martedì 13 ottobre 2026

Nermin Kahriman, “Casa mia” ed. 2026

                        Voci da mondi diversi. Penisola Balcanica

guerra dei Balcani

Nermin Kahriman, “Casa mia”

Ed. La Carmelina, pagg. 86, Euro 11,40

Dovunque io vada, sei tu che sogno/ Le strade mi riportano sempre da te/ Custodisci la mia giovinezza, il mio primo amore/ Sarajevo, amore mio.

    Sono dei versi di “Sarajevo Ljubavi moja”, la canzone di Kemal Monteno che è un inno d’amore alla sua città. E lo stesso amore per una città martoriata è nelle pagine di “Casa mia. Sarajevo vive e vivrà per sempre” di Nerman Kahriman, giovane scrittore e guida turistica della capitale della Bosnia.

   “Casa. Cos’è casa? Dov’è casa mia?”- è la domanda ricorrente in tutto il breve libro. Perché “una casa vera non è solo un luogo. È una promessa.” Perché ‘casa’ è dove va il cuore, dove sono i nostri ricordi. Perché ha una casa anche chi quella casa l’ha persa, perché è stata distrutta dai bombardamenti o perché ha dovuto abbandonarla lasciando indietro i ricordi tangibili della propria vita, conservandoli solo nella memoria.


    5 aprile 1992- 29 febbraio 1996. Sono 4 anni, sono 1425 giorni. Tanto durò l’assedio di Sarajevo, il più lungo blocco militare nella storia bellica europea moderna, più lungo di quello di Leningrado, 872 giorni dal settembre 1941 al gennaio 1944. E poi la posizione geografica di Sarajevo, in una conca circondata da montagne, la rendeva tragicamente ideale per un assedio. Su quelle montagne si appostarono le forze serbo-bosniache e l’Armata Popolare Jugoslava stringendo la città in una morsa di ferro.

    Il libro di Nermin Kahriman è a più voci, è come un coro che si leva dalla città e ogni voce ci racconta la sua esperienza, come ha vissuto l’inizio e poi i giorni della guerra e i giorni dopo la fine del conflitto, quelli del ritorno per chi era riuscito ad allontanarsi. Sono le voci senza nome del Guerriero, della Mamma, della Zia, di una Bambina e un Bambino. Il Guerriero parla di quel mattino in cui fu svegliato da una telefonata- la guerra? impossibile. Quale guerra? fra chi? Uno sparo, due corpi per terra, una vecchia conoscenza per cui all’improvviso lui, ateo, è diventato ‘musulmano’, segnano il brusco confronto con la realtà. Per la Mamma quel 7 di aprile aveva significato l’abbandono della casa, l’alloggio provvisorio e poi l’addio alla città con la speranza di tornare. Intanto quello che importava era portare in salvo i figli. Anche la Zia è colta di sorpresa dalla guerra- lavorerà come volontaria sfidando i cecchini.


A chi va oggi a Sarajevo sembra incredibile che la via Zmaja od Bosne, piena di negozi e caffè, fosse la Snajper Alea, il viale dei cecchini che offriva una visuale perfetta ai tiratori scelti delle forze serbo-bosniache piazzate sulle montagne circostanti. Su molti palazzi ci sono ancora i fori dei proiettili, si vede ancora qualche cartello con la scritta ‘Pazi Snajper’, ‘Attenzione, cecchino’. Circa un bambino su dieci tra i 1601che sono morti fu colpito direttamente da un cecchino e le voci dei due bambini sono quelle più toccanti, perché a loro è stata rubata l’infanzia. Entrambi vengono fatti uscire dalla città assediata, entrambi arrivano in Italia via Ancona, il maschietto finirà in Alto Adige, la bambina in Sardegna. Troveranno un’altra patria, impareranno un’altra lingua, avranno un’altra famiglia e altri amici, ma a che prezzo? La bambina, diventata grande e a sua volta mamma, capisce quello che deve aver provato la sua, di mamma, lo strazio della separazione e dell’allontanamento, con il pensiero, però, che l’autobus portava la sua bambina via dalle bombe, via dai cecchini, verso la salvezza.

    Ogni personaggio- noi possiamo indovinare che siano tutti molto vicini allo scrittore- ritorna in una seconda parte in un ‘dopo’, nel ritorno a guerra finita. Ma finisce mai la guerra? o la si porta sempre dentro di sé, nelle menomazioni del corpo, come il Guerriero, nelle ferite del’anima come la Mamma, la Zia, i bambini? Eppure si torna, perché il richiamo della casa è forte, perché ‘dovunque io vada, sei tu che sogno/ Le strade mi riportano sempre da te’.

    Nermin Kahriman, che nelle pagine in cui è lui il protagonista ci dice di sé, di come sia nato a Bolzano, di come fosse il figlio che prendeva il posto di quello ucciso nei primi giorni di guerra, ci racconta la Storia di un paese, la Storia di una guerra, la Storia di una città attraverso le storie di persone che rappresentano tutti gli abitanti di Sarajevo.    


domenica 11 ottobre 2026

Intervista a Trude Teige, autrice de "Il nonno respirava con il mare" ed. 2026

                                                


    La scrittrice norvegese Trude Teige ed io ci incontriamo in un simpatico bar nella Chinatown di Milano. Ci capiamo subito- a lei piace parlare dell’argomento che l’appassiona, la seconda guerra mondiale, ed è un argomento che appassiona anche me. Scopriamo di aver letto gli stessi libri che trattano della guerra, di conoscere le opere degli stessi scrittori. Parlare con lei è molto facile, poi chiede anche a Cristina, della casa editrice Fazi, di farci una foto mentre stiamo discorrendo.


Lei sta scrivendo una trilogia dove lo sfondo delle storie che racconta è la seconda guerra mondiale. La seconda guerra mondiale sembra così lontana, perché scriverne adesso? Forse è anche perché la Norvegia è stata più o meno lasciata fuori dai libri di Storia per quello che riguarda gli avvenimenti della guerra?

    Il mio progetto è scrivere le storie non dette e di cui non sappiamo di quello che è successo durante la guerra. La guerra è una storia di uomini raccontata da uomini.  E io ho trovato le storie non raccontate. È diventato il mio progetto, trovare le storie delle donne. Dobbiamo conoscere le storie delle donne. Era un progetto molto importante: una guerra definisce l’identità di una nazione. Finché conosciamo solo le storie degli uomini, conosciamo solo metà della storia, e se ne conosciamo solo metà, non possiamo afferrare l’identità della nazione. È iniziato quando ho incontrato una donna che, nel 1945, aveva sposato un tedesco ed era andata con lui in Germania. Quello che mi raccontò ebbe un forte impatto su di me- era vergognosa la maniera in cui era stata messa al bando.

    Quanto alla sua domanda sulla Norvegia- viaggiando, mi sono resa conto che non molti conoscono il ruolo che ha avuto la Norvegia nella seconda guerra mondiale. A differenza della Danimarca e della Svezia, noi siamo stati interamente occupati. La Norvegia era molto importante per Hitler, voleva impedire che gli alleati potessero arrivare in Germania dal Nord Est. Per questo stanziò 350000 soldati in Norvegia. Il ruolo della Norvegia è conosciuto dagli storici ma non da molti altri.


Mi sono chiesta perché, se la Norvegia era occupata dalle forze tedesche e la Germania era alleata del Giappone, un sottomarino giapponese attaccasse la nave mercantile norvegese su cui era imbarcato Konrad.

     Dopo Pearl Harbour il Giappone invase tutti gli altri paesi della sua area, c’era un’altra guerra nell’Oceano fra il Giappone e gli Stati Uniti e tutte le navi degli alleati venivano attaccate. Perché, sì, la Norvegia era occupata ma simpatizzava per gli alleati, si schierava a fianco degli alleati.

Dopo aver scritto il primo libro, sono venuta a conoscenza del campo di prigionia dei giapponesi a Giava, ho fatto molte ricerche ma, in realtà, non volevo scrivere la storia di un uomo. Poi ho letto che c’erano anche delle donne e dei bambini norvegesi nel campo e allora il libro diventò anche un libro che parlava delle donne.

Leggendo “Il nonno respirava con il mare”, piangiamo per la morte di una ragazza che abbiamo amato, in “Quando la nonna danzava sotto la pioggia” ci sono due punti importanti in cui le donne sono delle vittime: c’è la ragazza colpevolizzata per essersi innamorata di un tedesco e poi il suicidio di massa delle donne a Demmin. Sono le donne le vittime ignorate di tutte le guerre?

    Proprio così. Le donne sono le vittime della guerra di cui non si parla. La guerra è pericolosa per un uomo, spara, gli sparano, può morire, ma le donne soffrono perché i mariti sono al fronte, pensiamo adesso alle donne ucraine. La narrativa, però, non ne parla, la loro sofferenza non viene riconosciuta. Se poi pensiamo agli stupri di guerra…

È stato detto e scritto così tanto sui campi di concentramento tedeschi e così poco sui campi giapponesi e sull’Unità 731. Mi sono chiesta se sia perché la Germania è in Europa e ha riconosciuto la sua responsabilità in quanto è accaduto, mentre il Giappone non lo ha mai fatto, come se le bombe nucleari annullassero quello che loro avevano fatto prima.


    Le bombe su Hiroshima e Nagasaki sono dietro questo silenzio. L’effetto delle bombe atomiche è stato tale da ridurre tutti al silenzio. Ho incontrato in Germania un uomo di 81 anni- non aveva mai sentito parlare dei campi di prigionia in Asia. Quelli che avevano fatto ritorno, erano tornati molti anni dopo la fine della guerra e la gente non voleva più sentir parlare di guerra. Soltanto nel 2002 quelli che erano stati prigionieri in Asia ebbero un risarcimento. Io voglio parlare di quello di cui non si parla.

Tekla, Konrad, la Germania, il campo di prigionia giapponese. Quale sarà l’ambientazione, chi sarà protagonista del terzo romanzo?

    Il terzo libro sarà di nuovo sulle donne e sull’amicizia. Si può ancora essere amiche se abbiamo scelto la parte sbagliata? Una delle amiche di Tekla si era unita alla resistenza, un’altra era una lavoratrice forzata prelevata dall’Ucraina, lei, Tekla, aveva sposato ‘un nemico’. Hanno tutte delle storie diverse ma riescono ancora a capire, perdonare ed amare. Gli anni del romanzo vanno dal 1943 al 1952, è una storia del dopo guerra ambientata nella Norvegia al di sopra del circolo polare e nella Mosca del dopo guerra.


Lei è anche una giornalista. Come ha influenzato, il suo essere una giornalista, l’approccio all’argomento?

    Essere una giornalista ha un ruolo importantissimo per me. La giornalista che è in me si interessa a qualcosa, come giornalista sono capace di scavare e trovare qualcosa di non conosciuto. Faccio ricerche per anni e poi, quando inizio a scrivere, è come se gettassi per aria tante idee e a questo punto interviene la scrittrice che afferra le storie che le servono e le mette su una base che diventa vera. Gli sfondi di queste storie sono la cornice per i miei personaggi dei romanzi. Allora metto da parte la giornalista e inizio a immaginare. Non penso che potrei scrivere se non fossi una giornalista. Il mio principio è: non rinunciare, c’è sempre qualcuno che può darti la risposta.




 

lunedì 5 ottobre 2026

Thrity Umrigar, “Il linguaggio segreto delle carezze” ed. 2026

                                                                  Voci da mondi diversi. India



Thrity Umrigar, “Il linguaggio segreto delle carezze”

Ed. Libreria Pienogiorno, trad. Valentina Guani, pagg. 400, Euro 18,90

 

   Tre anni. È possibile che siano già passati tre anni da quando Remy è stato in India a trovare sua madre? Pensava di poter stare tranquillo, che il cugino a cui aveva concesso di abitare nell’appartamento sopra a quello della madre con la promessa che in futuro ne sarebbe stato il proprietario, si sarebbe preso cura dell’anziana zia. E invece Remy trova la madre in ospedale. Ha la polmonite, fa fatica a respirare, si rifiuta di mangiare e non parla. Sembra proprio che abbia rinunciato a vivere.

   Remy si infuria con il cugino e poi è sommerso dai sensi di colpa- per averle telefonato così di rado, per non essere venuto, per non aver tenuto la situazione sotto controllo, anche se da lontano. Va ogni giorno in ospedale, adesso, Remy. Se la madre fa capire di desiderare la Coca Cola, lui le compra la Coca Cola e che gli importa del parere contrario del medico- che cosa può rendere la situazione peggio di così? E iniziano i ricordi, di quella madre così lunatica, così spesso arrabbiata, così poco affettuosa (anzi per nulla affettuosa), che arrivava a dargli pizzicotti che gli facevano venire i lividi, che era così distaccata e fredda con il marito. Di per contro suo padre era stato il suo idolo, il suo eroe, sempre al suo fianco, sempre condiscendente, sempre a spingerlo più avanti, a incoraggiarlo anche se la scelta di Remy di studiare le materie letterarie per diventare un poeta forse non era di suo gradimento. Era stato suo padre a spingerlo ad andare a studiare in America- era stato per allontanarlo dalla figura così negativa della madre? Quando, qualche ano prima, suo padre era morto, Remy era stato devastato. Ed ora aveva trovato una lettera per lui, scritta, forse, in punto di morte. Perché sua madre non gliela aveva data? Perché il padre sperava che il figlio fosse migliore di lui? E trova pure una fotografia che ritrae un bambino- assomiglia a lui ma non è lui.


   Se questo è un filone del romanzo con una storia che scava nei rapporti famigliari, nelle difficoltà che una coppia incontra quando deve affrontare problemi che riguardano i figli, nel sacrificio di sé scelto per amore di un altro, per non privare un figlio dell’adorazione per la sua figura di riferimento, c’è però anche un altro filone che si collega a questo, quasi per affrontare il tema dei rapporti genitori-figli da un’altra angolazione.


Remy è venuto in India per adottare un bambino che non è ancora nato- la giovanissima mamma del bambino è rimasta incinta senza essere sposata ed è impensabile che possa tenerlo, i suoi genitori non lo accetterebbero mai. Riflettiamo allora su che cosa significhi essere una madre o un padre, su figli voluti e figli non voluti, su figli abbandonati e sul difficile impegno del’adozione. 

Sullo sfondo, sempre, il contrasto tra India e America, tra chi ha e chi non ha, tra chi non ha neppure piena consapevolezza dei suoi privilegi e chi accetta di non avere alcun privilegio senza neppure metterlo in discussione.



   

 

sabato 3 ottobre 2026

Sarah Dunant, “La marchesa” ed. 2026

                           Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

romanzo storico

Sarah Dunant, “La marchesa”

Ed. Neri Pozza, trad. Maddalena Togliani, pagg. 336, Euro 19,00

 

   È Isabella d’Este la Marchesa del nuovo romanzo di Sarah Dunant. Nata nel 1474, andata sposa a Francesco Gonzaga, guidò la città-Stato di Mantova (lui era un guerriero e lasciava spesso a lei gli impegni politici) negli anni difficili di guerre, alleanze e tradimenti, tra la fine del secolo XV e l’inizio del XVI.

    “La marchesa” non è il solito romanzo storico imperniato su una grande figura femminile. È un romanzo di ambientazione storica ma anche un libro di storia dell’arte (Isabella era una fine collezionista e, alla sua morte, lasciò una collezione straordinaria di dipinti, sculture, libri, strumenti musicali) e, in un certo qual senso, un’autobiografia della scrittrice stessa  che appare nelle vesti della studiosa che consulta le lettere e i quaderni di Isabella conservati in un ex convento e in una chiesa, sede dell’Archivio di Stato di Mantova. Perché è proprio Sarah Dunant, anche se non ne sappiamo il nome, la ricercatrice vestita con una maglia verde foglia, pantaloni ocra alla turca e una sciarpa gialla. La scelta narrativa della scrittrice è insolita per un romanzo storico: ricordate il libro “Amabili resti” di Alice Sebold? La sua storia (era stata uccisa) viene raccontata da lei stessa che aleggia sul nostro mondo con lo sguardo di chi ha lasciato la vita terrena. Così è per Isabella- guarda, osserva, le piace la donna che ha chiesto di consultare le sue lettere (l’avrebbe volentieri presa come dama di compagnia), le piace di meno lo storico dell’arte con gli occhiali su cui fa osservazioni ironiche, e intanto sbircia le lettere che la scrittrice consulta. E ricorda.


    Le lettere sono il punto di partenza per ricostruire la sua vita da un punto di vista personalissimo, intimo o ufficiale, secondo a chi le lettere sono indirizzate. In genere non ci si può fidare di chi parla di sé, ma Isabella è straordinaria anche in questo. È obiettiva. Sa bene di non essere mai stata bella, non come la sorella Beatrice che andò sposa a Ludovico Sforza. Era stata gelosa di Beatrice, Ludovico era un bell’uomo e Milano non era Mantova. Quanto a Francesco Gonzaga- Isabella non si sentiva affatto attratta da lui e, dallo scambio di lettere con la madre, ci lascia intendere quanto le pesasse l’intimità coniugale. La felicità che Isabella non trovava a letto, la frustrazione e sì, anche la preoccupazione per quell’erede che non arrivava, erano compensate dal suo interesse per l’arte, per tutte le forme di bellezza che erano arte. Tutti i nomi più famosi degli artisti del Rinascimento, contesi da una corte e dall’altra, appaiono in queste pagine, balzano fuori dalle sue lettere, con le commissioni date, accettate, rifiutate, insieme alle puntuali note critiche della marchesa. Leonardo, Michelangelo, Brunelleschi, Mantegna, Giulio Romano- per citare solo i grandissimi.

Francesco Gonzaga

    Dai campi di battaglia (quella epica di Fornovo del 1495 è stata resa memorabile dal dipinto commissionato ex-voto da Francesco a Mantegna) alle corti di Mantova, di Ferrara e a quella papale a Roma, dalla descrizione di abiti e tessuti e arredi alla cella in cui fu rinchiuso Francesco Gonzaga, dai parti, di Isabella, della sorella rivale che morì a soli ventidue anni dando alla luce il terzo figlio, al mal francese, come veniva chiamata la sifilide, che si portò via Francesco. E sempre lei, Isabella, in primo piano, più a suo agio al governo del ducato di Mantova che nella stanza da letto. E sempre lei, Isabella, che alita sui fogli della scrittrice ricercatrice, che fa sentire la sua presenza, quasi volesse continuare a vivere, almeno sulla carta.

    E la carta ci riporta in vita una donna eccezionale.



    

martedì 29 settembre 2026

Trude Teige, “Il nonno respirava con il mare” ed. 2026

                                                           vento del Nord

                                                   seconda guerra mondiale

Trude Teige, “Il nonno respirava con il mare”

Ed. Fazi, trad. Lucia Barni, pagg. 332, Euro 19,50

   Era andata alla ricerca del passato della nonna, Juni, nel precedente romanzo di Trude Teige, “Quando la nonna ballava sotto la pioggia”. Ed ora, in questo secondo libro che è, sì, il seguito, ma può essere letto del tutto separatamente dal precedente, la sua attenzione si rivolge a quel nonno così affettuoso che sapeva tutto sul mare, che le diceva che le onde ‘che ci sia quiete o tempesta, toccano la terra sempre allo stesso ritmo’ e ‘se hai paura o sei triste, respira con il mare’. Il nonno raccontava anche delle città in cui era stato quando era marinaio e poi però taceva quando gli si chiedeva della guerra, di dove fosse stato durante gli anni di guerra, non diceva nulla di quello che gli era successo e gli aveva insegnato a respirare con il mare. Proprio come per la nonna Tekla, anche il suo silenzio nascondeva ricordi che non voleva risvegliare.

   Nel 1943 il nonno Konrad Bjerke era marinaio semplice sul mercantile Anitra, la stessa nave su cui era imbarcato suo fratello maggiore Sverre. Nell’Oceano Indiano erano stati attaccati da un sottomarino giapponese, Sverre e altri ufficiali erano stati presi prigionieri, Konrad si era miracolosamente salvato su una scialuppa di salvataggio. Salvato? Sì, per veder morire gli altri marinai che erano con lui, tranne uno che era stato colpito da due pallottole ma era ancora vivo- Konrad non era riuscito a tenerlo in vita a lungo. Diciannove giorni alla deriva prima di approdare sulle coste di Giava dove lo avevano trovato dei pescatori e portato all’ospedale.


    È ancora la guerra il centro della narrazione di Trude Teige. Se nel romanzo precedente l’attenzione era rivolta all’occupazione della Norvegia da parte dei nazisti prima e al dopo-guerra in Germania poi, qui lo sguardo si sposta ad Oriente, a Giava, l’isola dell’Indonesia passata di mano dai colonizzatori olandesi a quelli britannici e ritornata poi agli olandesi prima di diventare indipendente nel 1949. Tra il 1942 e il 1945, tuttavia, i giapponesi occuparono l’isola- furono anni durissimi, soprattutto per i coloni olandesi e britannici che avevano sempre avuto una posizione privilegiata a Giava.

   La prima parte del libro era la storia della guerra in mare e del nonno Konrad che non era finito subito prigioniero dei giapponesi come suo fratello. La seconda parte è una sorta di intermezzo con la lentissima ripresa di Konrad grazie anche alle cure dell’infermiera norvegese Sigrid- l’amore che sboccia tra di loro è come un fiore nel deserto. C’è poi una terza parte che si svolge nei campi di prigionia giapponesi, una lettura angosciante quanto quella dei campi di concentramento tedeschi- fame, malattie, lavori massacranti per i prigionieri, umiliazioni, crudeltà disumana, morte, corpi morti ovunque. È Stalin che ha detto, ‘la morte di un uomo è una tragedia, quella di milioni è una statistica’? ed è lo psichiatra austriaco Viktor Frankl che ha scritto che chi, nei campi, sceglieva di dividere l’ultimo pezzo di pane o di confortare un compagno salvava la propria dignità? Anche il nostro Primo Levi diceva che mantenere un minimo di decoro serviva a riaffermare la propria umanità contro i carnefici.


    La giovane Sigrid, la suora Magnhild, lo stesso Konrad sono figure luminose, per il loro coraggio, la generosità, l’altruismo, l’ardire di mettere a rischio la loro vita per salvare quella di altri.

    Il Giappone si arrende, dopo le bombe su Hiroshima e Nagasaki- e questa è la quarta parte del libro. Dopo mille difficoltà ci sarà il finale felice che ci aspettiamo, con un ricongiungimento ideale con la trama del libro precedente, con le pagine in cui conosciamo quella che sarà la nonna Tekla, qui una giovane mamma che danza nella pioggia. Prima però ci verranno le lacrime agli occhi, perché in una guerra ci sono sempre gli ultimi spari.

    Chi ha amato “Quando la nonna danzava nella pioggia”, amerà certamente anche “Il nonno respirava con il mare” che fa luce su un’altra pagina poco conosciuta della Storia del secolo scorso.




domenica 27 settembre 2026

Nelio Biedermann, “I Lázár” ed. 2026

                                                Voci da mondi diversi. Svizzera

     storia di famiglia


 Nelio Biedermann, “I Lázár”

Ed. Guanda, trad. Leonella Basiglini, pagg. 304, Euro 18,05

 

   Ai margini dell’oscuro bosco c’era ancora la neve del secolo defunto, quando Lajos von Lázár, il bambino trasparente dagli occhi azzurri come il mare, intravide per la prima volta l’uomo che, a lungo anche dopo la sua morte, avrebbe creduto essere suo padre.

    Quante cose ci dicono queste prime righe di apertura del romanzo del giovanissimo Nelio Biedermann che è cresciuto a Thalwil, sul lago di Zurigo, ma i cui nonni paterni, appartenenti alla nobiltà ungherese, si sono rifugiati in Svizzera negli anni Cinquanta.

Ci aiutano ad ambientare la storia che leggeremo- sono i primi giorni di gennaio del 1900 (ce lo dice la neve), il luogo (un castello, questo lo sapremo poi) è vicino a un bosco ‘oscuro’ come la selva oscura dantesca- anche questo bosco forse simboleggia il peccato, lo smarrimento, la confusione di scelte difficili-, il bambino che viene al mondo- uno dei protagonisti, forse il protagonista principale- non è come tutti gli altri e poi non è figlio di quello che crede essere suo padre. Sarà una storia che si srotolerà per più di mezzo secolo, che vedrà la fine dell’impero austro-ungarico, la caduta di una famiglia, l’avvicendarsi di diversi regimi politici che infine non lasceranno scelta tranne la fuga oltre i confini.

le Croci Frecciate

   Sándor von Lázár (verrà il giorno quando sarà meglio omettere il von nobiliare), la moglie Mária, i figli Ilona e Lajos, il fratello folle di Sándor, Lajos e Lilly e i loro figli Pista ed Eva- sono questi i personaggi del romanzo. O forse la vera protagonista è la Storia dentro cui si muovono, come attori, i personaggi. La fine del vecchio e baffuto imperatore significa il dissolvimento della grandezza del suo impero e, parallelamente, assistiamo alla fine tragica della madre di Lajos e allo scivolare di suo padre nell’alcolismo. I cambiamenti nella vita della famiglia incalzano, dalla residenza nel castello andranno prima a Pécs e poi a Budapest, mentre un altro uomo, con i ridicoli baffetti, questo, arringa le folle in Germania ed estende il suo potere in Ungheria. Quello di Hitler è un potere subdolo e strisciante in cui Lajos si trova invischiato- sarà travolto dai sensi di colpa quando si renderà conto di che cosa è stato corresponsabile. Solo quando, a guerra finita, il giovane Pista andrà a cercare la ragazza di cui era innamorato, verrà a sapere che era ebrea e che era scomparsa. Ormai tutti sanno dove. Forse il destino migliore è quello di Imre, lo zio di Lajos ossessionato dai ‘Notturni’ di Hoffman- c’è saggezza nella sua follia, proprio come in Re Lear? Che periodo buio della storia dell’Ungheria, quello della guerra con le Croci Frecciate e del dopoguerra con l’occupazione sovietica e il Partito Comunista guidato da Rákosi  (e i Lázár, ormai definitivamente senza il von, vivono in ristrettezze, sia di mezzi sia di spazio)!


   C’è un certo qual cambiamento nel tono narrativo del romanzo. La prima parte, più lontana nel tempo, ha i contorni più sfumati, c’è un certo non so che da realismo magico (vedi la nascita del bambino dalla pelle trasparente), mentre la narrazione si fa più dura e realista con gli avvenimenti più recenti che culminano con il coinvolgimento politico di Pista, la speranza in Imre Nagy, la rivoluzione del 1956, il trauma dei carri armati sovietici in Budapest, la decisione di lasciare l’Ungheria.


    Il linguaggio di Nelio Biedermann ha un nitore di altri tempi, può essere poetico o crudo senza mai essere esagerato, così come sono discreti i riferimenti a scrittori e grandi opere del passato- da Dante a Mann, a Roth, a Màrquez. È un’opera prima e non è particolarmente originale, ma la giovinezza dello scrittore ne fa un romanzo fuori dell’ordinario che suscita stupore e ammirazione per il suo autore.



 

   

 

 

 

venerdì 25 settembre 2026

Barbara Demick, “Nulla da invidiare” ed. 2026

              Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

   reportage

Barbara Demick, “Nulla da invidiare”

Ed. Iperborea, trad. Valentina Ricci, pagg. 409, Euro 20,00

     Dopo trentacinque anni di occupazione giapponese, nel 1945, alla fine della seconda guerra mondiale, la Corea fu liberata- le truppe sovietiche occuparono il Nord, mentre quelle americane occuparono il Sud. Il confine provvisorio per dividere le due zone di influenza fu tracciato lungo il 38° parallelo e nel 1948 sorsero la Repubblica Popolare Democratica di Corea a Nord, con regime comunista, e la Repubblica di Corea a Sud che si ispirava alle dottrine capitaliste. Nel 1950 le truppe nordcoreane invasero il Sud per unificare con la forza il paese e, mentre la Cina appoggiava il Nord, gli Stati Uniti intervennero per difendere il Sud. La guerra terminò con un armistizio nel 1953 e attualmente le due Coree sono separate dalla Zona Demilitarizzata. Attualmente la Corea del Sud è una Repubblica presidenziale democratica retta dal Presidente Lee Jae-myung, mentre la Corea del Nord è uno Stato socialista governato come una dittatura totalitaria dinastica e il leader supremo è Kim Jong-un.

Kim Jong-un

   Una foto satellitare notturna delle due Coree mostra un’ampia area buia a Nord e milioni di lucine al Sud. Manca l’elettricità nella Corea del Nord, il paese è uno spazio nero, un buio che diventa metaforico per l’oscurità in cui è avvolto il paese- quello che sappiamo noi, all’esterno, è basato sui racconti di chi è riuscito a varcare il confine, e loro, quelli che vivono là, sono totalmente all’oscuro di quanto accade ‘fuori’. Soltanto alcuni, che, di nascosto e correndo grandi rischi, riescono ad ascoltare la radio, sono venuti a conoscenza della menzogna su cui sono costruite le loro vite. Tutto ciò che il capo supremo ha sempre detto sulla Corea del Sud, sugli Stati Uniti, sugli altri paesi capitalisti è falso. Ma la realtà è talmente al di fuori della loro immaginazione che gli riesce difficile crederci.


   Anche se un mare di fuoco ci assale, noi dolci bambini non dobbiamo temere./ Nostro padre è qui./ Non abbiamo nulla da invidiare al mondo.

  Sono le parole della canzone che viene insegnata ai bambini a scuola. È un lavaggio del cervello per far sì che la gente si convinca di vivere nella migliore società possibile. Kim Il-sung, leader della Repubblica Popolare Democratica di Corea dal 1948 al 1994, voleva costruire gente migliore oltre a costruire un nuovo paese. A tale scopo aveva ideato un suo sistema filosofico, il juche, ‘autosufficienza’. I coreani erano il popolo eletto, non dovevano fare affidamento sulla Cina o il Giappone o la Russia. La volontà individuale doveva essere sottomessa a quella collettiva, era necessario seguire un leader assoluto e supremo- quel leader era, naturalmente, Kim Il-sung. C’era qualcosa di diverso, tuttavia, tra il culto della personalità che è proprio di tutti i dittatori e quello a cui ambiva Kim Il-sung. Lui capiva la forza della religione e aveva favorito il sorgere di leggende su di lui che sembravano un adattamento di ciò che viene narrato nei Vangeli. Anche nei quadri che obbligatoriamente erano appesi in ogni casa (spolverati con uno straccio che veniva regalato e destinato solo a quell’uso) Kim Il-sung era ripreso accanto al figlio Kim Jong-il- erano Dio padre e il figlio Gesù.  


   Barbara Demik ha passato sette anni a Seul raccogliendo le testimonianze di nordcoreani che erano riusciti a superare il confine. Quello che rende il suo libro un racconto non solo istruttivo e interessante, ma anche appassionante e coinvolgente, è la sua scelta di trasformare i testimoni- Mi-ran (la ragazza che aveva vissuto una storia d’amore che non aveva speranze di concludersi), la dottoressa Kim che aveva visto morire di fame così tanti piccoli pazienti, la signora Song che era abile nell’inventare nuove ricette con i pochi ingredienti disponibili, l’orfano Hyuk (piccolo per statura e con la testa grossa per denutrizione), Jun-sang (il ragazzo che aveva osato dare un bacio sulla guancia di Mi-ran dopo anni che uscivano insieme di notte per non essere visti)- in protagonisti, in veri e propri personaggi di cui seguiamo le vicende in quella prigione a cielo aperto in cui avevano vissuto prima di maturare la decisione di evadere a qualunque costo. Ognuno di loro ha la sua storia, ognuno aggiunge un tassello alla ricostruzione di un’esistenza fatta di paura continua, paura di delazioni per ogni minima infrazione a regole di comportamento che vanno dalla lunghezza dei capelli alla proibizione di precoci legami amorosi, da qualunque tipo di commercio personale (ordine che verrà ignorato quando aumenterà la penuria di alimenti) a, naturalmente, qualunque contatto con l’estero, sia pure attraverso letture. Se la descrizione delle condizioni di vita quando iniziò a mancare l’elettricità e poi l’acqua e poi i farmaci negli ospedali è penosa, quella della carestia e della fame e di quello che la fame spingeva a fare negli anni ‘90 è addirittura sconvolgente.


    Si apre un altro mondo ai nostri personaggi dopo la fuga, dapprima verso la Cina e poi verso la Corea del Sud. Un mondo di meraviglie, è come se avessero dormito o avessero vissuto nel peggiore degli incubi fino a quel momento, capiscono di essere stati ingannati fino ad adesso. E l’adattamento non è né facile né indolore. Cambiano, tutti loro. Quando Jun-sang si riunisce a Mi-ran, la trova sposata, la trova diversa.

   Un libro da leggere. Per sapere. Per capire.