lunedì 24 agosto 2026

Charlotte McConaghy, “Nero come il mare” ed. 2026

                                                        Voci da mondi diversi. Australia

thriller psicologico

Charlotte McConaghy, “Nero come il mare”

Ed. Fazi, pagg. 360, Euro 18,05

 

   Shearwater, un’isola vicino all’Antartide dove vengono custoditi milioni di semi per poter ricominciare da capo se il mondo che conosciamo verrà a una fine.

   I Salt, una famiglia che ha scelto di vivere sull’isola. Sono un padre, Dominic, e tre figli. La madre, amatissima moglie di Dominic, è morta dando alla luce l’ultimogenito. Fino a poco tempo fa c’era anche un gruppo di ricercatori sull’isola-  sono tutti morti o scomparsi.

   Le foche, gli elefanti di mare, i pinguini, gli albatros- incredibile il numero di animali che vivono sulle spiagge di Shearwater, per non dire delle balene di cui si vede il dorso prima che si rituffino nelle acque scure. E intanto quelle acque minacciano di sommergere l’isola, già delle spiagge sono scomparse- è l’effetto del cambiamento climatico-, è necessario mettere in salvo i preziosi semi. I Salt sono in attesa di una nave militare che deve arrivare entro tre o quattro settimane.

la banca dei semi nelle Svalbard

    Prima della nave arriva, però, una donna- sembra morta, è ferita, è sopravvissuta a un naufragio. C’è un alone di mistero che circonda Rowan- perché è lì? Che cosa o chi cerca? C’è un mistero che circonda lei ma c’è un altro mistero che circonda i Salt. Padre e figli tacciono, ma è chiaro che non stanno dicendo tutta la verità sui ricercatori che erano sull’isola. Ad esempio, perché Dominic ha nascosto il passaporto del capo del gruppetto dei ricercatori? Se fosse vero che è andato via, non avrebbe dovuto avere il passaporto con sé? E come si spiega tutto quel sangue che appare cospargendo di luminol il pavimento di una delle capanne? Perché la figlia diciassettenne non vive con il padre e i fratelli ma sulla spiaggia con le foche con cui pare intendersi senza parole?

   È difficile definire che tipo di thriller sia, il romanzo di Charlotte McConaghy. Thriller psicologico, thriller ecologico, romanzo che scava nel dolore della perdita e nella dinamica dei rapporti famigliari, nell’insorgere della violenza e nella solitudine che può alterare la personalità. È soprattutto, tuttavia, un romanzo che esalta la natura e la necessità di agire per preservarla- l’ambientazione sull’isola battuta dai venti e dall’oceano è straordinaria, i dettagli delle descrizioni delle piante, dei semi, degli animali e delle loro ‘voci’ sono affascinanti nonché istruttivi, sono uno stimolo per la nostra curiosità e per il nostro desiderio di saperne di più.

isola Macquarie

     Se molto è frutto dell’invenzione della scrittrice (una banca dei semi esiste nelle isole Svalbard ma non nell’Antartide), se l’isola di Shearwater non esiste, esiste però l’isola Macquarie, a circa metà strada tra la Tasmania e l’Antartide, patrimonio dell’umanità UNESCO, composta interamente da crosta oceanica e rocce del mantello terrestre, un rifugio per la fauna selvatica- milioni di pinguini  (è l’unico luogo di riproduzione al mondo per la specie dei pinguini reali), oltre a elefanti marini e foche sono ospitati sull’isola. Inoltre, sulla parte settentrionale si trova la Macquaire Island Station, una base di ricerca permanente gestita dall’Australian Antarctic Division.

È alla Macquaire che Charlotte McConaghy si è ispirata e, come sempre accade, sapere che c’è una ‘vera’ realtà dietro quella della finzione letteraria, rende la lettura ancora più interessante.



giovedì 20 agosto 2026

Marie Charrell, “La figlia del fuoco” ed. 2026

                                                             Voci da mondi diversi. Albania



Marie Charrell, “La figlia del fuoco”

Ed. Marsilio, trad. Vozzi e Petruzzella, pagg. 336, Euro 19,00

 

1977. 1989. 2023.

Un villaggio tra le montagne dell’Albania. È un villaggio così piccolo e sperduto che non ha neppure un nome.

Tirana, la capitale che attira come una sirena incantatrice.

Reykjavic, Islanda.

Tre donne della stessa famiglia, Lule che prenderà poi il nome di Ester, Elora, Sarah.

    È il 2023 quando Sarah arriva in Albania- si può forse dire che torna in Albania? L’ha lasciata quando aveva sei anni e sua madre l’aveva portata con sé in Islanda, la terra scelta in tempi lontani quando aveva letto un articolo che parlava della libertà di cui godevano le donne in Islanda. Libertà- la parola magica per un popolo che per più di quaranta anni era stato schiacciato sotto la dittatura di Enver Hoxha, il capo di stato che stabiliva regole ferree perfino per la lunghezza dei capelli (5 centimetri). Ester non le aveva mai raccontato niente dell’Albania, né degli anni passati sulle montagne, né del periodo a Tirana. Alla sua morte un notaio le aveva consegnato i documenti per rintracciare una casupola che la madre le aveva lasciato e un foglio con poche parole, “Vai laggiù.Trova Elora.”

Hoxha

   Ecco, allora, l’alternarsi delle tre narrative in tre tempi diversi per ricostruire il passato, quello della infanzia e poi della giovinezza di quattro amici, della bella Ester e di Elora, la bambina dagli occhi di fuoco, degli amori infantili e poi della loro passione per la poesia che leggevano di nascosto in casa dei genitori di Ester, dell’amore che nasce tra Ester e uno dei ragazzi, della gelosia di uno di loro, delle idee politiche e degli atti di resistenza e di opposizione alla dittatura. Eppure, ci sarà uno di loro che si discosterà dagli ideali dapprima condivisi, che diventerà un fedele seguace di Hoxha, capace anche di azioni contro gli amici di un tempo.


    Il viaggio di Sarah diventa un viaggio di scoperta, non solo nel passato della madre (è così difficile venire a sapere qualcosa, e poi, perché tutti tacciono quando chiede di Elora? Chi è Elora? O, chi era Elora?), ma nel passato recente dell’Albania, di quella dittatura che regolava tutto, proibiva tutto (perfino gli occhiali da sole, oggetto così capitalista, così occidentale), coniava slogan che dovevano essere dipinti per punizione sui massi nelle montagne (una lettera per masso, più lungo era lo slogan, più massi erano necessari, peggiore era la punizione), incoraggiava le delazioni, sottoponeva i prigionieri a torture atroci, e poi è anche un viaggio nella cultura, nelle tradizioni, nel folklore dell’Albania,


il paese in cui si bisbiglia con timore il nome della Kulshedra, la dea selvaggia con l’aspetto di un serpemte-drago femmina che abita le montagne e governa le acque, soprattutto è un addentrarsi nell’antico codice di diritto consuetudinario albanese, il Kanun, basato su onore- il valore della famiglia da difendere ad ogni costo-, ospitalità- accogliere e proteggere l’ospite è un obbligo sacro-, vendetta di sangue- la faida che è d’obbligo per lavare l’offesa all’onore familiare-, e la burnesha- quella strana usanza per cui le donne possono scegliere di vivere come uomini per guidare la famiglia in assenza di maschi.

   Il Kanun è la spiegazione e la causa della tragedia che si compie nelle pagine del romanzo, che rivela il segreto di Elora, che trasforma infine il viaggio di Sarah in un viaggio alla scoperta della sua identità.

   Un romanzo bello e insolito che ci aiuta a conoscere meglio il paese così vicino e così lontano, di fronte alle nostre coste sull’Adriatico.



martedì 11 agosto 2026

Ilaria Tuti, “Ed è un poco la notte e un poco l’alba” ed. 2026

                                                                           Casa Nostra. Qui Italia

        seconda guerra mondiale

Ilaria Tuti, “Ed è un poco la notte e un poco l’alba”

Ed. Longanesi, pagg. 320, Euro

     Luglio 1944. Inizia l’Operazione Ataman nella zona dell’alto Friuli. I Comandante delle SS e della polizia di Trieste, Odilo Globocnik, concorda l’insediamento nella Carnia delle truppe cosacche che si erano unite alla Wehrmacht. Avrebbero aiutato i nazisti e i fascisti nella lotta contro i partigiani e, dopo la vittoria finale contro l’Unione Sovietica, avrebbero potuto stabilirsi in quelle terre, se fosse stato impossibile il loro rientro in patria. Nel giro di qualche settimana arrivarono circa 22000 cosacchi- soldati, civili, famiglie con bambini- e iniziarono a costituire la ‘Kosakenland in Norditalien’ che era stata loro promessa. Gli abitanti di alcuni paesi furono evacuati, nuovi nomi russi vennero dati ai villaggi, un Pope celebrava i loro riti religiosi. Il comune di Verzegnis divenne la sede del capo supremo delle forze cosacche, l’atamano Petr Nikolaevic Krasnov.

Krasnov

    Da qui prende l’avvio il nuovo importante romanzo di Ilaria Tuti. O meglio, inizia con uno sguardo ad un passato più lontano, ad un’altra guerra in cui la protagonista Serafina era una bambina che cresceva con la nonna perché sua madre era morta dandola alla luce. La nonna è la custode di una sapienza vecchia, fatta della conoscenza delle erbe che tramanderà alla nipote, di riti pagani che però non nuociono a nessuno e danno conforto a chi deve seppellire un bambino che non ha fatto tempo a vivere.  Ora Serafina vive da sola in una casa isolata nel bosco, con l’unica compagnia di una capra. I cosacchi annunciano con clamore il loro arrivo, seminano il terrore con le spade sguainate a dorso di cavalli impetuosi, non si arrestano davanti a nulla, non li fermano né porte chiuse, né scale.  Quella terra adesso è la loro, le case sono loro, hanno il diritto di occuparle, al massimo viene concessa una stanza a chi le abita, quando non viene messa in atto una evacuazione forzata.


     Le pagine del romanzo sono percorse dalla paura, dall’impotenza, dalla violenza, dalla fame, dalla lotta per la sopravvivenza. Questi giganti armati che bevono fino allo stordimento, che sembrano abituati ad uno stile di vita primitivo, sono un pericolo costante per le donne- almeno nei primi tempi, prima che arrivino intere famiglie a stabilirsi in Carnia e riequilibrino la situazione in un certo qual modo, sono le donne il bottino più ambito. E, d’altra parte, lo sono sempre state, quasi un diritto di proprietà per il conquistatore. Come se lo stupro di una donna si facesse metafora per lo stupro di una terra. Serafina accorre a curare, a consolare, a incoraggiare le donne che conosce da sempre, quelle il cui corpo è stato violato e l’anima ferita a morte e quelle che devono affrontare un parto spesso difficile e doloroso.

    Gli abitanti del paese hanno tutti un nome e sono personaggi che restano impressi nella nostra mente- dal prete così saggio e umano, pronto a mentire per salvare i suoi parrocchiani, pronto a mediare con il Pope concedendogli l’uso della chiesa (dopotutto, Cristo è uguale per tutti), al medico che sa parlare in russo perché ha fatto la campagna di Russia e la sua zoppìa ne è una prova, alle donne. Dei Cosacchi hanno un nome solo l’ataman Krasnov, veramente esistito, la sua bellissima compagna Larisa e il bambino Ivan. Gli altri sono definiti dal loro atteggiamento o dal loro aspetto, il Guerriero, Naso Rotto, il Diavolo Rosso, e a poco a poco, durante la convivenza, si identificano con il Nemico Buono (il Guerriero che pare diventare l’Angelo Custode di Serafina) e il Nemico Malvagio che merita di morire, come il Diavolo Rosso. Ed invece Larisa e Ivan hanno un nome perché assumono un ruolo importante nella narrazione. Sono loro i portatori del messaggio dell’alba che si avvicina dopo il buio della notte.


    Non vi anticipo la fine del romanzo, anche se sono notizie storiche che si possono leggere con una ricerca su Internet. Questo è un libro da leggere, in questi nostri giorni di soprusi, di invasioni, di violenze, per ricordare quanto è successo a noi, in un passato neppure lontano.


sabato 1 agosto 2026

Saleem Haddad, “Memorie del diluvio” ed. 2026

                                                       Voci da mondi diversi. Kuwait


Saleem Haddad, “Memorie del diluvio”

Ed. e/o, trad. Silvia Castoldi, pagg. 368, Euro 19,55

 

 Dagli anni ‘50 del ‘900 al 2014. Londra e Baghdad. La famiglia del grande pittore iracheno Haydar Mathloum, morto prima di riuscire a completare la maestosa opera che gli era stata commissionata e a cui lui aveva dato il titolo di Sinfonia della Speranza. La moglie britannica Bridget, pure lei pittrice, le tre figlie, Ishtar, Zainab e Mediha, e il nipote Nizar, corrispondente di guerra. Solo Zainab era rimasta a Baghdad, dopo che la madre e le sorelle avevano trovato riparo in Inghilterra negli anni della guerra contro l’Iran. Zainab si era spostata da una città all’altra con il figlio, aveva vissuto a lungo in Kuwait, poi aveva sposato un uomo molto ricco ed ora viveva a Dubai.

    Attraverso il punto di vista dei diversi personaggi riviviamo il passato e viviamo il presente. E ci sono dei segreti, tante cose non dette nel passato che affiorano ora nel presente. Come è morto veramente Haydar Mathloum, ancora giovane, prima che la figlia Mediha venisse al mondo? E dove sono finiti i suoi quadri che hanno segnato una svolta importante nella storia dell’arte irachena? Sono nascosti nella stanza di Mediha? Ha intenzione di venderli, Mediha? Tramite le sue conoscenze Zainab potrebbe organizzare una grandiosa mostra a Dubai, potrebbe ridare lustro alla figura del padre.

Jewad Selim

   Ognuno di questi personaggi ha una sua storia da raccontare- come Bridget abbia conosciuto Haydar quando aveva vent’anni e lo abbia seguito a Baghdad, abbia dipinto al suo fianco, abbia imparato la lingua; come Ishtar abbia un grande sogno, la costruzione di un’arca che discenda lungo il corso del Tigri, come le altre due sorelle siano divise tra sentimenti diversi, di estraniamento e di nostalgia. Sì, forse è la nostalgia il sentimento che prevale nel romanzo di Haddad. Nostalgia per una città che non è più quella che ricordano, per degli edifici dall’architettura peculiare che Bridget ha fissato nei suoi dipinti e che ora non esistono più, per quella cultura millenaria che resta nel sogno utopistico di Ishtar. E Nizar, cresciuto senza il padre, morto all’inizio della guerra del Libano, vagabondo con la madre da un alloggio all’altro, traumatizzato dalle scene di guerra di cui è stato testimone, si riavvicina alla nonna, alla madre e alle zie per riappropriarsi delle sue origini, per ricongiungersi con ‘il luogo dove il mondo intero ha avuto inizio.


   Come ogni personaggio, anche Baghdad, soprattutto Baghdad, è un personaggio che ha una storia da raccontare, è la storia attraverso i secoli di una città che ci affascina, una città tormentata, una città drammatica, una città distrutta. Vengono alla luce i problemi e le sofferenze del colonialismo e delle ingerenze straniere, delle guerre, del governo di Saddam Hussein.

    Quando un romanzo poggia su basi storiche, quando riesce a farci partecipe della Storia di un paese, quando i protagonisti fanno rivivere persone veramente esistite nelle loro pagine- quel romanzo ha un valore aggiunto, perché ci apre le porte di una conoscenza che non avevamo.


Nel cuore di Baghdad sorge il Monumento alla Libertà, commissionato nel 1959 per commemorare la rivoluzione del 14 luglio. Fu realizzato da Jewad Selim, uno degli artisti arabi più influenti del secolo X, insieme all’architetto Rifat Chadirji. Lo avevano pensato come un emblema senza tempo di libertà- ci spiega l’autore in una nota finale-. e non come un omaggio ad uno specifico evento. C’è tutta la storia del’Iraq nel fregio delle sculture di bronzo e il fulcro è un uomo che sfonda le sbarre della prigione. Dopo la morte per infarto di Jewad Selim nel 1961, il monumento fu terminato da Chadirji e dalla moglie britannica di Jewad.

   C’è molto di realmente accaduto, dunque, nel romanzo di Saleem Haddad, un romanzo sulla Storia di un antico paese e su un’artista arabo che molti di noi lettori probabilmente non conoscevamo.



 

 

  

domenica 26 luglio 2026

Paolo Malaguti, “Fumana” ed. 2026

                                                            Casa Nostra. Qui Italia


Paolo Malaguti, “Fumana”

Ed. Einaudi, pagg. 360, Euro 19,00

 

1587-1589. Processo alle streghe di Triora, un paesino dell’entroterra ligure.

1581-1631. Processi alle streghe a Treviri, a Fulda, a Bamberg in Germania.

1692-1693. Processi per stregoneria a Salem nel Massachussetts.


Disseminati dappertutto ci sono ponti delle streghe- un esempio è quello che unisce le due torri della chiesa di santa Maddalena a Breslavia. É facile capire come fossero luoghi di punizione delle donne.

    Cambia lo sfondo storico, ma chi erano queste streghe da una parte all’altra dell’Oceano, dal sud al nord dell’Europa? Per lo più erano donne che non si conformavano all’immagine corrente della donna e di quello che ci si aspettava da lei- che fosse bella, che tacesse, che stesse a casa, come viene detto, in dialetto colorito nel romanzo di Paolo Malaguti ambientato nella bassa pianura vicino a Rovigo. Quasi tutte le streghe conoscevano le proprietà delle erbe che raccoglievano e usavano a scopo terapeutico- da lì ad essere accusate di usarle anche a scopo malvagio, il passo era breve.


     “Fumana” inizia nel novembre del 1882 con la piena dell’Adige, quando le acque sommersero l‘intero Polesine. E una bimba venne alla luce proprio nell’infuriare delle acque. La madre morì , il padre se la diede a gambe, la donna che l’aveva fatta nascere la affidò al nonno, un pescatore ruvido e solitario. Lo chiamavano Petrolio perché in pratica era l’unica parola che gli sentivano pronunciare, quando andava a comprarlo. E la bambina era conosciuta come Fumana, cioè ‘nebbia’, perché era lunga la stagione della nebbia su quei terreni acquitrinosi, perché era la nebbia che li caratterizzava, perché lei, fin da piccola, si muoveva a suo agio tra quelle che parevano nuvole che toccavano la terra.

     Quello che unisce il vecchio e la bambina è un legame dolcissimo, lui la porta con sé sul sandolo, le regala una fiocina della misura che vada bene per lei, le insegna a pescare.


Sono sempre insieme, Petrolio e Fumana, parlano poco tra di loro ma le parole non sono necessarie. Quando Fumana diventa donna, inizia un nuovo capitolo della sua vita. Il nonno le regala la sua prima gonna a sostituire i pantaloni di fustagno che le aveva adattato, capisce che Fumana ha bisogno di una presenza femminile e la affida a Lena, la donna che l’ha fatta venire al mondo, quella che tutti chiamano ‘la strigossa’. Perché Lena è la figura del medico che non c’è in quei territori, Lena fa nascere i bambini, cura con le erbe, ma anche con l’imposizione delle mani, ‘segnando’ la parte ammalata. Ci sono delle parole che vengono tramandate a chi è predestinato a quel ruolo- e Fumana lo è, perché è nata con la camicia, è uno di quei casi rari in cui il neonato nasce ancora avvolto nel sacco amniotico. La gente del popolo le chiama streghe, e tuttavia ricorre a loro per farsi curare. Lena, e poi Fumana con lei, non vogliono essere pagate, la loro ricompensa è per lo più in natura. Le loro cure sono molto spesso efficaci- suggestione? un fluido che passa da chi cura a chi è ammalato tramite le mani? Di certo le erbe giuste possono fare molto in alcuni casi e, quando non possono fare niente, le due donne lo dicono apertamente.

     La vita di queste donne, che si sentono chiamate a svolgere un ruolo che è a servizio del prossimo, non è facile. Essere strigosse significa sopportare di essere additate, essere guardate con malanimo se il loro rapporto fuoriesce da quello di curatrici. Così, quando Fumana si innamora, quando, per vincere l’opposizione della famiglia del ragazzo, fanno insieme la fuitina- possiamo aspettarci che vada tutto bene?

    La bambina Fumana è cresciuta, senza neppure sapere di essere bella, la giovane donna Fumana è indipendente, sa quello che vuole, non si sottomette a nessuno. Ha sofferto, ha visto altri soffrire, è passata attraverso due guerre, ha perso le persone che le erano care, ha preso con sé, crescendola come la figlia che non ha mai avuto, una piccola orfana- ha ripagato il bene che era stato fatto a lei. E non ha mai negato il suo aiuto a nessuno.


    Se Fumana è la protagonista intrigante del romanzo di Malaguti, se è l’immagine della donna che è consapevole della sua forza e procede impavida nella vita senza temere la solitudine, c’è tuttavia un altro protagonista dal fascino evanescente- la bassa pianura padana con il suo gorgoglio di acque, il gracidare delle rane, i salici, le piante acquatiche e la nebbia, la fumana, la nebbia che sfuma i contorni della realtà rendendola accettabile anche quando è irta di pericoli.     



giovedì 23 luglio 2026

Kiran Desai, “La solitudine di Sonia e Sunny” ed. 2026

                                                         Voci da mondi diversi. India

          love story

Kiran Desai, “La solitudine di Sonia e Sunny”

Ed. Adelphi, trad. G. Oneto, pagg. 762, Euro 23,75

 

    Finalmente è tornata Kiran Desai, dopo quasi vent’anni di silenzio- era il 2007 quando fu pubblicato il suo primo romanzo, “Eredi della sconfitta”. Ed è un ritorno grandioso, con un libro che è una storia d’amore fra un ragazzo e una ragazza indiani, ma è anche una storia d’amore conflittuale per la propria terra d’origine da cui ci si vorrebbe allontanare e che, tuttavia, ci tiene legati, di amore per la famiglia di cui si vedono le arretratezze e i difetti ma che, ancora, ci imprigiona con il suo affetto.

    Sonia e Sunny sono i due protagonisti, ci vorrà parecchio tempo, però, prima del loro incontro che forse è proprio voluto dal destino. Perché entrambi vivono negli Stati Uniti, entrambi appartengono a famiglie la cui ambizione era di mandare i figli a studiare all’estero, entrambi cercano di adattarsi, entrambi credono di aver trovato l’amore in un’altra persona che non appartiene al loro mondo. Sonia si innamora di un pittore strambo, narcisista ed egocentrico. Si sentiva terribilmente sola, nel college nel Vermont, prima di incontrare lui, sognava di diventare una scrittrice e poi  rimane schiacciata da quell’amore tossico. Sunny vive a New York, è un giornalista alle prime armi, ha una ragazza bionda e diafana che è il suo esatto opposto. Naturalmente non ha mai parlato di questa ragazza alla madre possessiva e gelosa che vive in India.


    In teoria la storia d’amore tra Sonia e Sunny sarebbe potuta iniziare molto tempo prima, quando le loro famiglie, in India, avevano cercato di organizzare un incontro per un matrimonio combinato. Quanto si era vergognata Sonia! Un matrimonio combinato di questi tempi…Eppure l’amico di Sunny, studente di medicina negli Stati Uniti, proprio perché soffriva anche lui di solitudine, era tornato in India per sposare una ragazza che non aveva mai visto prima. E comunque sarà il destino a decidere per Sonia e Sunny, si incontreranno su un treno e poi si rivedranno nella casa dei nonni perché sono le coincidenze a decidere per loro. Si ameranno, saranno felici, si lasceranno, si incontreranno di nuovo- è l’amuleto tibetano che il pittore folle aveva sottratto a Sonia e che è stato ritrovato da Sunny che è artefice del loro destino insieme?

   C’è l’India moderna nel romanzo di Kiran Desai. C’è, nei due protagonisti, la sensazione di non sapere dove collocarsi, di sentirsi divisi tra una nuova cultura e nuove idee e il retaggio affettivo e culturale del paese da cui provengono, dove ci sono le loro radici, dove vivono le loro famiglie.

Goa

     Questo è un riassunto stringato del contenuto del romanzo che, invece, è ricchissimo di altre storie minori, di altri personaggi che aggiungono qualcosa alle vicende di Sonia e Sunny, che ci fanno capire quanto sia difficile il loro distacco da questo mondo, è ricco di luoghi che spaziano da New York a Goa, dalle alture vicino all’Himalaya al Messico, di colori, di leggende. È anche ricchissimo di parole, “La solitudine di Sonia e Sunny”- lo stile di Kiran Desai è superbo, musicale, immaginifico. Tuttavia, se si può fare un appunto, c’è forse troppo in questo romanzo- le prime trecento, quattrocento pagine sono travolgenti, entusiasmanti, poi cala l’attenzione alla lettura e inizia una certa qual stanchezza prima di risollevarsi nella svolta finale che attendevamo, che speravamo di leggere. E se nel personaggio del pittore narcisista c'è qualcosa di Ohran Pamuk, che è stato a lungo il compagno di Kiran Desai, ebbene, è stata una fortuna per la scrittrice se la loro storia è finita.



mercoledì 15 luglio 2026

Francesca Giannone, “Gli anni in bianco e nero” ed. 2026

                                                                         Casa nostra. Qui Italia

 


Francesca Giannone, “Gli anni in bianco e nero”

Ed. Nord, pagg. 416, Euro 19,00

 

     Anni ‘60. Un paese vicino a Lecce. Le sorelle Elia- Maria, Giovanna, Ada, Domenica (la piccola di casa, chiamata Mimì). La mamma fa la sarta, Maria e Giovanna la aiutano, Ada lavora nel tabacchificio e Mimì studia, frequenta il liceo classico, è bravissima. Il padre è un ‘padre padrone’, un despota che tutte temono, che la moglie tende a giustificare dicendo che non era così, prima di combattere in Russia.

   É Mimì a raccontare che cosa significa essere donna in quel decennio di grandi cambiamenti, in un paese del Sud. Studiare è un privilegio per chi, come lei, ha un padre che fa il messo comunale- le compagne la trattano con un certo disprezzo, per rivalsa i suoi risultati scolastici sono eccellenti, l’unico che timidamente si avvicina a lei e diventa suo amico è Vincenzo. Deve essere ricco, Vincenzo, se le regala un proiettore dopo aver scoperto la passione di Mimì per il cinema. Perché Mimì, di nascosto dal padre e con la complicità dell’uomo che proietta le pellicole, è riuscita a vedere i film sullo schermo del cinema Apollo fin da quando era bambina. Mimì è affascinata dal cinema, insieme a Vincenzo guarderà film e ne discuterà con lui- Fellini è il suo regista preferito. Mimì non ha dubbi: farà la regista, dopo Lina Wertmüller, lei sarà la seconda donna regista italiana.


    La piccola vita di quattro sorelle- e noi pensiamo a “Piccole donne” di Louisa May Alcott, c’è qualcosa di Meg nella tranquilla quotidianità di Maria che sposa un uomo che la adora, lei forse non è innamorata ma le pare di trovare se stessa con lui (avrà dei ripensamenti più tardi, ma non uscirà dal sentiero tracciato per lei), Giovanna invece ha qualcosa dell’irruenza di Jo. Giovanna non si lascia sottomettere dal padre, fugge di casa per stare insieme al ragazzo che ama- e qui si apre uno scorcio sulla politica di quegli anni, sulle lotte tra comunisti e democristiani. Per il padre, Giovanna è morta- vivere con un uomo, comunista per giunta, senza essere sposata! Ad Ada, la timida Ada di cui neppure Mimì aveva capito la natura dello stretto legame con l’amica Sara, andrà di gran lunga peggio, la punizione del padre sarà terribilmente crudele.

    Ha una costruzione particolare, il romanzo di Francesca Giannone. É come se scorresse su un doppio binario, quello dei film proiettati all’Apollo, titoli che hanno segnato un’epoca, mentre nella piccola sartoria è la moda che segnala l‘avanzare del tempo (che scalpore, la minigonna di Mary Quant!), e quello del terzo occhio di Mimì, la sua cinepresa che ritrae le irrequietudini del suo tempo, gli scioperi, le proteste degli studenti con l’incalzare del ‘68, mentre le canzoni dei Beatles fanno da colonna sonora.


C’è altro ancora, ne “Gli anni in bianco e nero” il cui titolo fa pensare non solo alle pellicole cinematografiche ma anche ad anni che dovevano ancora vedere l’esplosione di colori di una società in forte ripresa dopo essersi lasciata la guerra alle spalle. In un mondo che cambia, le ‘piccole donne’ Elia ben rappresentano l’evoluzione femminile- tutte e quattro, chi di nascosto, chi apertamente, si ribellano all’egemonia paterna, il modello di vita felice per la donna non è più quello confinato alla cucina e alla casa, la donna deve lavorare per essere indipendente, si parla di divorzio (perfino la mamma, di un’altra generazione, non esclude di divorziare da un uomo che non rispetta più), si parla di aborto, ci si ribella alla legge che vede solo la donna perseguibile per adulterio.

E la piccola Mimì dispiega le sue ali per volare in alto- da quel piccolo paese del Salento andrà a Roma e frequenterà la scuola del cinema.