la loro idea dell’Africa non è vicina alla realtà, e naturalmente la maggior parte di loro torna molto presto in America e alla vita borghese.

 Frank e Laurence: due amici, padre e figlio, ma anche due aspetti dello stesso personaggio. Laurence è una specie di doppio di Frank?

    Sì, la storia del romanzo è di tipo psicologico, è come una danza di quei due personaggi. Rappresentano la spaccatura nella mia psiche, una parte che appartiene al futuro e una parte che è appesantita dal passato. E’ una spaccatura che percorre tutta la mente bianca del Sudafrica.

 L’infermiere nero Tehogo è un personaggio difficile da interpretare, è una vittima?

    Tehogo è qualcuno danneggiato dalla storia. La sua famiglia era stata uccisa in qualche tumulto, ma adesso lui svolge un’attività che ha qualcosa di criminale. Come tratti uno così? Non si può trattare come una vittima perché è uno che non fa il suo lavoro. E’ una questione etica complessa che fa parte del Sudafrica di adesso.

 Uno dei personaggi cita Soweto: Soweto è un nome, collegato ad una data, il 1976, che segna un momento cruciale per la storia dell’apartheid.

      Soweto è la più grande township in Sudafrica. Ogni città è divisa in due parti, quella bianca e quella nera, rigorosamente separate. Soweto è la città-ombra nera della città bianca di Johannesburg. Nel 1976 il tumulto che spazzò il Sudafrica iniziò a Soweto. Dopo il 1976 il paese non fu più tranquillo.


 Nella “mitologia” del Sud Africa, il Presidente De Klerk occupa un posto importante quanto Nelson Mandela?

      No, assolutamente no, anche se forse è così per i bianchi. Alcuni hanno dato credito a De Klerk per aver avuto il coraggio di smantellare l’apartheid ed è vero: se il presidente precedente, Botha, fosse stato in quella posizione, non avrebbe mai preso quell’iniziativa. Ma la maggior parte crede- e anche io lo credo- che non ci fosse altra scelta, non era economicamente possibile continuare. I passi fatti, le decisioni prese erano una manovra tattica, ma una volta fatto il primo passo non potevano più controllare i passi seguenti. Non esiste neppure un paragone con Mandela. Per i bianchi forse sì, perché hanno un disperato bisogno di una figura bianca da idealizzare. Ma De Klerk sapeva che c’erano gli Squadroni della Morte. Il presidente Botha, il peggiore leader bianco in assoluto, aveva istituito uno State Security Council che operava in segreto per mantenere il controllo negli stati di emergenza, durante gli anni ‘80. Erano gli Squadroni della Morte che uccidevano gli oppositori politici. De Klerk faceva parte del Council, non è possibile che non sapesse che cosa succedeva, anche se ha sempre negato.

De Klerk

 L’afrikaan, adesso, è una lingua letteraria? Ed è un motivo politico quello che spinge alcuni scrittori ad usare l’afrikaan invece dell’inglese?

     Non so se ci sia un motivo politico, è più un motivo di nazionalità. L’afrikaan è adottato soprattutto da quelli che noi chiamiamo “di colore”, che ha un significato diverso dallo stesso termine che in America invece è usato per i neri. Da noi i “coloured” sono i sangue-misto. Sotto l’apartheid in Sudafrica c’erano i bianchi, i neri e i “coloured”. Il loro afrikaan è una lingua molto viva, sovversiva, una lingua rude. Ci sono delle poesie molto belle scritte in afrikaan, c’è un grande scrittore in afrikaan, Breytenbach, un bianco che fu imprigionato per aver operato contro lo Stato.

L'articolo è stato pubblicato sulla rivista Stilos

 

 

                                                                                           

 

 

 

 

martedì 9 novembre 2021

Damon Galgut, “La promessa” ed. 2021

                                                      Voci da mondi diversi. Africa

           Booker Prize

Damon Galgut, “La promessa”

Ed. e/o, trad. Tiziana Lo Porto, pagg. 278, Euro 17,10

 

    Una famiglia bianca in una fattoria nelle vicinanze di Pretoria, Sudafrica. Quattro morti che scandiscono il tempo della narrazione, nell’arco di trent’anni. Una promessa che impiegherà trent’anni per essere mantenuta- troppo tardi? Una storia in cui il testimone passa dalla madre al padre e poi ad una delle figlie e all’unico figlio maschio, il primogenito- hanno tutti nomi che incominciano per A, i tre figli: Anton, Astrid, Amor. Anton, che presta servizio militare, diserta dopo aver ucciso una donna di colore, tormentato dai sensi di colpa (dentro di sé sente di aver ucciso sua madre che, per un caso, muore lo stesso giorno), la bella e narcisista Astrid che si sposerà due volte (aveva dovuto sposarsi in fretta, la prima volta, perché era incinta), Amor, che era stata in qualche modo segnata quando un fulmine l’aveva colpita sulla collinetta dietro casa e ne era quasi morta (Amor, nomen omen: sarà lei a portare il messaggio d’amore nel romanzo, lei a collegare i due mondi di due diversi colori).


    È il 1986, la prima a morire è la madre, dopo sei mesi di sofferenze in cui è stata accudita da Salome, la donna di colore che era stata praticamente ‘comprata’ con la fattoria. Ed è Amor che sente il padre promettere alla moglie morente che renderà Salome padrona della casa (più una catapecchia che una casa, in realtà) in cui vive con il figlio. È vero che adesso è la legge che impedisce che la promessa venga mantenuta, perché i neri non possono essere proprietari- è ancora in vigore l’Apartheid-, ma niente viene fatto in tal senso. C’è un’altra promessa, forse in chiave minore, che il padre non mantiene- di non far tornare Amor a frequentare la scuola in collegio. Anche questa promessa disattesa contribuirà al distacco di Amor dalla famiglia. E inoltre la promessa non mantenuta adombra quella della 'nazione arcobaleno’, naufragata nel crimine diffuso e nella corruzione.


   Nove anni dopo la morte della madre, sarà il padre a morire (in maniera insolita) e poi Astrid (una morte atroce e tragica) e poi Anton (diventato alcolizzato), mentre di Amor non si sa nulla, riappare solo per i funerali- è tornata dall’estero per fare l’infermiera in un reparto di malati di Aids.

E intanto, mentre la casa si deteriora, mentre la famiglia Swart si disgrega, la Storia del Sudafrica prosegue il suo corso, Nelson Mandela esce di prigione e diventa presidente, dopo di lui Mbeki, Zuma è l’ultimo di cui si parla (presidente dal 2009 al 2018), la rivolta di Soweto è un ricordo, l’Apartheid è stato abolito ma la discriminazione continua, la corruzione dilaga (Anton ubriaco se la cava allungando dei bigliettoni alla poliziotta che lo ferma), Salome può finalmente diventare proprietaria, proprio adesso che la casa perde valore, che il territorio è rivendicato da chi lo occupava prima che i bianchi arrivassero.


     Echi della grande letteratura britannica echeggiano ne “La promessa”- da quel ‘domani e domani e domani’ che già Macbeth vedeva srotolarsi fino alla morte, alla pioggia che cade sui vivi e sui morti (era la neve a cadere sui vivi e sui morti nella novella di Joyce), e soprattutto il tema della promessa della casa che richiama l’analoga promessa in uno dei più bei libri di E.M. Forster, “Casa Howard”. Non è un caso che Galgut abbia dedicato un romanzo, “Estate artica”, allo scrittore inglese- anche in “Casa Howard” era la moglie che prima di morire destinava la casa all’amica e anche in questo caso c’era chi contestava la sua ultima volontà.

     Nel romanzo di Galgut, tuttavia, la promessa assume pure l’altro significato politico ed è una tematica, quella dei rapporti tra bianchi e neri, che scorre lungo tutto il libro e che si sviluppa a vari livelli, da quello dei legami interpersonali (Astrid non avrebbe mai creduto di poter avere un amante di colore, mentre, alla fine del libro, il figlio di Salome osa ribattere a tono ad Amor) a quello più ampio delle condizioni di vita, di alloggi, di possibilità di studio e di lavoro, di una violenza istigata dalle circostanze.

    Damon Galgut ha vinto il prestigioso Booker Prize (premio assegnato ogni anno al miglior romanzo scritto in inglese e pubblicato nel Regno Unito e nella Repubblica d’Irlanda) con questo libro intenso, denso di significati, drammatico e lirico. Da leggere.

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lunedì 8 novembre 2021

Damon Galgut, vincitore del Booker Prize 2021

                                                              


     Damon Galgut, vincitore del Booker Prize 2021, è nato a Pretoria (Sudafrica) nel 1963 e ha iniziato a scrivere quando era ancora bambino, ricoverato in ospedale per un cancro: aveva sei anni. Nel 2003 ha pubblicato il suo primo romanzo famoso, “Il buon dottore”, la traduzione in italiano de “L’impostore” è del 2008, “Estate artica” è del 2014.

   Già altre due volte selezionato per il Booker Prize, Damon Galgut è il terzo scrittore sudafricano a vincere questo premio prestigioso dopo Nadine Gordimer e J.M. Coetzee che lo hanno vinto due volte.

 

   Oltre alla recensione de “La promessa”, nei prossimi giorni troverete anche le mie recensioni de “L’impostore” e “Il buon dottore”, insieme alla mia intervista allo scrittore quando lo incontrai a Roma, nel lontano 2005.