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venerdì 25 settembre 2026

Barbara Demick, “Nulla da invidiare” ed. 2026

              Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

   reportage

Barbara Demick, “Nulla da invidiare”

Ed. Iperborea, trad. Valentina Ricci, pagg. 409, Euro 20,00

     Dopo trentacinque anni di occupazione giapponese, nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, la Corea fu liberata- le truppe sovietiche occuparono il Nord, mentre quelle americane occuparono il Sud. Il confine provvisorio per dividere le due zone di influenza fu tracciato lungo il 38° parallelo e nel 1948 sorsero la Repubblica Popolare Democratica di Corea a Nord, con regime comunista, e la Repubblica di Corea a Sud che si ispirava alle dottrine capitaliste. Nel 1950 le truppe nordcoreane invasero il Sud per unificare con la forza il paese e, mentre la Cina appoggiava il Nord, gli Stati Uniti intervennero per difendere il Sud. La guerra terminò con un armistizio nel 1953 e attualmente le due Coree sono separate dalla Zona Demilitarizzata. Attualmente la Corea del Sud è una Repubblica presidenziale democratica retta dal Presidente Lee Jae-myung, mentre la Corea del Nord è uno Stato socialista governato come una dittatura totalitaria dinastica e il leader supremo è Kim Jong-un.

Kim Jong-un

   Una foto satellitare notturna delle due Coree mostra un’ampia area buia a Nord e milioni di lucine al Sud. Manca l’elettricità nella Corea del Nord, il paese è uno spazio nero, un buio che diventa metaforico per l’oscurità in cui è avvolto il paese- quello che sappiamo noi, all’esterno, è basato sui racconti di chi è riuscito a varcare il confine, e loro, quelli che vivono là, sono totalmente all’oscuro di quanto accade ‘fuori’. Soltanto alcuni, che, di nascosto e correndo grandi rischi, riescono ad ascoltare la radio, sono venuti a conoscenza della menzogna su cui sono costruite le loro vite. Tutto ciò che il capo supremo ha sempre detto sulla Corea del Sud, sugli Stati Uniti, sugli altri paesi capitalisti è falso. Ma la realtà è talmente al di fuori della loro immaginazione che gli riesce difficile crederci.


   Anche se un mare di fuoco ci assale, noi dolci bambini non dobbiamo temere./ Nostro padre è qui./ Non abbiamo nulla da invidiare al mondo.

  Sono le parole della canzone che viene insegnata ai bambini a scuola. È un lavaggio del cervello per far sì che la gente si convinca di vivere nella migliore società possibile. Kim Il-sung, leader della Repubblica Popolare Democratica di Corea dal 1948 al 1994, voleva costruire gente migliore oltre a costruire un nuovo paese. A tale scopo aveva ideato un suo sistema filosofico, il juche, ‘autosufficienza’. I coreani erano il popolo eletto, non dovevano fare affidamento sulla Cina o il Giappone o la Russia. La volontà individuale doveva essere sottomessa a quella collettiva, era necessario seguire un leader assoluto e supremo- quel leader era, naturalmente, Kim Il-sung. C’era qualcosa di diverso, tuttavia, tra il culto della personalità che è proprio di tutti i dittatori e quello a cui ambiva Kim Il-sung. Lui capiva la forza della religione e aveva favorito il sorgere di leggende su di lui che sembravano un adattamento di ciò che viene narrato nei Vangeli. Anche nei quadri che obbligatoriamente erano appesi in ogni casa (spolverati con uno straccio che veniva regalato e destinato solo a quell’uso) Kim Il-sung era ripreso accanto al figlio Kim Jong-il- erano Dio padre e il figlio Gesù.  


   Barbara Demik ha passato sette anni a Seul raccogliendo le testimonianze di nordcoreani che erano riusciti a superare il confine. Quello che rende il suo libro un racconto non solo istruttivo e interessante, ma anche appassionante e coinvolgente, è la sua scelta di trasformare i testimoni- Mi-ran (la ragazza che aveva vissuto una storia d’amore che non aveva speranze di concludersi), la dottoressa Kim che aveva visto morire di fame così tanti piccoli pazienti, la signora Song che era abile nell’inventare nuove ricette con i pochi ingredienti disponibili, l’orfano Hyuk (piccolo per statura e con la testa grossa per denutrizione), Jun-sang (il ragazzo che aveva osato dare un bacio sulla guancia di Mi-ran dopo anni che uscivano insieme di notte per non essere visti)- in protagonisti, in veri e propri personaggi di cui seguiamo le vicende in quella prigione a cielo aperto in cui avevano vissuto prima di maturare la decisione di evadere a qualunque costo. Ognuno di loro ha la sua storia, ognuno aggiunge un tassello alla ricostruzione di un’esistenza fatta di paura continua, paura di delazioni per ogni minima infrazione a regole di comportamento che vanno dalla lunghezza dei capelli alla proibizione di precoci legami amorosi, da qualunque tipo di commercio personale (ordine che verrà ignorato quando aumenterà la penuria di alimenti) a, naturalmente, qualunque contatto con l’estero, sia pure attraverso letture. Se la descrizione delle condizioni di vita quando iniziò a mancare l’elettricità e poi l’acqua e poi i farmaci negli ospedali è penosa, quella della carestia e della fame e di quello che la fame spingeva a fare negli anni ‘90 è addirittura sconvolgente.


    Si apre un altro mondo ai nostri personaggi dopo la fuga, dapprima verso la Cina e poi verso la Corea del Sud. Un mondo di meraviglie, è come se avessero dormito o avessero vissuto nel peggiore degli incubi fino a quel momento, capiscono di essere stati ingannati fino ad adesso. E l’adattamento non è né facile né indolore. Cambiano, tutti loro. Quando Jun-sang si riunisce a Mi-ran, la trova sposata, la trova diversa.

   Un libro da leggere. Per sapere. Per capire.




 

martedì 26 novembre 2024

Erika Fatland, “La città degli angeli” ed. 2024

 

                                                  Vento del Nord

         reportage

Erika Fatland, “La città degli angeli”

Ed. Marsilio, trad. F. Peri, Pagg. 245, Euro 18,00

 

     Una città che nessuno di noi conosceva, prima, Beslan. Adesso Beslan è diventato un nome che evoca morte, che significa orrore, crudeltà infinita.

    Una data, 1 settembre 2004. C’è un altro primo di settembre che è rimasto impresso nella nostra memoria, ed è quello del 1939 quando l’esercito tedesco invase la Polonia dando inizio alla guerra che avrebbe coinvolto tutta l’Europa. Nel 2004, il primo di settembre, un commando di terroristi ceceni occupò la scuola elementare e media numero 1 di Beslan, nell’Ossezia del Nord, una repubblica autonoma nella regione del Caucaso della Federazione Russa, prendendo in ostaggio 1200 persone fra adulti e bambini.

    Era un giorno speciale quel primo di settembre per i bambini di Beslan. ll primo giorno di scuola, quello in cui ci si metteva l’abitino nuovo e si portavano i fiori agli insegnanti e si era accompagnati dalla mamma o dal papà o da tutti e due e dai fratellini minori. È per questo che c’era tanta gente nel cortile della scuola, tanti bambini anche molto piccoli. Era stato scelto il giorno terribilmente giusto, tragicamente giusto.


    Che i terroristi facciano sul serio, è chiaro subito. Che si impongano col terrore, pure. Sono infastiditi dal pianto e dalle urla dei bambini e chiedono che venga fatto fare silenzio. Un padre di 46 anni si fa coraggio e dice che, se magari loro, i terroristi, smettessero di sparare e spaventare i bambini, questi si calmerebbero. Un colpo di pistola lo mette a tacere.

   Per tre giorni gli ostaggi saranno tenuti chiusi nella palestra, senza mangiare né bere. Quindici dei ventidue uomini adulti furono uccisi subito. Il secondo giorno undici donne con i bambini piccoli ebbero il permesso di uscire. Il caldo era insopportabile. Disidratati, alcuni bambini incominciarono a perdere conoscenza. Alcuni bevvero la loro urina.

Quando le forze speciali russe fecero irruzione, fu un massacro. Morirono più di trecento persone, di cui 186 bambini, più di 700 furono ferite.


    Erika Fatland, scrittrice e antropologa specializzata nello studio della ricerca sul campo degli ex stati sovietici (il suo primo libro, “Sovietistan”, mi aveva letteralmente affascinato), ha fatto due lunghi soggiorni, non privi di difficoltà, a Beslan. Erika non ha solo esaminato i rapporti di inchiesta, non si è solo posta delle domande sulla meccanica degli eventi, su come abbiano fatto i terroristi a passare facilmente il confine- e più di una volta, perché la loro azione doveva essere stata preparata-, su chi fosse il vero capo dell’operazione, sull’inspiegabile mancanza di coordinamento tra le forze di polizia, sul loro immobilismo, sulla loro apparente incapacità di contrattare. Che cosa chiedevano i terroristi?  Il ritiro delle truppe russe dalla Cecenia? Indipendenza della Cecenia? E Putin? Perché Putin era rimasto silente e nell’ombra? Erika ha parlato con superstiti e testimoni, con le madri che sono incapaci di rassegnarsi, che mostrano camerette rimaste intatte come erano quel primo di settembre in cui i loro bambini non sono tornati  da scuola, che ricordano l’incubo di quelle ore e- per quelle che avevano accompagnato un figlio più grande con un neonato in braccio- lo strazio della scelta: avevano avuto il permesso di uscire, il secondo giorno, ma solo con il bambino piccolo. Uscire lasciando un bambino o una bambina in lacrime. È qualcosa di simile al dramma della protagonista de “La scelta di Sophie” di William Styron che, all’ingresso del campo di concentramento, era stata costretta a scegliere quale salvare dei suoi due bambini e quale mandare subito nella camera a gas. Una mamma di Beslan non ce l’aveva fatta- era tornata indietro nella palestra.


    Beslan è una città a lutto, ancora adesso che sono passati vent’anni. E’  una città in cui il dolore ha reso la gente sospettosa e invidiosa e Erika raccoglie anche queste chiacchiere, sulle indennità che sono state pagate, su chi ha speculato sulla morte, sulle malignità diffuse.

In mezzo a tutti questi testimoni della sofferenza, un uomo ci rimane nella mente e nel cuore- il direttore del cimitero. La gente mormora che sia uscito di senno. Chi non uscirebbe di senno quando perde in quella maniera una figlia adorata? Prima della catastrofe era un uomo di successo, aveva un lavoro prestigioso, casa e auto di proprietà, una moglie e tre figli. Due erano sopravvissuti, una no. Era stato lui a dare il nome al cimitero, a mettere il cartello con la scritta, Città degli angeli. Conosceva il nome di ognuno dei piccoli morti. Puliva le loro tombe, dormiva lì nel cimitero.

   La bravura di Erika Flatland è innegabile. Riesce a mescolare la freddezza dell’analisi storica e politica con la profonda umanità con cui si avvicina alle persone, restituendoci la loro storia e il loro dolore, uguale e diverso per ognuno di loro.



 

sabato 21 gennaio 2023

Marzio Mian, “Guerra bianca. Sul fronte artico del conflitto mondiale” ed. 2022

                                                             Casa Nostra. Qui Italia

                    reportage
                 saggio

Marzio Mian, “Guerra bianca. Sul fronte artico del conflitto mondiale”

Ed. Neri Pozza, pagg. 297, Euro 19,00

 

    Il Grande Nord. Il Polo. I ghiacci perenni. L’impresa di Nobile con il suo dirigibile. Le due navi Terror e Erebus che svanirono nel 1845 con 129 uomini a bordo mentre cercavano il Passaggio a Nord-Ovest. L’orso polare.

È tutto questo che la parola Artico ci evoca. Un paesaggio mitico, di un biancore abbagliante, l’ultima frontiera, una sfida.

È tutto questo che sta scomparendo, che è già in parte scomparso. L’innegabile cambiamento climatico ha causato lo scioglimento dei ghiacciai e di conseguenza l’apertura di una nuova rotta, la Northern Sea Route, dal mare di Barents al mare di Bering, che fa risparmiare tempo e che, soprattutto, è aperta ormai per tutto l’anno o quasi.


    Ma- di chi è la zona del Mar Glaciale Artico? Nessuno aveva avanzato rivendicazioni che parevano inutili in passato. Come ci si poteva aspettare, è la Russia afferma la sua sovranità, con le migliaia di chilometri di terre che si affacciano sull’Artico. Nelle parole di Putin: “Spaccheremo i denti a chiunque pensi di sfidare la nostra sovranità. L’America sappia che non c’è Russia senza Artico e non c’è Artico senza Russia.”

Adesso la Russia sta combattendo in Ucraina. E dopo?

    Marzio Mian (di lui lo scorso anno abbiamo letto “Maledetta Sarajevo”) ha fondato con altri giornalisti internazionali la società non profit The Arctic Times Project che documenta le conseguenze del cambiamento climatico nella regione artica e in questo libro, “Guerra bianca”- un documentatissimo reportage costruito su testimonianze, fatti e numeri- esamina la questione artica da più angolazioni.

    A che punto siamo, prima di tutto- in quali porti la Russia stia allestendo la sua flotta di sottomarini, navi e navi rompighiaccio e quali siano le prospettive. Perché sembra certo che il prossimo conflitto si giocherà nell’Artico e per l’Artico.


È il grande paradosso di questa situazione- “la regione che paga il prezzo più alto del mondo dell’effetto del cambiamento climatico è anche quella che, per le stesse ragioni, offre le più grandi opportunità di conquista e di potere”. Se c’è una possibilità di continuare a vivere secondo gli standard a cui ci siamo abituati, è proprio grazie alle risorse dell’Artico. Basta guardare i numeri: nell’Artico ci sono il 40% delle riserve mondiali di combustibile fossile, il 30% delle risorse naturali, terre rare per 3 trilioni di dollari, 500 miliardi di pesce all’anno.

     Alla voce ‘pesce’ si collega l’altro punto di vista del libro di Marzio Mian- altre cifre che esprimono la preoccupazione per la fauna marina, con il riscaldamento delle acque che spinge a Nord pesci che si aggiravano ad altre latitudini innescando reazioni a catena, sia nel mondo animale, sia in quello degli uomini che hanno sempre vissuto di pesca.

   Volgendo infine lo sguardo verso Est, la nostra attenzione viene focalizzata su Groenlandia e Canada e ci rendiamo conto di quanto le informazioni possano essere manipolate in una direzione piuttosto che in un’altra. Da anni ormai abbiamo ascoltato il ‘mea culpa’ dei paesi colonizzatori europei. Ma la Danimarca ha mai riconosciuto il massacro psicologico effettuato in Groenlandia dove alle popolazioni indigene hanno tolto la lingua, la religione animista, bandendo gli sciamani, costringendo tutti a vivere in un mondo separato dove era impossibile aspirare ad un miglioramento sociale? Per non parlare del programma segreto degli anni ‘60-‘70 (del secolo scorso, si badi bene) per un controllo delle nascite impiantando la spirale a migliaia di donne e ragazzine inuit?


    E il Canada che si ammanta di un’aura utopica? nel nord del Canada, dove sopravvivere è un’impresa anche per le foche,  durante gli anni della Guerra Fredda, per garantire la sovranità dei territori inabitati, sono state deportate centinaia di famiglia da 2000 km a sud, separando figli da genitori, mariti dalle mogli- la peggiore violazione dei diritti umani nella storia del Canada. Non solo. Morirono a centinaia perché non sapevano cacciare a -50°. Morirono anche 20.000 husky, uccisi per impedire ai ‘coloni’ di fuggire.

    “Guerra bianca” è un libro che ci apre gli occhi, che ci obbliga a vedere quello che non vorremmo vedere, quello che molti si ostinano a negare. Un libro scomodo, forse, scritto con un piglio brillante che rende la narrazione agevole, mai noiosa, neppure quando snocciola dati. Un libro raggelante, in ogni senso e non solo perché parla dell’Artico.

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domenica 26 gennaio 2020

Erika Fatland, "La frontiera" Intervista 2020


                                       vento del Nord
                                       reportage

                                       
    Una intervista per posta elettronica non è la stessa cosa che chiacchierare a tu per tu con una scrittrice, ma la lettura de “La frontiera” mi ha entusiasmato tanto quanto quella di “Sovietistan” e mi ha lasciato con il desiderio di fare delle domande a Erika Fatland, di sentirla parlare ancora del ‘viaggio’, delle sue esperienze, dei paesi che aveva attraversato. Ecco le sue risposte, illustrate dalle fotografie che mi ha inviato, con un’anticipazione sul suo prossimo libro.


La mia prima domanda è una domanda sciocca, fatta da chi ama viaggiare ma non ha mai viaggiato per nove mesi di seguito e quasi mi scuso per fargliela: come è riuscita a fare la valigia? Come ha fatto a tenere puliti indumenti e biancheria durante il viaggio? Molto spesso non ci si ferma abbastanza a lungo in un posto per far asciugare il bucato…


    E’ piuttosto difficile fare la valigia per un lungo viaggio, soprattutto perché avevo bisogno di portare con me indumenti sia per climi caldi che freddi. Per impedirmi di portare troppe cose, in genere viaggio con una valigia relativamente piccola. Per fortuna ci sono negozi dappertutto, perciò, per esempio, prima di avventurarmi nella tundra della Mongolia, ho comperato a Ulan Bator qualcosa di più caldo. La pulizia non è stato un grosso problema. Mi fermavo sempre per due o più notti di seguito e ne approfittavo per lavare le mie cose. Quando affittavo un appartamento tramite Airbnb, mi accertavo che avesse una lavatrice.

Si è mai sentita sola?

     Sì, e spesso. La maggior parte delle sere uscivo per cenare da sola e passavo da sola il resto della sera in un’anonima stanza d’albergo. La connessione wifi era, in genere, molto scadente e non potevo neppure parlare tramite Skype con la mia famiglia a casa. Viaggiare da soli significa passare tanto tempo in compagnia di se stesso, ma significa anche riuscire a conoscere tante nuove persone. Spesso la gente è restia a parlare con un gruppo di viaggiatori, è più facile e più spontaneo quando ce n’è uno solo. Ho incontrato molte persone straordinarie e ho stretto nuove amicizie durante il viaggio.


E non ha mai avuto paura per la sua sicurezza personale? Non è facile per una donna viaggiare da sola. Ha mai avuto la sensazione, viaggiando nei paesi orientali, che il suo aspetto, così diverso da quello dei locali, in un certo senso la proteggesse?

     In termini statistici la cosa più pericolosa che si possa fare nella maggior parte dei paesi è salire su un’automobile. In Cina, ad esempio, ogni anno più di 250.000 persone restano uccise in incidenti d’auto. Ho avuto raramente problemi in quanto donna viaggiando da sola, e però le situazioni più difficili erano sempre su un’automobile. D’altra parte, spesso l’unica maniera di arrivare a destinazione era salire a bordo di un’auto di cui non conoscevo il guidatore. Non ho mai sperimentato situazioni veramente pericolose, ma, mentre la stai vivendo, non sai mai come una certa situazione andrà a finire. Non so se il mio aspetto fisico mi sia servito di protezione, di certo mi rendeva impossibile mescolarmi in una folla.


C’è stato qualche paese, tra di questi, in cui essere donna faceva differenza? Differenza nella maniera in cui la gente la trattava, per esempio?

       Ho sperimentato spesso che gli uomini mi sottovalutano perché sono una donna. In realtà può anche essere un vantaggio perché finiscono per dirmi cose che non avrebbero detto ad un altro uomo. Adesso sto lavorando ad un libro sui paesi alle falde dell’Himalaya e ho viaggiato in quell’area per otto mesi. In Pakistan ho visitato molti villaggi tremendamente conservatori, ma avevo un vantaggio in quanto donna straniera. Alla guida che mi faceva anche da interprete a volte non veniva permesso, come uomo, di entrare nelle case e a volte perfino nei villaggi, ma io, in quanto donna, non ero una minaccia ed ero la benvenuta ovunque. Ad uno scrittore uomo non sarebbe mai stato concesso di parlare con le donne nelle parti conservatrici del Pakistan, ma io potevo parlare sia con gli uomini sia con le donne.

Ha scritto che attraversare un confine è una delle cose più affascinanti: può cercare di spiegarci perché?

      Ormai è raro che attraversiamo confini. In Europa la maggior parte dei confini sono scomparsi e, quando ci avventuriamo più lontano, in genere prendiamo l’aereo. Attraversare un confine è estremamente affascinante perché non si va molto lontano, solo qualche centinaio di metri forse, e, all’improvviso, una volta che si è passati attraverso il controllo dei documenti e si arriva dall’altra parte, tutto è diverso: l’aspetto della gente e il modo in cui è vestita, la lingua, l’alfabeto, i riferimenti storici, la moneta, la politica…Solo il paesaggio resta uguale.

E tuttavia ci ricorda anche tutte le tragedie connesse con i confini: i confini sono più o meno  lunghe fila di cimiteri?

     La maggior parte delle guerre sono state combattute per questioni di confine. Guardiamo il confine della Russia, è cambiato di continuo per secoli, spesso come risultato di una guerra. È ironico che i confini non cambino sempre dopo una guerra ma rimangano gli stessi, soltanto più insanguinati.

Nel libro Lei dice che quasi certamente non è stata soltanto la Russia ad influenzare i paesi confinanti ma anche viceversa. In che maniera? Riesce a pensare ad un esempio, oppure questa è una delle domande senza risposta che il viaggio le ha lasciato?

      Prendiamo la Mongolia, ad esempio. I russi parlano ancora del ‘giogo tartaro’, anche se l’invasione dei mongoli avvenne quasi 800 anni fa, molti russi ritengono ancora Gengis Khan responsabile per aver ritardato lo sviluppo naturale della Russia.

Penso che ci sia di certo qualche paese, tra quelli attraversati, dove le piacerebbe tornare, per conoscerli meglio oppure semplicemente perché se ne è innamorata. Quali sono?
     Ho un debole per il Caucaso, specialmente per la Georgia. Ci sono stata due volte e spero andrò ancora molte altre volte. Mi sono piaciuti molto anche i paesi baltici, anche se non sono lontani come la Mongolia o la Corea del Nord e sono di certo meno esotici. Capisco perfettamente perché Thomas Mann amasse tanto la Penisola di Neringa in Lituania.


Non ci capita mai di pensare alla Norvegia come ad un paese che confina con la Russia. È semplicemente perché non sono mai state in guerra tra di loro, perché la Norvegia non è mai stata occupata? E- tornando alla domanda fatta prima- la Norvegia è stata influenzata dalla Russia? Oppure- la Russia è stata influenzata dalla Norvegia?

    In Norvegia l’ombra della Russia, il nostro grande fratello, non è mai lontana. Nel nord l’influenza è reciproca e lo è stata per centinaia di anni. A Kirkenes, ad esempio, la città più vicina al confine russo, tutti i cartelli stradali sono sia in norvegese sia in russo. Anche se è una vicinanza pacifica, la politica estera della Norvegia ne è sempre stata pesantemente foggiata. Il confine con l’Unione Sovietica è sto il motivo principale per cui la Norvegia è entrata nella NATO fin dal 1949.

La mia ultima domanda non è una domanda, ma un piccolo rimprovero: come può dire che la cucina georgiana è buona come quella italiana? Sono inorridita. Sono stata in Georgia e alla fine del viaggio non ne potevo più di mangiare khachapuri. Davvero, non è possibile fare un paragone…

       Adoro il khachapuri e non penso me ne stuferei mai ma, naturalmente, Lei ha perfettamente ragione. Non è giusto paragonare la cucina georgiana con la cucina italiana. L’Italia è un paese molto più grande della Georgia, ha più regioni e diverse tradizioni culinarie. Non credo che potrei mangiare cibo georgiano ogni giorno, ma so per certo che non avrei problemi a mangiare cibo italiano ad ogni pasto (tranne che a colazione- niente supera una colazione scandinava!)


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intervista e recensione saranno pubblicate su www.stradanove.it






lunedì 20 gennaio 2020

Erika Fatland, “La frontiera” ed. 2019


                                                     vento del Nord
                   reportage


Erika Fatland, “La frontiera”
Ed. Marsilio, trad. Culeddu, Putignano e Scali, pagg. 660, Euro 21,00

       Siete pronti a ripartire? Vi siete ripresi dal viaggio nei cinque ‘stan’ in cui ci aveva accompagnato la scrittrice e antropologa norvegese Erika Fatland? Sarà sempre lei, Erika, la nostra guida lungo i 60.932 km. del confine russo, nei quattordici paesi accomunati dall’avere lo stesso ingombrante e a volte problematico vicino e, se è pur vero che la Russia ha inciso pesantemente nella Storia e nell’identità dei popoli confinanti, è valida anche la domanda nell’altra direzione, come si chiede Erika: quanto e in quale maniera i paesi confinanti hanno creato e plasmato la Russia di ieri e di oggi?
    Il viaggio si annuncia affascinante. Lo sarà. Perché la parola confine, “granitsa” in russo, significa ‘margine netto’, e quando si attraversa un confine, si esce da una realtà per entrare in un’altra. Ci vuole elasticità mentale e disponibilità ad assorbire idee e realtà sempre diverse.
     Il viaggio si annuncia lungo. Lo sarà: Erika Fatland ha impiegato nove mesi per seguire la rotta del passaggio a Nord-est, lungo quei due terzi del confine russo che corrono lungo la costa, da Vladivostok a est fino a Murmansk a ovest, e poi dalla Corea del Nord in Mongolia, attraverso il Mar Caspio e poi il Mar Nero e il Caucaso, su, ancora più su, attraverso l’Ucraina, la Polonia, i paesi Baltici, la Finlandia (‘Tornare a Helsinki per me era davvero come tornare a casa’), fino agli ultimi 196 km. del confine tra Norvegia e Russia.
      Il viaggio si annuncia non facile e non agevole. Lo sarà. Ci sarà il treno moderno e veloce della Cina, ma ci saranno soprattutto treni lenti attraverso paesaggi bellissimi ma anche monotoni, minibus scassati, di quelli che ti lasciano la schiena a pezzi, taxi che chissà se ci portano a giusta destinazione, traghetti che, sì, dovrebbero partire, ma non si sa quando, e faremo anche l’esperienza del kayak in Norvegia.
grattacielo Ryugyong a Pyongyang
      Il viaggio si annuncia ricco di informazioni, di storie e di immagini. Lo sarà. “La frontiera” di Erika Fatland è, sulla carta, come il grand tour che segnava il completamento della formazione per i giovani dell’800, una straordinaria esperienza. Di più ancora. Nonostante il titolo, “La frontiera”, nonostante l’itinerario che costeggia questa frontiera, nonostante il sentimento di tristezza che dovremmo provare perché, citando Kapušinski, “Infiniti sono i cimiteri per tutte le vittime che hanno difeso un confine”, noi avvertiamo invece una sorta di esaltazione, l’impressione di un abbattimento delle frontiere, di un’estensione della conoscenza, di un orizzonte che si sposta di continuo davanti al nostro sguardo. Ci pare di essere come uno degli uomini in volo nei dipinti di Chagall (il viaggio di Erika tocca anche Vicebsk, patria del pittore- “dà le vertigini pensare a tutto quello che è scomparso, un intero popolo, una intera cultura, cancellati dalla mappa”) e guardare dall’alto i 330 metri del più alto albergo non utilizzato del mondo in quello stato di proibizioni e di controllo totale che è la Corea del Nord, le distese mongole un tempo percorse dalle armate di Gengis Khan,
tendendo l’orecchio al canto di gola che è una modalità espressiva prettamente mongola, e poi sorvolare Astana, la nuova capitale del Kazakistan con le geniali costruzioni di Norman Foster, arrivare alla segretissima (in epoca sovietica) base spaziale Bajkonur da cui partirono i vari Sputnik e dopo raggiungere le bellissime Odessa e Leopoli. E andare oltre ancora. E ascoltare. Ascoltare di storie lontane e vicine con cui Erika Fatland ci strega. Vicende belliche e aneddoti, storie terribili di deportazioni di massa, di carestia e di fame, di condizioni di vita tuttora primitive, di paura e anche di sogni.
Astana

       “La frontiera” è un libro più ambizioso di “Sovietistan” e deve essere stato più difficile scriverlo, proprio per la vastità del territorio percorso durante il viaggio. C’era talmente tanto da dire che a tratti avvertiamo il peso di tutte le note storiche che riguardano quei quattordici paesi di frontiera e ci sembra che le informazioni (assolutamente necessarie) prendano il sopravvento sugli scambi di chiacchiere che nascono dagli incontri casuali e che tanto rivelano sulle consuetudini e gli stili di vita.
    Erika Fatland dice di ritrovarsi ad avere, alla fine del viaggio, più domande che risposte. Noi lettori, alla fine del libro, ci ritroviamo più curiosi di sapere di più, di una curiosità che non sapevamo di avere.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it


    

martedì 26 febbraio 2019

INTERVISTA A ERIKA FATLAND, autrice di “Sovietistan” 2019


                                          vento del Nord  

copywright Tine Poppe

     Sono giornate intense, queste del Festival dei Boreali a Milano, organizzato dalla casa editrice Iperborea. Giornate ricche di incontri che offrono spunti per riflessioni e idee nuove, possibilità di parlare con gli autori dei loro libri perché- che cosa c’è di meglio di continuare a parlare di libri che ci sono piaciuti, che abbiamo amato, con chi li conosce più di ogni altro? Ero ansiosa di conoscere Erika Fatland, di conoscerla di persona (sembra un elfo, ho pensato, quando l’ho vista) dopo essere stata in sua compagnia ed aver sentito la sua voce per tutte le 524 pagine di quel libro affascinante che è “Sovietistan”.

Quando è iniziato il suo interesse per le repubbliche che una volta facevano parte dell’Unione Sovietica?
   E’ iniziato con il mio desiderio di studiare il russo perché volevo leggere in lingua originale i grandi scrittori russi. E poi mi piaceva studiare una lingua slava. Avevo frequentato il liceo in parte in Francia e in parte in Finlandia, e così sono andata in Russia, essenzialmente perché volevo imparare la lingua. Avevo anche studiato antropologia sociale a Copenhagen e avevo l’opportunità di fare ricerche sul campo, in attesa di diventare una scrittrice- che era quello che volevo essere. Ma avevo 19 anni e prima dovevo studiare.
Nel 2004 c’era stata la strage dei bambini a Beslan, in Ossezia, ad opera di terroristi ceceni. Io andai a Beslan tre anni dopo la tragedia in cui furono uccisi 200 bambini: volevo scoprire come si fa a vivere dopo un simile dramma. E ho scritto la mia prima opera, “Il villaggio degli angeli”, che è il nome del cimitero. Da lì è nato il mio interesse per gli altri paesi che prima facevano parte dell’Unione Sovietica- popoli diversi che vivevano insieme un esperimento sociale. Anche il Turkmenistan, l’Uzbekistan e gli altri ‘stan’ facevano parte dell’Unione Sovietica: come ne sono stati influenzati? Non sentiamo mai parlare di questi paesi. Ero curiosa. Non c’era nessun libro su questi stati.
Se dovesse dire una sola parola per parlare di quello che più l’ha colpita di ognuno dei cinque stati, quale sceglierebbe? Andiamo per ordine:

Turkmenistan: bizzarro.
Kazakhistan: vasto.
Tagikistan: montagne.
Kirghizistan: donne.
Uzbekistan: via della seta.

E adesso può spiegarci di più, del perché ha scelto queste parole?
     Bizzarro il Turkmenistan perché è il paese più strano. E’ rimasto isolato dopo il crollo dell’Unione Sovietica e il suo presidente è come impazzito: nessuno lo controllava più da Mosca. Ha trasformato il paese nella sua immagine, il suo ego diventò ossessivo. La capitale Ashgabat è la Las Vegas del deserto. In un certo senso è divertente e affascinante: ci sono strade molto ampie e però non ci sono automobili. Non si trova un bancomat che funzioni, bisogna partire con il denaro con sé. Il secondo presidente è eccentrico quanto il primo: seguono entrambi la corrente del culto della personalità. Bisogna uscire dalla capitale per incontrare la gente che è molto amichevole ed ospitale.

    Il Kazakhistan è grande, è il nono paese più vasto del mondo. E però è abitato da meno di 20 milioni di persone. In Kazakhistan ho viaggiato in treno: un’esperienza terribile.
    Nel Tagikistan il 90% del territorio è formato da montagne. E’ un paese molto bello ma molto povero, il più povero dei cinque.
    Nel Kirghizistan vige l’usanza del ratto delle spose (le dico che avevo preparato una domanda su questa tradizione che mi ha sconvolto). Dicono che è la loro tradizione, ma non è tradizione come viene fatto oggi. Una volta era diverso, la ragazza veniva rapita per superare ostacoli al matrimonio. Oggi le ragazze sono forzate ad accettare il matrimonio- è diverso. E pensare che 800 anni fa Gengis Khan aveva proibito il ratto delle spose- sua madre era stata una vittima di questa usanza. E’ difficile che si verifichi un cambiamento: la polizia, gli avvocati, gli imam, tutti sono cresciuti con questa tradizione, è la norma. Affiora qualche tentativo di cambiamento, ma è difficile, ci vorrà tantissimo tempo. Nel libro racconto della ragazza russa con cui ho parlato- aveva rifiutato il matrimonio, ma per lei non era una vergogna rifiutarsi di sposare l’uomo che l’aveva rapita.

    In Uzbekistan gli antichi edifici sono testimoni del passato, di quando l’Uzbekistan era attraversato dalla via della seta che andava dalla Cina all’Italia. I popoli degli altri stati erano gente nomade, qui invece la storia diventa viva, testimone del passato, nelle splendide madrasse di Bukhara e di Samarcanda.

Pensa che quella che si può definire come una specie di sindrome della dittatura che accomuna i cinque ‘stan’ sia una diretta conseguenza del loro passato?
     E’ difficile dire perché questi stati non si siano trasformati in democrazie come è successo in Georgia o nei paesi Baltici. Non avevano un passato democratico, non erano mai stati paesi democratici. Accadde che la struttura politica dell’Unione Sovietica rimase uguale. Nel Kazakhistan c’è ancora, come presidente, Nazarbayev che fu installato come leader del partito comunista da Gorbachev.
Lei sottolinea, nel suo libro, la nostalgia comune in questi stati per un passato che a loro sembra fosse migliore del presente. Ma non hanno ragione, dopo tutto? Che cosa hanno guadagnato con l’indipendenza?

      Quando ho chiesto una spiegazione per questa nostalgia, mi hanno risposto che allora la gente era più uguale. Adesso ci sono persone incredibilmente ricche ma la  maggior parte lotta per sopravvivere. Una volta la differenza non era così visibile. In Tagikistan, ad esempio, si stava veramente meglio, avevano uno stato sociale. Dopo c’è stata una guerra civile negli anni ‘90 e oggi non hanno neppure l’elettricità per 24 ore di seguito. Stavano meglio in passato.
Bisogna anche dire che ormai l’Unione Sovietica era molto tempo fa e i giovani non ne hanno memoria. La maggior parte delle persone che ne parla ha nostalgia della propria giovinezza.

Mi ha colpito la loro mancanza di indignazione per tutte le tragedie del loro passato- la carestia, le deportazioni di massa, gli esperimenti nucleari con il conseguente aumento dei casi di cancro, la scomparsa del lago Aral. E’ per ignoranza? Fatalismo? La non-abitudine a pensare in maniera critica?
     Domanda complessa. Durante il regime autoritario dell’Unione Sovietica l’autorità non voleva che la gente pensasse, che pensasse autonomamente. C’è anche mancanza di informazione. Non sanno l’inglese, non ricevono notizie del mondo e quelle che ricevono dall’interno o dalla Russia non sono obiettive.
Mi ha reso felice che persone dell’Uzbekistan che avevano letto il mio libro tradotto in russo mi abbiano ringraziato per essere finalmente venuti a conoscenza di tante cose. I più giovani sono nati in questi nuovi stati e trovano tutto naturale, i più vecchi sono più critici perché ricordano il passato.

Dove ci porterà con il suo prossimo libro?
      Il prossimo libro, che sarà pubblicato in Italia fra qualche mese, si intitola “La frontiera” ed è un viaggio in giro per la Russia attraverso la Corea del Nord, la Cina, la Mongolia, il Kazakhistan, l’Azerbaijan, la Georgia, l’Ucraina, la Bielorussia, la Polonia, la Lituania, la Lettonia e l’Estonia. E infine la Finlandia e la Norvegia.

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intervista e recensione saranno pubblicate su www.stradanove.it