Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
romanzo storico
Philip Hensher, “L’impero del gelso”
Ed.
Settecolori, trad. F. Bagatti, pagg. 743, Euro 28,00
Ora
andrò lontano su al Nord, a giocare al Grande Gioco- è la citazione ormai
famosa presa da “Kim”, il fortunato romanzo di Rudyard Kipling in cui il
protagonista viene coinvolto in questo ‘gioco’, l’attività di spionaggio e
intrigo politico tra Inghilterra e Russia per il controllo dell’Asia centrale
nel XIX secolo. In realtà il termine venne usato per la prima volta da un
ufficiale britannico, Arthur Connolly, per diventare poi estremamente popolare
con il saggio di Peter Hopkirk che è proprio intitolato “Il grande gioco”, the Great Game.
Entriamo nel pieno del Grande Gioco
nell’affascinante romanzo “L’impero del gelso” di Philip Hensher- e non lasciatevi
impressionare dalla mole, perché le pagine scorrono via senza sforzo, come
avviene sempre nei libri ben scritti e appassionanti.
Le prime tre pagine sono dedicate ad una incisiva rappresentazione dell’emiro di Kabul. Dost Mohammed Khan è ammalato e chiama accanto a sé i suoi cinquantaquattro figli. Si presentano tutti tranne uno. Akbar ha mandato un messaggio dicendo che non può allontanarsi: la difesa dei confini del paese è più importante che sorreggere il capo del padre moribondo. Ci si aspetterebbe una reazione di sdegno da parte del Dost e invece questi approva che Akbar non sia venuto. Dei 54, “Tu, solo tra i miei figli, sei veramente mio figlio”. Una scena e delle parole che contengono in sé la fine del romanzo, composto da sezioni con diversi punti di vista, diversi personaggi al centro della scena, diverse allusioni ad altri famosi scrittori.
È il 1830. Alexander Burns è un ambizioso ufficiale scozzese che, alla corte dell’emiro di Kabul, cerca di ingraziarselo per farne un alleato dell’Impero britannico che ha bisogno di rafforzare la difesa dei suoi confini in India. A Kabul è presente anche la sua controparte russa, l’altrettanto giovane Vitkevič- anche lui trama per conquistare l’amicizia dell’emiro per facilitare l’espansione russa verso i mari caldi del Sud. Questa sarà la trama centrale del romanzo, fiancheggiata da sottotrame in cui compare una miriade di altri personaggi, ognuno con la sua storia. In una prima sottotrama Alexander Burns è il beniamino della società londinese, incuriosita dal libro che ha scritto su quell’Afghanistan che sono in molti a non sapere neppure dove si trovi. Nella leggera atmosfera della Stagione di ricevimenti e balli (impossibile non ricordare i romanzi di Jane Austen) Alexander Burns si innamora di Bella Garraway (lui non saprà mai che diventerà padre e che Bella dovrà ‘scomparire’ dalla scena londinese) e poi riparte per Kabul (c’è Joseph Conrad che affiora dalle pagine del diario/lettera che scrive a Bella durante il viaggio per mare) dove incontrerà un disertore inglese, fuggito dall’India dopo aver ucciso un commilitone, con una storia di violenze sessuali subite e in cerca di ragazzini che soddisfino le sue voglie. E incontrerà pure il russo Vitkevič a cui eravamo stati introdotti in un capitolo che aveva punti in comune con “Padri e figli” di Turgenev. Entrambi, insieme all’ambiguo disertore diventato mercante, sono oggetto di speculazioni e curiosità da parte degli afghani, entrambi cercano di accaparrarsi la simpatia dell’emiro.
Sono capitoli ricchissimi e colorati, quelli
in cui Hensher ci parla, tramite i suoi personaggi, del paesaggio, del clima,
delle usanze, degli odori, dei colori, delle usanze dell’Afghanistan (che
significato ha il ramo di gelso che parecchi di loro trovano sul cuscino del
letto? Lo scopriranno troppo tardi), nonché della sostituzione di Dost Mohammed
Khan sul trono con l’esecrabile Shah Shujah, il sovrano fantoccio voluto dagli
inglesi. E. come prevedibile, con un Akbar come angelo vendicatore, ci
avviciniamo lentamente ma in un crescendo di violenze, verso la scena finale
dell’ingloriosa sconfitta inglese. Sono due brevi pagine scandite come al rullo
di un tamburo dal passare dei giorni, ‘era il primo giorno di marcia, e la neve
era cremisi di sangue’, ‘era il secondo giorno e la neve era cremisi di
sangue’, al quinto giorno erano morti tutti gli uomini dell’Armata dell’Indo,
solo uno era stato lasciato in vita, perché testimoniasse la strage. Era la
fine della prima guerra anglo-afghana.
Philip Hensher intreccia magistralmente realtà
storica, personaggi esistiti veramente con immaginazione romanzesca e il
risultato è un libro che ha un soffio epico, che ci insegna la Storia senza mai
annoiarci.



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