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lunedì 11 novembre 2024

Nino Haratischwili, “La gatta e il generale” 2024

                                                Voci da mondi diversi. Georgia


romanzo storico

Nino Haratischwili, “La gatta e il generale”

Ed. Marsilio, trad. F. Bonomi e F. Cremonesi, pagg. 649, Euro 24,00

      La Gatta. Il suo vero nome è Sesili (all’anagrafe hanno tralasciato la a finale che avrebbe reso il suo nome uguale a quello della nonna). È georgiana, fa l’attrice.

      Il Generale. È stato nel momento cruciale della sua vita che si sono rivolti a lui chiamandolo ‘Generale’, quasi riconoscendo l’autorità nella sua voce. Da ragazzo si chiamava Mališ, poi è diventato Alexander Orlov, un oligarca russo che ha fatto palate di soldi.

    Il Corvo, terzo personaggio con un soprannome- il corvo è latore di brutte notizie. Si chiama Onno Bender, è il giornalista che ha l’incarico di scrivere la vita di Orlov.

     E poi ci sono due importanti personaggi femminili che si rincorrono nelle pagine del romanzo di Nino Haratischwili. Sono due personaggi del regno delle ombre che però appaiono più vivi che mai nei ricordi di chi le ha conosciute. Hanno la forma del rimorso, di una colpa non espiata. Sono Nura e Ada. Nura appare nel capitolo iniziale del libro. E’ il 1994. Le truppe russe hanno invaso la Cecenia. Nura ha diciassette anni, è bellissima, il suo nome significa Luce, sogna di scappare da quel villaggio sulle montagne del Caucaso. Vende pollame e uova ai nemici per raggranellare soldi. Muore. Sapremo molto dopo come, vittima di incredibile violenza.


   Mališ- come era finito, lui, un intellettuale, un idealista che amava i libri, a combattere su quelle montagne, odiando quello che era costretto a fare?- aveva deciso che avrebbe chiamato Ada, come la protagonista del libro di Nabokov che stava leggendo, l’esserino che lo avrebbe reso papà, se fosse stato una bambina. Anche Ada, come Nura, è già morta quando il suo nome appare per la prima volta. Ed è per lei che Alexander Orlov mette in moto tutta la vicenda quando, mentre la sua auto passa per le vie di Berlino, vede un cartellone pubblicitario con un volto che è identico a quello di Nura che lui conserva nella sua memoria. Orlov lo deve a sua figlia, mettere in chiaro quello che è successo nel 1995 in Cecenia. Perché Ada si è uccisa e Orlov è roso dal rimorso.

    Verrà girato un video, con la Gatta nelle vesti di Nura. Verrà recapitato a tre persone che erano con Mališ in Cecenia. Verrà rivissuto tutto quello che era successo. Avevano sperato invano di essersi lasciati il passato alle spalle. Saranno riuniti in un luogo isolato per una resa dei conti. La verità deve venire fuori. Adesso, visto che il processo non era servito a nulla e che Mališ aveva lasciato cadere le accuse. Sia Nura sia Ada devono ottenere giustizia. Ma riusciranno loro, tutti loro, compreso il Corvo, a sopportare il peso della verità e delle sue conseguenze, a non essere schiacciati dalla colpa?


    La drammatica scena finale, orchestrata magistralmente, ci riporta a scene famose di romanzi ‘gialli’, in primis quelli di Agatha Christie, con l’atmosfera claustrofobica in un luogo da cui ogni tentativo di fuga è impossibile, in attesa dell’esito di un gioco mortale alla roulette russa. E il dramma personale dell’oligarca che perde la figlia adorata ricorda quello di Ratko Mladić, il generale e criminale di guerra serbo bosniaco la cui figlia si suicidò dopo aver appreso di che cosa si fosse macchiato il padre che era per lei un idolo. Ana Mladić e Ada Orlov, solo una consonante differenzia i due nomi.


    Anche “La gatta e il Generale”, come gli altri due romanzi di Nino Haratischwili che abbiamo letto, è un grande affresco in cui la Storia è rivisitata attraverso le storie dei personaggi, il disfacimento dell’Unione Sovietica e l’avvento di un capitalismo made in Russia si riflette nella ‘caduta’ dei protagonisti, la tradizione del grande romanzo russo affiora nelle tematiche del delitto e del castigo, di vendetta, di amore e morte, di necessità di espiazione. È un bel romanzo con il difetto di un eccesso di scrittura, di essere ‘overwritten’. Quando la scrittrice ci dice tutto, ma proprio tutto, di alcuni personaggi, finisce per rallentare la narrazione appesantendola.



lunedì 19 agosto 2024

Leo Vardiashvili, “Vicino a una grande foresta” ed.2024

 



Voci da mondi diversi. Georgia


Leo Vardiashvili, “Vicino a una grande foresta”

Ed. Bompiani, trad. Patrizia Managò, pagg. 400, Euro 20,00

 

    Nella favola che la mamma gli leggeva alla sera c’era una grande foresta e Hänsel si lasciava dietro briciole di pane per poter ritrovare il sentiero che avrebbe riportato lui e Gretel a casa. Era una favola che faceva paura, però-diceva la mamma- le favole finiscono sempre bene, bastava che lui e Sandro ascoltassero fino alla fine.

   C’era una foresta anche sul Mtatsminda, la montagna alle spalle di Tbilisi, la città da cui il padre Irakli con loro due bambini era fuggito nel pieno della guerra civile, lasciando indietro la madre perché non c’erano abbastanza soldi per comprare i documenti per tutti. “dov’è Eka?”, chiedevano di continuo Sandro, 10 anni, e Saba di due anni più piccolo. “Ragazzi, presto la riporteremo a casa”, rispondeva il padre, ammazzandosi di lavoro per raggranellare i soldi e comprare il visto e pagare tangenti, per poi essere derubato da un truffatore senza scrupoli che si era dileguato dopo vane promesse.


  C’era anche una statua gigantesca che dall’alto di una collina dominava Sololaki, il pittoresco quartiere di case colorate che si arrampicavano sul Mtatsminda. È la madre della Georgia che tiene in mano una coppa di vino per chi si avvicina in pace e una spada per chi, invece, si avvicina in guerra. Ed era in una di queste casette addossate l’una all’altra che avevano abitato Sandro e Saba con i genitori. Sarebbe stato capace di riconoscerla, Saba, che era partito così piccolo per arrivare in un paese di cui non capivano la lingua e dove tutto era così diverso, lontano anni luce dalla Georgia? Perché Saba, voce narrante di questo primo romanzo di Leo Vardiashvili, arrivato a dodici anni come rifugiato a Londra nel 1995 dopo il caos in cui era piombata la Georgia nel 1991, quando l’Unione Sovietica si era disgregata, parte per Tbilisi alla ricerca di Irakli e di Sandro. Irakli era partito per rintracciare la moglie di cui non aveva più notizie ed era scomparso- il suo ultimo messaggio era stato per dire di non cercarlo, sarebbe andato sulle montagne dove ‘loro’ non potevano trovarlo. Sandro era partito per cercare il padre e anche lui, dopo le prime comunicazioni, era scomparso. Adesso è il turno di Saba che- prima spiacevole sorpresa- viene fermato all’aeroporto di Tbilisi dove gli viene confiscato il passaporto.

                                              Sololaki

    “Vicino a una grande foresta” è il romanzo di una molteplice ricerca. Ricerca delle proprie radici- Un uomo senza storia è un albero senza radici, recita l’esergo. Come ricostruire il proprio passato e riconoscere se stessi in un paese cambiato nell’arco dei vent’anni in cui è stato lontano? A destabilizzare Saba si aggiungono gli animali fuggiti dallo zoo in seguito ad un’alluvione, il gigantesco ippopotamo che si aggira minaccioso per le strade della città, quasi una figura da un altro mondo, la tigre, ancora più minacciosa, che si nasconde nella foresta sul Mtatsminda. È qualcosa che è veramente successo, ma a noi sembra una metafora per l’atmosfera di pericolo che si percepisce nella città.


    Ricerca del padre e del fratello seguendo i graffiti che questi ha lasciato sui muri, come messaggi per una caccia al tesoro in un linguaggio che solo i due fratelli conoscono o come le briciole di pane lasciate da Hänsel. E al posto della strega c’è un ispettore di polizia che aspetta Saba, che ne segue le tracce trasformando il cercatore in ricercato. Perché? Di che colpa si è macchiato Irakli?

    Ricerca nella Storia della Georgia in cui la guida è il tassista Nogar, anche lui un esule in fuga dall’Ossezia, regione separatista della Georgia, anche lui in cerca di qualcuno, della sua bambina alla cui morte in seguito a un bombardamento né lui né la moglie vogliono rassegnarsi.

   Se Saba è il personaggio principale del romanzo, se il suo Virgilio alcolizzato/Nogar è una sorta di ‘doppio’, ci sono poi una miriade di altri personaggi che affiancano Saba nella sua ricerca, ci sono soprattutto le voci di persone che spuntano dal suo passato, che percorrono come ombre le pagine del libro, che fanno rivivere ricordi e riportano alla memoria cose che Saba non sapeva di sapere.

    Un esordio quanto mai interessante, una voce originale sulla scena letteraria.



sabato 23 settembre 2023

Nino Haratischwili, "La luce che manca" Intervista 2023

                                                 


    Poteva esserci un giorno più sfortunato, per la presentazione di un libro e della sua scrittrice, di un giorno di sciopero dei mezzi, a Milano, e di maltempo che ormai significa violentissimi temporali? Forse, però, come si dice, ‘sposa bagnata, sposa fortunata’, si può anche dire ‘scrittrice bagnata, scrittrice fortunata’- scrosciava la pioggia mentre Nino Haratischwili entrava nella libreria Feltrinelli, eppure erano in molti quelli che avevano affrontato le difficoltà per venire a sentirla parlare del suo nuovo romanzo, “La luce che manca”. E ne valeva la pena. 

    Vestita di nero, con un bel viso dall’aria un po’ austera, Nino Haratischwili parla perfettamente sia il tedesco sia l’inglese (non ho potuto fare a meno di domandarmi quanti scrittori italiani ne sarebbero in grado) e, prima che iniziasse la presentazione, ho avuto modo di farle delle domande sul suo libro.

     Un personaggio del suo libro ad un certo punto dice, “E’ ancora mia questa città? Posso ancora chiamarla mia dopo che ho perso tante stagioni di lillà in fiore? Quando è che una cosa cessa di essere nostra?”. So che Lei non è Qeto, una delle protagoniste, ma si riconosce in lei? si pone la stessa domanda? È ancora la sua città, Tbilisi?

     Non proprio, non più, ma torno spesso a Tbilisi, ho un appartamento laggiù, sono sempre in contatto con gli amici e con la mia famiglia. E tuttavia, quando ci si allontana, non si appartiene più alla città e a volte mi rattrista tornare e rendermi conto che non si fa più parte della città. Può essere, però, anche liberatorio, si diventa un poco estranei, si acquista una nuova prospettiva e questo mi piace, dell’essere estranei- si inizia a guardare le cose da un altro punto di vista.

Nel romanzo ci sono le quattro amiche che sono i personaggi principali e poi c’è un’altra protagonista, la macchina fotografica di Dina: è il punto di vista oggettivo?

   Interessante. Può essere anche questa un’interpretazione. Per me la fotografia era un mezzo importante per scrivere il libro, mi era utile, mentre lo scrivevo, usare un tramite diverso per descrivere le cose. Potevo zumare su di esse- con le parole naturalmente- e mi ha aiutato molto per sottolineare quello che mi pareva importante, mi ha aiutato ad avvicinarmi alla situazione e ai problemi.


Una peculiarità della sua narrativa è che la voce parlante NON è il personaggio principale. L’attenzione è centrata su Dina: perché ha scelto lei come la ragazza più ‘in vista’?

    Per me lei non è la protagonista, sono tutte loro protagoniste sullo stesso livello. Dina, però, è la più espressiva, è il motore, è una forza trainante- ecco perché sembra essere lei il personaggio più importante. Forse è lei che spinge la storia a proseguire, è lei che prende decisioni che hanno conseguenze. Ira ha i suoi progetti, Nene agisce seguendo l’istinto, e Qeto- a chi toccava raccontare la storia? Poteva toccare solo a lei, Qeto, perché è la più osservatrice, lei è quella giusta per raccontare. Non è obiettiva al 100% ma lo è più delle altre.

La storia del romanzo si svolge negli anni ‘90 e tuttavia mi sono stupita di leggere di comportamenti che, a quel tempo, non erano più comuni nel Nord Italia anche se forse lo sono tuttora nel nostro profondo Sud: l’onore della famiglia era così importante? Lo è tuttora?

    Sì, il senso dell’onore era proprio così, può sembrare esagerato, ma era così. Adesso le cose sono cambiate e poi dipende da dove sei, nei paesi in montagna è ancora così, ma non nelle città. Quella georgiana era una società dominata dall’uomo, dal maschio, era un patriarcato e d’altra parte era una società senza regole, un’anarchia: gli uomini decidevano tutto e in maniera sbagliata. Era una società violenta. Le donne improvvisavano e cercavano di farsi strada. I criminali erano il modello da imitare e i giovani li imitavano. La conseguenza fu una grande tragedia in cui due generazioni andarono perse, per la violenza e per la droga.


Mi ha scioccato la ferocia del suo romanzo. Dopo l’inizio quasi idilliaco, il romanzo diventa sempre più selvaggio. La violenza aumenta a tutti i livelli, il Male si diffonde nelle famiglie e nell’intero paese che sembra essere coinvolto in una guerra senza fine- guerra civile, guerra fra le gang, guerra in Abkhazia. Viveva ancora a Tbilisi in quegli anni? ha vissuto le stesse esperienze delle quattro ragazze?

   Io sono fortunata, sono di dieci anni più giovane delle protagoniste del romanzo, sono stata protetta dalla mia età e dalla mia famiglia. Non ero molto consapevole di quello che succedeva, ma ricordo benissimo. I personaggi del libro sono fittizi, ma tutto il resto, le gang e le loro imprese, tutto quello che succede nel libro era vero. Io vedevo ma non ero in grado di analizzare quello che vedevo. E poi diventava qualcosa di normale, non c’era un punto di paragone.

Adesso sembra una follia, sono fatti di 25 anni fa ed è quasi impossibile spiegarlo ai ventenni di adesso. Si parla molto di quegli anni, tutti sanno dei terribili anni ‘90, tutte le famiglie sono state traumatizzate, hanno avuto un impatto su tutta la società. Ai giovani, però, sembra un film del Far West e perfino a me sembra impossibile che sia stato così.

Giardino Botanico di Bruxelles

Quale è stata la parte più dolorosa del romanzo da scrivere?

    Il suicidio di Dina. Non anticipo nulla perché si sa dalle prime pagine del libro, ma non si sa come e perché e, mentre leggi, vuoi saperlo. È stato doloroso scriverne. Quando, nel presente, le amiche ritrovate sono nel Giardino Botanico di Bruxelles, si scopre che Qeto aveva cancellato il ricordo della morte di Dina, il dolore aveva fatto sì che lei avesse rimosso quanto era accaduto. Ero depressa mentre ne scrivevo, non volevo lasciarla andare, ma i personaggi sviluppano la loro storia e il loro destino ed io devo seguirli. E poi mi è stato anche doloroso scrivere della scena dello zoo, il punto di svolta nella vita delle ragazze.

A proposito della scena dello zoo: non mi aspettavo di veder riapparire il personaggio del ragazzo con i capelli rossi…

   L’idea di far riapparire il Rosso è arrivata dopo, in effetti non pensavo ne avrei scritto ancora. Quando mi è venuto in mente, mi sembrava la maniera giusta di chiudere il cerchio.


                                           


giovedì 21 settembre 2023

Nino Haratischwili, “La luce che manca” ed. 2023

                                                  Voci da mondi diversi. Georgia


Nino Haratischwili, “La luce che manca”

Ed. Marsilio, trad. Fabio Cremonesi, pagg. 702, Euro 24,00

     Bruxelles 2019. Tre amiche si incontrano ad una mostra di fotografie, dopo una trentina d’anni in cui si erano perse di vista. Il pensiero corre alla quarta di loro che non è presente.

    Tbilisi, Georgia, il decennio degli anni ’90. Quattro bambine sono inseparabili compagne di scuola e di giochi, diventano grandi in quei terribili anni di sconvolgimenti dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

    Sono due, dunque, i tempi della narrazione- il breve tempo di un vernissage in cui, davanti alle fotografie della mostra, si srotola il tempo lungo dei ricordi. È come se ogni fotografia accendesse un flash su un momento del passato, i capitoli hanno il titolo della fotografia davanti a cui Qeto, da sola o con le amiche, si è fermata e il tempo ritorna indietro, a quell’attimo, a quello che era successo, a quello che sarebbe avvenuto dopo.


    Le fotografie che ritraggono loro quattro bambine sono in un tempo che ha ancora la magia dell’infanzia, sospeso tra gli ultimi mesi sotto il governo sovietico e l’indipendenza e i primi disordini. La scrittrice ne approfitta per introdurre le famiglie di Via delle Vigne, del caseggiato con il cortile dove accadranno tante cose, dove le bambine diventano adolescenti, ognuna con la sua personalità- Qeto, l’osservatrice che si autoinfliggerà delle ferite per sopportare il dolore che la circonda (bravissima nel disegno, diventerà restauratrice), Ira, la studiosa, infelice per un amore inaccettabile, andrà al college in America, diventerà avvocato e farà qualcosa che la bollerà come traditrice, la romantica Nene, schiacciata sotto il giogo dello zio e dei fratelli (boss della malavita, introdurranno l’eroina a Tbilisi), e Dina, la fotografa, la solare Dina, Dina la leader, quella che prenderà decisioni che cambieranno la vita di tutte loro.

    Se la fotografia che le riprende tutte e quattro mentre si tuffano, dall’alto di una roccia, è la più emblematica dell’ “età dell’innocenza”, quella che sembra simboleggiare il salto audace ed entusiasta in una nuova fase della vita, un’altra fotografia, intitolata “Lo zoo”, è quella che fissa sulla pellicola un momento di svolta, il giorno in cui Dina e Qeto hanno la rivelazione improvvisa della violenza, della crudeltà, della morte. Qeto ricorda- lei si sarebbe data alla fuga, Dina aveva sfoderato la sua tempra, il suo coraggio, il suo senso etico. E aveva preso una decisione che era l’unica che si potesse prendere. Una vita viene salvata, ma a che prezzo? Un prezzo che non sarà mai saldato, neppure negli anni a venire.


   E c’è un aumento progressivo di violenza intorno alle amiche- sembra che tutto il mondo sia in guerra, guerra civile tra sostenitori e oppositori del presidente, guerra tra le gang mafiose, guerra in Abkhazia (Dina partirà per fotografare la guerra in Abkhazia, dirà che preferisce correre il rischio di morire in guerra piuttosto che morire di dolore). In questa società dominata dagli uomini che dettano le regole dell’onore, è perfino difficile innamorarsi, è necessario nascondere gli incontri d’amore, le minacce di vendetta per i tradimenti sono terribili. Ma che cosa è la morale se tutto intorno a loro è immorale? “Questo orrore è la nostra vita. Non possiamo più permetterci di avere una morale”, dice una di loro.

   A trent’anni di distanza, davanti alle fotografie che le riportano indietro nel tempo, davanti a quegli scatti che solo loro sono capaci di interpretare appieno, mentre gli sguardi curiosi degli altri visitatori della mostra si appuntano su di loro, il senso di tutto quell’orrore ritorna nella sua crudità- “Ma voi come fate? Io non riesco a smettere di pensare alla morte, a tutto l’orrore che mi sono ritrovata davanti alla mostra”, dice Qeto, ma la dolce Nene ribatte, “C’era anche tanta bellezza, Qeto. Non puoi separare le due cose. Prima ancora di avere 25 anni avevamo visto e vissuto ben più di quanto la maggior parte delle persone vede e vive in tutta la vita. A volte sono quasi grata per quelle esperienze.”

Ponte della Pace, Tbilisi. Progettato da Michele De Lucchi

    È un libro bello, selvaggio e feroce, “La luce che manca”. Un libro di orrore e di dolore. È però anche un libro che esalta il valore e il conforto dell’amicizia, nonostante le difficoltà e le incomprensioni. È un libro di un decennio di Storia travagliata del paese che è noto per aver dato i natali a Stalin, e anche a Berija, gli esperti dell’orrore. E ‘la luce che manca’ è, prosaicamente, la luce che salta di continuo a Tbilisi (tutti hanno candele e torce di scorta), è la luce che manca nell’intero paese lasciando sprofondare la Georgia nel buio di anni luttuosi, è Dina stessa la luce che manca, ora che non illumina più, con la solarità del suo sorriso, il gruppo delle sue amiche.

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A breve seguirà intervista con la scrittrice.



sabato 13 giugno 2020

Nino Haratischwili, “L’ottava vita (per Brilka)” ed. 2020


                                                         Voci da mondi diversi. Georgia
               saga
           la Storia nel romanzo


Nino Haratischwili, “L’ottava vita (per Brilka)”
Ed. Marsilio, trad. Giovanna Agabio, pagg. 1129, Euro 24,00

      Pagina 1129. Fine. Ho finito di leggere “L’ottava vita” di Nino Haratishwili e mi dispiace. Vorrei che ci fossero altre pagine, altre storie. Vorrei continuare a leggere.
     Come posso iniziare a parlare di questo bellissimo romanzo-fiume che vi trascina impetuoso, vi fa superare confini lungo il suo corso, indugiare nelle anse di storie tranquille, trattenere il respiro quando le acque precipitano nelle rapide di scontri e battaglie, quando si tingono di rosso o si sporcano di fango? Come un fiume questo romanzo riceve affluenti di tante storie minori e come un fiume finisce solo in apparenza, è pronto a mescolarsi ad altre acque, alla vita di Brilka che deve ancora essere raccontata: devo queste righe a te, Brilka…perché tu meriti l’ottava vita. Perché si dice che il numero otto equivalga all’eternità, al fiume che ritorna.
Tbilisi
     “In realtà questa storia ha molti inizi”, scrive Nino Haratishwili (non è un errore, non è un nome maschile: santa Nino fu un’apostola cristiana nella Georgia del 300 d.C.) prima di decidere di iniziare dal presente, dalla telefonata di sua madre che le chiede di andare a prendere la nipote dodicenne Brilka, scappata da Amsterdam dove si trovava con la compagnia di ballo, e fermata dalla polizia a Mödling. Da qui si avvia la storia di sei generazioni della famiglia georgiana Jashi, per raccontarla a Brilka, per affidargliene l’eredità insieme a quella della ricetta segreta della ‘magica’ cioccolata del trisnonno cioccolatiere che l’aveva portata con sé da Vienna. Soltanto una persona in famiglia conosceva il segreto della cioccolata, perché non si poteva gustare con leggerezza. Chi l’aveva assaggiata aveva conosciuto attimi di pienezza e beatitudine prima di essere colpito da una tragica sorte- coincidenza? caso? destino? E se ora pensate a “Chocolat” o a “Come l’acqua per il cioccolato”, siete fuori strada, perché c’è passione e lievità anche ne “L’ottava vita”, ma c’è l’ampiezza di respiro del romanzo epico che sa alleggerire la narrazione sfruttando elementi del feuilleton e del realismo magico- ci sono storie di amori e disamori e tradimenti, c’è l’irresistibile cioccolata, ci sono i morti che ritornano, fantasmi che però non suscitano sensi di colpa come Banquo, ma tengono compagnia.

    La Georgia e il cioccolatiere, dunque, negli anni immediatamente dopo la rivoluzione che vide la fine degli zar e l’ascesa di uno zar rosso, l’uomo della Georgia a cui ci si riferisce chiamandolo ‘il Generalissimo’, che governò con un pugno di acciaio (come il nome che si era dato) aiutato da un altro georgiano, il Piccolo Grande Uomo dagli occhialetti tondi. La storiella che girava su di loro (anni dopo, quando l’Unione Sovietica si era dissolta) diceva che Berija, in risposta a Dante che si era stupito di incontrarlo nell’Inferno immerso solo fino alle ginocchia in un lago di sangue, gli aveva fatto notare che era in piedi sulle spalle di Stalin. E, se la storia degli Jashi copre sei generazioni, è ovvio che sia strettamente intrecciata non solo con quella della Georgia ma pure con quella dell’Unione Sovietica poi ridiventata Russia, di Leningrado poi ridiventata San Pietroburgo (la donna amata dal giovane Kostja Jashi muore nell’assedio di Leningrado mentre lui è tra gli uomini che cercano di evacuare la città sulla Strada della Vita), di Mosca, sempre Mosca, il centro della Storia sovietica. Quante tragedie, quante morti, quanto sangue. Una, due guerre mondiali, gulag e carestie, kolchoz e deportazioni. Ma anche  amori e passioni, una madre che viaggia per un tempo infinito dalla Georgia a Mosca alla ricerca del figlio, una donna bellissima (e sposata) che deve soggiacere alle voglie di un potente, una ragazza torturata perché riveli dove sia il fidanzato che ha tradito la patria, bambini che crescono senza padri (portano tutti il cognome Jashi), bambini rifiutati dalle madri, amori lesbici e amori sul filo del telefono. E la paura, sempre.
tappeti in una strada di Tbilisi
E’ impossibile rendere l’idea di tutte le storie che sembrano formare il disegno di un tappeto fatto da migliaia di nodi (è l’immagine usata da Niza, la voce narrante), che arrivano nel nuovo millennio con i fermenti nazionalistici della Georgia, con altri drammi pubblici e privati raccontati con voce partecipe da Niza che finirà per allontanarsi da patria e famiglia per andare in Germania, ritornando poi con Brilka- sembra la chiusura del cerchio, ma no, la Storia e le storie continueranno in pagine ancora bianche.
       Sono tanti i personaggi del romanzo, difficile scegliere anche solo a chi accennare, perché sono tutti a tinte forti, sono tutti impressi in maniera indelebile nella nostra mente e nel nostro cuore.
il sottomarino K19 la cui tragedia ha ispirato il film "The widowmaker" del 2002
Kostja, il capofamiglia che regola la vita di tutti, il militare che ha corso il rischio di morire intrappolato nel sottomarino nucleare K19, che non sa rassegnarsi alla fine del vecchio mondo e del vecchio ordine. Sua madre, l’indomita Stasia che sognava la danza, la figlia Kitty che diventerà una cantante famosa all’Ovest, la bellissima Christine che dovrà nascondere metà volto con un velo, la debole Elene che delude il padre Kostja, il quale sarà doppiamente deluso dalla nipotina preferita che sceglierà di fare (di nascosto) l’attrice. Niza, infine, meno bella della sorella attrice, più intelligente, assetata di affetto, che non sa riconoscere la stessa sete di affetto in Brilka, la figlia rimasta orfana della sorella.
     Un romanzo grandioso, raro, che lascia un senso di pienezza. E non fatevi spaventare dal numero delle pagine. Vorrete che fossero di più.

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la recensione sarà pubblicata sul sito www.stradanove.it




lunedì 31 dicembre 2018

Tamta Melašvili, “La conta” ed. 2018


                                                                Voci da mondi diversi. Georgia
                                                                la Storia nel romanzo
     romanzo di formazione

Tamta Melašvili, “La conta”
Ed. Marsilio, trad. Francesco Peri, pagg. 108, Euro 14,00

      Tre brevissimi giorni per quello che accade nel breve libro della scrittrice georgiana Tamta Melašvili: mercoledì, giovedì, venerdì, in un rincorrersi che è quello delle ore. Termina di sabato, ma non andate a vedere prima come.
Il tempo non è precisato, ma sappiamo che deve essere il 2008, anno della guerra tra Georgia e Russia nelle terre di confine dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia. Neppure le due parti sono mai nominate, si parla di ‘noi’ e degli ‘altri’. E gli ‘altri’ sono i nemici per le due ragazzine protagoniste, Ninco e Ketevan (l’amica la chiama con il nomignolo affettuoso di ‘Topi’, piccolina).
      Vivono in un quello che deve essere un paesino ormai per lo più disabitato- gli uomini sono in guerra, vecchi, donne e bambini sono rimasti in paese. Vecchi che non hanno più un motivo per vivere, donne che non sanno come sfamare i figli, bambini che giocano alla guerra, che vanno a vedere il cadavere di un soldato morto quasi fosse uno spettacolo, che- come Ninco- fanno concessioni ai soldati nemici per un pacchetto di sigarette. Hanno tredici anni, Ninco e Topi. Ma Ninco è già una piccola donna, Topi lo diventerà nell’arco dei tre giorni che racchiudono tutta la sua vita. Ninco deve prendersi cura della vecchia nonna e Topi di un fratellino che ha solo un mese e la mamma non ha più latte per allattarlo. Forse la situazione migliorerà se veramente apriranno un corridoio, forse riusciranno a procurarsi qualcosa. E’ l’allettamento dei soldi che le spinge ad accettare l’incarico che propone loro un ragazzo più grande: devono attraversare il bosco evitando la zona minata, fare finta di andare per funghi (è plausibile, no?, c’è così poco da mangiare), ci sarà qualcuno che le aspetta e darà loro della roba da nascondere nel cestino.
    Il titolo è “La conta”. Possiamo pensare che in questo paesino ci si può mettere a contare chi c’è e chi non c’è più, possiamo pensare al gioco che fanno i bambini con una filastrocca, Conta dieci, conta venti, leva tutti e quattro i denti. Ed è quello che fa Topi quando le consegnano dei fogli con i nomi di chi è morto, indicandole a chi deve consegnarli e dicendole di non leggerli. Leggerli? Non leggerli? Topi li legge, poi fa degli aeroplanini di carta con i fogli e li fa volare via.
macerie a Gori
     Quello di Tamta Melašvili è un tragico romanzo di formazione, un libro che parla di guerra vista dalla parte dei bambini, che sono capaci di mescolare parole più grandi di loro con quelle dei loro giochi, che si adattano, in qualche modo, alla realtà che li circonda, alla puzza dei cadaveri e al dolore della perdita, continuando a pensare alle tette che non spuntano ancora o che sono già cresciute, che riescono perfino a prendersi gioco della guerra, come quando Ninco finge un attacco di epilessia per eludere le domande di chi le ha sorprese nel bosco. A volte i giochi, però, finiscono molto male. Soprattutto se c’è una guerra in corso.
     Si legge in un attimo, ma non si dimentica.

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domenica 21 ottobre 2018

Levan Berdzenišvili, “La santa tenebra” ed. 2018


                      Voci da mondi diversi. Georgia
        testimonianze


Levan Berdzenišvili, “La santa tenebra”
Ed. e/o, trad. F. Peri, pagg. 271, Euro 16,80


    E finalmente si torna a parlare della Georgia e non più soltanto associando il nome “Georgia” a quello del suo figlio più famoso e temuto, l’uomo baffuto conosciuto come Josif Stalin (uomo di ferro) ma che in realtà si chiamava Džugašvili, un cognome che contiene la sua provenienza (il finale in –švili dei cognomi georgiani significa ‘figlio di’). Quest’anno, in cui l’ospite d’onore alla Fiera del Libro di Francoforte è proprio la Georgia, dopo un lungo e pressoché totale silenzio, due diverse case editrici pubblicano due libri di scrittori georgiani.
“La santa tenebra” di Levan Berdzenišvili (casa editrice e/o) è un libro importante e necessario, una testimonianza che ci arriva da un Gulag- abbiamo ancora in mente l’impatto fortissimo dei libri di Solženicyn negli anni ’70: c’è stata la glasnost, c’è stata la perestrojka, c’è stata la fine dell’Unione Sovietica ed era da prima di tutto questo che non leggevamo un libro come quello di Berdzenišvili, più del resoconto di un’esperienza durissima di vita vissuta, un esempio di come sia possibile non lasciar morire il cuore e il cervello anche quando la semplice sopravvivenza fisica è uno sforzo.
il treno di Stalin nel museo di Gori
     Il Gulag in cui Berdzenišvili è stato internato insieme al fratello Davit si trovava in Mordovia, una delle tante repubbliche della Russia europea. I due Berdzenišvili, dissidenti, fondatori di un partito repubblicano a Tbilisi, erano stati prelevati dalla loro casa con le modalità tristemente note. Ma i dettagli sulla ‘loro’ storia ci vengono detti negli ultimi capitoli, prima, a sottolineare l’importanza di ogni internato, c’è una carrellata di ritratti degli altri ospiti forzati del campo. Georgiani, armeni, russi, detenuti politici che devono produrre 92 paia di guanti ciascuno, ogni giorno. E sono tutte persone straordinarie, così come è straordinario Levan Berdzenišvili che racconta della loro vita quotidiana. Dalle sue parole sembra quasi che il Gulag non sia un campo di prigionia ma un resort, un luogo di intrattenimento dove il lavoro è un passatempo ed una gara di maggior produzione e dove si intavolano discussioni come in una palestra socratica. Domande e risposte tra persone che hanno, ognuna, un campo di specializzazione diverso, brindisi con il thermos del tè, un tamada, un ‘toast maker’ che, secondo l’usanza georgiana, orchestra i brindisi (c’è una statua a Tbilisi che celebra questo personaggio essenziale in ogni simposio).
Statua al toast-maker, a Tbilisi
Si ipotizzano situazioni, si parla, si parla con intelligenza e acume, con ironia (che è dire l’opposto di quello che si vuol intendere), con umorismo. Si parla di politica (c’è anche chi venera tuttora Stalin ed è degno di rispetto ugualmente), di letteratura, di religione, di appartenenza, di cucina georgiana (ah, il khachapuri al formaggio, viene l’acquolina in bocca, mentre un ragù di pecora portato da una delle mogli e andato a male è nauseabondo), di come regolamentare lo sciopero della fame, di piccole lotte per ottenere piccoli diritti, come l’autorizzazione a scrivere lettere alla famiglia nella propria lingua.
Tbilisi
     Non ci si stanca di leggere. Si prova ammirazione e rispetto per chi è stato capace di affrontare una prova così dura in questo modo, preservando la propria dignità. E si finisce per pensare che la grande letteratura non nasce quasi mai da condizioni di vita facile tra agi materiali.

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