venerdì 24 giugno 2022

Javier Cercas, “Il castello di Barbablù” ed. 2022

                              Voci da mondi diversi. Penisola iberica

  cento sfumature di giallo

Javier Cercas, “Il castello di Barbablù”

Ed. Guanda, trad. B. Arpaia, pagg. 420, Euro 19,00

 

   Ritorna Melchor Marín, il poliziotto della Terra Alta, in Catalogna, che ora non fa più il poliziotto ma lavora nella biblioteca dove un tempo lavorava la moglie Olga. Ha un passato burrascoso, Melchor Marín, non ha avuto una vita facile e ha sempre tenuto nascosto alla figlia Cosette (deve il suo nome al romanzo preferito di Melchor, “I miserabili”) che la morte di Olga non è stata dovuta ad un incidente. Quando qualcuno dice a Cosette, ormai diciassettenne, che sua madre è stata uccisa come conseguenza del caso di cui suo padre si stava occupando, lei va in crisi. Cosette dovrebbe presentarsi all’esame di ammissione all’università, ma non è più sicura di nulla, neppure di voler studiare, e parte con un’amica per una vacanza a Majorca. L’amica ritorna da sola. Cosette si è fermata sull’isola, ha bisogno di  pensare, fa sapere al padre di non cercarla.

   Non cercarla? Come fa un padre, e per di più un padre che è stato poliziotto e conosce meglio di chiunque altro a quali pericoli una ragazza sola può esporsi, ad aspettare tranquillo che la figlia si faccia viva? È come se Melchor avesse un sesto senso, è il sesto senso di un genitore, perché dopo due giorni Cosette non è più nell’albergo dove alloggiava, anche se la valigia è ancora nella sua stanza.

Pollença

    Il titolo del libro, ripreso dai titoli degli articoli che compariranno sui giornali, si riferisce chiaramente al personaggio della fiaba di Perrault, quel Barbablù che conservava i cadaveri delle mogli in una stanza chiusa a chiave. Il Barbablù del romanzo di Cercas è un finanziere ricco e potente, stimato da tutti per il suo impegno umanitario. È possibile che un uomo così in vista abbia un lato nascosto, un Mr.Hyde dedito a festini per cui si procaccia ragazzine che soddisfino la lussuria sua e dei suoi amici? Forse sì, visto che possiede una villa valutata una cifra da capogiro a Formentera, inaccessibile e blindata? Cosette è finita forse in questa villa?

    Le ricerche iniziali di Melchor, che dimentica che ora è solamente un padre  (quante ragazze scompaiono, anche volutamente, a Majorca?) e non più un poliziotto, si scontrano con l’indifferenza della polizia dell’isola che sembra faccia apposta a procedere con lentezza- sembra una donchisciottesca lotta contro i mulini a vento. Finché Melchor si rende conto che c’è un vero e proprio muro di omertà intorno al magnate. Si apre uno spiraglio, però, quando un messaggio anonimo indirizza Melchor da qualcuno che può dirgli di più.

   Quella che si ingaggia sull’isola è una gigantesca lotta tra il Bene e il Male, dove il Bene diventa la difesa delle donne e il Male si spacca tra un male minore e un Male peggiore che ingloba pedofili e violenza, stupri e sadici delitti, corruzione e connivenza a tutti i livelli. Non ci può essere una fine immediata, pur con feriti e morti dopo una incursione nel castello di Barbablù preparata con la massima precisione e ad alto rischio. La fine si trascinerà nel tempo ma avrà un valore catartico anche per Cosette che riesce a superare il trauma subito (si riesce veramente a superare del tutto una simile esperienza?).


    C’è un grosso impegno sociale ed etico nel romanzo di Javier Cercas. C’è la volontà di smascherare chi detiene il potere dei soldi o degli incarichi pubblici e di denunciare soprusi sessuali e violenze perpetrati nei confronti delle donne, per lo più impuniti o, peggio ancora, attribuiti a comportamenti femminili consenzienti.

   Osserviamo infine due particolarità del libro- il tempo dell’azione che si svolge nel futuro e la ricorrente allusione pirandelliana ai romanzi di Cercas in cui il personaggio è proprio Melchor- è la vita che copia il romanzo o il romanzo che copia la vita? Quale è la realtà?

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lunedì 20 giugno 2022

Ilaria Tuti, “Come vento cucito alla terra” ed. 2022

                                                                      Casa Nostra. Qui Italia

                                                      romanzo storico


Ilaria Tuti, “Come vento cucito alla terra”

Ed. Longanesi, pagg. 384, Euro 20,00

     Cate. Alexander. Andrew. Sono questi i tre nomi dei tre personaggi a cui più continueremo a pensare, dopo aver terminato la lettura del nuovo romanzo di Ilaria Tutti, “Come vento cucito alla terra”. E poi Flora Murray e Louisa Garrett, Olga e Oliver e Cecil e Madame Decourcelle, alcuni di questi realmente esistiti che affiancano i protagonisti creati dall’immaginazione della scrittrice. Tutti eroi ed eroine che hanno fatto la Storia, quella della prima guerra mondiale.

    Londra 1914. Cate Hill, figlia di padre inglese e madre italiana, è una delle prime ‘lady doctors’, penalizzata in quanto donna, autorizzata ad esercitare in un ambito molto limitato, quello della ginecologia e con pazienti ai margini della società. Quando la conosciamo, è appena intervenuta per aiutare una giovane prostituta a partorire. Cate stessa è madre di una bimba, porta un anello al dito, ma il padre della bambina si è volatizzato. È proprio il pensiero della bambina che la lascia incerta se accettare la richiesta delle due donne medico, Flora e Louisa (diventeranno famose), che le chiedono di unirsi a loro per aprire un ospedale a Parigi per curare i feriti di guerra. Accetta, è un’occasione da non perdere. Per lei come medico, per lei come unico genitore a sostenere le spese del mantenimento della figlia.

Flora Murray e Louisa Garrett

     È a questo punto che il romanzo di Ilaria Tuti diventa qualcosa di più del solito romanzo con una storia al femminile. La prima guerra mondiale, durissima sul nostro confine, come la scrittrice ha già raccontato in “Fiore di roccia”, fu una vera e propria tragedia, un massacro, nella regione del Belgio e delle Fiandre. La pioggia implacabile, i soldati che affondavano nel fango,  l’esplosione delle granate che scagliava pezzi di corpi in aria, l’iprite (il gas usato per la prima volta dai tedeschi nella battaglia di Ypres da cui prende il nome) che distruggeva i polmoni, i sopravvissuti che soffrivano spesso di quello che sarebbe stato riconosciuto come stress post traumatico.

    Su questo sfondo si muovono i nostri personaggi, prima fra tutti una donna forte e coraggiosa che deve affrontare, oltre alla sfida giornaliera per strappare gli uomini dalle grinfie della morte, oltre a doversi cimentare con operazioni di chirurgia che mai si sarebbe aspettata, l’avversità degli uomini che non volevano essere toccati dalle mani di una donna, che non credevano possibile che lei fosse altrettanto brava di un uomo.

Accanto a Cate, quasi la sua controparte per dirittura morale, empatia e coraggio, il capitano Alexander a cui lei salverà la vita per ben due volte. E, se è vero che tutti i compagni d’arme sono un poco i figli del capitano, il giovanissimo Andrew diventa per lui una sorta di figlio adottivo- anzi, sarà il figlio adottivo di tutti i soldati della compagnia quando si tratterà di schermarlo da un padre durissimo al punto di essere disumano.

Ernest Thesiger

    Un altro personaggio realmente esistito compare in queste pagine, responsabile di un’iniziativa innovatrice negli ospedali. Ernest Thesiger, attore teatrale, incoraggiò i soldati a ricamare. Sì, ricamare, per tranquillizzarsi, per creare qualcosa di bello facendo sbiadire i ricordi dell’orrore, per avere un’opportunità di guadagno quando i lavori che svolgevano precedentemente gli sarebbero stati preclusi per le menomazioni fisiche. Ma anche per coltivare questo ‘passatempo’ senza essere scherniti avrebbero dovuto combattere.

   E poi c’è un fiore che diventa un simbolo. Era stata la candida stella alpina sulle cime dolomitiche di “Fiore di roccia”, è il rosso papavero che fiorisce innaffiato dal sangue dei morti nel libro che stiamo leggendo. Rosso come il sangue versato nelle Fiandre, rosso come l’amore. Petali secchi di papavero in un messaggio di Alexander a Cate, fiori fiammeggianti in un ricamo rivelatore, fiori che danzano nel vento incuranti delle esplosioni.


   Una duplice battaglia si combatte in questi anni di guerra, ce ne rendiamo presto conto. Quella degli uomini che diventeranno eroi e quella delle donne che difficilmente saranno chiamate eroine. Le donne combattono per acquistare la dignità di persone autonome che hanno diritto al voto, alla libertà di scelta di vita e di professione. Dobbiamo a loro quello che siamo adesso. E Cate Hill è la nostra eroina.

    Da leggere. Assolutamente. Per la Storia e per le storie.

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giovedì 16 giugno 2022

María Oruña, “Quel che la marea nasconde” ed. 2022

                                      Voci da mondi diversi. Penisola iberica

 cento sfumature di giallo

María Oruña, “Quel che la marea nasconde”

Ed. Ponte alle Grazie, trad. Masoch, Leandri, Magnin, pagg. 464, Euro 18,00

   L’enigma della camera chiusa- è considerato un sottogenere del romanzo ‘giallo’ il rompicapo del delitto compiuto in una stanza chiusa dall’interno che gira intorno a due quesiti allacciati l’uno all’altro: come è stato possibile? Chi è il colpevole?

In aggiunta, molto spesso la stanza chiusa in cui una persona è stata uccisa si trova dentro un altro luogo chiuso in cui si trova un numero limitato di ospiti. Gli esempi sono tanti, ad iniziare da “I delitti della Rue Morgue” di Edgar Allan Poe per culminare con la maestra del giallo, Agatha Christie. E il romanzo della scrittrice spagnola María Oruña, “Quel che la marea nasconde”, inizia ogni capitolo con una citazione tratta da uno di questi ‘classici’. Perché Judith Pombo, imprenditrice e presidente del più esclusivo tennis club di Santander, è stata pugnalata dentro la sua cabina (chiusa a chiave dall’interno) a bordo della goletta dove stava per iniziare una cena di gala.

   Questo è il primo romanzo di María Oruña pubblicato in Italia, ma non è il primo della serie in cui il tenente Valentina Redondo è protagonista. Valentina (il suo cognome è un omaggio alla scrittrice Dolores Redondo) è incaricata di indagare il caso- è una giovane donna ferita nel corpo e nell’anima, non ha voluto ricorrere ad un supporto psicologico che le era stato offerto ma soffre ancora molto per quello che ha passato e che noi scopriamo a poco a poco, in una sorta di ripasso del romanzo precedente. C’era stato uno scontro a fuoco proprio l’ultimo giorno di servizio attivo di Valentina e per salvare un collega, con un ammirabile atto di coraggio, Valentina era stata colpita da una pallottola di rimbalzo e aveva perso il bambino di cui era incinta. Questo è l’antefatto della sottotrama ‘rosa’ che proseguirà in questo libro e che spiega la spigolosità di carattere di Valentina e la protettività che i colleghi hanno verso di lei.


    Gli altri ospiti a bordo sono una manciata- un campione di tennis, un ragazzo paraplegico che è riuscito a primeggiare nel tennis giocando seduto sulla sua carrozzina, una coppia in cui il marito è un italiano molto più giovane della ricchissima moglie, una ragazza di idee repubblicane con lo zio che ha un’impresa di riciclaggio. E poi la segretaria di Judith Pombo. Judith è arrivata in ritardo a bordo e tutti hanno sentito la sua sfuriata contro la segretaria per l’errore da questa commesso: la cena si sarebbe dovuta tenere al club e non sulla goletta. Poi Judith si era ritirata nella sua cabina e dopo una decina di minuti si era sentito un grido provenire da questa.

    L’impianto del giallo segue il modello classico- nessuna arma viene trovata, nessuna impronta, nessuna porta nascosta da cui l’assassino sia potuto entrare. E poi, non erano forse tutti insieme in attesa che Judith li raggiungesse? Seguendo le istruzioni di Agatha Christie che aveva scritto che, quando la trama langue, ci deve essere qualche altro morto, ci saranno altre morti, meno misteriose di questa: sono opera dello stesso assassino? E intanto Valentina scava nel passato di tutti i presenti della goletta, mentre il lettore impara a conoscerli a distanza ravvicinata, perché la narrazione è intervallata da una sorta di capitoli ‘a lato’ in cui l’attenzione è focalizzata sui singoli personaggi fuori scena.


     Nessuno amava Judith Pombo, a dire il vero era proprio una donna orribile, egocentrica, cinica, sgarbata, supponente, priva della minima empatia. Ogni ospite a bordo poteva avere un motivo per toglierla di mezzo.

     In maniera garbata questo romanzo senza brividi ci chiede di riflettere se ci siano attenuanti per un omicidio e la soluzione ha un aggancio storico intrigante.

    Un libro piacevole con una bella ambientazione nella Spagna costiera settentrionale per colorare di giallo la nostra estate.

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lunedì 13 giugno 2022

Anne Berest, “La cartolina” ed. 2022

                                          Voci da mondi diversi. Francia

  romanzo autobiografico

      Shoah

Anne Berest, “La cartolina”

Ed. e/o, trad. A. Bracci Testasecca, pagg. 456, Euro 19,00

     Era il 2003 quando Léila, la madre di Anne- scrittrice e voce narrante del romanzo autobiografico “La cartolina”-, aveva trovato la cartolina nella cassetta delle lettere. Sul davanti era raffigurata l’Opéra Garnier di Parigi. Sul retro l’indirizzo della nonna di Anne (piuttosto ambiguo a dire il vero, quel M. Bouveris poteva essere Myriam Bouveris oppure Monsieur Bouveris), nessun testo e solo quattro nomi, dei genitori di Myriam, di suo fratello e di sua sorella. Tutti morti ad Auschwitz nel 1942.

    Quasi vent’anni più tardi Anne vuole scoprire il mistero di quella cartolina dimenticata in un cassetto. Chi può averla spedita? Perché a settant’anni di distanza dalla tragedia del secolo XX? Che significato conteneva? Nasce così “La cartolina”, in apparenza una sorta di indagine per risolvere un mistero che diventa però, sempre più chiaramente, un’indagine che ricostruisce la storia della famiglia Rabinovitch dentro la Storia d’Europa e anche, nel contempo, un’indagine sul significato di essere un ebreo in una società laica. Si tratta di scavare nel passato per capire il presente.


    La storia di famiglia ha origine in Russia, passa per la Lettonia e la Romania e la Palestina prima di arrivare in Francia, a Parigi. Ci sono due costanti in questa storia- avventure rocambolesche e fiato sospeso e, d’altro canto, quella sensazione così ingannevole di sicurezza, quel credere che le acque mosse torneranno tranquille, che la civiltà e la cultura saranno un baluardo contro il peggio, che aver dimostrato impegno e fedeltà ad un paese possa schermarli da qualunque minaccia.

   Dal 1929 al 1939 era durata la pace per i Rabinovitch in Francia dove avevano perfino cambiato cognome. Poi c’era stata l’invasione della Polonia seguita dagli eventi storici che conosciamo e che la scrittrice ripercorre seguendo le orme dei bisnonni e dei pro-zii- i rastrellamenti, i campi di raccolta, i treni blindati, i campi di sterminio. Le tracce dei quattro membri della famiglia nominati sulla cartolina si fermano qui. Non quelle della nonna Myriam che si era salvata. Come aveva fatto? Ancora fughe e nascondigli, ancora una vita sul filo del pericolo.   

    Anne Berest sapeva e non sapeva di essere ebrea. Dopo la Shoah la nonna Myriam aveva cancellato quella parte di sé, non aveva mai parlato di quello che era successo. È riportando alla luce il passato, è l’amore per un uomo che la introduce ai riti ebraici che Anne scopre quale sia il significato della sua appartenenza e quanta importanza abbia.


    Il filo conduttore della narrazione è la ricerca del mittente della cartolina- si scoprirà chi è, alla fine, ma non ha poi molta importanza. Quello che importa è la memoria, ricordare per non dimenticare, perché il passato sia un monito. Quello che importa è prolungare la vita di chi non c’è più, ripercorrere i loro passi verso le case in cui hanno abitato, parlare con chi li ha conosciuti o è figlio o nipote di chi li ha conosciuti. Soltanto in questo modo il loro passaggio sulla terra, la loro sofferenza e il loro impegno saranno ricordati per sempre, non saranno più fumo che si disperde nell’aria.

   Il libro di Anne Berest è vincitore della prima edizione del Choix Goncourt United States.

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mercoledì 8 giugno 2022

William Boyd, “Trio” ed. 2022

                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda


William Boyd, “Trio”

Ed. Neri Pozza, trad. Massimo Ortelio, pagg. 316, Euro 19,00

 

   Dovremmo sempre leggere con attenzione gli esergo dei libri- ci forniscono indicazioni preziose, ci preparano a quello che leggeremo. Sono due gli esergo del nuovo romanzo di William Boyd, “Trio”.

Uno è tratto da Cechov: La vita più vera e interessante della maggior parte delle persone trascorre al riparo della segretezza.

L’altro da Camus: Vi è soltanto un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio.

    Doppie vite, come nel dottor Jekyll e Mr. Hyde, dunque. Vite che si domandano se valga la pena di essere vissute. È di questo che leggeremo. E inoltre il titolo, “Trio”, ci fornisce un’ulteriore indicazione: tre personaggi saranno i protagonisti, alternandosi in veloci capitoli, ricchi di humour asciutto tipicamente inglese. L’ambientazione è Brighton. L’anno è il mitico 1968, l’anno che segnò una svolta per tutti, in Europa e in America.


    Elfrida Wing, moglie del regista Reggie Tipton, soffre del blocco dello scrittore- non riesce più a scrivere niente da dieci anni, dopo quattro romanzi di cui uno l’ha resa famosa, tanto che è stata paragonata a Virginia Woolf. Non fa che bere vodka, inodore e incolore. Lei la travasa in bottiglie di aceto bianco e il marito non si fa domande sull’alto consumo di aceto in quella casa. Non gli interessa saperlo, è sempre impegnato a tradire la moglie.

    Talbot Kydd, produttore, non più giovane, sposato e con due figli adulti, non è soddisfatto della sua vita- è sul punto di fare coming out sulle sue vere inclinazioni sessuali. Dopotutto è il ‘68 ed è in vigore la nuova legge che depenalizza l’omosessualità.

    Anny Wiklund, attrice americana di successo, è la star del film diretto da Reggie Tipton. Ha un ex marito ricercato per terrorismo, un amante francese e si sveglia nel letto con il giovane coprotagonista del film.

   Ogni capitolo che introduce uno dei tre personaggi incomincia con il loro risveglio, metafora di un altro risveglio ad una possibile nuova vita. E poi ci si cala subito nelle storie, dei personaggi e del film, e a volte riesce difficile distinguere la loro vita vera da quella sul palcoscenico, perché l’arte copia la vita- o è la vita che copia l’arte? C’è un turbinio di doppi- doppie case per doppie vite, doppi nomi (si può cambiare nome per i motivi più diversi, come il regista Reggie che vuole essere chiamato Rodrigo perché si pensi che lui sia italiano come i famosi registi del momento, oppure come Kydd che è conosciuto con un altro nome dal portinaio della sua seconda casa dove ha uno studio segreto e blindato, o come Elfrida che non vuole essere riconosciuta), ma anche doppie scene del film, cambiate per le esigenze più diverse. Soprattutto il finale del film sarà cambiato, con una spettacolare scena suicida, dopo che scompare l’attrice in fuga dall’ex marito. Ci sarà un suicidio vero, uno possibile, entrambi ‘annunciati’ da quello di Virginia Woolf su cui Elfrida Wing vorrebbe scrivere un romanzo (è un romanzo dentro il romanzo che non va oltre il primo paragrafo che è il doppio di quello che dà l’avvio al romanzo di William Boyd).


  William Boyd rielabora una struttura non nuova nel genere- cogliere dei personaggi in un momento cruciale della loro vita e seguirli nella svolta che riusciranno o non riusciranno a darle. E lo fa sul canovaccio di un film scadente che non soddisfa nessuno, proprio come Elfrida, Talbot Kydd e Anny non sono soddisfatti delle loro vite. Il romanzo è una commedia di maniera, potrebbe diventare uno sceneggiato televisivo, divertente e amaro. E tuttavia, ricordando il bellissimo “Ogni cuore umano” del 2005, non possiamo non restare un poco delusi.



  

  

domenica 5 giugno 2022

Avni Doshi, “Zucchero bruciato” ed. 2022

                                                Voci da mondi diversi. India


Avni Doshi, “Zucchero bruciato”

Ed. Nord, trad. F. Martucci, pagg. 384, Euro 19,00

 

      Un titolo singolare per questo romanzo della scrittrice Avni Doshi, nata nel New Jersey da famiglia indiana ed ora residente a Dubai. Un titolo da cui traspare un doppio significato, negativo in entrambi i casi nonostante la dolcezza dello zucchero. Delle ricerche provano la correlazione fra abuso di zucchero e l’Alzheimer e l’odore dello zucchero bruciato è tutt’altro che gradevole.

   Mostra i primi segni di Alzheimer, la madre dell’io narrante, anche se è solo sulla sessantina. Dimentica le cose, telefona ad amiche che sono morte, arriverà a provocare un incendio in casa della figlia. Tara, il nome della madre, Antara quello della figlia, e Antara va inteso come Un-Tara, una negazione della madre- e già dice tanto su come sia stata vissuta la maternità da Tara.

   Tara si era sposata per convenienza, era scappata di casa insieme alla bambina, aveva fatto anche la mendicante e aveva trovato rifugio in un ashram dove era diventata l’amante del guru. Era stata un’esperienza terribile per la bambina Antara e i ricordi del passato affiorano in capitoli che si alternano con quelli degli avvenimenti nel presente.


    Mentirei se dicessi di non aver mai gioito dell’infelicità di mia madre. Da bambina ho sofferto per colpa sua e qualunque pena lei abbia sopportato in seguito mi è parsa una sorta di redenzione: un ribilanciamento dell’universo…

Sono le parole che iniziano questa storia di due donne che si amano e si odiano, che diventano rivali in amore, di una madre incapace di assumere il ruolo di madre e di una figlia che ha cercato una madre sostitutiva, che è tuttora ossessionata dall’uomo che ha rubato alla madre, che continua a disegnare nello stesso disegno. Perché Antara è un’artista di tipo particolare- parte dal disegno di un volto e lo fa di nuovo ogni giorno con un leggero cambiamento finché il cerchio si chiude: che cosa è rimasto del volto originale? E, dopo tutto, non è quello che succede ad ognuno di noi nella vita? Cambiare un poco giorno dopo giorno?

 Adesso Antara è sposata, il marito è cresciuto in America, non ha niente in comune con l’uomo del suo passato, lei dovrebbe essere capace di girare pagina. E intanto Tara sprofonda ogni giorno di più nell’oblio dell’Alzheimer e la figlia cerca di tenerla agganciata alla realtà, di sollecitare la sua memoria.


     “Zucchero bruciato” è, in definitiva, un romanzo sulla memoria, su come i ricordi siano soggettivi, su come possano essere manipolati e costruiti e imposti ad altri. Perché sono diversi i ricordi di madre e figlia? A quale delle due dobbiamo credere? Antara è la protagonista e la voce parlante: è una voce affidabile?

È anche un romanzo sull’essere madre. La figura materna è per lo più idealizzata nei romanzi. Non in questo. Tara non è una buona madre, lo sarà Antara che vediamo con una neonata alla fine del romanzo? È stata marchiata dalla sua esperienza personale? Riprodurrà il modello materno o se ne distaccherà?

    Ci saremmo aspettati di più, più originalità, più profondità, da un libro finalista al Booker Prize 2020. Il romanzo è ambientato a Pune, in India, ma, a parte il colore della vita nell’ashram, a parte qualche dettaglio superficiale sugli oroscopi, c’è poco di indiano nelle sue pagine. Il tono è volutamente leggero ma a volte sembra indugiare troppo su dettagli sgradevoli che finiscono per stancare.

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giovedì 2 giugno 2022

Roy Jacobsen, “Gli invisibili” ed. 2022

                                                               vento del Nord

                         saga

Roy Jacobsen, “Gli invisibili”

Ed. Iperborea, trad. Maria Valeria D’Avino, pagg. 285, Euro 18,00

 

   Isola di Barrøy, a sud delle Lofoten. Un po’ meno di un chilometro da nord a sud, e mezzo da est a ovest.

  La famiglia Barrøy. Il vecchio Martin, suo figlio Hans con la moglie Maria, la bimba Ingrid, loro figlia, Barbro, la sorella di Hans (un po’ ‘lenta’, per dirlo in maniera gentile). Hanno lo stesso nome dell’isola, perché l’isola è loro e loro sono l’isola, sarebbe impossibile immaginare un’altra vita che non fosse quella che conducono.

    Il mare. Il mare che dà la vita e la morte, che cambia colore quando si annuncia la tempesta, che si scatena furioso sotto l’urto dei venti. Dovunqe si guardi, c’è il mare. E la contraddizione tra terra e mare c’è sempre, come riflette un giorno Hans. È una forma di inquietudine e di attrazione: quando Hans è in mare, gli manca casa, e se ha le mani nella terra si sorprende di continuo a scrutare il mare.


    Solitudine. Freddo, molto freddo nel lungo inverno. Lavoro, lavoro, lavoro. Perché la pesca richiede manutenzione delle barche, fare e riparare le reti, sfilettare il pesce, metterlo a seccare nella stagione giusta. C’è poi da coltivare le patate, spiumare gli edredoni per vendere la piuma. Nei mesi invernali Hans parte per le Lofoten dove pesca con il fratello e le donne restano sole con il vecchio.

    “Gli invisibili” è il primo di quattro libri della Saga dei Barrøy. Diciamolo subito: non ci stanchiamo di leggere dei Barrøy. Non perché la loro vita sia straordinaria- o forse un poco lo è perché ambientata in un luogo così lontano da noi, anche se l’asprezza dei loro giorni ci ricorda quella dei Malavoglia nonostante il contrasto non da poco di giorni siciliani assolati e nordici giorni di ghiaccio-, ma perché Jacobsen è un grande scrittore e riesce a dar vita e pensiero ai suoi personaggi. E anche al mare, e anche all’isola. Succedono tante cose nella piccola vita dei Barrøy, le scoprirete leggendo. E se dapprima il protagonista è Hans che ha il ruolo di capofamiglia perché suo padre è anziano, dopo sarà la piccola Ingrid, diventata grande prima del tempo, a prendere il suo posto. C’è chi muore- il vecchio Martin- ma la morte fa parte della vita e, come dice il pastore, si deve ringraziare Dio se di un isolano c’è un cadavere da seppellire. C’è chi impazzisce per un grande dolore, chi si innamora e mette alla luce un figlio senza padre che si prenderà a buon diritto un posto tutto suo nella famiglia Barrøy, chi viene adottato dai Barrøy perché abbandonato dai genitori. E ci sono poi cavalli e pecore, tori da monta che vengono traghettati in barca, la fauna e la flora di un’isola nordica.


    In questi anni segnati da piccoli e grandi eventi comuni, ci sono, però, due grandi innovazioni che segnano un’epoca nuova, un’apertura verso il mondo. Si costruisce un molo, così che il battello del latte possa attraccare. Si dà la concessione per una meda che poi, invece, è un faro (ho dovuto cercare su internet la differenza). Non è facile costruire il molo. Con volontà caparbia Hans non si arrende quando i marosi lo distruggono una, due volte. Quanto al faro- sì è una bella cosa, quella luce che segnala la costa ai naviganti, ma, ‘che ci fa quel pretenzioso albero di Natale sulla sua isola?’.

meda

      Ogni pagina, ogni riga de “Gli invisibili’ trabocca di poesia. Quella di Jacobsen è una prosa che riesce miracolosamente ad essere nello stesso tempo realista e poetica, di straordinaria suggestione. A fine libro ci domandiamo se ci si tramandi geneticamente la propensione ad adattarsi ad un luogo e quanto sia stretto lo scambio tra uomo e natura- chi appartiene a chi?

    Un libro bellissimo. Se ci fosse un superlativo ulteriore, lo userei. Stupendo.


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