Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
cento sfumature di giallo
Celia Fremlin, “Le ore prima dell’alba”
Ed.
Sellerio, trad. Chiara Rizzuto, pagg. 320, Euro 16,00
Alzi la mano la giovane mamma che non si
riconosce in Louise Henderson, la protagonista de “Le ore prima dell’alba” di
Celia Fremlin. Alzi la mano chi non ha vissuto notti come le sue, quelle ore
prime dell’alba, anzi, quando è ancora notte profonda, con un neonato in
braccio che urla- sì, non piange, urla, e come è possibile che un fagottino
così abbia tanta voce in corpo-, tentando in ogni modo di calmarlo,
allattandolo, cullandolo, passeggiando in su e in giù, cantandogli canzoncine.
Alzi la mano chi non si è chiusa con il bambino nella cucina, presumibilmente
la stanza più lontana da quelle da letto- vuoi mai che il pianto disturbi il
papà del piccolo. Alzi la mano chi non si è poi alzata al mattino, istupidita
dal sonno, per preparare le colazioni, vestire gli altri figli e accompagnarli
all’asilo o a scuola.
Questa è Louise Henderson. Noi siamo Louise Henderson. Louise non ricorda neppure chi lei fosse prima, prima di sposarsi, quando ancora il mondo era soffuso di una luce rosa, prima che nascessero una, due bambine, e poi l’urlatore delle due del mattino, prima che le vicine di casa protestassero per il rumore che veniva da casa sua, prima che insinuassero che lei non fosse una brava madre. Suo marito è una brava persona ma- si è capito, no?- non le dà alcun aiuto.
E adesso entra in scena un altro personaggio. Gli Henderson hanno deciso di affittare una stanza della loro casa- c’è bisogno di soldi per tirare su tre figli. Si presenta una signorina dall’aspetto distinto, vestita di un tailleur di tweed marrone. È una professoressa, ha anche pubblicato dei libri, trova subito un punto di intesa con il marito di Louise parlando dei classici greci. Non le dà fastidio il disordine? No. Non la disturberanno i bambini? No. E così Vera Brandon viene ad abitare in quella che era la Stanza delle Cianfrusaglie. Fin da subito gli Henderson si fanno delle domande- gli sembra di averla già vista, ma dove? Come ha fatto a sapere della loro intenzione di affittare una stanza? Perché ha chiesto il loro indirizzo ad una coppia loro amica? Ci sono poi dei comportamenti strani- un paio di volte Vera Brandon ha detto che usciva, precisando anche dove andava e a che ora sarebbe tornata, e invece Louise è certa che non sia uscita affatto e sia rimasta nella sua camera tutto il giorno. Ci sono degli avvenimenti strani- il bambino che scompare e poi, invece, viene ritrovato che dorme tranquillo nella sua culla. È facile per Louise, che a volte teme di addormentarsi anche mentre spinge la carrozzina, cadere nella paranoia. Sembra poi che ci sia una congiura contro di lei per farle credere che. Se non sta impazzendo, ci è vicino.
Se la protagonista con cui ci immedesimiamo
è Louise, l’altra figura femminile è la sua controparte, un personaggio che
popola i peggiori incubi di ogni mamma. Ma non vi dirò altro, il ritmo del
romanzo accelera verso la fine, sul chiaro e giocoso quadro iniziale si
addensano le ombre prima dell’esplosione del dramma e intanto Celia Fremlin ha
giocato su un accumulo di tensioni, mentre lo stesso lettore è coinvolto nell’atmosfera
paranoica.
Come ne “La lunga ombra”, Celia Fremlin dimostra essere una maestra del giallo psicologico, della sottigliezza delle analisi, della profondità dell’empatia.

























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