Visualizzazione post con etichetta la Storia nel romanzo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta la Storia nel romanzo. Mostra tutti i post

mercoledì 24 giugno 2026

Garance Solveg, “I ciliegi fioriscono anche di notte” ed. 2026

                                                            Voci da mondi diversi. Francia

la Storia nel romanzo

Garance Solveg, “I ciliegi fioriscono anche di notte”

Ed. Astoria, trad. Claudine Turla, pagg. 368, Euro 18,05

 

   Harbin, Cina. 1944.

   Kyoto, Giappone. 1993.

   Hiromi Takeshi.

   Yuna Takeshi.

   Due filoni narrativi, in due tempi diversi ma le conseguenze di quello che accadde nel primo si riverseranno pesantemente su quanto accade nel secondo. Due donne che impariamo ad amare, con lo stesso cognome- Hiromi era stata la prima moglie del generale Hajime Takeshi, Yuna era la figlia che il generale aveva avuto dalla seconda moglie. Hajime Takeshi aveva il grado di generale durante la seconda guerra mondiale, ma era anche un medico ematologo e sarebbe diventato famoso nel suo campo. Per emulazione, per guadagnarsi l’affetto e la stima del padre, sua figlia Yuna aveva seguito le sue orme, specializzata nel trapianto di midollo per gli ammalati di leucemia. E Hiromi, Hiromi era morta, il suo ricordo era così doloroso per il marito che non ne voleva parlare.

Harbin

   Nel 1944 Harbin era la città principale del Manchukuò, lo stato fantoccio istituito dall’impero giapponese nel 1932 in collaborazione con gli ufficiali della deposta dinastia Qing. Hiromi era giovane, idealista, credeva veramente che il Giappone avrebbe favorito l’integrazione delle diverse etnie, che si sarebbe aperta una nuova era per l’Asia, libera dai colonizzatori europei. Era innamorata del marito, lo stimava molto, l’addolorava non riuscire a dargli un figlio. Ed era appassionata del suo lavoro come giornalista. Poi si era innamorata di un altro uomo, anche se mai avrebbe tradito il marito. E aveva aperto gli occhi sulla crudeltà con cui i giapponesi trattavano i prigionieri cinesi. Fino alla rivelazione terribile di quanto accadeva dietro la mura di quella che sembrava una cittadella fortificata, a Pingfang, di che cosa esattamente si occupasse suo marito, quell’uomo che sapeva essere così tenero con lei.

Pingfang

    Kyoto, 1993. Quando Yuna vede la prima paziente della giornata ad entrare nel suo studio medico, è scioccata. È sua sorella Ama che non vede da quando, dopo un litigio, se ne era andata via da casa- e allora Ama aveva diciotto anni. Adesso le resta poco da vivere se non si trova un donatore per un trapianto di midollo. È così che Yuna, pronta ad aiutare la sorella, scopre di non essere compatibile- Ama è stata adottata. Ma chi è Ama, in realtà? Di chi è figlia? È vero che il loro padre l’ha ‘raccolta’ per strada, abbandonata forse dai genitori in fuga dall’avanzare dell’Armata Rossa, dopo la sconfitta del Giappone e la resa incondizionata dell’Imperatore?

    Le due narrative, una che procede in avanti nel tempo e una che ripercorre quel tempo a ritroso, una che ci racconta una verità terribile e una che cerca quella verità, finiscono per far luce su quella che si può definire ‘la Auschwitz nascosta, la Auschwitz del Giappone’, l’Unità 731, l’unità segreta di ricerca biologica e chimica dell’Esercito Imperiale giapponese, attiva fra il 1936 e il 1945.


La sede era a Pingfang ed era guidata dal generale Shiro Ishii che conduceva spietati esperimenti su prigionieri umani, chiamati ‘maruta’, tronchi. Anche i giapponesi cercarono di distruggere quanto più possibile le testimonianze dell’orrore, proprio come fecero i nazisti nei campi di concentramento. E il processo di Tokyo, tra il 1946 e il 1948, non fece giustizia- ai medici responsabili degli esperimenti, primo fra tutti Shiro Ishii, fu concessa l’immunità dagli Stati Uniti in cambio dei risultati dei loro esperimenti.

    Garance Solveg è riuscita a scrivere un libro che ci tiene inchiodati alle sue pagine, perché, anche se avevamo letto dell’Unità 731, non ne conoscevamo l’intera storia e- questa è la grande prerogativa del romanzo- non c’è maniera migliore per avvicinare la Storia ad un vasto pubblico che intrecciare la realtà con l’invenzione, mescolare personaggi fittizi con altri veramente esistiti.



martedì 19 maggio 2026

Michel Jean, “Maikan” ed. 2026

                                                 Voci da mondi diversi. Canada

la Storia nel romanzo

Michel Jean, “Maikan”

Ed. Marcos y Marcos, trad. Sara Giuliani, pagg. 200, Euro 18,00

    Maikan significa ‘lupo’ nella lingua degli innu, la popolazione autoctona della penisola del Labrador Quebec, nel Canada Orientale. Dal bel libro letto di recente di Adam Weymouth, “Il lupo solitario”, abbiamo appreso molte cose sui lupi, sul pericolo che rappresentano, sulla minaccia molto reale impressa nell’immaginario collettivo. E soltanto i lupi possono incarnare, nel libro del giornalista canadese Michel Jean, il male assoluto, homo hominis lupus come scrive Plauto nella sua commedia “Asinaria”, tanto più nero perché le vittime sono dei bambini, tanto più ignobile perché viene da chi avrebbe dovuto proteggerli, tanto più esecrabile perché chi lo commette riveste i panni del ‘buon pastore’.

   “Kukum”, il romanzo precedente di Michel Jean, terminava con il prelievo forzato dei bambini innu che venivano allontanati dalle loro famiglie per essere portati nell’isola di Saint George, convitti in una scuola in cui avrebbero dovuto studiare, imparare il francese, sarebbero stati nutriti adeguatamente, avrebbero ricevuto cure mediche.


I bambini e i giovani innu sono arrivati a destinazione in “Maikan”, dopo il dolore della separazione e la paura del volo e del nuovo ambiente. E non trovano niente di quello che aspettavano. Via i capelli lunghi, via i loro vecchi abiti, proibizione assoluta di parlare in innu- chi trasgredisce riceverà una punizione esemplare. E le punizioni fioccano per ogni minima infrazione, per ogni ritardo nel capire che cosa le suore o i preti vogliano da loro. Le due amiche Marie e Virginie si fanno forza l’un l’altra, Virginie non ha paura di niente, interviene spesso a difendere la timida e grassa Marie che è un più facile bersaglio. E presto un ragazzino solitario si unisce a loro, legato da un tenero sentimento per Virginie.

    Giorni nostri: il governo canadese ha rivisto il passato e ha deliberato il risarcimento per i sopravvissuti dei ragazzi internati in più di cento collegi. Una giovane avvocata si è appassionata a questa ricerca- moltissimi di quei ragazzi di un tempo non hanno più avuto una vita normale, sono o sono stati dei senza dimora, disoccupati e alcolizzati. Tre di loro sembrano essere scomparsi- sono proprio Marie, Virginie e Charles. Soltanto di Marie l’avvocata riesce a trovare le tracce- vive in un luogo isolato, in una condizione di degrado estremo, sempre ubriaca.


    La storia che ascoltiamo da Marie- qualcosa negli occhi dell’avvocata, così simili a quelli della sua amica, tocca le corde del cuore della vecchia e la spinge a parlare- è una storia di orrore, di crudeltà, di privazioni, di morti per tubercolosi, di denutrizione, di sevizie, di assalti sessuali. Una figura giganteggia, una per tutte, quella del ‘padre Rosso’, il lupo con la tonaca che non era molto più vecchio dei ragazzi, che è ancora vivo. E perseguibile.

   Sono pagine dolorosissime che non vorremmo leggere e che invece devono essere lette per rendere giustizia a chi ha tanto sofferto, pagine di buio totale rischiarato soltanto dalla forza dell’amicizia, dall’amore pulito che si contrappone alla sozzura degli stupri, dalla generosità che sgorga spontanea da questi sentimenti. Leggere per sapere- è importante.

una croce vicino ad uno dei collegi, in ricordo dei bambini morti

Soltanto adesso si sa di più di questo genocidio culturale che ha avuto luogo tra la fine del secolo XIX e la prima metà del XX. Si sono raccolte testimonianze, sono state trovate delle tombe con resti di bambini anche molto piccoli, morti per malattie, infezioni, denutrizione o nel tentativo di scappare- si parla di più di diecimila morti. Alle famiglie venivano date spiegazioni vaghe sulla causa dei decessi, i corpi venivano sepolti in grandi fosse vicino ai collegi perché era troppo costoso rispedirli a casa.

   Gli articoli sui giornali non sono sufficienti per rendere noti gli avvenimenti del passato, un romanzo, come quello di Michel Jean, ha un'efficacia maggiore perché coinvolge, appassiona, perché parla al lettore con la voce dei suoi personaggi, testimoni della Storia. 



martedì 24 febbraio 2026

Trude Teige, “Quando la nonna ballava sotto la pioggia” ed. 2026

                                                                              vento del Nord

             la Storia nel romanzo

Trude Teige, “Quando la nonna ballava sotto la pioggia”

Ed. Fazi, trad. Lucia Barni, pagg.312, Euro 18,52

 

     Tekla, Lilla, Juni. Tre donne, nonna, madre, figlia. Tekla non ha mai voluto dire a sua figlia, neppure sul letto di morte, chi fosse suo padre. Neppure Lilla ha mai rivelato a Juni chi fosse suo padre. Segreti. Segreti che fanno male, segreti che è impossibile scoprire quando chi sa ormai non c’è più. Segreti che vanno al di là di una storia personale, che non trovano le parole per esprimersi.

    Juni arriva sull’isola di un arcipelago norvegese in fuga dal marito violento. L’isola rappresenta la quiete, sull’isola c’è la casa dei nonni, ci sono ricordi di una infanzia circondata dal loro amore. Juni non vuole più rivedere il marito.

E poi, facendo ordine, trova delle vecchie foto. In una c’è la nonna da giovane. Sorride, è abbracciata ad un soldato che porta la divisa dell’esercito tedesco. La data è maggio 1945. A guerra finita, dunque. Hanno entrambi un’aria molto felice. Verranno fuori altre fotografie, riconoscerà il nonno, sua madre Lilla da bambina. Qualcosa però non torna, nelle date. Chi può aiutarla a ricostruire il passato?


     La narrativa procede su due linee temporali e con due diverse protagoniste- la nonna Tekla nel passato e Juni nel presente.

Il passato di Tekla ha il punto di rottura quando lei incontra Otto, il soldato tedesco che sa parlare ai cavalli e rende docile il cavallo di Tekla a cui lei ha dato il nome del sovrano norvegese. C’è la guerra, i tedeschi occupano la Norvegia, sono i nemici.

Haakon VII

Possiamo indovinare una parte della storia, è così simile alle storie degli amori di guerra che abbiamo già letto, anche di recente. Così come possiamo indovinare le reazioni della famiglia di Tekla e dei suoi compaesani. Ma c’è tutta una parte- quella che ci porta in Germania insieme a lei e a Otto- di cui sappiamo poco, di cui forse non abbiamo voluto sapere, pensando ‘è stata colpa loro, sono loro ad avere iniziato la guerra, se la sono voluta’. Come poteva aver sognato, Otto, di ritrovare intatta la cascina con le grandi stanze e la sua famiglia, così come le aveva lasciate?

    La storia di Juni ha molto in comune con le storie del nostro quotidiano e però porta dentro il vuoto della mancanza di un padre, un rapporto conflittuale con la madre la cui traccia nella casa sull’isola è un cumulo di bottiglie vuote. Si reca in Germania, Juni, per scoprire di più su quello che pensa essere suo nonno e, quando arriva a Demmin, quello che apprende la sconvolge, così come sconvolge noi lettori. Quanto non sappiamo, del passato! Quanto è stato taciuto, perché era meglio dimenticare, perché tacere significava nascondere la vergogna. Quello di Demmin fu un suicidio di massa unico nel suo genere e nelle sue motivazioni.


    Portare alla luce la verità, scoperchiare i segreti, è come la quiete dopo la tempesta. Tutte e tre queste donne, Tekla, Lilla e Juni, sono passate attraverso la bufera, tutte e tre si sono fronteggiate con il problema di accettare un figlio non voluto, e anche questo è un problema che ci tocca da vicino.

    Come tutti i romanzi che coniugano la grande Storia con le piccole storie private (ma sono poi così piccole?), “Quando la nonna ballava sotto la pioggia” è un libro appassionante e incredibilmente attuale con il suo bagaglio di passato. E quello che rimane nei nostri occhi è l’immagine di Tekla, la nonna che rivelava le prove che aveva dovuto passare nei colori che usava nei suoi quadri e che amava la pioggia, amava uscire nella corte e danzare sotto la pioggia, perché la pioggia lava ogni bruttura, la pioggia è simbolo di rinascita, è simbolo di vita. La pioggia invita a guardare avanti, a non permettere che sia l’aridità dell’animo ad avere la meglio.



 

mercoledì 18 febbraio 2026

Julia Navarro Fernández, “Il bambino che perse la guerra” Ed. 2026

                             Voci da mondi diversi. Penisola iberica

la Storia nel romanzo

Julia Navarro Fernández, “Il bambino che perse la guerra”

Ed. Salani, pagg. 562, Euro 19,00

 

     Madrid 1938. La guerra civile sta volgendo al termine, la sinistra repubblicana sarà sconfitta dalle forze nazionaliste di Franco che instaurerà un regime dittatoriale nel 1939. La repressione fu terribile, per tutti quelli che avevano anche solo mostrato simpatie per la sinistra il destino fu il carcere se non la fucilazione immediata.

     Agustín e Clotilde hanno un figlio, Pablo. Se tutto è perduto per loro, Agustín continua a credere nel socialismo e decide di affidare il bambino al militare russo per cui aveva lavorato come autista: Boris porterà Pablo in Russia, laggiù potrà crescere in una società migliore in cui tutti sono uguali, lui e Clotilde lo raggiungeranno. Il fatto che Clotilde si opponga non serve a niente. La scena in cui il bambino viene strappato alla madre e caricato su un’automobile è straziante. Pablo ha cinque anni. Piange. Chiama la mamma. Boris è infastidito dalle sue lacrime, rimpiange di aver preso questo impegno, per lui è una seccatura doversi occupare di un bambino che sembra anche avere la febbre, che vomita durante il viaggio per mare, che continua a piangere.

Franco

     Mosca. In Unione Sovietica Josif Stalin è il Segretario Generale del Partito Comunista, ma è necessario aver veramente fede nel comunismo per credere che la sua politica sia giusta e per il bene di tutti. Perché il dissenso non è ammesso. Non solo, basta molto meno che esprimere il proprio disaccordo o fare una qualunque critica per essere arrestati. Anche la letteratura, la poesia, le arti, la musica, hanno un colore. Deve essere rosso, deve essere di gradimento al ‘piccolo Padre’, non deve essere individualista, non deve essere ‘borghese’, deve esaltare ‘l’uomo nuovo’. È possibile che una poesia metta in pericolo la stabilità di un governo?


    La moglie di Boris, Anya, e il figlio Igor vivono  insieme alla zia e al padre di Anya- è grazie al titolo di Generale di questi, che ha combattuto gloriosamente a fianco di Lenin, che possono occupare  un intero appartamento. Più tardi la situazione cambierà- dopo che Anya sarà arrestata per essersi recata ad una riunione letteraria sperando di incontrare Pasternak, dopo che sarà imprigionata alla Lubianka, altre persone verranno ad abitare con loro, lo spazio si farà più ristretto, la paura delle delazioni sarà un soffio gelido sul collo.

     E intanto Pablo crescerà insieme a Igor, Anya diventerà una seconda mamma per lui, imparerà il russo, amerà la poesia quanto Anya.

    E in Spagna? Il fascino di questo romanzo, che inevitabilmente ci fa pensare ai grandi romanzi russi, è nella doppia narrativa, l’una specchio dell’altra. Cambia il governo, destra e sinistra, fascismo e comunismo, ma non cambia nulla. Due donne, Clotilde e Anya, la prima ha il dono di saper disegnare (caricature, purtroppo, e queste sì che possono essere un’arma), la seconda mette le poesie in musica e non sa tacere. Entrambe finiscono in prigione, entrambe sono torturate (e i sistemi di tortura sono esattamente uguali), entrambe hanno una seconda possibilità di salvarsi ma l’anelito alla libertà di espressione è più forte di tutto, il nuovo arresto sarà fatale per la loro salute.


    Che cosa il destino riserbi al bambino diventato ragazzo e poi giovane uomo in un paese non suo ma che impara a considerare suo per amore di chi lo ha cresciuto con generosità, è una storia di sofferenza e di amore che dovete leggere.

     C’è un afflato epico in questo romanzo di Julia Navarro che prende spunto da un dato reale: furono circa 3000 i bambini spagnoli mandati in Russia dai loro genitori con la speranza di metterli in salvo da una repressione che sapevano sarebbe stata durissima, fiduciosi che avrebbero avuto una vita migliore. Come Pablo, questi bambini vissero gli anni della seconda guerra mondiale in Russia e il loro rimpatrio fu difficile- molti di loro tornarono in Spagna solo dopo la morte di Franco nel 1975. Come avviene per tutti i romanzi storici, la Storia prende vita in queste pagine intrecciandosi alle vicende personali, rendendo toccanti traversie, sentimenti, dubbi e sofferenze.


 

 

martedì 21 ottobre 2025

Marc Dugain, “Un’esecuzione ordinaria” ed. 2009

                                                     Voci da mondi diversi. Francia

la Storia nel romanzo
rilettura

Marc Dugain, “Un’esecuzione ordinaria”

Ed. Bompiani, trad. Fabrizio Ascari, pagg. 396, Euro 19,50

 

    Tutti i romanzi raccontano una storia. Ma ci sono storie e storie, romanzi e romanzi. E quando ci si imbatte in un romanzo diverso, che racconta una storia diversa, ne avvertiamo la differenza. “Un’esecuzione ordinaria”, del francese Marc Dugain, appare, all’inizio, come un insieme sfilacciato di vicende con varî protagonisti in epoche storiche differenti, in Russia o nella Germania orientale. Fino a quando ci rendiamo conto che tutte le storie convergono verso un drammatico avvenimento centrale- l’affondamento del sottomarino Oskar con il suo carico umano di centoventi uomini a bordo. E un centinaio di campanelli di allarme suonano nelle nostre teste, ricordandoci la tensione dei giorni quando il Kursk si inabissò nelle acque del mare di Barents.


    I personaggi del 2000 sono il poco più che ventenne Vanja, al suo primo imbarco per quelli che dovrebbero essere tre giorni di manovre per sperimentare il lancio di un nuovo siluro, e il presidente russo- Putin, che nel romanzo si chiama Plotov. Viene anche chiamato ‘lo zar blu’, per distinguerlo dagli ‘zar bianchi’ e dagli ‘zar rossi’ del passato. Oppure, con un’immagine del mondo animale, ‘la faina’, per quei lineamenti appuntiti e gli occhi celestrini a fessura.


Ma tutto inizia molto più lontano- non c’è mai una vera interruzione nella Storia: la nonna di Vanja era un’urologa con un dono taumaturgico nelle mani ed era stata, in segreto, la curatrice di Stalin; il nonno di Plotov era il cuoco del ‘piccolo padre’. Il primo capitolo si svolge, dunque, nel 1952, quando Olga Ivanovna Atlina viene prelevata dall’ospedale in cui lavora per essere portata da Stalin. E’ l’epoca in cui i medici ebrei dell’ospedale del Cremlino, accusati di aver ucciso Ždanov, erano stati arrestati e deportati nei gulag, e Olga Ivanovna Atlina, medico e figlia di un ebreo che ha cambiato nome, è terrorizzata. Invece la sua vita non è in immediato pericolo, almeno finché il tocco delle sue mani porterà giovamento a Stalin e lei manterrà il silenzio. Con tutti, con il marito da cui divorzia, proprio per proteggerlo. Con i superiori dell’ospedale, da cui viene licenziata, per le sue assenze. Il silenzio, la segretezza, la menzogna o l’alterazione della verità usati come arma di difesa. Questa è l’atmosfera iniziale e questa è pure- nonostante tutti i rivolgimenti, nonostante la fine dell’”impero”, nonostante il cambiamento di regime- l’atmosfera finale, mezzo secolo dopo: ancora silenzio, ancora il bavaglio alla stampa, la ridda di supposizioni. In mezzo assistiamo alla formazione di Plotov nelle fila del KGB, un ometto che non ha nulla di notevole salvo la disponibilità ad obbedire. Questo è l’uomo che, all’annuncio dell’affondamento del sommergibile gioiello della flotta russa, emette la sentenza: “Se ci sono superstiti, ritengo che non dobbiamo precipitarci a recuperarli.” Perché “da vittime diverranno testimoni, e testimoni tanto più credibili dato che sono anche vittime.”


    La voce narrante è, per lo più, quella del padre di Vanja, insegnante di storia che chiede a titolo di risarcimento- insieme all’enorme somma di denaro data alle famiglie dei sommergibilisti con l’ingiunzione di tacere- di essere messo in pensione anticipata: che senso può avere insegnare la Storia distorcendo la verità? Giustificando i milioni di morti in nome di…che cosa? Un’idea? Un ideale? Il bene dei più? Allora come adesso: perché vengono vagliate le diverse ipotesi su quello che può essere successo negli abissi e - molto molto peggio- vengono esposti i motivi per cui si sono lasciati morire anche gli uomini che battevano dall’interno contro lo scafo. Forse anche- e questo è veramente sconvolgente- i tre che avevano provato ad uscire e i cui corpi non furono mai trovati.

    Facendo eccezione al disagio che proviamo nell’ascoltar parlare Stalin- che suona un poco falso-, “Un’esecuzione ordinaria” è una bella prova narrativa- un romanzo che ha qualcosa di epico nel mescolare storie private di piccoli personaggi con la grande Storia che abbiamo vissuto e che viviamo. Che denuncia e pone domande. Che ci scuote nel profondo.

la recensione è stata pubblicata nel 2009 su www.stradanove.net



 

lunedì 20 ottobre 2025

Yael van der Wouden, “L’estranea” ed. 2025

                                        Voci da mondi diversi. Paesi Bassi

la Storia nel romanzo

Yael van der Wouden, “L’estranea”

Ed. Garzanti, trad. Roberta Scarabelli, pagg. 256, Euro 17,10

 

   Anni ‘60 del secolo scorso. Un paesino nell’Olanda rurale. Una casa.

Isabel, ventisette anni, è la guardiana della casa. Ricorda quando- era bambina, c’era la guerra- lei era arrivata in questa casa comperata per loro dallo zio. Con lei c’erano la mamma e i due fratelli, fuggivano dalle bombe che cadevano su Amsterdam. Ricorda anche, confusamente, qualcosa che era successo poco dopo la fine della guerra. Una donna aveva bussato alla porta, la mamma l’aveva mandata via, la donna continuava ad urlare, fuori, nel giardino.

   Isabel ama questa casa in maniera possessiva. Quasi maniacale. Esegue ogni lavoro domestico quasi fosse un rito- tagliare il rabarbaro con le cesoie e metterlo in un cestino, spolverare e passare un panno umido sui piatti esposti nella vetrina, quelli bianchi e blu con delle lepri che si rincorrono in cerchio e che piacevano tanto alla mamma.


Isabel sa il numero esatto delle posate, dei bicchieri. Un giorno trova in giardino un frammento di un piatto, si intravvede una zampa della lepre- è vero, il servizio nella vetrina non è completo, chi lo aveva rotto? Quando era bambina avevano trovato nella soffitta una lepre di pezza in una scatola di giocattoli. La lepre era diventata la sua, ma a chi era appartenuta?

    Il romanzo di Yael van den Wouden- un’eccellente opera prima shortlisted per il Women’s Prize- è scandito in tre movimenti ed è nello stesso tempo un romanzo di formazione, un romanzo d’amore con un pizzico di mystery, un romanzo storico.

   La prima parte ci introduce al personaggio di Isabel, rigida e abitudinaria, una giovane donna che soffoca la sua femminilità, che respinge acidamente il vicino di casa che la corteggia. Più tardi di lei si dirà che neppure il miele avrebbe potuto addolcire quell’aceto. Insieme a lei conosciamo i suoi due fratelli- il minore, Hendrick, che vive con il suo compagno (era stato uno scandalo quando, ancora ragazzino, la madre aveva scoperto le sue inclinazioni sessuali) e il maggiore, Louis, un donnaiolo e il vero proprietario della casa tanto amata da Isabel.


Louis arriva con la sua ultima conquista, Eva, ed immediatamente questa diventa l’antagonista di Isabel, perché è il suo opposto. Eva è audace, sfrontata, estroversa. Isabel è alta ed Eva è piccola di statura. Isabel tiene i capelli castani raccolti, Eva ha capelli un poco crespi e malamente ossigenati. Con il beneplacito di Louis Eva si installa in quella che era stata la camera della madre di Isabel, il sancta sanctorum, e Isabel, furibonda, non riesce a smuoverla da lì.

La tensione è palpabile, è una guerra di silenzi, di sgarbatezze da parte di Isabel, di provocazioni che però Eva non raccoglie.

    Il secondo movimento, la parte centrale del libro, è rovente. Mentre scompaiono misteriosamente alcuni oggetti- un cucchiaio, un vaso, un tagliacarte- l’atmosfera tesa tra Isabel ed Eva, rimaste sole dopo che Louis si è allontanato per lavoro, si carica di un nuovo tipo di tensione. La scintilla che incendia la carica sessuale di Isabel era prevedibile.

     Il terzo movimento è quello della rivelazione e non è del tutto inaspettato. Dal diario di Eva apprendiamo che il suo cognome è de Haas- e Haas significa lepre in olandese- e, a frammenti, ci viene raccontato un pezzo di Storia in cui è la “casa” che diventa la protagonista, la casa e chi ci abitava prima abbandonandola contro la propria volontà. È la Storia parallela della Shoah, la privazione di tutto quello che si è costruito nella propria vita prima di perdere la vita stessa. La casa diventa il testimone del passato, contiene lei stessa la Storia, per chi la sa intendere la casa racconta la Storia con i piatti con le lepri, con il tagliacarte, con la menorah nascosta in cantina.


    Eva era riuscita a sapere il nome degli usurpatori e aveva elaborato un piano. Eppure, nonostante tutto, il finale è un finale catartico di speranza e di pace.

   Eleganza, delicatezza, un ritmo sostenuto, un passato da non dimenticare- tutto questo fa de “L’estranea” un ottimo romanzo.

Il titolo originale è “The safekeep”, un titolo di una triste amarezza: con il sentore del pericolo, illudendosi di ritornare, gli ebrei avevano spesso affidato ciò che più era loro caro o prezioso a dei vicini che avrebbero dovuto ‘safekeep’, ‘custodirli’ per loro. Anche questa era stata un’illusione.




mercoledì 5 giugno 2024

Viola Ardone, “Il treno dei bambini” ed. 2019

                                                                  Casa Nostra. Qui Italia

  la Storia nel romanzo

Viola Ardone, “Il treno dei bambini”

Ed. Einaudi 2019, pagg. 200, Euro 16,62

 

     Li chiamavano ‘i treni della felicità’, quelli che, tra il 1945 e il 1947, trasportarono oltre 70.000 bambini dal Centro e dal Sud Italia al Nord, dove sarebbero stati ospitati da famiglie generose. Dopo qualche mese o anche un paio di anni i bambini sarebbero tornati a casa- alcuni restarono per sempre con le famiglie ‘adottive’, i più restarono in contatto con loro. Era un’iniziativa comunista e la Chiesa aveva cercato di scoraggiarla, mettendo in giro voci che i bambini sarebbero stati portati in Unione Sovietica, magari anche in Siberia.

   Erano veramente ‘i treni della felicità’? ci voleva coraggio e tanto amore da parte delle madri per separarsi dai figli, si doveva credere che era per il bene dei bambini che al Sud, dopo la guerra, non avevano di che sfamarsi e di che vestirsi. Quanto ai bambini, molti affrontavano la partenza piangendo, ma erano in tanti e, una volta che il treno era uscito dalla stazione, il viaggio diventava una grande avventura- dopotutto non erano mai saliti su un treno. E poi erano tutti vestiti a nuovo, con abiti pesanti per in freddo del Nord, avevano perfino le scarpe ai piedi.


    Si chiama Amerigo e ha sette anni, il protagonista del romanzo di Viola Ardone. Sua mamma è Antonietta che, nel basso dove abitano, ogni tanto si ritira nella sua stanza quando Capa e’fierro viene in visita. Vanno a faticare- dicono ad Amerigo. Lui non ha mai conosciuto il padre, la mamma gli ha detto che è partito per l’America, per questo si chiama così. Amerigo è un ragazzino sveglio, è uno degli ‘scugnizzi’ di Napoli per cui la strada è scuola di vita e arrangiarsi è un’arte- memorabile è la scena in cui si mette a piovere sulla bancarella dove lui e l’amico Tommasino vendono topi ‘pittati’ per farli sembrare criceti e la pioggia li smaschera.

   Quando arrivano a Bologna, per un contrattempo Amerigo resta l’ultimo ad essere prelevato e poi segue a casa una signorina che non ha alcuna dimestichezza con i bambini. Tuttavia sua sorella ha una famiglia numerosa e un cuore grande e i figli di questa diventeranno come fratelli per Amerigo.

La prima metà del libro ci racconta la storia di una separazione e la scoperta di un’altra realtà- ad Amerigo non pare vero mangiare tre pasti al giorno (il primo assaggio della mortadella è una scena molto buffa), lavorare a fianco dell’uomo che impara a chiamare ‘babbo’ (gli suona strano, ma si abitua), imparare a suonare il violino. La voce narrante di questo bambino ci diverte, ci fa tenerezza. Ha la spontaneità dell’infanzia, la saggezza del popolo, l’umorismo di chi affronta le difficoltà con spavalderia. È inevitabile che Amerigo cambi, che si senta quanto mai lontano- e non solo geograficamente- da Napoli, che, nonostante tutto, si senta più amato nella nuova famiglia che dalla mamma. E, insieme a lui, cambia anche la signorina che lo ospita, che aveva avuto un grande dolore e si ammorbidisce prendendosi cura di Amerigo.


     Poi c’è il ritorno. C’è lo sguardo nuovo sulle vecchie cose. C’è la gelosia della mamma. C’è quello che Amerigo sente come un tradimento. C’è la fuga e un altro ritorno, questa volta a Nord. Della vita seguente di Amerigo sapremo in una seconda parte del libro che chiude idealmente il cerchio iniziato nel 1946. Lo chiude con una morte, con un altro bambino che è figlio di un fratello mai conosciuto, con un disgelo del cuore di Amerigo che ripete, in altra chiave, quello della signorina che lo aveva accolto tanti anni prima nella sua casa.

    È un po’ scolorita, questa ultima parte del romanzo. Ci manca la vivacità e l’immediatezza della voce del bambino di sette anni, non siamo neppure certi che ci piaccia, questo nuovo Amerigo che ha cambiato il suo cognome. E tuttavia “Il treno dei bambini” si legge con grande piacere e ha il grande pregio di riportare alla luce un fatto poco noto che apriva un nuovo periodo della Storia d’Italia, dopo gli anni dolorosi della guerra.

   Da questo libro il film diretto da Cristina Comencini.



  

venerdì 16 febbraio 2024

Tommaso Avati, “La ballata delle anime inutili” ed. 2023

                                                                         Casa Nostra. Qui Italia

                                                           la Storia nel romanzo


Tommaso Avati, “La ballata delle anime inutili”

Ed. Neri Pozza, pagg.142, Euro 17,00

 

   1938. Un masseria in Puglia, nel Gargano.

      Una società di tipo patriarcale, in cui è l’uomo, anzi il maschio, che comanda.

     Una famiglia numerosa, cinque figli, cinque come le dita della mano.

     Per Vittorio, il capofamiglia, solo i figli maschi contano. L’ultima nata, di nome Sofia soprannominata Vermitura (‘chiocciola’ in dialetto, perché è lenta e non è capace di fare niente) dice di sé, ‘Io sono la femmina, ma è stato un errore’. Per Vermitura i fratelli sono proprio ‘pollice’, il primo, e via via fino ad ‘anulare’, Angelino, il fratello nato prima di lei, che ora è molto emozionato perché si sposa. Solo chi si sposa può entrare nella camera grande chiamata ‘del Santo’ per un quadro che vi è appeso. Perché lì si va solo per fare i figli e Vermitura teme che lei non potrà mai entrarci.

   Il padre, i figli, le nuore, i nipoti- sono in tanti a vivere nella masseria. La madre è morta, non aveva neppure un vestito decente con cui essere sepolta. Uno dei figli è partito per fare fortuna in America e non è più tornato. Ha scritto un paio di lettere, poi più nulla da sette anni e la moglie vive come una vedova senza sapere se lo è. C’è bisogno di braccia per lavorare i campi, nella masseria, Angelino deve darsi da fare, sua moglie è bella, si rinchiudono presto, la sera, nella stanza del Santo, ma bambini non ne arrivano. E il padre padrone, che indossa la camicia nera del Fascio, non risparmia nessuno con le sue volgarità e la sua prepotenza.


   La narrazione è affidata a più voci, ne “La ballata delle anime inutili”. La vita quotidiana, i pensieri, le reazioni di ognuno ci vengono raccontati dall’uno e dall’altro, dai figli, dalle nuore, mai da Vittorio il capofamiglia. Vediamo e ascoltiamo quello accade da diversi punti di vista. Non c’è una sola sofferenza espressa in una sola maniera- ci sono insinuazioni e cattiverie che riguardano la coppia innamorata che non riesce ad avere figli, c’è la curiosità fanciullesca di Vermitura, c’è l’intollerabile sopruso del padre, c’è infine l’atto estremo di una donna umiliata.

    E intanto l’Italia avanza verso la guerra. E a San Nicandro c’è una comunità ‘strana’ agli occhi di tutti, perché aspettano la venuta del Messia, celebrano dei riti religiosi il sabato. Sono gli ‘ebrei per scelta’ guidati da Donato Manduzio, un invalido di guerra, calzolaio di mestiere, che si è accostato alla lettura della Bibbia restandone profondamente colpito. Un amichetto di Vermitura, Pasquale, è di San Nicandro e suo padre non vuole che lei lo frequenti. Anche Angelino adesso è innamorato di una ragazza di San Nicandro. L’opposizione del padre porterà a conseguenze drammatiche.


   Con uno stile spoglio che ben rispecchia la semplicità dei personaggi seguiamo le vicende della famiglia e, ad un certo punto, si intrecciano a quelle degli ebrei di San Nicandro che, dopo l’incontro con dei soldati della Brigata Ebraica nel 1943, pensano all’emigrazione in Palestina. La grande famiglia tormentata da dissidi interni si è sfasciata. Uno è emigrato, uno è scomparso in un campo di concentramento, uno è andato in guerra, il padre è partito per Roma dove c’è il suo idolo. Meglio che non faccia più ritorno. Restano le donne, incerte se accettare le proposte di iniziare una nuova vita altrove. E Sofia/Vermitura? Seguirà in Palestina Pasquale che ha sempre amato fin da bambina?

   I corvi neri che volteggiano nell’aria nella pagina di chiusura del libro sono pregni di significato. Sono segnale di morte, sono neri come le camicie fasciste, neri come l’epoca che  è finita, neri come la tristezza che incombe sulla masseria dove non resta più nessuno.

    Un altro bel romanzo di Tommaso Avati con una storia di fantasia che riporta alla luce il personaggio vero di Donato Manduzio e dei suoi ‘ebrei per scelta’.