giovedì 5 febbraio 2026

Rachel Khong, “Una vera americana” ed. 2025

                    Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

Rachel Khong, “Una vera americana”

Ed. NN, trad. Clara Nubile, pagg. 496, Euro 16,00

 

    New York. 1999. Lei si chiama Lily, ha ventidue anni. Lui si chiama Matthew, ha qualche anno in più. Lei è chiaramente asiatica, lui è il prototipo dell’americano, alto, biondo e con gli occhi azzurri. Si incontrano. Si innamorano. Si sposano. E vissero felici e contenti.

    Un’altra storia d’amore? E no. Tanto per cominciare non vissero affatto felici e contenti e i retroscena di quella che poteva essere una storia d’amore a lieto fine sono dolorosi e complessi.

   I genitori di Lily sono immigrati, fuggiti dalla Cina della Rivoluzione Culturale di Mao. Erano entrambi scienziati in Cina e avranno l’opportunità, non senza molte difficoltà, di esserlo anche negli Stati Uniti. Lily non ha ereditato la loro passione per la ricerca, è una stagista per una rivista online, non sa neppure lei che cosa vorrebbe fare della sua vita, soffre perché avverte la disapprovazione della madre. Nonostante la palese differenza di classe sociale e di ricchezza economica, l’intesa tra Matthew e Lily è immediata, anche perché lui si comporta come se fosse inconsapevole dei privilegi che la famiglia gli offre. E, nonostante tutto, Lily è ben accolta nella famiglia di Matthew, anzi, sembra che chi si sente più a disagio, quando i loro genitori si incontrano, sia la madre di Lily- un disagio così forte da farla star male fisicamente.


    Ci sono due incontri chiave nel romanzo- quello con il padre di Matthew, Otto Maier, un nome famoso nell’industria farmaceutica, e quello con uno scienziato di Pechino, che Lily, ormai sposata e in attesa di un bambino, incontra quando ha seguito il marito in un viaggio di lavoro. Otto Maier, a cui il figlio assomiglia in maniera impressionante, così come poi il nipotino Nico assomiglierà al padre e al nonno, prova una simpatia e un accordo immediati con Lily, mentre lo sconosciuto cinese riconosce Lily perché identica a sua madre. Non le racconta del loro passato ma le consegna una lettera e si accomiata con delle parole che lasciano pensare che abbia sofferto molto a causa della madre di Lily.

     “Una vera americana” (il titolo originale è al plurale, “Real Americans”, e offre una visione più ampia) scorre tra presente e passato, tra gli Stati Uniti in un tempo che supera la pandemia e arriva agli anni ‘20 del secondo millennio e la Cina degli anni ‘60 con le grandi sofferenze della carestia, del culto di Mao, delle Guardie Rosse e degli intellettuali portati a lavorare nelle campagne. Le narrative sono tre, offrendo tre diversi punti di vista, tre diverse scelte di vita- Lily, suo figlio Nick e sua madre May.

Seattle

    Se la prima parte, quella di Lily, termina con una brusca separazione, la seconda porta suo figlio Nick in primo piano. Niente ci viene detto del perché adesso madre e figlio vivano nello stato di Washington, perché il nome di Matthew non salti mai fuori, perché Nick non sappia niente di suo padre. Eppure risente della situazione, per quanto il legame con la madre sia fortissimo. Nick ha un solo amico (che lo deluderà), ha difficoltà a relazionarsi con gli altri. Poi è proprio l’amico che lo convince a fare un test del DNA.

   La terza parte, quella di May, è quella che esce dall’ordinario- si parla di ricerca scientifica, di mutazioni genetiche, di esperimenti che sono destinati a incidere sul futuro, sulla libertà individuale, sul libero arbitrio.


Aveva fatto delle scelte, May, quando aveva deciso di abbandonare la Cina. Non era felice e forse proprio questo l’aveva portata a spingersi sempre più in là negli esperimenti.

    Forse non tutto è convincente in questo romanzo, le tre parti non sono tutte ugualmente appassionanti, ma l’alone di segretezza e mistero crea una certa suspense, il contrasto tra il retaggio cinese e quello americano offre la possibilità di un confronto e il quesito etico- senza confini- è intrigante.



sabato 31 gennaio 2026

Kader Abdolah, “Quello che cerchi sta cercando te” ed. 2025

                             Voci da mondi diversi. Paesi Bassi

    biografia romanzata

Kader Abdolah, “Quello che cerchi sta cercando te”

Ed. Iperborea, trad. Elisabetta Svaluto Moreolo, pagg. 482, Euro 20,00

 

     So che è un paragone molto, molto azzardato, ma qualcosa nella poesia del poeta persiano Rumi mi ha fatto pensare al nostro Dante, a Guido Cavalcanti, alla poesia del Dolce Stil Novo. Con le debite differenze, prima tra tutte quella dell’oggetto dell’amore che i versi di questi poeti esaltano.

Dante è nato nel 1265, Cavalcanti nel 1255, Rumi nel 1207. Il secolo è quello, come se un soffio di leggerezza fosse passato sul Mediterraneo, come se l’amore fosse quello di cui tutti più avevano bisogno. Esule Dante, esule Rumi, esule Kader Abdolah, nato in Iran, perseguitato dal regime dello Shah prima e da quello di Khomeini dopo, rifugiato politico nei Paesi Bassi dal 1988. Kader Abdolah dice di essere cresciuto con la poesia di Rumi, finché ha sentito l’urgenza di sapere di più su uno dei massimi poeti e pensatori di Oriente.


    La vita di Dante, i disagi e la sofferenza dell’esilio, sono ben poca cosa in paragone alla vita girovaga di Rumi, nato a Balkh, oggi in Afghanistan ma allora in Persia. A dodici anni Rumi dovette lasciare la città natale- erano tempi turbolenti, gli eserciti Moghul di Gengis Khan avanzavano, distruggendo tutto quello che incontravano. Il padre di Rumi, Bahaoddin, studioso e teologo, si mise in marcia con tutta la famiglia e dopo anni di girovagare, si stabilì a Konya, oggi in Turchia. Anche Rumi, come suo padre, dedicò la sua vita allo studio, si sposò ed ebbe dei figli. E tuttavia avvertiva la mancanza di una guida spirituale. Quando Shams di Tabriz apparve sulla scena, fu un riconoscimento, dobbiamo proprio dire ‘un colpo di fulmine’. Shams era una persona enigmatica, un mistico sulla sessantina in cerca di un confidente spirituale. Lo trovò in Rumi e Rumi in lui trovò non solo la certezza di un diretto collegamento con la divinità ma anche la Bellezza e l’Amore.

    Fu di certo amore, anche se, nella sua ricostruzione biografica, Kader non lo dice apertamente, ma in quella stanza chiusa ci fu l’amore ‘che non osa dire il suo nome’, un grande scandalo all’epoca come, forse, sarebbe anche ora. O farebbe almeno grande scalpore, come ne fece allora.

Gengis Khan

   La biografia di Rumi, che prosegue con l’allontanarsi di Shams, le suppliche di Rumi perché il suo amato ritorni, il coinvolgimento del figlio maggiore di Rumi perché lo vada a cercare, la morte di Shams (fu assassinato?), si conclude con la traduzione di una novantina di sue poesie e di molti suoi racconti. Le poesie di Rumi sono un piacere squisito, sono estremamente musicali, sono ‘leggiadre’, parlano d’amore e poco importa quale sia l’oggetto di questo amore, è l’amore che tutti vorremmo vivere,

“Mio amato! Non dire più che io sono io./ Io non sono io./ No!

Non può essere/ che tu sia tu e io sia io/ Io non sono io/ No!

il testo in persiano sul mio libro di poesie di Rumi comprato a Teheran

Sono versi che mi fanno pensare al romanzo di André Aciman, “Chiamami col tuo nome”, così come,

Amato mio!/ Per quanto tempo ancora/ vuoi restare lontano in terra straniera?/ Per quanto ancora questo dolore?/ Per quanto questa separazione? Torna!

ricordano dei versi di Neruda, perché la poesia travalica il tempo e rende eterno un sentimento. E se, a otto secoli di distanza, i versi del poeta persiano parlano ancora a noi, uomini e donne del XXI secolo, vuol dire che quello è un grande poeta. E siamo grati allo scrittore persiano, errante come il ‘suo’ poeta, che ci ha fatto risentire la sua voce.



sabato 24 gennaio 2026

Adriano Giotti, “Anna non dimentica” ed. 2026

                                                                      Casa Nostra. Qui Italia

 cento sfumature di giallo


Adriano Giotti, “Anna non dimentica”

Ed. Longanesi, pagg. 400, Euro 18,60

 

      Pietro Marcelli. 14 anni. Username: Solopietro.

      La sconosciuta che incontra- l’appuntamento è nel bosco e lei gli ha detto di andare con il motorino-  ha un fisico massiccio, un taglio di capelli corto con una strana frangetta, è molto più grande di lui, anche se Pietro pensava che fosse una sua coetanea. Username: AnnaNonDimentica.

    Si erano conosciuti in rete, in uno di quei siti creepy che piacevano molto a Pietro. Lei gli aveva chiesto aiuto, lui aveva portato un casco in più, pensava di doverla aiutare a fuggire. E invece…

   I genitori di Pietro sono separati, in questo periodo Pietro viveva con il padre, un uomo violento a cui piaceva bere. Forse Pietro era scappato perché non voleva trasferirsi a Campobasso con la madre? Volano accuse tra marito e moglie. La scomparsa di Pietro viene denunciata alla polizia e del caso si occupa l’ispettrice Veronica Sgheis- un rapporto in crisi con il marito, un’avventura con un collega, un figlio della stessa età di Pietro.

    Un ragazzo è scomparso nel nulla- questo è il peggiore incubo di tutti i genitori. Da sempre, nei romanzi e nella realtà, i ragazzi scompaiono, facile preda di individui senza scrupoli. Ma con la scomparsa di Pietro entriamo in un mondo nuovo, un mondo che non conoscevamo, una nuova realtà che agli adolescenti sembra più reale di quella che li circonda. È il mondo dei siti internet dove un’identità non è comprovabile, dove chiunque può nascondersi sotto uno username, dove si allacciano amicizie basate sul nulla, su un grido di aiuto, su una solitudine condivisa, vera o presunta. È l’amo che getta Anna- che cosa c’è di vero nel Padre di cui parla che la tiene prigioniera? È una storia che va indietro di trent’anni nel tempo e che scopriremo a poco a poco.


    Le diverse narrative alimentano la fortissima suspense del romanzo di Adriano Giotti- il racconto più tranquillo seppur angosciante è quello della disperazione dei genitori di Pietro e delle ricerche infruttuose di Veronica; quello più ambiguo e che sta a noi a interpretare si basa sui video che Anna mette in rete (una stanza che sembra una prigione, una figura con una maschera di lattice, cumuli di bambole. Sembrano filmati-indovinello di cui dobbiamo trovare la soluzione); quello più inquietante e che ci tiene con il fiato sospeso riguarda Pietro, prigioniero in una stanza con due secchi, e tutto quello che segue- la scoperta che la sua non è l’unica stanza-prigione e con quali mezzi AnnaNonDimentica crea una sorta di dipendenza dei suoi prigionieri. Finché anche il figlio dell’ispettrice Veronica scompare e allora la posta in gioco diventa più alta- era una sfida? Una vendetta?

     L’ambientazione è sulle montagne abruzzesi, scarsamente abitate e un poco selvagge da quando, con il cambiamento climatico, molti impianti sciistici sono stati chiusi- sembrano luoghi del passato in cui si possono ambientare crimini del futuro. Lo scrittore stesso cita incredibili casi di scomparsa e di reclusione, come quello di Natasha Kampusch, rapita quando aveva dieci anni e tenuta prigioniera per otto anni, e quello di Josef Frizl che sequestrò e abusò della figlia per ben ventiquattro anni.


Ma la situazione del romanzo di Giotti, pur avendo come punto di partenza un caso simile a quello di Natasha e di Elizabeth, così come pure il simile verificarsi della sindrome di Stoccolma, è diverso. Qui si parla della nuova tecnologia, del pericolo, soprattutto per gli adolescenti, di uscire dal loro disagio, sottraendosi al bullismo strisciante e combattendo la loro timidezza, chiudendosi in casa,  in un mondo fittizio che è dietro lo schermo, in una realtà dove il confine tra vero e falso è labile e ingannatore.

    È un libro che consiglierei di leggere ai genitori di figli adolescenti che sottovalutano il rischio della dipendenza dal computer o dal cellulare, perché sarebbe ingiusto liquidarlo con, ‘ma questo è un romanzo’, e sentirci tranquilli come se a noi non potesse accadere. Questo non è solo un romanzo, non è invenzione campata per aria. È un pericolo terribilmente reale, anche se, forse, sotto altre forme.  



martedì 20 gennaio 2026

Stefania Auci, “L’alba dei leoni. La saga dei Florio” ed. 2026

                                                                           Casa Nostra, Qui Italia

                   storia di famiglia
                saga

Stefania Auci, “L’alba dei leoni. La saga dei Florio”

Ed. Nord, pagg. 464, Euro 20,90

 

    Sono tornati i leoni. Sono tornati i Florio. I Florio di quando non erano ancora ‘I Florio’, ‘i Leoni di Sicilia’ che si erano elevati dalle umilissime origini, che avevano acquistato un qualche tipo di nobiltà (se non altro di ricchezza e di matrimoni di prestigio), che esibivano un leone- il re della foresta, come loro erano i re della Sicilia- sull’etichetta del loro vino liquoroso.

“L’alba dei leoni”: un titolo che contiene in sé la storia della famiglia che leggeremo, così come dicevano già tutto gli altri due titoli, dal primo della serie, quel trionfale “I leoni di Sicilia”, al secondo, “L’inverno dei leoni”, che ne annunciava la decadenza e la fine.

Questi sono i Florio all’alba della loro storia, i Florio che vivono ancora a Bagnara Calabra, un borgo di pescatori in cui, però, loro non escono in barca a pescare- il capofamiglia, Vincenzo, è un fabbro, anzi, è il miglior fabbro di Bagnara, e i suoi figli devono apprendere il mestiere, perché devono diventare fabbri come lui.

Bagnara Calabra

C’è tutto il carattere di Vincenzo in questa determinazione, nel sentirsi il padre e il padrone dei suoi figli, così come è marito e padrone della moglie Rosa, una donna che sa da sempre quale è il ruolo di una donna e di una moglie- obbedire, fare figli, badare alla casa, al marito e ai figli. Rosa ha perso la sua bellezza, stroncata dalle tante gravidanze e tuttavia orgogliosa per aver dato al marito ben quattro figli maschi oltre alle due femmine. Dei maschi, il maggiore segue le orme del padre, il secondo, Francesco dagli occhi azzurri così assomigliante a lei, si rifiuterà di diventare un fabbro, farà il calzolaio, sposerà per sua scelta la ragazza di cui è innamorato. Francesco spezza la tradizione, sceglie il lavoro e sceglie la moglie- è una piccola rivoluzione. Il terzo figlio, Paolo, impara da lui ad affermare la sua volontà. È Paolo quello che prenderà il mare, inizierà a commerciare, aprirà una putìa a Palermo, venderà dapprima aromi e spezie e poi…poi è la storia che abbiamo letto ne “I leoni di Sicilia”. E il figlio più piccolo che era solo un bambino quando la mamma era morta nel terribile terremoto del 1783, sarà sempre al fianco di Paolo, leale al punto di rinunciare alla giovane donna che ama dopo che questa viene chiesta in moglie dal fratello.


    Ancora una volta Stefania Auci ci incanta con la sua capacità di immaginazione, di ricreare un’epoca e dei personaggi, di far vivere questi e farli parlare nel loro ambiente, di intessere delle storie, di rendere tutto ciò indimenticabile.

Il lavoro di ricerca per questa ‘alba’ deve essere stato molto impegnativo, perché dei Florio si sa molto, si sa quasi tutto dopo che ebbero fatto fortuna in Sicilia. Quello che la scrittrice ci racconta non può essere verificato e tuttavia è plausibile e le offre l’occasione per tessere un quadro di una delle regioni più dimenticate di Italia con tutti i suoi problemi, enormi prima dell’unificazione d’Italia  e non ancora risolti adesso. Il rapimento di Francesco quando era ancora poco più che un bambino illumina il fenomeno del brigantaggio, il terremoto e il conseguente maremoto del 1783 ci ricordano la situazione di miseria di una popolazione che già viveva in condizioni a malapena di sussistenza e a cui non giunse nessun aiuto.


Le vicende dei Florio, così come le racconta Stefania Auci, hanno un doppio risvolto. Da una parte sono lo specchio della società e della politica del tempo- sullo sfondo c’è la contesa tra francesi e Borboni per il regno di Napoli-, dall’altra, in quanto storie private, ci parlano di rapporti famigliari in cui domina il patriarcato, il matrimonio è un accordo economico tra le famiglie in cui la donna non ha possibilità di scelta, le figlie femmine sono un peso perché avranno bisogno di una dote per potersi sposare e i figli maschi affermano invece la virilità del padre, a loro tocca l’onere e l’onore di tramandare il nome di famiglia. Eppure, con la delicatezza e la sensibilità che le riconosciamo, la scrittrice delinea alcuni personaggi femminili che si distaccano, quasi timidamente, dagli stereotipi- Rosa dal cuore grande, Petronilla, una sorta di Giulietta che sfida la sua famiglia in nome dell’amore come invece non riesce a fare Giuseppina che non ha il coraggio di rifiutare Paolo Florio come marito.

    E adesso dobbiamo proprio separarci dai Florio, di loro sappiamo tutto quello che potevamo sapere. E ci spiace.

Leggetelo.



trovate la recensione de "I leoni di Sicilia" tra quelle del 2019 e de "L'inverno dei leoni" tra quelle del 2021. 

sabato 17 gennaio 2026

Teresa Ciabatti, “Donnaregina” ed. 2025

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia



Teresa Ciabatti, “Donnaregina”

Ed. Mondadori, pagg. 218, Euro 19,00

 

    Donnaregina, nel cuore di Napoli, vicinissimo al rione della Sanità.

    Giuseppe Misso, capo indiscusso del clan, l’uomo carismatico che comandò per anni nel Rione Sanità (dove, peraltro, nacque Totò). Ultimo di sette figli (un detto recita che, se il quinto figlio fa da tappezzeria, il settimo neppure viene denunciato all’anagrafe), iniziò a rubare a cinque anni, a quattordici anni e due giorni finì per la prima volta in carcere. Era nato nel 1947, un figlio della miseria del primissimo dopoguerra. All’inizio della sua ‘carriera’, Misso ‘lavorò’ insieme a Luigi Luciano- il soprannome per Misso era ‘o’ nasone’ (lui negò sempre, ma pare si sia fatto rifare il naso in Brasile) e per Luciano era ‘Lovigino’ perché era bello, con gli occhi azzurri, c’è chi dice che fosse l’uomo più bello di Napoli. Un’amicizia che finì male, tra un’ammazzatina e un’altra, una vera e propria faida. Erano specializzati in colpi grossi, o’ nasone e Lovigino, negli anni ‘80 fecero una rapina miliardaria ai danni del Monte dei Pegni del Banco di Napoli- era la loro specialità, furti e rapine nelle banche, negli uffici postali o dei furgoni blindati. Simpatizzante dell’estrema destra, fu processato (e poi prosciolto dall’accusa) per una sua presunta partecipazione alla strage del Rapido 904 la notte del 23 dicembre 1984. Adesso Giuseppe Misso è un ‘pentito’ e collaboratore di giustizia, sotto protezione dal 2011.


     L’ex camorrista Giuseppe Misso, che peraltro ha sempre rifiutato l’accusa di far parte della camorra, ha accettato di parlare con la scrittrice Teresa Ciabatti, di diventare il soggetto di un suo libro, lui, il criminale anomalo che aveva scritto un romanzo autobiografico di tutto rispetto, “I leoni di marmo”. Forse proprio per quello ha accettato, perché Teresa Ciabatti non è una giornalista di inchiesta, perché Misso ha intuito che lei avrebbe guardato oltre gli aspetti spettacolari della sua vita, oltre le uccisioni (o’ nasone lo diceva apertamente, che lui non mandava a uccidere, lui ammazzava di persona- quanti? Non si contano, di certo più di cento), avrebbe visto dentro di lui, avrebbe riportato i dettagli privati della sua vita, come il suo amore, anzi, la sua fissazione per i colombi, o l’episodio fantastico in cui- ne era certo, certissimo- aveva avvistato un UFO.

Luigi Giuliano

    Il romanzo “Donnaregina” nasce così, da colloqui diradati nel tempo, da chiacchiere ad un tavolo di ristorante, da messaggi sul telefono. La scrittrice entra nella vita di lui, lui entra in quella di lei. Perché, ad un certo punto, la biografia si intreccia con l’autobiografia, è come se ci fosse un’assonanza fra il criminale pentito e la scrittrice. Lui, con il suo fardello di una moglie molto amata e uccisa spietatamente in un agguato, il desiderio mai esaudito di un figlio con lei e i figli che, invece, sono arrivati con un’altra donna. Soprattutto con quel sentimento contrastante di amore e disprezzo per l’unico figlio maschio- era colpa sua, della sua assenza come padre, se Giulio era gay? La statura di quest’uomo si rivela in come l’amore paterno è capace di cambiarlo, lui, retaggio di una cultura maschilista che getta i ‘femminielli’ nei bidoni dell’immondizia, è capace di riconoscere a testa alta, in un’udienza, che suo figlio è gay (sì, usa questa parola, non più femminiello)- c’è qualcosa di vergognoso in questo?

murales di Michela Murgia a Napoli

   La scrittrice porta nei loro incontri se stessa, la sua amicizia con M. (Michela Murgia), il dolore per affrontare una morte annunciata e i suoi problemi familiari- anche lei, presa dalla scrittura, non è presente con marito e figlia, anche lei ha un rapporto difficile con la figlia che viene ricoverata più di una volta per autolesionismo. E Giuseppe Misso simpatizza con lei, le manda perfino gli auguri di buon onomastico, si informa sulla salute della figlia.

   Teresa Ciabatti ha una bella scrittura, ci piace l’angolazione ‘privata’ da cui ci presenta un uomo che la stampa ha sempre presentato come un criminale senza scrupoli, ci piace come accolga la sua autodifesa- lui non uccide donne e bambini, lui ha elargito denaro per soccorrere le vittime del terremoto, ha sempre cercato di aiutare i poveri del Rione, di regolamentare la camorra: ha cercato di manipolarla, o’ nasone?

E tuttavia la commistione delle due vite ci pare un poco pretestuosa, avremmo preferito leggere solo le confidenze di Giuseppe Misso, dell’uomo che trasforma il nome di un rione, Donnaregina, in un simbolo- tutte le donne sono regine.



lunedì 12 gennaio 2026

Yiyun Li, “Più gentile della solitudine” ed. 2025

                                                        Voci da mondi diversi. Cina



Yiyun Li, “Più gentile della solitudine”

Ed. NN, trad. Laura Noulian, pagg. 400, Euro 20,00

 

 Inizia con una morte, il romanzo della scrittrice cinese che vive in America, Yiyun Li, “Più gentile della solitudine”. Una morte che arriva con un ritardo di ventun anni. Perché Shaoai- era stata avvelenata? Si era avvelenata?- era vissuta in una condizione di morte cerebrale per tutto quel tempo.

Il fatto era successo poco dopo le proteste di Piazza Tienanmen e Shaoai era l’unica del gruppetto di quattro giovani che aveva partecipato attivamente e, come conseguenza, era stata espulsa dall’università e si era preclusa qualunque speranza di lavoro. A ben vedere, la sua morte era iniziata ancor prima dell’avvelenamento. Degli altri tre, le due ragazze, Moran e Ruyu, erano andate in America e l’unico maschio, Boyang, era rimasto a Pechino, diventando un imprenditore di successo e aiutando la madre di Shaoai ad occuparsi della figlia. Il romanzo si sposta tra passato e presente, seguendo il passare degli anni in ognuno dei personaggi.


    Il ritmo della narrazione è lento, volutamente così, e le vite dei personaggi, soprattutto quelle di Moran e Ruyu, sono del tutto grigie, anche questo è voluto. Entrambe si sposano per avere la Green Card, entrambe hanno dei lavori di scarso rilievo, Moran tornerà dal marito più anziano da cui ha divorziato per star vicino a lui ammalato di tumore, Ruyu bada ai figli e alle case di altri e tornerà a Pechino solo dopo la morte di Shaoai. E’ come se, in qualche maniera, scegliessero di avere delle non-vite come quella dell’amica. Anche Boyang sembra essere incapace di legami sentimentali duraturi- era stato innamorato di Ruyu? Certamente Moran era stata innamorata di lui.

   “Più gentile della solitudine” è un romanzo di riflessione e, come tale, è lento. Succede molto poco che desti il nostro interesse nella vita nel presente dei protagonisti, mentre i capitoli del passato sono, forse, un poco più vivaci, presentandoci i quattro amici- l’attraente Boyang, la dolce Moran, l’enigmatica Ruyu, abbandonata dai genitori alla nascita e cresciuta con due ‘prozie’ molto religiose, la politicamente impegnata Shaoai ridotta a una vita pressoché vegetativa. Se la manifestazione in piazza Tienanmen finita in un massacro è il punto di volta del romanzo, possiamo vedere un significato metaforico in questa vicenda, con una ragazza ridotta al silenzio- e mi viene in mente il bellissimo libro di Ma Jian, “Pechino è in coma”.

Università di Pechino

    C’è poi l’altro aspetto del romanzo, quello che lo fa assomigliare ad un poliziesco senza indagine e che stuzzica la nostra curiosità- chi ha ucciso Shaoai? Quando Boyang aveva accompagnato le amiche nel laboratorio di chimica della madre, professoressa universitaria, una provetta era scomparsa. Poco dopo Shaoai era stata male. La colpa è solo di chi ha compiuto l’atto o è anche di chi sapeva e ha taciuto, sia prima sia dopo? Sono in tre ad espiare una colpa?



martedì 6 gennaio 2026

Adam Weymouth, “Il lupo solitario” ed. 2025

                            Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda


Adam Weymouth, “Il lupo solitario”

Ed. Iperborea, trad. Luca Fusari, pagg. 335, Euro 20,00

   Nell’immaginario collettivo il lupo è uno degli animali più presenti, in genere specchio della paura. D’altra parte la paura del lupo cattivo è instillata dalle favole di quando si era bambini. Cappuccetto Rosso disobbedisce alla mamma, incontra il lupo sul suo cammino, questo la precede, mangia la nonna e aspetta la bambina. La favola finisce bene, perché arriva il cacciatore, apre la pancia del lupo con un coltello, ne fa uscire la nonna e riempie la pancia di sassi…E i tre porcellini? Anche loro si salvano e il lupo finisce nel pentolone sotto il camino. Pensiamo a come il lupo è entrato nel nostro linguaggio, nella frase scaramantica ‘in bocca al lupo’ (a cui la risposta è ‘crepi il lupo), nella minaccia delle mamme ai bambini capricciosi, ‘adesso arriva il lupo’, in quel modo di dire francese, stupendo nella sua sottigliezza, ‘entre le chien et le loup’, per indicare quel momento del giorno in cui il chiarore del giorno sfuma nelle ombre della notte, tra il conosciuto e l’ignoto, tra la familiarità del cane e il pericolo del lupo.

   Lo scrittore britannico Adam Weymouth, intrigato dal potere di imporsi all’attenzione di questo animale carnivoro, si mette in cammino seguendo le orme del lupo Slavc, che nel 2011 ha lasciato i monti della Slovenia dove è nato, si è diretto prima in Austria e poi in Italia, fermandosi in Lessinia, a nord della città di Verona. Slavc ha trovato anche una compagna in Italia, la sua Giulietta con cui ha avuto dei cuccioli. E così l’Italia, che non vedeva un lupo da secoli, ha riavuto i lupi, branchi di lupi.


E’ positivo? È negativo? Difficile dare una sola risposta. Perché ci sono i difensori che propugnano la biodiversità, che vedono nel lupo una parte importante dell’ecosistema, che pensano che debba essere una specie protetta, come quella dell’altro grande carnivoro che rischia l’estinzione, l’orso. E poi ci sono i contadini e gli allevatori con le loro esigenze, con la perdita del bestiame, con le norme rigide per ricevere compensi a fronte della morte dei loro animali, con la paura di incontri sgraditi faccia a faccia con il lupo.

    Weymouth ripercorre il percorso di Slavc (il suo nome deriva dal monte Slavnik ed è anche un gioco di parole, una variante da macho di Slavko che dà l’idea di un lupo spaccone, un ‘duro’), seguendo il geolocalizzatore, indugia dove il lupo pare essersi fermato, passa le notti dove trova un rifugio, guarda le vette e le stelle e gli alberi e il sottobosco cercando di indovinare le reazioni di Slavc. E’ più che mai un viaggio di scoperta di sé, degli altri e del mondo che lo circonda, quello che fa il giornalista scrittore.

Lessinia

Conosce la solitudine e la compagnia e l’amicizia di sconosciuti che lo ospitano e gli offrono il racconto delle loro esistenze e delle loro scelte di vita. Ascolta le diverse opinioni di chi vuole abbassare il livello di protezione del lupo e di chi ha preso la decisione coraggiosa di abbandonare la città, di ritornare al lavoro manuale, quello che ti impone di alzarti quando è ancora buio e che ti spedisce a letto la sera stanco, con il pensiero delle bestie che devi accudire e proteggere. Proteggere anche dal lupo. Eppure è anche vero che pure il lupo protegge noi. Si è ipotizzato che se il lupo grigio impedisse all’alce di mangiare gli arboscelli nella foresta boreale canadese, potrebbe mitigare ogni anno le emissioni di diversi milioni di automobili, assorbite dagli alberi. E’ un po’ come l’effetto farfalla, un esempio di quanto tutto ed ognuno sia importante e abbia la sua funzione, anche se duplice.


    È morta prima Giulietta, Slavc si è trovato un’altra compagna, hanno figliato ancora, poi è morto anche lui. La loro vita è durata, per entrambi, dal 2010 al 2022. E poi, prima di ritornare in Gran Bretagna, Weymouth realizza il suo desiderio, vede un lupo. O crede di vedere un lupo. È così importante se lo abbia visto veramente o abbia creduto di vederlo o che sia stato un altro animale che ha visto? Quello che importa è che abbia visto quello che è più di un animale selvaggio- è un simbolo di determinazione, libertà, crudeltà, sì, ma anche istinto di fedeltà alla famiglia e di cura dei piccoli.

    Un libro diverso, affascinante, perché ci mette a contatto con la natura, perché un viaggio in solitudine favorisce la riflessione, perché è un mix di selvaggio e civilizzazione.