domenica 20 settembre 2026

INTERVISTA A LOUISA YOUNG, autrice di "Le ore d'oro" - 15.09.2026

INTERVISTA A LOUISA YOUNG

    Soltanto lei poteva cimentarsi nell’impresa di dare un seguito alla saga dei Cazalet tanto amata da lettrici e lettori. Perché Elizabeth Jane Howard è ‘zia Jane’ per Louisa Young, una zia d’acquisto, la moglie del fratello di suo padre.

    Sa parlare anche in italiano, Louisa Young, e sembra che si diverta a mettersi alla prova. Le chiediamo come mai sa parlarlo. Ci dice che, quando era piccola, i suoi genitori vivevano a Roma e a lei piaceva moltissimo l’Italia. Avrebbe voluto avere i capelli neri e ricci, gli occhi scuri e profondi, la pelle ambrata…

    Le piace parlare, comunque, e si presta volentieri a rispondere alle domande che le vengono rivolte da me e dalle altre giornaliste presenti all’incontro.

    Noi lettori della saga dei Cazalet ci siamo sentiti orfani quando abbiamo terminato il quinto volume di Elizabeth Jane Howard. Ha provato anche Lei il nostro desiderio di sapere che cosa riservava il futuro ai personaggi che erano diventati nostri amici? E c’era un personaggio in particolare a cui si era affezionata e di cui voleva continuare la storia?

     Un personaggio che amo è Clary che mi assomiglia, poi amo Polly, mi piace la madre di Gerald e mi piace Louise che non aveva studiato ma che era così intelligente senza saperlo.

   Sì, desideravo sapere che cosa riservava la vita ai Cazalet, anche se lo scrittore deve avere rispetto per i suoi personaggi, in fin dei conti lo scrittore è un po’ come Dio, può dare la vita e la morte…

Ha sentito la responsabilità di continuare questa storia?

    Sì. Mi sono chiesta, ‘chi sono io per continuare?’, però ho anche pensato, ‘sarebbe divertente’. Ho iniziato a parlarne con la mia agente, con mia figlia, con il mio editor in Inghilterra, con l’editor della Fazi, e tutti mi hanno detto, ‘è un’ottima idea!’.

Quale è stata la parte più difficile? C’erano tanti personaggi, tanti fili da gestire…

   La parte più difficile è stato proprio il peso della responsabilità. Sapevo che tanti amavano i Cazalet, io per prima. Ma io stessa mi ritrovavo dentro il libro. Jane era sposata con il fratello di mio padre e io ho riconosciuto lo zio Peter nel marito di Louise, così come ho riconosciuto mio padre in Hugh. Nel libro ho trovato quello che i miei genitori avrebbero fatto quando avevano vent’anni. Il luogo, poi, è West London dove ho passato la mia vita. E io mi sono lanciata in questo mondo.

Jane Howard

Nel suo libro c’è come un passaggio del testimone, dai tre fratelli che dominano la narrativa di Elizabeth Jane, alle tre giovani donne. Che cosa simboleggia questo passaggio?

    Credo che gli anni ‘60 siano stati difficili per le donne che hanno 40 anni. Negli anni ‘60 le ragazze più giovani possono fare di tutto, era molto diverso da quello che avevano potuto fare Louise, Clary, Polly. Dovevano invidiare le ragazze giovani, loro che non avevano neppure potuto frequentare una scuola. Adesso c’erano meravigliose opportunità, c’era perfino la pillola che dava via libera al sesso. La generazione dei maschi se la cavava peggio. Alcuni restano sullo sfondo, altri convivono con i fantasmi del passato. I tre uomini Cazalet sapevano quello che ci si aspettava da loro. Che lavorassero nell’azienda del legname di famiglia. Ora le aspettative sono cambiate. Quando perdono la sicurezza dell’attività di famiglia, per loro è anche una liberazione. Simon ha una vita più tranquilla, pur con le difficoltà del suo essere gay. Altri personaggi maschili non sono molto interessanti, per questo li ho allontanati. Però forse li farò ritornare, forse diventeranno interessanti…

Rupert è il fratello minore che ha combattuto nella seconda guerra mondiale. La guerra lo segue nel cuore e nella testa. Incarna gli orrori del ‘900 e ha un ruolo fondamentale. Quando ha capito che per raccontare il futuro doveva tornare nel passato?

    Perché l’onda della guerra continua, lascia cicatrici fisiche e psicologiche- pensiamo solo a quanti reduci dal Vietnam si sono suicidati o hanno avuto la vita distrutta dalla droga o dall’alcol. Ha anche un effetto sulla moglie e sui figli che devono vivere con gli uomini che hanno queste cicatrici. Rupert non sa mai decidere, è legato ad un altrove.

Era un filone che richiedeva di essere sviluppato maggiormente. E ci sono Cazalet che non abbiamo ancora incontrato…

dal film

I confini tra le classi sociali si confondono, ne è una prova l’amichetta di Buttercup, la bambina di colore Omola Omole. Come è stato rompere questa bolla?

    Osservo i personaggi, come si muovono. La famiglia ha perso i soldi, ormai non tutti possono andare ad una scuola privata, non ci sono più le governanti che danno una prima scolarizzazione, alcuni vanno ad una scuola locale.

Quando andavo a scuola io, nella West London, nel 1965 c’erano 600 studenti e parlavano 86 lingue diverse. Omola fu la mia prima amica. Era nigeriana. Io sono Buttercup. Non l’ho più vista da allora. Volevo mettere Lola nel romanzo, voglio che qualcuno legga il libro e glielo faccia notare, ‘Lola, questa sei tu!’.

La scrittura. Come ha potuto continuare la scrittura di un’altra persona? Come raccontare qualcosa di nuovo così in armonia con chi l’aveva preceduta?

   Ammiro la scrittura di mia zia Jane. Ammiro la scuola di scrittrici degli anni ‘40, ‘50, ‘60, tutte sottostimate. Mi trovo ancora nella loro scrittura. Ho riletto 5 volte i Cazalet, mi sono imbevuta dello stile e della voce, non per copiarla ma per sviluppare la voce seguendo i tempi. Volevo seguire questo cambiamento come si sviluppa nella storia dentro la Storia.

Ci può raccontare un aneddoto su Elizabeth Jane Howard?

  Una volta venne a casa nostra con il marito Kingsley Amis che allora era molto famoso. Non piaceva a nessuno in famiglia, era sempre ubriaco. Quella volta Jane aveva con sé il suo romanzo che era appena stato pubblicato. C’era un altro ospite e, mentre zia Jane mostrava il suo libro, questi si avvicinò a Kingsley Amis porgendogli una copia di un suo libro per farselo firmare- ed era un libro pubblicato 5 anni prima! Mia mamma era furente per questa mancanza di riguardo verso zia Jane.


La casa. Fakenham House. Ho pensato a tutte le case dei romanzi inglesi, Thornfield Hall, Wuthering Heights, Manderley, Howards End, Darlington Hall, per citarne alcune. Fakenham House mi ha affascinato, sembra uscire da un quadro di Escher. Mi sono chiesta se, con il suo disordine architettonico, con la varietà di stili, fosse una metafora per questa famiglia con secondi matrimoni, figli di primo letto, rapporti diversi.

    Jane l’avrebbe fatta così. La casa è importante nella letteratura inglese. Poi le cose sono cambiate. Dopo la guerra non c’erano più i soldi per mantenere questo genere di casa, non si poteva più avere servitori. La casa che descrivo è anche una metafora per il declino della famiglia.

Mi è parso geniale l’inizio, sospeso tra futuro e passato: veniamo introdotti alla piccola Buttercup che rappresenta il futuro dei Cazalet e, subito dopo, leggiamo della festa di Natale del 1962, a 4 anni di distanza dal Natale con cui si chiudeva l’ultimo romanzo, nel 1958, in un’altra casa.

   Io non ci avevo pensato, a dire il vero, ma mi è già stato fatto notare. Io ho ripescato un ricordo di me stessa bambina, caduta nella neve a testa in giù, con solo gli stivaletti in vista.

Jane pensava di aver finito con la saga? O è morta prima di scrivere un altro libro? e lei ha in mente tre libri?

    Jane pensava di aver finito e sì, ci saranno altri due libri, dopo “Le ore d’oro”. Ho già scritto il secondo ma devo ancora pensare al terzo.


sabato 19 settembre 2026

Louisa Young, “Le ore d’oro” Ed. 2026

             Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                                      saga


Louisa Young, “Le ore d’oro”

Ed. Fazi, trad. Manuela Francescon, pagg. 432, Euro 19,00

  Sentivamo la mancanza dei Cazalet. Mai ci saremmo aspettati di vivere di nuovo insieme a loro. E invece Louisa Young, nipote di Elizabeth Jane Howard, ha ripreso in mano le loro vite dando un seguito alla saga che abbiamo amato.

E diciamo anche subito la verità- diffidavamo, da sempre, di un’operazione del genere, quando uno scrittore ‘si appropria’ di personaggi non suoi. Invece…sono bastate poche pagine per ricreare l’atmosfera speciale, per catturare la nostra attenzione, per farci innamorare di nuovo dei Cazalet, per darci l’impressione che non si fossero mai allontanati

   L’ultimo libro, il quinto, della saga, “Tutto cambia” terminava con la festa di Natale del 1958, la Duchessa era morta, a poco più di dieci anni dalla fine della guerra un’epoca era finita, quello era l’ultimo Natale che la famiglia avrebbe passato a Home Place, la dimora avita che sarà sempre oggetto di rimpianto.


   “Le ore d’oro” inizia, significativamente, il giorno di Natale del 1962. La tradizione resta uguale, i Cazalet  si riuniscono  a Fakenham Hall, la grande, stravagante, gotica casa di Polly e Gerald. Ci sono tutti, genitori, cugini, fratelli e sorelle, coniugi, figli. Si fa un poco di fatica a ricordare chi è chi, chi è genitore, figlio, fratello o sorella di chi, e per fortuna ci sono un albero genealogico e uno specchietto iniziale per aiutarci. E poi ogni capitolo, a volte lungo, a volte breve o addirittura brevissimo, è intitolato con il nome del personaggio che diventa il punto di vista della narrazione. La vecchia guardia-  Hugh, Edward, Rupert e Rachel sono i testimoni del passato e faticano a stare al passo con i tempi. Ricordiamolo, iniziano i ‘swinging Sixties’- una musica nuova con i Beatles, una nuova moda con la magrissima modella Twiggy, nuovi comportamenti facilitati da quelle nuove sigarette così rilassanti e dall’aroma inconfondibile, nuova posizione della donna nel mondo del lavoro, nuova libertà di rapporti amorosi (chissà se Rachel sa che cosa significa ‘gay’ anche se lei aveva fatto coppia con l’amica carissima ormai morta).


Le tre cugine, Polly, Louise e Clary, ormai sulla soglia dei quarant’anni, sperimentano la difficoltà di conciliare il vecchio e il nuovo modello femminile. Ognuna di loro ha un’ambizione personale- saranno in grado i loro mariti di lasciarle libere di seguire la loro strada che non significa affatto disinteressarsi della famiglia? E poi ci sono i giovanissimi, quelli che non avevano ancora avuto una parte importante sulla scena e di cui la scrittrice ci aiuta a fare la conoscenza- Georgie che ha la passione per gli animali, il serioso Andrew, Juliet che è innamorata del fratellastro, Laura che non riesce a sottrarsi al fascino trasgressivo di Londra e infine la piccola deliziosa Buttercup, un ‘afterthought’, un ripensamento, la bimba arrivata a Clary quando ormai pensava non avrebbe avuto altri figli.

     Possiamo domandarci che cosa ci affascini tanto nella lettura delle vicende di questa famiglia. Ce lo siamo già chiesto quando abbiamo letto i cinque libri di Elizabeth Jane Howard e la risposta è la stessa- è la rara capacità delle due scrittrici di rendere straordinario quello che è ordinario, di spargere polvere di stelle sul quotidiano, di farci sentire in compagnia, meno soli, di riconoscere ora in uno ora in un altro personaggio un qualche nostro pensiero, un nostro sentimento, una nostra emozione. E va riconosciuto a Louisa Young il merito di non sembrare avere una voce non sua, una voce presa a prestito.

     Il finale…be’, il finale è degno dei finali di Dickens che, pubblicando i suoi libri a fascicoli, terminava ogni puntata tenendo il lettore con il fiato sospeso, a contare i giorni fino all’uscita seguente. Aspetteremo anche noi, perché abbiamo girato l’ultima pagina col batticuore per restare delusi scoprendo che “Le ore d’oro” terminava qui.


venerdì 18 settembre 2026

Artur Nuraj, “Dio non uccide” ED. 2026

                                                            Casa Nostra. Qui Italia

    cento sfumature di giallo

Artur Nuraj, “Dio non uccide”

Ed. Besa Muci, pagg. 408, Euro 20,00

   Un bambino in un museo. Guarda, affascinato, una yatagan. È una spada corta a lama ricurva usata nell’Impero ottomano dalla metà del XVI secolo alla fine del XIX secolo. Va ogni domenica, il bambino, in quel museo, accompagnato dal vecchio custode dell’orfanotrofio. Quando compirà trent’anni, il bambino diventato uomo di successo riceverà in regalo la yatagan dal vecchio- l’aveva comprata per lui con i soldi della buonuscita dopo essere andato in pensione. Da questo momento la yatagan accompagnerà sempre Mark Barleti, un’arma e un simbolo, una maniera di affrontare la vita secondo il codice d’onore albanese.


    Una decina di anni dopo Barleti arriva a New York. Al controllo dell’aeroporto gli ricordano che il suo visto scadrà tra un mese. Gli basterà per la missione che deve compiere e di cui noi apprendiamo i dettagli a poco a poco. Barleti vuole vendicarsi- aveva una moglie e un figlio, erano morti entrambi nell’attentato alla metropolitana di Mosca del 1999. E la trama del romanzo di Artur Nuraj, pubblicato per la prima volta vent’anni fa e rivisto dallo scrittore con alcune modifiche e con un nuovo titolo per questa pubblicazione, è tesa, tesissima, tra due micidiali attentati- quello nel cuore della Russia e l’altro, del 2001, nel cuore della Grande Mela. Con l’assillo del tempo che stringe, per la scadenza del visto e per un altro appuntamento personale di Mark di cui sapremo alla fine.

    Con il pretesto di un grosso ordine di armi e esplosivo Mark entra in contatto con la mafia ucraina (all’orecchio del lettore suonano cento campanelli di allarme) che lo porta ad avvicinare le cellule terroristiche islamiche. Mark Barleti ha fatto parte dell’Interpol e molte delle facce che incontra gli sono note- cambiano i nomi  ma il modus operandi è lo stesso. Ci sono molti punti oscuri- che fine ha fatto un suo ex collega che lavorava nella NSA, l’agenzia di spionaggio e sicurezza americana? La vedova dice che è morto, ma lei non crede affatto che sia stata una morte naturale come hanno voluto farle credere. E consegna a Mark un dischetto che il marito le ha affidato, certo che qualcuno sarebbe venuto a chiedere di lui. E chi è il misterioso ‘uomo del governo’ che spunta fuori da più parti? Un infiltrato? Una spia? Una talpa?


   C’è anche un incontro per certi versi rasserenante e per altri ulteriore fonte di preoccupazione- Natalia, l’amica di sua moglie, la ragazzina russa che faceva da baby-sitter al suo bambino, era lì, lavorava (e possiamo indovinare che cosa facesse) per il mafioso ucraino. Natalia era disposta a fare qualunque cosa per aiutare Mark, fino al punto di mettere in pericolo la sua stessa vita.

    “Dio non uccide” è un thriller di grande attualità, specialmente in questi giorni di settembre in cui tutti non possiamo fare a meno di ricordare il giorno che ha fatto crollare l’America, il gigante dai piedi di argilla, e la narrativa è incalzante e ha una forte tensione. È anche un thriller che invita alla riflessione, sullo stravolgimento dei messaggi delle religioni, sul senso della giustizia e su quello della vendetta. Un thriller con una trama tutt’altro che banale e che merita di essere letto.



 

 

martedì 1 settembre 2026

Açelya Yönaç, “La casa turca” ed. 20026

                                                      Voci da mondi diversi. Turchia


Açelya Yönaç, “La casa turca”

 Ed. Neri Pozza, trad     pagg. 208, Euro 18,05

 

   Una città, Istanbul. Anzi, due città, quella del passato e quella del presente. Oppure, quella sulla sponda europea e quella sulla sponda asiatica del Bosforo.

    Asena, la scrittrice che torna a Istanbul, la città in cui è nata ma in cui non ha mai veramente vissuto, per ritirare un premio.

    Azra, la giornalista che le rivolge le domande per un’intervista.

    Sono questi i personaggi principali del romanzo di Açelya Yönaç, nata in Turchia nel 1978 ma cresciuta tra Istanbul, Milano e New York, un romanzo che ci svela gli aspetti meno conosciuti di una città che ci ha sempre abbagliato con il suo fascino di città tra due mondi, tra due culture. Perché Asena non è tornata a Istanbul, dove non mette piede da venticinque anni, solo per ritirare il premio, ma per cercare il fratello, giornalista di cui si sono perse le tracce dopo una manifestazione a cui aveva preso parte. Asena sa che, dopo tutto questo tempo, suo fratello è certamente morto, ma come è morto? Dove? E dove è stato sepolto? Riuscirà a trovare la sua tomba?


   Asena e Azra, due donne nate nella stessa terra eppure così diverse. La prima con un nome che significa ‘lupa’ e richiama una leggenda simile alla nostra del futuro fondatore di Roma allattato da una lupa, e la seconda il cui nome significa ‘vergine’- il valore più importante per la donna turca. Asena è laica, Azra indossa l’hijab, Asena non è sposata e non lo ritiene necessario, Azra è abituata a servire padre e fratelli, accetta il ruolo della donna sottomessa agli uomini. Possiamo osservare un contrasto tra questa sottomissione e il lavoro di cui va orgogliosa, ma non c’è scampo- non sarà lei, nonostante tutti i suoi incontri con Asena, a coprire il servizio giornalistico della premiazione.

   Che cosa è rimasto della Istanbul del passato, quella di prima del terremoto, quella di quando Asena veniva dai nonni da bambina? Ben poco. La romantica riva del Bosforo è fitta di grattacieli, perfino la casa dei nonni non c’è più. Resta il melocotogno. Resta una gatta nera che appare e scompare lungo tutto il libro. Neppure le donne vestite alla moda occidentale ci sono più, portano tutte l’hijab o addirittura il burqa.

    Anche nella famiglia di Asena c’era lo stesso dualismo- dipendeva forse dal fatto che suo fratello aveva vissuto più a lungo a Istanbul se rifiutava di considerarsi un cittadino del paese che lo aveva accolto, se per lui la patria era il paese in cui sapevano pronunciare il suo nome? La vera patria, che è forse la lingua, o forse l’infanzia- recita l’esergo (una citazione da Sándor  Márai).


    Scrive lettere al fratello scomparso, Asena, e questa è una caratteristica del romanzo- il cambio di registri, l’alternarsi di voci narrative. Asena e i suoi pensieri mentre si aggira in città, mentre visita un cimitero dopo l’altro, le domande e risposte dell’intervista, le riflessioni di Azra e i suoi sentimenti contrastanti riguardo alla scrittrice, le lettere al fratello e i mini-racconti che Asena inserisce. Lei, che ha fatto rivivere donne ottomane del passato nei suoi romanzi, raccoglie storie di fanciulle nelle situazioni più diverse, specchio di una Turchia ancestrale e dei suoi valori basati sull’onore. Sono come brevissimi romanzi dentro il romanzo, come specchi che rivelano molteplici sfaccettature.

    “La casa turca” ha tutto il fascino dei libri che ci fanno scoprire altre realtà di cui la più importante, la più dolorosa è nella rivelazione finale del poeta gay sulla fine del fratello della scrittrice, che era suo amico.



 

 

 

 

 

lunedì 24 agosto 2026

Charlotte McConaghy, “Nero come il mare” ed. 2026

                                                        Voci da mondi diversi. Australia

thriller psicologico

Charlotte McConaghy, “Nero come il mare”

Ed. Fazi, pagg. 360, Euro 18,05

 

   Shearwater, un’isola vicino all’Antartide dove vengono custoditi milioni di semi per poter ricominciare da capo se il mondo che conosciamo verrà a una fine.

   I Salt, una famiglia che ha scelto di vivere sull’isola. Sono un padre, Dominic, e tre figli. La madre, amatissima moglie di Dominic, è morta dando alla luce l’ultimogenito. Fino a poco tempo fa c’era anche un gruppo di ricercatori sull’isola-  sono tutti morti o scomparsi.

   Le foche, gli elefanti di mare, i pinguini, gli albatros- incredibile il numero di animali che vivono sulle spiagge di Shearwater, per non dire delle balene di cui si vede il dorso prima che si rituffino nelle acque scure. E intanto quelle acque minacciano di sommergere l’isola, già delle spiagge sono scomparse- è l’effetto del cambiamento climatico-, è necessario mettere in salvo i preziosi semi. I Salt sono in attesa di una nave militare che deve arrivare entro tre o quattro settimane.

la banca dei semi nelle Svalbard

    Prima della nave arriva, però, una donna- sembra morta, è ferita, è sopravvissuta a un naufragio. C’è un alone di mistero che circonda Rowan- perché è lì? Che cosa o chi cerca? C’è un mistero che circonda lei ma c’è un altro mistero che circonda i Salt. Padre e figli tacciono, ma è chiaro che non stanno dicendo tutta la verità sui ricercatori che erano sull’isola. Ad esempio, perché Dominic ha nascosto il passaporto del capo del gruppetto dei ricercatori? Se fosse vero che è andato via, non avrebbe dovuto avere il passaporto con sé? E come si spiega tutto quel sangue che appare cospargendo di luminol il pavimento di una delle capanne? Perché la figlia diciassettenne non vive con il padre e i fratelli ma sulla spiaggia con le foche con cui pare intendersi senza parole?

   È difficile definire che tipo di thriller sia, il romanzo di Charlotte McConaghy. Thriller psicologico, thriller ecologico, romanzo che scava nel dolore della perdita e nella dinamica dei rapporti famigliari, nell’insorgere della violenza e nella solitudine che può alterare la personalità. È soprattutto, tuttavia, un romanzo che esalta la natura e la necessità di agire per preservarla- l’ambientazione sull’isola battuta dai venti e dall’oceano è straordinaria, i dettagli delle descrizioni delle piante, dei semi, degli animali e delle loro ‘voci’ sono affascinanti nonché istruttivi, sono uno stimolo per la nostra curiosità e per il nostro desiderio di saperne di più.

isola Macquarie

     Se molto è frutto dell’invenzione della scrittrice (una banca dei semi esiste nelle isole Svalbard ma non nell’Antartide), se l’isola di Shearwater non esiste, esiste però l’isola Macquarie, a circa metà strada tra la Tasmania e l’Antartide, patrimonio dell’umanità UNESCO, composta interamente da crosta oceanica e rocce del mantello terrestre, un rifugio per la fauna selvatica- milioni di pinguini  (è l’unico luogo di riproduzione al mondo per la specie dei pinguini reali), oltre a elefanti marini e foche sono ospitati sull’isola. Inoltre, sulla parte settentrionale si trova la Macquaire Island Station, una base di ricerca permanente gestita dall’Australian Antarctic Division.

È alla Macquaire che Charlotte McConaghy si è ispirata e, come sempre accade, sapere che c’è una ‘vera’ realtà dietro quella della finzione letteraria, rende la lettura ancora più interessante.



giovedì 20 agosto 2026

Marie Charrell, “La figlia del fuoco” ed. 2026

                                                             Voci da mondi diversi. Albania



Marie Charrell, “La figlia del fuoco”

Ed. Marsilio, trad. Vozzi e Petruzzella, pagg. 336, Euro 19,00

 

1977. 1989. 2023.

Un villaggio tra le montagne dell’Albania. È un villaggio così piccolo e sperduto che non ha neppure un nome.

Tirana, la capitale che attira come una sirena incantatrice.

Reykjavic, Islanda.

Tre donne della stessa famiglia, Lule che prenderà poi il nome di Ester, Elora, Sarah.

    È il 2023 quando Sarah arriva in Albania- si può forse dire che torna in Albania? L’ha lasciata quando aveva sei anni e sua madre l’aveva portata con sé in Islanda, la terra scelta in tempi lontani quando aveva letto un articolo che parlava della libertà di cui godevano le donne in Islanda. Libertà- la parola magica per un popolo che per più di quaranta anni era stato schiacciato sotto la dittatura di Enver Hoxha, il capo di stato che stabiliva regole ferree perfino per la lunghezza dei capelli (5 centimetri). Ester non le aveva mai raccontato niente dell’Albania, né degli anni passati sulle montagne, né del periodo a Tirana. Alla sua morte un notaio le aveva consegnato i documenti per rintracciare una casupola che la madre le aveva lasciato e un foglio con poche parole, “Vai laggiù.Trova Elora.”

Hoxha

   Ecco, allora, l’alternarsi delle tre narrative in tre tempi diversi per ricostruire il passato, quello della infanzia e poi della giovinezza di quattro amici, della bella Ester e di Elora, la bambina dagli occhi di fuoco, degli amori infantili e poi della loro passione per la poesia che leggevano di nascosto in casa dei genitori di Ester, dell’amore che nasce tra Ester e uno dei ragazzi, della gelosia di uno di loro, delle idee politiche e degli atti di resistenza e di opposizione alla dittatura. Eppure, ci sarà uno di loro che si discosterà dagli ideali dapprima condivisi, che diventerà un fedele seguace di Hoxha, capace anche di azioni contro gli amici di un tempo.


    Il viaggio di Sarah diventa un viaggio di scoperta, non solo nel passato della madre (è così difficile venire a sapere qualcosa, e poi, perché tutti tacciono quando chiede di Elora? Chi è Elora? O, chi era Elora?), ma nel passato recente dell’Albania, di quella dittatura che regolava tutto, proibiva tutto (perfino gli occhiali da sole, oggetto così capitalista, così occidentale), coniava slogan che dovevano essere dipinti per punizione sui massi nelle montagne (una lettera per masso, più lungo era lo slogan, più massi erano necessari, peggiore era la punizione), incoraggiava le delazioni, sottoponeva i prigionieri a torture atroci, e poi è anche un viaggio nella cultura, nelle tradizioni, nel folklore dell’Albania,


il paese in cui si bisbiglia con timore il nome della Kulshedra, la dea selvaggia con l’aspetto di un serpemte-drago femmina che abita le montagne e governa le acque, soprattutto è un addentrarsi nell’antico codice di diritto consuetudinario albanese, il Kanun, basato su onore- il valore della famiglia da difendere ad ogni costo-, ospitalità- accogliere e proteggere l’ospite è un obbligo sacro-, vendetta di sangue- la faida che è d’obbligo per lavare l’offesa all’onore familiare-, e la burnesha- quella strana usanza per cui le donne possono scegliere di vivere come uomini per guidare la famiglia in assenza di maschi.

   Il Kanun è la spiegazione e la causa della tragedia che si compie nelle pagine del romanzo, che rivela il segreto di Elora, che trasforma infine il viaggio di Sarah in un viaggio alla scoperta della sua identità.

   Un romanzo bello e insolito che ci aiuta a conoscere meglio il paese così vicino e così lontano, di fronte alle nostre coste sull’Adriatico.



martedì 11 agosto 2026

Ilaria Tuti, “Ed è un poco la notte e un poco l’alba” ed. 2026

                                                                           Casa Nostra. Qui Italia

        seconda guerra mondiale

Ilaria Tuti, “Ed è un poco la notte e un poco l’alba”

Ed. Longanesi, pagg. 320, Euro

     Luglio 1944. Inizia l’Operazione Ataman nella zona dell’alto Friuli. I Comandante delle SS e della polizia di Trieste, Odilo Globocnik, concorda l’insediamento nella Carnia delle truppe cosacche che si erano unite alla Wehrmacht. Avrebbero aiutato i nazisti e i fascisti nella lotta contro i partigiani e, dopo la vittoria finale contro l’Unione Sovietica, avrebbero potuto stabilirsi in quelle terre, se fosse stato impossibile il loro rientro in patria. Nel giro di qualche settimana arrivarono circa 22000 cosacchi- soldati, civili, famiglie con bambini- e iniziarono a costituire la ‘Kosakenland in Norditalien’ che era stata loro promessa. Gli abitanti di alcuni paesi furono evacuati, nuovi nomi russi vennero dati ai villaggi, un Pope celebrava i loro riti religiosi. Il comune di Verzegnis divenne la sede del capo supremo delle forze cosacche, l’atamano Petr Nikolaevic Krasnov.

Krasnov

    Da qui prende l’avvio il nuovo importante romanzo di Ilaria Tuti. O meglio, inizia con uno sguardo ad un passato più lontano, ad un’altra guerra in cui la protagonista Serafina era una bambina che cresceva con la nonna perché sua madre era morta dandola alla luce. La nonna è la custode di una sapienza vecchia, fatta della conoscenza delle erbe che tramanderà alla nipote, di riti pagani che però non nuociono a nessuno e danno conforto a chi deve seppellire un bambino che non ha fatto tempo a vivere.  Ora Serafina vive da sola in una casa isolata nel bosco, con l’unica compagnia di una capra. I cosacchi annunciano con clamore il loro arrivo, seminano il terrore con le spade sguainate a dorso di cavalli impetuosi, non si arrestano davanti a nulla, non li fermano né porte chiuse, né scale.  Quella terra adesso è la loro, le case sono loro, hanno il diritto di occuparle, al massimo viene concessa una stanza a chi le abita, quando non viene messa in atto una evacuazione forzata.


     Le pagine del romanzo sono percorse dalla paura, dall’impotenza, dalla violenza, dalla fame, dalla lotta per la sopravvivenza. Questi giganti armati che bevono fino allo stordimento, che sembrano abituati ad uno stile di vita primitivo, sono un pericolo costante per le donne- almeno nei primi tempi, prima che arrivino intere famiglie a stabilirsi in Carnia e riequilibrino la situazione in un certo qual modo, sono le donne il bottino più ambito. E, d’altra parte, lo sono sempre state, quasi un diritto di proprietà per il conquistatore. Come se lo stupro di una donna si facesse metafora per lo stupro di una terra. Serafina accorre a curare, a consolare, a incoraggiare le donne che conosce da sempre, quelle il cui corpo è stato violato e l’anima ferita a morte e quelle che devono affrontare un parto spesso difficile e doloroso.

    Gli abitanti del paese hanno tutti un nome e sono personaggi che restano impressi nella nostra mente- dal prete così saggio e umano, pronto a mentire per salvare i suoi parrocchiani, pronto a mediare con il Pope concedendogli l’uso della chiesa (dopotutto, Cristo è uguale per tutti), al medico che sa parlare in russo perché ha fatto la campagna di Russia e la sua zoppìa ne è una prova, alle donne. Dei Cosacchi hanno un nome solo l’ataman Krasnov, veramente esistito, la sua bellissima compagna Larisa e il bambino Ivan. Gli altri sono definiti dal loro atteggiamento o dal loro aspetto, il Guerriero, Naso Rotto, il Diavolo Rosso, e a poco a poco, durante la convivenza, si identificano con il Nemico Buono (il Guerriero che pare diventare l’Angelo Custode di Serafina) e il Nemico Malvagio che merita di morire, come il Diavolo Rosso. Ed invece Larisa e Ivan hanno un nome perché assumono un ruolo importante nella narrazione. Sono loro i portatori del messaggio dell’alba che si avvicina dopo il buio della notte.


    Non vi anticipo la fine del romanzo, anche se sono notizie storiche che si possono leggere con una ricerca su Internet. Questo è un libro da leggere, in questi nostri giorni di soprusi, di invasioni, di violenze, per ricordare quanto è successo a noi, in un passato neppure lontano.