sabato 13 giugno 2026

Evgenij Vodolazkin, “L’aviatore”

                                                  Voci da mondi diversi. Russia


Evgenij Vodolazkin, “L’aviatore”

Ed. Brioschi, trad. Leonardo Marcello Pignataro, pagg. 409, Euro 20,00

     È una metafora possente, quella dell’aereo che rulla sulla pista prima di sollevarsi in volo. Richiama l’esistenza di un uomo, che barcolla nella sua infanzia e giovinezza per poi dispiegare le ali e lanciarsi nella vita vera. Trionfante se non c’è niente che lo abbatta- così per l’aereo, così per l’uomo.

E l’immagine dell’aviatore ritorna spesso, è un leit motiv nel libro di Evgenij Vodolazkin, lo scrittore nato a Kiev nel 1964 che vive a San Pietroburgo, intitolato proprio “L’aviatore”. Quando Innokentij Petrovic Platonov era un bambino giocava ad essere un pilota d’aereo insieme al cugino Seva nelle lunghe vacanze dorate e infinite dell’infanzia nella dacia. Quando aveva undici anni suo padre lo aveva portato all’aerodromo a vedere quei grandi uccelli sollevarsi in volo. Era presente, anzi, era corso a portare dei fiammiferi al pilota dell’aereo quella volta che, durante un’esercitazione acrobatica, si era spezzata un’ala e l’aereo era precipitato- lui, senza saperlo, aveva aiutato il pilota a fumare l’ultima sigaretta. Ed è ancora con un aereo in volo dall’America verso San Pietroburgo che termina il romanzo- è un cerchio che si chiude, la figura perfetta.


     Geiger. Innokentij Platonov. Anastasja e/o sua nipote Nastja. Sono questi i protagonisti del romanzo che, dopo l’inizio, procede sotto la forma di diario scritto da Platonov dapprima e poi di un diario a tre voci. Geiger è il medico che ha seguito il processo di ‘risveglio’ di Innokentij. Meglio, il processo di ‘scongelamento’ di Innokentij. Perché Innokentij Platonov è stato una cavia in un esperimento di ibernazione ordinato da Stalin e- caso eccezionale- è sopravvissuto. Non ricorda nulla, la sua memoria si ricostruirà lentamente pezzo dopo pezzo. Così, da una frase che gli affiora alla mente, ‘abbiamo l’età del secolo’, può dedurre che ha quasi 100 anni, considerando la data di scadenza sulla scatola di un medicinale. I ricordi ricoprono l’arco di tempo di poco più di trent’anni, da prima della Rivoluzione al tempo di Stalin e dei gulag. Affiorano dal passato le figure dei genitori, del cugino, le vacanze in Crimea, la morte del padre, l’amore per Anastasja quando ormai ad ogni famiglia è concesso solo lo spazio di una stanza per vivere. E poi il tragico avvenimento che lo porterà nel gulag delle isole Solovki, a 150 km dal circolo polare artico, la scoperta dolorosissima della parte che il cugino suo compagno di giochi aveva avuto una parte in quella destinazione.

isole Solovki

    Anche questo Rip van Winkle russo è sconcertato dal ritrovarsi in un mondo che non riconosce, così cambiato, così pieno di novità inimmaginabili nel passato. E le pagine del diario alternano la ricostruzione del suo passato, necessaria per fare di lui una ‘persona’, con le nuove sfide del presente. Innokentij non sceglie il percorso di liquidare il passato mettendosi nella posizione della vittima, c’è una responsabilità personale in quello che ci accade e Innokentij Platonov arriva ad assumersela in pieno prima della fine, dopo aver ritrovato, ormai novantenne, ormai senza alcuna memoria, Anastasja di cui sposerà la nipote. È questo il significato di un altro leit motiv del romanzo, la statuetta di Temide, dea della giustizia a cui, da bambino, aveva spezzato la bilancia.

    Quando a questo Lazzaro ritornato dal regno dei morti (l’immagine, anche questa ricorrente, è dello stesso Innokentij) viene chiesto quale fosse la scoperta più importante fatta ai lavori forzati, la sua risposta è che l’uomo si trasforma in una bestia con incredibile rapidità (e noi pensiamo a Primo Levi).


C’è un umorismo garbato nell’affrontare il divario temporale, memorabili sono le proposte di aziende di surgelati perché Innokentij faccia pubblicità ai loro prodotti, c’è la sensazione dello spreco di una vita, c’è una profonda riflessione sul Male, su come possa esistere il Male assoluto, il Male per il Male, quello dei personaggi del cugino Seva o del vicino di casa che ci ricordano dei personaggi di Dostoevskij.

    Un romanzo bellissimo in tutte le sue parti, nella ricostruzione del passato più lontano, velata dall’atmosfera idilliaca del ricordo, e in quella- e il contrasto è agghiacciante (anche letteralmente)- degli anni alle Solovki, e poi nello sguardo divertito e interessato sul presente della fine del secolo scorso con lo straordinario passaggio dal comunismo (tutti quei morti!) ad una forma di capitalismo. E sopra tutto, unico a restare inalterato, l’amore che passa da una Anastasja all’altra e poi ad una bimba che si chiamerà, con una variante, Anna. 



   

lunedì 8 giugno 2026

Emmanuel Carrère, “Kolchoz” ed. 2026

                                                      Voci da mondi diversi. Francia             

storia di famiglia

Emmanuel Carrère, “Kolchoz”

Ed. Adelphi, trad. F. Bergamasco, pagg. 398, Euro 20,90

 

   Fa parte del lessico famigliare, quell’espressione ‘fare kolchoz’ a cui si riferisce il titolo di quest’ultima opera di Emmanuel Carrère, una ricchissima storia ‘in verticale’ della sua famiglia, una Storia dei principali avvenimenti in Europa nel secolo scorso e nei nostri giorni, uno straordinario omaggio a sua madre, un canto d’amore per lei.

Quando il padre Louis era via da casa per lavoro, la più piccola dei tre Carrère andava a dormire nel lettone con la mamma e gli altri due, Emmanuel e sua sorella Nathalie, dormivano per terra, su dei cuscini o sui materassi trascinati dalla loro stanza da letto. ‘Facevano kolchoz’, diceva la mamma. E quanto gli piaceva! Avrebbero fatto kolchoz per l’ultima volta nell’hospice dove la mamma, ultranovantenne, sarebbe morta.

    Sì, dobbiamo riconoscerlo, ci sono famiglie speciali, famiglie in cui più di uno dei componenti raggiunge la vetta dell’eccellenza, in un campo o nell’altro. Questione di geni, forse, ma anche di volontà, di caparbietà, di ambizione, di interessi peculiari posti come obiettivi da raggiungere. La famiglia di Emmanuel Carrère è una di queste.

Salomé Zourabichvili

    Il cognome di sua madre è rivelatore- il padre di Hélène Zourabichvili era georgiano. Georgiano, come Stalin, come Berija, e chissà se e come le loro strade si sono incrociate. Comunque, nel 1921, dopo l’ingresso dei sovietici a Tbilisi, gli Zourabichvili abbandonano tutto e partono con una valigia e due figli. La prima a tornare sarà la nipote Salomé, ben ottant’anni dopo- dapprima ambasciatrice di Francia, poi ministra degli Esteri, poi presidente della Repubblica di Georgia. Proprio così. Non una semplice turista sulle tracce dei propri avi.

     Questo per quello che riguarda il ramo paterno della madre di Emmanuel Carrère. Il ramo materno, invece, affondava le radici in Russia. Sua nonna faceva von Pelken di cognome e la sua bisnonna era la contessa Komarovskij. Erano i discendenti di due famiglie di esuli quelli che si erano incontrati a Parigi e poi la loro figlia Hélène aveva scelto, tra i suoi pretendenti, Louis Carrère d’Encausse (un altro cognome insolito che indica la provenienza da una piccola stazione termale nei Pirenei dove si dice sostò Pompeo dopo la campagna di Spagna nel 72 a.C).

Hélène Zourabichvili

     Quella che fa Emmanuel Carrère è una ricerca paziente, un andare a ritroso nel tempo per poi tornare al presente o ad un passato meno lontano, ricalcando le orme di chi lo ha preceduto, leggendo lettere e diari, ascoltando racconti a voce fatti dalla sua grande famiglia. Parla del matrimonio dei genitori, del loro accordo che aveva qualcosa di improbabile, del fascino della cultura russa subito da suo padre, del suo proprio attaccamento alla madre, dei giorni in cui si era accorto che la mamma doveva avere un’amante e della tristezza del padre, di quando la mamma aveva preso la cittadinanza francese. Era stato un passo importante- tutti i membri della famiglia, sia quelli georgiani sia quelli russi, erano sempre vissuti fra due mondi, incerti a chi andasse la loro lealtà. Hélène Zourabichvili era diventata la più influente storica francese dell’Unione Sovietica e poi della Russia, fino ad essere eletta segretaria perpetua dell’Académie Française. Un risultato straordinario per una donna che aveva imparato il francese a cinque anni, che si vergognava di quel cognome che, come le dicevano a scuola, sembrava uno scioglilingua.

Louis Carrère d'Encausse

     Eppure questa saga familiare non è soltanto una galleria di ritratti di famiglia. C’è molto altro. Ci sono gli incontri con personaggi famosi del mondo delle lettere, della politica, del cinema, ci sono esperienze di lettura e l’impatto che i grandi autori hanno avuto sullo scrittore. C’è infine il viaggio di Carrère in Georgia e in Ucraina, la sua visione della guerra, il suo giudizio su Putin.

Questo libro è un gigantesco affresco, uno di quelli in cui il nostro occhio deve esercitarsi a scorgere i personaggi minori accanto a quelli in primo piano. È un libro scritto pensando a sua madre (grande donna) che però termina con un piccolo cammeo dedicato al padre, l’uomo vissuto sempre nell’ombra della moglie che si reca ad Encausse, il paesino da cui ha preso il nome la sua famiglia, quasi a rivendicarne la dignità.



   

venerdì 5 giugno 2026

Edoardo Pisani, “Ho servito la regina di Francia” ed. 2026

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia


Edoardo Pisani, “Ho servito la regina di Francia”

Ed. Marsilio, pagg. 263, Euro 18,00

    Giorgio Mavi, sulla quarantina, scrittore i cui libri non sono letti da nessuno tranne che da sua madre.

     Suo padre, poliziotto in pensione un po’ fuori di testa.

    Serena Passiotti, professoressa di francese in pensione.

    La madre di Giorgio, grande presenza assenza- muore all’inizio del romanzo.

Sono questi i personaggi di questo libro, buffo, paradossale, malinconico, tenero, dove la vicenda è raccontata da Giorgio. E poi ci sono i libri, la letteratura, i protagonisti dei grandi romanzi dei secoli passati.

    La morte della madre di Giorgio, per quanto attesa dopo una lunga sofferenza, getta nello sconforto e nella depressione il marito e il figlio. Il marito prende di nuovo a indossare la vecchia divisa, si immerge interamente vestito nella vasca da bagno piena di acqua fredda, non dorme più nel letto che condivideva con la moglie, è diventato difficile gestirlo.

Quanto a Giorgio, la sua vita gli appare più che mai un fallimento, soprattutto in confronto con quella dell’affermato fratello minore. Che senso ha scrivere, se la sua unica lettrice non c’è più? e poi lui è ben consapevole di aver scritto dei pessimi romanzi di cui si vergogna.


   Poi, un ritrovo dei vecchi compagni di classe, pettegolezzi sulla loro terribile insegnante di francese, c’era stata una pesante accusa di aver molestato uno studente, no, come era possibile? E che fine aveva fatto la professoressa Passiotti? Giorgio l’aveva adorata, a lei doveva la sua passione per le parole e per la letteratura, lei gli aveva aperto le porte di un mondo, le sue lezioni erano impagabili.

    E così, chiedendo in giro, Giorgio viene a sapere che l’anziana professoressa è malata di Alzheimer, che è in una casa di riposo, che non riconosce nessuno. Lui non ci può credere, va a trovarla. E la Passiotti lo chiama per nome.

   Da qui prende inizio la seconda parte del romanzo che incomincia con una fuga e poi diventa un poco un romanzo ‘on the road’ con qualcosa di simile al famoso “Viaggio con la zia” di Graham Greene. La professoressa Passiotti, a questo punto rivestita con gli abiti della madre del suo alunno e diventata amica del padre, rivela di avere sempre avuto il grande desiderio di vedere Parigi. Ebbene, si andrà a Parigi, tutti e tre, in treno.


    Non è la solita Parigi dei turisti, quella che visitano. O meglio, fanno anche il giro di tutti i punti iconici della città, ma poi ci sono i cimiteri dove sono sepolti i grandi scrittori e continua il discorso iniziato nella casa di cura, anzi, iniziato nelle aule della scuola, con la citazione dei grandi autori, i paragoni, il significato delle loro opere, la lezione che hanno impartito, il confronto inevitabile con i libri di poco conto che vengono pubblicati adesso.

    Ha continuato ad esercitare il suo ruolo, la vituperata professoressa. Che non era solo quello di offrire cultura, di sollecitare interessi- e già questo aveva risvegliato l’ex-poliziotto facendolo uscire da una depressione sull’orlo del suicidio-, ma era anche quello di offrire un esempio, di resistenza, di ribellione, di coraggio. Non sarà soltanto la bellezza a salvare il mondo, anche le parole dei grandi, la lezione dei libri lo salveranno.

    Il finale è sorprendente, forse l’unico possibile anche se lo avrei voluto diverso.



 

martedì 2 giugno 2026

Elena Rui, “Vedove di Camus” ed. 2026

                                                        Casa Nostra. Qui Italia

                                             biografia romanzata

Elena Rui, “Vedove di Camus”

Ed. L’Orma, pagg. 165, Euro 18,00

 

  La moglie: Francine Faure.

  L’Unica: Maria Casarès.

  L’amante n.1: Catherine Sellers.

  L’amante n.2: Mette Ivers.

Sono loro le vedove di Camus, il grande scrittore francese nato nel 1913 in Algeria in una famiglia di pieds noirs (i coloni francesi stanziati nelle colonie francesi del Nord Africa), vincitore del premio Nobel nel 1957. Sono loro le quattro donne che apprendono affrante la notizia della sua morte in un incidente automobilistico- quando si dice ‘il destino’: Camus sarebbe dovuto tornare a Parigi in treno dalla sua casa in Provenza, non avrebbe dovuto trovarsi sulla Facel Vega del suo editore Gallimard. L’auto si schiantò contro un platano, Albert Camus morì sul colpo il 4 gennaio 1960, Gallimard morì in ospedale pochi giorni dopo, la moglie e la figlia si salvarono.

con la moglie

   Elena Rui, in quattro lunghi capitoli dedicati ad ognuna di loro, esplora il dolore delle quattro donne- ne esce non solo il loro ritratto con la storia della loro vita e del loro incontro con Albert, ma anche quello di Camus, Camus come uomo, come scrittore, come marito, come amante. Tutte lo amavano disperatamente, ma Camus non era lo stesso con ognuna di loro. È come se ricostruissero un puzzle, aggiungendo tessera su tessera fino a formare il quadro completo, ricco di sfumature. Era un uomo carismatico, affascinante, con grandi riserve di amore che distribuiva in maniera diversa alle sue quattro donne. Sullo sfondo si dipana la storia della Francia, l’occupazione nazista, la guerra d’Algeria. E poi quel Nobel inaspettato, il blocco dello scrittore, l’ultimo libro non finito di cui Camus portava il manoscritto nella valigetta che venne poi consegnata alla moglie. Lei non volle mai darlo alle stampe, lo avrebbe fatto la figlia molti anni più tardi.

Maria Casarès

   La moglie (seconda moglie peraltro) Francine lo aveva conosciuto in Algeria. Lei era un matematico, amava suonare il piano. Durante la guerra erano stati separati per due anni, poi erano nati i due gemelli- la paternità aveva legato maggiormente Albert alla moglie? Forse nei primi tempi, poi non era bastata per tenerlo lontano da Maria, suo grande amore, l’Unica.

    L’Unica era spagnola, fuggita in Francia dalla dittatura di Franco. Sguardo magnetico, diventerà una grande attrice di cinema e teatro. A lei Camus scrisse più di 800 lettere. Bellissime, non potevano essere altrimenti.

   Anche Catherine Sellers era un’attrice. Tra le donne di Camus lei era la più gelosa, a volte lo infastidiva facendogli la posta fuori dalla porta dell’appartamento in cui lo scrittore viveva da solo.

Catherine Sellers

   Mette Ivers era la più giovane (aveva vent’anni meno di Camus), la più bionda (era di origine danese), quella che lo conobbe per meno tempo- era stata la sua amante per solo due anni prima che lui incontrasse la sua morte. Ed era una pittrice.

    C’è qualcosa che unisce queste quattro donne che amano tutte lo stesso uomo. Non sono donne comuni, ognuna di loro brilla in un campo diverso, Francine ha, sulle altre, il vantaggio di essere la madre dei suoi figli (che cosa ci fosse dietro una sua caduta da un terrazzo non fu mai approfondito), Mette ha la giovinezza, Maria…be’, forse ha un suo magnetismo che la rende Unica se riuscì a tenerlo legato (dopo 4 anni di separazione) fino alla fine. Le unisce, poi, la consapevolezza di amare un uomo fuori dall’ordinario che doveva essere lasciato libero per tenerlo legato. Perché sapevano l’una dell’altra, a volte facevano anche vacanze insieme.

Mette Ivers

  Il romanzo di Elena Rui poggia su un perfetto equilibrio armonizzando diverse componenti- la personalità delle ‘quattro vedove’ che convergono verso il ‘punto luce’ che illumina lui, Albert Camus. Eppure, senza spreco di parole, terminiamo la lettura e ci sembra di conoscere loro altrettanto bene quanto lui. E di certo siamo invogliate a leggere o rileggere i libri di Albert Camus.



   

   

  

lunedì 25 maggio 2026

Holidays

 


        Sarò in vacanza.



Michail Lermontov, “Un eroe del nostro tempo”

                                                                   OFF THE MAIN ROAD

    Voci da mondi diversi. Russia

Michail Lermontov, “Un eroe del nostro tempo”

Ed. Garzanti, trad. Nadai, Euro 9,50

 

    Un romanzo? Un insieme di cinque novelle? Io definirei romanzo “Un eroe del nostro tempo”, scritto tra il 1830 e il 1840 da Michail Lermontov, lo scrittore russo che morì a soli ventisette anni. Perché è vero che è formato da cinque racconti che però hanno lo stesso protagonista, il giovane ufficiale Grigorij Aleksandrovič Pečorin. Ed è questa la modernità dell’opera- ci sono diverse voci narranti e quindi diversi punti di vista. In più- quasi non ce ne accorgiamo- il protagonista è già morto quando noi leggiamo le pagine del suo diario dove è lui stesso, Pečorin, a raccontare.

    All’inizio del libro chi parla è un viaggiatore che arriva da Tiflis (tutto il romanzo è ambientato nel Caucaso, “patria del’anima” di Lermontov). Questo viaggiatore incontra il capitano Maksim Maksimič che gli racconta di Pečorin di cui era amico perché avevano passato un anno insieme quando Pečorin aveva venticinque anni.

“Ci sono uomini per cui è scritto, fin dalla nascita, che gli succederanno le cose più strane e inverosimili.” Era stato proprio così per Pečorin che si era invaghito di Bela, la figlia sedicenne di un principe. Come avesse ottenuto la fanciulla è una storia che ben si addice ad un paese selvaggio in cui si può barattare una donna per un cavallo. E poi? Poi si può immaginare come la storia d’amore finisca in tragedia ma quello che a noi importa per inquadrare il personaggio è la sua reazione, descritta da Maksimič: “volevo consolarlo, cominciai a parlare: alzò la testa e scoppiò a ridere”.


    Il secondo racconto ha per titolo ‘Maksim Maksimič’: c’è sempre lo stesso narratore che, per caso, a distanza di tempo, incontra di nuovo Maksim Maksimič e, sempre per caso, vengono a sapere che anche Pečorin si trova dove sono loro. L’incontro sarà fugace, la delusione di Maksimič sarà cocente. Alla sua domanda su che cosa l’ufficiale abbia fatto nel tempo in cui non si sono visti, la risposta di Pečorin è, ‘mi sono annoiato’. È qui che troviamo una sua descrizione, attraverso gli occhi del vecchio amico. Pečorin è snello, con le spalle larghe, ha un’andatura negligente e pigra, occhi che non ridono quando lui ride. Soprattutto l’osservatore vede, sotto la giacca slacciata in alto, la biancheria di una pulizia accecante ‘che rivelava le abitudini di un uomo come si deve’. E per concludere Maksimič osserva che Pečorin ha una di quelle fisionomie originali che piacciono alle donne del bel mondo. Infine, con l’indifferenza che lo contraddistingue, Pečorin rifiuta di riprendersi il diario che l’amico aveva conservato per lui e Maksimič dà quelle carte al narratore. Se nel racconto precedente il cinismo del protagonista si era mostrato nei confronti delle donne, qui è palese la sua indifferenza verso un amico, “che cosa sono gli amici nel nostro secolo?”, si chiede Maksimič.


     Lermontov sta avvicinando la sua messa a fuoco del personaggio principale. È come se avessimo letto una sorta di introduzione, le pagine del diario sono scritte naturalmente in prima persona dallo stesso Pečorin. La prima storia che racconta ha un che di storia d’avventura, c’è un incontro con dei contrabbandieri, un’altra ragazza muore nell’indifferenza del nostro protagonista. La seconda è intitolata ‘La principessina Meri’ e si svolge in poco più di un mese. È ancora una volta la storia di un’amicizia (ma che cosa sono gli amici? ancora una volta vedremo quanto poco importanti per Pečorin), di una fanciulla di cui l’amico si innamora e che Pečorin si impegna a strappargli, chiedendosi lui stesso perché mai insegua l’amore di una giovane donna che non vuole sedurre e non sposerà mai. “Che cosa è la felicità? Superbia appagata. A volte mi disprezzo”. In questa onesta autoanalisi Pečorin ammette che, per quanto sia innamorato, appena la donna gli fa capire che mira al matrimonio, per lui l’amore è finito. È pronto a tutti i sacrifici, ma non a rinunciare alla libertà.


    L’ultimo episodio del diario racconta di un’ennesima morte che sembra essere stata nei disegni del destino e che lo stesso Pečorin aveva presagito.

    La vita di Lermontov, militare di carriera, ha molto della vita del suo eroe- eroe nel vero senso della parola o piuttosto un’intrepretazione ironica della figura dell’eroe? Si capisce perché il suo romanzo, considerato una delle maggiori opere del romanticismo russo, sia stato un piccolo scandalo per la figura di questo personaggio cinico e disincantato che ricorda l’eroe byroniano. Morì in un duello, Michail Lermontov. Che maniera romantica e stupida di morire, proprio come l’amico di Pečorin.



   

 

 

Nikos Davvetas, “La secondina” ed. 2026

                                                            Voci da mondi diversi. Grecia  



Nikos Davvetas, “La secondina”

Ed. Gramma Feltrinelli, trad. Maurizio De Rosa, pagg. 128, Euro 15,20

 

    “Sono il biografo di mia madre”, risponde alla domanda che gli viene fatta nell’ufficio dell’assistenza sociale a cui si rivolge quando alla madre è stato diagnosticato l’Alzheimer. Quando i ricordi svaniscono, quando una vita intera viene inghiottita dalle cellule nervose del cervello in disfacimento, è il compito di qualcun altro di fissare quei ricordi sulla carta perché un’intera esistenza non venga cancellata.

    Sua madre, dopo essere rimasta vedova, aveva dovuto accettare il posto fisso che aveva trovato- fare la guardia penitenziaria nel carcere femminile di Averof, ad Atene. C’era l’affitto da pagare, c’era lui, il futuro scrittore, da mantenere, perché mai lei lo avrebbe mandato in un orfanotrofio come i nonni avevano suggerito. E lui si vergognava del lavoro della mamma, a scuola diceva che faceva l’impiegata al Ministero di Grazie e Giustizia. Era stata una vita molto dura per la mamma- sveglia prestissimo, giornate lunghe da cui tornava esausta, i turni di notte. Allora lei non raccontava nulla, è adesso che i suoi racconti vengono fuori, sconnessi, frammentari, a volte sembrano incredibili eppure quello che dice è tutto vero. È vera perfino la sua amicizia con un paio di detenute, come quella che faceva la parrucchiera in carcere e che si era suicidata dopo essere passata a trovarla appena scontata la pena.

Papadopoulos

A volte il figlio scrittore si chiede se abbia inventato tutto, come quando ha detto che aveva incontrato la regina, e invece poi era saltata fuori una fotografia in cui c’era lei, la mamma, che spuntava dietro la figura della regina in visita al carcere. Una mattina era sfuggita alla sorveglianza ed era andata al carcere- pensava di lavorare ancora lì.

     L’Alzheimer è una brutta bestia, il percorso degenerativo è inarrestabile e la mamma dello scrittore ne percorre tutte le tappe- smemoratezza (lui attacca post-it sugli oggetti e lei gli chiede che cosa lo fa a fare, intanto la badante non sa leggere il greco), confusione dei tempi, vivere nel passato come fosse il presente, perdere la strada di casa, reazioni violente, fingere di prendere le medicine (aveva imparato come fare dalle tossicodipendenti in carcere), ricordi che era meglio dimenticare- le grida delle detenute politiche condannate a morte in quegli anni della dittatura dei colonnelli- e che invece rispuntano a tradimento, fino a non riconoscere il figlio.


    E lui, il figlio, in questo libro che è un romanzo in forma di confessione o una confessione in forma di romanzo (per dirlo con le parole di Philip Roth citate nell’esergo), ricompone la vita della madre, con tenerezza, a volte spazientito ma sempre con un affetto velato di malinconia, con un pizzico di umorismo per camuffare il dolore.

   Una testimonianza personale e di un periodo storico, un libro che ha tutta la tristezza di una vita triste con una fine ancora più triste, un libro commovente sulla vecchiaia, sulla memoria e sulla complessità dei legami famigliari.