Sarò in vacanza.
Tolkien non era ancora stato tradotto in italiano. L'attore che impersona Frodo sul grande schermo non era ancora nato. Leggevo in inglese "Il signore degli anelli", c'era un temporale, era saltata la luce. Ricordo di avere acceso una candela ed aver proseguito la lettura: per me quell'immagine- io che leggo a lume di candela- è diventata il simbolo della mia passione. Io leggo, sempre, ovunque. E amo parlare di libri, per farli amare dagli altri.
OFF THE MAIN ROAD
Voci da mondi diversi. Russia
Michail Lermontov, “Un eroe del nostro tempo”
Ed.
Garzanti, trad. Nadai, Euro 9,50
Un romanzo? Un insieme di cinque novelle?
Io definirei romanzo “Un eroe del nostro tempo”, scritto tra il 1830 e il 1840
da Michail Lermontov, lo scrittore russo che morì a soli ventisette anni.
Perché è vero che è formato da cinque racconti che però hanno lo stesso
protagonista, il giovane ufficiale Grigorij Aleksandrovič Pečorin. Ed è
questa la modernità dell’opera- ci sono diverse voci narranti e quindi diversi
punti di vista. In più- quasi non ce ne accorgiamo- il protagonista è già morto
quando noi leggiamo le pagine del suo diario dove è lui stesso, Pečorin, a
raccontare.
All’inizio del libro chi parla è un
viaggiatore che arriva da Tiflis (tutto il romanzo è ambientato nel Caucaso,
“patria del’anima” di Lermontov). Questo viaggiatore incontra il capitano
Maksim Maksimič che gli racconta di Pečorin di cui era amico perché avevano
passato un anno insieme quando Pečorin aveva venticinque anni.
“Ci sono uomini per cui è scritto, fin dalla nascita, che gli succederanno le cose più strane e inverosimili.” Era stato proprio così per Pečorin che si era invaghito di Bela, la figlia sedicenne di un principe. Come avesse ottenuto la fanciulla è una storia che ben si addice ad un paese selvaggio in cui si può barattare una donna per un cavallo. E poi? Poi si può immaginare come la storia d’amore finisca in tragedia ma quello che a noi importa per inquadrare il personaggio è la sua reazione, descritta da Maksimič: “volevo consolarlo, cominciai a parlare: alzò la testa e scoppiò a ridere”.
Il secondo racconto ha per titolo ‘Maksim Maksimič’: c’è sempre lo stesso narratore che, per caso, a distanza di tempo, incontra di nuovo Maksim Maksimič e, sempre per caso, vengono a sapere che anche Pečorin si trova dove sono loro. L’incontro sarà fugace, la delusione di Maksimič sarà cocente. Alla sua domanda su che cosa l’ufficiale abbia fatto nel tempo in cui non si sono visti, la risposta di Pečorin è, ‘mi sono annoiato’. È qui che troviamo una sua descrizione, attraverso gli occhi del vecchio amico. Pečorin è snello, con le spalle larghe, ha un’andatura negligente e pigra, occhi che non ridono quando lui ride. Soprattutto l’osservatore vede, sotto la giacca slacciata in alto, la biancheria di una pulizia accecante ‘che rivelava le abitudini di un uomo come si deve’. E per concludere Maksimič osserva che Pečorin ha una di quelle fisionomie originali che piacciono alle donne del bel mondo. Infine, con l’indifferenza che lo contraddistingue, Pečorin rifiuta di riprendersi il diario che l’amico aveva conservato per lui e Maksimič dà quelle carte al narratore. Se nel racconto precedente il cinismo del protagonista si era mostrato nei confronti delle donne, qui è palese la sua indifferenza verso un amico, “che cosa sono gli amici nel nostro secolo?”, si chiede Maksimič.
Lermontov sta avvicinando la sua messa a fuoco del personaggio principale. È come se avessimo letto una sorta di introduzione, le pagine del diario sono scritte naturalmente in prima persona dallo stesso Pečorin. La prima storia che racconta ha un che di storia d’avventura, c’è un incontro con dei contrabbandieri, un’altra ragazza muore nell’indifferenza del nostro protagonista. La seconda è intitolata ‘La principessina Meri’ e si svolge in poco più di un mese. È ancora una volta la storia di un’amicizia (ma che cosa sono gli amici? ancora una volta vedremo quanto poco importanti per Pečorin), di una fanciulla di cui l’amico si innamora e che Pečorin si impegna a strappargli, chiedendosi lui stesso perché mai insegua l’amore di una giovane donna che non vuole sedurre e non sposerà mai. “Che cosa è la felicità? Superbia appagata. A volte mi disprezzo”. In questa onesta autoanalisi Pečorin ammette che, per quanto sia innamorato, appena la donna gli fa capire che mira al matrimonio, per lui l’amore è finito. È pronto a tutti i sacrifici, ma non a rinunciare alla libertà.
L’ultimo episodio del diario racconta di
un’ennesima morte che sembra essere stata nei disegni del destino e che lo
stesso Pečorin aveva presagito.
La vita di Lermontov, militare di carriera,
ha molto della vita del suo eroe- eroe nel vero senso della parola o piuttosto
un’intrepretazione ironica della figura dell’eroe? Si capisce perché il suo
romanzo, considerato una delle maggiori opere del romanticismo russo, sia stato
un piccolo scandalo per la figura di questo personaggio cinico e disincantato
che ricorda l’eroe byroniano. Morì in un duello, Michail Lermontov. Che maniera
romantica e stupida di morire, proprio come l’amico di Pečorin.
Voci da mondi diversi. Grecia
Nikos Davvetas, “La secondina”
Ed.
Gramma Feltrinelli, trad. Maurizio De Rosa, pagg. 128, Euro 15,20
“Sono il biografo di mia madre”, risponde
alla domanda che gli viene fatta nell’ufficio dell’assistenza sociale a cui si
rivolge quando alla madre è stato diagnosticato l’Alzheimer. Quando i ricordi
svaniscono, quando una vita intera viene inghiottita dalle cellule nervose del
cervello in disfacimento, è il compito di qualcun altro di fissare quei ricordi
sulla carta perché un’intera esistenza non venga cancellata.
Sua madre, dopo essere rimasta vedova,
aveva dovuto accettare il posto fisso che aveva trovato- fare la guardia
penitenziaria nel carcere femminile di Averof, ad Atene. C’era l’affitto da
pagare, c’era lui, il futuro scrittore, da mantenere, perché mai lei lo avrebbe
mandato in un orfanotrofio come i nonni avevano suggerito. E lui si vergognava
del lavoro della mamma, a scuola diceva che faceva l’impiegata al Ministero di
Grazie e Giustizia. Era stata una vita molto dura per la mamma- sveglia
prestissimo, giornate lunghe da cui tornava esausta, i turni di notte. Allora
lei non raccontava nulla, è adesso che i suoi racconti vengono fuori,
sconnessi, frammentari, a volte sembrano incredibili eppure quello che dice è
tutto vero. È vera perfino la sua amicizia con un paio di detenute, come quella
che faceva la parrucchiera in carcere e che si era suicidata dopo essere
passata a trovarla appena scontata la pena. _(cropped).jpg)
Papadopoulos
A volte il figlio scrittore si
chiede se abbia inventato tutto, come quando ha detto che aveva incontrato la regina,
e invece poi era saltata fuori una fotografia in cui c’era lei, la mamma, che
spuntava dietro la figura della regina in visita al carcere. Una mattina era
sfuggita alla sorveglianza ed era andata al carcere- pensava di lavorare ancora
lì.
L’Alzheimer è una brutta bestia, il percorso degenerativo è inarrestabile e la mamma dello scrittore ne percorre tutte le tappe- smemoratezza (lui attacca post-it sugli oggetti e lei gli chiede che cosa lo fa a fare, intanto la badante non sa leggere il greco), confusione dei tempi, vivere nel passato come fosse il presente, perdere la strada di casa, reazioni violente, fingere di prendere le medicine (aveva imparato come fare dalle tossicodipendenti in carcere), ricordi che era meglio dimenticare- le grida delle detenute politiche condannate a morte in quegli anni della dittatura dei colonnelli- e che invece rispuntano a tradimento, fino a non riconoscere il figlio.
E lui, il figlio, in questo libro che è un
romanzo in forma di confessione o una confessione in forma di romanzo (per
dirlo con le parole di Philip Roth citate nell’esergo), ricompone la vita della
madre, con tenerezza, a volte spazientito ma sempre con un affetto velato di
malinconia, con un pizzico di umorismo per camuffare il dolore.
Una testimonianza personale e di un periodo
storico, un libro che ha tutta la tristezza di una vita triste con una fine
ancora più triste, un libro commovente sulla vecchiaia, sulla memoria e sulla
complessità dei legami famigliari.
Casa Nostra. Qui Italia
storia di famiglia
Dario Ferrari, “L’idiota di famiglia”Ed.
Sellerio, pagg. 517, Euro 18,00
Anche in famiglia lo chiamavano Herr Professor. Già, perché dirlo in
tedesco ha tutto un altro peso, diverso dal semplice ‘Professore’ come lo
chiamavano da sempre a Viareggio. In Herr
Professor c’è anche l’autorevolezza che emanava da lui, c’è la sua
intransigenza, la sua severità.
Mio padre è nato insegnante, anzi
Professore- e non azzardatevi ad apocoparlo in Prof.
Inizia così il nuovo romanzo dello scrittore viareggino Dario Ferrari, un libro
che sconfigge la tenerezza con l’umorismo, un omaggio alla figura di un padre,
un’esplorazione dei rapporti famigliari, tra padre e figli, fratello e sorella,
marito e moglie o compagna, una celebrazione della parola e della letteratura,
e- insieme a tutto questo- un libro che contiene in sé la Storia politica di un
secolo in Italia.
La voce narrante è quella di Igor, figlio primogenito di Franco Nieri, che di mestiere fa il traduttore perché, come dice lui stesso, non era abbastanza bravo da fare lo scrittore. Dapprima si era iscritto alla facoltà di Filosofia per seguire le orme del padre- sbagliato, sbagliatissimo- e poi aveva cambiato per laurearsi in Lingua Inglese e dedicarsi a tradurre scrittori americani diventando il bersaglio delle frecciate del padre. Sua sorella Ester era il suo esatto opposto, su di lei non si appuntavano le aspettative paterne e poteva essere leggera, imprevedibile, madre single con progetti strampalati. E la sua compagna era salita alla ribalta della notorietà come saggista femminista- era invidioso di lei? e comunque si erano lasciati.
Franco Nieri, anzi ‘il Nieri’, era stato
Professore di Storia e Filosofia e poi assessore alla Cultura. Di lui Igor dice
di essere certo che fosse stato professore di Filosofia da sempre, già quando
era in fasce, e continuerà ad esserlo anche nell’Aldilà, anche se, da russofilo
e comunista convinto, non credeva nel Regno dei Cieli. Quando un uomo come Herr
Professor dà i primi segni di demenza, la caduta è peggio- spiace dirlo- che per un semplice impiegatuccio. Che una
mente come la sua che spaziava tra i giganti della Filosofia e della
Letteratura (Dostojevskji era il suo punto di riferimento, da cui il titolo del
romanzo) si sfaldasse a poco a poco, che lui ricorresse ad attaccare sugli
oggetti che lo circondavano foglietti con la parola che li definiva, che
restasse seduto davanti al televisore senza capire quello che vedeva, che
infine non parlasse neppure più- era straziante.
Da Roma Igor era tornato a Viareggio per aiutare la sorella a badare al padre, aveva fatto in tempo a raccogliere il desiderio del Nieri di occuparsi di Idargo e di conseguenza di iniziare la lettura di quello strano manoscritto del padre. Si apre così, come un intermezzo a puntate tra scene di vita quotidiana in cui assistiamo al decadimento di Herr o diamo uno sguardo sul passato della famiglia Nieri, un romanzo dentro il romanzo, uno scritto che rievoca i tre giorni della Repubblica di Viareggio nel 1920, una insurrezione popolare nota anche come le ‘Giornate Rosse’ dopo che un tifoso viareggino era stato ucciso da un carabiniere.
A Herr Professor, a cui non sarebbe
piaciuto affatto avere un funerale in chiesa, sarebbe piaciuta moltissimo,
invece, l’ultima beffa: l’amico di Igor aveva trasformato le note della messa
di Palestrina in una versione per organo dell’Internazionale. Poteva andarsene tranquillo, coerente fino alla
fine.
Voci da mondi diversi. Canada
la Storia nel romanzo
Michel Jean, “Maikan”Ed.
Marcos y Marcos, trad. Sara Giuliani, pagg. 200, Euro 18,00
Maikan significa ‘lupo’ nella lingua degli innu, la
popolazione autoctona della penisola del Labrador Quebec, nel Canada Orientale.
Dal bel libro letto di recente di Adam Weymouth, “Il lupo solitario”, abbiamo
appreso molte cose sui lupi, sul pericolo che rappresentano, sulla minaccia
molto reale impressa nell’immaginario collettivo. E soltanto i lupi possono
incarnare, nel libro del giornalista canadese Michel Jean, il male assoluto, homo hominis lupus come scrive Plauto
nella sua commedia “Asinaria”, tanto più nero perché le vittime sono dei
bambini, tanto più ignobile perché viene da chi avrebbe dovuto proteggerli,
tanto più esecrabile perché chi lo commette riveste i panni del ‘buon pastore’.
“Kukum”, il romanzo precedente di Michel Jean, terminava con il prelievo forzato dei bambini innu che venivano allontanati dalle loro famiglie per essere portati nell’isola di Saint George, convitti in una scuola in cui avrebbero dovuto studiare, imparare il francese, sarebbero stati nutriti adeguatamente, avrebbero ricevuto cure mediche.
I
bambini e i giovani innu sono arrivati a destinazione in “Maikan”, dopo il
dolore della separazione e la paura del volo e del nuovo ambiente. E non
trovano niente di quello che aspettavano. Via i capelli lunghi, via i loro
vecchi abiti, proibizione assoluta di parlare in innu- chi trasgredisce
riceverà una punizione esemplare. E le punizioni fioccano per ogni minima
infrazione, per ogni ritardo nel capire che cosa le suore o i preti vogliano da
loro. Le due amiche Marie e Virginie si fanno forza l’un l’altra, Virginie non
ha paura di niente, interviene spesso a difendere la timida e grassa Marie che
è un più facile bersaglio. E presto un ragazzino solitario si unisce a loro,
legato da un tenero sentimento per Virginie.
Giorni nostri: il governo canadese ha rivisto il passato e ha deliberato il risarcimento per i sopravvissuti dei ragazzi internati in più di cento collegi. Una giovane avvocata si è appassionata a questa ricerca- moltissimi di quei ragazzi di un tempo non hanno più avuto una vita normale, sono o sono stati dei senza dimora, disoccupati e alcolizzati. Tre di loro sembrano essere scomparsi- sono proprio Marie, Virginie e Charles. Soltanto di Marie l’avvocata riesce a trovare le tracce- vive in un luogo isolato, in una condizione di degrado estremo, sempre ubriaca.
La storia che ascoltiamo da Marie- qualcosa
negli occhi dell’avvocata, così simili a quelli della sua amica, tocca le corde
del cuore della vecchia e la spinge a parlare- è una storia di orrore, di
crudeltà, di privazioni, di morti per tubercolosi, di denutrizione, di sevizie,
di assalti sessuali. Una figura giganteggia, una per tutte, quella del ‘padre
Rosso’, il lupo con la tonaca che non era molto più vecchio dei ragazzi, che è
ancora vivo. E perseguibile.
Sono
pagine dolorosissime che non vorremmo leggere e che invece devono essere lette
per rendere giustizia a chi ha tanto sofferto, pagine di buio totale
rischiarato soltanto dalla forza dell’amicizia, dall’amore pulito che si
contrappone alla sozzura degli stupri, dalla generosità che sgorga spontanea da
questi sentimenti. Leggere per sapere- è importante. 
una croce vicino ad uno dei collegi, in ricordo dei bambini morti
Soltanto adesso si sa di più di questo genocidio culturale che ha avuto luogo tra la fine del secolo XIX e la prima metà del XX. Si sono raccolte testimonianze, sono state trovate delle tombe con resti di bambini anche molto piccoli, morti per malattie, infezioni, denutrizione o nel tentativo di scappare- si parla di più di diecimila morti. Alle famiglie venivano date spiegazioni vaghe sulla causa dei decessi, i corpi venivano sepolti in grandi fosse vicino ai collegi perché era troppo costoso rispedirli a casa.
Gli articoli sui giornali non sono sufficienti per rendere noti gli avvenimenti del passato, un romanzo, come quello di Michel Jean, ha un'efficacia maggiore perché coinvolge, appassiona, perché parla al lettore con la voce dei suoi personaggi, testimoni della Storia.
Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
cento sfumature di giallo
Catherine Ryan HowardEd.
Fazi, trad. Sabina Terziani, pagg. 372, Euro 18,52
Un inizio che sembra già la fine del
romanzo. Una ragazza, Emily, che viene svegliata da un rumore di notte, si
alza, vede del fumo strisciare da sotto la porta di comunicazione con
l’appartamento accanto, si precipita alla porta di ingresso- bloccata-, corre
alle finestre- le persiane antiuragano sono abbassate, manca la corrente,
impossibile alzarle, impossibile fuggire.
È una scena che mette ansia, che invoglia
ad andare avanti a leggere, a sapere quello che è successo prima e, forse,
quello che succederà dopo: arriverà qualcuno a salvare Emily?
Quello che è successo prima: Emily Joyce è diventata famosa con il suo primo romanzo, “La testimone”, ha già ricevuto un consistente anticipo su un secondo romanzo ma ha un blocco, non riesce a scrivere niente, i soldi si sono volatizzati e lei fatica ad arrivare a fine mese. Ed ecco che viene contattata dalla sua casa editrice. Va in panico. Le chiederanno di restituire i soldi, considerando il tempo che è passato? E invece…sorpresa. Se lei accetta (che altre possibilità ha?), sarà la ghostwriter di quello che è stato un grande ciclista, conosciuto in tutta l’Irlanda. Jack Smyth aveva dovuto abbandonare il ciclismo dopo una caduta rovinosa, aveva sposato una donna molto bella del mondo televisivo e poi era rimasto vedovo dopo una terribile tragedia. La moglie Kate era morta nell’incendio della loro casa in una località isolata, lui si trovava al pub, avvisato da un vicino era tornato, si era precipitato nelle fiamme recuperando il corpo della moglie e restando gravemente ustionato. Era stato oggetto di compassione nell’Irlanda intera, finché era venuto fuori che Kate era morta prima dell’incendio. Da vedovo da compiangere Jack era diventato un sospetto assassino.
Ora Jack vuole raccontare la sua storia, vuole
dimostrare di essere innocente, ha bisogno di un ghostwriter che scriva per
lui. Emily lo incontrerà in Florida, in una cittadina che sembra quella,
costruita ad arte, di “Truman Show”, bella, ultramoderna, ‘fredda’,
inquietante. E dovrà osservare regole severissime, non può neppure avere con sé
il suo telefono durante gli incontri. Non sa che cosa pensare di Jack. Ha
ucciso la moglie? E quelle cicatrici da ustione, che sembrano ancora carne
viva? Da subito a Emily pare strano che Jack abbia intenzione di scrivere il
capitolo finale confessando l’assassinio per poi smentirsi, dicendo che ‘doveva
essere successo in quella maniera, ma non era stato lui’. Chi allora? Il suo
amico fraterno, il suo gregario nelle corse in bicicletta?
“Brucia il segreto” è veramente un page-turner, alternando pagine in cui leggiamo del rapporto di coppia in un countdown che ci conduce alla notte fatale ed altre in cui un altro countdown che sappiamo ci condurrà alla chiarificazione, sempre più pericolosa per Emily.
Il thriller psicologico di Catherine Ryan
Howard ha tutto quello che possiamo chiedere ad una lettura di genere da cui
vogliamo essere imprigionati- una trama non lineare che suscita dubbi nel
lettore, una figura sulla cui colpevolezza restiamo in dubbio perché è un
manipolatore, colpi di scena che capovolgono quello che abbiamo pensato, una
scrittura fluida e vivace. Se avete bisogno di un libro che vi distragga,
questo fa per voi.
Voci da mondi diversi. Canada
Madeleine Thien, “Il libro dei ricordi”
Ed.
66thand2nd, trad. Anna Tagliavini, pagg. 380, Euro 19,00
Non c’è un solo romanzo ne “Il libro dei
ricordi” della scrittrice sino-canadese Madeleine Thien, bensì quattro,
quattro filoni narrativi che si alternano, raccontati da un unico punto di
partenza- una enclave chiamata il Mare. Comprendiamo subito perché- è il mare
che ha offerto una via di fuga a tutti protagonisti, del presente e del
passato, e sul mare si affacciano le finestre di tutti gli alloggi di questo
strano edificio in cui vivono Lina e suo padre Wui Shin che sembra costruito su
uno dei disegni di Escher, con corridoi che si avvolgono entro altri corridoi,
scale che aggettano su altre scale, porte che si aprono su altre porte. E- se
si chiede a uno degli abitanti quale sia il nome del mare che vede dalla
finestra, risponderà con un nome diverso. Non è che dalle finestre si vedano
tutti i mari, o forse sì, ma in ogni modo ognuno vede il mare che lo ha tratto
in salvo, il mare del suo cuore.
Spinoza
Il Mare è un luogo di transito, al Mare si
arriva per poi ripartire, ma Lina e suo padre si fermeranno lì. Quando Lina è
arrivata, aveva solo sette anni e continuava a chiedere dove fossero la mamma,
la zia, il fratellino. Li avrebbero raggiunti- rispondeva suo padre. Nella fuga
il padre aveva afferrato a caso tre libri sulla vita di grandi viaggiatori,
finirà che Lina li saprà quasi a memoria, saprà tutto di tre grandi costretti
all’esilio- il poeta cinese Du Fu (712-770), il filosofo Baruch Spinoza
(1632-1677) e Hannah Arendt (1906-1975). Attenzione, questi tre personaggi
storici che a turno racconteranno la loro storia, escono dalle pagine del libro
e rivestono i panni di tre rifugiati che abitano nelle stanze vicino a quella
di Lina e i cui nomi ci rimandano ai tre esuli del passato- Giove (il poeta),
Bento (era il nomignolo con cui il padre chiamava Baruch Spinoza) e Blucher
(quasi come il cognome del secondo marito di Hannah Arendt).
Du Fu
Du Fu era vissuto nella
Cina della dinastia Tang, aveva avuto una vita molto dura, uno dei suoi figli
era morto di denutrizione; Spinoza era arrivato ad Amsterdam dal Portogallo e
la sua vita era sempre in pericolo, perché era ebreo e perché le sue idee erano
sacrileghe; Hannah Arendt aveva dovuto fuggire la persecuzione nazista. La
storia di Lina e di suo padre non è meno dolorosa delle altre, anzi, forse lo è
di più. E’ una storia che diventa una sorta di confessione da parte di Wui
Shin, un ingegnere del Cyberspazio- quello che ha fatto non può essere
perdonato e gli ha fatto perdere la moglie e il figlio.
Hannah Arendt
I quattro filoni sono in apparenza slegati
tra di loro ma la scrittrice ha un’arte sottile per aggiungere dettagli che
passano da una storia all’altra- c’è un gatto che si chiama Gatto Arancio ad
Amsterdam con Spinoza, due arance che cadono a terra nella storia di Du Fu,
profumo di arance altrove. E c’è una sorta di incantesimo che sospinge il
lettore a voltare le pagine, per quanto questa non sia una lettura facile, colma
di riferimenti colti, di Storia, di riflessioni filosofiche ed etiche. Non
possiamo non cogliere il riferimento costante ai nostri tempi di migrazioni, di
discriminazioni, di lotte politiche e il messaggio del valore salvifico
dell’arte, della letteratura e della cultura.