vento del Nord
storia di famiglia
Jonas Hassen Khemiri, “Le sorelle”
Ed.
Einaudi, trad. Katia De Marco, pagg. 656, Euro 22,80
Ina. Evelyn. Anastasia. Le sorelle Mikkola. Non le dimenticheremo facilmente. Come non le ha mai dimenticate, da quando per la prima volta Jonas, alter ego dello scrittore che ha il suo stesso nome, ne aveva sentito parlare dai suoi genitori e lui era solo un bambino. Il cognome, per prima cosa, lo intrigava. Non sembrava svedese. Poi quello che sentiva dire di loro. Il padre era morto, la madre pareva non fosse capace di vivere a lungo nello stesso posto (più tardi, da loro, aveva saputo che c’era una ‘maledizione’ che le inseguiva), vendeva tappeti (mentendo sulla loro provenienza e assicurando che avrebbe inoltrato ai compratori il certificato di garanzia- certificato che non arrivava mai). Soprattutto lo attirava una certa affinità con loro- le sorelle Mikkola erano in tre, Jonas aveva due fratelli, tre anche loro, quindi; loro erano figlie di uno svedese e una tunisina, lui di un tunisino e di una svedese. E nessuno di loro sapeva parlare arabo (le sorelle Mikkola parlavano inglese tra di loro). Più tardi sia Anastasia sia Jonas avrebbero usufruito di una borsa di studio per andare a studiare l’arabo in Tunisia. Lo incuriosiva anche la diversità delle sorelle Mikkola. Ina, altissima, giocatrice di basket, organizzata, rigorosa, razionale. Evelyn, l’affascinante Evelyn di cui Jonas sarà sempre un poco innamorato, capace di raccontare la storia più banale come se fosse qualcosa di straordinario. Anastasia, la più volubile, la più ‘incasinata’, che aveva passato un periodo in cui si drogava, che beveva.
“Le sorelle” è un romanzo senza trama che
segue, alternandoli, due filoni- uno ha per protagoniste le sorelle
Mikkola ed è scritto dal punto di vista
di un narratore onnisciente, nell’altro la voce è quella di Jonas ed è lui che,
nello stesso tempo, ci parla delle tre sorelle e di se stesso e della sua
famiglia. Il tempo della narrazione inizia nel 1993, quando le tre sorelle
vanno insieme ad un party di fine anno. e termina nel 2035 con quella che è
anche la fine della maledizione di cui la madre delle Mikkola aveva sempre
parlato.
C’è di tutto, in questa doppia narrazione, ognuna delle sorelle incontra qualcuno di cui si innamora (e può essere un uomo o una donna), è stanca del lavoro che sta facendo, coltiva ambizioni, va a trovare la madre con cui hanno tutte un rapporto difficile. E, per quanto ci siano incomprensioni e litigi, il loro legame resta un punto saldo, qualcosa su cui possono fare affidamento ed è una cosa bellissima- qualunque cosa accada, ognuna di loro sa che può contare sull’aiuto delle sorelle. E le prime 200 pagine del romanzo ci travolgono, sono vivaci con la vivacità di Ina, Evelyn e Anastasia, ci fanno innamorare di loro.
La seconda narrativa ci offre un altro- e
doppio- punto di vista. Perché Jonas parla di se stesso E delle sorelle
Mikkola, viste in un tempo precedente a quel 1993, quando erano poco più che
bambine. Ritroviamo nel racconto di Jonas episodi e dettagli di cui avevamo già
letto in uno dei suoi libri precedenti, “Montecore”, e anche ne “La clausola
del padre”. Se la madre era stata il personaggio ‘portante’ per le sorelle, il
padre lo è per Jonas. È una figura gigantesca che il ragazzo ammira e che però
scompare, torna in Tunisia, ogni tanto riappare, poi scompare definitivamente e
la madre chiede il divorzio. In questo filone la narrativa autobiografica, la
storia della famiglia Khemiri, la genesi dei romanzi di Jonas, l’incontro con
la futura moglie e la nascita dei bambini, si mescola a quella delle sorelle,
con il dubbio mai risolto se una di loro (Evelyn?) fosse in realtà una
sorellastra di Jonas.
Al di là di tutte le storie che leggiamo, di
tutti (tanti, troppi?) i personaggi che incontriamo, c’è, nel romanzo, un’esplorazione
di quella affinità di base di cui abbiamo detto, dell’interrogarsi sulla
propria appartenenza, del sentirsi estranei in un paese di persone con i
capelli biondi e altrettanto estranei al di là del mare, in un paese che è
impossibile, ormai, riconoscere come il proprio. E poi c’è l’ambizione,
l’aggrapparsi ai sogni per realizzare ciò che si vuole nella vita, la forza dei
legami famigliari.


















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