INTERVISTA A LOUISA YOUNG
Soltanto lei poteva cimentarsi nell’impresa
di dare un seguito alla saga dei Cazalet tanto amata da lettrici e lettori.
Perché Elizabeth Jane Howard è ‘zia Jane’ per Louisa Young, una zia d’acquisto,
la moglie del fratello di suo padre.
Sa parlare anche in italiano, Louisa Young,
e sembra che si diverta a mettersi alla prova. Le chiediamo come mai sa
parlarlo. Ci dice che, quando era piccola, i suoi genitori vivevano a Roma e a
lei piaceva moltissimo l’Italia. Avrebbe voluto avere i capelli neri e ricci,
gli occhi scuri e profondi, la pelle ambrata…
Le piace parlare, comunque, e si presta
volentieri a rispondere alle domande che le vengono rivolte da me e dalle altre
giornaliste presenti all’incontro.
Noi
lettori della saga dei Cazalet ci siamo sentiti orfani quando abbiamo terminato
il quinto volume di Elizabeth Jane Howard. Ha provato anche Lei il nostro
desiderio di sapere che cosa riservava il futuro ai personaggi che erano
diventati nostri amici? E c’era un personaggio in particolare a cui si era
affezionata e di cui voleva continuare la storia?
Un personaggio che amo
è Clary che mi assomiglia, poi amo Polly, mi piace la madre di Gerald e mi
piace Louise che non aveva studiato ma che era così intelligente senza saperlo.
Sì, desideravo sapere che cosa riservava la
vita ai Cazalet, anche se lo scrittore deve avere rispetto per i suoi
personaggi, in fin dei conti lo scrittore è un po’ come Dio, può dare la vita e
la morte…
Ha sentito la responsabilità
di continuare questa storia?
Sì. Mi sono chiesta,
‘chi sono io per continuare?’, però ho anche pensato, ‘sarebbe divertente’. Ho
iniziato a parlarne con la mia agente, con mia figlia, con il mio editor in
Inghilterra, con l’editor della Fazi, e tutti mi hanno detto, ‘è un’ottima
idea!’.
Quale è stata la parte più
difficile? C’erano tanti personaggi, tanti fili da gestire…
La parte più difficile
è stato proprio il peso della responsabilità. Sapevo che tanti amavano i
Cazalet, io per prima. Ma io stessa mi ritrovavo dentro il libro. Jane era
sposata con il fratello di mio padre e io ho riconosciuto lo zio Peter nel
marito di Louise, così come ho riconosciuto mio padre in Hugh. Nel libro ho
trovato quello che i miei genitori avrebbero fatto quando avevano vent’anni. Il
luogo, poi, è West London dove ho passato la mia vita. E io mi sono lanciata in
questo mondo.
Nel suo libro c’è come un
passaggio del testimone, dai tre fratelli che dominano la narrativa di
Elizabeth Jane, alle tre giovani donne. Che cosa simboleggia questo passaggio?
Jane Howard
Credo che gli anni ‘60
siano stati difficili per le donne che hanno 40 anni. Negli anni ‘60 le ragazze
più giovani possono fare di tutto, era molto diverso da quello che avevano
potuto fare Louise, Clary, Polly. Dovevano invidiare le ragazze giovani, loro
che non avevano neppure potuto frequentare una scuola. Adesso c’erano
meravigliose opportunità, c’era perfino la pillola che dava via libera al
sesso. La generazione dei maschi se la cavava peggio. Alcuni restano sullo
sfondo, altri convivono con i fantasmi del passato. I tre uomini Cazalet
sapevano quello che ci si aspettava da loro. Che lavorassero nell’azienda del
legname di famiglia. Ora le aspettative sono cambiate. Quando perdono la
sicurezza dell’attività di famiglia, per loro è anche una liberazione. Simon ha
una vita più tranquilla, pur con le difficoltà del suo essere gay. Altri
personaggi maschili non sono molto interessanti, per questo li ho allontanati.
Però forse li farò ritornare, forse diventeranno interessanti…
Rupert è il fratello minore
che ha combattuto nella seconda guerra mondiale. La guerra lo segue nel cuore e
nella testa. Incarna gli orrori del ‘900 e ha un ruolo fondamentale. Quando ha
capito che per raccontare il futuro doveva tornare nel passato?
Perché l’onda della
guerra continua, lascia cicatrici fisiche e psicologiche- pensiamo solo a
quanti reduci dal Vietnam si sono suicidati o hanno avuto la vita distrutta
dalla droga o dall’alcol. Ha anche un effetto sulla moglie e sui figli che
devono vivere con gli uomini che hanno queste cicatrici. Rupert non sa mai
decidere, è legato ad un altrove.
Era
un filone che richiedeva di essere sviluppato maggiormente. E ci sono Cazalet
che non abbiamo ancora incontrato…
dal film
I confini tra le classi
sociali si confondono, ne è una prova l’amichetta di Buttercup, la bambina di
colore Omola Omole. Come è stato rompere questa bolla?
Osservo i personaggi,
come si muovono. La famiglia ha perso i soldi, ormai non tutti possono andare
ad una scuola privata, non ci sono più le governanti che danno una prima
scolarizzazione, alcuni vanno ad una scuola locale.
Quando
andavo a scuola io, nella West London, nel 1965 c’erano 600 studenti e
parlavano 86 lingue diverse. Omola fu la mia prima amica. Era nigeriana. Io
sono Buttercup. Non l’ho più vista da allora. Volevo mettere Lola nel romanzo,
voglio che qualcuno legga il libro e glielo faccia notare, ‘Lola, questa sei
tu!’.
La scrittura. Come ha potuto
continuare la scrittura di un’altra persona? Come raccontare qualcosa di nuovo
così in armonia con chi l’aveva preceduta?
Ammiro la scrittura di
mia zia Jane. Ammiro la scuola di scrittrici degli anni ‘40, ‘50, ‘60, tutte
sottostimate. Mi trovo ancora nella loro scrittura. Ho riletto 5 volte i
Cazalet, mi sono imbevuta dello stile e della voce, non per copiarla ma per
sviluppare la voce seguendo i tempi. Volevo seguire questo cambiamento come si
sviluppa nella storia dentro la Storia.
Ci può raccontare un aneddoto
su Elizabeth Jane Howard?
Una volta venne a casa nostra con il marito Kingsley Amis che allora era molto famoso. Non piaceva a nessuno in famiglia, era sempre ubriaco. Quella volta Jane aveva con sé il suo romanzo che era appena stato pubblicato. C’era un altro ospite e, mentre zia Jane mostrava il suo libro, questi si avvicinò a Kingsley Amis porgendogli una copia di un suo libro per farselo firmare- ed era un libro pubblicato 5 anni prima! Mia mamma era furente per questa mancanza di riguardo verso zia Jane.
La casa. Fakenham House. Ho
pensato a tutte le case dei romanzi inglesi, Thornfield Hall, Wuthering
Heights, Manderley, Howards End, Darlington Hall, per citarne alcune. Fakenham
House mi ha affascinato, sembra uscire da un quadro di Escher. Mi sono chiesta
se, con il suo disordine architettonico, con la varietà di stili, fosse una
metafora per questa famiglia con secondi matrimoni, figli di primo letto,
rapporti diversi.
Jane l’avrebbe fatta
così. La casa è importante nella letteratura inglese. Poi le cose sono
cambiate. Dopo la guerra non c’erano più i soldi per mantenere questo genere di
casa, non si poteva più avere servitori. La casa che descrivo è anche una
metafora per il declino della famiglia.
Mi è parso geniale l’inizio,
sospeso tra futuro e passato: veniamo introdotti alla piccola Buttercup che
rappresenta il futuro dei Cazalet e, subito dopo, leggiamo della festa di
Natale del 1962, a 4 anni di distanza dal Natale con cui si chiudeva l’ultimo
romanzo, nel 1958, in un’altra casa.
Io non ci avevo
pensato, a dire il vero, ma mi è già stato fatto notare. Io ho ripescato un
ricordo di me stessa bambina, caduta nella neve a testa in giù, con solo gli
stivaletti in vista.
Jane pensava di aver finito
con la saga? O è morta prima di scrivere un altro libro? e lei ha in mente tre
libri?

























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