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venerdì 29 marzo 2024

Rudolf Hoess, “Comandante ad Auschwitz” ed. 2014

                                                   Voci da mondi diversi. Germania

      autobiografia

Rudolf Hoess, “Comandante ad Auschwitz”  

Ed. Einaudi, trad. Panzieri Saija, pagg. 268, Euro 13,00

 

    “Comandante ad Auschwitz” è l’autobiografia scritta, durante la prigionia, da Rudolf Hoess, militare e criminale di guerra tedesco, membro delle SS e primo comandante del campo di concentramento di Auschwitz.

    Hoess racconta tutta la sua vita, dall’infanzia e l’adolescenza, da quando si arruolò a soli 14 anni, mentendo sulla sua età, a quando fu nominato comandante di quello che sarebbe diventato il più grande ed efficiente campo di sterminio, fino a quando venne arrestato nel 1946 dalle forze britanniche. Il 2 aprile 1947 fu condannato a morte per impiccagione dalla Corte Suprema di Varsavia e la sentenza fu eseguita il 16 aprile davanti all’ingresso del crematorio di quel campo della cui efficienza si era vantato.


    Leggere questa autobiografia è, per molti versi, sconvolgente. E agghiacciante. Sconvolgente perché è la vita di una persona come tante che si trova a vivere in un’epoca dilaniata da due guerre in cui la decisione di quale strada prendere significa tutto, significa la scelta tra il Male e il Bene, anche se può implicare Vita o Morte. Sconvolgente perché- come ci si potrebbe aspettare che un uomo, cresciuto in una famiglia strettamente cattolica, disobbedisse alla legge divina rendendosi colpevole di crimini mostruosi, contrari a qualunque etica umana? Agghiacciante per la freddezza con cui parla della sua ‘carriera’, descrivendo le soluzioni da lui proposte per un ottimale funzionamento del campo di cui era stato nominato comandante, inclusa l’iniziativa di usare lo Zyklon B per gassare quanti più prigionieri possibile. Agghiacciante per il modo in cui, a mo’ di attenuante, ricordi la sua stessa esperienza del carcere (aveva scontato sei dei dieci anni a cui era stato condannato nel 1923 per aver ucciso un maestro elementare accusato di essere una spia bolscevica) che- a dir suo- lo renderebbe comprensivo delle necessità dei prigionieri. Agghiacciante anche la spiegazione fornita per la scritta Arbeit Macht Frei che sormonta il cancello di quell’Inferno che era Auschwitz, “la vita dietro le sbarre o dietro il filo spinato, alla lunga senza il lavoro diventa intollerabile, anzi, la peggiore delle punizioni”- se questo non è cinismo, che cosa è?


    E poi, sconvolgente e agghiacciante, è la sua giustificazione, uguale a quella di molti altri. Aveva obbedito agli ordini. Nessuna SS avrebbe mai disobbedito. Quello che Hitler ordinava era giusto. Lui, Hoess, non aveva ucciso nessuno personalmente. Lui, Hoess, non sopportava i bagni di sangue. E infatti l’uso del gas aveva avuto su di lui un effetto calmante.

   La lettura dell’autobiografia di Hoess, lo scorcio che abbiamo sulla sua doppia vita (la moglie e i bambini vivevano in una villetta fuori del campo e avevano tutto quello che potevano desiderare- la moglie non si faceva mai domande? La figlia Brigitte dirà di lui, in seguito, che per lei era l’uomo più buono del mondo) hanno su di noi un impatto fortissimo, più ancora del film “Zona di interesse”, ispirato al libro di Martin Amis dallo stesso titolo del film, e sugli schermi in questi giorni.





 

venerdì 8 marzo 2024

Gaëlle Nohant, “L’archivio dei destini” ed. 2024

                                               Voci da mondi diversi. Francia

       Shoah

Gaëlle Nohant, “L’archivio dei destini”

Ed. Neri Pozza, trad. Luigi M. Sponzilli, pagg. 329, Euro 20,00

 

    Questo è un libro prezioso. Un libro straziante. Un libro che vi ruberà il cuore. Un libro a cui il vostro pensiero continuerà a ritornare e sarà un poco come se il vostro ricordo possa mantenere viva la memoria delle persone scomparse.

     Bad Arolsen, nell’Assia, nel cuore della Germania. A Bad Arolsen dal 1955 l’ITS, International Tracing Service, fu incaricato di gestire gli archivi, il più grande centro di documentazione e informazione sull’ Olocausto e sul lavoro forzato: 30 milioni di documenti dei campi di concentramento e schede di persone deportate, 26 chilometri di scaffali traboccanti di fascicoli, quaderni, mappe, effetti personali. Dal 2013 l’archivio di Bad Arolsen è stato inserito nel programma Memoria del Mondo dell’Unesco.


   Irène lavora nell’archivio di Bad Arolsen dal 1990. E’ francese, ma ha sposato un tedesco da cui si è separata dopo averne avuto un figlio- leggeremo di una scena memorabile durante una cena con i suoceri. Quello che era stato detto e quello che non era stato detto avevano reso impossibile ad Irène continuare a vivere con il marito. Fino al 2016 il suo compito era stato quello di cercare le persone di cui si erano perse le tracce, una lavoro di pazienza che portava da un testimone all’altro, senza mai perdere la speranza. Poi, dal 2016, ad Irène viene affidato un altro compito- restituire alle famiglie dei proprietari originari gli oggetti rinvenuti nei campi.

    Gli oggetti hanno una storia, gli oggetti parlano, gli oggetti tacciono segreti che è doloroso rivelare. Tra le mani di Irène capita un Pierrot sgualcito, un numero scritto sull’interno della veste. È di certo appartenuto ad un bambino. E quel bambino è di certo scomparso subito nelle camere a gas. Ma la ricerca porta altrove, sulle tracce di un uomo che ha avuto diversi nomi, che forse è sopravvissuto, che forse, anche senza saperlo, ha lasciato un figlio o una figlia. Come sapere se è la traccia giusta?


    C’è un altro oggetto che Irène non scopre nell’archivio ma che le arriva con una lettera, apparteneva (davvero, apparteneva?) alla nonna di chi le scrive. È un medaglione con la Madonna, dentro un disegno che raffigura un bambino biondo, con un nome e una data. E qui si apre un capitolo di dolore dentro il dolore. C’è la domanda che non finiamo mai di porci: come ha potuto una ragazza di vent’anni accettare di essere così crudele?, e poi quell’altra: come affrontano il peso del passato i figli e i nipoti di quelli che sono stati i protagonisti del Terzo Reich? E infine la storia di quell’aberrazione che è stato il rapimento dei bambini di aspetto ariano per darli a famiglie che ne facessero dei puri tedeschi.

    Il coinvolgimento di Irène è totale. Segue le tracce, parla con chiunque le offra un frammento di ricordo, è affascinata dalla personalità delle persone scomparse di cui lei sta cercando i discendenti, dalla combattività di uno e dal coraggio generoso dell’altra. Ricostruisce anche la storia della donna che le ha fatto da mentore all’ITS quando lei è arrivata- ormai questa donna che aveva diciassette anni quando era uscita da Auschwitz (in realtà non si esce mai da Auschwitz) era morta, ma una cugina era venuta a cercarla dall’Argentina.


    Il finale è la chiusura di un cerchio che include Irène stessa e che svela qualcosa che lei non aveva mai capito, anche se era lì sotto i suoi occhi. Forse il caso ha calcato la mano, ma poco importa.

   Un romanzo ben costruito- non deve essere stato facile tirare le diverse fila senza smarrirsi-, che divide la nostra attenzione tra le vicende del passato, gli incontri con i parenti delle vittime nel presente (sconvolgente quello in Polonia) e la vita personale di Irène. E anche se la scrittrice ci dice che le indagini e i personaggi del libro sono opera di finzione, questo non ne diminuisce il valore.



lunedì 19 giugno 2023

Jacques Fux, “Eredità” ed. 2023

                                            Voci da mondi diversi. Brasile

                                                   Shoah

Jacques Fux, “Eredità”

Ed. Giuntina, trad. V. Barca, pagg. 131, Euro 14,00

 

    Tre donne. Sara. Clara. Lola.

    Una bambina. Luiza.

    Tre date. 1926. 1949. 1984.

    Tre luoghi. Łodz, Polonia. San Paolo del Brasile. Auschwitz.

    Tre forme narrative. Il diario di Sara. Le sedute di Clara dallo psicanalista.    Le note di Lola.

    Una sola storia che unisce le tre donne della stessa famiglia, un solo passato che riverbera da una all’altra. Un passato che non si può cancellare, impossibile da dimenticare e tanto meno da comprendere. Un passato che non finisce mai, che allunga i suoi tentacoli nel presente.

    Ha tredici anni, Sara, quando inizia il suo diario nel 1939. Tredici anni, una vita felice con i genitori, la sorella gemella Clara, due sorelline più piccole. Un primo sogno d’amore per un ragazzo che si chiama Dawid. Un primo bacio che resterà per sempre un ricordo fulgido, anche quando tutti loro verranno rinchiusi nel ghetto, quando Sara farà fatica a riconoscere Dawid, quando Chaim Rumkowski, presidente del Judenrat nel ghetto di Łodz diventerà arbitro di vita e di morte per tutti loro.


C’è una lenta trasformazione nelle pagine del diario di Sara che termina quando viene deportata nel campo di Auschwitz, nel 1943. E, per noi che leggiamo, è straziante. La Sara delle prime pagine è una ragazzina allegra, fiduciosa (e perché non dovrebbe esserlo?), piena di gioia di vivere. Poi, mentre si moltiplicano le voci della minaccia tedesca ai confini, la voce di Sara cambia, affiorano le prime preoccupazioni, le osservazioni su quanto sia diversa la vita loro e degli altri ebrei ora. Eppure Sara non perde mai il coraggio, neppure dopo, quando fame, disperazione e morte sono la realtà quotidiana.

    Clara scoprirà molto tardi di portare il nome della sorella della mamma, sarà un’amica a dirle il significato dei numeri tatuati sul braccio della mamma- le risposte della mamma alle sue domande erano state le più varie, dal messaggio cifrato per la ricetta della torta al cioccolato di sua madre ad un numero di telefono. Qual è il peso di una madre distante e nello stesso tempo possessiva, incapace di amare? Un macigno. Si può mai uscire da Auschwitz?


    Anche Lola porta un nome di famiglia, quello della bisnonna. Anche Lola cresce senza sapere nulla, rintracciando il suo nome su una fotografia. Lola è ricercatrice universitaria, Lola ha gli strumenti per creare un distacco tra l’esperienza personale e la realtà storica- è quello che prova a fare, decisa a mettere un punto alla catena di dolore, a spezzare un’eredità così pesante. Ha dato alla figlia un nome che non è quella di una persona diventata cenere, l’ha chiamata Luiza. E’ sufficiente, però, la volontà di chiudere la porta ai fantasmi del passato?

    “Eredità” è una riflessione sulla Shoah fatta a distanza di quasi ottanta anni e per questo ancora più importante- per impedire che il tempo scolori la gravità di quanto è successo, perché il genocidio degli ebrei non è finito con la liberazione dei campi, perché proprio quella parola ‘liberazione’ non ci assolva dalla responsabilità, perché i sopravvissuti non sono mai più stati liberi, e neppure i loro discendenti. 

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mercoledì 31 maggio 2023

Michael Frank, “Cento volte sabato” ed. 2023

                                 Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica

             Shoah

Michael Frank, “Cento volte sabato”

Ed. Einaudi, trad. Marco Rossari, pagg. 256, Euro 19,50

 

    Stella Levi e la ricerca di un mondo perduto, recita il sottotitolo del libro di Michael Frank. Quanti mondi sono andati persi, distrutti, trascinati nel vortice di morte della seconda guerra mondiale. Abbiamo letto tanto di quella yiddishland scomparsa nel cuore dell’Europa, non avevamo ancora sentito parlare del mondo giudeo-spagnolo di Rodi a cui appartiene Stella Levi, così simile e così diverso dagli shtetl della Polonia.

     La narratrice è lei, Stella, nata a Rodi nel 1923, ma c’è un secondo narratore che raccoglie la sua storia ed è quel Michael Frank di cui abbiamo già letto il frizzante “I formidabili Frank”. Per cento sabati, nel tempo del riposo dello Shabbat,  a quasi cento anni (il numero perfetto che si ripete due volte), Stella ha incontrato Michael Frank e ha ricostruito per lui- e per noi, e per se stessa- il mondo della Juderia in cui è nata e cresciuta. E il racconto si fa più vivace, Stella parla, ogni tanto Michael Frank interloquisce, fa domande, chiede spiegazioni, cerca di puntualizzare senza mai invadere l’intimità dei racconti di Stella, senza mai forzarla. Anche se mai Stella si lascerebbe forzare, perché da ogni sua parola avvertiamo la sua tempra, la sua indipendenza di spirito, quella energia vitale che le è servita per sopravvivere e per continuare a vivere, senza mai arrendersi, costruendosi una seconda vita.


   Non è solo il fascino di un tempo lontano e di uno stile di vita più ‘a misura di uomo’ che affiora dalla descrizione della vita a Rodi. È anche l’incanto di un’isola fatta di sole e di luce e di azzurrità in cui gente di religione diversa- greci ortodossi, cattolici, minoranze turche musulmane ed ebrei- aveva convissuto pacificamente per secoli. La famiglia di Stella era numerosa, sette tra fratelli e sorelle. Il maggiore era già andato via da Rodi prima che nascessero le ultime due sorelle, Renée e Stella. Stella racconta, della sorella intellettuale, di quella che preparava il corredo, della raffinatezza di Renée che soffriva d’asma e veniva viziata, della strana usanza della enserradura, delle chiacchiere delle donne nel kortijo, di quando lei, Stella, a quattordici anni aveva preparato la valigia per il giorno in cui sarebbe andata a frequentare l’università in Italia.

     Gli italiani erano arrivati nel 1923 a Rodi. Quando Michael Frank chiede a Stella quale sia la sua ‘lingua dominante’, lei non ha dubbi, ‘Fin dall’inizio ho adorato la lingua italiana’, perché assomigliava alla sua, perché studiava in quella lingua, perché le aveva aperto la mente e il cuore. Gli italiani portarono tante migliorie a Rodi, si fecero amare. Poi furono gli italiani che, nel 1943, stilarono l’elenco dei 1700 ebrei dell’isola che furono deportati dai nazisti.


Passano molti sabati, sabati in cui Stella parla di feste, di cibo, di incontri, di amicizie e di amori con dei giovani italiani, prima che arrivi a parlare delle leggi razziali che le impedivano di frequentare la scuola, del professore che organizzò delle lezioni per gli studenti ebrei (era innamorato di lei? più tardi le dirà che il suo rifiuto di sposarlo era stato il suo più grande dolore), e del fatidico 23 luglio 1944 quando l’intera comunità ebraica di Rodi fu caricata su una nave. La macchina di sterminio tedesca continuava ad operare in una maniera paradossalmente perfetta e assurda. Che cosa poteva essere più assurdamente inutile di quel dispendio di forze e di mezzi per quello che fu il viaggio di deportazione più lungo- da Rodi ad Atene e poi in treno risalire l’Europa fino ad Auschwitz?  Il novanta per cento fu ucciso all’arrivo. Stella sopravvisse.

     Tutti i fratelli e sorelle sopravvissero alla Shoah. Stella parla dei campi, ma è come se volesse gettarsi alle spalle quel ricordo- sia lei sia la sorella si fecero togliere il numero tatuato sul braccio, dopo, quando arrivarono in America dove iniziarono un’altra vita.

    La bellezza di questo libro è nella doppia voce, è nella maniera in cui questa donna eccezionale rivive il suo passato senza fare dell’indicibile esperienza dei campi il nodo focale del suo racconto. Le sue memorie puntano lì, certo, ma c’è anche tanto altro di cui parlare ed è quel tanto altro che forse spiega la sua resilienza- ci vuole intelligenza anche per vivere.

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martedì 7 marzo 2023

Jonathan Freedland, “L’artista della fuga” ed. 2023

                         Jonathan Freedland, "L'artista della fuga"

                                              seconda guerra mondiale

                                                           Shoah


Jonathan Freedland, “L’artista della fuga”

Ed. Neri Pozza, trad. L. Clausi, pagg. 409, Euro 20,00

 

    È più facile macellare degli agnelli che dare la caccia ai cervi.

Sono parole che troviamo sulla copertina de “L’artista della fuga”, sono parole dette da Walter Rosenberg diventato poi Rudolf Vrba ed esprimono quello in cui credeva- se solo si fosse riuscito ad infrangere quella strategia su cui si basavano i rastrellamenti e le deportazioni degli ebrei, tesa a mantenere calme quelle persone che dovevano credere fino alla fine che gli sarebbero stati dati altri alloggi, che dovevano spogliarsi e fare la doccia dopo quel lungo viaggio, che era bene piegassero e riponessero in ordine i loro abiti per ritrovarli più facilmente dopo che si fossero lavati, se si fosse detto chiaramente quello che invece li aspettava, che andavano a morte certa, ecco, avrebbero iniziato a gridare, a scappare, avrebbero creato disordine, non sarebbe stato facile portarli via come pecore al macello. Perché inseguire dei cervi in fuga è più difficile.

Walter Rosenberg

    Nato a Topol’čani, in Slovacchia, Walter aveva diciannove anni quando fu deportato, prima in un campo di transito per arrivare poi ad Auschwitz. E nell’aprile del 1944 riuscì a fuggirne insieme all’amico Alfred Wetzler. Un’impresa che ha dell’incredibile, ma è vera. Dalla parte di Walter c’è la giovinezza, un fisico robusto, una certa dose di fortuna, una capacità innata di saper cogliere dalle situazioni quello che può tornare utile, di ascoltare e imparare dalle esperienze altrui. Un ruolo importante nella programmazione della fuga lo aveva avuto il suggerimento di un prigioniero russo: il tabacco russo, la machorka, impregnato di benzina emanava un odore da cui i cani rifuggivano. Inserendo frammenti di questo tabacco tra le assi di quello che i due amici avevano individuato come nascondiglio ideale, i cani sguinzagliati dalle SS dopo l’allarme per la loro fuga sarebbero stati depistati. Successe proprio così. Walter e Fred riuscirono a resistere immobili nel nascondiglio per i tre giorni e le tre notti delle ricerche e poi…la fuga per la libertà, irta di pericoli e di agguati, ma pur sempre la libertà. Walter e Fred non miravano soltanto a salvare se stessi. Avevano visto i preparativi che si stavano facendo per accogliere gli ebrei ungheresi e credevano, con l’idealismo della giovinezza, che, se avessero svelato al mondo il segreto così ben protetto di quello che accadeva veramente ad Auschwitz, qualcosa si sarebbe messo in moto, il genocidio sarebbe stato fermato. La realtà con cui si scontrarono fu ben diversa.

Rudolf Vrba

     Il libro inizia con la fuga di Walter e di Fred per poi tornare indietro all’infanzia di Walter, alle prime leggi che limitavano la vita quotidiana delle comunità ebraiche, un primo tentativo di fuga oltre confine, il viaggio sul treno merci, le esperienze di Walter nel campo, la fortuna di guarire dall’epidemia di tifo, di essere assegnato al Canada dove si smistavano i beni con cui le vittime erano arrivate. Eppure fu proprio al Canada che l’immane proporzione di quello che stava accadendo gli si rivelò appieno.

Con la straordinaria memoria che aveva, Walter elaborò un sistema per fissarsi in mente il numero dei convogli, dei prigionieri, dei cadaveri portati nel crematorio. Quando, raggiunta finalmente e in maniera avventurosa la Slovenia, la testimonianza sua e di Fred Wetzler avrebbe occupato più di trenta pagine.

    L’accoglienza che i due fuggitivi e il loro racconto ebbero è un altro capitolo. Ed è doloroso. Incredulità, immobilità, mille pretesti per non diffondere la realtà come Walter e Fred si sarebbero aspettati. E in definitiva solo gli ebrei di Budapest in gran parte furono salvati, gli altri continuarono a salire come agnelli sui treni della morte.

Rudolf Vrba con le figlie

   Il libro di Jonathan Freedland segue anche il ‘dopo’ della vita di Walter che ormai ha cambiato nome per sempre- sarà Rudolf Vrba. Si sposerà, avrà due bambine, diventerà professore, si separerà dalla moglie per risposarsi molti anni più tardi con una donna molto più giovane, quando già era emigrato negli Stati Uniti. Il suo carattere però era cambiato, nonostante la sua forza interiore non era solo il numero tatuato sulla sua pelle il segno lasciato da Auschwitz.

    Un libro importante per non dimenticare.

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lunedì 13 giugno 2022

Anne Berest, “La cartolina” ed. 2022

                                          Voci da mondi diversi. Francia

  romanzo autobiografico

      Shoah

Anne Berest, “La cartolina”

Ed. e/o, trad. A. Bracci Testasecca, pagg. 456, Euro 19,00

     Era il 2003 quando Léila, la madre di Anne- scrittrice e voce narrante del romanzo autobiografico “La cartolina”-, aveva trovato la cartolina nella cassetta delle lettere. Sul davanti era raffigurata l’Opéra Garnier di Parigi. Sul retro l’indirizzo della nonna di Anne (piuttosto ambiguo a dire il vero, quel M. Bouveris poteva essere Myriam Bouveris oppure Monsieur Bouveris), nessun testo e solo quattro nomi, dei genitori di Myriam, di suo fratello e di sua sorella. Tutti morti ad Auschwitz nel 1942.

    Quasi vent’anni più tardi Anne vuole scoprire il mistero di quella cartolina dimenticata in un cassetto. Chi può averla spedita? Perché a settant’anni di distanza dalla tragedia del secolo XX? Che significato conteneva? Nasce così “La cartolina”, in apparenza una sorta di indagine per risolvere un mistero che diventa però, sempre più chiaramente, un’indagine che ricostruisce la storia della famiglia Rabinovitch dentro la Storia d’Europa e anche, nel contempo, un’indagine sul significato di essere un ebreo in una società laica. Si tratta di scavare nel passato per capire il presente.


    La storia di famiglia ha origine in Russia, passa per la Lettonia e la Romania e la Palestina prima di arrivare in Francia, a Parigi. Ci sono due costanti in questa storia- avventure rocambolesche e fiato sospeso e, d’altro canto, quella sensazione così ingannevole di sicurezza, quel credere che le acque mosse torneranno tranquille, che la civiltà e la cultura saranno un baluardo contro il peggio, che aver dimostrato impegno e fedeltà ad un paese possa schermarli da qualunque minaccia.

   Dal 1929 al 1939 era durata la pace per i Rabinovitch in Francia dove avevano perfino cambiato cognome. Poi c’era stata l’invasione della Polonia seguita dagli eventi storici che conosciamo e che la scrittrice ripercorre seguendo le orme dei bisnonni e dei pro-zii- i rastrellamenti, i campi di raccolta, i treni blindati, i campi di sterminio. Le tracce dei quattro membri della famiglia nominati sulla cartolina si fermano qui. Non quelle della nonna Myriam che si era salvata. Come aveva fatto? Ancora fughe e nascondigli, ancora una vita sul filo del pericolo.   

    Anne Berest sapeva e non sapeva di essere ebrea. Dopo la Shoah la nonna Myriam aveva cancellato quella parte di sé, non aveva mai parlato di quello che era successo. È riportando alla luce il passato, è l’amore per un uomo che la introduce ai riti ebraici che Anne scopre quale sia il significato della sua appartenenza e quanta importanza abbia.


    Il filo conduttore della narrazione è la ricerca del mittente della cartolina- si scoprirà chi è, alla fine, ma non ha poi molta importanza. Quello che importa è la memoria, ricordare per non dimenticare, perché il passato sia un monito. Quello che importa è prolungare la vita di chi non c’è più, ripercorrere i loro passi verso le case in cui hanno abitato, parlare con chi li ha conosciuti o è figlio o nipote di chi li ha conosciuti. Soltanto in questo modo il loro passaggio sulla terra, la loro sofferenza e il loro impegno saranno ricordati per sempre, non saranno più fumo che si disperde nell’aria.

   Il libro di Anne Berest è vincitore della prima edizione del Choix Goncourt United States.

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mercoledì 7 aprile 2021

Emuna Elon, “La casa sull’acqua” ed. 2021

                                                      Voci da mondi diversi. Israele

   seconda guerra mondiale

Emuna Elon, “La casa sull’acqua”

Ed. Guanda, trad. Elena Loewenthal, pagg. 352, Euro 18,00

   Sua madre glielo aveva fatto promettere: mai sarebbe tornato ad Amsterdam.

      Eppure Yoel Blum, affermato scrittore, si era trovato a dover rompere la promessa, a malincuore. Aveva già rifiutato due volte di andare ad Amsterdam, per la presentazione di due suoi precedenti romanzi, e questa volta non si era potuto sottrarre. Sessanta anni prima sua madre era riuscita a fuggire da là, con sua sorella Nettie e lui. Suo padre era morto ad Auschwitz. Al termine dell’evento qualcuno gli aveva chiesto, conoscendo la risposta, se lui non era forse nato ad Amsterdam e Yoel aveva svicolato, rispondendo che sì, ma era molto piccolo quando era arrivato in Israele e si considerava israeliano. E poi, visitando il Museo ebraico con la moglie, aveva visto scorrere le immagini di un filmato- era sua mamma quella che appariva sullo schermo, senza possibilità di dubbio. Più giovane, ma certamente era lei. Al suo fianco suo padre, con gli occhiali, e sua sorella. Sua mamma aveva un bambino piccolo in braccio e anche di questo era certo: quel bambino non era lui, non poteva essere lui. E quel viaggio, che doveva essere di un paio di giorni, diventerà un lungo soggiorno nella città costruita sulle acque alla ricerca della storia della sua vita.


     Le due narrative tra presente e passato, che scorrono parallele all’inizio, si alternano fra lo sconcerto e l’ansia di quello che Yoel può scoprire, flash di lui stesso bambino e il legame strettissimo con la mamma (lo aveva dovuto imboccare fino a che frequentava le elementari, altrimenti lui si sarebbe lasciato morire di fame) e un tentativo dapprima timido di ricostruzione di una storia molto più vecchia, di una coppia giovane e innamorata che mai e poi mai avrebbe creduto possibile che in Olanda sarebbero successe le cose di cui arrivavano notizie dalla Germania.

     Sua madre è morta, soltanto la sorella, più grande di lui, può dirgli di più,  può confermargli la verità sconvolgente che Yoel ha appena scoperto. Domande non espresse si affastellano nella sua mente- chi è lui? perché? come?


   Yoel cambia albergo, si trasferisce in un altro meno bello ma in quella strada lui riesce a vedere immagini del passato, riesce a viverlo. E lo stacco tra l’alternanza delle narrative si fa sempre meno netto, si passa dall’una all’altra, a tratti si ha l’impressione di leggere un flusso di coscienza, sempre è come se la storia di Sonia, del marito medico, di Nettie e del piccolo e biondo Leo, fosse vera e non ricreata dall’immaginazione dello scrittore- dove finisce Yoel scrittore e inizia Yoel persona, il bambino scambiato?

   Emuna Elon è superlativa nel costruire la duplice atmosfera, quella in Amsterdam occupata dai nazisti, sempre più preclusa agli ebrei, una città in cui serpeggia la paura, ognuno pensa a se stesso e gli amici di un tempo sono diventati nemici, e quella in cui si aggira Yoel che si compra un giubbotto di pelle e un berretto per non essere riconosciuto e però lui stesso non si riconosce più in questa ricerca della sua identità. La copertina dell’edizione inglese, con le case che si rispecchiano nei canali, sembra alludere ad una realtà capovolta, che poi è quella di Yoel stesso.

Sinagoga portoghese di Amsterdam

   Quando si pensa che non si possa aggiungere nulla a quello che già sappiamo della grande tragedia che ha segnato il secolo passato, ecco un libro che non dice nulla di nuovo, forse neppure la storia è nuova (sapevamo però del numero dei bambini ebrei che non furono restituiti dalle famiglie che li avevano nascosti?), però il modo in cui ci viene raccontata, quell’esplorazione delicata del tormento di chi l’ha vissuta e di chi l’ha subita, delle conseguenze psicologiche incancellabili per gli uni e per gli altri- la solitudine della madre, l’incapacità di relazionarsi emotivamente del figlio-, rende questo libro unico, da leggere. Perché i nazisti non hanno ucciso solo Anna Frank.

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venerdì 13 novembre 2020

Santiago H. Amigorena, “Il ghetto interiore” ed. 2020

                                                  Voci da mondi diversi. Diaspora ebraica

               Shoah

Santiago H. Amigorena, “Il ghetto interiore”

Ed. Neri Pozza, trad. M. Botto, pagg.138, Euro 17,00

 

   Nell’aprile del 1928 Vicente Rosenberg arriva in Argentina dalla Polonia. Il suo cognome dice tutto, come gli altri cognomi poetici che gli ebrei sono stati costretti a prendere, al posto dei patronimici che avevano sempre avuto.

    Vicente è giovane, ben contento di essersi lasciato tutti i legami alle spalle- la famiglia, la madre assillante con il suo affetto, Chelm dove aveva passato l’infanzia, Varsavia dove si erano trasferiti, gli ebrei con i cappotti neri, la lingua yiddish, la sua esperienza nell’esercito. Vicente è pronto a tuffarsi nella vita di Buenos Aires- dapprima scrive lettere a casa, poi non risponde neppure più alla madre che sollecita notizie. Vicente si innamora, si sposa, ha tre bambini. Il padre della moglie Rosita lo aiuta ad aprire un negozio di mobili.

    Se gli venisse chiesto chi è, Vicente non avrebbe dubbi. È argentino, proprio come prima, quando era arruolato nell’esercito polacco, lui era un polacco. Che fosse anche ebreo, neppure gli passava per la mente. Che cosa ci fa definire chi siamo? Il paese dove viviamo? La comunità a cui apparteniamo? La lingua che parliamo? La religione che professiamo?

                                           16 novembre 1940

    È soltanto quando scoppia la guerra che Vicente si pone il problema della sua identità. Che ripensa a sua madre. Che si rimprovera di non aver mai insistito che lo raggiungesse in Argentina. Che riprende a scriverle, attendendo notizie con un’ansia che lo divora. I giornali dall’Europa arrivano con ritardo. Le lettere, poi, con ritardo ancora maggiore. Lettere che parlano degli ebrei chiusi nel ghetto. Ammassati nel ghetto. Affamati nel ghetto. L’idea che sua madre abbia fame e freddo sconvolge Vicente. Non lo lascia dormire. Ha il sogno ricorrente di un muro che lo rinserra.

    Vicente si chiude in un mutismo che lo isola da tutti. Non parla più con Rosita, non fa una carezza ai bambini. Ha preso a giocare d’azzardo. E a perdere al gioco. Come volesse distruggersi. Riprende vita quando si viene a sapere della rivolta nel ghetto. È possibile che…? Sarà ancora viva sua madre? La speranza si spegne presto.

                                              la rivolta del ghetto di Varsavia

    Mentre in Europa si muore in base alla legge che è ebreo chi ha almeno tre nonni di ascendenza ebraica, Vicente si vergogna di aver ammirato i tedeschi, di aver servito nell’esercito polacco, e la risposta al quesito sulla sua identità non conosce dubbi. Ritorna ad essere il Wincenty figlio di sua madre, ebreo. E se è un traditore, se ha abbandonato la famiglia in Polonia senza girarsi indietro, se non condivide con loro l’esiguo spazio del ghetto, lui, però, il ghetto se lo porta dentro, è quel muro che lo soffoca negli incubi, che diventa la sua pelle. È stato questo il maggior crimine dei nazisti, arrogarsi il diritto di definire chi uno sia privandolo di ogni libertà. Anche di quella di vivere.

      Santiago Amigorena, sceneggiatore, produttore cinematografico, regista, attore e scrittore argentino che attualmente vive in Francia, ci racconta la storia dei suoi nonni- Mi piace pensare che Vicente e Rosita vivono in me, e che vivranno sempre quando io stesso non vivrò più- che vivranno nel ricordo dei miei figli che non li hanno mai conosciuti, e in queste parole…

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Domani, sabato 14 novembre, Santiago Amigorena sarà ospite all'evento di Bookcity "Il ghetto interiore tra parole e silenzio", alle ore 15,30 sul profilo fb Neri Pozza. 



mercoledì 26 febbraio 2020

Jan Brokken, “I giusti” ed. 2020


                                                      vento del Nord
                                                     Shoah
                                                     biografia

Jan Brokken, “I giusti”
Ed. Iperborea, trad. Claudia Cozzi, pagg. 640, Euro 19,50

    Lo chiamavano “L’Angelo di Curaçao”. Perché aveva ideato la formulazione giusta per salvare la vita ai profughi ebrei polacchi che erano arrivati in Lituania in fuga dai nazisti nel 1940. Lui, Jan Zwartendijk, che prima di diventare ‘l’Angelo di Curaçao’ aveva un altro soprannome più terreno, Mr. Radio Philips, perché dirigeva la filiale Philips a Kaunas, era stato nominato da poco console in sostituzione del tedesco Tillmanns, inaccettabile con quei venti di guerra che soffiavano sempre più forti. Il 15 giugno 1940 i carri armati russi erano entrati a Kaunas e i primi due profughi richiedenti il visto si erano presentati al consolato che poi era una stanza nella stessa palazzina degli uffici della Philips.
     Era andata così: a Peppy Sternheim Levin e Nathan Gutwirth che richiedevano un visto, Zwartendijk aveva detto di rivolgersi all’ambasciatore olandese a Riga, De Decker (teniamo a mente il nome, perché è uno dei grandi uomini di questa storia). De Decker li aveva rimandati da Zwartendijk a Kaunas con il suggerimento che includeva la parola magica ‘Curaçao’: le Antille olandesi, tra cui Curaçao, non richiedevano alcun visto, soltanto un permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Bastava quindi che il loro passaporto riportasse la dichiarazione che, per accedere ai territori olandesi nel Nord e nel Sud America, incluso il Suriname e Curaçao, NON era necessario alcun visto. Che non fosse del tutto esatto, nessuno lo avrebbe saputo.

Zwartendijk con due dei tre figli
Del fatto che il viaggio sarebbe stato lunghissimo sembrava non preoccuparsi nessuno: l’unica via era attraversare tutta la Russia sulla Transiberiana fino a Vladivostok (l’NKVD avrebbe dato il permesso), poi in traghetto fino a Tsuruga in Giappone e da lì si sperava di poter partire per l’Australia o la Nuova Zelanda o gli Stati Uniti. Per il Giappone era necessario un visto di transito- ed ecco entrare in campo il terzo grande uomo, il console del Giappone a Kaunas, Chiune Sugihara.
    Per un mese o poco più di un mese, perché ai primi di agosto furono chiusi entrambi i consolati, Zwartendijk scriveva e firmava i passaporti che poi passavano a Sugihara che calligrafava il suo visto di transito in sei colonne di caratteri giapponesi- dalla mattina alla sera, interrompendosi ogni tanto per riprendere il lavoro con sensi di colpa, una persona dopo l’altra sfilava davanti ai due uomini che a mala pena alzavano gli occhi per guardarli in faccia. Sugihara aveva i crampi alla mano, ogni visto era valido per un gruppo famigliare, un visto per quattro o cinque persone: fu questo che rese poi difficile fare il conto di quante persone si erano salvate con questo espediente.

     Il Talmud dice che in qualunque momento della storia, esistono almeno 36 Giusti al mondo. Nel 1940 due di loro si trovavano a Kaunas, uno a Stoccolma (Adrian Mattheus De Jong), uno a Kobe (Nicolas De Voogt) e uno a Tokyo (il conte Tadeus Romer). In questo libro straordinario Jan Brokken- sappiamo quanto sia bravo lo scrittore a riportare in vita il passato, a far rivivere le persone su carta- fa riemergere quel mese cruciale, mette a fuoco le personalità di Zwartendijk e di Sugihara (loro due sono i veri protagonisti anche se l’attenzione di Brokken è rivolta maggiormente al suo connazionale), ci racconta le vicissitudini dei profughi di cui è venuto a conoscenza durante una ricerca che è durata anni, e quel mese fatidico si allunga in anni, vede uomini e donne viaggiare in treno e poi in nave (Brokken ricorda anche l’infelice storia della nave St.Louis diretta a Cuba e costretta poi a tornare ad Anversa con il suo carico di ebrei), sbarcare in Giappone (vivere a Kobe era sembrata una vacanza) e poi essere evacuati a Shanghai (c’è una lista di nomi fusi in bronzo sul muro della sinagoga di Hongzhou). Per poi tornare a parlarci di Zwartendijk e Sugihara, dell’ingiustizia di cui furono vittime, il primo umiliato nel 1964 da una reprimenda del governo olandese per non aver rispettato le regole, e il secondo costretto a dare le dimissioni per lo stesso motivo (Sugihara vendette lampadine da porta a porta per guadagnarsi da vivere). Il nome di Sugihara apparve nel Giardino dei Giusti a Yad Vashem nel 1985, quello di Zwartendijk dovette aspettare il 1998, dopo che il figlio fece ricorso.
Tanti passaporti in cerchio in questo monumento a Zwarrtendijk a Kaunas
    Quello che è più triste, nella storia di questi Giusti, è che quattro di loro morirono senza sapere che ne fosse stato delle persone per cui avevano rischiato la vita e la carriera. Per Zwartendijk- lo dicono i figli- l’interrogativo fu un rovello e un dolore costante. Quello che importava era aver agito secondo coscienza, e tuttavia, non era solo per curiosità, piuttosto per sapere se tutto avesse avuto un senso o fosse stato inutile.
    Un libro splendido, assolutamente da leggere. Per rendere onore a dei grandi uomini con il nostro ricordo, per trarne consolazione e speranza- finché esistono persone capaci di obbedire ad un ordine etico interiore senza curarsi dei rischi per se stessi, possiamo avere ancora fiducia nell’umanità.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it