Voci da mondi diversi. Iran
Jina Khayyer, “Nel cuore del gatto”
Ed.
Iperborea, trad. Silvia Albesano, pagg. 297, Euro 19,50
Il titolo del libro di Jina Khayyer,
scrittrice (ma anche pittrice, poeta, giornalista d’arte) nata in Germania da
genitori iraniani, ci sembra strano- ne capiamo il significato inoltrandoci
nella lettura, quando vediamo il disegno che traccia i confini dell’Iran: è
proprio vero, l’intera regione, così raffigurata, sembra un gatto. E nel cuore
del gatto c’è la mitica, la bellissima Isfahan- Nesf-e-jahan, la metà del mondo, con la sua piazza lunga 560 metri
dal nome di Naqsh-e-jahan, l’immagine
del mondo, come dire che, dopo che hai visto Isfahan e la sua piazza, ti resta
solo l’altra metà del mondo da vedere. Occorre andarci, occorre sedersi in
quella piazza, aspettare il tramonto che illumina le cupole delle moschee. E
trattenere il fiato per la meraviglia.
È quello che, in un viaggio di anni prima,
aveva fatto Jina, protagonista e voce narrante, alter ego della scrittrice
stessa che si chiama come la giovane uccisa dalla polizia morale a Teheran nel
2022, Jina Mahsa Amini. Uccisa perché? per che cosa? Perché, in visita con il
fratello nella capitale, non aveva indossato il velo in maniera appropriata?
Perché fuoriusciva qualche capello? A Jina, un nome curdo che significa ‘colei
che dà la vita’, era stata strappata via la vita. È come se la Jina scrittrice
si immedesimasse, come se fosse lei la ragazza assassinata. E il racconto
procede su due livelli- le telefonate di questa Jina alla sorella che vive a
Teheran insieme alla figlia e il ricordo del viaggio di più di vent’anni prima,
quando lei aveva venticinque anni.
Jina Mahsa Amini
Allora come adesso c’è qualcosa di paradossale in un paese in cui il monumento che più lo rappresenta si chiama Torre Azadi, in cui ‘Azadi’ significa ‘Libertà’, la stessa parola che ritorna nello slogan delle donne che hanno iniziato la ribellione di protesta per Jina Mahsa Amini: zan,zendegi, azadi, donna, vita, libertà, quando invece non c’è alcuna libertà, neppure nei comportamenti che in Occidente diamo per scontati. Tutto è proibito, tutto può suscitare la punizione delle guardie della morale, proibito per le donne uscire a testa scoperta, proibito indossare abiti che non siano le lunghe tuniche nere, ma anche proibito ascoltare musica, tenersi per mano, leggere libri che non siano il Corano.
Quando era andata in Iran nel 2000, Jina aveva conosciuto le quattro zie, aveva ascoltato le loro storie- del nonno che aveva lasciato la prima moglie perché metteva al mondo solo figlie femmine, della zia che- ma questo era un segreto- aveva avuto un legame con un’altra donna, del cambiamento sconvolgente della società dopo la caduta dello Scià. Dopo la parentesi in famiglia, la sorella di Jina aveva voluto mostrarle il loro paese e avevano viaggiato su di un’automobile guidata da…era un ragazzo? O una ragazza? difficile da capire. Era una ragazza che voleva sembrare un ragazzo per evitare noie. Per questo si era rasata i capelli, così non doveva portare il velo, così tutto diventava più facile.
Era stato un viaggio di scoperta, per Jina,
un viaggio che l’aveva fatta innamorare del paese in cui la sua famiglia aveva
le radici. Teheran, Kerman, Shiraz, Yadz. Ogni tappa evocava delle storie,
storie di famiglia che erano anche storie dell’Iran, di un tempo diverso in cui
c’era sì, Azadi, in cui a Shiraz si produceva il vino- adesso i vigneti erano
stati distrutti. Era stato un percorso punteggiato dai versi di Hafez e quanta
bellezza, a Shiraz, a Yadz con le torri del silenzio, il luogo dove gli
zoroastraiani portavano i cadaveri perché fossero divorati dagli avvoltoi, il
ponte dai 33 archi di Esfahan, e Persepoli. Che dire di Persepoli dove il vento
che spazza la piana ti sussurra le storie della vecchia capitale fondata da
Dario I? Persepoli ti dà la misura del tempo.
Persepoli
Nella storia parallela del 2022 la
rivoluzione delle donne non si arresta, Jina trema per la nipote che non vuole
lasciare l’Iran, perché lo ama, perché vuole liberarlo, perché non vuole vivere
con la nostalgia. E il libro si chiude con il grido di speranza, Zan, zendegi, azadi.
Un libro che ci fa vivere l’atmosfera che si
respira in Iran insieme a tutta la sua storia millenaria.

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