lunedì 9 marzo 2026

Ariel Lawhon, “L’inverno della levatrice” ed. 2026

                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

biografia romanzata

Ariel Lawhon, “L’inverno della levatrice”

Ed. e/o. trad. Massimo Ortelio, pagg. 496, Euro 20,90

 

      Lei, Martha Ballard, protagonista e voce narrante del libro di Ariel Lawhon, è veramente esistita. Nata a Oxford, provincia del Massachussets nel 1735 e morta nel 1812, faceva la levatrice, aiutò 816 bambini a venire al mondo e fu presente alla nascita di più di 1000 di loro. Sappiamo che sposò Ephraim Ballard nel 1754, che insieme ebbero nove figli di cui tre morirono per difterite, e che nel 1777 si trasferirono nella Kennebec Valley, nel Maine. E poi Martha Ballard teneva un diario (cosa straordinaria per una donna della sua condizione per quell’epoca). Non era un diario ‘romantico’, tutt’altro. Scriveva brevi annotazioni, a volte difficili da interpretare, sul tempo atmosferico, sui bambini che erano venuti al mondo e sulle difficoltà più o meno grandi del parto. Registrava anche i giorni di quiete, senza alcuna chiamata- ‘sono rimasta a casa’.  

    Martha Ballard non era soltanto una levatrice. In un’epoca in cui non era permesso alle donne di studiare medicina, Martha sapeva curare con le erbe, molto spesso veniva chiamata al capezzale di un ammalato e aveva accumulato una grande esperienza, tanto che spesso la sua presenza era necessaria anche nei casi di autopsia. Era proprio questa esperienza di prima mano, oltre a un ottimo intuito, che la rendeva straordinaria e spesso più capace di un medico che aveva fatto studi universitari.


     Ariel Lawhon costruisce il suo romanzo su tutte queste informazioni riconoscendo il suo debito anche alla storica Laurel Ulrich che aveva analizzato il diario di Martha Ballard. Tutto vero, quindi, ne “L’inverno della levatrice”, anche se poi, come è usuale, dobbiamo concedere alla scrittrice la facoltà di immaginare, di dare una voce alle persone che sono diventate personaggi del romanzo. In questo caso c’è anche una morte, proprio all’inizio, che colora di giallo il romanzo e che offre la possibilità di esplorare la condizione femminile dell’epoca.

    Hallowell, Maine, 1789. Il fiume Kennebec è ghiacciato. C’è un corpo sotto la lastra di ghiaccio. E’ quello di Joshua Burgess e non c’è nessuno che pianga la sua morte. Quando viene chiamata per esaminare il cadavere, Martha vede il segno di una corda attorno al suo collo- Burgess è stato impiccato e poi gettato nel fiume, anche se nessuna corda è stata ritrovata. Il giovane medico è di diversa opinione, secondo lui l’uomo è morto annegato. La parola di un dottore UOMO contro quella di una levatrice DONNA. Comunque più di una persona aveva motivi per ucciderlo. La moglie del pastore locale aveva accusato lui e il giudice colonnello Norton di averla violentata in assenza del marito. La prova era che era incinta e inoltre Martha aveva registrato sul diario quando la donna, sconvolta, si era confidata con lei.

dal film tratto dal romanzo

Ci sarà un processo e, di nuovo, che cosa vale la parola di una donna contro quella di un uomo? La soluzione dell’assassinio di Burgess arriva del tutto inaspettata e, considerando come agisce la giustizia del vero e proprio tribunale, se un colpevole non viene portato davanti ai giudici e il suo reato rimane impunito, non sembra poi molto grave.

     Questi fatti sono tutti veri e, anche se il passo del libro è a tratti lento, anche se si poteva fare qualche taglio sui tanti parti in cui Martha interviene, anche se il linguaggio e il comportamento della protagonista ci paiono troppo ‘moderni’, il quadro della situazione femminile a fine ‘700 è molto interessante. Veniamo a sapere, per esempio, che era compito della levatrice far dire alla partoriente, se non era sposata, chi fosse il padre del bambino in modo che questi si facesse carico del mantenimento, molti erano i matrimoni riparatori e, quanto ai processi per violenza carnale, quasi sempre le sentenze scagionavano gli uomini (ce ne stupiamo? A distanza di più di due secoli le cose non sono cambiate molto).



mercoledì 4 marzo 2026

Kawamura Genki, “Se i gatti scomparissero dal mondo” ed. 2020

                                                     Voci da mondi diversi. Giappone


Kawamura Genki, “Se i gatti scomparissero dal mondo”

Ed. Einaudi, trad. Anna Specchio, Euro 14,00   2019

 

     Un mal di testa. Una diagnosi: tumore al cervello. Al massimo gli restavano sei mesi di vita. Al minimo, una settimana.

Il protagonista, io narrante del breve romanzo di Kawamura Genki, ha solo trent’anni e vive da solo con un gatto. La madre è morta e lui è in disaccordo con il padre che non vede dalla morte della mamma.

È chiaro che la diagnosi lo ha sconvolto e per prima cosa pensa alle dieci cose che gli piacerebbe fare prima di morire. Tuttavia si arrende alla prima esperienza- lanciarsi con il paracadute. E a questo punto appare il Diavolo, vestito in maniera stravagante, ma dopotutto l’idea del diavolo è molto personale, forse è una sorta di alter ego. Inizia così una sorta di patto faustiano, la solita offerta del diavolo in cambio di un vantaggio che, in questo caso, è un allungamento della vita.

   In maniera leggera e scherzosa Kawamura rielabora il vecchissimo tema delle tentazioni di Satana. Nel Vangelo Satana faceva tre offerte a Gesù nel deserto- la trasformazione delle pietre in pane per interrompere il digiuno, il potere sui regni del mondo, l’invito a gettarsi dal pinnacolo del tempio per mostrare che Dio lo avrebbe salvato. Anche nel romanzo di Kawamura le proposte del Diavolo che il protagonista chiama Aloha sono tre. Al contrario di quelle del Vangelo che aggiungevano qualcosa, qui le proposte sottraggono qualcosa: se accetta di far scomparire dal mondo quello che il Diavolo gli propone, il nostro personaggio avrà ogni volta un giorno in più di vita. Lui si sente rinfrancato, gli sembra facilissimo, già si vede invecchiare tranquillamente. E invece no.


    I tre lunghi capitoli che seguono l’incontro con il Diavolo esaminano che cosa succederebbe se dal mondo scomparissero i telefoni (sembra una liberazione, dapprima, ma si traduce poi nella solitudine), i film (un capitolo ricco di citazioni di titoli e battute memorabili e poi, come scegliere quale film rivedere per l’ultima volta?), e gli orologi (con gli orologi scompare il tempo, e riaffiorano i ricordi di sua madre e del suo orologio che il padre si era messo in testa di riparare proprio il giorno in cui lei sarebbe morta). Sono tre giorni di vita in più, ognuno con incontri che gli fanno rivivere il passato- con l’ ex fidanzata che andava tanto d’accordo con sua madre, con l’amico che sapeva tutto dei film-, con riflessioni sulla vita che sono come una preparazione a quella finale che implica l’accettazione della morte. Perché, quando il Diavolo gli dice che la prossima scomparsa sarà quella dei gatti, no, lui proprio non ce la fa, a scambiare la sua esistenza con quella del suo amato gatto che gli ha perfino parlato, quasi fosse il gatto in “Alice nel paese delle meraviglie”.


     Nel protagonista che fa il postino non troviamo l’ambizione alla conoscenza totale, neppure a quella della magia nera, che c’era nel Faust di Christopher Marlowe, e neppure quella alla straordinaria ispirazione geniale del compositore che è nel romanzo di Thomas Mann. I due personaggi- lui e il Diavolo- non sono dei giganti come i protagonisti del passato, il tono stempera nel comico il tragico della situazione- come affrontare la morte, soprattutto la morte in giovane età. Eppure, anche se in maniera giocosa, il libro ci fa riflettere su che cosa è importante, sulla vacuità di oggetti che riteniamo indispensabili e sull’importanza delle persone e di ogni forma di vita.



domenica 1 marzo 2026

Bruce Holsinger, “Colpevolezza” ed. 2026

                  Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

psicothriller

Bruce Holsinger, “Colpevolezza”

Ed. e/o. trad. Dario Diofebi, pagg. 412, Euro 19,95

 

    Una famiglia in automobile. Padre, madre, tre figli. Al volante c’è Charlie, quasi diciotto anni, al suo fianco il padre, Noah, che sta lavorando al computer, dietro la madre Lorelei, famosa a livello mondiale per i suoi studi sull’intelligenza artificiale, e le due sorelline di Charlie.

Poi, l’incidente. L’automobile è un minivan autoguidato, Alice, dal sedile posteriore, strilla quando vede un’altra auto venire verso di loro, Charlie sterza disattivando il pilota automatico. L’impatto. Solo Noah è del tutto incolume, gli altri membri della famiglia riportano danni vari. I coniugi anziani a bordo dell’altra auto sono morti.


    Non è solo la polizia a cercare di appurare la meccanica dell’incidente e di chi sia la colpa. Tutti i membri della famiglia non sono capaci di dimenticare, tutti si indagano, tutti si scoprono colpevoli con il passare dei giorni. Quando una automobile auto comandata è coinvolta, si può incolpare l’Intelligenza Artificiale? Si può incolpare chi ha elaborato il sistema? Oppure: era lecito che Charlie fosse distratto, anche se, in teoria, avrebbe dovuto potersi fidare degli algoritmi che regolavano la macchina? Oppure: essendo lui minorenne, suo padre non avrebbe dovuto sorvegliare la sua guida invece di lavorare sul laptop? Oppure: e se Alice non avesse gridato? Che cosa avrebbe deciso di fare l’IA? Oppure: e se la sorellina minore…E se…? E se…?

    La trama si arricchisce di altri elementi che, da una parte, diluiscono la traccia principale, dall’altra offrono altri spunti per riflettere sulla responsabilità personale e sul senso di colpa. La famiglia ha affittato una casa al mare, hanno tutti bisogno di rilassarsi. Guarda caso, però, la mega-villa vicino alla loro appartiene ad un ricchissimo magnate della tecnologia e Noah capisce presto che conosce- e molto bene- sua moglie. Che tipo di rapporto c’è fra di loro? Succederà altro ancora, dopo che Charlie si innamora della figlia del magnate e, ancora una volta, ci si chiederà di chi è la colpa.


    Possiamo attaccare l’etichetta di ‘psicothriller’ al romanzo di Bruce Holsinger. Per un motivo o per l’altro la suspense è fortissima e la narrativa è molto vivace, alternando quella principale, in cui Noah è la voce narrante, a dialoghi di Alice su Chatbox, a estratti di un presunto saggio della moglie di Noah che ci aiuta a mettere a fuoco e a meditare sul nucleo principale del libro, quello che è, al di là di tutti gli incidenti, la sua principale attrattiva- come cambieranno le nostre vite a mano a mano che l’IA prenderà sempre più spazio e più iniziativa? Ed è possibile insegnare il bene all’IA? Ci si deve accontentare delle statistiche che riportano che, ad esempio, le vittime civili dei droni usati in guerra sono in numero inferiore a quelle che ci sono state con armi tradizionali? sono tutti quesiti interessanti che rendono il libro una lettura interessante per il suo carattere di novità.



martedì 24 febbraio 2026

Trude Teige, “Quando la nonna ballava sotto la pioggia” ed. 2026

                                                                              vento del Nord

             la Storia nel romanzo

Trude Teige, “Quando la nonna ballava sotto la pioggia”

Ed. Fazi, trad. Lucia Barni, pagg.312, Euro 18,52

 

     Tekla, Lilla, Juni. Tre donne, nonna, madre, figlia. Tekla non ha mai voluto dire a sua figlia, neppure sul letto di morte, chi fosse suo padre. Neppure Lilla ha mai rivelato a Juni chi fosse suo padre. Segreti. Segreti che fanno male, segreti che è impossibile scoprire quando chi sa ormai non c’è più. Segreti che vanno al di là di una storia personale, che non trovano le parole per esprimersi.

    Juni arriva sull’isola di un arcipelago norvegese in fuga dal marito violento. L’isola rappresenta la quiete, sull’isola c’è la casa dei nonni, ci sono ricordi di una infanzia circondata dal loro amore. Juni non vuole più rivedere il marito.

E poi, facendo ordine, trova delle vecchie foto. In una c’è la nonna da giovane. Sorride, è abbracciata ad un soldato che porta la divisa dell’esercito tedesco. La data è maggio 1945. A guerra finita, dunque. Hanno entrambi un’aria molto felice. Verranno fuori altre fotografie, riconoscerà il nonno, sua madre Lilla da bambina. Qualcosa però non torna, nelle date. Chi può aiutarla a ricostruire il passato?


     La narrativa procede su due linee temporali e con due diverse protagoniste- la nonna Tekla nel passato e Juni nel presente.

Il passato di Tekla ha il punto di rottura quando lei incontra Otto, il soldato tedesco che sa parlare ai cavalli e rende docile il cavallo di Tekla a cui lei ha dato il nome del sovrano norvegese. C’è la guerra, i tedeschi occupano la Norvegia, sono i nemici.

Haakon VII

Possiamo indovinare una parte della storia, è così simile alle storie degli amori di guerra che abbiamo già letto, anche di recente. Così come possiamo indovinare le reazioni della famiglia di Tekla e dei suoi compaesani. Ma c’è tutta una parte- quella che ci porta in Germania insieme a lei e a Otto- di cui sappiamo poco, di cui forse non abbiamo voluto sapere, pensando ‘è stata colpa loro, sono loro ad avere iniziato la guerra, se la sono voluta’. Come poteva aver sognato, Otto, di ritrovare intatta la cascina con le grandi stanze e la sua famiglia, così come le aveva lasciate?

    La storia di Juni ha molto in comune con le storie del nostro quotidiano e però porta dentro il vuoto della mancanza di un padre, un rapporto conflittuale con la madre la cui traccia nella casa sull’isola è un cumulo di bottiglie vuote. Si reca in Germania, Juni, per scoprire di più su quello che pensa essere suo nonno e, quando arriva a Demmin, quello che apprende la sconvolge, così come sconvolge noi lettori. Quanto non sappiamo, del passato! Quanto è stato taciuto, perché era meglio dimenticare, perché tacere significava nascondere la vergogna. Quello di Demmin fu un suicidio di massa unico nel suo genere e nelle sue motivazioni.


    Portare alla luce la verità, scoperchiare i segreti, è come la quiete dopo la tempesta. Tutte e tre queste donne, Tekla, Lilla e Juni, sono passate attraverso la bufera, tutte e tre si sono fronteggiate con il problema di accettare un figlio non voluto, e anche questo è un problema che ci tocca da vicino.

    Come tutti i romanzi che coniugano la grande Storia con le piccole storie private (ma sono poi così piccole?), “Quando la nonna ballava sotto la pioggia” è un libro appassionante e incredibilmente attuale con il suo bagaglio di passato. E quello che rimane nei nostri occhi è l’immagine di Tekla, la nonna che rivelava le prove che aveva dovuto passare nei colori che usava nei suoi quadri e che amava la pioggia, amava uscire nella corte e danzare sotto la pioggia, perché la pioggia lava ogni bruttura, la pioggia è simbolo di rinascita, è simbolo di vita. La pioggia invita a guardare avanti, a non permettere che sia l’aridità dell’animo ad avere la meglio.



 

mercoledì 18 febbraio 2026

Julia Navarro Fernández, “Il bambino che perse la guerra” Ed. 2026

                             Voci da mondi diversi. Penisola iberica

la Storia nel romanzo

Julia Navarro Fernández, “Il bambino che perse la guerra”

Ed. Salani, pagg. 562, Euro 19,00

 

     Madrid 1938. La guerra civile sta volgendo al termine, la sinistra repubblicana sarà sconfitta dalle forze nazionaliste di Franco che instaurerà un regime dittatoriale nel 1939. La repressione fu terribile, per tutti quelli che avevano anche solo mostrato simpatie per la sinistra il destino fu il carcere se non la fucilazione immediata.

     Agustín e Clotilde hanno un figlio, Pablo. Se tutto è perduto per loro, Agustín continua a credere nel socialismo e decide di affidare il bambino al militare russo per cui aveva lavorato come autista: Boris porterà Pablo in Russia, laggiù potrà crescere in una società migliore in cui tutti sono uguali, lui e Clotilde lo raggiungeranno. Il fatto che Clotilde si opponga non serve a niente. La scena in cui il bambino viene strappato alla madre e caricato su un’automobile è straziante. Pablo ha cinque anni. Piange. Chiama la mamma. Boris è infastidito dalle sue lacrime, rimpiange di aver preso questo impegno, per lui è una seccatura doversi occupare di un bambino che sembra anche avere la febbre, che vomita durante il viaggio per mare, che continua a piangere.

Franco

     Mosca. In Unione Sovietica Josif Stalin è il Segretario Generale del Partito Comunista, ma è necessario aver veramente fede nel comunismo per credere che la sua politica sia giusta e per il bene di tutti. Perché il dissenso non è ammesso. Non solo, basta molto meno che esprimere il proprio disaccordo o fare una qualunque critica per essere arrestati. Anche la letteratura, la poesia, le arti, la musica, hanno un colore. Deve essere rosso, deve essere di gradimento al ‘piccolo Padre’, non deve essere individualista, non deve essere ‘borghese’, deve esaltare ‘l’uomo nuovo’. È possibile che una poesia metta in pericolo la stabilità di un governo?


    La moglie di Boris, Anya, e il figlio Igor vivono  insieme alla zia e al padre di Anya- è grazie al titolo di Generale di questi, che ha combattuto gloriosamente a fianco di Lenin, che possono occupare  un intero appartamento. Più tardi la situazione cambierà- dopo che Anya sarà arrestata per essersi recata ad una riunione letteraria sperando di incontrare Pasternak, dopo che sarà imprigionata alla Lubianka, altre persone verranno ad abitare con loro, lo spazio si farà più ristretto, la paura delle delazioni sarà un soffio gelido sul collo.

     E intanto Pablo crescerà insieme a Igor, Anya diventerà una seconda mamma per lui, imparerà il russo, amerà la poesia quanto Anya.

    E in Spagna? Il fascino di questo romanzo, che inevitabilmente ci fa pensare ai grandi romanzi russi, è nella doppia narrativa, l’una specchio dell’altra. Cambia il governo, destra e sinistra, fascismo e comunismo, ma non cambia nulla. Due donne, Clotilde e Anya, la prima ha il dono di saper disegnare (caricature, purtroppo, e queste sì che possono essere un’arma), la seconda mette le poesie in musica e non sa tacere. Entrambe finiscono in prigione, entrambe sono torturate (e i sistemi di tortura sono esattamente uguali), entrambe hanno una seconda possibilità di salvarsi ma l’anelito alla libertà di espressione è più forte di tutto, il nuovo arresto sarà fatale per la loro salute.


    Che cosa il destino riserbi al bambino diventato ragazzo e poi giovane uomo in un paese non suo ma che impara a considerare suo per amore di chi lo ha cresciuto con generosità, è una storia di sofferenza e di amore che dovete leggere.

     C’è un afflato epico in questo romanzo di Julia Navarro che prende spunto da un dato reale: furono circa 3000 i bambini spagnoli mandati in Russia dai loro genitori con la speranza di metterli in salvo da una repressione che sapevano sarebbe stata durissima, fiduciosi che avrebbero avuto una vita migliore. Come Pablo, questi bambini vissero gli anni della seconda guerra mondiale in Russia e il loro rimpatrio fu difficile- molti di loro tornarono in Spagna solo dopo la morte di Franco nel 1975. Come avviene per tutti i romanzi storici, la Storia prende vita in queste pagine intrecciandosi alle vicende personali, rendendo toccanti traversie, sentimenti, dubbi e sofferenze.


 

 

venerdì 13 febbraio 2026

Emily Howes, “Le figlie del pittore” ed. 2026

                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

painting fiction
biografia romanzata

Emily Howes, “Le figlie del pittore”

Ed. Neri Pozza, trad. Alessandro Zabini, pagg. 352, Euro 19,95

 

   Diciamo, Thomas Gainsborough, e un flash immediato degli occhi della mente illumina i quadri per cui è famoso- ritratti di gentildonne inglesi dalla carnagione pallida ‘English rose’, vestiti di seta dai colori delicati, parrucche incipriate e gioielli, di famiglie al completo, marito, moglie, bambino e cane, sempre sullo sfondo della dolce campagna inglese o appoggiati ad una maestosa quercia. E poi i quadri che ritraggono due bambine, e sembra che il pennello sia intriso di dolcezza, che l’occhio che si è fissato su di loro le guardi in maniera diversa- c’è amore in quei quadri. Le bambine sembrano coetanee- infatti c’è solo un anno di distanza fra di loro- e si assomigliano molto, sono sempre insieme, si tengono per mano, il braccio di una circonda il collo dell’altra, si vede che sono inseparabili. Sono le due figlie del pittore, Mary (la chiamano Molly) e Margaret, Peggy per tutti, per distinguerla dalla mamma.


    Di Thomas Gainsborough sappiamo tante cose, che era nato nel 1727 a Sudbury nel Suffolk ed era morto a Londra nel 1788, che aveva sposato, appena diciannovenne, Margaret Burr, che dapprima avevano abitato a Ipswich e poi a Bath dove Gainsborough, grazie all’appoggio di Philip Thicknesse, aveva acquistato fama e aveva fatto fortuna perché tutto il bel mondo voleva essere ritratto da lui. Sappiamo anche che era un gaudente, che gli piacevano le donne- nelle pagine del libro di Emily Howes in cui il pittore è gravemente malato, dalle medicine che gli vengono somministrate e dalla descrizione delle sue condizioni capiamo quale sia la sua malattia che spesso non perdona, quasi una punizione per un comportamento troppo libero. Pure delle figlie ci è giunta qualche notizia- la voce che una di loro, Mary, fosse instabile, che comunque aveva sposato un noto oboista e che il matrimonio era finito male, che Peggy era sempre rimasta accanto alla sorella fino alla sua morte, dopo di che Molly era stata internata in una casa di cura per malati mentali.


    Il romanzo di Emily Howes inizia da Ipswich, da due bambine  che amano scorrazzare all’aria aperta, che accompagnano in campagna il padre, che le adora, quando lui va a dipingere paesaggi- sono i quadri che lui preferisce, anche se sono i ritratti quelli che vendono bene e lo fanno guadagnare. Tocca alla scrittrice, alla sua immaginazione, alla facoltà che è propria degli scrittori di riempire gli spazi vuoti, di ricostruire la possibile vita di Molly e di Peggy, basandosi sul poco che si sa. Ed è come se Emily Howes stessa fosse davanti ad una tela in cui le sorelline sono già dipinte, in primo piano, e lei si accingesse a riempire di altri personaggi lo sfondo del quadro. Nasce così la narrativa parallela di Margaret Burr, figlia dell’oste nella cui locanda alloggiano, per un breve periodo, il principe ereditario della nuova dinastia tedesca arrivata sul trono, della conseguente storia di un amore fuggevole che porta alla nascita di un’altra piccola Margaret a cui la madre racconterà la favola della bimba che può fregiarsi di un titolo nobiliare.

E intanto Molly ha comportamenti strani fin da bambina- cammina nel sonno, di tanto in tanto cade in uno stato di torpore ad occhi aperti e vacui oppure grida. Deve essere sorvegliata, Molly, ed è la sorellina minore che si attorciglia una ciocca dei suoi capelli intorno al polso per accorgersi se si alza durante la notte. Da Ipswich a Bath sperando che il cambiamento di stile di vita sia di aiuto a Molly- e lei sembra stare meglio, sembra che le crisi siano più rare. Polly è sempre vigile, quando si innamora è solo per un breve tempo che può illudersi di avere una sua vita lasciando la sorella. E poi, anche Molly si innamora dello stesso uomo…


    Leggere “Le figlie del pittore” significa, prima di tutto, accettare che si deve concedere alla scrittrice il permesso di ‘inventare’, di creare su carta ‘il possibile’, di dare voce a personaggi che questa voce non hanno avuto perché erano comparse minori nella storia di un personaggio maggiore, di fare di loro delle protagoniste di primo piano. Detto questo, possiamo godere di una lettura che dipinge un quadro, quasi riempisse il vuoto del gattino appena abbozzato in braccio a Peggy nel ritratto in cui appare con il viso appoggiato a quello di Molly.



lunedì 9 febbraio 2026

Cristina Cassar Scalia, “Mandorla amara” Ed. 2025

                                                                    Casa Nostra. Qui Italia

     cento sfumature di giallo

Cristina Cassar Scalia, “Mandorla amara”

Ed. Einaudi, pagg. 272, Euro 17,57

  Un eccidio. Come altro si può definire quello che è successo- sette morti avvelenati su una barca di lusso? “’Nu romanzo di Agatha Christie pare!”, dice giustamente l’anziano ex commissario Patané delle cui intuizioni il vicequestore Vanina Guarrasi si fida pienamente.

   È un’estate caldissima in Sicilia, il termometro segna costantemente più di 40 gradi. La capitaneria del porto segnala un’imbarcazione che pare essere in difficoltà e i primi a raccogliere l’allarme sono l’avvocato Maria Giulia De Rosa e il medico legale Adriano Calì, usciti per una gita in mare. Quando sale a bordo del panfilo Adriano si rende subito conto che non c’è niente da fare. Sette morti, tutti uomini, odore di cianuro nell’aria. L’odore del cianuro è quello delle mandorle amare- l’imbarcazione si chiama Almond, per l’appunto, e il proprietario ha un’azienda che produce latte di mandorle, la Lavinalmond con un gioco di parole che intreccia una parte del cognome della famiglia e la parola ‘mandorla’ in inglese. Che beffa terribile, essere ucciso con il latte di mandorle che ha dato ricchezza alla famiglia! Non c’era solo il capofamiglia sull’imbarcazione, c’era anche il figlio minore, morto anche lui naturalmente. Stavano andando tutti all’isola di Salina per il matrimonio del comandante del panfilo, era una sorta di addio al celibato. E la fidanzata, oltretutto incinta, aspetterà invano il futuro marito.


     Gli interrogativi che si presentano subito a Vanina sono ovvii- chi era la vittima che l’assassino voleva colpire? È possibile che per uccidere una sola persona, quello fosse disposto ad ucciderne altre sei? E il latte di mandorla- quando erano state portate a bordo le confezioni? Il cianuro era stato messo prima o dopo? Erano tutte sigillate? È più facile dare una risposta a queste ultime domande che alla prima. Il quarantaduenne comandante era un donnaiolo- la vendetta di una donna abbandonata e gelosa può spingersi fino all’omicidio? E quali altri segreti si nascondono dietro le vite in apparenza irreprensibili di padre e figlio Lavinaio? La mano lunga della mafia era arrivata in alto mare?


    La scrittura di Cristina Cassar Scalia è sempre piacevole, con quel giusto mix di colore locale, occhiate sulla vita privata di Vanina, dell’amica avvocato e del medico legale, e indagine poliziesca che parte da un caso mai banale. Eppure, come spesso accade nei romanzi seriali, si avverte una certa stanchezza, una minore vivacità.

    Da questi libri è stata tratta una serie televisiva per Canale 5.