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lunedì 22 novembre 2021

Joyce Carol Oates, “La notte, il sonno, la morte e le stelle” ed. 2021

                                Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

               saga


Joyce Carol Oates, “La notte, il sonno, la morte e le stelle”

Ed. La Nave di Teseo, trad. Carlo Prosperi, pagg. 832, Euro 22,80

   Era giovane, John Earle McClaren, quando i suoi capelli, diventati bianchi, gli avevano valso il soprannome di Whitey. E tutti lo conoscevano come Whitey, anche in famiglia. Un soprannome che, con il suo significato, acquista un’altra valenza quando succede il fatto che causerà la morte del poco più che sessantenne John Earle McClaren, sovvertendo quanto in genere accade.

    In realtà, tutto era iniziato proprio come in genere accade:  Whitey si era fermato sulla tangenziale perché aveva visto due poliziotti che avevano fatto scendere dalla sua auto un uomo dalla pelle scura e lo stavano malmenando. Si era avvicinato intimando loro di fermarsi- pensava forse che avrebbero riconosciuto in lui l’ex sindaco di Hammond, che avrebbero avuto rispetto per un uomo anziano, bianco, chiaramente benestante? Invece la loro furia si era riversata su di lui, lo avevano colpito con il taser quando già era a terra. In definitiva era stato l’uomo bianco a morire in seguito ad un ictus causato dalla violenza della polizia e non l’uomo di colore che poi non era affatto un afro-americano ma un medico indiano che era rimasto così traumatizzato dall’esperienza da impiegare mesi prima di farsi vivo come unico testimone, per poi ritrattare tutto per paura di possibilissime ritorsioni.


     L’inizio di questo romanzo dal titolo bellissimo (preso da una poesia di Walt Whitman) che contiene in sé i temi e le riflessioni del libro, è un affondo nella problematica sempre attuale della discriminazione razziale e nell’avventato uso delle armi da parte soprattutto della polizia e soprattutto verso persone di colore. Da questo tema, però, con una straordinaria abilità, Joyce Carol Oates ne sviluppa un altro, ramificato- quali sono, per la moglie e i figli, le conseguenze della morte di un capofamiglia così ‘imponente’, così carismatico, con una personalità così forte? Come cambieranno le loro vite, dopo il trauma iniziale della perdita? È come se si rompesse l’asse di una ruota e i raggi si staccassero dal centro.

    Jessalyn, la moglie. Diventa canuta anche lei, per il dolore. Diventa il fantasma di se stessa. Ha sempre vissuto all’ombra del marito, ha dedicato a lui ogni istante della giornata da quando- erano entrambi giovanissimi- si sono innamorati. Anche se Whitey non c’è più, Jessalyn si chiede che cosa penserebbe lui, che cosa direbbe, se approverebbe quello che lei sta facendo. E continua a vivere nella grande casa antica, di origine addirittura coloniale, persa nelle innumerevoli stanze.


    I cinque figli si preoccupano per lei, si sostituiscono al padre in un atteggiamento fin troppo protettivo. Whitey e Jessalyn erano sempre stati orgogliosi dei figli- del primogenito Thom che era l’erede dell’impresa paterna, di Beverly, la reginetta di bellezza che li aveva resi nonni felici, di Lorene, preside di una scuola prestigiosa, di Sophia, ricercatrice in campo medico. Quanto al quinto figlio, Virgil, era il prediletto di Jessalyn, ma c’era un leggero disprezzo nell’atteggiamento del padre verso di lui- Whitey non poteva capire quel figlio hippy che viveva in una comune e faceva l’artista.

     Il cambiamento di tutti è graduale, ci vuole parecchio prima che si rendano conto che sono ‘liberi’ dalla forte volontà paterna, che non devono più temerne il giudizio. Passeranno tutti attraverso un periodo di crisi prima di trovare se stessi, anche se questo implicherà infliggere sofferenze a sé e a chi gli è vicino. E inizia, con fatica, una nuova vita per tutti- dopo il buio della notte, dopo l’intontimento del sonno, dopo aver fronteggiato la morte, alzeranno tutti gli occhi verso le stelle.


    Il nuovo romanzo della prolifica scrittrice americana (un centinaio di opere dopo la pubblicazione del primo romanzo nel 1963) è una grandiosa saga famigliare che non deve spaventare per il numero delle pagine che scorrono veloci. “La notte, il sonno, la morte e le stelle” ha una costruzione perfetta- il tema iniziale della violenza, con la sua implicita accusa, riaffiora puntualmente, non solo con la causa intentata contro la polizia ma anche con altri atti di violenza (da parte di Thom contro un gattone ‘adottato’ da sua madre e poi contro persone, da parte di Lorene contro se stessa e, ciberneticamente, contro altri, da parte del team medico contro le cavie), e i personaggi si alternano sulla scena offrendo alternativamente il loro punto di vista, su di sé e sugli altri. Proviamo simpatia o antipatia per l’uno o per l’altro, siamo consapevoli- noi prima di loro- del nuovo indirizzo della loro vita, mentre si preparano ad accomiatarsi definitivamente dal grande assente che è sempre presente, il loro marito e padre Whitey.

     Una riflessione sulla vita e sulla morte, sulla famiglia e sul matrimonio, sulla ricchezza e il suo uso, sui pregiudizi e la libertà interiore.

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lunedì 3 giugno 2019

Scott Spencer, “Una nave di carta” ed. 2019



                                                 Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
         romanzo 'romanzo'

Scott Spencer, “Una nave di carta”
Ed. Sellerio, trad. Luca Briasco, pagg. 487, Euro 17,00

     Quante probabilità ci sono, che una nave di carta si impregni di acqua e vada a fondo nel giro di pochi minuti? Lo sappiamo, la risposta non è un generico ‘molte’, piuttosto è una sicurezza assoluta. Così è per la storia d’amore nel romanzo di Scott Spencer, un’altra storia tragica dopo quella di “Un amore senza fine”, anche se noi vorremmo che terminasse in maniera diversa e continuiamo a sperarlo contro ogni speranza- sono troppi i segnali che annunciano un naufragio.
     Lui: Daniel Emerson, avvocato bianco non ancora quarantenne. Aveva uno studio a New York, ma è tornato a vivere nella cittadina dove è nato e cresciuto dopo aver subito un attacco da parte di clienti neri non soddisfatti. La sua compagna, Kate, è una scrittrice e madre single- forse Daniel ama di più la piccola Ruby di quanto non ami Kate.
   Lei: Iris, nera, molto bella, frequenta un dottorato nel college della piccola città, è sposata con Hampton, consulente finanziario che appartiene ad una ricca famiglia di colore ed esercita a New York. Hanno un bambino, amichetto del cuore di Ruby, sua compagna di asilo. E’ all’asilo che Daniel incontra Iris e se ne innamora.
    Galeotta: una furibonda tempesta di neve fuori stagione (è solo ottobre) che mette in ginocchio la cittadina, facendo saltare la luce nelle case, abbattendo alberi, rendendo impraticabili le strade. E Daniel, la cui abitazione è a qualche chilometro di distanza, resta ‘prigioniero’ (felice) in casa di Iris dove Ruby era andata a giocare.

    Sullo sfondo: come un cortometraggio cinematografico scorrono le notizie del processo contro O.J. Simpson, quello che fu definito ‘il processo del secolo’, importantissimo per definire l’anno in cui si svolge l’azione (1994-1995) e l’intera atmosfera del romanzo stesso. Il processo contro l’ex giocatore di football e attore (nero) accusato di aver ucciso la moglie (bianca) si trasformò in un atto di accusa contro i neri in quanto tali dal momento in cui la difesa introdusse l’elemento della discriminazione razziale provando che alcuni capi di accusa erano stati fabbricati ad arte. Kate non ha dubbi sulla colpevolezza di O.J.. Daniel la mette in ‘forse’, propende per l’innocenza di O.J., e non solamente perché è innamorato di Iris. Nonostante la brutta esperienza a New York, Daniel ha sempre avuto simpatia per i neri, gli piace la loro musica, gli piace il loro senso della famiglia, il loro calore umano- avrebbe voluto essere uno di loro (e qui ci sarebbe da scavare, approfondendo il senso di colpa per il passato schiavista dell’America).
O.J.Simpson
     Due coppie, un marito geloso, una compagna/moglie gelosa, due bambini, il contrasto nero-bianco: ci può essere una fine diversa da un tragico naufragio, dunque? E ci si aggiunge anche il destino, che è cieco come la ragazza che ha una relazione con un possidente (sposato) che sembra uscito da un libro di Faulkner- un’altra delle tante storie di amore e tradimento che fanno da controcanto a quella principale-  e che per ben due volte si serve di incidenti, del tutto casuali, per far precipitare la situazione.
“I neri e i bianchi non vanno d’accordo” dice Kate. “Sono successe troppe cose. È andato tutto in malora. Se qualcosa non inizia con il piede giusto, come può finire bene?”
    “Una nave di carta” è un romanzo “romanzo”, appassionante e coinvolgente. Scott Spencer scrive meravigliosamente bene, anche i suoi dialoghi suonano spontanei- se poi la trama è un po’ melodrammatica, se i personaggi sono in ‘bianco e nero’ (al di là del gioco di parole), se i sentimenti a volte sembrano esagerati, ebbene, anche queste sono le caratteristiche del romanzo-romanzo. Quello che importa è che Scott Spencer riesce a farci immedesimare nell’ossessione amorosa di Daniel (il personaggio più riuscito, che ci ispira simpatia con il suo bisogno d’amore e la sua capacità di darne) e nella possessività gelosa di Hampton con cui, tuttavia, non riusciamo a non simpatizzare. Più pallide le figure femminili e interessante, invece, l’espediente di una seconda narrativa che anticipa quanto accadrà- e ce ne rendiamo conto quando questa si riunisce alla prima narrativa e ci troviamo a rileggere le stesse identiche pagine che avevamo già letto.

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la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it


    
    

martedì 21 maggio 2019

Jane Gardam, “Figlio dell’Impero Britannico” ed. 2019


                                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                           romanzo 'romanzo'


Jane Gardam, “Figlio dell’Impero Britannico”
Ed. Sellerio, trad.A. Bracci Testasecca, pagg. 389, Euro 15,00

       Venivano chiamati ‘orfani del Raj’, orfani dell’Impero Britannico, i figli dei funzionari britannici di servizio in Oriente. Perché avevano sì e no cinque anni quando erano mandati per nave in quella che era una sconosciuta Madre Patria per essere affidati ad una famiglia ed in seguito frequentare una scuola. Spesso finivano per dimenticarsi dei veri genitori. A volte si trovavano bene con i genitori ‘adottivi’. A volte- come nel caso di Edward Feathers, protagonista del romanzo di Jane Gardam- erano anni da incubo, da essere cancellati dalla memoria.
    Edward Feathers, rimasto orfano di madre alla nascita, ignorato dal padre, strappato dalle braccia della ragazzina che si era presa cura di lui laggiù, in Malesia, non affrontava mai il ricordo di ‘mamma Dibbs’. Sarà solo alla fine del romanzo che ne sapremo di più di quegli anni condivisi con due cugine e un altro bambino che piangeva sempre. I traumi infantili non impediscono a Edward di studiare, di diventare avvocato, di fare fortuna e di ritornare come giudice a Hong Kong. C’è un detto scherzoso, riassunto in un acronimo- FILTH-, Failed In London Try Hong Kong. Cioè, se non riesci a fare carriera a Londra, prova con Hong Kong. In più, filth significa ‘immondizia’…Old Filth è il soprannome con cui è conosciuto Edward Feathers. Famoso e molto stimato, peraltro. Una leggenda di cui tutti hanno sentito parlare, anche in Inghilterra.

     Old Filth è tornato da poco con la moglie Betty a vivere in Inghilterra, dopo il pensionamento, dopo che Hong Kong ha smesso di essere una colonia. Ha quasi ottant’anni e la moglie muore all’improvviso. È spaesato senza avere a fianco la donna a cui aveva fatto promettere che non lo avrebbe mai lasciato- quanti abbandoni, quante perdite aveva già subito. I genitori, la ragazzina malese, il compagno di scuola che era diventato più che un amico, un quasi-fratello tra le maligne insinuazioni degli insegnanti, l’intera famiglia dell’amico che lo aveva ‘adottato’ e con cui Edward passava tutte le vacanze finché, davanti a quella prova durissima che è la perdita di un figlio in guerra, gli avevano chiuso le porte in faccia. No, lui non era un altro figlio. No, lui non poteva condividere il loro dolore. Presente e passato si alternano. I ricordi si affollano senza ordine nella mente di Old Filth. Paesaggi e profumi anche. Sentimenti. L’odio viscerale per l’altro giudice, Veneer, che- singolare coincidenza- è il suo nuovo vicino di casa. E che, ironia della sorte, diventerà il suo unico amico. Adesso che Betty non c’è più. Betty di cui sapeva così poco- se ne accorge dal necrologio.
     Old Filth si mette di nuovo al volante. Vuole rivedere le cugine. Rivisitare il posto dove era di servizio durante la guerra. E’ il viaggio di iniziazione al contrario che terminerà dove è incominciato. E il romanzo- bellissimo- non è solo la riflessione di un uomo anziano giunto alla fine della vita, non è solo la considerazione- a tratti velata di rimpianto e nostalgia- per quello che è stato, ma anche una riflessione sulla fine di un’epoca. E allora gli orfani del Raj non sono più soltanto i bambini cresciuti lontani dai genitori votati ad un ideale più grande ma anche tutti i britannici che si sono ritrovati rimpiccioliti. Geograficamente ed economicamente. E nell’immaginario collettivo.

     “Figlio dell’Impero Britannico” è il primo di una trilogia. Seguono “L’uomo col cappello di legno” e “Last friends”. Avevo già letto il secondo, e lo avevo amato molto. La nuova edizione è una felice ristampa della Sellerio. Ognuno dei tre romanzi si può leggere come romanzo a sé- Jane Gardam fa quello che Lawrence Durrell aveva fatto nel “Quartetto di Alessandria”: la trama di ogni libro è la stessa, ma diversa perché al centro di ogni romanzo c’è un diverso personaggio che però ha un ruolo più o meno importante anche negli altri. Un punto di vista differente, una sensibilità differente, storie nascoste che vengono rivelate.
    Romanzo molto bello su un uomo sul finire della vita e sul tramonto di un’epoca. Da leggere. Aspettando il secondo e il terzo.

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sabato 13 ottobre 2018

Tash Aw, “Miliardario a cinque stelle” ed. 2018


                                                          Voci da mondi diversi. Asia
                                                               romanzo 'romanzo'



Tash Aw, “Miliardario a cinque stelle”
Ed. Fazi, trad. G. Marano, pagg. 525, Euro 17,00


      Di Shanghai potremmo dire quello che scriveva Yeats nella poesia “Navigando verso Bisanzio”, Questo non è un paese per vecchi. No, di certo Shanghai, capitale del nuovo capitalismo cinese così come Bisanzio era per Yeats capitale del cristianesimo orientale, non è una città per vecchi. Anzi, è una città che distrugge tutto quello che ha sapore di vecchiaia e antichità per sostituirlo con un nuovo scintillante,come il fulgido panorama di Pudong con i suoi grattacieli. “A Shanghai va così. Dicono che abbia le dimensioni di una piccola nazione, ma non è vero, è più grande, è quasi un continente intero, con un cuore profondo e sconosciuto come le foreste dell’ Amazzonia e vasto e selvaggio come i deserti africani. Le persone vanno lì come esploratori, ma presto spariscono; svaniscono senza lasciare traccia, e nessuno li ricorda.” Il romanzo “Miliardario a cinque stelle” dello scrittore malese Tash Aw è ambientato a Shanghai- anzi, Shanghai ne è il personaggio principale insieme agli altri, tutti immigrati che hanno fatto fortuna prima di precipitare ‘senza lasciare traccia’.

     Justin CK Lim, di una famiglia di immobiliaristi, Yinghui (suo padre era ministro, lei è un’imprenditrice), Gary, cantante pop, Phoebe che dirige una spa e Walter Chao, unico personaggio che parla in prima persona e che ha scritto sotto pseudonimo una sorta di autobiografia di miliardario a cinque stelle ricca di suggerimenti per come fare per arricchirsi- sono questi i protagonisti del romanzo di Tash Aw che si alternano sulla scena. Hanno un passato molto diverso- poverissimi Gary, Phoebe e Walter Chao, una grande tragedia alle spalle di Yinghui che una volta disdegnava soldi e cifre, un destino prestabilito per Justin come erede dei successi economici del padre nonostante fosse un figlio adottivo. All’insaputa l’uno dell’altro le loro vite si intersecano, a volte gli stessi avvenimenti vengono presentati da diversi punti di vista, tutti loro hanno in comune una grande solitudine interiore, il peso di vivere in una società in cui tutto è contraffatto e loro stessi lo sono.
Il migliore esempio ne è Phoebe la cui stessa identità è falsa. Era un’immigrata clandestina ma è riuscita a rubare, del tutto casualmente, una carta di identità ed è diventata qualcun altro. Phoebe che studia i manuali di auto-aiuto per costruirsi secondo un’immagine che possa attrarre un uomo facoltoso, che compera il miglior falso di una borsa LV e riesce a ingannare talmente bene un potenziale corteggiatore che questi le ruba la borsa pensando sia originale, che passa ore a chattare online in quel mondo virtuale che è ideale per chi non vuole scoprirsi, che ormai è un mondo parallelo che ha sostituito quello della realtà. Tutti i personaggi, dopo aver raggiunto l’apice di questo successo su basi non solide, sono precipitati in rovina, solo Gary riuscirà a risalire la china rinunciando al sé che gli era stato costruito addosso. E, mentre una Shanghai rutilante di luci non si ferma mai nella sua corsa verso un futuro senz’anima, mentre si acuisce la nostalgia per una vita più semplice ormai quasi dimenticata in Malesia, il romanzo- quasi a nostra insaputa, sorprendendoci anche se avremmo dovuto vederne le tracce- diventa una storia di vendetta consumata molto a freddo, elaborata e costruita nel tempo.

    Tash Aw è un maestro di stile. Il suo passo è misurato, l’abilità con cui intreccia le sue trame- come la tela di un ragno- è grande. Il suo libro è geniale, ci irretisce, non ha niente della faciloneria dei best-sellers. E, nonostante tutto, cadiamo anche noi nella trappola di Shanghai- ci piace camminare con i personaggi da un lato e dall’altro del Huangpu, guardando gli edifici storici del Bund o i nuovi grattacieli di Pudong.

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sabato 28 aprile 2018

Michel Déon, “Pony selvaggi” ed. 2018


                                                      Voci da mondi diversi. Francia
                                                   romanzo 'romanzo'

Michel Déon, “Pony selvaggi”
Ed. e/o, trad. A. Bracci Testasecca, pagg. 510, Euro 16,15


       I pony selvaggi che danno il titolo al libro compaiono per la prima volta in una lettera di Georges Saval all’amico che è anche l’io narrante che sta scrivendo un libro su di loro stessi, gli amici che si erano incontrati nel 1938 a Cambridge,- loro due (‘i francesi’) e Barry e Horace detto Ho e Cyril. Georges vede i pony dalla finestra di una locanda nella New Forest e lo incantano. Galoppano nella bruma argentea dell’alba, nitriscono e trottano via sparendo nella foresta. “Sono i primi pony selvaggi che vedo in vita mia e forse gli ultimi. Stiamo andando verso un mondo in cui ci saranno sempre meno pony selvaggi”, dice Georges alla ragazza che lo attende tra le lenzuola. E che poi morirà, perché questi sono gli anni di guerra e la vita è attaccata ad un filo. E i pony selvaggi- che ritroveremo, non a caso, alla fine, quando Georges si è comprato due pony dopo essersi trasferito a vivere in Irlanda- diventano un simbolo di bellezza e di libertà, di tutto quello che la guerra finirà per distruggere.

     E’ la storia di cinque amici in un tempo che va dagli anni ‘30 agli anni ’70 del ‘900- tutto il mondo fa da sfondo alle varie vicende, Inghilterra e Francia, Italia e Grecia, Yemen e Russia, Algeria e Israele. E ci rendiamo conto, seguendoli, di come ci sia sempre qualche guerra in qualche angolo del mondo, di come non si smetta mai di combattere. E quando c’è una pausa nei conflitti tra gli stati, si accendono le guerre interiori, quelle dei sentimenti, tra uomini e donne, tra amico ed amico.
     Impossibile e inutile provare a dare un’idea della ricchezza della trama, tra bravate di tipo goliardico (il furto di un quadro dagli Uffizi), tragedie di guerra (la ritirata di Dunkerque dove muore Cyril- è stato Barry a dargli il colpo finale?), imprese di spionaggio e controspionaggio (Ho sarà arrestato dai russi dopo aver provato a passare il confine con la moglie), reportages giornalistici di Georges, ideali politici che si smitizzano nel tempo, amori, tanti e di diverso tipo, soste incantate nelle isole della Grecia.

    Un vecchio professore (quello che gli ha fatto amare la poesia, quello che poi si ritira a vivere a Galway e lascerà la sua casa in eredità a Georges) mantiene i contatti con loro, sembra quasi che sia lui a tirare le corde dell’amicizia- era lui che li aveva fatti giurare “di rifiutare destini mediocri e di volare gli uni in soccorso degli altri quando servirà”. La narrativa è a tratti interrotta dalle lettere, del professore o di Georges o di uno degli altri amici, e non possiamo non rimpiangere il tempo in cui si scriveva una lettera invece di un breve messaggio, con tutte le possibilità di divagare e di esplorarsi.
E poi, oltre ai cinque amici, ci sono figure di donne memorabili nel romanzo. Sarah, che Georges ha conosciuto come bambina ebrea rifugiata in Inghilterra e che sposa e che amerà per sempre, lasciandola libera di inseguire i suoi tormenti, di cacciare un uomo dopo l’altro, per un patto stretto tra di loro quando Sarah si era scoperta incinta. Delia, la sorella di Cyril nata pochi giorni dopo la sua morte, che sembra la reincarnazione di Cyril e vive per sapere la verità sulla fine del fratello. Chrysoula, la grossa puttana del Pireo- non si capisce come Barry abbia potuto innamorarsi di lei. Un amore fatale, peraltro. Anna Ivanovna, la moglie di Ho che si lascerà conquistare dal capitalismo. E’ questa folla di personaggi che passano sul palcoscenico del romanzo ad affascinarci, per la loro varietà e molteplicità di sfumature.
     “Pony selvaggi” è il primo dei romanzi di Michel Déon (1919-2016) che la casa editrice e/o inizia a ripubblicare, un romanzo traboccante della vita di mezzo secolo, con il gran pregio di un linguaggio ricco e fluido che però può trovare anche il suo unico difetto proprio nella sua stessa abbondanza di parole.



sabato 10 marzo 2018

Michel Faber, “Il petalo cremisi e il bianco” ed. 2003


                                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
       romanzo 'romanzo'
        il libro ritrovato

Michel Faber, “Il petalo cremisi e il bianco”
Ed. Einaudi, trad. Elena Dal Pra e Monica Pareschi, pagg.981, Euro 18,00

    Due frasi per riassumere la trama del romanzo di 980 pagine dello scrittore inglese Michel Faber:  “giovane prostituta diventa prima la mantenuta di un ricco imprenditore, poi l’istitutrice di sua figlia. Resta incinta, lui la licenzia e lei se ne va portando con sé la figlia di lui”. Una storia banale quanto quella di “Anna Karenina” o di “Madame Bovary” (“adultera finisce per suicidarsi”), ma è nei personaggi, delineati in maniera così profonda e completa da renderli vivi al di fuori di una dimensione temporale, che emerge la grandezza di questi romanzi. Anche Sugar, la protagonista de “Il petalo cremisi e il bianco”, entrerà a buon diritto a far parte dei personaggi indimenticabili, a fianco di Anna, Emma, Isabel Archer o Dorothea Brooke. Si apre la prima pagina del romanzo ed è come varcare una soglia, entrare in una storia infinita della seconda metà dell’800, in cui è lo scrittore che ci prende per mano e ci guida, un Virgilio moderno che si addentra nelle strade malfamate di una Londra povera, buia e puzzolente, “Attento. Tieni la testa a posto: ti servirà. La città in cui ti conduco è vasta e intricata e tu non ci sei mai stato prima”.
tutte le immagini sono tratte dalla versione cinematografica
E lo scrittore ci accompagnerà per tutta la vicenda in un’atmosfera sottilmente magica che unisce lo sguardo e la parola smaliziati e disincantati del XXI secolo con l’opulenza di colori e la ricchezza di dettagli di un’ambientazione del XIX secolo, una sfasatura costante che permette al lettore di gustare la storia a vari livelli. Ma ci sono altre due voci all’interno del romanzo: “Il mio nome è Sugar- e se non lo è, non ne conosco un altro”, è l’incipit del romanzo che la giovane prostituta sta scrivendo, una variante femminile del famoso “chiamatemi Ishmael”. Perché la ragazza dalle chiome di oro rosso come le fanciulle dei pittori prerafaelliti scrive un romanzo in cui si vendica degli uomini che vogliono tutti la stessa cosa, immaginando sadiche torture sui loro corpi. Il titolo sarebbe “Miserie e splendori di Sugar” e dovrebbe essere proprio come il romanzo di Faber, “un romanzo che catturi la fantasia dei lettori, che li commuova, li irriti, li emozioni, li spaventi, li scandalizzi. Una storia che li prenda per mano”. E per l’eroina non ci deve essere il finale romantico di “Jane Eyre”, “Lo sposai, caro Lettore”.
Se in modo diverso Sugar ricalca le orme di Jane, c’è l’altra voce che si inserisce nel romanzo che ricorda la moglie pazza di Rochester: la dolce Agnes (come la mite Agnes di David Copperfield), moglie dell’amante di Sugar, che scrive un diario tra lo zuccheroso e il farneticante, malata di tumore al cervello, spaventata dal sesso e dal suo stesso corpo, prigioniera di un’ignoranza fatta passare per innocenza. E’ questo un altro dei temi del romanzo di Faber, insieme a quello della prostituzione vista come un male della società, come già il poeta Blake e il drammaturgo Shaw avevano denunciato. E il titolo stesso “il petalo cremisi e il bianco” deriva dal lungo poema di Tennyson a sostegno dei diritti delle donne all’educazione: Sugar è l’unica prostituta della letteratura che va in estasi davanti al regalo di un’edizione completa delle opere di Shakespeare. Questo è il romanzo di Sugar, ma qualcosa va detto del protagonista maschile, l’uomo che segue le indicazioni della guida alle follie di Londra alla ricerca della ragazza che viene indicata come disposta ad accontentare qualunque richiesta maschile. William Rackham è l’esponente della nuova borghesia, l’erede delle Profumerie Rackham, la sua immagine appare sulle saponette e sui profumi,  la R del suo cognome trionfa in una parodia delle effigi reali incoronate dalla parola Rex o Regina. Uno dei tanti uomini spregevoli della storia del romanzo, William Rackham, come Angel Clare in “Tess”, che si serve di Sugar e la butta fuori della porta quando lei resta incinta. Una folla di altri personaggi ancora, per esprimere le contraddizioni di un’epoca, Henry Rackham e Mrs.Fox, dibattuti tra spirito e carne, un medico cialtrone, cameriere e giardinieri, tutto il popolo miserando e accattone di Southwark per cui il vizio è un modo di sopravvivenza.
Niente viene celato in questo romanzo che ha qualcosa di Dickens nella descrizione dei bassifondi (ma senza lo stucchevole filantropismo) e molto di Thackeray (non era diversa da quella di Sugar, dopotutto, la maniera in cui Becky Sharp sfruttava gli uomini): piccanti scene di sesso descritte con disarmante chiarezza, dettagli sui lavacri intimi delle donne, profumi di campi di lavanda e puzzo degli escrementi nei pitali. Passano le stagioni, le miserie di Sugar, diventate splendori, ritornano ad essere miserie, l’attenzione del lettore si sposta da un personaggio all’altro, obbligato con garbo e ironia a vagliare modelli e idee di un secolo scomparso, senza che neppure per un attimo cali l’interesse, trascinato da un linguaggio sontuoso, poetico, realistico, evocatore di altri capolavori della letteratura. Finché ci sono romanzi come quello di Michel Faber, il romanzo non è morto.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net



mercoledì 17 gennaio 2018

Anthony Trollope, “Potete perdonarla?” ed. 2017

                                     Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
      romanzo 'romanzo'
      FRESCO DI LETTURA


Anthony Trollope, “Potete perdonarla?”
Ed. Sellerio, trad. Rossella Cazzullo, pagg. 1052, Euro 20,00


     “Potete perdonarla?”- è la domanda che ci viene fatta più di una volta dall’autore del romanzo, voce gentile che si intromette nella narrativa e che ci accompagna con i suoi commenti- neutri, di parte, ironici, sempre garbati- lungo tutto il romanzo. Lui, l’autore onnisciente che conosce i suoi personaggi meglio di noi, è sempre lì, al loro fianco. Sa che cosa accadrà, li vede agire, li interpreta per noi e, se li giudica, lascia però che siamo noi a trarre le conclusioni, a decidere se George Vavasor sia un farabutto imbroglione, se Burgo Fitzgerald abbia qualche pregio oltre la sua indubbia bellezza.
   Potete perdonarla? La domanda è riferita a Alice Vavasor, signorina imparentata con le migliori famiglie britanniche, di un’età al limite prima di essere definita ‘zitella’, una bellezza non appariscente e, soprattutto, un gran desiderio di indipendenza, di essere lei a decidere della sua vita. Lo può fare perché ha una rendita propria e non da poco che, d’altra parte, attira i corteggiatori come insetti sul miele.
Alice e Glencora nella serie televisiva
E’ stata fidanzata con il cugino George, un tipo poco affidabile che di certo mirava (anche) al suo denaro, tanto più che ambiva entrare in politica e procurarsi un seggio in parlamento. All’inizio del libro Alice è fidanzata con John Grey, l’opposto di George. Di John Grey ci si può fidare (non a caso il suo cognome è il colore grigio e sappiamo bene quanto adeguatamente nomi e cognomi vengano scelti nei romanzi inglesi), è pacato, saggio, prevedibile, senza grandi entusiasmi. John Grey vive in una località nel Cambridgeshire, e ci sta benissimo. E’ questa la vita che si prospetta ad Alice? Dopo un viaggio in Svizzera con la cugina e il fratello di lei (il suo ex fidanzato George), anche se nulla in apparenza è successo, Alice rompe anche questo secondo fidanzamento (potete perdonarla?) tra la disapprovazione di tutti e le promesse di imperituro amore di Mr. John Grey.
   
Un libro di 1050 pagine non si può riassumere e non è neppure mio compito farlo. Posso dire che la trama di “Potete perdonarla?” (primo di un ciclo di sei romanzi) segue le vicende di Alice Vavasor, del cugino George, di John Grey e di una miriade di altri personaggi del bel mondo inglese (quello che possiede case a Londra e ricche magioni in campagna, che si dedica alla caccia, che ha uno stile di vita che richiede almeno due cambi d’abito al giorno per le signore) fra cui spicca un’altra giovane donna, Lady Glencora (molti la chiamano Cora, attenzione al nome), irruente e appassionata, che è la controparte di Alice, con una storia simile alla sua, di un amore soffocato per un matrimonio di convenzione e di desiderio di ribellione.
Come nei romanzi di Jane Austen, il tema principale è il matrimonio. No, il tema principale è il reddito annuo da cui tutto dipende. Chi non ha soldi e non lavora perché è ancora il tempo in cui è impensabile lavorare per un gentiluomo o una gentildonna, deve sposarsi ‘bene’. Per questo George corteggia Alice, per questo l’insignificante Charlotte sposa il ricco possidente Cheesacre. Al contrario, avendo già sposato (e seppellito) un uomo vecchio e ricco Mrs. Greenow può sposare il bel capitano che è uno spiantato ed è ben felice di prendersi una vedova, così come Alice può permettersi di tentennare fra un uomo e un altro e lasciarsi dominare dai sensi di colpa (potete perdonarla?).
    Trollope è un grande romanziere. Meno noto di Dickens (di cui non ha né la giocosità né la lacrimosità) e di Thackeray (di cui non ha la satira feroce), Trollope tesse grandi arazzi con storie d’amore (anche nell’800 prevalevano le donne lettrici) e di giochi politici (in questo ciclo), è straordinario nella sua capacità di raffigurare personaggi che mette a fuoco punto dopo punto, con delicatezza e simpatia. Trollope fa ‘crescere’ i suoi personaggi attraverso le esperienze di vita e le sue donne anticipano quelle di Thomas Hardy- scalpitano nelle strettoie del loro secolo, reclamano (senza saperlo) indipendenza dal giogo maschile, dal matrimonio prima di tutto.
   Leggetelo, non lasciatevi spaventare dalla mole del libro.



     

mercoledì 23 agosto 2017

Ann Patchett, “Il bene comune” ed. 2017

                                         Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
          romanzo 'romanzo'
          FRESCO DI LETTURA

Ann Patchett, “Il bene comune”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Baiocchi e Tagliavini, pagg. 332, Euro 14,28

    Los Angeles, primi anni ‘60. Una festa di battesimo per Franny che ha già quasi un anno, figlia di Fix Keating, poliziotto, e Beverly, bellissima, bionda, luminosa. Non invitato, con una bottiglia di gin in mano, si presenta Bert Cousins, avvocato- quando ha saputo della festa da un collega, gli è parsa l’idea migliore per fuggire dai suoi tre marmocchi urlanti e dalla moglie incinta. Con la complicità del gin e della confusione, Bert bacia Beverly. Le conseguenze sono la storia contenuta nel romanzo “Il bene comune” di Ann Patchett, la storia di due famiglie con un totale di sei figli che seguiamo per cinquant’anni, inchiodati alla lettura, stregati, incapaci di interromperla.
     Bert e Beverly non si separano subito dai rispettivi coniugi, fa a tempo a nascere Albie, che diventerà un bambino pestifero, un adolescente difficile da gestire (darà fuoco alla scuola), un ragazzo che farà il fattorino per guadagnarsi da vivere. E poi decidono di trasferirsi in Virginia. Ogni estate i quattro bambini Cousins prendono l’aereo per passare le vacanze con il padre, la matrigna e le due sorelle acquisite, Franny e  Caroline. Bert sfrutta ogni pretesto per prolungare le ore di lavoro, Beverly si occupa il meno possibile della piccola tribù, i bambini- due maschi e quattro femminucce- si coalizzano nell’odio verso i genitori, si dividono in ‘grandi’ e ‘piccoli’ (Fran e Albie), quando vogliono sbarazzarsi di Albie che è un intralcio per i loro giochi gli danno da succhiare i Tic Tac- le pastiglie rosa che il primogenito Cal porta sempre con sé, è il Benadryl che deve prendere in caso di emergenza, se dovesse essere punto da un’ape. Albie si addormenta e i cinque possono nasconderlo tra la biancheria da lavare. C’è un avvenimento chiave che capita durante un’estate che nessuno dimenticherà mai e che cambierà la vita di tutti, che porterà addirittura al divorzio tra Bert e Beverly, anche se sei anni più tardi.

    Il tempo fa dei salti in avanti e all’indietro, nel romanzo di Ann Patchett- nessun problema a seguire la trama, però, così come non facciamo fatica a ricordare tutti i personaggi. Quello centrale è Franny, la bambina più bella che Bert Cousins avesse mai visto quando l’aveva presa in braccio alla sua festa di battesimo. E Franny, appassionata lettrice che ha interrotto gli studi di Legge e fa la cameriera in un bar, deliziosa con la sua treccia bionda sulla schiena, incontra per caso Leo Posen, un famoso scrittore che potrebbe essere suo padre, che non ha più scritto niente da quindici anni, che beve decisamente troppo. Va da sé che Franny se ne innamori, che gli parli di sé e della sua famiglia allargata, di litigi, di risa, di pianti, di rancori e di silenzi. E che Leo Posen trovi l’ispirazione per un romanzo, “Il bene comune”, per l’appunto. Ma è lecito appropriarsi della vita degli altri, anche se la si trasforma in qualche dettaglio?
   Ann Patchett è straordinaria nell’approfondire le dinamiche dei rapporti di coppia, di famiglia, tra fratelli. Rapporti che non restano uguali, fissi nel tempo ma cambiano con il cambiare dei personaggi che maturano sotto i colpi della vita. Caroline e Franny, che erano antagoniste e non si potevano sopportare nell’infanzia, diventano amiche da adulte, quando si dividono la cura dei genitori, anche questi criticati e mal sopportati dai bambini e poi compresi e accuditi con il passare impietoso degli anni. “Come fanno i figli unici?”, dice una di loro. Perché, nonostante tutto, nonostante Franny non riesca a ricordare bene chi sia chi, nella famiglia del terzo marito della madre Beverly, è il valore del ‘Commonwealth’ che prevale (e lasciatemi passare il termine inglese del titolo, con il suo sotto-significato politico), tutti per uno e uno per tutti, insomma.

   Un romanzo bellissimo, impossibile da dimenticare, ricco di frasi che si vorrebbero citare, di personaggi di cui si vorrebbe continuare a parlare, come il padre di Franny, il poliziotto con cui scompariranno tutte le storie, una volta che sarà morto.

 Assolutamente imperdibile.

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.net


per contattarmi: picconem@yahoo.com

sabato 15 aprile 2017

Aki Shimazaki, “Il peso dei segreti” ed. 2016

                                                       Voci da mondi diversi. Canada
           la Storia nel romanzo
           FRESCO DI LETTURA

Aki Shimazaki, “Il peso dei segreti”
Ed. Feltrinelli, trad. C. Poli, pagg. 394, Euro 16,15


     Sullo sfondo, come se fosse uno dei notiziari che si proiettavano in bianco e nero una volta nei cinema, il fungo atomico della bomba sganciata il 9 di agosto 1945 dagli americani su Nagasaki. Una scena che non possiamo dimenticare, che si ripercuote su tutte le vicende raccontate nel romanzo “Il peso dei segreti” della scrittrice canadese di origine giapponese Aki Shimazaki, un romanzo a incastro composto da cinque tessere di un puzzle, ognuna con il suo titolo che contiene un indizio, che ha un riferimento preciso al testo anche se noi lo comprenderemo dopo, a poco a poco.
     Ancora una volta un romanzo che incomincia dalla fine, con la rivelazione contenuta nel testamento della nonna Yukiko- c’è una busta da consegnare a suo fratello. La nonna Yukiko aveva un fratello? Nessuno ne ha mai saputo nulla. E intanto, mentre la pellicola si riavvolge, il tempo torna indietro nella storia che Yukiko racconta alla nipote, al giorno della bomba. Yukiko era sopravvissuta perché era fuggita via da casa al mattino presto dopo aver commesso qualcosa di tremendo.
E questo è il primo dei segreti in un libro fitto di rivelazioni e di storie di seconde vite, di amori nascosti e proibiti, di tragedie naturali (il grande terremoto del Kanto, nel 1923, che causò circa 142.000 morti e quasi 40.000 dispersi) e storiche (non solo la seconda guerra mondiale ma anche la guerra russo-giapponese per il controllo della Manciuria e l’annessione della Corea al Giappone con la conseguente persecuzione dei coreani).
     Di segreto in segreto, da una voce narrante all’altra, di ricordo in ricordo, “Il peso dei segreti” è un libro che, letteralmente, si divora. Se ci rendiamo conto che a tratti sfiora il genere feuilleton, se alcuni dettagli ci paiono incredibili, la costruzione del romanzo è talmente perfetta, con il suo gioco di rimandi, che sorvoliamo sui difetti che possiamo trovarci.
La prima copertina colorata è quella con una camelia rossa- tsubaki in giapponese, e questo è il nome che Yuki ha dato alla sua terza figlia per ricordare il fiore preferito del suo grande amore. Segue la parte con l’immagine delle conchiglie, hamaguri: è Yuki il personaggio che sale alla ribalta ed era stato con la ragazza del suo cuore che aveva fatto il gioco delle conchiglie di cui solo due combaciano perfettamente. Gli azzurri myosotis (non-ti-scordar-di-me), wasurenagusa- sono i fiori preferiti di Mariko (ma c’è un segreto anche dietro questo nome, così come dietro la sua identità) che domina la terza parte. Dopo ci sarà la rondine dalle ali nere (tsubame come viene chiamato il prete della chiesa presso cui trova rifugio Mariko) e la lucciola (hotaru) con la sua scia di luce che attrae in acque zuccherose che bisogna assolutamente evitare. Ogni personaggio contribuisce con la sua parte di storia, a volte sentiamo lo stesso frammento di vita raccontato in più di un modo da persone differenti, ognuno aggiunge, ognuno toglie qualcosa, ognuno ha sofferto o gioito diversamente, ognuno ha uno o più segreti. Vengono fuori inimicizie e pregiudizi, colpe dei genitori per cui sono i figli a soffrire, tre generazioni di donne sperimentano un cambiamento di costumi anche se il comportamento maschile pare seguire la solita strategia di conquista.

     Come accade in ogni bel romanzo a sfondo sentimentale ci sono due personaggi maschili contrapposti. Definiamoli sbrigativamente l’amante e il marito, il ‘villain’ del romanzo (quello con il ruolo del cattivo) e l’uomo generoso e dal cuore grande. Uno farà una brutta e meritata fine e l’altro si conquista il suo posto in famiglia (e conquista anche noi).
     Un romanzo che piacerà a tutte le lettrici proprio per questo misto di dramma e sentimento.