Visualizzazione post con etichetta Voci da mondi diversi. Turchia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Voci da mondi diversi. Turchia. Mostra tutti i post

martedì 1 settembre 2026

Açelya Yönaç, “La casa turca” ed. 20026

                                                      Voci da mondi diversi. Turchia


Açelya Yönaç, “La casa turca”

 Ed. Neri Pozza, trad     pagg. 208, Euro 18,05

 

   Una città, Istanbul. Anzi, due città, quella del passato e quella del presente. Oppure, quella sulla sponda europea e quella sulla sponda asiatica del Bosforo.

    Asena, la scrittrice che torna a Istanbul, la città in cui è nata ma in cui non ha mai veramente vissuto, per ritirare un premio.

    Azra, la giornalista che le rivolge le domande per un’intervista.

    Sono questi i personaggi principali del romanzo di Açelya Yönaç, nata in Turchia nel 1978 ma cresciuta tra Istanbul, Milano e New York, un romanzo che ci svela gli aspetti meno conosciuti di una città che ci ha sempre abbagliato con il suo fascino di città tra due mondi, tra due culture. Perché Asena non è tornata a Istanbul, dove non mette piede da venticinque anni, solo per ritirare il premio, ma per cercare il fratello, giornalista di cui si sono perse le tracce dopo una manifestazione a cui aveva preso parte. Asena sa che, dopo tutto questo tempo, suo fratello è certamente morto, ma come è morto? Dove? E dove è stato sepolto? Riuscirà a trovare la sua tomba?


   Asena e Azra, due donne nate nella stessa terra eppure così diverse. La prima con un nome che significa ‘lupa’ e richiama una leggenda simile alla nostra del futuro fondatore di Roma allattato da una lupa, e la seconda il cui nome significa ‘vergine’- il valore più importante per la donna turca. Asena è laica, Azra indossa l’hijab, Asena non è sposata e non lo ritiene necessario, Azra è abituata a servire padre e fratelli, accetta il ruolo della donna sottomessa agli uomini. Possiamo osservare un contrasto tra questa sottomissione e il lavoro di cui va orgogliosa, ma non c’è scampo- non sarà lei, nonostante tutti i suoi incontri con Asena, a coprire il servizio giornalistico della premiazione.

   Che cosa è rimasto della Istanbul del passato, quella di prima del terremoto, quella di quando Asena veniva dai nonni da bambina? Ben poco. La romantica riva del Bosforo è fitta di grattacieli, perfino la casa dei nonni non c’è più. Resta il melocotogno. Resta una gatta nera che appare e scompare lungo tutto il libro. Neppure le donne vestite alla moda occidentale ci sono più, portano tutte l’hijab o addirittura il burqa.

    Anche nella famiglia di Asena c’era lo stesso dualismo- dipendeva forse dal fatto che suo fratello aveva vissuto più a lungo a Istanbul se rifiutava di considerarsi un cittadino del paese che lo aveva accolto, se per lui la patria era il paese in cui sapevano pronunciare il suo nome? La vera patria, che è forse la lingua, o forse l’infanzia- recita l’esergo (una citazione da Sándor  Márai).


    Scrive lettere al fratello scomparso, Asena, e questa è una caratteristica del romanzo- il cambio di registri, l’alternarsi di voci narrative. Asena e i suoi pensieri mentre si aggira in città, mentre visita un cimitero dopo l’altro, le domande e risposte dell’intervista, le riflessioni di Azra e i suoi sentimenti contrastanti riguardo alla scrittrice, le lettere al fratello e i mini-racconti che Asena inserisce. Lei, che ha fatto rivivere donne ottomane del passato nei suoi romanzi, raccoglie storie di fanciulle nelle situazioni più diverse, specchio di una Turchia ancestrale e dei suoi valori basati sull’onore. Sono come brevissimi romanzi dentro il romanzo, come specchi che rivelano molteplici sfaccettature.

    “La casa turca” ha tutto il fascino dei libri che ci fanno scoprire altre realtà di cui la più importante, la più dolorosa è nella rivelazione finale del poeta gay sulla fine del fratello della scrittrice, che era suo amico.



 

 

 

 

 

venerdì 31 marzo 2023

Ahmet Ümit, “Il nostro amore è un vecchio romanzo” ed. 2023

                                                      Voci da mondi diversi. Turchia

   cento sfumature di giallo

Ahmet Ümit, “Il nostro amore è un vecchio romanzo”

Ed. Scritturapura, trad. Nicola Verderame, pagg. 228, Euro 18,00

 

      Una lettura per chi è curioso, per chi ama sapere di altri paesi attraverso libri piacevoli. Arrivano in Italia i ‘gialli’ dello scrittore turco Ahmet Ümit ambientati a Istanbul. Sembrano un poco antiquati, un poco fuori moda, hanno un passo tranquillo, non contengono scene orripilanti, non fanno venire brividi di paura. Eppure ci dicono molto, in maniera sottile ed elegante. Molto della società, molto soprattutto della condizione femminile, in questo giallo dal bel titolo, “Il nostro amore è un vecchio romanzo”.

    In realtà ci sono tre romanzi brevi raccolti sotto questo titolo che è poi quello del primo lungo racconto che leggiamo.

    In una stanza dell’albergo Pera Palas viene trovato morto Edip Bey. È seminudo- chiaramente doveva aver avuto un incontro con una donna. E subito viene fuori che sì, è stata vista una donna uscire dalla stanza 411. Era Agatha Christie. Agatha Christie? Ma se è morta…Eppure era una donna che le assomigliava.

Pera Palas

Il morto aveva di certo dei grossi problemi. Sposato due volte, si rivolgeva ad un’agenzia che gli procurava incontri particolari. Per eccitarsi Edip Bey aveva bisogno di una donna che rivestisse i panni di un’eroina della letteratura- Lara del dottor Zivago, Madame Bovary, Anna Karenina, Dulcinea del Don Chisciotte… Non aveva mai chiesto, però, di incontrare una scrittrice. Chi era la misteriosa presunta Agatha Christie? Durante le indagini, svolte dal commissario Nevzat, veniamo a sapere di donne umiliate, donne che si devono adattare, donne che si vendicano. Che diventano assassine.

      Nel secondo lungo racconto, “La ragazza della tagliacuci”, é una ragazza giovane che viene trovata morta dentro la manifattura dove lavora. Il primo ad essere sospettato è il fratello: ha l’aria imbambolata (drogato?), c’è un coltello sporco di sangue vicino a lui. Eppure i suoi amici sostengono che è impossibile, Gülabi amava molto la sorella e mai le avrebbe fatto del male. Che tipo era Gülseren, la ragazza assassinata? Una giovane timorosa e schiva oppure era una ragazza facile? Le voci che circolano sono molto diverse. La storia di Gülseren è la storia non nuova ma sempre diversa della ragazza che si è fatta delle illusioni, di un ambiente sociale ancora prigioniero di una vecchia mentalità, di colpe che non sono tali ma per cui è lei a pagare. Con la sua vita.

    Anche nell’ultimo breve romanzo, “Cos’è successo a Sergej Nikolajevich Jerkovski?”, la vittima è una donna, uccisa nella sua bella casa. Il delitto avviene in contemporanea con la sparizione di un illustre scienziato, un ospite russo che parlava benissimo anche il turco. Le due mini-trame sono naturalmente collegate e ci svelano due retroscena diversi. Lo scienziato in cui tutti gli ammalati di cancro riponevano le loro speranze era letteralmente assediato da operatori di case farmaceutiche e da persone che lo supplicavano per essere curate da lui. La donna, invece, era una malmaritata. C’era un legame tra lei e il russo?


   Due personaggi ci commuovono in questa ultima vicenda perché sono le vere vittime- due bambine bionde che perfino si assomigliano. Una è la figlia della donna morta a cui la mamma aveva raccomandato di restare nella stanza al piano di sopra. Il commissario Nevzat la trova rannicchiata che chiede angosciata se suo papà e sua mamma hanno smesso di litigare. Non ha capito che il rumore che ha sentito era uno sparo o non vuole neppure capirlo? L’altra bimba è la figlia di un mafioso che viene accusato di aver rapito il dottore russo. Lui? Lui che amava la figlia più di ogni altra cosa al mondo e che aveva bisogno che il dottore vivesse per far vivere sua figlia ammalata di leucemia?

Ancora una volta è la situazione femminile ad essere in primo piano, anche qui c’è una storia di amori, di inganni, di tradimenti, di gelosie, di pregiudizi, di stereotipi femminili.

     Il commissario e il suo vice sono due protagonisti molto gradevoli e meritano due parole. Sono l’uno l’opposto dell’altro, come spesso capita nei personaggi con questo ruolo nei gialli. Tanto è pacato e ponderato Nevzat, tanto irruente il suo vice che viene spesso definito ‘testa calda’ e deve essere tenuto a freno. Non mancano nel libro i tocchi di colore locale in una Istanbul assediata dal traffico, così come il profumo di piatti tipici. E sì, sentivamo la mancanza dei ‘gialli’ turchi, dell’aria di Istanbul, dopo l’ormai lungo silenzio di Esmahan Aykol. 

 Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook


  

mercoledì 29 luglio 2020

Kemal Yilmaz, “Elefteria di Istanbul” ed. 2020


                                                          Voci da mondi diversi. Turchia
            love story
       la Storia nel romanzo

Kemal Yilmaz, “Elefteria di Istanbul”
Ed. Brioschi, trad. Tina Maraucci, pagg. 204, Euro

  Atene. Fa molto caldo quel 25 luglio 1989 quando viene accompagnata al cimitero la salma di Elefteria. Lascia una sola figlia dal nome romantico, Magnolia, che cerca di farsi forza pensando che sua madre si riunirà all’uomo che amava tanto, il padre che Magnolia non ha mai conosciuto.
    “Elefteria”, dello scrittore turco Kemal Yimaz, è un romanzo che si svolge sul filo del ricordo. Il romanzo di un amore che ha colori drammatici e che vive nella memoria. Di un doppio amore, a dire il vero, per una città e per un uomo che vengono ad essere un tutt’uno nella luce del ricordo che smorza le tinte forti della violenza e del dolore. La bellissima città dei sogni è Istanbul da cui Elefteria è fuggita con la famiglia nel 1955. Suo padre era un dentista e lei, Elefteria, faceva la maestra. Era una donna forte che aveva saputo ricostruirsi una vita ad Atene, guardando avanti per amore della sua bambina, concedendosi uno sguardo indietro solo per raccontare alla figlia del grande amore che l’aveva unita a suo padre, per cantarle la canzone che aveva ispirato il suo nome, per parlarle del tramonto sul Bosforo e dello scintillare delle cupole e delle strade di Istanbul. Elefteria non era più tornata in Turchia, Magnolia non ci era mai stata.

     Uno scrigno in un cassetto, un diario, una lettera della madre scritta in turco spingono Magnolia a prendere un volo per Istanbul accompagnata da un’amica che le farà da interprete- è come se Magnolia avesse bisogno di qualcuno che le faccia da tramite per riappropriarsi del passato, per ricollegare i due mondi, quello che è suo per appartenenza e quello che è diventato suo per esserci nata e cresciuta. Seguirà le orme della madre da giovane, per vedere finalmente dove aveva abitato, per scoprire qualcosa su suo padre.
     C’è uno stacco netto tra la prima e la seconda parte del romanzo, e non solo perché la scena si sposta da Atene a Istanbul. Cambia il colore dell’ambientazione- da una scialba Atene ad una Istanbul di cui avvertiamo perfino i suoni e i profumi-, cambia il tono narrativo- il filo della memoria non è più sottile come quello dei racconti ‘lontani’ di Atene, diventa una corda robusta quando Magnolia incontra le persone che avevano conosciuto sua madre e ricordano l’incendio della casa di suo nonno; il dolore dei giorni di Atene, che era stato un dolore nell’ordine delle cose, per una morte ‘naturale’, impallidisce a fianco del dolore immane, della tragedia difficile da accettare dei fatti lontani ma sempre presenti nella mente del 5 settembre 1955. E qui si apre un capitolo di Storia poco noto, quando i greci residenti in Turchia furono soggetti a violenze di stampo nazionalista e costretti ad abbandonare i loro beni e cercare rifugio in Grecia. Non c’è mai niente di nuovo sotto il sole e i fatti della notte del 5 settembre 1955 a Istanbul quando bande di facinorosi sventrarono le case dei greci, appropriandosi  di tutto quello che poteva essere portato via, scaraventando in strada mobili e oggetti in un’esaltazione distruttrice, ricordano da vicino i pogrom agli ebrei nell’Europa orientale o la notte dei Cristalli in Germania. Perfino il dettaglio delle case marchiate per una veloce identificazione degli abitanti è un déjà-vu.

    La vicenda di Elefteria è racchiusa in quel 5 settembre di violenze e di disconoscimento di vecchi amici e vicini di casa. La perdita dei beni accumulati a fatica durante una vita intera non è più grave di quella dell’amore. Anzi.
 Il finale è esplicativo, dolce-amaro, conciliatorio, in un romanzo che è una pagina di Storia e non solo una comune storia d’amore.

Leggere a Lume di Candela è anche una pagina Facebook.
la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it