Casa Nostra. Qui Italia
seconda guerra mondiale
Ilaria Tuti, “Ed è un poco la notte e un poco l’alba”
Ed.
Longanesi, pagg. 320, Euro
Luglio 1944. Inizia l’Operazione Ataman
nella zona dell’alto Friuli. I Comandante delle SS e della polizia di Trieste,
Odilo Globocnik, concorda l’insediamento nella Carnia delle truppe cosacche che
si erano unite alla Wehrmacht. Avrebbero aiutato i nazisti e i fascisti nella
lotta contro i partigiani e, dopo la vittoria finale contro l’Unione Sovietica,
avrebbero potuto stabilirsi in quelle terre, se fosse stato impossibile il loro
rientro in patria. Nel giro di qualche settimana arrivarono circa 22000
cosacchi- soldati, civili, famiglie con bambini- e iniziarono a costituire la
‘Kosakenland in Norditalien’ che era stata loro promessa. Gli abitanti di
alcuni paesi furono evacuati, nuovi nomi russi vennero dati ai villaggi, un
Pope celebrava i loro riti religiosi. Il comune di Verzegnis divenne la sede
del capo supremo delle forze cosacche, l’atamano Petr Nikolaevic Krasnov.
Krasnov
Da qui prende l’avvio il nuovo importante romanzo di Ilaria Tuti. O meglio, inizia con uno sguardo ad un passato più lontano, ad un’altra guerra in cui la protagonista Serafina era una bambina che cresceva con la nonna perché sua madre era morta dandola alla luce. La nonna è la custode di una sapienza vecchia, fatta della conoscenza delle erbe che tramanderà alla nipote, di riti pagani che però non nuociono a nessuno e danno conforto a chi deve seppellire un bambino che non ha fatto tempo a vivere. Ora Serafina vive da sola in una casa isolata nel bosco, con l’unica compagnia di una capra. I cosacchi annunciano con clamore il loro arrivo, seminano il terrore con le spade sguainate a dorso di cavalli impetuosi, non si arrestano davanti a nulla, non li fermano né porte chiuse, né scale. Quella terra adesso è la loro, le case sono loro, hanno il diritto di occuparle, al massimo viene concessa una stanza a chi le abita, quando non viene messa in atto una evacuazione forzata.
Le pagine del romanzo sono percorse dalla
paura, dall’impotenza, dalla violenza, dalla fame, dalla lotta per la
sopravvivenza. Questi giganti armati che bevono fino allo stordimento, che
sembrano abituati ad uno stile di vita primitivo, sono un pericolo costante per
le donne- almeno nei primi tempi, prima che arrivino intere famiglie a
stabilirsi in Carnia e riequilibrino la situazione in un certo qual modo, sono
le donne il bottino più ambito. E, d’altra parte, lo sono sempre state, quasi
un diritto di proprietà per il conquistatore. Come se lo stupro di una donna si
facesse metafora per lo stupro di una terra. Serafina accorre a curare, a
consolare, a incoraggiare le donne che conosce da sempre, quelle il cui corpo è
stato violato e l’anima ferita a morte e quelle che devono affrontare un parto
spesso difficile e doloroso.
Gli abitanti del paese hanno tutti un nome e sono personaggi che restano impressi nella nostra mente- dal prete così saggio e umano, pronto a mentire per salvare i suoi parrocchiani, pronto a mediare con il Pope concedendogli l’uso della chiesa (dopotutto, Cristo è uguale per tutti), al medico che sa parlare in russo perché ha fatto la campagna di Russia e la sua zoppìa ne è una prova, alle donne. Dei Cosacchi hanno un nome solo l’ataman Krasnov, veramente esistito, la sua bellissima compagna Larisa e il bambino Ivan. Gli altri sono definiti dal loro atteggiamento o dal loro aspetto, il Guerriero, Naso Rotto, il Diavolo Rosso, e a poco a poco, durante la convivenza, si identificano con il Nemico Buono (il Guerriero che pare diventare l’Angelo Custode di Serafina) e il Nemico Malvagio che merita di morire, come il Diavolo Rosso. Ed invece Larisa e Ivan hanno un nome perché assumono un ruolo importante nella narrazione. Sono loro i portatori del messaggio dell’alba che si avvicina dopo il buio della notte.
Non vi anticipo la fine del romanzo, anche se sono notizie storiche che si possono leggere con una ricerca su Internet. Questo è un libro da leggere, in questi nostri giorni di soprusi, di invasioni, di violenze, per ricordare quanto è successo a noi, in un passato neppure lontano.



















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