giovedì 14 maggio 2026

Madeleine Thien, “Il libro dei ricordi” ed. 2025

                                                    Voci da mondi diversi. Canada



Madeleine Thien, “Il libro dei ricordi”

Ed. 66thand2nd, trad. Anna Tagliavini, pagg. 380, Euro 19,00

 

    Non c’è un solo romanzo ne “Il libro dei ricordi” della scrittrice sino-canadese Madeleine Thien, bensì quattro, quattro filoni narrativi che si alternano, raccontati da un unico punto di partenza- una enclave chiamata il Mare. Comprendiamo subito perché- è il mare che ha offerto una via di fuga a tutti protagonisti, del presente e del passato, e sul mare si affacciano le finestre di tutti gli alloggi di questo strano edificio in cui vivono Lina e suo padre Wui Shin che sembra costruito su uno dei disegni di Escher, con corridoi che si avvolgono entro altri corridoi, scale che aggettano su altre scale, porte che si aprono su altre porte. E- se si chiede a uno degli abitanti quale sia il nome del mare che vede dalla finestra, risponderà con un nome diverso. Non è che dalle finestre si vedano tutti i mari, o forse sì, ma in ogni modo ognuno vede il mare che lo ha tratto in salvo, il mare del suo cuore.

Spinoza

  Il Mare è un luogo di transito, al Mare si arriva per poi ripartire, ma Lina e suo padre si fermeranno lì. Quando Lina è arrivata, aveva solo sette anni e continuava a chiedere dove fossero la mamma, la zia, il fratellino. Li avrebbero raggiunti- rispondeva suo padre. Nella fuga il padre aveva afferrato a caso tre libri sulla vita di grandi viaggiatori, finirà che Lina li saprà quasi a memoria, saprà tutto di tre grandi costretti all’esilio- il poeta cinese Du Fu (712-770), il filosofo Baruch Spinoza (1632-1677) e Hannah Arendt (1906-1975). Attenzione, questi tre personaggi storici che a turno racconteranno la loro storia, escono dalle pagine del libro e rivestono i panni di tre rifugiati che abitano nelle stanze vicino a quella di Lina e i cui nomi ci rimandano ai tre esuli del passato- Giove (il poeta), Bento (era il nomignolo con cui il padre chiamava Baruch Spinoza) e Blucher (quasi come il cognome del secondo marito di Hannah Arendt).

Du Fu

Du Fu era vissuto nella Cina della dinastia Tang, aveva avuto una vita molto dura, uno dei suoi figli era morto di denutrizione; Spinoza era arrivato ad Amsterdam dal Portogallo e la sua vita era sempre in pericolo, perché era ebreo e perché le sue idee erano sacrileghe; Hannah Arendt aveva dovuto fuggire la persecuzione nazista. La storia di Lina e di suo padre non è meno dolorosa delle altre, anzi, forse lo è di più. E’ una storia che diventa una sorta di confessione da parte di Wui Shin, un ingegnere del Cyberspazio- quello che ha fatto non può essere perdonato e gli ha fatto perdere la moglie e il figlio.
Hannah Arendt

    I quattro filoni sono in apparenza slegati tra di loro ma la scrittrice ha un’arte sottile per aggiungere dettagli che passano da una storia all’altra- c’è un gatto che si chiama Gatto Arancio ad Amsterdam con Spinoza, due arance che cadono a terra nella storia di Du Fu, profumo di arance altrove. E c’è una sorta di incantesimo che sospinge il lettore a voltare le pagine, per quanto questa non sia una lettura facile, colma di riferimenti colti, di Storia, di riflessioni filosofiche ed etiche. Non possiamo non cogliere il riferimento costante ai nostri tempi di migrazioni, di discriminazioni, di lotte politiche e il messaggio del valore salvifico dell’arte, della letteratura e della cultura.



lunedì 11 maggio 2026

Intervista a Giulio Passerini, autore di "Inimicizie letterarie"

                                     Casa Nostra. Qui Italia

                                              Intervista

copy Alessandra Fuccillo

    

     Il breve libro di Giulio Passerini sugli insulti letterari mi aveva così divertito, così incuriosito, che gli ho chiesto se aveva tempo per rispondere a qualche domanda per soddisfare il mio desiderio di ‘saperne di più’.

Qual è stata la scintilla, il punto di partenza per il suo libro, la sua raccolta di insulti?

    Avevo trovato per caso un litigio fra due scrittori, mi incuriosivano delle storie così e poi, conoscendo gli scrittori, ho immaginato che ci fossero tanti altri casi di litigi e di insulti. Ho fatto delle ricerche e ne ho trovato abbastanza per scriverne in un piccolo libro.

E poi, come è proceduta la ricerca di quali insulti scegliere?

     In realtà è una ricerca che si fa da sola, gli insulti sono come le battute e poi ho ricostruito la storia che ha portato a questo momento in cui due scrittori si sono, per così dire, fronteggiati. A volte c’è una bella storia dietro, a volte di bello c’è solo l’insulto e allora lo scartavo. Tutte quelle che ho trovato- e non sono poi tante- sono finite nel libro.

La citazione iniziale con la domanda- un insulto che corrisponde al vero, è un insulto?- è molto intrigante. Pensa che sia un insulto se quello che si dice è vero?

     Assolutamente sì. A volte un insulto può anche essere un complimento, ci sono gli insulti che mettono in luce l’invidia per un’altra persona e corrispondono al vero perché dicono la verità su quelli che lo pronunciano.

A sentimento, quale degli scrittori citati Le è più simpatico? E quale più antipatico?

     Il più simpatico, forse, è Mark Twain, uno dei peggiori invece- e può suonare strano- è Ungaretti. Pitigrilli è simpatico e anche un poco mefistofelico, era una canaglia ma era molto simpatico.

Pitigrilli

Mi è parso che la motivazione principale degli insulti fosse una rivalità nel campo del successo, di libri venduti, di riconoscimenti. È così?

     Bisogna fare un passo indietro: è dall’ego che nasce la rivalità, è un misto di arroganza e di insicurezza, si tratta per lo più di un grande talento che però ha anche il suo costo che è una complessità interiore, una fragilità emotiva. Questo miscuglio mi rende più cari questi scrittori, provo quasi un sentimento affettuoso verso di loro.

 C’è qualche scrittore che è superiore a questo tipo di invidia?

   Philip Roth fu insultato da Franzen ma lo ha ignorato, anzi, Roth ha avuto parole di elogio per Franzen e questa è stata, in un certo senso, una pena maggiore che ha inflitto al suo rivale.

Ci sono un paio di scrittori che si sono rappacificati, ad esempio i grandi nomi di Márquez e Vargas Llosa che mi pare siano gli unici che avessero anche contrasti politici.

   La politica in realtà c’entrava solo in piccola parte nella rivalità tra Márquez e Vargas Llosa. C’è sempre qualcos’altro, nel loro caso c’era anche una rivalità e una gelosia amorosa.

 Un’altra mia impressione è stata che gli insulti fra gli scrittori italiani fossero diversi, avessero un altro peso, fossero meno ‘giocosi’.

Amalia Guglielminetti

    La realtà è che siamo un piccolo paese, c’è più spazio nel mondo di quanto ce ne sia in Italia, e poi forse c’entra anche il retroterra cattolico. Pitigrilli era una vera canaglia, si divertiva a lanciare insulti, aveva anche degli aspetti sadici. E poi c’era in lui una voglia di rivalsa perché Amalia Guglielminetti lo aveva portato nel mondo delle lettere, lui le era grato ma non l’aveva perdonata. Doveva mostrare quanto valeva. La loro storia sentimentale ha lasciato degli strascichi. Inoltre bisogna considerare che c’era anche rivalità tra le loro riviste.

Il caso più difficile da spiegare è quello del poeta Quasimodo, oggetto di molti insulti dopo l’assegnazione del Nobel.

  La colpa è in buona parte del brutto carattere di Quasimodo, e poi del provincialismo da parte degli italiani. Si pensa sempre che un riconoscimento così importante sia usurpato, che sarebbe dovuto andare a qualcun altro, c’è invidia.



Vale la pena di leggere questa raccolta di insulti. Si può anche imparare ad insultare con arte.
































   

    

Giulio Passerini, “Inimicizie letterarie” ed. 2025

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia

                    saggio

Giulio Passerini, “Inimicizie letterarie”

Ed. Italo Svevo, pagg. 160, Euro 15,20

 

     Diciamo la verità. Quando pensiamo agli scrittori, quando ce li immaginiamo nella loro vita quotidiana, non pensiamo a loro come a dei comuni mortali, gli attribuiamo sempre delle qualità che li rendono superiori, distaccati dalle bassezze di chi non ha mai creato un mondo con le parole. E invece, nel breve libro di Giulio Passerini li scopriamo usare le parole con un significato perfido, trasformare una frase in un insulto. Anche se l’insulto è un’arte, se prestiamo fede a quanto disse Liang Shiqui- ‘l’arte dell’insulto richiede un alto livello di risolutezza e di profonda abilità mentale’-, pur sempre di un insulto si tratta, indirizzato con la volontà di ferire, di sminuire, di danneggiare.

     Apriamo il vaso di Pandora, sfogliando “Inimicizie letterarie”, e scopriamo la varietà e la diversa gradazione di questi insulti. C’è da divertirsi, ve lo assicuro. Passiamo da frasi elegantemente denigratorie come “quello non è scrivere, è battere a macchina” detto da Truman Capote a proposito di Kerouac, oppure l’accusa che Faulkner rivolge a Hemingway, di non aver mai usato una parola che il lettore dovesse cercare sul dizionario, ad altre più superficiali, come la stoccata di Norman Mailer a Tom Wolfe, ‘c’è qualcosa di stupido in un uomo che porta solo abiti bianchi’, ad altre più pesanti e offensive come quelle di Flaubert nei confronti di Georges Sand, definita ‘una grande vacca piena di inchiostro’.

Tom Wolfe

Sono tanti gli scrittori di cui Giulio Passerini racconta brevi aneddoti inquadrandoli nel tempo in cui vissero. Alcuni- sono nomi molto famosi e noti per il loro caratteraccio- sembra abbiano parole sdegnose per tutti gli altri scrittori, che possano o no essere considerati loro rivali, ad esempio V.S.Naipaul (ero presente al festival Mantova quando scese adirato dal palco lasciando un pubblico di lettori esterrefatti) che definisce Forster ‘un truffatore odioso’, Henry James ‘il peggior scrittore del mondo’, Jane Austen ‘inutile’ e  Thomas Hardy ‘insopportabile’. Possiamo ridere dei suoi insulti ma ride amaro chi, come me, ama molto quegli scrittori e non condivide la sua strampalata opinione. Nabokov non gli è da meno. Per lui Saul Bellow è un mediocre, T.S.Eliot un imbroglio, mediocri sono pure Galsworthy e Thomas Mann, Pasternak è drammatico e abietto, “Morte a Venezia” è asinino, Joseph Conrad (e noi pensiamo al grido straziato, ‘l’orrore!, l’orrore!,) ha uno stile da negozio di souvenir.

V.S.Naipaul

    I motivi alla base di questi insulti sono rivalità e invidia, a volte, in un paio di casi c’è la gelosia per una donna, per i due grandi dell’America Latina, Garcia Márquez e Vargas Llosa c’è anche una differenza di opinione politiche, altre volte gli scrittori sono venuti alle mani e due si sono addirittura sfidati a duello, un caso strano è quello di Houellebecq che sembra odiare la madre e definirei addirittura dissacratori gli insulti nei confronti di scrittori morti- Shakespeare e soprattutto Dostojevskij sono nel mirino. Ci è difficile accettare quanto dice Nabokov di Dostojevskij che, secondo lui, sarebbe sopravvalutato, sciatto e frettoloso, mentre Limonov aggiunge,a mo’ di spiegazione, che veniva pagato a pagina (in realtà pensiamo altrettanto di scrittori contemporanei molto verbosi).

   Le dispute tra gli scrittori italiani- Ungaretti e Bontempelli, Guglielminetti e Pitigrilli- si srotolano per pagine di accuse e controaccuse e un caso del tutto speciale è quello del poeta Quasimodo: sono tanti a non essere d’accordo sull’attribuzione del premio Nobel.

    È un libro che piacerà a chiunque si interessi di letteratura- divertente, ironico, fulmineo come un insulto.

                                               

copy Alessandra Fuccillo

venerdì 8 maggio 2026

Philip Hensher, “L’impero del gelso” ed. 2016

                       Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

romanzo storico

Philip Hensher, “L’impero del gelso”

Ed. Settecolori, trad. F. Bagatti, pagg. 743, Euro 28,00

     Ora andrò lontano su al Nord, a giocare al Grande Gioco- è la citazione ormai famosa presa da “Kim”, il fortunato romanzo di Rudyard Kipling in cui il protagonista viene coinvolto in questo ‘gioco’, l’attività di spionaggio e intrigo politico tra Inghilterra e Russia per il controllo dell’Asia centrale nel XIX secolo. In realtà il termine venne usato per la prima volta da un ufficiale britannico, Arthur Connolly, per diventare poi estremamente popolare con il saggio di Peter Hopkirk che è proprio intitolato “Il grande gioco”, the Great Game.

   Entriamo nel pieno del Grande Gioco nell’affascinante romanzo “L’impero del gelso” di Philip Hensher- e non lasciatevi impressionare dalla mole, perché le pagine scorrono via senza sforzo, come avviene sempre nei libri ben scritti e appassionanti.

    Le prime tre pagine sono dedicate ad una incisiva rappresentazione dell’emiro di Kabul. Dost Mohammed Khan è ammalato e chiama accanto a sé i suoi cinquantaquattro figli. Si presentano tutti tranne uno. Akbar ha mandato un messaggio dicendo che non può allontanarsi: la difesa dei confini del paese è più importante che sorreggere il capo del padre moribondo. Ci si aspetterebbe una reazione di sdegno da parte del Dost e invece questi approva che Akbar non sia venuto. Dei 54, “Tu, solo tra i miei figli, sei veramente mio figlio”. Una scena e delle parole che contengono in sé la fine del romanzo, composto da sezioni con diversi punti di vista, diversi personaggi al centro della scena, diverse allusioni ad altri famosi scrittori.


    È il 1830. Alexander Burns è un ambizioso ufficiale scozzese che, alla corte dell’emiro di Kabul, cerca di ingraziarselo per farne un alleato dell’Impero britannico che ha bisogno di rafforzare la difesa dei suoi confini in India. A Kabul è presente anche la sua controparte russa, l’altrettanto giovane Vitkevič- anche lui trama per conquistare l’amicizia dell’emiro per facilitare l’espansione russa verso i mari caldi del Sud. Questa sarà la trama centrale del romanzo, fiancheggiata da sottotrame in cui compare una miriade di altri personaggi, ognuno con la sua storia. In una prima sottotrama Alexander Burns è il beniamino della società londinese, incuriosita dal libro che ha scritto su quell’Afghanistan che sono in molti a non sapere neppure dove si trovi. Nella leggera atmosfera della Stagione di ricevimenti e balli  (impossibile non ricordare i romanzi di Jane Austen) Alexander Burns si innamora di Bella Garraway (lui non saprà mai che diventerà padre e che Bella dovrà ‘scomparire’ dalla scena londinese) e poi riparte per Kabul (c’è Joseph Conrad che affiora dalle pagine del diario/lettera che scrive a Bella durante il viaggio per mare) dove incontrerà un disertore inglese, fuggito dall’India dopo aver ucciso un commilitone, con una storia di violenze sessuali subite e in cerca di ragazzini che soddisfino le sue voglie. E incontrerà pure il russo Vitkevič a cui eravamo stati introdotti in un capitolo che aveva punti in comune con “Padri e figli” di Turgenev. Entrambi, insieme all’ambiguo disertore diventato mercante, sono oggetto di speculazioni e curiosità da parte degli afghani, entrambi cercano di accaparrarsi la simpatia dell’emiro.


   Sono capitoli ricchissimi e colorati, quelli in cui Hensher ci parla, tramite i suoi personaggi, del paesaggio, del clima, delle usanze, degli odori, dei colori, delle usanze dell’Afghanistan (che significato ha il ramo di gelso che parecchi di loro trovano sul cuscino del letto? Lo scopriranno troppo tardi), nonché della sostituzione di Dost Mohammed Khan sul trono con l’esecrabile Shah Shujah, il sovrano fantoccio voluto dagli inglesi. E. come prevedibile, con un Akbar come angelo vendicatore, ci avviciniamo lentamente ma in un crescendo di violenze, verso la scena finale dell’ingloriosa sconfitta inglese. Sono due brevi pagine scandite come al rullo di un tamburo dal passare dei giorni, ‘era il primo giorno di marcia, e la neve era cremisi di sangue’, ‘era il secondo giorno e la neve era cremisi di sangue’, al quinto giorno erano morti tutti gli uomini dell’Armata dell’Indo, solo uno era stato lasciato in vita, perché testimoniasse la strage. Era la fine della prima guerra anglo-afghana.

     Philip Hensher intreccia magistralmente realtà storica, personaggi esistiti veramente con immaginazione romanzesca e il risultato è un libro che ha un soffio epico, che ci insegna la Storia senza mai annoiarci.



 

sabato 2 maggio 2026

Jung Chang, “Il volo dei cigni selvatici. Io, mia madre e la Cina” ed. 2026

                                                              Voci da mondi diversi. Cina

    romanzo autobiografico

Jung Chang, “Il volo dei cigni selvatici. Io, mia madre e la Cina”

Ed. Longanesi, trad. Elena Cantoni, pagg. 336, Euro 20,90

    Impossibile aver dimenticato “Cigni selvatici”, il libro autobiografico in cui Jung Chang, la scrittrice cinese naturalizzata britannica, raccontava la storia della nonna, della mamma e di se stessa, e nello stesso tempo la storia della Cina fino al 1978, anno in cui Jung Chang si trasferì a vivere definitivamente in Occidente. Era il 1991 quando “Cigni selvatici” rivelò ai lettori una realtà che era giunta fino a quel momento ovattata- dall’epoca in cui alle bambine si fasciavano i piedi (la nonna di Jung Chang camminava a passettini su quei piedi deformati che avrebbero dovuto garantirle un buon matrimonio) agli anni crudeli della Rivoluzione Culturale e della Grande Carestia.

A più di trent’anni di distanza esce adesso “Il volo dei cigni selvatici” che riprende la narrazione da dove si è interrotta per arrivare all’epoca contemporanea del presidente Xi Jinping. Trent’anni che ne valgono cento, se consideriamo i passi da gigante fatti dalla Cina nello sviluppo economico che l’ha portata ad essere il maggiore rivale degli Stati Uniti.

    Il primo capitolo inizia, in realtà, dalla nascita di Jung Chang nel 1952 e ci troviamo subito a confronto con le personalità dei suoi genitori- la forza di carattere della madre e l’integrità totale del padre che, in quanto governatore della regione, aveva negato alla moglie il permesso di spostarsi in una città più grande di Yibin, dove vivevano, per partorire in un ospedale attrezzato, visto che il medico temeva rischi di emorragia e morte conseguente di madre e bambino. La fede nel comunismo del padre e la sua integrità incorruttibile saranno le costanti della sua vita, insieme a quella che noi vediamo come una certa qual ingenuità- come poteva pensare che delle lettere che contenevano critiche a Mao e indirizzate a lui in persona potessero non avere conseguenze? E comunque la moglie gli restò sempre vicino, rifiutandosi di lasciarlo, dando prova di amore, coraggio, fedeltà ai propri principi.

Chengdu

    Avevamo già letto molto in “Cigni selvatici” di quello che ora Jung Chang racconta di nuovo, forse in maniera più circostanziata. La vera svolta è quando, dopo la riabilitazione del padre (quanto si era battuta, sua madre per ottenerla!), Jung Chang ottiene il permesso di studiare in Inghilterra, uscendo ‘dalla gabbia’. Incomincia una nuova vita, sono giorni di novità e di scoperte, di confronto tra quello che si diceva in Cina dell’Occidente e la realtà che la circonda, mai interamente liberi, sempre con il fiato sul collo, sempre con divieti a cui sottostare, sempre con l’obbligo di uscire solo con accompagnatori cinesi, sempre vestiti con la divisa di Mao.

Sono anni difficili, questi della nuova vita di immigrata con la nostalgia della famiglia, della madre soprattutto. I capitoli che seguono sono il racconto di come, da studiosa di lingue, Jung Chang sia diventata una grande scrittrice- l’idea per i suoi libri, le ricerche storiche- non facili-, i viaggi in Cina con sempre nuovi ostacoli per ottenere il visto, le interviste con i testimoni del passato ancora in vita, il bando per la pubblicazione in Cina, prima di “Cigni selvatici”, poi “Mao. La storia sconosciuta” (il più contestato), “L’imperatrice Cixi” e “Le signore di Shanghai”. Al suo fianco, un grande sostegno per lei, l’amore della sua vita, Jon Halliday, che scrisse con lei “Mao”.

la foresta di bambù

    “Il volo dei cigni selvatici” è frammentario in questa puntigliosa ricostruzione e non è una lettura appassionante come “Cigni selvatici” e neppure come i romanzi storici su Mao e sull’imperatrice Cixi. Ha tuttavia il pregio di darci una visione dall’interno della nuova Cina di Xi Jinping, grande ammiratore di Mao, presidente a vita, un Grande Fratello al cui occhio non si può sfuggire.

    Il titolo originale è leggermente diverso e lascia anche intuire qualcosa di più- “Fly, wild swans”. In questo imperativo, Volate, cigni selvatici, sentiamo la voce della madre, protagonista assoluta dietro la voce narrante di Jung Chang, a cui il libro è dedicato come un canto d’amore. Una donna coraggiosa, altruista e generosa che ha sempre messo il benessere dei figli davanti al proprio. Se i cigni sono simbolo di libertà, quel Volate è un invito a dispiegare le ali senza guardarsi indietro.



martedì 28 aprile 2026

Anna Luisa Pignatelli, “Il letto cinese” ed. 2026

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia

      romanzo di formazione

Anna Luisa Pignatelli, “Il letto cinese”

Ed. Fazi, pagg. 180, Euro 16,62

    Uno zio e un nipote. Una cittadina di provincia. Il fascino esotico della Cina.

     Ricordati che tuo zio si chiama Corrado Sivieri e che sei il suo unico nipote- ripeteva spesso la madre al figlio, studente liceale che è la voce narrante del bel romanzo “Il letto cinese” di Anna Luisa Pignatelli.

    Il padre del ragazzo era morto da tempo ed era stato quanto più diverso possibile dal fratello, il famoso sinologo Corrado Sivieri. Era un ingegnere pragmatico, l’opposto del professore di Lingua e Civiltà cinese all’Istituto di Studi Orientali di Roma che era stato mandato a studiare a Tientsin dalla madre per evitare che venisse arruolato ed era rientrato in Italia dopo la caduta del fascismo. Dopo la morte del fratello Corrado Sivieri si era addossato la responsabilità della famiglia di questi, della vedova e del nipote.

Il ragazzo lo ammirava. Ammirava quell’aura di cultura e anche, sì, di diversità che si percepiva intorno allo zio, gli piaceva la deferenza che tutti gli mostravano- un segno evidente del rispetto che avevano per lui.


Il legame tra zio e nipote diventa più stretto quando la signorina cinese che gli faceva da segretaria aveva regalato un cagnolino allo zio. Peccato che lo zio detestasse bambini e animali. Così l’incarico di occuparsi del cane era toccato al ragazzo, insieme a quello di sostituire la signorina che era tornata in Cina- e poi il ragazzo era stato respinto alla maturità, una vergogna per la loro famiglia.

    Il ragazzo batterà a macchina gli scritti dello zio che si sta occupando del periodo del tormentato regno dell’imperatrice Tzu Hsi (noi la conosciamo meglio con il nome Cixi), ultima imperatrice della dinastia Qing, e del suo coinvolgimento nella morte del sovrano Kuang Hsu.

   “Il letto cinese” (tra i tanti oggetti cinesi di valore in casa dello zio c’è un tipico letto cinese che è come una piccola stanza in cui allo zio piace passare il tempo a leggere) è una lettura affascinante perché la narrativa si dipana su parecchi piani- è la storia di un rapporto tra una figura paterna e una sorta di figlio con tutti i contrasti generazionali, acuiti dalla rigidezza dell’adulto, ed è la storia di un ragazzo che si sente solo e corteggia una ragazzina di origine zingara e sola quanto lui; è la storia di uno studioso chiuso nella sua torre di avorio, invidioso di chiunque possa rivaleggiare con lui, chiacchierato per la sua predilezione per uno dei suoi studenti. E poi c’è il magnifico affresco della Storia cinese alla fine dell’Impero, una Storia che conquista l’attenzione del ragazzo che, in una qualche maniera, si vede riflesso nel nipote di Tzu Hsi che vede ogni sua iniziativa stroncata dalla potente zia che finirà per farlo uccidere.


   La realtà non è mai completa così come appare. La realtà è complessa. Una serie di grandi e piccole delusioni sminuiranno la figura dello zio agli occhi del ragazzo- il non aver neppure considerato che il nipote aveva mostrato coraggio nel difendere la sua ragazza durante un’aggressione, l’averlo colpevolizzato, il giudizio negativo espresso nei confronti di un libro che gli era stato mandato in lettura (al ragazzo era piaciuto molto, invece), un pigiama a righe bianche e azzurre nel cesto della roba da lavare.

   Lo zio non era quel grand’uomo che voleva apparire. Era egoista, meschino, ipocrita. Eppure, l’averlo visto come era realmente libera il nipote dalla soggezione, dal senso di inferiorità. E paradossalmente lo mette in grado di riconoscere l’enorme debito che ha con lui, l’averlo fatto appassionare allo studio, avergli spalancato la mente verso altri orizzonti.

     Un romanzo di formazione diverso dal solito che spalanca verso altri orizzonti anche le menti dei lettori.



 

domenica 26 aprile 2026

Alessandro Robecchi, “Omicidi Srl” ed. 2026

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia

cento sfumature di giallo

Alessandro Robecchi, “Omicidi Srl”

Ed. Sellerio, pagg. 378, Euro 17,00

     Eccoli di nuovo al lavoro, i due killer per professione, il Biondo e Quello con la cravatta. Saranno mesi impegnativi, perché, quando mai gli era capitato, di avere un incarico dopo l’altro, e magari due incarichi insieme? E sono anche lavori delicati, che pongono- a loro!!!- qualche problema etico perché, insomma, che un committente chieda di uccidere un padre, o un nipote, o un altro parente stretto, non è la stessa cosa che essere pagati per eliminare un socio o, che so, un rivale.

   E poi, anche se hanno seguito la stessa scrupolosa trafila- perché è la loro accuratezza che garantisce al mandante una assoluta sicurezza che la morte commissionata appaia come un incidente- qualcosa non va nel verso giusto: a loro era sembrata una bella soluzione, quella di simulare l’impiccagione della vittima, come potevano sapere che la corda che avevano trovato e usato era una corda di seta per la pratica dello shibaru, una tecnica usata originariamente per immobilizzare i prigionieri e diventata poi un gioco amoroso? E come potevano quindi sapere che l’ingegnere assassinato avrebbe fatto un nodo a regola d’arte e non quello maldestro che avevano fatto loro? Non gli era mai capitato di trovare un loro ‘caso’ alla ribalta della cronaca nera, oggetto di speculazioni. Perfino la moglie di Quello con la cravatta si era appassionata al caso e seguiva tutte le trasmissioni televisive. Molto imbarazzante e un poco inquietante.


   Con questo incarico non ancora del tutto accantonato (e se il figlio committente avesse ceduto allo stress?) ne segue un altro che accettano perché non si può rifiutare un guadagno milionario. E tuttavia si trovano nella sgradita posizione di provare una forte antipatia per il nonno che vuole mettere le mani sull’eredità favolosa del nipote prima che questo diventi maggiorenne, mentre gli piace il ragazzo che sembra proprio un giovane a posto, educato, studioso e rispettoso (Quello con la cravatta, poi, non può non pensare a suo figlio che ha solo un paio di anni in meno), che conduce una vita in cui è difficile trovare una falla e una giusta opportunità.

    Il Biondo e Quello con la cravatta ricorrono di nuovo all’aiuto di Francesca Aroldi, la collega che amava agire da sola, senza tante programmazioni e consulti, e che esige, questa volta, che il compenso venga diviso in parti uguali.

   Aspettatevi di tutto, in questo nuovo romanzo di Alessandro Robecchi. Incidenti ilari in cui è uno dei killer che corre il rischio di ammazzarsi, colpi di scena, rovesciamenti di situazioni, danni collaterali con altri morti, pedinamenti sospetti che finiscono nel ridicolo, mentre il lettore resta con il fiato sospeso e la curiosità di sapere come se la sarebbero cavata Quello con la cravatta e il Biondo. Quello con la cravatta, poi, deve usare tutta la sua capacità di inventiva e improvvisazione davanti alle domande della moglie che sembra non credere più alle esigenze notturne del suo lavoro.


I personaggi di Robecchi, sul filo dell’incredulità in una Milano fin troppo credibile, sono, a dir poco, simpatici, lo stile è sempre frizzante, le soluzioni non sono scontate. E poi lo scrittore è geniale nell’aver rivoluzionato e capovolto lo schema tradizionale del ‘giallo’: la domanda che ci si pone, leggendolo, non è più, ‘chi è l’assassino?’ e neppure, ‘perché la vittima è stata uccisa?’, ma ‘come i due killer riusciranno ad eliminare la persona che sono stati pagati per togliere di mezzo?’ e ‘riusciranno a farla franca, come al solito?’.

      Leggetelo, il divertimento è assicurato. E in maniera intelligente, il che non è poco.