lunedì 25 maggio 2026

Holidays

 


        Sarò in vacanza.



Michail Lermontov, “Un eroe del nostro tempo”

                                                                   OFF THE MAIN ROAD

    Voci da mondi diversi. Russia

Michail Lermontov, “Un eroe del nostro tempo”

Ed. Garzanti, trad. Nadai, Euro 9,50

 

    Un romanzo? Un insieme di cinque novelle? Io definirei romanzo “Un eroe del nostro tempo”, scritto tra il 1830 e il 1840 da Michail Lermontov, lo scrittore russo che morì a soli ventisette anni. Perché è vero che è formato da cinque racconti che però hanno lo stesso protagonista, il giovane ufficiale Grigorij Aleksandrovič Pečorin. Ed è questa la modernità dell’opera- ci sono diverse voci narranti e quindi diversi punti di vista. In più- quasi non ce ne accorgiamo- il protagonista è già morto quando noi leggiamo le pagine del suo diario dove è lui stesso, Pečorin, a raccontare.

    All’inizio del libro chi parla è un viaggiatore che arriva da Tiflis (tutto il romanzo è ambientato nel Caucaso, “patria del’anima” di Lermontov). Questo viaggiatore incontra il capitano Maksim Maksimič che gli racconta di Pečorin di cui era amico perché avevano passato un anno insieme quando Pečorin aveva venticinque anni.

“Ci sono uomini per cui è scritto, fin dalla nascita, che gli succederanno le cose più strane e inverosimili.” Era stato proprio così per Pečorin che si era invaghito di Bela, la figlia sedicenne di un principe. Come avesse ottenuto la fanciulla è una storia che ben si addice ad un paese selvaggio in cui si può barattare una donna per un cavallo. E poi? Poi si può immaginare come la storia d’amore finisca in tragedia ma quello che a noi importa per inquadrare il personaggio è la sua reazione, descritta da Maksimič: “volevo consolarlo, cominciai a parlare: alzò la testa e scoppiò a ridere”.


    Il secondo racconto ha per titolo ‘Maksim Maksimič’: c’è sempre lo stesso narratore che, per caso, a distanza di tempo, incontra di nuovo Maksim Maksimič e, sempre per caso, vengono a sapere che anche Pečorin si trova dove sono loro. L’incontro sarà fugace, la delusione di Maksimič sarà cocente. Alla sua domanda su che cosa l’ufficiale abbia fatto nel tempo in cui non si sono visti, la risposta di Pečorin è, ‘mi sono annoiato’. È qui che troviamo una sua descrizione, attraverso gli occhi del vecchio amico. Pečorin è snello, con le spalle larghe, ha un’andatura negligente e pigra, occhi che non ridono quando lui ride. Soprattutto l’osservatore vede, sotto la giacca slacciata in alto, la biancheria di una pulizia accecante ‘che rivelava le abitudini di un uomo come si deve’. E per concludere Maksimič osserva che Pečorin ha una di quelle fisionomie originali che piacciono alle donne del bel mondo. Infine, con l’indifferenza che lo contraddistingue, Pečorin rifiuta di riprendersi il diario che l’amico aveva conservato per lui e Maksimič dà quelle carte al narratore. Se nel racconto precedente il cinismo del protagonista si era mostrato nei confronti delle donne, qui è palese la sua indifferenza verso un amico, “che cosa sono gli amici nel nostro secolo?”, si chiede Maksimič.


     Lermontov sta avvicinando la sua messa a fuoco del personaggio principale. È come se avessimo letto una sorta di introduzione, le pagine del diario sono scritte naturalmente in prima persona dallo stesso Pečorin. La prima storia che racconta ha un che di storia d’avventura, c’è un incontro con dei contrabbandieri, un’altra ragazza muore nell’indifferenza del nostro protagonista. La seconda è intitolata ‘La principessina Meri’ e si svolge in poco più di un mese. È ancora una volta la storia di un’amicizia (ma che cosa sono gli amici? ancora una volta vedremo quanto poco importanti per Pečorin), di una fanciulla di cui l’amico si innamora e che Pečorin si impegna a strappargli, chiedendosi lui stesso perché mai insegua l’amore di una giovane donna che non vuole sedurre e non sposerà mai. “Che cosa è la felicità? Superbia appagata. A volte mi disprezzo”. In questa onesta autoanalisi Pečorin ammette che, per quanto sia innamorato, appena la donna gli fa capire che mira al matrimonio, per lui l’amore è finito. È pronto a tutti i sacrifici, ma non a rinunciare alla libertà.


    L’ultimo episodio del diario racconta di un’ennesima morte che sembra essere stata nei disegni del destino e che lo stesso Pečorin aveva presagito.

    La vita di Lermontov, militare di carriera, ha molto della vita del suo eroe- eroe nel vero senso della parola o piuttosto un’intrepretazione ironica della figura dell’eroe? Si capisce perché il suo romanzo, considerato una delle maggiori opere del romanticismo russo, sia stato un piccolo scandalo per la figura di questo personaggio cinico e disincantato che ricorda l’eroe byroniano. Morì in un duello, Michail Lermontov. Che maniera romantica e stupida di morire, proprio come l’amico di Pečorin.



   

 

 

Nikos Davvetas, “La secondina” ed. 2026

                                                            Voci da mondi diversi. Grecia  



Nikos Davvetas, “La secondina”

Ed. Gramma Feltrinelli, trad. Maurizio De Rosa, pagg. 128, Euro 15,20

 

    “Sono il biografo di mia madre”, risponde alla domanda che gli viene fatta nell’ufficio dell’assistenza sociale a cui si rivolge quando alla madre è stato diagnosticato l’Alzheimer. Quando i ricordi svaniscono, quando una vita intera viene inghiottita dalle cellule nervose del cervello in disfacimento, è il compito di qualcun altro di fissare quei ricordi sulla carta perché un’intera esistenza non venga cancellata.

    Sua madre, dopo essere rimasta vedova, aveva dovuto accettare il posto fisso che aveva trovato- fare la guardia penitenziaria nel carcere femminile di Averof, ad Atene. C’era l’affitto da pagare, c’era lui, il futuro scrittore, da mantenere, perché mai lei lo avrebbe mandato in un orfanotrofio come i nonni avevano suggerito. E lui si vergognava del lavoro della mamma, a scuola diceva che faceva l’impiegata al Ministero di Grazie e Giustizia. Era stata una vita molto dura per la mamma- sveglia prestissimo, giornate lunghe da cui tornava esausta, i turni di notte. Allora lei non raccontava nulla, è adesso che i suoi racconti vengono fuori, sconnessi, frammentari, a volte sembrano incredibili eppure quello che dice è tutto vero. È vera perfino la sua amicizia con un paio di detenute, come quella che faceva la parrucchiera in carcere e che si era suicidata dopo essere passata a trovarla appena scontata la pena.

Papadopoulos

A volte il figlio scrittore si chiede se abbia inventato tutto, come quando ha detto che aveva incontrato la regina, e invece poi era saltata fuori una fotografia in cui c’era lei, la mamma, che spuntava dietro la figura della regina in visita al carcere. Una mattina era sfuggita alla sorveglianza ed era andata al carcere- pensava di lavorare ancora lì.

     L’Alzheimer è una brutta bestia, il percorso degenerativo è inarrestabile e la mamma dello scrittore ne percorre tutte le tappe- smemoratezza (lui attacca post-it sugli oggetti e lei gli chiede che cosa lo fa a fare, intanto la badante non sa leggere il greco), confusione dei tempi, vivere nel passato come fosse il presente, perdere la strada di casa, reazioni violente, fingere di prendere le medicine (aveva imparato come fare dalle tossicodipendenti in carcere), ricordi che era meglio dimenticare- le grida delle detenute politiche condannate a morte in quegli anni della dittatura dei colonnelli- e che invece rispuntano a tradimento, fino a non riconoscere il figlio.


    E lui, il figlio, in questo libro che è un romanzo in forma di confessione o una confessione in forma di romanzo (per dirlo con le parole di Philip Roth citate nell’esergo), ricompone la vita della madre, con tenerezza, a volte spazientito ma sempre con un affetto velato di malinconia, con un pizzico di umorismo per camuffare il dolore.

   Una testimonianza personale e di un periodo storico, un libro che ha tutta la tristezza di una vita triste con una fine ancora più triste, un libro commovente sulla vecchiaia, sulla memoria e sulla complessità dei legami famigliari.



 

domenica 24 maggio 2026

Dario Ferrari, “L’idiota di famiglia” ed. 2026

                                                                          Casa Nostra. Qui Italia

      storia di famiglia

Dario Ferrari, “L’idiota di famiglia”

Ed. Sellerio, pagg. 517, Euro 18,00

    Anche in famiglia lo chiamavano Herr Professor. Già, perché dirlo in tedesco ha tutto un altro peso, diverso dal semplice ‘Professore’ come lo chiamavano da sempre a Viareggio. In Herr Professor c’è anche l’autorevolezza che emanava da lui, c’è la sua intransigenza, la sua severità.

Mio padre è nato insegnante, anzi Professore- e non azzardatevi ad apocoparlo in Prof. Inizia così il nuovo romanzo dello scrittore viareggino Dario Ferrari, un libro che sconfigge la tenerezza con l’umorismo, un omaggio alla figura di un padre, un’esplorazione dei rapporti famigliari, tra padre e figli, fratello e sorella, marito e moglie o compagna, una celebrazione della parola e della letteratura, e- insieme a tutto questo- un libro che contiene in sé la Storia politica di un secolo in Italia.

    La voce narrante è quella di Igor, figlio primogenito di Franco Nieri, che di mestiere fa il traduttore perché, come dice lui stesso, non era abbastanza bravo da fare lo scrittore. Dapprima si era iscritto alla facoltà di Filosofia per seguire le orme del padre- sbagliato, sbagliatissimo- e poi aveva cambiato per laurearsi in Lingua Inglese e dedicarsi a tradurre scrittori americani diventando il bersaglio delle frecciate del padre. Sua sorella Ester era il suo esatto opposto, su di lei non si appuntavano le aspettative paterne e poteva essere leggera, imprevedibile, madre single con progetti strampalati. E la sua compagna era salita alla ribalta della notorietà come saggista femminista- era invidioso di lei? e comunque si erano lasciati.


    Franco Nieri, anzi ‘il Nieri’, era stato Professore di Storia e Filosofia e poi assessore alla Cultura. Di lui Igor dice di essere certo che fosse stato professore di Filosofia da sempre, già quando era in fasce, e continuerà ad esserlo anche nell’Aldilà, anche se, da russofilo e comunista convinto, non credeva nel Regno dei Cieli. Quando un uomo come Herr Professor dà i primi segni di demenza, la caduta è peggio- spiace dirlo-  che per un semplice impiegatuccio. Che una mente come la sua che spaziava tra i giganti della Filosofia e della Letteratura (Dostojevskji era il suo punto di riferimento, da cui il titolo del romanzo) si sfaldasse a poco a poco, che lui ricorresse ad attaccare sugli oggetti che lo circondavano foglietti con la parola che li definiva, che restasse seduto davanti al televisore senza capire quello che vedeva, che infine non parlasse neppure più- era straziante.

     Da Roma Igor era tornato a Viareggio per aiutare la sorella a badare al padre, aveva fatto in tempo a raccogliere il desiderio del Nieri di occuparsi di Idargo e di conseguenza di iniziare la lettura di quello strano manoscritto del padre. Si apre così, come un intermezzo a puntate tra scene di vita quotidiana in cui assistiamo al decadimento di Herr o diamo uno sguardo sul passato della famiglia Nieri, un romanzo dentro il romanzo, uno scritto che rievoca i tre giorni della Repubblica di Viareggio nel 1920, una insurrezione popolare nota anche come le ‘Giornate Rosse’ dopo che un tifoso viareggino era stato ucciso da un carabiniere.


Idargo, il nome del giovane idealista, protagonista di quel libercolo intitolato “Indifeso fervore”, che derivava dall’Hidalgo donchisciottesco, era forse una sorta di messaggio cifrato per lui che di nome faceva Igor? Igor se ne convince, finché vede una corona di fiori sulla bara del padre con il nome Idargo sul nastro. Ma chi è allora Idargo? Come è possibile? Finché tutto si fa chiaro, anche quel titolo, “Indifeso fervore”, anche il significato finale di quel messaggio cifrato da parte di un padre al figlio.

    A Herr Professor, a cui non sarebbe piaciuto affatto avere un funerale in chiesa, sarebbe piaciuta moltissimo, invece, l’ultima beffa: l’amico di Igor aveva trasformato le note della messa di Palestrina in una versione per organo dell’Internazionale. Poteva andarsene tranquillo, coerente fino alla fine.



   

martedì 19 maggio 2026

Michel Jean, “Maikan” ed. 2026

                                                 Voci da mondi diversi. Canada

la Storia nel romanzo

Michel Jean, “Maikan”

Ed. Marcos y Marcos, trad. Sara Giuliani, pagg. 200, Euro 18,00

    Maikan significa ‘lupo’ nella lingua degli innu, la popolazione autoctona della penisola del Labrador Quebec, nel Canada Orientale. Dal bel libro letto di recente di Adam Weymouth, “Il lupo solitario”, abbiamo appreso molte cose sui lupi, sul pericolo che rappresentano, sulla minaccia molto reale impressa nell’immaginario collettivo. E soltanto i lupi possono incarnare, nel libro del giornalista canadese Michel Jean, il male assoluto, homo hominis lupus come scrive Plauto nella sua commedia “Asinaria”, tanto più nero perché le vittime sono dei bambini, tanto più ignobile perché viene da chi avrebbe dovuto proteggerli, tanto più esecrabile perché chi lo commette riveste i panni del ‘buon pastore’.

   “Kukum”, il romanzo precedente di Michel Jean, terminava con il prelievo forzato dei bambini innu che venivano allontanati dalle loro famiglie per essere portati nell’isola di Saint George, convitti in una scuola in cui avrebbero dovuto studiare, imparare il francese, sarebbero stati nutriti adeguatamente, avrebbero ricevuto cure mediche.


I bambini e i giovani innu sono arrivati a destinazione in “Maikan”, dopo il dolore della separazione e la paura del volo e del nuovo ambiente. E non trovano niente di quello che aspettavano. Via i capelli lunghi, via i loro vecchi abiti, proibizione assoluta di parlare in innu- chi trasgredisce riceverà una punizione esemplare. E le punizioni fioccano per ogni minima infrazione, per ogni ritardo nel capire che cosa le suore o i preti vogliano da loro. Le due amiche Marie e Virginie si fanno forza l’un l’altra, Virginie non ha paura di niente, interviene spesso a difendere la timida e grassa Marie che è un più facile bersaglio. E presto un ragazzino solitario si unisce a loro, legato da un tenero sentimento per Virginie.

    Giorni nostri: il governo canadese ha rivisto il passato e ha deliberato il risarcimento per i sopravvissuti dei ragazzi internati in più di cento collegi. Una giovane avvocata si è appassionata a questa ricerca- moltissimi di quei ragazzi di un tempo non hanno più avuto una vita normale, sono o sono stati dei senza dimora, disoccupati e alcolizzati. Tre di loro sembrano essere scomparsi- sono proprio Marie, Virginie e Charles. Soltanto di Marie l’avvocata riesce a trovare le tracce- vive in un luogo isolato, in una condizione di degrado estremo, sempre ubriaca.


    La storia che ascoltiamo da Marie- qualcosa negli occhi dell’avvocata, così simili a quelli della sua amica, tocca le corde del cuore della vecchia e la spinge a parlare- è una storia di orrore, di crudeltà, di privazioni, di morti per tubercolosi, di denutrizione, di sevizie, di assalti sessuali. Una figura giganteggia, una per tutte, quella del ‘padre Rosso’, il lupo con la tonaca che non era molto più vecchio dei ragazzi, che è ancora vivo. E perseguibile.

   Sono pagine dolorosissime che non vorremmo leggere e che invece devono essere lette per rendere giustizia a chi ha tanto sofferto, pagine di buio totale rischiarato soltanto dalla forza dell’amicizia, dall’amore pulito che si contrappone alla sozzura degli stupri, dalla generosità che sgorga spontanea da questi sentimenti. Leggere per sapere- è importante.

una croce vicino ad uno dei collegi, in ricordo dei bambini morti

Soltanto adesso si sa di più di questo genocidio culturale che ha avuto luogo tra la fine del secolo XIX e la prima metà del XX. Si sono raccolte testimonianze, sono state trovate delle tombe con resti di bambini anche molto piccoli, morti per malattie, infezioni, denutrizione o nel tentativo di scappare- si parla di più di diecimila morti. Alle famiglie venivano date spiegazioni vaghe sulla causa dei decessi, i corpi venivano sepolti in grandi fosse vicino ai collegi perché era troppo costoso rispedirli a casa.

   Gli articoli sui giornali non sono sufficienti per rendere noti gli avvenimenti del passato, un romanzo, come quello di Michel Jean, ha un'efficacia maggiore perché coinvolge, appassiona, perché parla al lettore con la voce dei suoi personaggi, testimoni della Storia. 



lunedì 18 maggio 2026

Catherine Ryan Howard ed. 2026

                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

cento sfumature di giallo

Catherine Ryan Howard

Ed. Fazi, trad. Sabina Terziani, pagg. 372, Euro 18,52

 

    Un inizio che sembra già la fine del romanzo. Una ragazza, Emily, che viene svegliata da un rumore di notte, si alza, vede del fumo strisciare da sotto la porta di comunicazione con l’appartamento accanto, si precipita alla porta di ingresso- bloccata-, corre alle finestre- le persiane antiuragano sono abbassate, manca la corrente, impossibile alzarle, impossibile fuggire.

    È una scena che mette ansia, che invoglia ad andare avanti a leggere, a sapere quello che è successo prima e, forse, quello che succederà dopo: arriverà qualcuno a salvare Emily?

Quello che è successo prima: Emily Joyce è diventata famosa con il suo primo romanzo, “La testimone”, ha già ricevuto un consistente anticipo su un secondo romanzo ma ha un blocco, non riesce a scrivere niente, i soldi si sono volatizzati e lei fatica ad arrivare a fine mese. Ed ecco che viene contattata dalla sua casa editrice. Va in panico. Le chiederanno di restituire i soldi, considerando il tempo che è passato? E invece…sorpresa. Se lei accetta (che altre possibilità ha?), sarà la ghostwriter di quello che è stato un grande ciclista, conosciuto in tutta l’Irlanda. Jack Smyth aveva dovuto abbandonare il ciclismo dopo una caduta rovinosa, aveva sposato una donna molto bella del mondo televisivo e poi era rimasto vedovo dopo una terribile tragedia. La moglie Kate era morta nell’incendio della loro casa in una località isolata, lui si trovava al pub, avvisato da un vicino era tornato, si era precipitato nelle fiamme recuperando il corpo della moglie e restando gravemente ustionato. Era stato oggetto di compassione nell’Irlanda intera, finché era venuto fuori che Kate era morta prima dell’incendio. Da vedovo da compiangere Jack era diventato un sospetto assassino.


     Ora Jack vuole raccontare la sua storia, vuole dimostrare di essere innocente, ha bisogno di un ghostwriter che scriva per lui. Emily lo incontrerà in Florida, in una cittadina che sembra quella, costruita ad arte, di “Truman Show”, bella, ultramoderna, ‘fredda’, inquietante. E dovrà osservare regole severissime, non può neppure avere con sé il suo telefono durante gli incontri. Non sa che cosa pensare di Jack. Ha ucciso la moglie? E quelle cicatrici da ustione, che sembrano ancora carne viva? Da subito a Emily pare strano che Jack abbia intenzione di scrivere il capitolo finale confessando l’assassinio per poi smentirsi, dicendo che ‘doveva essere successo in quella maniera, ma non era stato lui’. Chi allora? Il suo amico fraterno, il suo gregario nelle corse in bicicletta?

    “Brucia il segreto” è veramente un page-turner, alternando pagine in cui leggiamo del rapporto di coppia in un countdown che ci conduce alla notte fatale ed altre in cui un altro countdown che sappiamo ci condurrà alla chiarificazione, sempre più pericolosa per Emily.


Appaiono sulla scena altri personaggi che appartengono al passato di Jack e di cui lui ha raccontato, ma- chi le è amico e chi una potenziale minaccia? quale è la verità? Chi sta dicendo la verità? A chi deve credere Emily? A chi dobbiamo credere noi lettori? Inoltre una Emily molto stressata e impaurita viene ricattata da messaggi sul cellulare che le intimano di dire tutto a Jack- anche Emily ha i suoi segreti, anche Emily ha alterato la verità.

   Il thriller psicologico di Catherine Ryan Howard ha tutto quello che possiamo chiedere ad una lettura di genere da cui vogliamo essere imprigionati- una trama non lineare che suscita dubbi nel lettore, una figura sulla cui colpevolezza restiamo in dubbio perché è un manipolatore, colpi di scena che capovolgono quello che abbiamo pensato, una scrittura fluida e vivace. Se avete bisogno di un libro che vi distragga, questo fa per voi.



giovedì 14 maggio 2026

Madeleine Thien, “Il libro dei ricordi” ed. 2025

                                                    Voci da mondi diversi. Canada



Madeleine Thien, “Il libro dei ricordi”

Ed. 66thand2nd, trad. Anna Tagliavini, pagg. 380, Euro 19,00

 

    Non c’è un solo romanzo ne “Il libro dei ricordi” della scrittrice sino-canadese Madeleine Thien, bensì quattro, quattro filoni narrativi che si alternano, raccontati da un unico punto di partenza- una enclave chiamata il Mare. Comprendiamo subito perché- è il mare che ha offerto una via di fuga a tutti protagonisti, del presente e del passato, e sul mare si affacciano le finestre di tutti gli alloggi di questo strano edificio in cui vivono Lina e suo padre Wui Shin che sembra costruito su uno dei disegni di Escher, con corridoi che si avvolgono entro altri corridoi, scale che aggettano su altre scale, porte che si aprono su altre porte. E- se si chiede a uno degli abitanti quale sia il nome del mare che vede dalla finestra, risponderà con un nome diverso. Non è che dalle finestre si vedano tutti i mari, o forse sì, ma in ogni modo ognuno vede il mare che lo ha tratto in salvo, il mare del suo cuore.

Spinoza

  Il Mare è un luogo di transito, al Mare si arriva per poi ripartire, ma Lina e suo padre si fermeranno lì. Quando Lina è arrivata, aveva solo sette anni e continuava a chiedere dove fossero la mamma, la zia, il fratellino. Li avrebbero raggiunti- rispondeva suo padre. Nella fuga il padre aveva afferrato a caso tre libri sulla vita di grandi viaggiatori, finirà che Lina li saprà quasi a memoria, saprà tutto di tre grandi costretti all’esilio- il poeta cinese Du Fu (712-770), il filosofo Baruch Spinoza (1632-1677) e Hannah Arendt (1906-1975). Attenzione, questi tre personaggi storici che a turno racconteranno la loro storia, escono dalle pagine del libro e rivestono i panni di tre rifugiati che abitano nelle stanze vicino a quella di Lina e i cui nomi ci rimandano ai tre esuli del passato- Giove (il poeta), Bento (era il nomignolo con cui il padre chiamava Baruch Spinoza) e Blucher (quasi come il cognome del secondo marito di Hannah Arendt).

Du Fu

Du Fu era vissuto nella Cina della dinastia Tang, aveva avuto una vita molto dura, uno dei suoi figli era morto di denutrizione; Spinoza era arrivato ad Amsterdam dal Portogallo e la sua vita era sempre in pericolo, perché era ebreo e perché le sue idee erano sacrileghe; Hannah Arendt aveva dovuto fuggire la persecuzione nazista. La storia di Lina e di suo padre non è meno dolorosa delle altre, anzi, forse lo è di più. E’ una storia che diventa una sorta di confessione da parte di Wui Shin, un ingegnere del Cyberspazio- quello che ha fatto non può essere perdonato e gli ha fatto perdere la moglie e il figlio.
Hannah Arendt

    I quattro filoni sono in apparenza slegati tra di loro ma la scrittrice ha un’arte sottile per aggiungere dettagli che passano da una storia all’altra- c’è un gatto che si chiama Gatto Arancio ad Amsterdam con Spinoza, due arance che cadono a terra nella storia di Du Fu, profumo di arance altrove. E c’è una sorta di incantesimo che sospinge il lettore a voltare le pagine, per quanto questa non sia una lettura facile, colma di riferimenti colti, di Storia, di riflessioni filosofiche ed etiche. Non possiamo non cogliere il riferimento costante ai nostri tempi di migrazioni, di discriminazioni, di lotte politiche e il messaggio del valore salvifico dell’arte, della letteratura e della cultura.