sabato 2 maggio 2026

Jung Chang, “Il volo dei cigni selvatici. Io, mia madre e la Cina” ed. 2026

                                                              Voci da mondi diversi. Cina

    romanzo autobiografico

Jung Chang, “Il volo dei cigni selvatici. Io, mia madre e la Cina”

Ed. Longanesi, trad. Elena Cantoni, pagg. 336, Euro 20,90

    Impossibile aver dimenticato “Cigni selvatici”, il libro autobiografico in cui Jung Chang, la scrittrice cinese naturalizzata britannica, raccontava la storia della nonna, della mamma e di se stessa, e nello stesso tempo la storia della Cina fino al 1978, anno in cui Jung Chang si trasferì a vivere definitivamente in Occidente. Era il 1991 quando “Cigni selvatici” rivelò ai lettori una realtà che era giunta fino a quel momento ovattata- dall’epoca in cui alle bambine si fasciavano i piedi (la nonna di Jung Chang camminava a passettini su quei piedi deformati che avrebbero dovuto garantirle un buon matrimonio) agli anni crudeli della Rivoluzione Culturale e della Grande Carestia.

A più di trent’anni di distanza esce adesso “Il volo dei cigni selvatici” che riprende la narrazione da dove si è interrotta per arrivare all’epoca contemporanea del presidente Xi Jinping. Trent’anni che ne valgono cento, se consideriamo i passi da gigante fatti dalla Cina nello sviluppo economico che l’ha portata ad essere il maggiore rivale degli Stati Uniti.

    Il primo capitolo inizia, in realtà, dalla nascita di Jung Chang nel 1952 e ci troviamo subito a confronto con le personalità dei suoi genitori- la forza di carattere della madre e l’integrità totale del padre che, in quanto governatore della regione, aveva negato alla moglie il permesso di spostarsi in una città più grande di Yibin, dove vivevano, per partorire in un ospedale attrezzato, visto che il medico temeva rischi di emorragia e morte conseguente di madre e bambino. La fede nel comunismo del padre e la sua integrità incorruttibile saranno le costanti della sua vita, insieme a quella che noi vediamo come una certa qual ingenuità- come poteva pensare che delle lettere che contenevano critiche a Mao e indirizzate a lui in persona potessero non avere conseguenze? E comunque la moglie gli restò sempre vicino, rifiutandosi di lasciarlo, dando prova di amore, coraggio, fedeltà ai propri principi.

Chengdu

    Avevamo già letto molto in “Cigni selvatici” di quello che ora Jung Chang racconta di nuovo, forse in maniera più circostanziata. La vera svolta è quando, dopo la riabilitazione del padre (quanto si era battuta, sua madre per ottenerla!), Jung Chang ottiene il permesso di studiare in Inghilterra, uscendo ‘dalla gabbia’. Incomincia una nuova vita, sono giorni di novità e di scoperte, di confronto tra quello che si diceva in Cina dell’Occidente e la realtà che la circonda, mai interamente liberi, sempre con il fiato sul collo, sempre con divieti a cui sottostare, sempre con l’obbligo di uscire solo con accompagnatori cinesi, sempre vestiti con la divisa di Mao.

Sono anni difficili, questi della nuova vita di immigrata con la nostalgia della famiglia, della madre soprattutto. I capitoli che seguono sono il racconto di come, da studiosa di lingue, Jung Chang sia diventata una grande scrittrice- l’idea per i suoi libri, le ricerche storiche- non facili-, i viaggi in Cina con sempre nuovi ostacoli per ottenere il visto, le interviste con i testimoni del passato ancora in vita, il bando per la pubblicazione in Cina, prima di “Cigni selvatici”, poi “Mao. La storia sconosciuta” (il più contestato), “L’imperatrice Cixi” e “Le signore di Shanghai”. Al suo fianco, un grande sostegno per lei, l’amore della sua vita, Jon Halliday, che scrisse con lei “Mao”.

la foresta di bambù

    “Il volo dei cigni selvatici” è frammentario in questa puntigliosa ricostruzione e non è una lettura appassionante come “Cigni selvatici” e neppure come i romanzi storici su Mao e sull’imperatrice Cixi. Ha tuttavia il pregio di darci una visione dall’interno della nuova Cina di Xi Jinping, grande ammiratore di Mao, presidente a vita, un Grande Fratello al cui occhio non si può sfuggire.

    Il titolo originale è leggermente diverso e lascia anche intuire qualcosa di più- “Fly, wild swans”. In questo imperativo, Volate, cigni selvatici, sentiamo la voce della madre, protagonista assoluta dietro la voce narrante di Jung Chang, a cui il libro è dedicato come un canto d’amore. Una donna coraggiosa, altruista e generosa che ha sempre messo il benessere dei figli davanti al proprio. Se i cigni sono simbolo di libertà, quel Volate è un invito a dispiegare le ali senza guardarsi indietro.



martedì 28 aprile 2026

Anna Luisa Pignatelli, “Il letto cinese” ed. 2026

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia

      romanzo di formazione

Anna Luisa Pignatelli, “Il letto cinese”

Ed. Fazi, pagg. 180, Euro 16,62

    Uno zio e un nipote. Una cittadina di provincia. Il fascino esotico della Cina.

     Ricordati che tuo zio si chiama Corrado Sivieri e che sei il suo unico nipote- ripeteva spesso la madre al figlio, studente liceale che è la voce narrante del bel romanzo “Il letto cinese” di Anna Luisa Pignatelli.

    Il padre del ragazzo era morto da tempo ed era stato quanto più diverso possibile dal fratello, il famoso sinologo Corrado Sivieri. Era un ingegnere pragmatico, l’opposto del professore di Lingua e Civiltà cinese all’Istituto di Studi Orientali di Roma che era stato mandato a studiare a Tientsin dalla madre per evitare che venisse arruolato ed era rientrato in Italia dopo la caduta del fascismo. Dopo la morte del fratello Corrado Sivieri si era addossato la responsabilità della famiglia di questi, della vedova e del nipote.

Il ragazzo lo ammirava. Ammirava quell’aura di cultura e anche, sì, di diversità che si percepiva intorno allo zio, gli piaceva la deferenza che tutti gli mostravano- un segno evidente del rispetto che avevano per lui.


Il legame tra zio e nipote diventa più stretto quando la signorina cinese che gli faceva da segretaria aveva regalato un cagnolino allo zio. Peccato che lo zio detestasse bambini e animali. Così l’incarico di occuparsi del cane era toccato al ragazzo, insieme a quello di sostituire la signorina che era tornata in Cina- e poi il ragazzo era stato respinto alla maturità, una vergogna per la loro famiglia.

    Il ragazzo batterà a macchina gli scritti dello zio che si sta occupando del periodo del tormentato regno dell’imperatrice Tzu Hsi (noi la conosciamo meglio con il nome Cixi), ultima imperatrice della dinastia Qing, e del suo coinvolgimento nella morte del sovrano Kuang Hsu.

   “Il letto cinese” (tra i tanti oggetti cinesi di valore in casa dello zio c’è un tipico letto cinese che è come una piccola stanza in cui allo zio piace passare il tempo a leggere) è una lettura affascinante perché la narrativa si dipana su parecchi piani- è la storia di un rapporto tra una figura paterna e una sorta di figlio con tutti i contrasti generazionali, acuiti dalla rigidezza dell’adulto, ed è la storia di un ragazzo che si sente solo e corteggia una ragazzina di origine zingara e sola quanto lui; è la storia di uno studioso chiuso nella sua torre di avorio, invidioso di chiunque possa rivaleggiare con lui, chiacchierato per la sua predilezione per uno dei suoi studenti. E poi c’è il magnifico affresco della Storia cinese alla fine dell’Impero, una Storia che conquista l’attenzione del ragazzo che, in una qualche maniera, si vede riflesso nel nipote di Tzu Hsi che vede ogni sua iniziativa stroncata dalla potente zia che finirà per farlo uccidere.


   La realtà non è mai completa così come appare. La realtà è complessa. Una serie di grandi e piccole delusioni sminuiranno la figura dello zio agli occhi del ragazzo- il non aver neppure considerato che il nipote aveva mostrato coraggio nel difendere la sua ragazza durante un’aggressione, l’averlo colpevolizzato, il giudizio negativo espresso nei confronti di un libro che gli era stato mandato in lettura (al ragazzo era piaciuto molto, invece), un pigiama a righe bianche e azzurre nel cesto della roba da lavare.

   Lo zio non era quel grand’uomo che voleva apparire. Era egoista, meschino, ipocrita. Eppure, l’averlo visto come era realmente libera il nipote dalla soggezione, dal senso di inferiorità. E paradossalmente lo mette in grado di riconoscere l’enorme debito che ha con lui, l’averlo fatto appassionare allo studio, avergli spalancato la mente verso altri orizzonti.

     Un romanzo di formazione diverso dal solito che spalanca verso altri orizzonti anche le menti dei lettori.



 

domenica 26 aprile 2026

Alessandro Robecchi, “Omicidi Srl” ed. 2026

                                                                   Casa Nostra. Qui Italia

cento sfumature di giallo

Alessandro Robecchi, “Omicidi Srl”

Ed. Sellerio, pagg. 378, Euro 17,00

     Eccoli di nuovo al lavoro, i due killer per professione, il Biondo e Quello con la cravatta. Saranno mesi impegnativi, perché, quando mai gli era capitato, di avere un incarico dopo l’altro, e magari due incarichi insieme? E sono anche lavori delicati, che pongono- a loro!!!- qualche problema etico perché, insomma, che un committente chieda di uccidere un padre, o un nipote, o un altro parente stretto, non è la stessa cosa che essere pagati per eliminare un socio o, che so, un rivale.

   E poi, anche se hanno seguito la stessa scrupolosa trafila- perché è la loro accuratezza che garantisce al mandante una assoluta sicurezza che la morte commissionata appaia come un incidente- qualcosa non va nel verso giusto: a loro era sembrata una bella soluzione, quella di simulare l’impiccagione della vittima, come potevano sapere che la corda che avevano trovato e usato era una corda di seta per la pratica dello shibaru, una tecnica usata originariamente per immobilizzare i prigionieri e diventata poi un gioco amoroso? E come potevano quindi sapere che l’ingegnere assassinato avrebbe fatto un nodo a regola d’arte e non quello maldestro che avevano fatto loro? Non gli era mai capitato di trovare un loro ‘caso’ alla ribalta della cronaca nera, oggetto di speculazioni. Perfino la moglie di Quello con la cravatta si era appassionata al caso e seguiva tutte le trasmissioni televisive. Molto imbarazzante e un poco inquietante.


   Con questo incarico non ancora del tutto accantonato (e se il figlio committente avesse ceduto allo stress?) ne segue un altro che accettano perché non si può rifiutare un guadagno milionario. E tuttavia si trovano nella sgradita posizione di provare una forte antipatia per il nonno che vuole mettere le mani sull’eredità favolosa del nipote prima che questo diventi maggiorenne, mentre gli piace il ragazzo che sembra proprio un giovane a posto, educato, studioso e rispettoso (Quello con la cravatta, poi, non può non pensare a suo figlio che ha solo un paio di anni in meno), che conduce una vita in cui è difficile trovare una falla e una giusta opportunità.

    Il Biondo e Quello con la cravatta ricorrono di nuovo all’aiuto di Francesca Aroldi, la collega che amava agire da sola, senza tante programmazioni e consulti, e che esige, questa volta, che il compenso venga diviso in parti uguali.

   Aspettatevi di tutto, in questo nuovo romanzo di Alessandro Robecchi. Incidenti ilari in cui è uno dei killer che corre il rischio di ammazzarsi, colpi di scena, rovesciamenti di situazioni, danni collaterali con altri morti, pedinamenti sospetti che finiscono nel ridicolo, mentre il lettore resta con il fiato sospeso e la curiosità di sapere come se la sarebbero cavata Quello con la cravatta e il Biondo. Quello con la cravatta, poi, deve usare tutta la sua capacità di inventiva e improvvisazione davanti alle domande della moglie che sembra non credere più alle esigenze notturne del suo lavoro.


I personaggi di Robecchi, sul filo dell’incredulità in una Milano fin troppo credibile, sono, a dir poco, simpatici, lo stile è sempre frizzante, le soluzioni non sono scontate. E poi lo scrittore è geniale nell’aver rivoluzionato e capovolto lo schema tradizionale del ‘giallo’: la domanda che ci si pone, leggendolo, non è più, ‘chi è l’assassino?’ e neppure, ‘perché la vittima è stata uccisa?’, ma ‘come i due killer riusciranno ad eliminare la persona che sono stati pagati per togliere di mezzo?’ e ‘riusciranno a farla franca, come al solito?’.

      Leggetelo, il divertimento è assicurato. E in maniera intelligente, il che non è poco.



   

martedì 21 aprile 2026

Marco Cosentino e Domenico Dodaro, “La radiomante di Himmler” ed. 2026

 





                                                   Casa Nostra. Qui Italia

           romanzo storico
            spy story


Marco Cosentino e Domenico Dodaro, “La radiomante di Himmler”

Ed. Neri Pozza, pagg. 320, Euro 19,00

 

    Il romanzo si apre con una scena per noi difficile da comprendere: è il 1918, a Porto Santo Stefano, in Toscana, una ragazzina di tredici anni si è sentita male dopo essere tornata a casa, ha detto che aveva avuto forti giramenti di testa, è svenuta. A casa vomita un liquido scuro con una patina iridescente.

     Quella ragazzina è la protagonista del libro “La radiomante di Hitler”, scritto a quattro mani da Marco Cosentino e Domenico Dodaro che hanno il merito di far uscire dall’ombra la figura di una donna dimenticata dalla Storia. Nella finzione letteraria si chiama Maria Magnani e suo marito, ex colonnello dell’aviazione, Cosimo Corsi. Nella realtà lei era Maria Mataloni e lui Costantino Cattoi. Si erano conosciuti nel 1930, quando Maria, con in mano una bacchetta, aveva trovato una fonte idrica. Insieme avevano fondato una società radio geotecnica per la ricerca di fonti idriche, minerarie e archeologiche. Un filmato in bianco e nero dell’Istituto Luce testimonia il ritrovamento di resti etruschi a Leprignano. È il filmato che porta l’esistenza di Maria e delle sue doti straordinarie alla conoscenza del Reichsführer Heinrich Himmler, il secondo uomo più potente della Germania nazista. È qui che la realtà cede il posto all’immaginazione degli scrittori per una insolita spy-story che si svolge tra Berlino e Porto Santo Stefano, tra il fragore e la distruzione dei bombardamenti e la pace idilliaca.

parco archeologico di Roselle

    Himmler vuole Maria. A qualunque prezzo, anzi, ad un prezzo altissimo, un milione di lire che salverebbe la società dei due coniugi, in passivo da quando le doti di Maria si sono attenuate. La vuole perché crede che lei possa trovare il leggendario Oro del Reno con cui il suo posto privilegiato accanto a Hitler sarebbe assicurato. Vengono inviati in Toscana due agenti delle SS sotto copertura- fingono di essere interessati al ritrovamento di Atlantide, tema caro a Cosimo Corsi, per non scoprirsi troppo. E, guarda caso, arriva a Porto Santo Stefano un’altra coppia- lui è un americano che finge di essere un professore francese e, strana coincidenza che inizia a sembrare strana a Cosimo Corsi, anche lui è interessato alle ricerche del marito di Maria. Sospettano qualcosa i due italiani? Di certo sono allettati dai soldi ma, se la sentono di trasferirsi in Germania? E se Maria non riuscisse a soddisfare la richiesta, ora che sono consapevoli che l’attenzione è rivolta a lei?

Himmler

     Le scene erotiche del romanzo sembrano un poco fuori posto, ma sono una strizzata d’occhio a scene simili tipiche delle spy-story. Maria Magnani, che dovrebbe essere il personaggio principale, è un poco sbiadita in confronto alla coppia di spie tedesche e soprattutto in confronto a Himmler di cui ci viene data un’immagine diversa. Si accentua la sua propensione per le scienze esoteriche, per la divinazione, l’astrologia, insieme ai discorsi sulla razza (anche gli italiani sono disprezzati come una razza inferiore, un popolo privo di onore, codardo e vigliacco) ritornano di frequente quelli che esaltano la superiorità ancestrale della razza ariana. E poi è un marito e padre sollecito che telefona ogni giorno non alla moglie ma all’amante da cui ha avuto un figlio. L’ultimo dettaglio che completa il personaggio- esempio perfetto della banalità del male- è dato dai dolori addominali di cui soffre (psicosomatici?) e che possono essere alleviati solo da un massaggiatore di cui ha piena fiducia, anche se non è tedesco, anche se non è di ‘pura razza ariana’.



sabato 18 aprile 2026

Emeric Pressburger, “Le perle di vetro” ed. 2026

                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

                                         Voci da mondi diversi. Ungheria                    

noir psicologico

Emeric Pressburger, “Le perle di vetro”

Ed. Astoria, pagg. 272, Euro 19,00

 

   Quello delle perle di vetro è uno degli scherzi che Karl Braun, il protagonista del romanzo di Emeric Pressburger, racconta (infiocchettandolo) alla ragazza che corteggia, Helen. Quando viveva a Parigi Karl offriva ostriche alle ragazze che frequentava e inseriva una perla di vetro dentro le valve facendo loro credere che fossero così fortunate da aver trovato un piccolo tesoro. Tutto falso, sia il fatto che avesse vissuto a Parigi, sia, naturalmente la perla. E questa falsità è la migliore immagine per rappresentare Karl Braun- il suo stesso nome era falso, prima di tutto, così come il lavoro che svolgeva a Londra. Faceva l’accordatore di pianoforti, era un appassionato di musica classica. Falso. Falso. In realtà si chiamava Otto Reitmüller, era un neurochirurgo in fuga dalla Germania sconfitta, aveva ‘lavorato’ nel campo di concentramento di Wittau facendo esperimenti sul cervello dei prigionieri.

     Anni ‘60 a Londra. Anzi, siamo alla fine degli anni ’60- si avvicina il 1968 quando anche i crimini di guerra dopo venti anni cadranno in prescrizione e Karl Braun potrà uscire allo scoperto. Perché Karl Braun è un uomo perennemente in fuga, diffidente di tutto e di tutti, puntiglioso nell’aderire all’identità che si è costruito, attento a non rivelare nulla che potrebbe suscitare sospetti, attento a non contraddirsi. Si è costruito la personalità dell’uomo qualunque, grigio, senza amicizie, tutto casa e lavoro. Sì, è tedesco, ma è venuto via nel 1933 quando ha fiutato il pericolo del nazismo.


    Poi è attratto da una giovane donna separata dal marito- può permettersi di innamorarsi di lei? Karl era stato sposato, la moglie e il loro bambino erano morti nel terribile bombardamento di Amburgo del luglio 1943. Lui era scampato per quello che considera un miracolo, un segno del destino: era stato richiamato a Wittau perché doveva assolutamente vedere la reazione di un suo ‘paziente’ all’ultimo intervento a cui lo aveva sottoposto. E non era un segnale dall’alto, se si era salvato non voleva dire che il suo lavoro era un contributo alla Scienza, che era per il bene dell’umanità e doveva essere portato avanti? Karl dice le preghiere ogni giorno, è amorevole, affettuoso e rispettoso nei confronti di Helen a cui fa da Pigmalione. Il tarlo per il lettore, la scissione della sua coscienza:  è traumatizzato dalla morte di moglie e figlio durante l’Operazione Gomorra mentre non prova nulla per la morte che è lui stesso provocare.

     Emeric Pressburger, scrittore e regista di origine ungherese la cui madre morì ad Auschwitz, riesce, pagina dopo pagina, a darci l’idea perfetta della ‘banalità del male’ di cui parla Hannah Arendt creando un personaggio che è un uomo particolarmente intelligente (impossibile non ammirare sua preparazione quando va a Parigi con Helen e deve assolutamente farle credere di averci vissuto, di riconoscere i luoghi di cui le ha parlato, deve far combaciare i minimi dettagli di tutto quello che le ha raccontato), pieno di risorse quando deve improvvisare una fuga dai due uomini che sembrano seguirlo, e nello stesso tempo è un uomo come tanti altri, capace di affetti e gesti gentili.

luogo di una delle scene finali

“Le perle di vetro” è un noir psicologico in cui la tensione cresce gradualmente- dopo la prima parte di normalità della routine a Londra c’è una accelerazione del ritmo quando Karl Braun si sente braccato ed esce dalla quotidianità improvvisando per far perdere le tracce, mostrando la parte spietata di sé quando è pronto a sacrificare Helen per la sua salvezza. Riuscirà a fuggire in Argentina (c’è un’implicita accusa nelle scene in cui Karl Braun recupera senza problemi, senza domande, il denaro lasciato vent’anni prima in una banca svizzera) o sarà raggiunto da una giusta punizione?

    Emeric Pressburger morì in Gran Bretagna, dove era molto noto per le sue sceneggiature di film, nel 1988, “Le perle di vetro” fu pubblicato per la prima volta nel 1966 ed è una bella riscoperta.




martedì 14 aprile 2026

Steffen Kopetzky, “Sacrificio di regina” ed. 2026

                                                Voci da mondi diversi. Germania

romanzo storico

biografia romanzata

spy story

Steffen Kopetzky, “Sacrificio di regina”

Ed. Settecolori, trad. Monica Pesetti, pagg. 456, Euro 26,00

    “Sacrificio di regina”- che cosa significa? Che cosa nasconde questa denominazione che appare in un fascicolo di vecchi incartamenti? Si allude forse a un qualche attentato ai danni della corona inglese? Oppure ad una mossa di scacchi?

   Ritornerà spesso, nel libro di Steffen Kopetzky, il motivo del gioco di scacchi, sia con significato metaforico sia in una vera e propria partita giocata da Larisa Rejsner (partita memorabile dopo la quale a Larisa era stato regalato il pezzo della regina bianca, intagliato a mano, lo stesso pezzo che era stato fatto scivolare nella sua bara, come un omaggio finale). Così come ritornerà- un leit motiv- la frase trovata nello stesso manoscritto, Quando i continenti si risvegliano, gli imperi insulari vengono distrutti. E il concetto è chiaro: Asia ed Europa contro l’Inghilterra. Nel carteggio che un operaio mette nelle mani di Larisa, a Kabul nel 1922, l’ufficiale tedesco Oskar von Niedermayer pianificava di colpire l’impero britannico in India, partendo dall’Afghanistan- era il proseguimento del Grande Gioco fra Oriente e Occidente di cui abbiamo letto nel libro di Peter Hopkirk.


    Larisa Rejsner, che ora si propone di rintracciare Niedermayer e di farlo incontrare con il generale Michail Tuchačevskij (il Napoleone rosso della rivoluzione bolscevica) per attuare un’alleanza tra Mosca e Berlino, è la protagonista del libro di Kopetzky, non biografia, non ‘fiction’, piuttosto  romanzo storico, spy story, romanzo di grandi ideali e grandi speranze di cambiare il corso del mondo. E’ una protagonista che è anche un’eroina con tutte le doti che attribuiamo a questa figura- molto bella, affascinante, coraggiosa, colta, intelligente, indomita, ambiziosa.

    Era una donna eccezionale. Figlia di un professore di diritto e di un’aristocratica russa, si diplomò con la medaglia d’oro. Fu scrittrice, fondò insieme al padre una rivista che pubblicava articoli contro la guerra, fece parte della V Armata Rossa, fu nominata commissaria di Stato Maggiore della flotta del Volga, sposò il comandante della flotta del Volga e, quando questi fu nominato ambasciatore a Kabul, lo seguì in Afghanistan.

    “Sacrificio di Regina” è frutto di accurate ricerche, ma la narrazione non segue affatto un andamento cronologico. È come un puzzle in cui le varie tessere ricostruiscono la figura di questa donna straordinaria. E in ogni tessera persone diverse contribuiscono a narrarci un pezzo della sua storia. Appaiono così, accanto a lei, letterati (da Blok alla Achmatova, a Mandelštam, a Pašternak che avrebbe dato il suo nome all’indimenticabile Lara del “Dottor Živago” e avrebbe scritto la poesia da essere letta al suo funerale), uomini politici come Trockij e Ho Chi Minh, membri della sua famiglia (il marito che avrebbe preso il nome di Raskolnikov, come il personaggio di Delitto e Castigo, il fratello, la cugina che le assomigliava in maniera tale da potersi fare passare per lei), il rivoluzionario Radek che era il suo nuovo amore.

Radek

Il collante di queste tessere che aggiungono, ognuna, qualcosa alla figura di lei pur nel disordine temporale, la tessera centrale verso cui tutte convergono, è il funerale di Larisa, morta il 9 febbraio 1926 per tifo. Che noi stiamo per leggere una sorta di elogio funebre di Larisa Rejsner lo sappiamo subito, fin dal secondo capitolo intitolato “I becchini- Mosca, cimitero di Vagan’kovo, febbraio 1926”. Larisa, quindi, si muoverà su queste pagine, riprendendo nelle sue mani quel Grande Gioco (così chiamato da Kipling) nella speranza di porre fine alla supremazia colonialista britannica, entrando e uscendo da una realtà temporale in cui agisce ed è viva e un’altra in cui è diventata memoria. Sei stata tempesta di grazia- dicono i versi a lei dedicati da Pasternak- fuoco che viveVaga, allora, eroina, nei recessi della leggenda.
Oskar von Niedermayer

    L’ultima tessera del puzzle viene posta dal figlio di Larisa, il bambino che era cresciuto con la cugina-sosia di Larisa. Si trova a Berlino, nel 1948. Ha combattuto nell’esercito americano, è entrato, in borghese, nel settore sovietico e ha appena visto una rappresentazione propagandistica in cui, tra i marinai su una nave da guerra, appariva sua madre- lei sullo schermo, lui nel pubblico. Scrive un commento su Stalin e termina con le parole, ‘Vincerà la libertà!’: la fiaccola è passata a lui.



 

 

 

 

sabato 11 aprile 2026

Inès Cagnati, “Génie la matta”

                                                              Voci da mondi diversi. Francia



Inès Cagnati, “Génie la matta”

Ed. Adelphi, trad. Ena Marchi, pagg. 184, Euro 17,10

     Due immagini ricorrenti, nel breve romanzo “Génie la matta” della scrittrice francese Inès Cagnati.

    Una bambina che corre sulle sue gambette (viene sempre detto così, ‘gambette’, e noi pensiamo ad una bimba piccola con le gambe corte che non riesce a stare al passo con la madre) dietro la mamma che neppure si gira per aspettarla.

   Una bambina in attesa, perennemente in attesa del ritorno della mamma dal lavoro, con il cuore stretto nella morsa della paura che la mamma non torni, che l’abbia abbandonata.

E poi una madre che rivolge la parola alla bambina solo per dirle di togliersi di mezzo, di andare a letto, di non starle addosso.

    Génie e Marie. Génie la matta, la chiamavano in paese. Nata in una famiglia benestante, era stata vittima di una violenza e cacciata da casa. Viveva con Marie, la figlia dello stupro, in una catapecchia, accettando qualunque lavoro nei campi e nelle stalle, pagata poco o niente. Non parlava quasi mai, sembrava stramba. Per questo si riferivano a lei non con il solo nome, ma come ‘Génie la matta’.

    È Marie che racconta una storia di dolore e di solitudine che finirà in una tragedia, proprio quando la vita sembrava offrire una seconda possibilità a Génie. Una storia che procede con ripetizioni di piccole azioni, di fatti quotidiani, la scuola, il lavoro, la nonna che è una megera, il nonno che è sempre assorto nelle sue vecchie storie di re ormai morti, che la chiama ‘bambina mia’ e le offre delle noci, gli zii maligni che smettono di parlare quando Marie è vicino, gli stivali di gomma che affondano nel fango, la mamma che riempie gli stivali di paglia, la stanchezza a fine giornata, quell’unico abbraccio che la mamma le dà nel letto, se non cade prima addormentata. Leggiamo e rileggiamo le stesse storie, con le stesse parole e niente meglio di così potrebbe darci la viva sensazione dello squallore di una vita sempre uguale, senza nessuna aspettativa- una figlia che ama disperatamente la madre e una madre che non le dà affetto, che vede in lei la fine di una esistenza che sarebbe potuta essere diversa.


    Poi compaiono due uomini sulla scena- un giovane aviatore che Marie incontra per caso e un contadino che sposerà Génie, acconsentendo a far studiare Marie.

Ha qualcosa della tragedia greca, il romanzo di Inés Cagnati, una tragedia in cui gli dei hanno già deciso il destino degli uomini e, per quanto questi facciano, questo destino non può essere cambiato.

Anche la natura sembra rispecchiare quella durezza di vita e di sentimenti- un bosco piene di ombre, le volpi, il fango sui sentieri- ed è straziante pensare ad una bimba che come unici amici ha una piccola mucca cieca e un anatroccolo. Finirà per perdere entrambi dopo un periodo di siccità che accresce la loro miseria e tuttavia, da bambina già suo malgrado adulta, si rassegna, le basta che la mamma ritorni ogni sera.

     Una storia di violenza, di solitudine, di malvagità, di discriminazione. E anche di resilienza.