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martedì 9 settembre 2025

Abdulrazak Gurnah, “Furto” ed. 2025

                                               Voci da mondi diversi. Africa

                                                  premio Nobel


Abdulrazak Gurnah, “Furto”

Ed. La Nave di Teseo, trad. Alberto Cristofori, pagg. 368, Euro 20,90

   Nel primo romanzo dopo il conferimento del premio Nobel nel 2021 Abdulrazak Gurnah non esce dalla Tanzania, i suoi personaggi si muovono negli anni ‘90, studiano e trovano lavoro in patria cercando di cambiare qualcosa, di smuovere il paese verso nuove idee, verso la modernità, rinunciando alla fuga all’estero.

     Dopo un preambolo che già contiene le radici di un cambiamento- una giovane donna deve accettare il matrimonio con un uomo più vecchio di lei e che lei non ama ma non ne accetterà la violenza e ritornerà a vivere con il padre e la madre per poi risposarsi- i personaggi di cui seguiremo le vicende sono tre: Karim, Fauzia e Badar.

    Karim è l’unico figlio della donna che abbiamo conosciuto nelle prime pagine, forse è un figlio non voluto, forse è un ricordo perenne di un matrimonio forzato, forse è per questo che Karim viene abbandonato con leggerezza a vivere prima con i nonni e poi con un fratellastro quando sua madre si risposa e va ad abitare a Das er Salam. Karim è intelligente e ambizioso, studia, frequenta l’università, trova un buon lavoro, farà carriera. E a un certo punto incontra Fauzia e se ne innamora, ricambiato.


   L’amore è una liberazione per Fauzia, cresciuta sotto l’ala protettiva della madre che ha sempre temuto, nonostante le rassicurazioni dei medici, che si potesse ripresentare un attacco epilettico come quelli che aveva avuto Fauzia da bambina. Fauzia è la degna compagna di Karim, è una giovane donna colta, laureata, che ama insegnare.

    Quanto a Badar, dapprima pensiamo che sia l’elemento ‘stonato’ del trio di amici. Suo padre lo vende, in pratica, perché faccia il servo in casa della madre di Karim. Ma, c’è un ‘ma’, c’è un segreto nella sua esistenza, c’è la storia di un furto.

    “Furto” è il titolo del romanzo e ne apprendiamo appieno il significato nel corso della lettura, perché c’è più di un furto dopo quello iniziale che riguarda Badar e che corrisponde alla idea generalizzata. Anche Badar verrà accusato, ingiustamente, di furto. Anche Karim si renderà colpevole di furto quando abbandonerà la moglie, anche la Tanzania stessa è stata vittima di furto durante la colonizzazione.


Ed allora questo romanzo, dall’andamento così tranquillo e tradizionale, senza grande innovazione e rumore, si amplia, diventa un romanzo che ci parla con pacatezza della Storia della Tanzania, di sfruttamento, di discriminazione, di tradizione e di modernità, di nuovi modelli di vita e di nuove aspirazioni.

    I tre protagonisti cambiano, la vita li obbliga a cambiare, sono i tempi a cambiare e anche i sentimenti cambiano, l’arrivo di una bambina doveva essere la felicità e invece scombina gli equilibri, c’è ancora un altro ‘furto’ alla fine. 

E noi dobbiamo riflettere.



venerdì 5 aprile 2024

Abraham Verghese, “La porta delle lacrime” ed. 2024

                             Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

       romanzo epico

Abraham Verghese, “La porta delle lacrime”

Ed. Neri Pozza, trad. Silvia Pareschi, pagg. 640, Euro 22,00

 

   È successo di nuovo. Sentirsi presi dallo sconfortante sentimento di abbandono perché il libro che leggevamo è finito.

    È triste lasciare dei personaggi con cui abbiamo vissuto per più di 600 pagine, sapendo che il resto della loro vita resterà un’incognita per noi.

    È bellissimo che un romanzo abbia avuto il potere di coinvolgerci così tanto, di appassionarci, di emozionarci. Vuol dire che il romanzo è vivo, che la letteratura può ancora incantarci e ,sì, ispirarci, servirci da esempio.

    Metà degli anni ’50 del ‘900 ad Addis Abeba, Etiopia. Un ospedale il cui nome originario ‘Mission Hospital’ è stato in qualche modo trasformato in ‘Missing Hospital’. Suor Mary Joseph Praise è arrivata a lavorare lì come infermiera dal Kerala, è diventata il ‘braccio destro’ del chirurgo inglese Thomas Stone. Lei giovane e molto bella, lui scontroso e solitario. È naturale che nasca un sentimento profondo tra di loro, che va al di là della stima e del perfetto accordo nati in sala operatoria. Nessuno però si aspetta che Sorella Mary Joseph sia incinta, né la direttrice dell’ospedale, né la ginecologa Hema, né l’altro chirurgo, l’indiano Ghosh, né, tantomeno, il presunto padre, Thomas Stone. Il parto è difficile, nascono due gemelli, anzi due gemelli siamesi uniti per la testa e subito separati, Sorella Mary Joseph muore, Thomas Stone impazzisce dal dolore e fugge via- lo rivedremo solo alla fine.

Hailé Selassié

    Questo l’inizio del romanzo straordinario di Abraham Verghese (il primo dello scrittore nato ad Addis Abeba da genitori indiani), di cui abbiamo già letto “Il patto dell’acqua” lo scorso anno. È un romanzo epico che segue per cinque decenni le vicende dei personaggi- i due gemelli Shiva e Marion, anzi ShivaMarion perché sono tutt’uno, pur se diversissimi come carattere, Ghosh e Hema, che diventano i loro genitori adottivi, una miriade di altri personaggi minori ma perfettamente individuati, come la bambina, figlia della ‘tata’ dei gemelli che cresce come una sorella insieme a loro- e quelle dell’ospedale e quelle dell’Etiopia sotto il regno di Hailé Selassié a cui segue il fallito colpo di Stato e poi la guerra civile e la dittatura del temuto Menghistu.

    Non vi rovinerò il piacere di leggere “La porta delle lacrime”, anticipo solo che sia Shiva sia Marion diventeranno chirurghi eccellenti in campi molto diversi (poteva essere altrimenti con due genitori ‘illuminati’ come Hema e Ghosh?),

Meskel

che saranno entrambi legati alla stessa donna che sarà la causa della loro rovina, che Shiva resterà a lavorare a Missing (la sua foto apparirà sul New York Times per un metodo di intervento innovativo) mentre Marion, in fuga dalla dittatura, terminerà gli studi in America. Ma noi non amiamo solo Shiva e Marion (è quest’ultimo la voce narrante del romanzo), amiamo tutti i personaggi, tutti loro hanno qualcosa da dirci, e poi- è vero- ci piacciono i personaggi che hanno degli ideali, che vivono per dare il meglio di se stessi nel loro lavoro e nel rapporto con gli altri. Sono così Shiva e Marion e lo sono pure Hema e Ghosh che lasceranno un’impronta indelebile sui due ragazzi che non sentiranno mai la mancanza dei genitori biologici.

   E poi c’è la parte medica del romanzo, quella che si svolge nella sala operatoria, così piena di dettagli minuziosi che abbiamo l’impressione di essere testimoni muti degli interventi. Abraham Verghese è medico lui stesso- non potrebbe essere altrimenti- e riesce a rendere avvincenti anche le descrizioni più drammatiche, fatte di bisturi e sangue, di carne, muscoli e fili di sutura. Ghosh, Hema, Shiva, Marion, il dottor Deepak in America, Thomas Stone, tutti loro amano quello che stanno facendo, non sentono la stanchezza, non si risparmiano. Soprattutto credono che il segreto per curare un paziente sia aver cura di lui, sanno che il paziente ha bisogno di essere rassicurato, di essere trattato come una ‘persona’ e non un caso clinico.

Addis Abeba oggi

   Per finire, l’ambientazione di Addis Abeba rivela la conoscenza dello scrittore che, come Marion, dovette abbandonare la città e terminare gli studi altrove a causa della situazione politica. Al lettore sembra di vedere quello che resta degli anni di colonizzazione italiana, il giallo dei fiori di meskel e gli alberi di eucalipto, di sentire il profumo della injera e del wot, di ascoltare la musica di quella canzone che è il leit motiv del romanzo, Tizita, che vuol dire ‘nostalgia’.

    Ho nostalgia di questo romanzo, di questi personaggi, di questi luoghi, adesso che ho terminato di leggere “La porta delle lacrime”. Potrei iniziarlo da capo per ritrovarli.

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sabato 8 luglio 2023

Siphiwe Gloria Ndlovu, “La storia dell’uomo” ed. 2023

 

Voci da mondi diversi. Africa

romanzo di formazione

Siphiwe Gloria Ndlovu, “La storia dell’uomo”

Ed. F. Brioschi, trad. Chiara Manfrinato

     21 dicembre 1979. Emil Coetzee si sta lavando le mani sporche di sangue. È stato proclamato il cessate il fuoco in questo paese mai nominato che possiamo supporre essere la Rodhesia, oggi Zimbabwe, che ha per capitale la Città dei Re.

   È un’immagine reale e simbolica questa che apre il romanzo- singolare romanzo di formazione che è, insieme, romanzo storico- di Siphiwe Gloria Ndlovu, scrittrice nata in Zimbabwe, emigrata con la famiglia in Svezia e poi negli Stati Uniti, per ritornare nello Zimbabwe dopo il 1980, quando il paese aveva raggiunto l’indipendenza. Un’immagine forte che, insieme a quelle che seguono, è come uno schizzo riassuntivo della vita del protagonista- Emil che va nel suo ufficio e rilegge, come ogni mattina, le righe finali dell’ultima e unica lettera che il figlio gli ha scritto prima di suicidarsi (Hai sempre voluto che uccidessi qualcosa e l’ho fatto. Spero che adesso tu sia fiero di me. Sono diventato il figlio che hai sempre desiderato) e i cinque biglietti su carta celeste ricevuti dalla donna che ha veramente amato (Ci sono anni di domande e anni di risposte).


     Dopo il rifiuto di Emil di parlare con la giornalista sfrontata che vorrebbe scrivere la sua biografia, il rullino della vita di Emil si riavvolge e noi leggiamo dall’inizio la storia della sua vita che dovrebbe aiutarci a capire come è successo che sia diventato il cinquantenne che è adesso. Partiamo dai nonni e poi da suo padre e sua madre (in apparenza molto felici e innamorati, finché era successo l’inimmaginabile), l’infanzia in quel luogo magico che era il veld in una casa concessa dal governo a chi occupava un posto in polizia e che a lui bambino sembrava bellissima (anche se non aveva una veranda), il collegio esclusivo dove si formavano ‘i veri uomini’, quelli che avrebbero ‘fatto la storia’. Era in collegio che Emil aveva conosciuto quello che sarebbe stato suo amico per tutta la vita- era veramente suo amico? Il suo opposto, una persona solare e ottimista, decisamente favorevole all’integrazione delle razze, la multirazzialità del governo, un uomo dalle ampie vedute che si era accordato per un matrimonio aperto con la moglie che- guarda caso- era proprio la ragazza che Emil aveva visto due volte di sfuggita, su una pista di pattinaggio e poi su una spiaggia, innamorandosene perdutamente. Si può dire amico chi va a letto con la moglie dell’uomo che si fida di te?


   A differenza dell’amico Courtney che sa per certo da che parte schierarsi nella società bianca e nera dello Stato senza nome, Emil Coetzee sembra essere sempre in bilico su una linea divisoria. Uscito da quella scuola che formava gli uomini che avrebbero fatto la Storia, aveva avuto l’idea di dare una Storia ai neri, fondando un’Organizzazione per gli Affari Interni che avrebbe raccolto nomi e dati, senza immaginare, però, come il suo intento sarebbe stato stravolto, come quell’elenco di dati avrebbe facilitato la repressione.

    Viene travolto, Emil. L’uomo che aveva frequentato la scuola per gli uomini che avrebbero fatto la Storia si trova a svolgere un ruolo che non aveva previsto, a fare una Storia che non è sicuro sia quella che avrebbe voluto, vede la fine di un matrimonio contratto per fare la cosa giusta, non riesce ad accettare le inclinazioni sessuali del figlio e lo spinge ad una guerra che a lui fa orrore, ovunque si giri vede la morte- non c’è più nessuno accanto a lui.

     Questa storia di un uomo è, senza volerlo essere, un romanzo storico in cui viene sfatato il mito del ‘fardello dell’uomo bianco’ di memoria kiplinghiana e la storia di ‘un uomo’ diventa quella ‘dell’uomo’ al di là del colore della pelle, una storia fatta di guerre e di sangue. Un libro per una visione diversa dell’Africa, da leggere.

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martedì 29 novembre 2022

Cheluchi Onyemelukwe-Onuobia, “Due vite, due donne” ed. 2022

                                                        Voci da mondi diversi. Nigeria



Cheluchi Onyemelukwe-Onuobia, “Due vite, due donne”

Ed. e/o, trad. E. Banfi, pagg. 285, Euro 18,05

 

     Dobbiamo far qualcosa per passare il tempo, pensavo. Due donne in una stanza, mani e piedi legati.

    È questo l’inizio del romanzo della scrittrice nigeriana-canadese dal nome difficile che ha vinto il Nigeria Prize for Literature 2021 e il premio per migliore romanzo internazionale al Shariah International Book Fair nel 2019.

Due donne prigioniere, dunque. Sono state rapite con l’intento di ottenere un riscatto. Non erano prigionieri, i pellegrini delle “Canterbury Tales” di Chaucer, e neppure i giovani che sfuggivano alla peste del “Decamerone”, però raccontarsi delle storie per passare il tempo era allora ed è adesso, nel 2011 delle due donne, un buon rimedio. Quella che Nwabulu e Julie raccontano è la storia della loro vita, con un’urgenza che forse i fatti giustificheranno e con un sorprendente esito finale.

    Nwabulu era nata in una famiglia povera, era rimasta orfana e la matrigna l’aveva mandata a servizio di una famiglia prima a Lagos (il padrone l’aveva violentata) e poi a Enugu. Qui la trattavano bene, andava a scuola, avrebbe dovuto iscriversi alle scuole superiori, ma…si era innamorata del figlio dei vicini di casa. È solo nella favola che Cenerentola sposa il principe. Nella realtà Nwabulu resta incinta, il suo ‘principe’ nega addirittura di conoscerla, lei viene rispedita al villaggio. Facile immaginare come venga trattata. Vi dirò solo la fine- il suo bambino viene al mondo ma scompare. Nwabulu non riesce a sapere che fine abbia fatto.


    Julie è figlia di insegnanti, è insegnante lei stessa, ancora nubile a trent’anni, in una società in cui ci si sposa molto giovani. E trova il modo di ‘incastrare’ il ricco imprenditore già sposato che è il suo amante. È un trucco vecchio come il mondo, valido in Nigeria dove gli uomini possono avere più di una moglie. Perché l’uomo è già sposato, ha due figlie e ha bisogno di un figlio maschio che porti avanti il nome della sua famiglia. Così Julie finge di essere incinta, si fa sposare in fretta e furia, sicura che la bugia diventi presto realtà. Non accade. Ricorre ad un altro trucco.

    Sono passati quasi quarant’anni, né l’una né l’altra sono più giovani. Nwabulu è diventata una stilista richiesta in tutta Lagos, Julie è vedova e ha bisogno di farsi fare l’abito per il matrimonio del figlio. Ecco perché si sono incontrate, diventando amiche contro ogni probabilità, anche se sapevano poco l’una dell’altra. Fino ad ora. Scopriranno qual è il legame tra di loro. Ha senso, nella situazione in cui si trovano, nutrire odio o desideri di rivalsa per il dolore passato? Chi può dire che quanto è successo non sia stato per il meglio di tutte le persone coinvolte?


    Accade spesso che la trama di un romanzo possa sembrare banale, ad una prima impressione. Ecco, ad una prima impressione, staccando la vicenda dal suo contesto. Perché invece, approfondendo la lettura, non lo è affatto. Il mondo che circonda Nwabulu e Julie è del tutto diverso, perché questa è la Nigeria, questa è Lagos, l’ambiente in cui sono cresciute non è quello dell’Europa o dell’America. Perfino la povertà è differente, pur con la matrice di penuria e sofferenza comune. È diversa l’idea di famiglia, quella del ruolo di uomini e donne, e non è da trascurare la poligamia. E poi c’è un ricco folclore che fa da sfondo a tutta la vicenda, un dramma molto umano che potrebbe terminare come quello del famoso giudizio di re Salomone. Invece è il destino a decidere e noi restiamo in sospeso, incerti noi stessi su come vorremmo che il romanzo finisse.

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domenica 10 aprile 2022

Abdulrazak Gurnah, “Paradiso” ed. 2022

                                                     Voci da mondi diversi. Africa

         premio Nobel

     romanzo di formazione

Abdulrazak Gurnah, “Paradiso”

Ed. La Nave di Teseo, trad. A. Pezzotta, pagg. 368, Euro 19,00

   Inizi del secolo scorso nell’Africa orientale contesa tra colonizzatori inglesi e tedeschi.

    Yusuf ha dodici anni quando viene venduto dal padre al mercante Aziz che il ragazzo aveva finora ammirato e chiamato ‘zio’. Imparerà a chiamarlo ‘sayid’, padrone, e sarà Khalil a insegnarglielo, anche lui venduto ad Aziz anni prima. Era questa la tecnica del mercante- abbindolare qualcuno con speranze di grandi guadagni, prestargli dei soldi che poi non avrebbero potuto essere restituiti e prendersi in cambio qualche figlio (se poi c’era una ragazzina da prendere in pegno, tanto meglio. Era successo così alla sorella di Khalil quando aveva solo sette anni). Khalil diventerà una sorta di fratello maggiore, un amico per Yusuf che si accorgerà a poco a poco e con rammarico di non ricordare più né le fattezze del volto dei genitori né la loro voce.

     “Paradiso”, di Abdulrazak Gurnah, è un romanzo diverso da quelli che abbiamo già letto dello scrittore vincitore del premio Nobel 2021. Non è più centrato sul tema dell’estraniamento dell’uomo di colore che dall’Africa arriva in un paese europeo, è un romanzo di formazione e, nello stesso tempo, anche un romanzo di avventura. E il Paradiso del titolo è sia il giardino della dimora di Aziz, sia l’Africa stessa prima che la sua cultura originaria e il suo ambiente naturale venissero stravolti dai colonizzatori.


    Yusuf è incantato dal giardino di Aziz, ogni volta che può si introduce oltre i cancelli anche se non ne ha il permesso, diventa amico del vecchio giardiniere che gli insegna i rudimenti della cura delle piante, ammira gli specchietti appesi ai rami che riflettono barbagli di sole, si inebria dei profumi, si chiede quale sia il mistero nascosto dietro le finestre schermate della grande casa. Si dice che dentro quelle mura viva una Signora pazza…

    Viene il momento in cui il mercante decide che sia meglio allontanare Yusuf ed inizia il viaggio del ragazzino verso l’interno con una spedizione del cui fine lui non sa nulla, non sa di preciso che cosa venga trasportato e quale sia la meta finale. Si trova insieme a uomini che a volte si prendono gioco di lui, da cui a volte si deve difendere, che spesso lo guardano con sguardi lascivi. Perché- viene spesso ripetuto che Yusuf è un bel ragazzo, lo ammirano sia le donne sia gli uomini.


       La spedizione si addentra in zone selvagge, tra una vegetazione lussureggiante, sfidando zanzare dalla puntura mortale, acque putride, malattie, incontri con tribù che esigono tributi per lasciarli passare e con europei che spadroneggiano e che stupiscono il ragazzo con la loro pelle bianca. Sono loro il serpente che si annida nel Giardino dell’Eden?

      Oppure il serpente della tentazione si nasconde nel giardino con gli alberi con gli specchietti, dove Yusuf scopre, al suo ritorno, vivono due donne, una più anziana che si incapriccia di lui e una più giovane di cui lui si innamora…ma sono entrambe mogli di Aziz.

    Il fascino del romanzo è soprattutto nelle pagine (la maggior parte del libro) in cui gli uomini di Aziz si addentrano in quello che sembra ‘il cuore di tenebra’ di Conrad e il viaggio assume una dimensione duplice, come in tutti i romanzi di crescita. Sono pagine che aiutano anche noi a scoprire un continente. Ma proseguiamo la lettura aspettando sempre che il romanzo ‘prenda il volo’, il che non accade ed il finale ci pare scontato e un poco deludente.

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giovedì 27 gennaio 2022

Abdulrazak Gurnah, “Admiring silence”

                                                Voci da mondi diversi. Africa

     Diaspora africana
      premio Nobel

Abdulrazak Gurnah, “Admiring silence”

Ed. Bloomsbury, pagg. 246, Euro 6,62 (kindle)

 

    Un narratore senza nome. Non facciamo fatica ad immaginare che sia lo stesso autore che esprime i suoi sentimenti ed almeno una parte delle esperienze da lui vissute in prima persona.

    Una narrativa scandita in tre parti e in due luoghi- Inghilterra, Zanzibar, di nuovo Inghilterra.

    Un silenzio che significa tante cose- silenzio di cose non dette affatto, silenzio parziale su una realtà edulcorata, rettificata, trasformata (che lo stesso narratore sia arrivato a credere che sia quella la vera realtà?)

   L’io narrante torna a casa dopo una visita medica. Il dottore gli ha diagnosticato un problema cardiaco, dovrà fare altri esami. Lo dice ad Emma, la donna inglese con cui convive senza che si siano mai sposati (è stata lei a non voler contrarre un legame così borghese). Lo dice alla loro figlia diciassettenne Amelia, in piena ribellione adolescenziale. Gli piace quell’atmosfera di preoccupazione e di rinnovato affetto suscitata dalla notizia allarmante.


    Questo dettaglio iniziale sulla condizione di salute del protagonista sembra non avere grande importanza, e invece assume una valenza metaforica più ampia. Ha un cuore diviso, il protagonista. Tra l’Inghilterra, che dovrebbe essere la sua nuova patria, ‘home’, la dimora dei suoi affetti, e Zanzibar, dove è nato e cresciuto, dove vive ancora la sua famiglia con cui mantiene uno sporadico contatto epistolare, da dove è fuggito via Kenya, con un passaporto falso. E dove adesso, dopo più di vent’anni, per un’amnistia, può ritornare.

    Questa prima parte ‘inglese’ ricostruisce la sua vita dopo il suo arrivo. Sono pagine che esprimono il dramma dell’estraneità, di essere un uomo di colore in un paese di bianchi, di venire da un’isola esotica che i più non sanno collocare sull’atlante geografico e però sanno che faceva parte dell’Impero. Lui aveva studiato, aveva trovato una scuola in cui insegnare (è anche la lotta quotidiana con alunni maleducati e ignoranti che ha causato i suoi problemi di cuore?), si era innamorato di Emma. Anzi, lei si era innamorata di lui, forse in spregio ai suoi genitori benpensanti, e lo aveva conquistato, con la sua bellezza, la sua spavalderia, la sua sfida a tutto il mondo. Ma quello che le aveva raccontato della sua vita di prima era solo una verità parziale e lei ignorava che la madre di lui non sapeva nulla né di lei né della loro figlia. Quando era stato il momento per lei di presentarlo alla sua famiglia, era stata una dura prova. Le scene degli incontri con i suoi genitori hanno un che di cinematografico, di “Indovina chi viene a cena?”, con la madre di lei che si sforza di non lasciarsi sfuggire niente di disappropriato, il padre che, beandosi del passato colonialista, neppure si accorge della selvaggia ironia del compagno di sua figlia che si diverte a dipingere per lui il quadro che lui vuole, di un popolo selvaggio, che ha ancora abitudini cannibalesche, salvato dagli inglesi.


    Quando il narratore parte per Zanzibar, qualcosa si è già incrinato nell’unione con Emma. E il suo ritorno in patria- un trauma per lui- comporta altri silenzi, altre verità addolcite. Non c’è niente che funzioni in quella che un tempo, in un’altra vita, era ‘home’ per lui. Il malgoverno, la corruzione, la povertà, la mancanza di beni di consumo basilari, si esprimono tutti nella disgustosa e catastrofica ostruzione dei servizi igienici. È come se l’intero paese nuotasse nella (chiedo venia) merda. Oltretutto il protagonista si trova ad affrontare due nodi cruciali- la verità su suo padre e la pressante insistenza di sua madre perché si sposi.

    È un uomo più che mai diviso e più che mai spaesato, quello che ritornerà in Inghilterra. Per trovare…

   Un altro tassello per completare il quadro della letteratura degli strappi dell’emigrazione, opera dello scrittore che ha vinto il premio Nobel 2021.




   

martedì 25 gennaio 2022

Femi Kayode, “Il cercatore di tenebre” ed. 2022

                                                        Voci da mondi diversi. Nigeria

cento sfumature di giallo

Femi Kayode, “Il cercatore di tenebre”

Ed. Longanesi, trad. Andrea C. Cappi, pagg.387, Euro 18,60

 

     Una cittadina universitaria in Nigeria. Uno psicologo forense. Un omicidio atroce di cui si conoscono i colpevoli (una folla aizzata e inferocita) ma di cui non si conosce il motivo. Una narrativa veloce e ricca di colpi di scena.

Tutto questo fa sì che “Il cercatore di tenebre”, primo romanzo di Femi Kayode, sia un ottimo ‘giallo’, giudicato tra i migliori del 2021.

     Il protagonista, lo psicologo forense Philip Taiwo, è ritornato da poco dagli Stati Uniti in Nigeria per seguire la moglie che ha ottenuto un incarico universitario a Lagos. È importante che sia, in un certo senso, un estraneo e anche uno ‘straniero’, perché tutto è talmente diverso dall’ambiente in cui ha vissuto- dai comportamenti al modo di pensare, alle procedure poliziesche- che gli riesce difficile capire che cosa succede intorno a lui, valutare il pericolo di certe situazioni, a volte addirittura capire che cosa si stia dicendo. Due persone gli sono di aiuto, l’autista che poi si rivela essere più che un semplice autista (qual è il suo passato? Che cosa gli sarà mai successo per avere il corpo segnato da vistose cicatrici?) e una donna avvocato incontrata per la prima volta sull’aereo che da Lagos lo ha portato alla cittadina di Okriki e che si rivela essere l’avvocato della difesa nel caso di cui si deve occupare Philip Taiwo.


    Era stato suo padre, per amicizia con il padre di uno dei ragazzi morti, che lo aveva pregato di accettare la richiesta di questi, distrutto e tormentato dall’immagine, diffusa sui social, dei tre ragazzi divorati dalle fiamme. Il ricco banchiere Emeka non riesce a capacitarsi- suo figlio non conosceva gli altri due ragazzi accusati di un ennesimo furto che avrebbe scatenato l’ira della folla. Suo figlio era uno studente modello, quel pomeriggio era andato a trovare la fidanzata, che cosa ci faceva laggiù dove poi sarebbe avvenuto un vero e proprio linciaggio?

   Philip Taiwo non è un detective, la sua specializzazione è nell’analizzare i comportamenti, nel cercare le motivazioni per lo scatenarsi della violenza. Eppure deve diventare un detective suo malgrado, forzato in questo ruolo dalla realtà che lo circonda. È guardato con sospetto appena si viene a sapere del suo interesse per i ‘Tre di Okriki’, la stanza prenotata dell’albergo all’improvviso non è più disponibile, il capo della comunità religiosa lo convoca e viene fuori che è il padre del commissario di polizia nonché lo zio dell’affascinante donna avvocato, l’affittacamere della pensione dove alloggia tuttora lo studente che ha lanciato l’allarme lo scaccia in malo modo.

Lagos

E poi, quante sono le cose che Philip non capisce, quante quelle su cui gli hanno mentito, quante altre verità saltano fuori? Ad iniziare dalla faccenda delle confraternite universitarie che hanno avuto un inizio glorioso con niente di meno che il premio Nobel Wole Soyinka che ne ha fondato una e che poi invece si sono trasformate in sette segrete (con quali intenti? chi ne faceva parte?), dal padre che gli ha affidato l’incarico, uomo di grande potere che possiede addirittura un jet privato e che è pronto ad una giustizia privata, dal presunto autista che diventa la spalla di Philip e che nasconde un fucile ad alta precisione nel bagagliaio. A tutto questo, ai pericoli in agguato per Philip che rischia la vita, si aggiunge la sua incertezza per un possibile tradimento della moglie- un sottile filone di cui si poteva fare a meno ma che aggiunge un tocco personale e intimo alla figura del protagonista.

     Un bel romanzo, “Il cercatore di tenebre” di Femi Kayode (è singolare che il titolo italiano sia l’esatto opposto di quello originale Lightseekers: i due estremi si toccano?). Un romanzo  tout court, perché c’è un’indagine- diversa dalle solite-, ma soprattutto ci sono un’ottima caratterizzazione e una splendida  ambientazione: apprendiamo molto della Nigeria, della società, della cultura, della sua economia. Un romanzo per ampliare i nostri orizzonti.

Nelle pagine dei ringraziamenti l’autore dice che il video virale di quattro studenti della University of Port Harcourt, linciati e bruciati vivi, continua ad ossessionarlo e che spera che il suo libro contribuisca alla prevenzione di crimini violenti commessi dalla folla.

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martedì 18 gennaio 2022

Yasmina Khadra, “Le rondini di Kabul” ed. 2021

                                               Voci da mondi diversi. Medio Oriente

    la Storia nel romanzo

Yasmina Khadra, “Le rondini di Kabul”

Ed. Sellerio, pagg. 228, Euro14,00

 

   Ogni cosa al mondo ha una fine e nessun male è eterno. Si fa fatica ad avere fiducia in questa profezia che Yasmina Khadra (pseudonimo dello scrittore algerino Mohamed Moulessehoul) cita nella prefazione di questo romanzo, ripubblicato ora a vent’anni dalla sua apparizione sui nostri scaffali.  Ne è la prova il fatto stesso che sia stato ripubblicato, che non abbia perso la sua attualità, che potremmo assistere oggi alle scene sconvolgenti che leggiamo su queste pagine, perché  a volte ritornano, e no, non sono fantasmi ad essere tornati, ma i talebani a Kabul, e con loro gli spettri del passato, più spaventosi ancora. Sembravano in fuga da questi spettri, le persone che abbiamo visto sugli schermi correre per cercare di salire sugli aerei in partenza dall’aeroporto di Kabul nei giorni recenti. Li abbiamo visti aggrapparsi ai carrelli, alle ali degli aerei- e non potevano non sapere che quella era una morte certa. Forse migliore di quella che li aspettava restando.

    Due coppie sono le protagoniste de “Le rondini di Kabul”. Il guardiano del carcere Atiq e la moglie Mussarat, ammalata di tumore, e una coppia borghese- lui, Mohsen, studiava scienze politiche all’università e lei, Zunaira, avrebbe voluto diventare magistrato. Somma ironia, un carceriere in un paese che è tutto un carcere, un’ammalata terminale in un paese distrutto e moribondo, un futuro diplomatico in un Afghanistan isolato dai paesi democratici, un magistrato dove regna sovrana la sharia.


   C’è una differenza abissale tra le due coppie, sia nel loro modo di vivere la realtà che li circonda, sia nel sentimento che li unisce. Atiq e Mussarat fanno parte del sistema, il lavoro di Atiq lo rende quasi un privilegiato e lui ormai si è incallito davanti alle miserie di quei prigionieri destinati ad essere brutalmente giustiziati. Alla moglie è legato dalla gratitudine- lei gli ha salvato la vita in passato, ora tocca a lui prendersi cura di lei. Per Mohsen e Zunaira il mondo si è capovolto. Erano più che benestanti e ora hanno perso tutto, resta loro l’amore, lo stesso che li lega da quando erano studenti. E condividono l’orrore verso le squadre dei guardiani della morale, verso la sistematica uccisione della felicità, dell’allegria, dell’arte, della musica. Quando Zunaira indosserà l’odiato burqa, sarà per il motivo opposto per cui dovrebbe indossarlo, per protesta, per esprimere lo sconforto davanti a quell’operazione strisciante di persuasione dei talebani, capaci di attirare seguaci con l’oscuro fascino malvagio della violenza- a questo sono destinate le esecuzioni pubbliche come la lapidazione dell’adultera. Significa trasformare la violenza in spettacolo, autorizzarla, incoraggiare il sentimento di esaltazione del sentirsi giudici onnipotenti. E quando Mohsen- Mohsen!- scaglia una pietra, è la fine. La fine della bontà, la fine dell’amore con la moglie.


    La ruota gira, la trasformazione di Atiq e di Mussarat avviene in direzione opposta, perché forse c’è ancora uno spiraglio per l’umanità, anche se il finale sembra non lasciare alcuna speranza. Torneranno a volare le rondini su Kabul?

   Un romanzo che ha la stessa potenza di vent’anni fa, e lo constatiamo con una profonda amarezza, con una certa incredulità, incapaci di comprendere come la Storia sia un serpente che si mangia la coda. Irrimediabilmente.  




sabato 15 gennaio 2022

Wayétu Moore, “I draghi, il gigante, le donne” ed. 2022

                                                                Voci da mondi diversi. Africa

         romanzo autobiografico

Wayétu Moore, “I draghi, il gigante, le donne”

Ed. e/o, trad. T. Lo Porto, pagg. 284, Euro 11,99

     Quattro, cinque, sei anni. Wayétu, che viene chiamata affettuosamente Tutu, è la sorellina di mezzo, di cinque anni, e questo libro, autobiografico, incomincia con la storia della loro fuga da Caldwell, in Liberia, all’inizio della guerra civile del 1989. Le bambine fuggono con il padre, insegnante all’Università di Monrovia, con la nonna e la baby-sitter. La mamma è in America con una borsa di studio Fullbright.

    Come si riescono a spiegare la fuga precipitosa, la guerra, le atrocità, a delle bambine? Le si trasformano in favole dal sapore di leggenda, perché le favole, dopotutto, sono piene di mostri cattivi tanto quanto di principi buoni. Per le bambine il Presidente Doe è il drago Hawa Undu, che una volta era un principe buono, e adesso c’è un nuovo principe, che si chiama proprio Prince Charles Johnson, che combatte contro di lui per prendere il suo posto. È solo la piena fiducia nel papà amorevolissimo che spinge Tutu e la sorella maggiore a correre nella foresta, dando la mano a lui che porta sulle spalle la più piccola. È perché lo dice il papà che deve essere vero che tutte le persone sdraiate sulla strada stanno dormendo perché sono stanche, e che quel suono profondo che si sente è il rullo dei tamburi.

Prince Johnson

    La prima parte del libro è la fuga nel ricordo della scrittrice, vista con gli occhi di una bimba di cinque anni. Fame, sete, piedini che fanno male, gambette stanche, posti di blocco, paura, facce minacciose che chiedono a quale etnia appartengano, incontro con qualcuno che è loro amico, un soldato che si impietosisce, paura, la domanda che riaffiora puntuale sulle loro labbra, “Andiamo dalla mamma?”, la decisione di andare nel villaggio di Lai, al di là del lago Piso, dove vive la famiglia della nonna. Ancora fame, malaria, incertezze. Finché arriva un angelo salvatore, una ragazza soldato: ci si può fidare?

    C’è una seconda e poi una terza parte nel romanzo, ed è anche la varietà dei toni ed un cambio di voce narrante che rendono il libro non solo interessante ma anche emozionante e vivo. E alla paura che pervade la prima parte si sostituisce la sofferenza, nella seconda. L’America in cui arriva Tutu non è la terra dell’uguaglianza in cui speravano, forse è rimasta la stessa da cui sono partiti i neri liberati fondatori della Liberia. Tutu si sente diversa perché la fanno sentire diversa. È guardata con sospetto ed è apertamente e gratuitamente ingiuriata quando entra con le amiche, ragazzine come lei, in un negozio. Come se fosse scontato che sono delle piccole ladre. Loro sono le ragazze negre. Più tardi gli uomini che la corteggiano le dicono che è molto bella, ma aggiungono che è bella perché non è come le altre donne africane. Il che vuol dire che la sua bellezza viene giudicata secondo i canoni bianchi.

Lago Piso

    Cambia il punto di vista nella terza parte- il racconto diventa quello di Mam, la madre di Tutu, la metà di una coppia perfetta in cui l’uomo smentisce qualunque pregiudizio sugli uomini africani. Era stato il marito ad incoraggiarla ad accettare la fantastica opportunità della borsa di studio in America. Lui si sarebbe occupato delle bambine, lui avrebbe letto loro delle storie la sera, lui le avrebbe telefonato se una delle bimbe si ammalava. E Mam, fuori di sé dall’ansia quando aveva smesso di ricevere loro notizie, era partita per andare a cercarli. Là, nella tana del leone. Un’altra storia di coraggio, di paura, ma anche di buona sorte, che si ricongiunge alla prima con cui il libro è iniziato.

     Un libro molto bello, un capitolo di storia della Liberia che pochi di noi conoscono, un racconto di guerra e di amore, di episodi di incredibile violenza (da adulta, in America, Tutu vedrà su youtube il filmato delle torture inflitte dal Principe al drago) e di atti di generosità inaspettati.

     Da leggere. Da leggere e da rileggere.

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