martedì 3 novembre 2026

Celia Fremlin, “Le ore prima dell’alba” ed. 2026

                 Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

cento sfumature di giallo

Celia Fremlin, “Le ore prima dell’alba”

Ed. Sellerio, trad. Chiara Rizzuto, pagg. 320, Euro 16,00

 

    Alzi la mano la giovane mamma che non si riconosce in Louise Henderson, la protagonista de “Le ore prima dell’alba” di Celia Fremlin. Alzi la mano chi non ha vissuto notti come le sue, quelle ore prime dell’alba, anzi, quando è ancora notte profonda, con un neonato in braccio che urla- sì, non piange, urla, e come è possibile che un fagottino così abbia tanta voce in corpo-, tentando in ogni modo di calmarlo, allattandolo, cullandolo, passeggiando in su e in giù, cantandogli canzoncine. Alzi la mano chi non si è chiusa con il bambino nella cucina, presumibilmente la stanza più lontana da quelle da letto- vuoi mai che il pianto disturbi il papà del piccolo. Alzi la mano chi non si è poi alzata al mattino, istupidita dal sonno, per preparare le colazioni, vestire gli altri figli e accompagnarli all’asilo o a scuola.

Questa è Louise Henderson. Noi siamo Louise Henderson. Louise non ricorda neppure chi lei fosse prima, prima di sposarsi, quando ancora il mondo era soffuso di una luce rosa, prima che nascessero una, due bambine, e poi l’urlatore delle due del mattino, prima che le vicine di casa protestassero per il rumore che veniva da casa sua, prima che insinuassero che lei non fosse una brava madre. Suo marito è una brava persona ma- si è capito, no?- non le dà alcun aiuto.


   E adesso entra in scena un altro personaggio. Gli Henderson hanno deciso di affittare una stanza della loro casa- c’è bisogno di soldi per tirare su tre figli. Si presenta una signorina dall’aspetto distinto, vestita di un tailleur di tweed marrone. È una professoressa, ha anche pubblicato dei libri, trova subito un punto di intesa con il marito di Louise parlando dei classici greci. Non le dà fastidio il disordine? No. Non la disturberanno i bambini? No. E così Vera Brandon viene ad abitare in quella che era la Stanza delle Cianfrusaglie. Fin da subito gli Henderson si fanno delle domande- gli sembra di averla già vista, ma dove? Come ha fatto a sapere della loro intenzione di affittare una stanza? Perché ha chiesto il loro indirizzo ad una coppia loro amica? Ci sono poi dei comportamenti strani- un paio di volte Vera Brandon ha detto che usciva, precisando anche dove andava e a che ora sarebbe tornata, e invece Louise è certa che non sia uscita affatto e sia rimasta nella sua camera tutto il giorno. Ci sono degli avvenimenti strani- il bambino che scompare e poi, invece, viene ritrovato che dorme tranquillo nella sua culla. È facile per Louise, che a volte teme di addormentarsi anche mentre spinge la carrozzina, cadere nella paranoia. Sembra poi che ci sia una congiura contro di lei per farle credere che. Se non sta impazzendo, ci è vicino.


    Se la protagonista con cui ci immedesimiamo è Louise, l’altra figura femminile è la sua controparte, un personaggio che popola i peggiori incubi di ogni mamma. Ma non vi dirò altro, il ritmo del romanzo accelera verso la fine, sul chiaro e giocoso quadro iniziale si addensano le ombre prima dell’esplosione del dramma e intanto Celia Fremlin ha giocato su un accumulo di tensioni, mentre lo stesso lettore è coinvolto nell’atmosfera paranoica.

   Come ne “La lunga ombra”, Celia Fremlin dimostra essere una maestra del giallo psicologico, della sottigliezza delle analisi, della profondità dell’empatia.



 

 

venerdì 30 ottobre 2026

                                                          Voci da mondi diversi. Malesia



Tash Aw, “Il Sud”

Ed. La Nave di Teseo, trad. Andrea Silvestri, pagg. 272, Euro 19,00

 

    1997 Malesia. La famiglia del sedicenne Jay, padre, madre e due sorelle, da Kuala Lumpur si reca a Sud per le vacanze scolastiche. Laggiù hanno una fattoria, acquistata dal nonno paterno di Jay e da lui lasciata in eredità alla nuora, nello sconcerto dei propri figli. Un tempo la fattoria era fiorente e produttiva, adesso, a causa del cambiamento climatico, dopo mesi di siccità gli alberi sono malati e i campi sono aridi. E questa, della fattoria in rovina, diventa un potente simbolo per la famiglia stessa di Jay, in cui ogni membro vive in una situazione di solitudine, di infelicità, di incertezza, di problemi irrisolti.

   Ad una narrativa in terza persona si alterna la voce in prima persona di Jay, consapevole di essere una delusione per il padre, professore di matematica che ha sposato una sua alunna. Quando, all’arrivo, a Jay viene assegnata la stanza di Chuan, il figlio del fattore, e Jay osserva che per Chuan è stato preparato un giaciglio per terra, abbiamo già la percezione di quello che accadrà. Jay lavorerà nei campi a fianco di Chuan, nel calore soffocante che sale dalla terra l’attrazione tra i due diventa palpabile ed è Chuan che aiuta Jay ad accettare la sua omosessualità.


   In uno spostamento di tempi, tra presente e passato, veniamo a conoscere le storie degli altri personaggi- prima fra tutte quella del fattore Fong, fratellastro del padre di Jay, nato da una relazione fuori dal matrimonio e sempre in una posizione di secondo piano, poi quella della madre di Jay, cresciuta in campagna e figlia di contadini, di Jack, l’arcigno professore di matematica che è appena stato licenziato, delle due figlie di cui la maggiore ha un carattere apertamente ribelle.

    L’allontanamento da Kuala Lumpur potrebbe offrire un periodo di tranquillità a tutta la famiglia e invece c’è come un disgregamento, un acuirsi della solitudine di ognuno, della gelosia di Fong, dell’insoddisfazione della moglie di Jack, della frustrazione dello stesso Jack che ha preso a dipingere, delle due figlie incerte sul loro futuro. Solo Jay, che è stato iniziato all’amore da Chuan, sembra essere contento pur sperimentando l’omofobia degli altri ragazzi o uomini con cui viene in contatto. E la fattoria produce sempre meno frutta, rendendo così inevitabile la sua vendita nonostante i sogni di Fong di poterla riacquistare.

    Il passo del romanzo è lento, ben poco accade dopo la prevedibile iniziazione amorosa di Jay. “Il Sud” è, però, il primo libro di una quadrilogia e certamente vuole essere non solo un romanzo di formazione ma anche un’introduzione ai personaggi. Attendiamo i romanzi seguenti.



martedì 27 ottobre 2026

Jan Brokken, “La malinconia del viaggiatore” ed. 2026

                                  Voci da mondi diversi. Paesi Bassi



Jan Brokken, “La malinconia del viaggiatore”

Ed. Iperborea, trad. Claudia Cozzi, pagg. 401, Euro 20,00

    C’è sempre qualcosa di magico, nei libri dello scrittore nederlandese Jan Brokken. C’è la capacità di riportare in vita grandi personaggi del passato recuperando frammenti della loro esistenza, dettagli della loro personalità, aspetti delle loro opere. C’è la capacità di farli respirare sulle pagine, insomma.

   Quattordici racconti compongono “La malinconia del viaggiatore”- ne sono protagonisti personaggi che conosciamo come il poeta spagnolo Antonio Machado, il compositore ungherese Béla Bartók, il ceco Antonin Dvořák, Kafka, Kadaré e altri che invece conosciamo meno e che Brokken ci aiuta a scoprire. Quello che rende così piacevole la lettura è la varietà dei personaggi, grandi uomini in campi diversi, e la varietà di ambientazione e di introduzione ad una loro conoscenza. Per Antonio Machado è una cassetta delle lettere nel cimitero di Collioure, in Francia, dove il poeta aveva trovato riparo dalle persecuzioni franchiste, che è lo spunto per iniziare a parlarci dell’uomo il cui unico desiderio era che le sue parole continuassero a vivere; un dipinto di Caillebotte, quello di un uomo che osserva il pennacchio di fumo di un treno a vapore dall’alto di un ponte di ferro, ci rimanda a Dvořák, alla sua passione per i treni, sua ossessione e sua fonte di ispirazione;


una visita casuale al Mart di Rovereto e un incontro altrettanto casuale con una donna intrigante che chiede all’autore di sposarla fanno scoprire il genio innovativo di Depero a Jan Brokken; la casa Schröder a Utrecht non solo ci porta dentro la casa che è considerata il capolavoro e il simbolo del movimento De Stijl ma, tra quelle mura, ci pare di conoscere l’architetto Rietveld e le donne della sua vita; se andremo a Vence, guarderemo con altri occhi la cappella con le vetrate di Matisse dopo aver letto della ragazza che lo aveva accudito e che poi si era fatta suora, storia di un amore impossibile; ‘come sarò a ottantasette anni?’ è la domanda che precede il racconto dell’unico incontro, a Tirana, di Jan Brokken con uno dei protagonisti, Ismail Kadaré, il grande scrittore che visse sotto una dittatura e più di chiunque altro poteva capire Pasternak e scriverne ne “Quando un dittatore chiama”, incentrato sulla telefonata di Stalin a Boris Pasternak dopo l’arresto del poeta Osip Mandel’štam. Citando Pasternak, Kadaré diceva ‘l’unico bene è il male’, il male è qualcosa di buono da descrivere, senza il male non c’è letteratura- e i grandi romanzieri russi ne sono una prova.
casa Schroeder

    Da straordinario flâneur, Jan Brokken ci fa gustare gli ambienti, ricrea l’atmosfera dei luoghi in cui si sono aggirate le persone di cui parla, senza spreco di parole ci illustra la grandezza della loro arte che può esprimersi nelle parole, nella musica, nella concezione dello spazio- amplia i nostri spazi, allontana di un poco il nostro orizzonte.

    Uno di questi racconti si differenzia dagli altri. Ha il titolo “Dream a little dream of me”, la canzone portata al successo nel 1968 dai The Papas & the Mamas e questa volta- è il 1976- un giovane Jan Brokken è in viaggio in Boemia con una Mini Cooper rossa,


la mitica Mini, chi non desiderava una Mini negli anni ‘70? Tanto più in Boemia, dove, però, la Mini ebbe un guasto al motore- immaginarsi come si poteva trovare un pezzo di ricambio in Boemia. Fu così che Jan incontrò Alena, figlia di un violoncellista, e l’aspirante architetto Jan. Quest’ultimo che sbavava dietro la Mini rossa, entrambi che facevano piani folli per fuggire, con l’aiuto dello scrittore sulla sua Mini rossa che nessuno avrebbe controllato (secondo loro). È un ricordo che sa di giovinezza, di altri tempi in cui ‘ non si era così attaccati alle cose materiali, come oggi, non così moralisti, piccolo borghesi, meschini’.

    La cultura dell’Europa e dell’America, storie e Storia, tenerezza e ironia leggera, e soprattutto tanta comprensione umana nel libro di Jan Brokken.



   

  

 

 

 

 

 

 

domenica 25 ottobre 2026

Alexandra Lapierre, “La regina dei mari” ed. 2026

                                                         Voci da mondi diversi. Francia

biografia romanzata

Alexandra Lapierre, “La regina dei mari”

Ed. e/o, trad. Lorenzo Vetta, pagg. 560, Euro 20,90

 

     Isabel Barreto. Bella, molto bella, con quella massa di capelli dorati. Intelligente, curiosa, volitiva, caparbia. Era la preferita di suo padre, i fratelli ne erano gelosi. Aveva rifiutato per anni di sposare Don Álvaro de Mendaña, grande esploratore, navigatore e cartografo, che era tornato da un primo grande viaggio in cui aveva scoperto le isole Salomone che parevano promettere ricchezze come quelle bibliche del Re Salomone. Poi se ne era innamorata, ricambiata contro ogni aspettativa. Era la donna giusta per l’adelantado, capace non solo di condividere i suoi sogni- attraversare l’Oceano Pacifico alla ricerca della leggendaria Terra Australis- ma anche di essere lei la forza trainante, con la sua giovinezza, la sua audacia, il suo coraggio.


    Erano partiti insieme sulla San Jerónimo dal porto di Lima in Perù il 9 aprile del 1595, poco più di cento anni dopo le imprese di Cristoforo Colombo. Con loro c’erano altre quattro navi, centinaia di coloni pronti a stabilirsi sulle nuove terre, soldati e artigiani. Pedro de Quirós era il pilota che avrebbe acquistato maggiore importanza durante il viaggio. Avevano scoperto le isole Marchesi ma non erano riusciti a ritrovare le isole Salomone. Il viaggio che doveva portare gloria e ricchezza si era risolto in tragedia. C’erano stati conflitti con gli indigeni, burrasche, malattie, tensioni con l’equipaggio e i coloni. Infine lui, Don Álvaro, era morto e Isabel aveva imposto che la sua bara fosse caricata a bordo, rifiutando di lasciarlo in un’isola sperduta.

don Alvaro

Non si era mai sentita una cosa del genere. Un morto a bordo. Avrebbe portato sfortuna. Il vagare della San Jerónimo in quello sconfinato oceano, mentre si assottigliano le riserve di cibo e di acqua, richiama alla mente i versi della Ballata del Vecchio Marinaio di Coleridge- sembra una nave fantasma con una ciurma e passeggeri fantasma. Lei, Isabel, che ha assunto il comando della spedizione su precisa disposizione di Don Álvaro, è diventata una delle prime- o forse la prima donna ammiraglio della storia. Finché i superstiti raggiungono le Filippine.

    È diventato un vero e proprio filone letterario, quello della biografia storica romanzata. E Alexandra Lapierre ha scelto un filone del tutto femminile, ricostruendo la vita di donne eccezionali, disegnando un loro ritratto con le parole, facendole respirare sulla carta, così che, quando terminiamo la lettura, ci sembra di conoscerle, di averle sempre conosciute. Così era stato per Mura ne “La donna dalle cinque vite”, per Belle Green, Artemisia, Miss Franklin. E ora per Isabel.

Isole Solomon

    La parte iniziale del libro scorre più lenta- Isabel si è ritirata in convento aspettando il ritorno del secondo marito, Don Hernando de Castro, pregando per la sua salvezza. È una Isabel penitente che sembra voler espiare qualche grave peccato, quella che incontriamo, una Isabel irriconoscibile che si è tinta i capelli di un nero luttuoso e digiuna. Ed è la sorella che racconta gli antefatti, gli anni prima del matrimonio con l’adelantado. La narrazione pare salpare insieme alla San Jerónimo e il romanzo diventa un avvincente romanzo di avventura, quasi un romanzo di Verne, il mare, anzi l’oceano, rappresenta, come per Ulisse, una sfida, una distesa senza confini con l’orizzonte della conoscenza che si sposta di continuo, una sfida il cui pericolo si deve accettare. E la vita di Isabel passa dall’essere la moglie adorata di Don Álvaro al nuovo ruolo di ammiraglia (difficilissimo imporsi come tale) per poi abbandonare le vesti di lutto quando, a Manila, incontra il giovane Don Hernando, il secondo uomo con cui condividere sogni di conquiste.

    Un romanzo ricco di fascino con un personaggio affascinante.



 

 

 

 

giovedì 22 ottobre 2026

Maggie O’Farrell, “Land” ed. 2026

                           Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda



Maggie O’Farrell, “Land”

Ed. Guanda, trad. Stefania De Franco, pagg.434, Euro 19,00

 

     An Gorta Mór, The Great Famine, la Grande Carestia in Irlanda che, tra il 1845 e il 1852, causò la morte di circa un milione di persone, una catastrofe umanitaria causata dal fungo parassita che per anni consecutivi distrusse il raccolto di patate. E gli irlandesi vivevano di patate. All’Inghilterra, sotto il cui dominio l’Irlanda sottostava dal secolo XII, faceva comodo che i contadini irlandesi dipendessero dalla monocultura delle patate, un tubero ad alto apporto calorico che cresce anche in terreni poveri, perché così le terre migliori venivano usate per coltivare grano, orzo e allevare bestiame  destinati al mercato britannico. Se la malattia delle patate fu la causa scatenante della carestia, il governo britannico, con la sua politica del laissez-faire e la scarsità di aiuti, fu altamente responsabile per l’immane tragedia. Al milione di morti si aggiunse il milione o i due milioni di coloro che emigrarono, spesso sulle famigerate navi-bara che neppure arrivavano al di là dell’Atlantico (pensiamo ai barconi di emigranti sul Mediterraneo, non c’è mai niente di nuovo sotto il sole)- la demografia dell’isola era interamente cambiata, l’odio per gli inglesi era più che mai radicato.

memoriale della Grande Carestia

    È il 1865 quando inizia il nuovo romanzo di Maggie O’Farrell, c’è ancora grande povertà nel paese. La famiglia di Tomàs è composta da lui, dalla moglie Phina e i figli, Liam, Enda, Rose e Eugene, il piccolo di famiglia che non parla anche se capisce tutto e si fa intendere. Tomàs lavora per le ‘giubbe rosse’, gli inglesi. È un cartografo e, secondo le direttive che ha ricevuto, deve mappare una penisola costiera. Mappare significa non soltanto che deve tracciare sulla carta corsi d’acqua, boschi, colline, confini tra appezzamenti, ma anche sostituire il nome originale dei luoghi, in quell’impronunciabile gaelico, con nomi inglesi. È una violenza culturale e psicologica inaudita. È defraudare un paese e un popolo della sua identità.


Ma lo spettro della carestia è ancora vivo nei ricordi, Tomàs deve pensare alla famiglia e il decenne Liam deve aiutarlo, anche se è riluttante. C’è un punto di svolta che sembra sfiorare il realismo magico- un bosco, un pozzo, un cambiamento totale della personalità di Tomàs, un rifiuto di assoggettarsi agli inglesi e di continuare il lavoro. Ed entra in campo l’influenza di padre Joseph (ci sarebbe tanto da dire e da ridire sull’operato della Chiesa cattolica in Irlanda) che manipola Liam sostituendosi alla figura paterna e convincendolo ad entrare in seminario.

     La storia della famiglia proseguirà tra Irlanda, Roma, Québec, il Kerala in un intreccio temporale di presente che si srotola nel futuro e passato, il passato della grande carestia che sia Tomàs sia Phina hanno vissuto e di cui serbano ricordi in parte confusi, in parte chiarissimi di quando entrambi si erano conosciuti nell’orfanotrofio da cui poi erano fuggiti.


    Ci sono perfino troppi avvenimenti tragici che colpiscono la famiglia, ci sono alcune fughe nel realismo magico che non convincono, c’è l’episodio di Eugene che trova, perfettamente mantenuto nella torba, il corpo della ragazzina uccisa per un sacrificio di cui abbiamo letto nelle prime pagine, che lascia piuttosto perplessi, e, se cercavamo il fascino che abbiamo trovato negli altri romanzi di Maggie O’Farrell, restiamo un poco delusi. E tuttavia la bellezza verdeggiante dell’Isola di Smeraldo e la resilienza della sua gente sono sempre lì ad attirarci con il suono del violino che la ribelle Enda ha imparato a suonare da sola.



 

domenica 18 ottobre 2026

Bérénice Pichat, “La piccola cameriera” ed. 2026

                                                       Voci da mondi diversi. Francia

prima guerra mondiale

Bérénice Pichat, “La piccola cameriera”

Ed. Salani, trad. Francesco Bruno, pagg. 250, Euro 16,05

 

   La prima cosa che ci colpisce, iniziando la lettura del libro di Bérénice Pichat, è la grafica. A pagine intere se ne alternano altre in cui il testo appare  in una sorta di brevi versi sciolti sulla sinistra della pagina e altre in cui i versi sono stampati sulla destra. Al nostro primo sconcerto segue la comprensione. I punti di vista della narrazione sono diversi: le pagine in prosa sono quelle del signore e della signora Daniel, quelle in versi sciolti sono della piccola cameriera- il presente sulla sinistra e il futuro sulla destra.

    Sono gli anni ’30 del secolo scorso a Parigi. E’ una vita faticosa, quella della piccola cameriera che si reca in case diverse per fare le pulizie, uscendo presto di casa al mattino, con il cesto pesante degli attrezzi- come sarebbe bello se potesse avere una bicicletta! Ma si accontenta della vita che ha, in una piccola stanza, con un uomo che le vuole bene (quando non ha bevuto). Si sente perfino fortunata in confronto ai signori Daniel. Si respira tristezza in casa loro. Di più, si respira la tragedia di una vita spezzata, una vita che ti fa pensare che forse la morte è meglio. Lei si chiama Alexandrine, ha una bellezza dolce, un po’ sfiorita. Lui si chiama Blaise, è un mutilato di guerra, non c’è più niente dell’uomo che era, non il viso, non le gambe, non le mani. Le mani- era un pianista.


   Tutto si svolge nel breve arco di 48 ore. E però, con questa grafica singolare che accentua anche la differenza di classe sociale tra i padroni e la servetta, veniamo a sapere anche del passato dei tre protagonisti- per i Daniel un passato che risuona di musica, dell’incanto dell’innamoramento, dei primi tempi del matrimonio e poi la guerra, per lei l’attesa di notizie e il tremendo shock quando l’aveva rivisto nell’ospedale da campo, per lui il momento fatale in cui solo per un attimo era sfuggito alla morte. E sarebbe stato meglio che morisse lì, sul colpo. Alexandrine era rimasta al suo fianco, una infermiera ormai, non una moglie. E il passato della piccola cameriera? Anche lei ha conosciuto da vicino la morte…

    Ora la signora Daniel è stata invitata da un’amica ad un fine settimana in campagna per una battuta di caccia. Non ha mai lasciato il marito, ma lui insiste, la piccola cameriera può prendersi cura di lui, a lei farà bene allontanarsi. E lei va, divisa tra il sollievo di non dover respirare per due giorni l’aria della stanza di un grande invalido e gli scrupoli di coscienza, il senso di colpa per sentirsi leggera. Lui, diffidente e un poco sprezzante nei confronti della servetta, finisce per ricredersi. In fin dei conti gli piace che lei lo tratti normalmente, come se lui fosse un bambino viziato.


   Parrebbe andare tutto bene, il diversivo della partita di caccia, il piacere di far scoprire la musica alla piccola cameriera, un nuovo guizzo vitale di Blaise. Finché tutto si trasforma in delusione e tragedia. E sono sempre i miseri della terra quelli che patiscono le conseguenze. I versi sciolti sulla destra della pagina, appena riusciamo ad interpretarli bene, ci offrono uno scorcio del futuro, dapprima con quella che sembra una punizione ingiusta e poi con un nuovo equilibrio, una pace riconquistata.

    È un libro che si legge con angoscia- e pensiamo a “La stanza degli ufficiali” di Marc Dugain dove già avevamo letto dello stravolgimento delle vite degli sfigurati vittime di quella che è stata chiamata La Grande Guerra, una guerra che era stata una carneficina in un’epoca in cui la scienza medica non offriva riparazioni. C’è qualcosa di uguale, comunque, in tutte le guerre- le vittime non sono solo gli uomini che hanno riportato ferite e mutilazioni ma anche le loro famiglie, le donne che gli erano a fianco.



martedì 13 ottobre 2026

Nermin Kahriman, “Casa mia” ed. 2026

                        Voci da mondi diversi. Penisola Balcanica

guerra dei Balcani

Nermin Kahriman, “Casa mia”

Ed. La Carmelina, pagg. 86, Euro 11,40

Dovunque io vada, sei tu che sogno/ Le strade mi riportano sempre da te/ Custodisci la mia giovinezza, il mio primo amore/ Sarajevo, amore mio.

    Sono dei versi di “Sarajevo Ljubavi moja”, la canzone di Kemal Monteno che è un inno d’amore alla sua città. E lo stesso amore per una città martoriata è nelle pagine di “Casa mia. Sarajevo vive e vivrà per sempre” di Nerman Kahriman, giovane scrittore e guida turistica della capitale della Bosnia.

   “Casa. Cos’è casa? Dov’è casa mia?”- è la domanda ricorrente in tutto il breve libro. Perché “una casa vera non è solo un luogo. È una promessa.” Perché ‘casa’ è dove va il cuore, dove sono i nostri ricordi. Perché ha una casa anche chi quella casa l’ha persa, perché è stata distrutta dai bombardamenti o perché ha dovuto abbandonarla lasciando indietro i ricordi tangibili della propria vita, conservandoli solo nella memoria.


    5 aprile 1992- 29 febbraio 1996. Sono 4 anni, sono 1425 giorni. Tanto durò l’assedio di Sarajevo, il più lungo blocco militare nella storia bellica europea moderna, più lungo di quello di Leningrado, 872 giorni dal settembre 1941 al gennaio 1944. E poi la posizione geografica di Sarajevo, in una conca circondata da montagne, la rendeva tragicamente ideale per un assedio. Su quelle montagne si appostarono le forze serbo-bosniache e l’Armata Popolare Jugoslava stringendo la città in una morsa di ferro.

    Il libro di Nermin Kahriman è a più voci, è come un coro che si leva dalla città e ogni voce ci racconta la sua esperienza, come ha vissuto l’inizio e poi i giorni della guerra e i giorni dopo la fine del conflitto, quelli del ritorno per chi era riuscito ad allontanarsi. Sono le voci senza nome del Guerriero, della Mamma, della Zia, di una Bambina e un Bambino. Il Guerriero parla di quel mattino in cui fu svegliato da una telefonata- la guerra? impossibile. Quale guerra? fra chi? Uno sparo, due corpi per terra, una vecchia conoscenza per cui all’improvviso lui, ateo, è diventato ‘musulmano’, segnano il brusco confronto con la realtà. Per la Mamma quel 7 di aprile aveva significato l’abbandono della casa, l’alloggio provvisorio e poi l’addio alla città con la speranza di tornare. Intanto quello che importava era portare in salvo i figli. Anche la Zia è colta di sorpresa dalla guerra- lavorerà come volontaria sfidando i cecchini.


A chi va oggi a Sarajevo sembra incredibile che la via Zmaja od Bosne, piena di negozi e caffè, fosse la Snajper Alea, il viale dei cecchini che offriva una visuale perfetta ai tiratori scelti delle forze serbo-bosniache piazzate sulle montagne circostanti. Su molti palazzi ci sono ancora i fori dei proiettili, si vede ancora qualche cartello con la scritta ‘Pazi Snajper’, ‘Attenzione, cecchino’. Circa un bambino su dieci tra i 1601che sono morti fu colpito direttamente da un cecchino e le voci dei due bambini sono quelle più toccanti, perché a loro è stata rubata l’infanzia. Entrambi vengono fatti uscire dalla città assediata, entrambi arrivano in Italia via Ancona, il maschietto finirà in Alto Adige, la bambina in Sardegna. Troveranno un’altra patria, impareranno un’altra lingua, avranno un’altra famiglia e altri amici, ma a che prezzo? La bambina, diventata grande e a sua volta mamma, capisce quello che deve aver provato la sua, di mamma, lo strazio della separazione e dell’allontanamento, con il pensiero, però, che l’autobus portava la sua bambina via dalle bombe, via dai cecchini, verso la salvezza.

    Ogni personaggio- noi possiamo indovinare che siano tutti molto vicini allo scrittore- ritorna in una seconda parte in un ‘dopo’, nel ritorno a guerra finita. Ma finisce mai la guerra? o la si porta sempre dentro di sé, nelle menomazioni del corpo, come il Guerriero, nelle ferite del’anima come la Mamma, la Zia, i bambini? Eppure si torna, perché il richiamo della casa è forte, perché ‘dovunque io vada, sei tu che sogno/ Le strade mi riportano sempre da te’.

    Nermin Kahriman, che nelle pagine in cui è lui il protagonista ci dice di sé, di come sia nato a Bolzano, di come fosse il figlio che prendeva il posto di quello ucciso nei primi giorni di guerra, ci racconta la Storia di un paese, la Storia di una guerra, la Storia di una città attraverso le storie di persone che rappresentano tutti gli abitanti di Sarajevo.