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sabato 17 gennaio 2026

Teresa Ciabatti, “Donnaregina” ed. 2025

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia



Teresa Ciabatti, “Donnaregina”

Ed. Mondadori, pagg. 218, Euro 19,00

 

    Donnaregina, nel cuore di Napoli, vicinissimo al rione della Sanità.

    Giuseppe Misso, capo indiscusso del clan, l’uomo carismatico che comandò per anni nel Rione Sanità (dove, peraltro, nacque Totò). Ultimo di sette figli (un detto recita che, se il quinto figlio fa da tappezzeria, il settimo neppure viene denunciato all’anagrafe), iniziò a rubare a cinque anni, a quattordici anni e due giorni finì per la prima volta in carcere. Era nato nel 1947, un figlio della miseria del primissimo dopoguerra. All’inizio della sua ‘carriera’, Misso ‘lavorò’ insieme a Luigi Luciano- il soprannome per Misso era ‘o’ nasone’ (lui negò sempre, ma pare si sia fatto rifare il naso in Brasile) e per Luciano era ‘Lovigino’ perché era bello, con gli occhi azzurri, c’è chi dice che fosse l’uomo più bello di Napoli. Un’amicizia che finì male, tra un’ammazzatina e un’altra, una vera e propria faida. Erano specializzati in colpi grossi, o’ nasone e Lovigino, negli anni ‘80 fecero una rapina miliardaria ai danni del Monte dei Pegni del Banco di Napoli- era la loro specialità, furti e rapine nelle banche, negli uffici postali o dei furgoni blindati. Simpatizzante dell’estrema destra, fu processato (e poi prosciolto dall’accusa) per una sua presunta partecipazione alla strage del Rapido 904 la notte del 23 dicembre 1984. Adesso Giuseppe Misso è un ‘pentito’ e collaboratore di giustizia, sotto protezione dal 2011.


     L’ex camorrista Giuseppe Misso, che peraltro ha sempre rifiutato l’accusa di far parte della camorra, ha accettato di parlare con la scrittrice Teresa Ciabatti, di diventare il soggetto di un suo libro, lui, il criminale anomalo che aveva scritto un romanzo autobiografico di tutto rispetto, “I leoni di marmo”. Forse proprio per quello ha accettato, perché Teresa Ciabatti non è una giornalista di inchiesta, perché Misso ha intuito che lei avrebbe guardato oltre gli aspetti spettacolari della sua vita, oltre le uccisioni (o’ nasone lo diceva apertamente, che lui non mandava a uccidere, lui ammazzava di persona- quanti? Non si contano, di certo più di cento), avrebbe visto dentro di lui, avrebbe riportato i dettagli privati della sua vita, come il suo amore, anzi, la sua fissazione per i colombi, o l’episodio fantastico in cui- ne era certo, certissimo- aveva avvistato un UFO.

Luigi Giuliano

    Il romanzo “Donnaregina” nasce così, da colloqui diradati nel tempo, da chiacchiere ad un tavolo di ristorante, da messaggi sul telefono. La scrittrice entra nella vita di lui, lui entra in quella di lei. Perché, ad un certo punto, la biografia si intreccia con l’autobiografia, è come se ci fosse un’assonanza fra il criminale pentito e la scrittrice. Lui, con il suo fardello di una moglie molto amata e uccisa spietatamente in un agguato, il desiderio mai esaudito di un figlio con lei e i figli che, invece, sono arrivati con un’altra donna. Soprattutto con quel sentimento contrastante di amore e disprezzo per l’unico figlio maschio- era colpa sua, della sua assenza come padre, se Giulio era gay? La statura di quest’uomo si rivela in come l’amore paterno è capace di cambiarlo, lui, retaggio di una cultura maschilista che getta i ‘femminielli’ nei bidoni dell’immondizia, è capace di riconoscere a testa alta, in un’udienza, che suo figlio è gay (sì, usa questa parola, non più femminiello)- c’è qualcosa di vergognoso in questo?

murales di Michela Murgia a Napoli

   La scrittrice porta nei loro incontri se stessa, la sua amicizia con M. (Michela Murgia), il dolore per affrontare una morte annunciata e i suoi problemi familiari- anche lei, presa dalla scrittura, non è presente con marito e figlia, anche lei ha un rapporto difficile con la figlia che viene ricoverata più di una volta per autolesionismo. E Giuseppe Misso simpatizza con lei, le manda perfino gli auguri di buon onomastico, si informa sulla salute della figlia.

   Teresa Ciabatti ha una bella scrittura, ci piace l’angolazione ‘privata’ da cui ci presenta un uomo che la stampa ha sempre presentato come un criminale senza scrupoli, ci piace come accolga la sua autodifesa- lui non uccide donne e bambini, lui ha elargito denaro per soccorrere le vittime del terremoto, ha sempre cercato di aiutare i poveri del Rione, di regolamentare la camorra: ha cercato di manipolarla, o’ nasone?

E tuttavia la commistione delle due vite ci pare un poco pretestuosa, avremmo preferito leggere solo le confidenze di Giuseppe Misso, dell’uomo che trasforma il nome di un rione, Donnaregina, in un simbolo- tutte le donne sono regine.



giovedì 30 gennaio 2025

Ludmila Ulitskaya, "Daniel Stein. Traduttore"

   La casa editrice la Nave di Teseo ha ristampato il bellissimo libro della scrittrice russa Ludmila Ulitskaja, "Daniel Stein. Traduttore"

               


Ne ho già pubblicato la recensione e l'intervista fatta alla scrittrice in data 15 e 17 maggio 2016, sotto l'etichetta Voci da mondi diversi. Russia/ biografia/biografia romanzata.

Se non lo conoscete, vi consiglio la lettura.




martedì 5 marzo 2024

Igino Domanin, “Un eroe comune. 29 gennaio 1979/ il giudice Alessandrini/ gli anni di piombo/ un romanzo familiare” ed. 2024

                                                                        Casa Nostra. Qui Italia

            anni di piombo

Igino Domanin, “Un eroe comune. 29 gennaio 1979/ il giudice Alessandrini/ gli anni di piombo/ un romanzo familiare

Ed. Marsilio, pagg. 296, Euro 20,00

 

  Intelligentissimo, spiritoso, distratto, poco incline alle apparenze, ma moderno e curioso di tutte le novità.

È così che Igino Domanin descrive lo zio Emilio Alessandrini, il giudice della procura di Milano assassinato da due killer di Prima Linea il 29 gennaio 1979.

È questa data, seguita da brevi frasi lapidarie- il giudice Alessandrini, gli anni di piombo, un romanzo familiare- che funge da sottotitolo, una sorta di spiegazione di intenti, del libro “Un eroe comune” di Igino Domanin. Perché, tenendo in mente quella data, non dimenticando mai che è di Emilio Alessandrini che si vuol ricostruire la vicenda, è degli ‘anni di piombo’ (iniziati con l’altra fatidica data, quella della strage di piazza Fontana il 12 dicembre 1969) che è necessario parlare. E Igino Domanin lo fa raccontando la Storia di quel periodo nero dell’Italia intrecciandolo con la storia della sua famiglia, con i ricordi di se stesso, poco più che un bambino all’epoca.


   Un ricordo incancellabile- Domanin viveva in Sicilia con i genitori, quel giorno lo avevano fatto uscire prima da scuola, lo aveva colto l’angoscia, il timore che fosse morto suo padre, poi una premonizione strana che gli aveva fatto chiedere, “è successo qualcosa a mio zio a Milano?”. E poi la disperazione della madre, legatissima a quel fratello sempre allegro, che si univa a loro d’estate sulla spiaggia di Pescara, che andava a trovarli in Sicilia, che condivideva con il nipote la passione per il cinema, che amava la musica di De André e andava a curiosare nei locali hippie, come Macondo.

   Le prime indagini di Emilio Alessandrini si erano svolte in un contesto neofascista, dal ’72 al ’74, nel clima della strategia della tensione. Il suo metodo di indagine si basava sulle analisi minuziose, sul reperimento di corpi di reato, su letture, schedature e interrogatori- era come se si immergesse all’interno di situazioni e ambienti nei quali si muovevano i responsabili delle azioni eversive.

   È un tempo estremamente complesso, quello che Igino Domanin analizza nel suo libro. Complesso per il numero di associazioni che si forma e si scioglie, dando origine ad altre associazioni, uguali e diverse. È difficile stare dietro a tutte, finiamo per ricordare le Brigate Rosse e Prima Linea, forse quelle che hanno compiuto azioni più tragicamente spettacolari. Un tempo complesso per quello che si cela dietro alla lotta armata, per le trame oscure intese a confondere le piste.

   È anche un tempo estremamente violento e crudele, soprattutto quando si passa dai rapimenti alle uccisioni- è una mattanza, un bagno di sangue. Il paese è precipitato nella follia.


Il sequestro e la morte di Moro accadono nel 1978, eppure Emilio Alessandrini non si riteneva minacciato, perché faceva parte anche lui del cambiamento che i terroristi auspicavano. Ecco, non aveva capito che nel 1979 Prima Linea aveva cambiato strategia, mirava a colpire una figura di vertice, se la sarebbe presa con gli uomini progressisti e onesti che svolgevano il proprio compito. Anzi proprio per quello- si era tanto più nemici del popolo e servi dei padroni quanto più si faceva bene il proprio dovere. Come Emilio Alessandrini.


   Leggere il libro di Igino Domanin significa chiedersi di continuo come tutto quello che è successo sia stato possibile e il lettore non riuscirebbe a sopportare l’angoscia di rivivere quegli anni e la loro cupa atmosfera se non ci fosse il sollievo delle pagine di ‘romanzo familiare’ che ci riportano ad un’altra Italia più ‘leggera’, quella di Carosello e della Citroën, dei film comici e delle vacanze al mare.

    Un libro da leggere, per sapere, per ricordare un uomo che è stato un ‘eroe comune’ per aver fatto al meglio il suo lavoro (ce ne vorrebbero di più, di uomini come lui), perché il nome di Emilio Alessandrini non resti muto su una targa all’ingresso di un parco.



 

 

giovedì 29 giugno 2023

René De Ceccatty, “Maria Callas” ed. 2023

                                           Voci da mondi diversi. Francia

         biografia

René De Ceccatty, “Maria Callas”

Ed. Neri Pozza, trad. G. Zucca, pagg. 308, Euro 19,00

 

    Maria Callas, un mito. Maria Callas, la Divina. La cantante lirica con un nome che è diventato la personificazione dell’opera.

Il libro di René De Ceccatty a lei dedicato ne ricostruisce la vita, passo per passo, cercando di capirne gli scompensi, mettendo a fuoco la grandezza e la fragilità di una donna che rimarrà per sempre impressa nella memoria di tutti, anche di quelli che non sono appassionati di opera lirica.

    Maria non aveva avuto un’infanzia facile. Di genitori greci era nata a New York nel 1923, dopo che i genitori avevano deciso di trasferirsi in seguito al trauma della perdita del secondogenito, morto di tifo. Aveva un cognome impossibile da pronunciare in America, Kalogeropoulos, e un lungo nome di battesimo, Anna Maria Cecilia Sofia. Dapprima fu Maria Kalos, in seguito Maria Callas.


Fin da piccola Maria aveva mostrato le sue doti canore, individuate dalla madre che, secondo le accuse della cantante, la sfruttò per anni, fino all’adolescenza. De Ceccatty non tenta di fare speculazioni psicologiche sul disagio affettivo di Maria, si limita a riportare parole dette da Maria stessa o dalla madre. È certo che non ci fu mai grande affetto tra madre e figlia, così come è certo che la madre preferisse la figlia maggiore e che il distacco precoce dal padre, dopo la separazione dei genitori, può in qualche modo spiegare l’attrazione che Maria provò sempre verso uomini molto più anziani- il marito Giovanni Battista Meneghini aveva 27 anni più di lei e Aristotele Onassis, l’altro grande amore della sua vita, ne aveva 17 di più.

    L’ascesa di Maria, le sue doti canore straordinarie, le opere che la resero famosa come interprete, il suo dominio della scena, la resistenza fisica che le faceva sopportare le tournée da un lato all’altro del mondo, il paragone e la rivalità con le altre grandi cantanti del suo tempo, così come la sua vita privata con stralci delle lettere appassionate scritte a Meneghini che era diventato il suo impresario oltre che suo marito, e poi la passione per Onassis che invece finì per sposare Jacqueline Kennedy- leggiamo di tutto questo nel libro di De Ceccatty. Lo scrittore dà importanza non solo alla figura di Maria sul palcoscenico (viene voglia di ascoltare la voce della Callas mentre leggiamo) ma anche a quella dell’essere umano che si impose una ferrea dieta per trasformarsi da donna massiccia e piuttosto insignificante in una figura snella dai lineamenti scolpiti- una bellezza forse un po’ dura ma affascinante. E però può darsi che questa forte perdita di peso abbia influito sul dramma della perdita della voce della cantante- non qualcosa di improvviso, ma possiamo solo immaginare che cosa abbia voluto significare, per Maria, avere dei cedimenti durante un’esibizione, dover supplire con le strategie del mestiere alla mancata estensione della voce. Aveva contribuito anche questo alla virata nella sua vita, al nuovo interesse per il jet set e ai loro divertimenti?


    Leggere la vita di Maria Callas è come seguire il percorso di una stella luminosissima nel firmamento, una stella che dal massimo splendore si spegne gradualmente. Termina la vita in solitudine, Maria. Forse non è neppure strano, perché non aveva un carattere facile, non era portata per l’amicizia, non aveva mantenuto vivi i rapporti famigliari.

    Il libro di René De Ceccatty è molto dettagliato e ricco di riferimenti, fa rivivere un personaggio che occupa un posto d’onore nella storia del secolo XX, ridesta in noi l’interesse per le sue opere, e tuttavia ci manca sentire lei, Maria Callas, vibrare in queste pagine- è come ammirare un ritratto di lei, un ritratto fedele ma distante.

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martedì 6 luglio 2021

Björn Larsson, “Nel nome del figlio” ed. 2021

                                                                       vento del Nord

                                                             biografia

              autobiografia

Björn Larsson, “Nel nome del figlio”

Ed. Iperborea, trad. A. Scali, pagg.206, Euro16,50        

 

   Tutto ha inizio con una data di fine estate, il 27 agosto 1961. Tutto finisce quello stesso giorno.

Il 27 agosto 1961, durante una gara di pesca, una piccola imbarcazione affonda nel lago Nedre Vätter, nella Svezia centrale. Avrebbe potuto trasportare al massimo quattro persone, invece a bordo c’erano sei adulti e due bambini. Morirono tutti. Uno di loro era l’elettricista Bernt Larsson, ventinove anni, il padre dello scrittore.

    Björn Larsson ricorda benissimo quel giorno. Aveva sette anni e mezzo. E, quando era tornato a scuola, dopo i funerali, aveva detto ad un amico che la morte del padre gli aveva dato più sollievo che dolore. Una confessione che dà molto da pensare, parole che rivelano qualcosa di cui forse Björn bambino non si rende neppure ben conto e per cui sono inutili le lacrime della madre a cui è stato riferito quanto detto dal figlio (che nega di essersi espresso così). Sarebbe meglio, forse, cercarne la causa, approfondire quale fosse il rapporto padre-figlio e poi indirizzare lo sdegno verso chi ha riportato le parole alla vedova- a che pro? Pura e semplice cattiveria.


     Inizia da qui il viaggio dello scrittore (in quanti viaggi abbiamo accompagnato Björn Larsson nei suoi libri, ad iniziare da “Il lungo viaggio del pirata Long John Silver”), questa volta non veleggiando sui mari, ma nella sua mente, alla ricerca dell’evanescente figura del padre scomparso troppo presto e finendo poi, per necessità di cose, per parlare di sé- una biografia che è nello stesso tempo autobiografia.

     Il lui bambino che ha conosciuto il padre ha veramente pochissimi ricordi. Di certo il padre, come tutti nei paesi nordici, beveva, e molto. Era perché aveva bevuto che non si era reso conto del pericolo dell’imbarcazione su cui era salito? Di certo i ricordi sgradevoli che il figlio (in tutta la narrazione Björn Larsson si identificherà come ‘il figlio’ de ‘il padre’) ha del padre sono collegati alle volte che questi aveva bevuto. Eppure suo padre avrebbe potuto avere una vita interessante e soddisfacente davanti a sé. I nonni non avevano avuto i mezzi per farlo studiare, ma il padre aveva molti interessi, oltre ad essere un ottimo elettricista. Aveva fatto ricerche per trovare l’uranio, aveva sete di avventura, aveva preso il brevetto di sommozzatore.

Ecco, come era stato possibile che un uomo in piene forze, provetto nuotatore, esperto nelle tecniche di salvataggio, fosse annegato, oltretutto ad una distanza relativamente breve dalla costa e in acque non fredde? Lo scrittore fa sue le ipotesi avanzate dai giornali dell’epoca e dalla descrizione di quanto era accaduto nello scritto di chi aveva rinvenuto il corpo del padre.


    Questo episodio cruciale non viene accantonato, Björn Larsson ci ritornerà ripetutamente sopra con domande che non hanno risposta, mentre altre domande si rincorrono, più esistenziali, di più ampio raggio. Riguardano l’ereditarietà, se esistano dei geni che tramandano inclinazioni e interessi e carattere. Pensando alla sua propria vita, a determinate esperienze, come l’anno trascorso a studiare in America, la sua specializzazione in francese e tutto quello che ne era seguito, Björn Larsson si domanda se sarebbe stato tutto uguale anche senza quella tragedia, anche senza l’assicurazione che a loro insaputa il padre aveva fatto e che aveva dato loro possibilità insperate.

      Il padre, la madre a cui il figlio ha proposto un legame di amicizia, gli amori, il suo diventare padre a sua volta, le letture, il mare, ancora domande sulla sorte del padre che diventa spunto per una riflessione di maggiore portata- non dovrebbe essere uguale per tutti il cordoglio, quando una persona scompare? Non è una gran livellatrice la morte? Perché, sui giornali, alcuni hanno la dignità di apparire con nome e cognome e altri sono dei numeri in una notizia?

    “Nel nome del figlio” è lo sguardo girato indietro per guardare al passato e cercare di interpretarlo, accettando quello che è stato, perché lo scrittore può dire di ‘non aver niente da rimpiangere, niente di cui dispiacersi, nessuno da incolpare eccetto se stesso, tantomeno suo padre’ e, ‘se potesse tornare indietro non cambierebbe quasi nulla’. C’è una quieta soddisfazione in questo, una consapevolezza che l’unica tragedia è quella di non vivere, di morire troppo presto, come suo padre, senza aver modo di realizzare i suoi sogni, qualunque fossero stati. E la riflessione dello scrittore diventa quella di tutti noi che leggiamo.

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domenica 12 luglio 2020

Jung Chang, “Le signore di Shanghai” ed. 2020


                                                         Voci da mondi diversi. Cina
                                                               biografia romanzata

Jung Chang, “Le signore di Shanghai”
Ed. Longanesi, trad.  Alba Bariffi, pagg. 448, Euro 22,00 (Formato kindle 9,99)

   È innegabile. Ci sono delle famiglie speciali, famiglie che hanno qualcosa in più, delle doti o delle qualità che le portano a sfruttare al massimo le possibilità che la fortuna ha messo sul loro cammino. Famiglie la cui vita  si presta a diventare materia di romanzo, con un intreccio di eventi straordinari di cui si potrebbe dire che la realtà supera l’immaginazione. Le sorelle Mitford appartenevano ad una di queste famiglie. Le sorelle Soong sono un altro esempio- Jung Chang ci racconta la loro storia ( e quella della Cina nell’arco di un secolo) nel suo affascinante nuovo libro, “Le signore di Shanghai”.
    Ei-ling: Sorella Maggiore. Chin-ling: Sorella Rossa. May-ling: Sorella Minore. Erano nate rispettivamente nel 1889, 1893 e 1898 in una ricca e lungimirante famiglia di Shanghai che mandò tutte e tre a studiare negli Stati Uniti (May-ling aveva solo nove anni quando lasciò la Cina per il college americano- per fortuna le sorelle l’aiutarono a superare il trauma della separazione dalla mamma) e fecero tutte dei matrimoni importanti che le avrebbero fatte vivere sotto le luci dell’attenzione mondiale.
Ei-ling sposò H.H.Kung, un banchiere che fu Ministro delle Finanze tra il 1933 e il 1944; Chin-ling sposò Sun Yat-sen, leader della rivoluzione cinese del 1911 e fondatore del partito Nazionalista (la famiglia Soong si oppose al matrimonio perché Sun Yat-sen era già sposato e aveva 26 anni più di lei); May-ling sposò Chiang Kai-shek, Presidente della Repubblica cinese (dapprima in Cina fino al 1949 e poi a Taiwan fino alla sua morte nel 1975). Tutte e tre erano belle, forse Ei-ling meno delle sorelle ma intelligente e di ottimo intuito finanziario.
Tutte e tre eleganti e raffinate, sapevano muoversi con disinvoltura nei due mondi, quello a cui appartenevano per nascita e quello in cui avevano studiato. In contrasto con il ruolo tradizionale femminile in Cina- di assoggettamento all’uomo- ognuna delle tre sorelle occupò un posto di primo piano a fianco dell’uomo che aveva sposato. Ei-ling, pur restando nell’ombra, fu la consigliera del Generalissimo Chiang Kai-shek, Chin ling, diventata Madame Sun dopo la morte del marito, fu Vice-presidente di Mao, e May-ling, dolce, seducente May-ling innamoratissima del marito, periodicamente afflitta da disturbi in parte di origine nervosa, fu una perfetta First-Lady, portavoce della Cina all’estero nel suo fluente inglese-americano.

      Un fortissimo legame famigliare univa le tre sorelle Soong, non solo tra di loro ma anche con i fratelli e fu un affetto che non venne mai meno, neppure quando la politica le divise. Soprattutto Sorella Rossa si allontanò da Ei-ling e May-ling per seguire l’astro di Mao. Eppure, se una aveva bisogno dell’altra, sapeva con certezza di poter contare su una risposta alla sua richiesta di aiuto. Sorella Rossa e Sorella Minore non erano sempre d’accordo con le decisioni politiche del partito a cui aderivano. Una aveva orrore  del ‘terrore rosso’ di Mao, così come l’altra ne aveva del ‘terrore bianco’ di Chaing Kai-shek. Non c’era molto che potessero fare per contrastarlo- anzi, ci furono momenti in cui Chin-ling ebbe paura per se stessa, durante la Rivoluzione Culturale. Tutte profondamente religiose e lettrici della Bibbia, si sentivano però anche legate da un impegno di lealtà verso gli impegni presi.

     Abbiamo già ammirato la bravura di Jung Chan nell’indimenticabile “Cigni selvatici”, la storia della sua famiglia in una sorta di anticipazione di quella che diventerà la sua cifra narrativa, nella biografia del Presidente Mao e poi in quella dell’Imperatrice Cixi. La ammiriamo anche ne “Le signore di Shanghai”, un libro che si legge come un romanzo e che, tuttavia, è qualcosa di più, è la storia vera di una famiglia nella grande Storia, ricca di dettagli, di descrizioni, di fatti, di intrecci di vite private e di vite pubbliche. Non sono solo  le tre affascinanti sorelle Soong a balzare fuori da queste pagine, ma anche Sun Yat-sen e Chiang Kai-shek, i due grandi leader cinesi del secolo scorso la cui esistenza è stata piena di luci e di ombre, di grandi iniziative e grandi crudeltà.
Ampiamente documentato e con un corredo fotografico che soddisfa la nostra curiosità, un libro assolutamente da leggere.

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mercoledì 26 febbraio 2020

Jan Brokken, “I giusti” ed. 2020


                                                      vento del Nord
                                                     Shoah
                                                     biografia

Jan Brokken, “I giusti”
Ed. Iperborea, trad. Claudia Cozzi, pagg. 640, Euro 19,50

    Lo chiamavano “L’Angelo di Curaçao”. Perché aveva ideato la formulazione giusta per salvare la vita ai profughi ebrei polacchi che erano arrivati in Lituania in fuga dai nazisti nel 1940. Lui, Jan Zwartendijk, che prima di diventare ‘l’Angelo di Curaçao’ aveva un altro soprannome più terreno, Mr. Radio Philips, perché dirigeva la filiale Philips a Kaunas, era stato nominato da poco console in sostituzione del tedesco Tillmanns, inaccettabile con quei venti di guerra che soffiavano sempre più forti. Il 15 giugno 1940 i carri armati russi erano entrati a Kaunas e i primi due profughi richiedenti il visto si erano presentati al consolato che poi era una stanza nella stessa palazzina degli uffici della Philips.
     Era andata così: a Peppy Sternheim Levin e Nathan Gutwirth che richiedevano un visto, Zwartendijk aveva detto di rivolgersi all’ambasciatore olandese a Riga, De Decker (teniamo a mente il nome, perché è uno dei grandi uomini di questa storia). De Decker li aveva rimandati da Zwartendijk a Kaunas con il suggerimento che includeva la parola magica ‘Curaçao’: le Antille olandesi, tra cui Curaçao, non richiedevano alcun visto, soltanto un permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Bastava quindi che il loro passaporto riportasse la dichiarazione che, per accedere ai territori olandesi nel Nord e nel Sud America, incluso il Suriname e Curaçao, NON era necessario alcun visto. Che non fosse del tutto esatto, nessuno lo avrebbe saputo.

Zwartendijk con due dei tre figli
Del fatto che il viaggio sarebbe stato lunghissimo sembrava non preoccuparsi nessuno: l’unica via era attraversare tutta la Russia sulla Transiberiana fino a Vladivostok (l’NKVD avrebbe dato il permesso), poi in traghetto fino a Tsuruga in Giappone e da lì si sperava di poter partire per l’Australia o la Nuova Zelanda o gli Stati Uniti. Per il Giappone era necessario un visto di transito- ed ecco entrare in campo il terzo grande uomo, il console del Giappone a Kaunas, Chiune Sugihara.
    Per un mese o poco più di un mese, perché ai primi di agosto furono chiusi entrambi i consolati, Zwartendijk scriveva e firmava i passaporti che poi passavano a Sugihara che calligrafava il suo visto di transito in sei colonne di caratteri giapponesi- dalla mattina alla sera, interrompendosi ogni tanto per riprendere il lavoro con sensi di colpa, una persona dopo l’altra sfilava davanti ai due uomini che a mala pena alzavano gli occhi per guardarli in faccia. Sugihara aveva i crampi alla mano, ogni visto era valido per un gruppo famigliare, un visto per quattro o cinque persone: fu questo che rese poi difficile fare il conto di quante persone si erano salvate con questo espediente.

     Il Talmud dice che in qualunque momento della storia, esistono almeno 36 Giusti al mondo. Nel 1940 due di loro si trovavano a Kaunas, uno a Stoccolma (Adrian Mattheus De Jong), uno a Kobe (Nicolas De Voogt) e uno a Tokyo (il conte Tadeus Romer). In questo libro straordinario Jan Brokken- sappiamo quanto sia bravo lo scrittore a riportare in vita il passato, a far rivivere le persone su carta- fa riemergere quel mese cruciale, mette a fuoco le personalità di Zwartendijk e di Sugihara (loro due sono i veri protagonisti anche se l’attenzione di Brokken è rivolta maggiormente al suo connazionale), ci racconta le vicissitudini dei profughi di cui è venuto a conoscenza durante una ricerca che è durata anni, e quel mese fatidico si allunga in anni, vede uomini e donne viaggiare in treno e poi in nave (Brokken ricorda anche l’infelice storia della nave St.Louis diretta a Cuba e costretta poi a tornare ad Anversa con il suo carico di ebrei), sbarcare in Giappone (vivere a Kobe era sembrata una vacanza) e poi essere evacuati a Shanghai (c’è una lista di nomi fusi in bronzo sul muro della sinagoga di Hongzhou). Per poi tornare a parlarci di Zwartendijk e Sugihara, dell’ingiustizia di cui furono vittime, il primo umiliato nel 1964 da una reprimenda del governo olandese per non aver rispettato le regole, e il secondo costretto a dare le dimissioni per lo stesso motivo (Sugihara vendette lampadine da porta a porta per guadagnarsi da vivere). Il nome di Sugihara apparve nel Giardino dei Giusti a Yad Vashem nel 1985, quello di Zwartendijk dovette aspettare il 1998, dopo che il figlio fece ricorso.
Tanti passaporti in cerchio in questo monumento a Zwarrtendijk a Kaunas
    Quello che è più triste, nella storia di questi Giusti, è che quattro di loro morirono senza sapere che ne fosse stato delle persone per cui avevano rischiato la vita e la carriera. Per Zwartendijk- lo dicono i figli- l’interrogativo fu un rovello e un dolore costante. Quello che importava era aver agito secondo coscienza, e tuttavia, non era solo per curiosità, piuttosto per sapere se tutto avesse avuto un senso o fosse stato inutile.
    Un libro splendido, assolutamente da leggere. Per rendere onore a dei grandi uomini con il nostro ricordo, per trarne consolazione e speranza- finché esistono persone capaci di obbedire ad un ordine etico interiore senza curarsi dei rischi per se stessi, possiamo avere ancora fiducia nell’umanità.

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lunedì 6 gennaio 2020

Katharina Adler, “Ida” ed. 2019


                                   Voci da mondi diversi. Area germanica
      biografia romanzata

Katharina Adler, “Ida”
Ed. Sellerio, trad. Matteo Galli, pagg. 534, Euro 15,00

     È il 1941 quando Ida Adler, nata Ida Bauer, sbarca a New York. Ha 58 anni. Arriva da Vienna. Spera che ci sia il figlio Kurt ad attenderla. Resta delusa. Kurt ha mandato un amico ad accoglierla.
     Inizia da qui il romanzo-biografia di Ida scritto dalla nipote Katharina Adler. Se, invece che chiamarla Ida, la chiamassimo Dora, ci verrebbe subito in mente di chi si tratta. Dora, il soggetto del “Frammento di un analisi di un caso di isteria” scritto da Freud nel 1901, la ragazza che decise di iniziare il nuovo secolo con un atto di ribellione piantando in asso Freud, il medico psicanalista da cui suo padre aveva insistito perché lei andasse a farsi curare per malanni ricorrenti, come afonia e tosse nervosa.
    Con frequenti spostamenti temporali la nipote Katharina ricostruisce la vita di Ida e del fratello Otto a cui Ida era molto legata. Non poteva avere una buona opinione degli uomini, Ida, con un padre che aveva un’amante e con due episodi di molestie da parte del marito della donna che se la faceva con suo padre. Fu dapprima diffidente nei confronti di Ernst Adler, un musicista fallito che, dopo aver sposato Ida, dovette accettare un impiego nella industria tessile di suo padre. Ernst e Ida ebbero un figlio, Kurt, che diventò famoso come direttore della San Francisco Opera Company- aveva accettato un contratto in America giusto in tempo: qualche anno dopo Ida ebbe dei problemi a lasciare Vienna, ricercata dai nazisti perché il fratello Otto era il leader del partito socialdemocratico austriaco nonché teorico dell’austromarxismo. Paradossalmente fu proprio l’ex amante del padre a nasconderla per un certo periodo.

    Il personaggio femminile che esce fuori  dal libro di Katharina Adler è affascinante. In un’epoca in cui era difficile essere donne- e tanto più difficile perché serpeggiavano nuove idee e non era più così scontato che il ruolo della donna fosse di occupare un posto di secondo piano accanto all’uomo- Ida lottò per uscire dal bozzolo, per non essere solo la sorella di suo fratello o, tanto meno, la moglie di un uomo di cui si sentiva (almeno da un certo punto in poi) superiore. E, se per portare a casa i soldi che il marito era incapace di guadagnare, lei doveva gestire delle sale da gioco- be’, il bridge furoreggiava, lei poteva insegnare a chi non sapeva giocare, dove era il problema? Il momento peggiore fu l’umiliazione nel rendersi conto di essere stata circuita e ingannata da un bellimbusto che, con il pretesto del bridge, le aveva spillato dei soldi.

     La scrittrice è abile nell’inserire stralci del saggio di Freud su Dora (ed è un’altra Ida che traspare da quelle righe), nell’alternare i tempi, gli anni in America dal 1941 al 1945 (quando Ida morì) con quelli a Merano dove il padre era in cura per tubercolosi e Ida aveva subito le profferte amorose di un uomo che era sposato e molto più vecchio di lei, e poi con quelli di Vienna, prima la Vienna dei fasti asburgici e dopo la città in guerra (Otto ed Ernst furono arruolati) con gli ospedali pieni di feriti e mendicanti che frugavano nelle immondizie. E dopo ancora la Vienna con i cortei delle camicie brune e le bandiere con la croce uncinata. Incredibile quanti cambiamenti nell’arco di meno di mezzo secolo.
    Un libro interessante e appassionante.

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sabato 4 maggio 2019

Monica Kristensen, “L’ultimo viaggio di Amundsen” ed. 2019


                                            vento del Nord
           biografia

Monica Kristensen, “L’ultimo viaggio di Amundsen”
Ed. Iperborea, trad. Sara Culeddu, pagg. 454, Euro 19,50

   Vedo il suo nome ogni giorno, sulla targa della strada che incrocia quella dove è la mia casa: Roald Amundsen. Un nome a cui è attaccato un mito, quello del grande esploratore polare. Un nome che avevo finito per non vedere neppure più, per il logorio dell’abitudine. E verso il quale ho sollevato di nuovo gli occhi, dopo aver letto il libro di Monica Kristensen, scrittrice, glaciologa e ricercatrice polare lei stessa, di cui avevo tanto apprezzato “Operazione Fritham” e “La leggenda del sesto uomo”. “L’ultimo viaggio di Amundsen” non ha nulla di fittizio, è un romanzo-documentario, la storia della spedizione al polo Nord di Umberto Nobile con il suo dirigibile Italia, partita trionfalmente da Kings Bay nelle isole Svalbard e terminata tragicamente con la perdita di quota e lo schianto sul ghiaccio il 25 maggio 1928, e delle numerose spedizioni di salvataggio che furono organizzate subito dopo: quella italiana (l’idrovolante Savoia-Marchetti S55 con capo pilota Umberto Maddalena fu il primo ad avvistare la tenda rossa del gruppo dei sopravvissuti il 20 di giugno), quella norvegese, quella svedese (il tenente Einar Lundborg con un Fokker 31 riuscì ad atterrare sulla pista di neve e ghiaccio e a portare in salvo Nobile il 23 giugno), finlandese, sovietica (il 12 luglio la gigantesca nave rompighiaccio Krassin prese a bordo due del gruppo dei tre superstiti che si erano allontanati a piedi in direzione della terraferma e infine, il 20 luglio, 48 giorni dopo l’incidente, gli altri cinque compagni di Nobile).

Mentre l’involucro del dirigibile non fu mai ritrovato, una storia a sé dentro le molteplici storie- ognuna con i suoi drammi, gli incidenti, le polemiche, le rivalità, le accuse, le morti- occupa il suo posto nel libro di Monica Kristensen: la spedizione francese con l’idrovolante Latham 47 del cui equipaggio di sei persone faceva parte Roald Amundsen. Il Latham, partito da Tromsø il 18 giugno, scomparve- a mesi di distanza ne furono trovati dei resti galleggianti, un serbatoio vuoto, uno spezzone di ala.

    Era un eroe sul viale del tramonto, Roald Amundsen. Aveva già dato il meglio di sé in anni gloriosi. E forse il suo carattere era stato forgiato e modificato da quei trionfi. Forse avevano aumentato il suo distacco dagli altri, dai comuni mortali che non avevano, come lui, sfidato l’impossibile. Si era isolato da solo, la sua autobiografia dal tono a volte sprezzante aveva suscitato risentimenti nei suoi confronti e- come in un cerchio chiuso- lui si sentiva spinto verso un obiettivo audace, più audace di quello degli avversari. Parlando di lui, l’esploratore polare Fridtjof Nansen aveva  scritto all’ambasciatore norvegese a Londra, “anch’io credo che ci troviamo di fronte a un disturbo mentale, una specie di irrequietezza patologica.” C’era un alone di segretezza che circondava i preparativi di Amundsen per il salvataggio di Nobile con cui aveva avuto forti contrasti. Nessuno sapeva che rotta intendesse tenere, quale fosse il suo obiettivo: la tenda rossa o la ricerca del pallone del dirigibile Italia? Fu per questo che le iniziative per individuare il Latham tardarono. E poi anche perché era già successo che Amundsen ‘scomparisse’ per poi riapparire- lui era l’eroe mitico, il vichingo invincibile e immortale.
     E invece Amundsen, che era stato in terapia per un tumore, pensava alla morte. In un’intervista aveva detto ad un giornalista italiano: “Ah, sapesse com’è bello il paesaggio lassù! E’ lì che vorrei morire, vorrei una morte cavalleresca, che mi cogliesse nel corso di una grande impresa, una morte rapida e indolore.” Parole profetiche? Chissà. E Monica Kristensen azzarda un’ipotesi (fondata su ricerche) sulla fine del grande esploratore.
memoriale a Caudebec
    Estremamente documentato, dettagliato e accurato, “L’ultima spedizione di Amundsen” è un libro affascinante che ci fa ‘sentire’ il fascino della scoperta di luoghi inesplorati, l’attrattiva di un paesaggio bello e terribile di ghiacci che ci ricorda i versi di Coleridge, Il ghiaccio era ovunque intorno:/ si spaccava e ringhiava, e ruggiva e ululava, la brama di sfidare ogni limite, il desiderio di protagonismo. Ci fa ammirare l’ardire di uomini in un’epoca che non conosceva la nostra sofisticata tecnologia e nello stesso tempo ci fa percepire la piccolezza umana.
     La magia che il libro esercita su di noi è proprio in questo contrasto: è la grandiosità della natura la vera protagonista del romanzo di Monica Kristensen.

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La recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it
L'intervista con la scrittrice seguirà domani.