martedì 14 aprile 2026

Steffen Kopetzky, “Sacrificio di regina” ed. 2026

                                                Voci da mondi diversi. Germania

romanzo storico

biografia romanzata

spy story

Steffen Kopetzky, “Sacrificio di regina”

Ed. Settecolori, trad. Monica Pesetti, pagg. 456, Euro 26,00

    “Sacrificio di regina”- che cosa significa? Che cosa nasconde questa denominazione che appare in un fascicolo di vecchi incartamenti? Si allude forse a un qualche attentato ai danni della corona inglese? Oppure ad una mossa di scacchi?

   Ritornerà spesso, nel libro di Steffen Kopetzky, il motivo del gioco di scacchi, sia con significato metaforico sia in una vera e propria partita giocata da Larisa Rejsner (partita memorabile dopo la quale a Larisa era stato regalato il pezzo della regina bianca, intagliato a mano, lo stesso pezzo che era stato fatto scivolare nella sua bara, come un omaggio finale). Così come ritornerà- un leit motiv- la frase trovata nello stesso manoscritto, Quando i continenti si risvegliano, gli imperi insulari vengono distrutti. E il concetto è chiaro: Asia ed Europa contro l’Inghilterra. Nel carteggio che un operaio mette nelle mani di Larisa, a Kabul nel 1922, l’ufficiale tedesco Oskar von Niedermayer pianificava di colpire l’impero britannico in India, partendo dall’Afghanistan- era il proseguimento del Grande Gioco fra Oriente e Occidente di cui abbiamo letto nel libro di Peter Hopkirk.


    Larisa Rejsner, che ora si propone di rintracciare Niedermayer e di farlo incontrare con il generale Michail Tuchačevskij (il Napoleone rosso della rivoluzione bolscevica) per attuare un’alleanza tra Mosca e Berlino, è la protagonista del libro di Kopetzky, non biografia, non ‘fiction’, piuttosto  romanzo storico, spy story, romanzo di grandi ideali e grandi speranze di cambiare il corso del mondo. E’ una protagonista che è anche un’eroina con tutte le doti che attribuiamo a questa figura- molto bella, affascinante, coraggiosa, colta, intelligente, indomita, ambiziosa.

    Era una donna eccezionale. Figlia di un professore di diritto e di un’aristocratica russa, si diplomò con la medaglia d’oro. Fu scrittrice, fondò insieme al padre una rivista che pubblicava articoli contro la guerra, fece parte della V Armata Rossa, fu nominata commissaria di Stato Maggiore della flotta del Volga, sposò il comandante della flotta del Volga e, quando questi fu nominato ambasciatore a Kabul, lo seguì in Afghanistan.

    “Sacrificio di Regina” è frutto di accurate ricerche, ma la narrazione non segue affatto un andamento cronologico. È come un puzzle in cui le varie tessere ricostruiscono la figura di questa donna straordinaria. E in ogni tessera persone diverse contribuiscono a narrarci un pezzo della sua storia. Appaiono così, accanto a lei, letterati (da Blok alla Achmatova, a Mandelštam, a Pašternak che avrebbe dato il suo nome all’indimenticabile Lara del “Dottor Živago” e avrebbe scritto la poesia da essere letta al suo funerale), uomini politici come Trockij e Ho Chi Minh, membri della sua famiglia (il marito che avrebbe preso il nome di Raskolnikov, come il personaggio di Delitto e Castigo, il fratello, la cugina che le assomigliava in maniera tale da potersi fare passare per lei), il rivoluzionario Radek che era il suo nuovo amore.

Radek

Il collante di queste tessere che aggiungono, ognuna, qualcosa alla figura di lei pur nel disordine temporale, la tessera centrale verso cui tutte convergono, è il funerale di Larisa, morta il 9 febbraio 1926 per tifo. Che noi stiamo per leggere una sorta di elogio funebre di Larisa Rejsner lo sappiamo subito, fin dal secondo capitolo intitolato “I becchini- Mosca, cimitero di Vagan’kovo, febbraio 1926”. Larisa, quindi, si muoverà su queste pagine, riprendendo nelle sue mani quel Grande Gioco (così chiamato da Kipling) nella speranza di porre fine alla supremazia colonialista britannica, entrando e uscendo da una realtà temporale in cui agisce ed è viva e un’altra in cui è diventata memoria. Sei stata tempesta di grazia- dicono i versi a lei dedicati da Pasternak- fuoco che viveVaga, allora, eroina, nei recessi della leggenda.
Oskar von Niedermayer

    L’ultima tessera del puzzle viene posta dal figlio di Larisa, il bambino che era cresciuto con la cugina-sosia di Larisa. Si trova a Berlino, nel 1948. Ha combattuto nell’esercito americano, è entrato, in borghese, nel settore sovietico e ha appena visto una rappresentazione propagandistica in cui, tra i marinai su una nave da guerra, appariva sua madre- lei sullo schermo, lui nel pubblico. Scrive un commento su Stalin e termina con le parole, ‘Vincerà la libertà!’: la fiaccola è passata a lui.



 

 

 

 

sabato 11 aprile 2026

Inès Cagnati, “Génie la matta”

                                                              Voci da mondi diversi. Francia



Inès Cagnati, “Génie la matta”

Ed. Adelphi, trad. Ena Marchi, pagg. 184, Euro 17,10

     Due immagini ricorrenti, nel breve romanzo “Génie la matta” della scrittrice francese Inès Cagnati.

    Una bambina che corre sulle sue gambette (viene sempre detto così, ‘gambette’, e noi pensiamo ad una bimba piccola con le gambe corte che non riesce a stare al passo con la madre) dietro la mamma che neppure si gira per aspettarla.

   Una bambina in attesa, perennemente in attesa del ritorno della mamma dal lavoro, con il cuore stretto nella morsa della paura che la mamma non torni, che l’abbia abbandonata.

E poi una madre che rivolge la parola alla bambina solo per dirle di togliersi di mezzo, di andare a letto, di non starle addosso.

    Génie e Marie. Génie la matta, la chiamavano in paese. Nata in una famiglia benestante, era stata vittima di una violenza e cacciata da casa. Viveva con Marie, la figlia dello stupro, in una catapecchia, accettando qualunque lavoro nei campi e nelle stalle, pagata poco o niente. Non parlava quasi mai, sembrava stramba. Per questo si riferivano a lei non con il solo nome, ma come ‘Génie la matta’.

    È Marie che racconta una storia di dolore e di solitudine che finirà in una tragedia, proprio quando la vita sembrava offrire una seconda possibilità a Génie. Una storia che procede con ripetizioni di piccole azioni, di fatti quotidiani, la scuola, il lavoro, la nonna che è una megera, il nonno che è sempre assorto nelle sue vecchie storie di re ormai morti, che la chiama ‘bambina mia’ e le offre delle noci, gli zii maligni che smettono di parlare quando Marie è vicino, gli stivali di gomma che affondano nel fango, la mamma che riempie gli stivali di paglia, la stanchezza a fine giornata, quell’unico abbraccio che la mamma le dà nel letto, se non cade prima addormentata. Leggiamo e rileggiamo le stesse storie, con le stesse parole e niente meglio di così potrebbe darci la viva sensazione dello squallore di una vita sempre uguale, senza nessuna aspettativa- una figlia che ama disperatamente la madre e una madre che non le dà affetto, che vede in lei la fine di una esistenza che sarebbe potuta essere diversa.


    Poi compaiono due uomini sulla scena- un giovane aviatore che Marie incontra per caso e un contadino che sposerà Génie, acconsentendo a far studiare Marie.

Ha qualcosa della tragedia greca, il romanzo di Inés Cagnati, una tragedia in cui gli dei hanno già deciso il destino degli uomini e, per quanto questi facciano, questo destino non può essere cambiato.

Anche la natura sembra rispecchiare quella durezza di vita e di sentimenti- un bosco piene di ombre, le volpi, il fango sui sentieri- ed è straziante pensare ad una bimba che come unici amici ha una piccola mucca cieca e un anatroccolo. Finirà per perdere entrambi dopo un periodo di siccità che accresce la loro miseria e tuttavia, da bambina già suo malgrado adulta, si rassegna, le basta che la mamma ritorni ogni sera.

     Una storia di violenza, di solitudine, di malvagità, di discriminazione. E anche di resilienza.




mercoledì 8 aprile 2026

Henrik Pontoppidan, “L’ospite regale” ed. 2026

                                             Voci da mondi diversi. Danimarca

            premio Nobel

Henrik Pontoppidan, “L’ospite regale”

Ed. Iperborea, trad. Fulvio Ferrari, pagg. 110, Euro 16,00

 

     È un premio Nobel dimenticato, lo scrittore danese Henrik Pontoppidan? Forse sì e, quasi certamente, è poco conosciuto. Nato nel 1857 a Fredericia, morì a Ordrup nel 1943 e ricevette il premio Nobel nel 1917, ex-aequo con Karl Gjellerup (altro scrittore danese di cui dobbiamo confessare di non sapere nulla).

Pontoppidan è considerato l’esponente maggiore della narrativa naturalista in Danimarca, ma “L’ospite regale”, appena pubblicato da Iperborea, ci pare staccarsi dalla forma naturalista, sembra più una favola leggera che nasconde un profondo significato.

    Sono passati sei anni da quando il giovane medico Arnold Højer era arrivato con l’altrettanto giovane moglie Emma a Sønderbøl nello Jylland. Venivano entrambi dalla capitale e si fa presto ad inneggiare la bellezza della vita in campagna- i primi tempi erano stati duri, era stato difficile abituarsi alla solitudine, a quell’isolamento- la stazione era a più di 20 km. di distanza, il paese era costituito da una manciata di casette di povera gente, non c’era nemmeno un prete con la sua famiglia, solo un maestro attaccabrighe. Adesso che Emma era sempre affaccendata ad occuparsi della casa e di tre bambini, le sembrava di essere stata terribilmente infantile quando aspettava il ritorno del marito seduta accanto alla finestra. C’è un certo che di simbolico nel fatto che avessero chiamato i bambini con i nomi biblici di Caino, Abele ed Eva- quello era il loro paradiso terrestre.


   Sappiamo però che il Paradiso terrestre non era per sempre, conosciamo la storia della tentazione del serpente e della cacciata dei primi uomini. E ci sarà anche un serpente ad insinuarsi nella casa dei due coniugi. Aspettavano dei parenti che sarebbero dovuti venire loro ospiti da Copenhagen. In loro vece era arrivato uno sconosciuto, un uomo distinto dalla corporatura massiccia, vestito con eleganza. Si presenta in maniera elusiva, dice di essere un amico del pastore (lo chiama però con un nome diverso da quello con cui lo conoscono gli Højer), se vogliono dargli un nome possono chiamarlo il principe Carnevale. Ma che cosa è ? uno scherzo? A Carnevale ogni scherzo vale…Emmy è diffidente, vorrebbe che il marito lo cacciasse via, ma non pare sia possibile.

    Inizia così una serata a dir poco insolita per Arnold ed Emmy. È il principe Carnevale che dà ordini, che addobba tavolo e sala per la cena, che chiede loro di cambiarsi e vestirsi eleganti (Emmy si vergogna ad indossare l’abito rosa di seta di quando era ragazza), che suona uno strumento che è una via di mezzo tra un mandolino e un liuto, che canta, che sembra corteggiare Emmy. E Arnold si ingelosisce.


   Questa storia di una notte di stravagante follia in cui non sembra succedere niente finisce con il Principe Carnevale se ne va, avvolto nel suo alone di mistero un poco sulfureo. Dietro di sé lascia però due persone che sono cambiate nel giro di una notte ed è questo il significato della ‘favola’. Arnold ed Emmy si erano adagiati in una tranquilla routine, adesso, invece, c’è in loro una certa inquietudine, una irrequietezza che è stimolante, c’è una spinta a non dare tutto per scontato, a godere delle solite cose come se si trattasse sempre di novità.

È significativa l’immagine con cui si chiude il racconto- Emmy, ormai ingrigita ma non ancora anziana, siede accanto alla finestra, guarda il tramonto e le nuvole che corrono nel cielo, ‘immagine dell’eterna inquietudine’.  



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martedì 31 marzo 2026

Qiu Xiaolong, “Compagni segreti” ed. 2026

                                                             Voci da mondi diversi. Cina

   cento sfumature di giallo

Qiu Xiaolong, “Compagni segreti”

Ed. Marsilio, trad. F. Zucchella, pagg. 256, Euro 17,10

 

    Era l’ispettore capo Chen, adesso è direttore dell’Ufficio per la Riforma Giudiziaria ed è in congedo per motivi di salute. Forse, però, una volta ispettore, sempre ispettore, perché l’amico e investigatore privato Vecchio Cacciatore si rivolge a Chen per aiuto- Mei, famosa immobiliarista di Shanghai, si è rivolta a lui per trovare un certo Xiaohui. Chen accetta, coinvolgendo anche la sua segretaria Jin.

    Inizia così il nuovo romanzo di Qiu Xiaolong, lo scrittore cinese originario di Shanghai che si era trasferito negli Stati Uniti nel 1988 per lavorare su un libro di T.S.Eliot ed era stato costretto a restare  dopo i tragici eventi di Piazza Tienanmen del 1989. Ed è un romanzo diverso dagli altri, impossibile da definire come un vero e proprio ‘thriller’ perché, se ci sono brividi, non sono affatto brividi per paura di un assassino, sono piuttosto brividi causati da un governo totalitario che è arbitro della vita, della morte o della scomparsa dei cittadini accusati di colpe molto spesso presunte. Ed è un romanzo in cui il personaggio principale si sdoppia o addirittura si fa in tre: c’è una intrigante somiglianza tra Chen e Xiaohui, l’uomo sulla cui scomparsa Chen deve indagare, così come c’è una qualche somiglianza tra loro due e lo scrittore stesso, Qiu Xiaolong, e noi lettori lo scopriamo a poco a poco proprio come, in un gioco di specchi, Chen scopre a poco a poco di avere molte cose in comune con Xiaohui. D’altra parte il titolo era indicativo, un richiamo a “Il compagno segreto” di Conrad, quel bellissimo racconto in cui il capitano di una nave nasconde a bordo l’uomo fuggito da un’altra nave e, in una maniera molto disturbante, si riconosce in lui.


   Xiaohui, ora conosciuto semplicemente con X, l’iniziale del suo nome, era stato professore di filosofia all’università, poi, in conseguenza della sua presa di posizione dopo la repressione degli studenti in piazza Tiennanmen, era stato allontanato dall’università ed era finito a fare l’indovino all’ingresso di uno shikumen del Vicolo della Polvere Rossa. E adesso era scomparso. Apprendiamo la storia della sua vita dai memoriali di Mei- sono pagine che intrecciano il passato con il presente. Il passato all’epoca della Rivoluzione Culturale, gli anni persi per chi voleva studiare e veniva invece mandato nelle campagne ad imparare il lavoro dai contadini, quando una ragazza- Mei- teneva fra le mani un libro in inglese seduta su una panchina nel parco del Bund e un ragazzo- Xiaohui- veniva invogliato a studiare la lingua che poi gli avrebbe aperto le porte dell’università e offerto la possibilità di andare a studiare in America. Non è forse la stessa esperienza di Chen e dello stesso Xiaolong? La ragazza della panchina verde non si era più vista, X l’avrebbe incontrata di nuovo molti anni dopo, quando lei gestiva un piccolo ristorante e poi, anni dopo ancora, quando faceva l’indovino e in una maniera profetica aveva dato una svolta alla sua vita. Fra di loro c’era un amore mai sbocciato, è troppo tardi adesso? E perché X è stato fatto scomparire?


    Come Piazza Tienanmen è il cuore di Pechino, lo è anche di questo romanzo- la piazza sconfinata dominata dal faccione di Mao che sormonta l’ingresso della Città Proibita, un Grande Fratello sempre e ancora vigile. Piazza Tienanmen con il ricordo dei carri armati è una ferita sempre aperta nella memoria dei cinesi. Perché il presente del dopo-Covid, con la crisi finanziaria e immobiliare, è oscurato da un presidente con la tentazione di diventarlo a vita, come un novello imperatore, con il pericolo di un ritorno al pugno di ferro. A questo si riferiva X con il racconto allusivo, per chi avesse orecchie per intendere, del generale Cai e la Piccola Fenice. E qualcuno ha inteso fin troppo bene.


    “Compagni segreti” è pieno di riferimenti colti- non solo a romanzi cinesi, non solo alla poesia classica cinese (ad ogni poesia cinese ne corrisponde una dell’ispettore Chen), ma ai poeti occidentali, l’Eliot della Terra Desolata, Yeats del Secondo Avvento con la tragica visione della bestia che striscia verso Betlemme, e poi l’Orwell del 1984. E Conrad naturalmente. Non solo il Conrad de Il compagno segreto, ma anche quello di Cuore di tenebra con il finale grido straziante, ‘l’orrore, l’orrore’.  Ed è anche un libro pervaso di nostalgia per un mondo che scompare inghiottito dal materialismo e dalla sete di denaro. All’estremità opposta di piazza Tienanmen c’è un altro luogo che è un potente simbolo- lo shikumen che il piano edilizio vorrebbe distruggere. Uno shikumen non è solo un insieme di casette fatiscenti, è un posto dove c’è ancora il senso della comunità, dove ci si raduna in strada, in cerca di un soffio d’aria in mancanza di condizionatori, e si raccontano storie. Come quella del generale Cai che aveva fatto scomparire X.



 

mercoledì 25 marzo 2026

V.C. Andrews, “Fiori in soffitta” ed. 2026

                             Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

      romanzo gotico

V.C. Andrews, “Fiori in soffitta”

Ed. Ne/on- trad. M.G. Prestini, pagg. 422, Euro 20,42

    Li chiamavano ‘le bambole di Dresda’ (Dresden Dolls), giocando con quel loro strano cognome, Dollanganger. Che non fosse il loro vero cognome- che era Foxworth- lo avrebbero saputo molto dopo, quando il loro mondo, quello che conoscevano, era crollato in pezzi. Che fossero belli come le statuine di porcellana di Dresda, invece, era vero. Tutti e quattro biondi, tutti e quattro con occhi azzurri, tutti con un nome che iniziava per C, come il nome dei loro genitori. Chris (per distinguerlo dal padre Christopher), Cathy, i gemelli Cory e Carrie. E la mamma, Corinne. Che era diventata mamma giovanissima se, a trentatre anni, aveva già un figlio di quindici anni.

    Il giorno in cui tutto era pronto per festeggiare il trentaseiesimo compleanno del capofamiglia, la polizia aveva suonato alla loro porta per annunciare che c’era stato un incidente e che il padre/marito era morto.

È solo adesso che i ragazzi vengono a sapere di avere un nonno ricchissimo, che la loro mamma aveva fatto qualcosa che non era piaciuta affatto a suo padre, che questi l’aveva diseredata, che però era molto malato e presto sarebbe morto. La nonna aveva acconsentito ad ospitarli, lei, Corinne, era sicura che avrebbe riconquistato l’affetto del padre- dopotutto entrambi i suoi fratelli erano morti, non c’era che lei ad ereditare la fortuna paterna. E i nonni non avrebbero potuto fare a meno di amare dei nipotini così belli e intelligenti.


    Una sola cosa è vera del racconto della madre: la casa supera ogni immaginazione, è grandissima e bellissima. Ma la nonna che li accoglie è una donna arcigna e bigotta, ossessionata dall’idea del peccato. E per lei peccato è tutto quello che riguarda il corpo e il sesso. Mette subito in chiaro che i quattro nipotini sono figli del peccato, lei non vuole neppure conoscere i loro nomi, loro non dovranno né farsi vedere né sentire. Vivranno chiusi a chiave in una stanza del secondo piano. Dovranno obbedire a una serie di regole da lei imposte che includono norme di pudicizia estreme, non dovranno mai rivolgerle la parola se non sarà lei a far loro una domanda. Sarà lei a portare loro i pasti in camera. E la loro mamma? Corinne tace, Corinne acconsente, dice ai figli che sarà per poco, frequenterà un corso di dattilografia, troverà un lavoro come segretaria, riconquisterà l’amore del famigerato padre. E poi questo morirà prima o poi.

    Ecco, prima o poi. Sembra non morire mai, questo vecchio implacabile signore. Dovevano essere pochi giorni, diventeranno più di tre anni di reclusione. Quelli che soffrono di più sono i gemelli, non capiscono perché non possano uscire, vogliono la mamma, la vecchia megera li terrorizza, non gli piace quello che lei porta da mangiare. Passano i giorni, uguali e lunghissimi, cambiano le stagioni, cambia la loro mamma, cambiano loro.

La bellissima mamma porta giocattoli e abiti, dapprima racconta della scuola che frequenta, poi inizia a raccontare di feste, di balli, dapprima sale da loro anche due volte al giorno, poi lascia passare più giorni senza farsi vedere, finché scompare per due mesi. Possiamo immaginare perché. Chris la giustifica sempre, Cathy è spietata.

Il cambiamento dei quattro Foxworth segue, a due a due, una direzione inversa. Cathy e Chris diventano giovani adulti, invece i gemelli non crescono, sono come delle piante tenute al buio, dimostrano meno dell’età che hanno. Finché Cory si ammala, finché scopriranno l’orribile trama della nonna e della mamma e non c’è niente di peggio del tradimento di chi ci fidiamo, di chi ci dovrebbe proteggere.


     Da “Fiori in soffitta” sono stati tratti due film, uno nel 1987 e uno, per la televisione, nel 2014. Il titolo originale, “Flowers in the attic”, è stato tradotto anche come “Fiori senza sole”- l’inventiva dei due più grandi ha trasformato la soffitta polverosa e stipata di bauli in un giardino con grandi fiori di carta che deliziano i due piccoli e poi sono loro stessi dei fiori che crescono reclusi in soffitta.

Possiamo definire ‘gotico’ o anche ‘noir’ il romanzo di Virginia Andrews narrato in prima persona da Cathy. Come nei romanzi gotici, mancano le sfumature- i personaggi sono cattivi o buoni e innocenti. Il tema più delicato, che suscitò scalpore quando il romanzo fu pubblicato nel 1979, è quello del doppio incesto. Eppure, non abbiamo l’animo di giudicare, ci sembra che altri comportamenti, altre malvagità, siano ben peggiori.

“Fiori in soffitta” è il primo romanzo di una serie di cui c’è anche un ‘prequel’ con la storia dei nonni Foxworth, da non leggere assolutamente prima di questo. Bandito per il suo contenuto in alcune aree degli Stati Uniti, un sondaggio della BBC del 2003 lo ha inserito tra i 200 libri più amati nel Regno Unito.



sabato 21 marzo 2026

John Galsworthy, “Il Possidente”

                                                                  OFF THE MAIN ROAD

Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
          saga

Premio Nobel

John Galsworthy, “Il Possidente”

Ed. Elliot, trad. Gian Dauli, pagg. 316, Euro 9,90

 

      “The man of property”: un classico senza tempo. La prima pagina della mia copia del libro- scritto in caratteri piccolissimi, una edizione Penguin- riporta la data e il luogo di quando lo comperai: ‘London 1961’- e, come sempre mi succede in questi casi, mi sento precipitare nella voragine del tempo. Nel mio ricordo era un libro molto bello. Lo è ancora.

    Questo è il primo di tre romanzi e due interludi, pubblicati tra il 1906 e il 1921 con il titolo “La saga dei Forsyte”. L’autore, John Galsworthy, vinse il premio Nobel nel 1932, un anno prima di morire.

È Soames Forsyte il protagonista di questo primo romanzo, è lui ‘il possidente’ (questo è il titolo in italiano), ma, insieme a lui tutta la famiglia Forsyte vive su queste pagine, e la famiglia Forsyte rappresenta l’alta media borghesia inglese- Galsworthy conia addirittura un sostantivo, ‘forsyteismo’, per indicare l’atteggiamento, il ‘credo’ della società a cui i Forsyte appartengono. Un credo che si riassume in una sola parola, ‘possesso’. È questo il metro di giudizio per stimare il valore di una persona, o di una cosa. ‘Quanto costa?’, ‘quanto avrà pagato?’, ‘su quanti soldi all’anno può contare?’. È lo stesso divario che appare in “Howards End” di Forster, del 1910, fra i Wilcoxes per cui è il denaro che conta e le sorelle Schlegel amanti dell’arte, della musica e della letteratura.

sullo schermo

    Il più anziano della famiglia, il maggiore dei numerosi fratelli e sorelle Forsyte, è Jolyon, un gran vecchio e una figura molto bella, forse perché ha già molto sofferto. Suo figlio, Jolyon come lui, ha abbandonato la moglie e la piccola June, per inseguire l’amore. Scandalo in famiglia. Oltretutto fa il pittore- un Forsyte squattrinato e artista? June è cresciuta con il nonno che la adora ed è pronto ad accettare in famiglia l’architetto Philip Bosinney di cui è innamorata. I Forsyte gli appioppano subito un soprannome che dice tutto il loro disprezzo per lui- ‘il bucaniere’, che è come dire, il filibustiere, il pirata. E tuttavia Soames, per auto glorificarsi e per ingraziarsi la moglie Irene, affida proprio al bucaniere l’incarico di costruire per lui una villa in campagna. Da questo punto tutto è prevedibile- il matrimonio di Soames con Irene è un’unione di facciata, lei è bellissima, lui l’ha corteggiata a lungo finché lei ha ceduto (soldi, sempre questione di soldi: che altre scelte ha una donna senza un patrimonio oltre a quella di sposare un uomo ricco?), Soames non riesce proprio a capire perché lei lo odi, e poi, diamine, lei è sua moglie, lei è sua, un suo possesso, una moglie deve adempiere al dovere coniugale, volente o no. E l’amore tra Irene e Bosinney è come una fiammata, povera piccola June, che possibilità ha di tenersi il fidanzato? La fiammata diventa un incendio che distruggerà tutto e tutti.


    I personaggi sono tanti ma Galsworthy è un maestro sia nell’esaminare l’evolversi dei rapporti tra padri e figli (il grande vecchio, Jolyon, si riavvicina al figlio, artista anche lui come Bosinney), tra nonno e nipoti, tra mariti e mogli, sia nella delicatezza fatta di sottintesi con cui osserva l’attrazione fatale fra Irene e l’architetto (nessuna scena li ritrae da soli eppure anche il non-detto è chiaro), sia nello scrivere del divorante desiderio di vendetta di Soames, sia, infine, nel dipingere sullo sfondo Londra con i suoi parchi e la sua nebbia o la dolce campagna inglese.

    Viene da pensare che nessuno scrittore contemporaneo è più capace di scrivere romanzi come questo.



   

domenica 15 marzo 2026

Iliana Xander, “Love, Mom” ed. 2026

                                                         cento sfumature di giallo

Iliana Xander, “Love, Mom”

Ed. Longanesi, trad. Luca Bernardi, pagg. 347, Euro 19,00

 

   Doppio mistero nel romanzo “Love, Mom” appena pubblicato dalla casa editrice Longanesi. Il mistero contenuto nella trama del romanzo (chi è chi? Che cosa è successo? Perché?) e quello che riguarda la scrittrice (o lo scrittore, anche se propendo per una donna come autrice di questo serratissimo psicothriller): Iliana Xander è uno pseudonimo e nulla si sa su chi ci si nasconda dietro, possiamo solo pensare che sia un’americana (o americano) perché il libro è ambientato in America.

     Elizabeth Casper, 43 anni, è morta. O meglio, la scrittrice E.V. Renge è morta. Osservate lo pseudonimo sotto cui Elizabeth Casper pubblicava i suoi libri: è un anagramma di ‘revenge’, Vendetta. E.V. Renge era famosa in tutto il mondo per i suoi romanzi pieni di scene forti, con assassinii, morti e incidenti mortali, vendette per l’appunto. Già, l’incidente in cui era morta- era veramente un incidente? Oppure?

Il romanzo inizia con il funerale della scrittrice e la voce narrante (ce ne saranno altre, più avanti) è quella della figlia ventunenne, Mackenzie. Non c’era uno stretto legame tra madre e figlia e non c’era neppure tra al figlia e il padre, un alcolizzato. Al momento di risalire in macchina Mackenzie trova una busta sul sedile, ‘dalla tua fan numero 1. Baci’, e, nel foglio scritto con la calligrafia della madre, ‘vuoi sapere un segreto?’. La data della lettera è di ventidue anni prima, il luogo in cui è stata scritta, Old Bow, Nebraska.


   È la prima di una serie di lettere che Mackenzie riceve dalla mamma (ma se è morta, chi gliele manda?). Ecco una seconda narrativa in cui è Elizabeth Casper (Lizzy per tutti) a parlare di sé, di come ha incontrato Ben che sarebbe diventato suo marito, di come lei fosse cresciuta in una casa famiglia, del terribile fatto in cui era stata vittima di tre ragazzi, dell’incendio di un fienile, di un’altra ragazza, Tonya, che era invidiosa di lei, di un carissimo amico che le era stato di aiuto.  

    Le lettere della madre spingono Mackenzie a fare delle ricerche per sapere di più e, mentre cresce in lei l’ansia e il timore di quello che può scoprire, una terza narrativa si sovrappone alla seconda. Mackenzie ha ritrovato la donna che era la custode nella casa famiglia di cui parla Lizzy nelle sue lettere e il suo racconto inizia a svelare una parte del segreto. Prima dello sconvolgente chiarimento finale ci sono però altre due voci narranti con la loro parte di fatti e di verità- quella di Ben, marito di Elizabeth, e quella di Tonya. E, per concludere, un personaggio importante a cui non avevamo prestato molta attenzione metterà il suo sigillo su tutta la vicenda.


    La definizione di ‘page-turner’ si addice perfettamente a “Love, Mom”. È un romanzo di cui si fa fatica ad interrompere la lettura. La trama è ben congegnata e non deve essere stato facile seguire i filoni delle diverse narrative che si alternano insieme ad un’alternanza di tempo presente e tempo passato e che contribuiscono a dare una speciale attrattiva al libro.

Se siete in cerca di un thriller insolito, “Love, Mom” è la lettura che fa per voi.