domenica 26 luglio 2026

Paolo Malaguti, “Fumana” ed. 2026

                                                            Casa Nostra. Qui Italia


Paolo Malaguti, “Fumana”

Ed. Einaudi, pagg. 360, Euro 19,00

 

1587-1589. Processo alle streghe di Triora, un paesino dell’entroterra ligure.

1581-1631. Processi alle streghe a Treviri, a Fulda, a Bamberg in Germania.

1692-1693. Processi per stregoneria a Salem nel Massachussetts.


Disseminati dappertutto ci sono ponti delle streghe- un esempio è quello che unisce le due torri della chiesa di santa Maddalena a Breslavia. É facile capire come fossero luoghi di punizione delle donne.

    Cambia lo sfondo storico, ma chi erano queste streghe da una parte all’altra dell’Oceano, dal sud al nord dell’Europa? Per lo più erano donne che non si conformavano all’immagine corrente della donna e di quello che ci si aspettava da lei- che fosse bella, che tacesse, che stesse a casa, come viene detto, in dialetto colorito nel romanzo di Paolo Malaguti ambientato nella bassa pianura vicino a Rovigo. Quasi tutte le streghe conoscevano le proprietà delle erbe che raccoglievano e usavano a scopo terapeutico- da lì ad essere accusate di usarle anche a scopo malvagio, il passo era breve.


     “Fumana” inizia nel novembre del 1882 con la piena dell’Adige, quando le acque sommersero l‘intero Polesine. E una bimba venne alla luce proprio nell’infuriare delle acque. La madre morì , il padre se la diede a gambe, la donna che l’aveva fatta nascere la affidò al nonno, un pescatore ruvido e solitario. Lo chiamavano Petrolio perché in pratica era l’unica parola che gli sentivano pronunciare, quando andava a comprarlo. E la bambina era conosciuta come Fumana, cioè ‘nebbia’, perché era lunga la stagione della nebbia su quei terreni acquitrinosi, perché era la nebbia che li caratterizzava, perché lei, fin da piccola, si muoveva a suo agio tra quelle che parevano nuvole che toccavano la terra.

     Quello che unisce il vecchio e la bambina è un legame dolcissimo, lui la porta con sé sul sandolo, le regala una fiocina della misura che vada bene per lei, le insegna a pescare.


Sono sempre insieme, Petrolio e Fumana, parlano poco tra di loro ma le parole non sono necessarie. Quando Fumana diventa donna, inizia un nuovo capitolo della sua vita. Il nonno le regala la sua prima gonna a sostituire i pantaloni di fustagno che le aveva adattato, capisce che Fumana ha bisogno di una presenza femminile e la affida a Lena, la donna che l’ha fatta venire al mondo, quella che tutti chiamano ‘la strigossa’. Perché Lena è la figura del medico che non c’è in quei territori, Lena fa nascere i bambini, cura con le erbe, ma anche con l’imposizione delle mani, ‘segnando’ la parte ammalata. Ci sono delle parole che vengono tramandate a chi è predestinato a quel ruolo- e Fumana lo è, perché è nata con la camicia, è uno di quei casi rari in cui il neonato nasce ancora avvolto nel sacco amniotico. La gente del popolo le chiama streghe, e tuttavia ricorre a loro per farsi curare. Lena, e poi Fumana con lei, non vogliono essere pagate, la loro ricompensa è per lo più in natura. Le loro cure sono molto spesso efficaci- suggestione? un fluido che passa da chi cura a chi è ammalato tramite le mani? Di certo le erbe giuste possono fare molto in alcuni casi e, quando non possono fare niente, le due donne lo dicono apertamente.

     La vita di queste donne, che si sentono chiamate a svolgere un ruolo che è a servizio del prossimo, non è facile. Essere strigosse significa sopportare di essere additate, essere guardate con malanimo se il loro rapporto fuoriesce da quello di curatrici. Così, quando Fumana si innamora, quando, per vincere l’opposizione della famiglia del ragazzo, fanno insieme la fuitina- possiamo aspettarci che vada tutto bene?

    La bambina Fumana è cresciuta, senza neppure sapere di essere bella, la giovane donna Fumana è indipendente, sa quello che vuole, non si sottomette a nessuno. Ha sofferto, ha visto altri soffrire, è passata attraverso due guerre, ha perso le persone che le erano care, ha preso con sé, crescendola come la figlia che non ha mai avuto, una piccola orfana- ha ripagato il bene che era stato fatto a lei. E non ha mai negato il suo aiuto a nessuno.


    Se Fumana è la protagonista intrigante del romanzo di Malaguti, se è l’immagine della donna che è consapevole della sua forza e procede impavida nella vita senza temere la solitudine, c’è tuttavia un altro protagonista dal fascino evanescente- la bassa pianura padana con il suo gorgoglio di acque, il gracidare delle rane, i salici, le piante acquatiche e la nebbia, la fumana, la nebbia che sfuma i contorni della realtà rendendola accettabile anche quando è irta di pericoli.     



giovedì 23 luglio 2026

Kiran Desai, “La solitudine di Sonia e Sunny” ed. 2026

                                                         Voci da mondi diversi. India

          love story

Kiran Desai, “La solitudine di Sonia e Sunny”

Ed. Adelphi, trad. G. Oneto, pagg. 762, Euro 23,75

 

    Finalmente è tornata Kiran Desai, dopo quasi vent’anni di silenzio- era il 2007 quando fu pubblicato il suo primo romanzo, “Eredi della sconfitta”. Ed è un ritorno grandioso, con un libro che è una storia d’amore fra un ragazzo e una ragazza indiani, ma è anche una storia d’amore conflittuale per la propria terra d’origine da cui ci si vorrebbe allontanare e che, tuttavia, ci tiene legati, di amore per la famiglia di cui si vedono le arretratezze e i difetti ma che, ancora, ci imprigiona con il suo affetto.

    Sonia e Sunny sono i due protagonisti, ci vorrà parecchio tempo, però, prima del loro incontro che forse è proprio voluto dal destino. Perché entrambi vivono negli Stati Uniti, entrambi appartengono a famiglie la cui ambizione era di mandare i figli a studiare all’estero, entrambi cercano di adattarsi, entrambi credono di aver trovato l’amore in un’altra persona che non appartiene al loro mondo. Sonia si innamora di un pittore strambo, narcisista ed egocentrico. Si sentiva terribilmente sola, nel college nel Vermont, prima di incontrare lui, sognava di diventare una scrittrice e poi  rimane schiacciata da quell’amore tossico. Sunny vive a New York, è un giornalista alle prime armi, ha una ragazza bionda e diafana che è il suo esatto opposto. Naturalmente non ha mai parlato di questa ragazza alla madre possessiva e gelosa che vive in India.


    In teoria la storia d’amore tra Sonia e Sunny sarebbe potuta iniziare molto tempo prima, quando le loro famiglie, in India, avevano cercato di organizzare un incontro per un matrimonio combinato. Quanto si era vergognata Sonia! Un matrimonio combinato di questi tempi…Eppure l’amico di Sunny, studente di medicina negli Stati Uniti, proprio perché soffriva anche lui di solitudine, era tornato in India per sposare una ragazza che non aveva mai visto prima. E comunque sarà il destino a decidere per Sonia e Sunny, si incontreranno su un treno e poi si rivedranno nella casa dei nonni perché sono le coincidenze a decidere per loro. Si ameranno, saranno felici, si lasceranno, si incontreranno di nuovo- è l’amuleto tibetano che il pittore folle aveva sottratto a Sonia e che è stato ritrovato da Sunny che è artefice del loro destino insieme?

   C’è l’India moderna nel romanzo di Kiran Desai. C’è, nei due protagonisti, la sensazione di non sapere dove collocarsi, di sentirsi divisi tra una nuova cultura e nuove idee e il retaggio affettivo e culturale del paese da cui provengono, dove ci sono le loro radici, dove vivono le loro famiglie.

Goa

     Questo è un riassunto stringato del contenuto del romanzo che, invece, è ricchissimo di altre storie minori, di altri personaggi che aggiungono qualcosa alle vicende di Sonia e Sunny, che ci fanno capire quanto sia difficile il loro distacco da questo mondo, è ricco di luoghi che spaziano da New York a Goa, dalle alture vicino all’Himalaya al Messico, di colori, di leggende. È anche ricchissimo di parole, “La solitudine di Sonia e Sunny”- lo stile di Kiran Desai è superbo, musicale, immaginifico. Tuttavia, se si può fare un appunto, c’è forse troppo in questo romanzo- le prime trecento, quattrocento pagine sono travolgenti, entusiasmanti, poi cala l’attenzione alla lettura e inizia una certa qual stanchezza prima di risollevarsi nella svolta finale che attendevamo, che speravamo di leggere. E se nel personaggio del pittore narcisista c'è qualcosa di Ohran Pamuk, che è stato a lungo il compagno di Kiran Desai, ebbene, è stata una fortuna per la scrittrice se la loro storia è finita.



mercoledì 15 luglio 2026

Francesca Giannone, “Gli anni in bianco e nero” ed. 2026

                                                                         Casa nostra. Qui Italia

 


Francesca Giannone, “Gli anni in bianco e nero”

Ed. Nord, pagg. 416, Euro 19,00

 

     Anni ‘60. Un paese vicino a Lecce. Le sorelle Elia- Maria, Giovanna, Ada, Domenica (la piccola di casa, chiamata Mimì). La mamma fa la sarta, Maria e Giovanna la aiutano, Ada lavora nel tabacchificio e Mimì studia, frequenta il liceo classico, è bravissima. Il padre è un ‘padre padrone’, un despota che tutte temono, che la moglie tende a giustificare dicendo che non era così, prima di combattere in Russia.

   É Mimì a raccontare che cosa significa essere donna in quel decennio di grandi cambiamenti, in un paese del Sud. Studiare è un privilegio per chi, come lei, ha un padre che fa il messo comunale- le compagne la trattano con un certo disprezzo, per rivalsa i suoi risultati scolastici sono eccellenti, l’unico che timidamente si avvicina a lei e diventa suo amico è Vincenzo. Deve essere ricco, Vincenzo, se le regala un proiettore dopo aver scoperto la passione di Mimì per il cinema. Perché Mimì, di nascosto dal padre e con la complicità dell’uomo che proietta le pellicole, è riuscita a vedere i film sullo schermo del cinema Apollo fin da quando era bambina. Mimì è affascinata dal cinema, insieme a Vincenzo guarderà film e ne discuterà con lui- Fellini è il suo regista preferito. Mimì non ha dubbi: farà la regista, dopo Lina Wertmüller, lei sarà la seconda donna regista italiana.


    La piccola vita di quattro sorelle- e noi pensiamo a “Piccole donne” di Louisa May Alcott, c’è qualcosa di Meg nella tranquilla quotidianità di Maria che sposa un uomo che la adora, lei forse non è innamorata ma le pare di trovare se stessa con lui (avrà dei ripensamenti più tardi, ma non uscirà dal sentiero tracciato per lei), Giovanna invece ha qualcosa dell’irruenza di Jo. Giovanna non si lascia sottomettere dal padre, fugge di casa per stare insieme al ragazzo che ama- e qui si apre uno scorcio sulla politica di quegli anni, sulle lotte tra comunisti e democristiani. Per il padre, Giovanna è morta- vivere con un uomo, comunista per giunta, senza essere sposata! Ad Ada, la timida Ada di cui neppure Mimì aveva capito la natura dello stretto legame con l’amica Sara, andrà di gran lunga peggio, la punizione del padre sarà terribilmente crudele.

    Ha una costruzione particolare, il romanzo di Francesca Giannone. É come se scorresse su un doppio binario, quello dei film proiettati all’Apollo, titoli che hanno segnato un’epoca, mentre nella piccola sartoria è la moda che segnala l‘avanzare del tempo (che scalpore, la minigonna di Mary Quant!), e quello del terzo occhio di Mimì, la sua cinepresa che ritrae le irrequietudini del suo tempo, gli scioperi, le proteste degli studenti con l’incalzare del ‘68, mentre le canzoni dei Beatles fanno da colonna sonora.


C’è altro ancora, ne “Gli anni in bianco e nero” il cui titolo fa pensare non solo alle pellicole cinematografiche ma anche ad anni che dovevano ancora vedere l’esplosione di colori di una società in forte ripresa dopo essersi lasciata la guerra alle spalle. In un mondo che cambia, le ‘piccole donne’ Elia ben rappresentano l’evoluzione femminile- tutte e quattro, chi di nascosto, chi apertamente, si ribellano all’egemonia paterna, il modello di vita felice per la donna non è più quello confinato alla cucina e alla casa, la donna deve lavorare per essere indipendente, si parla di divorzio (perfino la mamma, di un’altra generazione, non esclude di divorziare da un uomo che non rispetta più), si parla di aborto, ci si ribella alla legge che vede solo la donna perseguibile per adulterio.

E la piccola Mimì dispiega le sue ali per volare in alto- da quel piccolo paese del Salento andrà a Roma e frequenterà la scuola del cinema.    



  

mercoledì 8 luglio 2026

Jonas Hassen Khemiri, “Le sorelle” ed. 2026

                                                      vento del Nord

         storia di famiglia

Jonas Hassen Khemiri, “Le sorelle”

Ed. Einaudi, trad. Katia De Marco, pagg. 656, Euro 22,80

 

    Ina. Evelyn. Anastasia. Le sorelle Mikkola. Non le dimenticheremo facilmente. Come non le ha mai dimenticate, da quando per la prima volta Jonas, alter ego dello scrittore che ha il suo stesso nome, ne aveva sentito parlare dai suoi genitori e lui era solo un bambino. Il cognome, per prima cosa, lo intrigava. Non sembrava svedese. Poi quello che sentiva dire di loro. Il padre era morto, la madre pareva non fosse capace di vivere a lungo nello stesso posto (più tardi, da loro, aveva saputo che c’era una ‘maledizione’ che le inseguiva), vendeva tappeti (mentendo sulla loro provenienza e assicurando che avrebbe inoltrato ai compratori il certificato di garanzia- certificato che non arrivava mai). Soprattutto lo attirava una certa affinità con loro- le sorelle Mikkola erano in tre, Jonas aveva due fratelli, tre anche loro, quindi; loro erano figlie di uno svedese e una tunisina, lui di un tunisino e di una svedese. E nessuno di loro sapeva parlare arabo (le sorelle Mikkola parlavano inglese tra di loro). Più tardi sia Anastasia sia Jonas avrebbero usufruito di una borsa di studio per andare a studiare l’arabo in Tunisia. Lo incuriosiva anche la diversità delle sorelle Mikkola. Ina, altissima, giocatrice di basket, organizzata, rigorosa, razionale. Evelyn, l’affascinante Evelyn di cui Jonas sarà sempre un poco innamorato, capace di raccontare la storia più banale come se fosse qualcosa di straordinario. Anastasia, la più volubile, la più ‘incasinata’, che aveva passato un periodo in cui si drogava, che beveva.


    “Le sorelle” è un romanzo senza trama che segue, alternandoli, due filoni- uno ha per protagoniste le sorelle Mikkola  ed è scritto dal punto di vista di un narratore onnisciente, nell’altro la voce è quella di Jonas ed è lui che, nello stesso tempo, ci parla delle tre sorelle e di se stesso e della sua famiglia. Il tempo della narrazione inizia nel 1993, quando le tre sorelle vanno insieme ad un party di fine anno. e termina nel 2035 con quella che è anche la fine della maledizione di cui la madre delle Mikkola aveva sempre parlato.

    C’è di tutto, in questa doppia narrazione, ognuna delle sorelle incontra qualcuno di cui si innamora (e può essere un uomo o una donna), è stanca del lavoro che sta facendo, coltiva ambizioni, va a trovare la madre con cui hanno tutte un rapporto difficile. E, per quanto ci siano incomprensioni e litigi, il loro legame resta un punto saldo, qualcosa su cui possono fare affidamento ed è una cosa bellissima- qualunque cosa accada, ognuna di loro sa che può contare sull’aiuto delle sorelle. E le prime 200 pagine del romanzo ci travolgono, sono vivaci con la vivacità di Ina, Evelyn e Anastasia, ci fanno innamorare di loro.


    La seconda narrativa ci offre un altro- e doppio- punto di vista. Perché Jonas parla di se stesso E delle sorelle Mikkola, viste in un tempo precedente a quel 1993, quando erano poco più che bambine. Ritroviamo nel racconto di Jonas episodi e dettagli di cui avevamo già letto in uno dei suoi libri precedenti, “Montecore”, e anche ne “La clausola del padre”. Se la madre era stata il personaggio ‘portante’ per le sorelle, il padre lo è per Jonas. È una figura gigantesca che il ragazzo ammira e che però scompare, torna in Tunisia, ogni tanto riappare, poi scompare definitivamente e la madre chiede il divorzio. In questo filone la narrativa autobiografica, la storia della famiglia Khemiri, la genesi dei romanzi di Jonas, l’incontro con la futura moglie e la nascita dei bambini, si mescola a quella delle sorelle, con il dubbio mai risolto se una di loro (Evelyn?) fosse in realtà una sorellastra di Jonas.

   Al di là di tutte le storie che leggiamo, di tutti (tanti, troppi?) i personaggi che incontriamo, c’è, nel romanzo, un’esplorazione di quella affinità di base di cui abbiamo detto, dell’interrogarsi sulla propria appartenenza, del sentirsi estranei in un paese di persone con i capelli biondi e altrettanto estranei al di là del mare, in un paese che è impossibile, ormai, riconoscere come il proprio. E poi c’è l’ambizione, l’aggrapparsi ai sogni per realizzare ciò che si vuole nella vita, la forza dei legami famigliari.



  

   

mercoledì 1 luglio 2026

Sergej Dovlatov, “Straniera” ed. 2026

                                                            Voci da mondi diversi. Russia



Sergej Dovlatov, “Straniera”

Ed. Sellerio, trad. Laura Salmon, pagg. 252, Euro 12,00

 

  Nel nostro quartiere è accaduta questa storia. Marusja Tatarovič ha ceduto e si è innamorata del sudamericano Rafael.

   Questo è l’inizio del breve romanzo di Sergej Dovlatov (1941-1990), lo scrittore russo che emigrò nel 1978 negli Stati Uniti. E nello stesso tempo è anche un anticipo della fine, perché la storia di Marusja inizia prima, a Leningrado dove lei, appartenente ad una famiglia benestante, figlia di due papaveri della Nomenklatura, viveva prima di trasferirsi in America.

   Marusja Tatarovič è il personaggio principale, c’è poi lo stesso scrittore che compare, con il suo proprio nome, come fosse un altro personaggio insieme ad una miriade di comparse minori. Perché- è veramente Marusja la protagonista di “Straniera”? o non la è piuttosto l’intera Centottava Strada di New York, una sorta di Little Russia? Da noi ci sono negozi russi, asili, fotografi e parrucchieri russi. Abbiamo avvocati russi, scrittori, medici e agenti immobiliari russi. Abbiamo gangster russi e prostitute russe. Manca forse qualcosa o qualcuno? Ah, sì, Abbiamo persino un suonatore cieco russo.

   Nella Centottava Strada non si sente nostalgia della Russia, perché si parla russo. E in definitiva non sono loro ad essere ‘stranieri’, sono gli americani ad essere stranieri nella Centottava Strada.


   Marusja, bella, vivace, colta, era emigrata, come diceva lei stessa, per stupidità. Aveva alle spalle due matrimoni falliti, da un marito aveva avuto un bambino, a New York era ospite di una famiglia di amici, aveva provato parecchi lavori, aveva avuto una serie di corteggiatori. Finché il sudamericano Rafael (il suo nome in realtà era lunghissimo) era entrato nella sua vita. Era un uomo rozzo e violento ma capace di tenerezza con il suo bambino, quello tra di loro era un amore improbabile che, in qualche maniera, funzionava. È vero che, ad un certo punto, Marusja era stata tentata di ritornare a Leningrado, senza neppure capire i sottintesi dell’interrogatorio che le avevano fatto all’Ambasciata russa, sottovalutando il pericolo di essere rinchiusa alla Lubianka come spia. Non era partita, aveva finito per sposare Rafael.


   Non succede molto, in “Straniera”. La narrativa procede veloce, si sorride molto nel leggere quei bozzetti di vita quotidiana nella Piccola Russia, si ride delle incomprensioni linguistiche di Marusja, si ride con ancora più gusto quando, come in un film comico, dapprima pensiamo che Rafael sia un bruto per aver picchiato Marusja e poi scopriamo che è lui ad avere avuto la peggio, ci divertiamo quando entra in scena il pappagallo Lolo e Marusja si dispera quando Lollo fugge (Rafael allerta una ricerca con l’altoparlante).

Il tono è sempre leggero, ironico, divertito, l’ottimismo non si lascia scoraggiare dalle difficoltà ed è una New York diversa quella che vediamo, oppure è la New York del sogno degli emigranti, una città che attrae e che, nello stesso tempo, fa paura.



   

 

 

 

 

mercoledì 24 giugno 2026

Garance Solveg, “I ciliegi fioriscono anche di notte” ed. 2026

                                                            Voci da mondi diversi. Francia

la Storia nel romanzo

Garance Solveg, “I ciliegi fioriscono anche di notte”

Ed. Astoria, trad. Claudine Turla, pagg. 368, Euro 18,05

 

   Harbin, Cina. 1944.

   Kyoto, Giappone. 1993.

   Hiromi Takeshi.

   Yuna Takeshi.

   Due filoni narrativi, in due tempi diversi ma le conseguenze di quello che accadde nel primo si riverseranno pesantemente su quanto accade nel secondo. Due donne che impariamo ad amare, con lo stesso cognome- Hiromi era stata la prima moglie del generale Hajime Takeshi, Yuna era la figlia che il generale aveva avuto dalla seconda moglie. Hajime Takeshi aveva il grado di generale durante la seconda guerra mondiale, ma era anche un medico ematologo e sarebbe diventato famoso nel suo campo. Per emulazione, per guadagnarsi l’affetto e la stima del padre, sua figlia Yuna aveva seguito le sue orme, specializzata nel trapianto di midollo per gli ammalati di leucemia. E Hiromi, Hiromi era morta, il suo ricordo era così doloroso per il marito che non ne voleva parlare.

Harbin

   Nel 1944 Harbin era la città principale del Manchukuò, lo stato fantoccio istituito dall’impero giapponese nel 1932 in collaborazione con gli ufficiali della deposta dinastia Qing. Hiromi era giovane, idealista, credeva veramente che il Giappone avrebbe favorito l’integrazione delle diverse etnie, che si sarebbe aperta una nuova era per l’Asia, libera dai colonizzatori europei. Era innamorata del marito, lo stimava molto, l’addolorava non riuscire a dargli un figlio. Ed era appassionata del suo lavoro come giornalista. Poi si era innamorata di un altro uomo, anche se mai avrebbe tradito il marito. E aveva aperto gli occhi sulla crudeltà con cui i giapponesi trattavano i prigionieri cinesi. Fino alla rivelazione terribile di quanto accadeva dietro la mura di quella che sembrava una cittadella fortificata, a Pingfang, di che cosa esattamente si occupasse suo marito, quell’uomo che sapeva essere così tenero con lei.

Pingfang

    Kyoto, 1993. Quando Yuna vede la prima paziente della giornata ad entrare nel suo studio medico, è scioccata. È sua sorella Ama che non vede da quando, dopo un litigio, se ne era andata via da casa- e allora Ama aveva diciotto anni. Adesso le resta poco da vivere se non si trova un donatore per un trapianto di midollo. È così che Yuna, pronta ad aiutare la sorella, scopre di non essere compatibile- Ama è stata adottata. Ma chi è Ama, in realtà? Di chi è figlia? È vero che il loro padre l’ha ‘raccolta’ per strada, abbandonata forse dai genitori in fuga dall’avanzare dell’Armata Rossa, dopo la sconfitta del Giappone e la resa incondizionata dell’Imperatore?

    Le due narrative, una che procede in avanti nel tempo e una che ripercorre quel tempo a ritroso, una che ci racconta una verità terribile e una che cerca quella verità, finiscono per far luce su quella che si può definire ‘la Auschwitz nascosta, la Auschwitz del Giappone’, l’Unità 731, l’unità segreta di ricerca biologica e chimica dell’Esercito Imperiale giapponese, attiva fra il 1936 e il 1945.


La sede era a Pingfang ed era guidata dal generale Shiro Ishii che conduceva spietati esperimenti su prigionieri umani, chiamati ‘maruta’, tronchi. Anche i giapponesi cercarono di distruggere quanto più possibile le testimonianze dell’orrore, proprio come fecero i nazisti nei campi di concentramento. E il processo di Tokyo, tra il 1946 e il 1948, non fece giustizia- ai medici responsabili degli esperimenti, primo fra tutti Shiro Ishii, fu concessa l’immunità dagli Stati Uniti in cambio dei risultati dei loro esperimenti.

    Garance Solveg è riuscita a scrivere un libro che ci tiene inchiodati alle sue pagine, perché, anche se avevamo letto dell’Unità 731, non ne conoscevamo l’intera storia e- questa è la grande prerogativa del romanzo- non c’è maniera migliore per avvicinare la Storia ad un vasto pubblico che intrecciare la realtà con l’invenzione, mescolare personaggi fittizi con altri veramente esistiti.



giovedì 18 giugno 2026

Ian Manook, “Il canto di Haïganouch” ed. 2026

                                                             Voci da mondi diversi. Francia

                saga

Ian Manook, “Il canto di Haïganouch”

Ed. Fazi, trad. Maurizio Ferrara, pagg. 360, Euro 19,00

    È il 1947 all’inizio de “Il canto di Haïganouch”, il seguito della saga incominciata con “L’uccello blu di Erzerum”, la storia romanzata della  famiglia dello scrittore e la Storia del popolo armeno. Nel libro precedente avevamo letto l’epopea armena, il genocidio perpetrato dai turchi, la tragica e commovente storia delle due sorelline, Araxie e  Haïganouch, salvate durante la marcia nel deserto, vendute ad un medico come schiave per sua figlia e, però, salvate in questa maniera da morte certa.

Araxie, insieme ad Assine, quella che era la padroncina sua e della sorella, è riuscita ad arrivare in Francia. Vive a Marsiglia insieme al marito Agop e ad Assine (che ha preso il nome di Haïganouch dopo la scomparsa di questa) e a suo marito. Potrebbero essere felici, ma Agop decide di partire sul Rossia, il piroscafo russo che porterà lui ed altri armeni verso la nuova Armenia promessa dall’Unione Sovietica. Poco giova che Araxie e l’amico, marito di Haïganouch, cerchino di dissuaderlo.


Lui crede nel sogno comunista, crede in una società più giusta creata dagli ideali comunisti, è sicuro che in un paio di mesi la moglie e i figli potranno raggiungerlo. Bastano pochi giorni per aprirgli gli occhi, basta quella navigazione su una nave affollatissima che sembra una di quelle per la tratta degli schiavi, è sufficiente il sospetto che nasce in lui quando i loro documenti vengono requisiti. E, da subito dopo l’arrivo in una Erevan che non riconosce, Agop incomincerà a pensare ad una fuga. Riuscirà a fuggire, sì, aiutato dal movimento armeno, ma sarà un fallimento. Finirà in un gulag ad Irkutsk dove la temperatura poteva arrivare a 40 sotto zero.

   Agop non lo può sapere, ma in quegli anni durissimi in cui lotta per sopravvivere, non è molto lontano da Haïganouch, la sorellina perduta che aveva perso la vista in un lontano giorno di violenza e che non aveva potuto vedere che suo marito era stato ucciso davanti a lei. Anche quella di Haïganouch è una storia di dolore sotto il tallone della tirannide sovietica. Anche lei prova il tormento della separazione da un figlio di cui non sa nulla. Eppure sia Agop sia Haïganouch hanno una forza interiore che li porta a non arrendersi, a cogliere qualunque cosa di positivo affiori sul loro cammino.

Irkutsk oggi

    Un filone della vicenda segue Agop e Haïganouch in Siberia (Haïganouch diventerà una famosa pianista, sarà la musica a tenerla in vita) dove gli anni passano gelidamente lenti e in apparenza senza speranza, un altro filone sembra un’oasi di pace in Francia- i figli crescono, si sposano, non si smette mai di pensare ai due assenti. Riusciranno a rivedersi? Ci sarà un accordo politico per permettere ai francesi ‘prigionieri’ in Armenia (Agop è riuscito a tornarci) di rivedere la Francia?

    Romanzo storico, romanzo d’avventura, ricco di storie e di personaggi, e tuttavia è come se avesse qualcosa di forzato, è meno avvincente del primo libro della saga.