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venerdì 16 settembre 2022

Reine Arcache Melvin, “Tradite” ed. 2022

                                              Voci da mondi diversi. Filippine

la Storia nel romanzo
love story

Reine Arcache Melvin, “Tradite”

Ed. e/o. trad. Paola D’Accardi, pagg. 483, Euro 19,50

 

      In esilio sapevano che niente poteva durare, eppure la famiglia cercò di sentirsi a casa nel nuovo paese.

Il nuovo paese è l’America. La città in cui si sforzano di sentirsi a casa fabbricandosi dei riti- la messa domenicale, la passeggiata lungo la spiaggia, il poker che il padre giocava con gli altri dissidenti filippini- è san Francisco. E la loro famiglia è composta dai genitori e due figlie.

     Il padre, Gregorio, era stato un oppositore del regime dittatoriale. Incarcerato e sottoposto a tortura, era riuscito a fuggire, approdando in California con moglie e figlie. Lali e Pilar, ora ventenni (Lali è la maggiore ma sono nate nello stesso anno), hanno la bellezza un poco esotica del paese da cui vengono. Lali è estroversa e sensuale, Pilar è il suo opposto.

Sembrava che la vita lontana da Manila, dopo otto anni di esilio politico, fosse possibile quando Gregorio viene assassinato e la famiglia ritorna in patria- Lali ha sposato Arturo, figlioccio del dittatore, e questo è sufficiente per assicurare una protezione per se stessa, la sorella e la madre.

Manila

È questo il primo tradimento di questo bel romanzo ambientato nelle Filippine negli anni finali della dittatura di Marcos seguiti da quelli della presidenza di Cory Aquino. Ne seguiranno altri, a tutti i livelli, famigliari e politici, perché il fascino del romanzo è in questo stretto intreccio di personale e pubblico, nell’esplorazione di sentimenti, pulsioni e interessi- fino a che punto si riesce a mantenere la propria integrità sotto la pressione di minacce per la propria vita o per quella di chi ci è caro?

     Pilar, la vestale della memoria paterna, si era sdegnata per l’unione della sorella con i nemici del padre, sospettati addirittura di averlo fatto uccidere. Eppure non può fare a meno di sentirsi attratta anche lei da Arturo e sarà Lali stessa a spingerla tra le sue braccia quando, incinta, sente di non avere più alcuna attrattiva per il marito. Meglio sapere Arturo con la sorella che con un’altra… lei poi se lo riprenderà. Ma questo è un altro tradimento, solo in apparenza diverso da quello della stessa Lali con uno straniero che raccoglie in una stanzetta cieca le fotografie degli orrori e delle violenze che accadono di continuo nelle isole delle Filippine. E in seguito, quando Arturo si candida alle elezioni, non è anche questo un tradimento? Quando Lali accetta di parlare ai comizi e di sostenerlo, non tradisce la memoria del padre, acclamato come un eroe? Ma era stato poi veramente un eroe, Gregorio? Oppure era venuto a patti con la sua coscienza e aveva tradito, in nome della famiglia?

Cory Aquino

     È come se il libro fosse spaccato in due, con una frattura che è come quella di un tradimento. Una parte del libro ci racconta storie d’amore, di dubbi d’amore, di erotismo e passione. È una parte che in apparenza è scollata dall’altra e invece è necessaria per bilanciarla, perché quest’altra, questa seconda parte, è l’aspetto della stessa realtà, ma è atroce. La violenza è quotidiana, villaggi incendiati, uomini, donne e bambini uccisi senza pietà. Da chi? Gli uni addossano le colpe agli altri- sono state le forze del governo, i vigilantes, o chi? Altri tradimenti…Una nave affonda, a bordo c’era un numero di persone di gran lunga superiore a quello che poteva portare. La nave era di proprietà della famiglia di Arturo- sono danni collaterali? Bisogna mentire, nascondere, insabbiare, corrompere. Perché tutti sono corrompibili, secondo quello che c’è in ballo.


    E dietro, dietro tutto questo, dietro la violenza, la crudeltà e la corruzione, c’è un paese che vive di superstizioni e folklore, un paese di contrasti, di miseria totale (una madre a cui hanno ucciso il marito affida a Lali il figlio più piccolo e non è insolito per i poveri regalare i bambini a chi se ne può occupare meglio- tradisce la sua bambina, Lali, amando di più il piccolo sconosciuto?) e ricchezze incredibilmente sfacciate (la madre di Arturo fa il bagno nel latte, un’allusione alle abitudini di Imelda Marcos, peraltro mai nominata, come neppure il marito), un paese di una bellezza lussureggiante e selvaggia.

   Leggiamo per vivere altre vite, per sapere di altri paesi. “Tradite” è un libro da leggere.   

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domenica 27 giugno 2021

Hwang Sŏk-yŏng, “L’infinito mare dei vent’anni” ed. 2021

                                           Voci da mondi diversi. Corea

         

Hwang Sŏk-yŏng, “L’infinito mare dei vent’anni”

Ed. ObarraO, trad. A. De Benedittis, pagg. 225, Euro 18,00

 

      E poi arrivò l’inverno, e fu allora che venne deliberata la mia partenza per il Vietnam.

     Inizia così il romanzo autobiografico di Hwang Sŏk-yŏng, uno dei più grandi scrittori coreani viventi. Di lui avevamo già letto “L’ospite” (libro bellissimo) e qui ritroviamo un grande Sŏk-yŏng in quello che è il suo romanzo di formazione, bloccato da quelle due parole, l’inverno che già di per sé fa rabbrividire e il Vietnam che- lo sappiamo tutti- significa guerra e morte, una partenza probabilmente senza ritorno.

    Ed è così che, nei brevi due giorni di congedo prima di presentarsi, Chun (alter ego dello scrittore) ritorna a casa e poi si abbandona ai ricordi della sua breve vita fino a quel momento, con una tecnica narrativa che cancella le sfumature del passato e fa sembrare tutto come vissuto nel presente. Perché non è solo Chun a raccontare, intervengono i suoi amici, alternandosi, di modo che non solo cambia il punto di vista, non solo vediamo Chun attraverso gli occhi degli amici, ma anche acquistiamo una visione più ampia degli adolescenti in una Corea che è uscita da poco da una guerra che aveva definitivamente sancito la divisione della loro patria e che ora si appresta ad entrare in un’altra guerra che neppure capiscono. “non vi pare che i Vietcong somiglino tanto a quelli che in Corea combattevano per l’indipendenza?”. E’ tutta questione del messaggio che viene comunicato: ‘ci vogliono far credere che andiamo ad annientare i gruppi di comunisti per difendere la libertà.” Non lo sanno ancora, ma quella guerra sarebbe stata la fine della loro giovinezza, in un bagno di morte.


     “Io non so chi sono”, esordisce Chun in un capitolo. Perché la realtà è che i suoi genitori sono ormai poveri e tuttavia serbano l’orgoglio di quello che erano- avevano studiato al tempo della colonizzazione giapponese, non avevano mai lavorato come braccianti o operai, ambivano ad una educazione scolastica anche per il figlio. A Chun, invece, non piace la mentalità borghese dei genitori, nonostante abbia vinto due premi letterari abbandona la scuola, si dedica all’arrampicata con uno degli amici, per un certo periodo vive in isolamento sulla montagna, poi decide che vuole vedere la Corea e il romanzo diventa una sorta di on-the-road coreano con avventure, incontri, amicizie intense e passeggere, prime esperienze d’amore e di sesso.

    “Quanto è difficile vivere!”, dice Chun, una volta ritornato a casa. Il ragazzo che confessava di non sapere chi era, si sente in bilico tra ‘l’obbligo di far fronte alla nostra quotidianità e il desiderio di prenderne le distanze’.

È anche per sottrarsi alla banalità della sua vita che Chun partecipa ad una manifestazione e finisce in prigione. È una esperienza importante che gli fa conoscere un compagno di cella, ‘il Capitano’, che gli sarà d’esempio: il Capitano non ha paura della vita e neppure ne soffre. Dapprima lo porta con sé su un peschereccio di calamari e poi in un cantiere.


     L’inquietudine che porta Chun da una parte all’altra, sempre in cerca di qualcosa di diverso, lo farà approdare in un monastero: è questo che vuole veramente? O è meglio farla finita con tutto?

    Il convoglio che lo trasporta lontano con gli altri soldati segna la fine della giovinezza. “Aveva ragione il Capitano: la vita va vissuta giorno per giorno.”

E il buio che inghiotte il treno non è solo quello della galleria. È il buio dell’ignoto e del futuro. Il frastuono delle ruote anticipa quello degli spari e dei cannoni.

     C’è l’irruenza e la voglia di vivere dei vent’anni, nel romanzo di Hwang Sŏk-yŏng, temprate, però, da un filo di malinconia per l’incertezza del futuro che va al di là della usuale incertezza dei giovani del mondo occidentale, perché qui è di vita o di morte che si tratta. E la malinconia, che ammanta anche il paesaggio, si riveste di poesia.



 

 

venerdì 21 maggio 2021

Gong Ji-Young, “Our happy time”

                                                               Voci da mondi diversi. Corea

         love story

Gong Ji-Young, “Our happy time” (fuori stampa nell’edizione italiana)

Ed. Short Books, pagg. 273, Euro 3,99 (ed. kindle)

 

      Un titolo insolito per un libro in cui uno dei due protagonisti è rinchiuso in una cella nel braccio della morte, in attesa dell’esecuzione. Il significato di quella ‘felicità’ si chiarirà a poco a poco, per quanto incredibile e difficile da accettare per chi legge.

    Yujeong, sulla trentina, appartiene ad una famiglia ricca di Seoul, ha tre fratelli più grandi, una madre che non desiderava un quarto figlio e con cui lei è in perenne conflitto. In passato Yujeong ha avuto una breve fama come cantante, ha studiato in Francia dove ha preso una laurea ‘facile’, di quelle che i soldi possono comprare. Di notte passa da un bar all’altro. Ha cercato di suicidarsi tre volte. Forse non voleva veramente morire, visto che non ci è mai riuscita?

     Yunsu è un criminale, ha stuprato una ragazzina e ha ucciso una donna per derubarla. Aveva dei precedenti penali prima di finire nel braccio della morte. Nessuno può salvarlo di certo dalla morte.

    La ragazza dissoluta che cerca la morte e il giovane condannato a morte si incontrano tramite una suora, zia di Yujeong, il terzo personaggio importante del romanzo. Suor Monica è una donna generosa dalla religiosità né di facciata né convenzionale, anche se a tratti ci sembra stucchevole. È lei che propone a Yujeong, se proprio non vuole andare in terapia, di accompagnarla nella sua visita settimanale in carcere. E Yujeong, dapprima riottosa, acconsente.


     La narrativa è duplice e affidata a due voci- molto più lunga e dettagliata quella di Yujeong, più breve quella delle pagine del taccuino di Yunsu. La vita della tipica ragazza viziata e piena di soldi, con qualcuno sempre pronto a tirarla fuori dai guai e ad offrirle soluzioni alternative e quella di un ragazzo cresciuto in miseria estrema con un padre ubriacone e violento, una madre che se ne era andata di casa, un fratellino diventato cieco a causa di un pesticida che il padre sciagurato gli aveva fatto bere. Casa di lusso e viaggi all’estero per Yujeong, orfanotrofi e la strada per Yunsu e il fratello. Yujeong ha cercato ripetutamente di suicidarsi perché non ha mai superato il trauma di qualcosa che le è successo quando aveva quindici anni- l’omertà famigliare era quella che lei non riusciva a perdonare. Yunsu attende di morire, senza sapere quando, perché i crimini peggiori sono venuti dopo una serie di furti e violenze- quali altre possibilità avrebbe avuto in una società indifferente? Il fratello psichiatra di Yujeong spiega, in maniera alquanto didattica, come a violenza risponda violenza, come da un ambiente degradato non possa venire fuori altro che un criminale. Come si spiega, però, la violenza, occultata, taciuta per connivenza e per comodo, che si esercita in altre sfere? È l’ipocrisia il peggior peccato?


    L’andamento della trama è prevedibile. Giovedì dopo giovedì, i due protagonisti cambiano nel loro atteggiamento. L’una si abbassa, per così dire. L’altro si innalza. Si amplia il loro campo di comprensione. Cadono i pregiudizi dell’uno e dell’altra. Nasce un sentimento- di amore?- facilmente comprensibile. Si apre per ognuno di loro la nuova dimensione del perdono. E intanto entrambe le verità delle loro vite vengono svelate.

     Il significato del romanzo è chiaro, perfin troppo chiaro. Gli esseri umani non sono o bianchi o neri. Non esiste persona interamente buona o interamente cattiva. Perfino la colpa può non essere assoluta, così come il vero e il falso sono elusivi, separati da un esile tratto di confine. Per questo il messaggio contro la pena di morte è fortissimo e il libro ha ricevuto un premio speciale da Amnesty International.


    “Our happy time” non è un romanzo del tutto convincente, a volte ci irrita il tono quasi misticheggiante e la melodrammaticità della situazione. La lettura è però scorrevole, con il personaggio maschile più attraente di quello femminile- fino alla fine preghiamo anche noi, con Yujeong, che qualcosa cambi, che l’esecuzione venga sospesa. 




   

 

venerdì 7 maggio 2021

Journal-Gywa Ma Ma Lay, “La promessa di Yumi” ed. 2021

                                                        Voci da mondi diversi. Birmania

Journal-Gywa Ma Ma Lay, “La promessa di Yumi”

Ed. ObarraO, trad. Giulia Masperi, pagg. 240, Euro 16,00

     La Birmania ha sempre avuto una posizione strategica importante in Asia. È facile capire perché i giapponesi la considerassero una conquista ambita, era un’ottima base per attaccare dal sud la Cina di Chiang Kai Shek e, successivamente, l’India britannica. Nel marzo 1942 i giapponesi arrivavano alla capitale Rangoon e, fino alla fine della seconda guerra mondiale, nel 1945, la Birmania fu possedimento giapponese. E accadde in Birmania quello che è sempre accaduto nei paesi occupati- non tutti gli odiati conquistatori erano spregevoli, capitava che nascessero delle storie d’amore e tuttavia, sempre ed ovunque, le donne colpevoli di essersi innamorate del nemico erano, sempre e comunque, disprezzate come traditrici.

      Questo è l’antefatto storico del romanzo “La promessa di Yumi” della scrittrice birmana Ma Ma Lay di cui la casa editrice ObarraO, con il suo occhio attento all’Oriente, ci ha già fatto conoscere “La sposa birmana”.

Ad anni di distanza dalla fine della guerra la giapponese Yumi viene a sapere dal padre morente che ha un altro figlio in Birmania. La madre di Yumi era morta dandola alla luce e lui, un ufficiale dell’esercito nipponico di stanza in Birmania, si era risposato laggiù ma non aveva neppure potuto conoscere il bambino che era nato da quell’unione. Era stato preso prigioniero e, quando era stato rilasciato, il suo fisico era gravemente provato- non era mai potuto partire per andarlo a cercare, lasciava questo incarico a Yumi. E Yumi parte, con tanto entusiasmo e affetto per un fratello di cui non sa nulla, pronta ad amarlo incondizionatamente. È riuscita ad avere un incarico di docente di giapponese all’università di Mandalay, con molta fortuna rintraccia il fratello che, dopo un’infanzia infelice, è stato preso sotto la protezione di un professore universitario che lo considera il suo fratello minore. Ora sta frequentando l’accademia militare, vuole diventare un soldato per essere pronto a combattere nel caso la Birmania sia di nuovo invasa dai giapponesi.


     Questo è il chiodo fisso del ragazzo, Maung Maung. Ed è comprensibile- è stato sempre vittima di scherno e di pesanti offese, rivolte non solo a lui ma anche a sua madre. La sua reazione nei confronti di Yumi non poteva essere diversa- Maung Maung nutre un odio viscerale verso il Giappone, i giapponesi e tutto quello che è giapponese.

    “La promessa di Yumi” è un romanzo per certi versi meno riuscito de “La sposa birmana” e per altri, invece, ancora più interessante. La strategia psicologica impiegata da Yumi per conquistarsi l’affetto del fratello ci pare ingenua e palesemente destinata all’insuccesso. La reazione del giovane davanti alle attenzioni esagerate di Yumi è un rifiuto categorico. Se già era maldisposto verso i giapponesi, colpevoli di aver usato violenza non solo a quello che per lui è il suo paese ma anche alla madre di cui non ha memoria nella persona dell’uomo  che lo ha generato, adesso, oggetto di quello che pare essere un corteggiamento piuttosto goffo e per lui inspiegabile, è più che mai astioso e apertamente maleducato e offensivo nei confronti di Yumi.


    Se le pagine che raccontano i tentativi di Yumi di modificare l’atteggiamento di Maung Maung, che sono anche uno sforzo per considerare il passato da un’altra prospettiva, possono essere perfino irritanti, ben diverse sono quelle che ci conducono con Yumi e il ‘fratello maggiore’ di Maung Maung alla scoperta della  Birmania e della sua cultura, ascoltando miti, apprezzando la cucina, gli abiti, i colori, visitando gli strabilianti templi di Bagan, guardando le statue del Budda ricoperte da lamine d’oro, prestando attenzione alle dottrine del Budda- un invito alla tolleranza, all’altruismo e alla compassione, che è poi il messaggio importante del libro.

    Con l’instaurarsi della nuova dittatura questo non è il momento migliore per progettare un viaggio in Birmania, ma la lettura del romanzo di Ma Ma Lay è una preparazione illuminante per una possibile visita alla Terra d’Oro.

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martedì 13 aprile 2021

Wu Ming-yi, “Montagne e nuvole negli occhi” ed. 2021

                                    Voci da mondi diversi. Repubblica di Cina

              warning novel

Wu Ming-yi, “Montagne e nuvole negli occhi”

Ed. e/o, trad. Silvia Pozzi, pagg. 272, Euro 17,10

 

   Isola di Wayo Wayo- gli abitanti credono che tutto il mondo sia un’isola che galleggia sull’oceano ‘come un guscio di conchiglia’.

Atrei è un secondogenito. Il destino dei secondogeniti è segnato. Al centoottantesimo plenilunio dalla sua nascita Atrei dovrà prendere il largo per non tornare mai più. Avrà una scorta di acqua per dieci giorni. Poi…

   Isola di Taiwan. Alice vive nella ‘casa sull’oceano’ che ha costruito insieme al marito copiando quella dell’architetto svedese Asplund. Il marito amava le esperienze estreme, la sua ultima passione era l’arrampicata. Era partito insieme al figlio Toto per scalare una parete di roccia e non erano più tornati. Scomparsi.

     Se Atrei e Alice sono i protagonisti del romanzo incantevole e perturbante dello scrittore taiwanese Wu Ming-Yi, ci sono però altri personaggi ad alternarsi sulla scena- Hafay, la proprietaria del locale Settimo Sisid che si trova proprio di fronte alla casa di Alice, anch’esso con una splendida vista sull’oceano, Dahu e la figlia Umav, gli ingegneri che dirigono le operazione per scavare un tunnel nella montagna. E sì, aggiungiamo pure la gattina Ohayo (vuol dire ‘buongiorno’) e anche i due edifici dove vivono Alice e Hafay, perché pure loro avranno un ruolo nella storia.

   A dire il vero, le storie sono tante quanti sono i personaggi e ci dicono molto di loro e di come si può reagire ai colpi del destino. Ci raccontano anche molto dell’isola di Taiwan, delle diverse etnie- Dahu è un bunun, un popolo di montanari, Hafay è una pancah- con le loro diverse tradizioni e leggende, della flora e della fauna dell’isola, del clima e delle tragedie conseguenti allo scatenarsi degli elementi della natura.

    Il cuore del romanzo è nella vicenda incredibile di Atrei che si salva perché, dopo che la sua piccola imbarcazione affonda, si ritrova su un’altra isola, così strana che lui non riesce a spiegarsi. C’è un puzzo incredibile e Atrei si renderà conto a poco a poco che gli animali del mare muoiono nelle acque vicino a questa strana isola che va alla deriva. Lui non può saperlo- è l’enorme isola, composta da 200 milioni di tonnellate di rifiuti, che galleggia nel Pacifico trasportata dalle correnti. Un’isola che- annunciata e temuta- si abbatterà su Taiwan con una gigantesca onda anomala in seguito ad un terremoto. La ‘casa sull’oceano’ diventa ‘la casa nell’oceano’ e non regge all’urto delle acque. La stessa sorte tocca al Settimo Sisid. E Atrei sarà scaraventato sull’isola di Taiwan.

   È un grido di allarme, quello che lancia Wu Ming-yi con il suo romanzo insolito e affascinante. Insolito per l’ambientazione, perché riesce a scuoterci dal fatalismo e dall’indifferenza dando vita ad un personaggio, Atrei, che rappresenta un mondo incontaminato in cui si rende omaggio al dio Kapanga e si rispettano le leggi della natura. E’ lui la vera vittima di un libro in cui, peraltro, nessun personaggio è veramente felice. E non lo è neppure la natura violentata dall’uomo, inascoltata nei segnali che lancia. A Taiwan piove molto più spesso di una volta, la terra frana, il livello delle acque dell’oceano si è alzato- basta guardare quanto più vicina all’acqua sia la casa sull’oceano.

    Il termine ‘realismo magico’ è abusato e non mi piace usarlo. C’è un filo di magia nel romanzo di Wu Ming-Yi, un credere nello spirito della natura come facevano gli uomini prima che la scienza risolvesse i loro quesiti, un guardare la bellezza stupefacente del mondo con occhi pronti a lasciarsi sorprendere, una capacità di ascoltare le voci- della montagna, della foresta, dell’oceano.

   Le varie storie dei personaggi trovano la loro conclusione, che non è mai banale e a volte- come per Alice- è sorprendente. Quella che non si conclude è quella dell’oceano e dello scempio dei rifiuti sulle coste.

Un romanzo bello e triste che parla della perdita- della propria identità, di se stessi, delle persone che amiamo, delle tradizioni, della natura.

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La recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it



giovedì 11 marzo 2021

Pitchaya Sudbanthad, "Sotto la pioggia" Intervista 2021

 

Credit Christine Lee

     La mia mail raggiunge Pitchaya Sudbanthad mentre è a Bangkok. Gli scrivo che lo invidio, ma si è fidato a viaggiare? Mi risponde che Bangkok è Covid-free. Lo invidio ancora di più. Le sue risposte alle mie domande sul suo affascinante romanzo “Sotto la pioggia” smorzano la mia nostalgia per la città il cui nome significa ‘la città degli angeli’.

   Un romanzo tradizionale, che segue una linea temporale cronologica e con un paio o un gruppetto di personaggi, è di certo più facile da scrivere che un romanzo come il suo dove si intrecciano diversi filoni. Penso che sia geniale e che occorra del genio per scriverlo. Come ci ha lavorato? Come è riuscito a seguire le tracce di tutte le trame? Ha scritto storie parallele unendole insieme in un secondo tempo?

    Il mio romanzo è cresciuto in maniera orchestrale. Ero alla ricerca di un libro e penso che ogni filone sarebbe potuto diventare un libro a sé, ma ho finito per continuare con le diverse parti. E queste hanno poi finito per collegarsi in un tutto unico. Sembrava che ogni narrativa avesse una vita sua propria, ma con le scelte che facevo, l’assemblaggio e i ritocchi, ho saputo fare sì che parti molto diverse in apparenza si muovessero l’una con o contro l’altra.

   In un cero senso mi sentivo come un compositore anche se sapevo molto poco di musica. Una volta che ho fatto una prima bozza, ho ‘riascoltato’ tutto l’insieme, ho apportato modifiche o aggiunto quello che serviva. In seguito ho lavorato con il mio editor, che mi ha aiutato a creare più continuità dove non mi ero accorto ce ne fosse bisogno.

    Alcune parti di quello che avevo scritto non sono state incluse nella stesura definitiva, ma penso che sia meglio così. C’è una storia più ampia che spero i lettori possano avvertire nel mio romanzo, anche se non l’ho descritta del tutto.


Chi le si è presentato per primo in mente, tra i personaggi?

    Il primo filone narrativo a cui ho pensato è stato quello della donna che gestisce il ristorante Thai in Giappone. Pensavo alla mia esperienza di vivere lontano dalla Thailandia quando era difficile trovare cibo thailandese e gli ingredienti dovevano veramente arrivare nelle valigie degli amici e dei parenti. Dopo aver scritto l’inizio di quel filone, ho iniziato a pensare al personaggio della sorella della donna, e poi la casa e i suoi proprietari si sono presentati alla mia mente, seguiti dal dottore missionario e dal musicista di jazz. Era come se avessi creato un palcoscenico in un teatro e i personaggi andassero e venissero.

Penso che, nel suo insieme, il romanzo sia un’elegia ad una città: è Bangkok la vera protagonista?

    Bangkok è una città così grande e complessa. Non c’è una sola Bangkok. È una città che può essere il paradiso per alcuni e l’inferno per altri. È un antico scenario di templi e stupa oppure è un altro scenario di treni monorotaia e insegne pubblicitarie digitali ovunque. È sempre stato un posto che attrae gente da ogni luogo, e per loro Bangkok è qualcosa di diverso da quello che è per chi ci è nato. Definitivamente è un tipo di città se si hanno soldi e un altro se non se ne hanno. È una città che, come tutte le città, è in movimento costante di auto-costruzione e auto-distruzione.

In quel senso, la città è come un personaggio con molti conflitti e contraddizioni, ma non penso che si possa capire Bangkok, o Krungthep, come è chiamata dai thailandesi, come se fosse un personaggio principale. Non c’è romanzo grande abbastanza per quello. Quello che spero di essere stato capace di fare è rappresentare vite immaginarie che si intersecano in Bangkok attraverso il tempo e lo spazio, e creare perciò il senso di una città come una creatura dalle molte facce e anime, nel passato, ora, e forse nel futuro.

Ho letto che vive per lo più negli Stati Uniti. Le manca la sua città? Che cosa le manca di più? sente ancora di appartenere a Bangkok?

    Ogni volta che sono lontano, mi manca tutto di Bangkok. Quando sono qui, mi lamento di continuo del caldo, del traffico e delle zanzare. È un privilegio fortunato poter andare avanti e indietro con quello che a volte chiamo un punto di vista straniero-indigeno. Perché posso parlare, leggere e scrivere in thailandese quando sono con la mia famiglia a Bangkok, posso prendere parte alla vita quotidiana della città, ma posso anche vederla con una sorta di distanza giornalistica. C’è sempre una negoziazione di identità ovunque io sia, che penso sia piuttosto normale in una società molto globalizzata.

  Chiama spesso Bangkok con il suo vero nome, Krungthep, e dopo dà un nuovo nome alla città del futuro che sprofonda, Krung Nak. Mi sono chiesta se significasse ‘città dei fantasmi’, perché questo è quello che è diventata- fantasmi di edifici, fantasmi di persone, fantasmi del passato: una città di angeli e fantasmi.

    Un nak è una creatura mitica, un serpente che dimora in un mondo acquatico. Si potrebbe dire che il mondo in cui vive è un paradiso affondato, che può darsi benissimo sia quello che diventerà Bangkok.

     Qualunque sia il futuro, Bangkok, o Krungthep, è un posto che cambia velocemente. Perciò è anche una città inquietante. Il passato rimane, anche mentre la città evolve. Là dove si erge una nuova torre condominiale, si può ancora vedere una piccola casa costruita secondo il rito per gli spiriti della terra. L’antico e il futuro, il concreto e l’intangibile, lo spirituale e lo scientifico- coesistono tutti nello stesso fluire di vite e di eventi.

Ci sono modelli ricorrenti, sia per gli individui sia per la società nel suo insieme. Si fanno gli stessi errori, continuano le stesse disfunzioni, ma continuano anche a lungo l’amore e altre meraviglie.

Ho visto fotografie delle alluvioni del 1977 e del 2011. Il destino della città mi ha fatto pensare a quello di Venezia. Stanno lavorando per impedire questo destino che sarebbe una perdita enorme per l’umanità, oltre ad essere una tragedia per gli abitanti?


     Ero là nel 2011 per aiutare i miei genitori a costruire un muro di sacchi di sabbia per la loro casa. Siamo stati fortunati nel non essere stati molto colpiti dall’inondazione, sarebbe potuta facilmente diventare molto peggio. Rabbrividisco ancora ogni volta che vedo l’acqua alzarsi nelle strade dopo un temporale.

Non sono certo di che cosa si stia progettando di fare adesso a Bangkok, ma è una città che condivide una sorte con molte altre nel mondo minacciate dalla crisi climatica in atto. Non penso che siano in tanti a rendersi conto della profondità e della portata della perdita potenziale che deriverà dalle emissioni di carbonio da attribuirsi principalmente ad un’irresponsabile industria di combustibili fossili.

    Come città, Bangkok è ancora piena di fumi di scarico, polvere e fumo. Così tanti rifiuti vengono prodotti mentre la città cresce. Per essere un popolo che crede nella nozione del karma, pochissimi thailandesi pensano alle conseguenze del nostro modo di vita attuale. L’accumulo di capitale da parte di pochi ha la precedenza sulla salute e il benessere di molti e dell’ambiente. Bangkok è stata a lungo un luogo di estrazioni di valore dove l’avidità umana ha operato contro la natura nel mondo fisico che condividiamo in modo da supportare aspettative non realistiche e insostenibili di un’astratta crescita economica. Quello deve cambiare prima che sia troppo tardi per tutti noi.

Il ricordo di Ayutthaya, la bella capitale antica, è sempre presente, come angelo custode di Bangkok. Significa che, qualunque cosa accada- e speriamo che non accada-, Bangkok manterrà la sua gloria per sempre, come Ayutthaya?


   Ayutthaya declinò e fu saccheggiata dall’esercito birmano. La gloria che possedeva ora sopravvive soltanto in forma di rovine carbonizzate. Spero proprio che Bangkok possa evitare l’eredità di quel tratto di storia, almeno a breve termine. Alla fine tutte le città diventano i resti di quello che erano. Quando ho visitato Ayutthaya e altre grandi città di una volta, come Sukothai, ho camminato tra le rovine cercando di sentire quello che avevano provato gli abitanti del passato, al tempo quando la città era il luogo della loro vita quotidiana e tutto poteva sembrargli come se sarebbe durato per sempre. Il cambiamento è la forza maggiore e più inevitabile nell’universo conosciuto.

Le pagine più dolorose del libro sono quelle delle insurrezioni del 1973 e 1976, con il massacro degli studenti e dei manifestanti. Lo scorso ottobre c’è stata una nuova insurrezione: è vicina la fine della monarchia, in Thailandia? Non c’è il rischio di una dittatura militare?

    La maggior parte delle persone che visitano la Thailandia spesso non vedono al di là della facciata esterna di belle spiagge e cibo delizioso, ma se guardano meglio, vedranno facilmente le gerarchie  e le ingiustizie che portano a insurrezioni ogni qualche anno.

Penso che molti in Thailandia vogliano che il paese emerga da un ciclo vizioso di disuguaglianza e disfunzione politica che sono state a lungo il suo maggiore ostacolo. Credo che i giovani adesso, come i loro predecessori, siano ansiosi di definire il loro futuro in una vera democrazia. C’è sempre stato un tiro alla fune fra ideali e priorità diversi di molte classi e generazioni mentre il paese passa attraverso cambiamenti, con lo sfondo di ancora maggiori cambiamenti sociali nel mondo. Si incominciano a sentire gli effetti della crisi climatica globale che si aggiunge alla complessità del quadro. Non so che cosa accadrà.


Di certo sarà consapevole dell’aspettativa intorno al suo prossimo romanzo. Non deve essere facile dopo un debutto così notevole. Sta già lavorando ad un altro romanzo?

In genere non parlo molto di quello a cui sto lavorando. Posso solo dire che sono in una fase di esplorazione e sperimentazione. Spero che i risultati saranno degni dell’attenzione e del tempo dei miei lettori.

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recensione e intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it



 

martedì 9 marzo 2021

Pitchaya Sudbanthad, “Sotto la pioggia” ed. 2021

                                             Voci da mondi diversi. Thailandia                            

Pitchaya Sudbanthad, “Sotto la pioggia”

Ed. Fazi, trad. Silvia Castoldi, pagg. 461, Euro 18,00

    Una copertina così bella che è impossibile resistere. Si prende il libro in mano, si inizia a leggere ed è impossibile interrompere la lettura, catturati dalla magia delle parole, stregati dalla città in cui siamo trasportati, che è nel titolo originale, “Bangkok wakes to the rain” (perché non lasciarlo uguale?), e che è la protagonista assoluta: “Sotto la pioggia” di Pitchaya Sudbanthad è un’elegia a Bangkok, una celebrazione della Bangkok del passato e di quella del presente, un lamento per quella del futuro, inghiottita dalle acque come una Venezia dell’Oriente.

    Non cercate una trama lineare nel romanzo di Pitchaya Sudbanthad. Perché non c’è una trama, ci sono personaggi che vivono in questa città, che compaiono in un capitolo e ne sono il centro, ne escono, lasciando il posto ad altri in un altro tempo, vi rientrano ed intanto il tempo è passato, noi li riconosciamo per alcuni tratti che li caratterizzano, e la città pulsa di vita insieme a loro, cambia insieme a loro, decade insieme a loro.

    Il primo capitolo è il più enigmatico. Una figura femminile ancora senza nome si avvicina ad un edificio alto, quasi una torre. Comprendiamo che lì sono i suoi ricordi, ma lei non entra, non li affronta. Più tardi la riconosceremo in Nee, la ragazza coinvolta nei movimenti studenteschi del 1973 e poi in quelli del 1976 in cui muore il giovane da lei amato e che, più tardi, dopo essere diventata una sorta di guardiana tuttofare degli appartamenti della torre e istruttrice di nuoto dei bambini che nuotano nella piscina condominiale, sarà l’amante di Samarty, il fotografo ritornato da Londra per far visita alla madre. Perché la famiglia di Samarty (Sammy nella sua esistenza inglese) possedeva la casa di cui solo la facciata era stata mantenuta, lasciando il posto alla costruzione della torre, inserendola armonicamente in questa.


     Ecco il tema della casa, caro alla letteratura inglese, la casa protagonista quanto Bangkok, simbolo di questa, specchio di un passato che ha il fascino delle cupole dorate dei templi, della Bangkok che molti continuano a chiamare con un nome difficile che sa di gloria, Krungthep.

    In Giappone la sorella di Nee ha aperto un ristorante di cucina thai- c’è un altro profumo che, più di quello del cibo, ci riporta nel paese che si è lasciato? Il colonnello contro cui gli studenti hanno manifestato nel 1973 e nel 1976 lo sa bene e, nell’esilio giapponese, frequenta il ristorante- Nee troncherà i rapporti con sua sorella quando lo verrà a sapere.

    Indietro, indietro nel tempo, sul finire dell’800, un medico arriva nella missione di Bangkok, resterà sconvolto da un incidente che avviene sulla gigantesca altalena rossa, si ammalerà di colera, solleciterà un trasferimento. Resterà a Bangkok.

   Un anziano jazzista americano va a suonare per gli spiriti nella casa della madre di Sammy.

   Un operaio muore durante la costruzione della torre.

   Una coppia acquista un appartamento- la figlia riapparirà tempo dopo, molte storie dopo.

   Due amiche si incontrano, sono giovanissime, avranno destini diversi, il figlio di una si barrica in una stanza…anni dopo lo incontriamo ancora, quando è diventato medico.

   E intanto le imbarcazioni scivolano sul fiume, i pappagalli gracchiano, i monsoni arrivano con regolarità o forse sempre più violenti, le strade si allagano, la lente che punta sul futuro vede inclinarsi i grattacieli, la gloria della nuova Bangkok, il livello delle acque che sale, che inghiotte la città, che sommerge l’oro dei tetti. Chi può sfolla nei terreni in alto, la Bangkok che conosciamo non esiste più, al suo posto Krung Nak, non più Krungthep la città degli angeli ma la città dei fantasmi. Il cambiamento non riguarda solo lei, la scienza che non ha saputo salvare la città rende possibile una fantascientifica eternità per le persone.


     Un libro che contiene la storia della capitale della Thailandia riuscendo anche ad accennare alle sue origini, dopo che la vecchia capitale, Ayutthaya, fu rasa al suolo dai birmani nel ‘700, geniale nell’impianto narrativo che riesce ad armonizzare i diversi filoni, poetico, visionario, gloriosamente evocativo. E se nelle sue pagine c’è un avvertimento del pericolo incombente sulla città, dovuto al cambiamento climatico, c’è anche, però, la fiducia che qualcosa della sua grandezza resterà- proprio come è successo ad Ayutthaya.

      Indimenticabile.

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la recensione e l'intervista che seguirà a breve saranno pubblicate su www.stradanove.it

credit Christine Lee