Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
biografia romanzata
Ariel Lawhon, “L’inverno della levatrice”Ed.
e/o. trad. Massimo Ortelio, pagg. 496, Euro 20,90
Lei, Martha Ballard, protagonista e voce
narrante del libro di Ariel Lawhon, è veramente esistita. Nata a Oxford,
provincia del Massachussets nel 1735 e morta nel 1812, faceva la levatrice,
aiutò 816 bambini a venire al mondo e fu presente alla nascita di più di 1000
di loro. Sappiamo che sposò Ephraim Ballard nel 1754, che insieme ebbero nove
figli di cui tre morirono per difterite, e che nel 1777 si trasferirono nella
Kennebec Valley, nel Maine. E poi Martha Ballard teneva un diario (cosa
straordinaria per una donna della sua condizione per quell’epoca). Non era un
diario ‘romantico’, tutt’altro. Scriveva brevi annotazioni, a volte difficili
da interpretare, sul tempo atmosferico, sui bambini che erano venuti al mondo e
sulle difficoltà più o meno grandi del parto. Registrava anche i giorni di
quiete, senza alcuna chiamata- ‘sono rimasta a casa’.
Martha Ballard non era soltanto una levatrice. In un’epoca in cui non era permesso alle donne di studiare medicina, Martha sapeva curare con le erbe, molto spesso veniva chiamata al capezzale di un ammalato e aveva accumulato una grande esperienza, tanto che spesso la sua presenza era necessaria anche nei casi di autopsia. Era proprio questa esperienza di prima mano, oltre a un ottimo intuito, che la rendeva straordinaria e spesso più capace di un medico che aveva fatto studi universitari.
Ariel Lawhon costruisce il suo romanzo su
tutte queste informazioni riconoscendo il suo debito anche alla storica Laurel
Ulrich che aveva analizzato il diario di Martha Ballard. Tutto vero, quindi, ne
“L’inverno della levatrice”, anche se poi, come è usuale, dobbiamo concedere
alla scrittrice la facoltà di immaginare, di dare una voce alle persone che
sono diventate personaggi del romanzo. In questo caso c’è anche una morte,
proprio all’inizio, che colora di giallo il romanzo e che offre la possibilità
di esplorare la condizione femminile dell’epoca.
Hallowell, Maine, 1789. Il fiume Kennebec è
ghiacciato. C’è un corpo sotto la lastra di ghiaccio. E’ quello di Joshua
Burgess e non c’è nessuno che pianga la sua morte. Quando viene chiamata per
esaminare il cadavere, Martha vede il segno di una corda attorno al suo collo- Burgess
è stato impiccato e poi gettato nel fiume, anche se nessuna corda è stata
ritrovata. Il giovane medico è di diversa opinione, secondo lui l’uomo è morto
annegato. La parola di un dottore UOMO contro quella di una levatrice DONNA.
Comunque più di una persona aveva motivi per ucciderlo. La moglie del pastore
locale aveva accusato lui e il giudice colonnello Norton di averla violentata
in assenza del marito. La prova era che era incinta e inoltre Martha aveva
registrato sul diario quando la donna, sconvolta, si era confidata con lei. 
dal film tratto dal romanzo
Ci
sarà un processo e, di nuovo, che cosa vale la parola di una donna contro
quella di un uomo? La soluzione dell’assassinio di Burgess arriva del tutto
inaspettata e, considerando come agisce la giustizia del vero e proprio
tribunale, se un colpevole non viene portato davanti ai giudici e il suo reato
rimane impunito, non sembra poi molto grave.
Questi fatti sono tutti veri e, anche se
il passo del libro è a tratti lento, anche se si poteva fare qualche taglio sui
tanti parti in cui Martha interviene, anche se il linguaggio e il comportamento
della protagonista ci paiono troppo ‘moderni’, il quadro della situazione
femminile a fine ‘700 è molto interessante. Veniamo a sapere, per esempio, che
era compito della levatrice far dire alla partoriente, se non era sposata, chi
fosse il padre del bambino in modo che questi si facesse carico del
mantenimento, molti erano i matrimoni riparatori e, quanto ai processi per
violenza carnale, quasi sempre le sentenze scagionavano gli uomini (ce ne
stupiamo? A distanza di più di due secoli le cose non sono cambiate molto).













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