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mercoledì 19 giugno 2024

Natascha Wodin, “Veniva da Mariupol” ed. 2018

                              Voci da mondi diversi. Area germanica

seconda guerra mondiale
romanzo autobiografico

Natascha Wodin, “Veniva da Mariupol”

Ed. L’Orma, trad. M. Solari e A. Ruchat, pagg. 380, Euro 19,95   2018

 

    Era una bambina l’io narrante della storia, la scrittrice stessa, quando sua madre si era gettata nel fiume. Aveva solo trentasei anni e il padre le ripeteva sempre che anche lei, Natascha, era pazza come sua madre Evgenija. Dopo aver letto il libro comprendiamo tanto di Evgenija e non ci stupiamo affatto della sua ‘pazzia’.

    Natascha sapeva ben poco di sua madre fino a quando si era imbattuta per caso nel suo nome su un motore di ricerca russo. Inizia così un’indagine che occupa tutta la prima parte del libro, un’estenuante ricerca in cui riceve un costante aiuto da un greco appassionato di alberi genealogici- lei non avrebbe mai immaginato che a Mariupol, in Ucraina, ci fosse una comunità di greci e anche una di italiani. Molto spesso le indagini sono frustranti, le difficoltà sembrano insormontabili, spesso sembra si arrivi ad un punto morto. Poi, quasi per miracolo, spuntano delle prove di questo mondo scomparso, dal nulla appaiono fotografie. La nonna materna di Natascha era italiana e apparteneva ad una famiglia ricca, quella paterna aveva origini nobiliari e sua madre aveva avuto (o aveva ancora?) un fratello che era un cantante d’opera e una sorella maggiore, Evgenija era nata a molti anni di distanza da fratello e sorella, in una foto sua madre appare con i capelli bianchi (leggeremo come le erano diventati bianchi in una sola notte) e poi, dopo che era partita per raggiungere la figlia più grande, era scomparsa, non si era saputo più nulla di lei.


   In seguito a questa paziente ricerca, Natascha scopre di avere una numerosa famiglia, fortemente colpita dagli eventi drammatici del secolo XIX, il secolo della Rivoluzione Russa, di Stalin e di Hitler, di quella che in unione Sovietica veniva chiamata la Grande Guerra patriottica, dei campi di sterminio nazisti e dei Gulag, delle famigerate purghe staliniane, dell’ Holomodor, il genocidio per fame degli ucraini in seguito alla collettivizzazione, il lavoro forzato degli Ostarbeiter, deportati dai nazisti in Germania.

   È questa storia poco conosciuta che la scrittrice ci racconta nella seconda parte del libro. Perché abbiamo letto molto, anzi moltissimo, sul genocidio degli ebrei e sui campi di concentramento, e quasi nulla, invece, sui lavoratori dell’Est che, indispensabili e facilmente rimpiazzabili, costituivano la mano d’opera nelle fabbriche sostituendo gli uomini tedeschi al fronte. Non c’era poi molta differenza tra i campi in cui venivano rinchiusi gli ebrei e quelli di questi lavoratori che dovevano cucire la scritta ‘Ost’ sulla giacca o sull’abito. Erano alloggiati in baracche sovraffollate, sottonutriti, mangiati vivi da pidocchi e altri insetti, forzati a lavorare fino allo sfinimento.


   La scrittrice non ha una documentazione a cui ricorrere per ricostruire la vita di sua madre in uno di questi campi, si basa su altre testimonianze, costruisce ipotesi sulla sua vita quotidiana. Ipotizza anche quando lei stessa sia stata concepita- sua madre era sposata quando era stata deportata-, forse non si era neppure accorta di essere incinta, nelle condizioni di deperimento fisico in cui si trovava. E poi c’è il ‘dopo’, la fine della guerra quando i ‘displaced people’ erano milioni. Sarebbero stati rimpatriati? E chi non voleva tornare perché sapeva sarebbe andato incontro a morte certa, avendo lavorato in una fabbrica tedesca ed essendo quindi considerato un collaborazionista?


   I Wodin (il loro cognome ha subito alcune varianti) rimasero in Germania, ma qui inizia un altro capitolo della loro vita, non meno difficile, in condizioni non meno squallide di cui la scrittrice (bambina all’epoca) ha qualche ricordo. Per sua madre era stato il culmine di un’esistenza tragica- la soluzione più facile era porvi una fine.

   Se la prima parte del libro è più fredda e ci incuriosisce senza appassionarci, questa seconda, in cui leggiamo anche il diario della sorella maggiore di Evgenija e Natascha entra in contatto con un cugino che è tuttora vivo in Siberia, è appassionante. Una lettura che definirei indispensabile.



domenica 12 maggio 2024

Alexandra Lapierre, “Belle Greene” ed. 2021

                                                  Voci da mondi diversi. Francia

biografia romanzata
il libro dimenticato (2021)

Alexandra Lapierre, “Belle Greene”

Ed. e/o, trad. Alberto Bracci Testasecca, pagg. 507, Euro 19,00

 

    Inventarsi una nuova identità, prima di tutto. Era assolutamente necessario se si voleva fare Passing, cioè nascondere le origini di colore e passare per bianchi. Perché no? Gli afro-americani dalla pelle scura erano cittadini di serie B nonostante la guerra di secessione li avesse liberati, limitati nelle scelte lavorative, trattati con disprezzo dalla società bianca. E i meticci, quelli con la pelle che poteva avere sfumature diverse, dal candido al miele, al caffelatte, perché discendenti da qualche capriccio di un padrone bianco? A meno che non facessero Passing, non avevano una vita migliore degli altri. Pene terribili erano riservate, però, a chi veniva scoperto.

    I genitori di Belle Greene, la protagonista del romanzo di Alexandra Lapierre, non erano persone comuni. La madre Geneviève era insegnante di musica, il padre Richard Theodore Greener era stato il primo studente nero e il primo laureato nero a Harvard, avrebbe esercitato come avvocato, sarebbe stato un attivista per la giustizia razziale e infine console a Vladivostock. Per quell’epoca, però, aveva già lasciato moglie e figli- ecco perché questi si sarebbero inventati una nuova ascendenza e un nuovo nome. Sarebbero diventati i da Costa Greene, di origine portoghese (il che avrebbe giustificato l’aspetto ‘mediterraneo’ di Belle), provenienti dalla Virginia dove avevano perso le piantagioni. E dovevano giurare di non mettere mai al mondo dei figli- se il gene nero fosse rispuntato, sarebbero stati rovinati. Tutti. E dovevano far perdere le tracce al padre, perché non li smascherasse.


    Di tutti i Greene era Belle ad avere la personalità più forte, più volitiva, più ardita. Aveva solo 22 anni quando iniziò a lavorare nella biblioteca della Princeton University. Un po’ di fortuna (la conoscenza occasionale di Junius Morgan, nipote di J.P. Morgan), un po’ di fascino personale, molta bravura e competenza nel suo lavoro, ed eccola nel 1905 assunta come bibliotecaria dal ricchissimo banchiere e imprenditore John Pierpont Morgan.

    Alexandra Lapierre segue passo passo l’ascesa di Belle, come conquisti la totale fiducia del suo datore di lavoro che finirà per mettere nelle sue mani ogni acquisto che avrebbe valorizzato la sua biblioteca, gli incontri, le amicizie, gli amori, i rapporti non sempre facili con la sua famiglia. Era Belle a tenere in mano le redini di tutto, era lei a mantenere la madre, le sorelle e il fratello, sarà lei ad affrontare il padre quando questi li rintraccia e potrebbe smascherarli. In realtà l’incontro tardivo con il padre, quando lei è ormai molto conosciuta e foto che la ritraggono sono apparse sui giornali, insinua in lei un tarlo. C’è molto di vero nel rimprovero paterno- sono molto simili, lui e lei, ma hanno combattuto su due fronti opposti per rivendicare l’uguaglianza tra neri e bianchi, per mostrare che l’intelligenza dei neri è pari a quella dei bianchi. Richard Greener si è distinto elevandosi tra i neri, Belle Greene lo ha fatto prendendosi gioco dei bianchi.

Richard T. Greener

   Una vita come quella di Belle trabocca di esperienze in ogni campo e, avendo vissuto fino al 1950, è passata anche attraverso tragici momenti storici- l’affondamento del Titanic (la White Star Line era di proprietà di J.P.Morgan che fu accusato di aver provocato il disastro per suo tornaconto personale), il crollo della borsa del ‘29, la prima guerra mondiale in cui perse la vita il giovane marito della sorella minore, la seconda guerra mondiale a causa della quale morì l’adorato nipote, figlio adottivo di Belle. Questi non era morto in battaglia- il che sarebbe stato già duro da sopportare-, ma la proposta di matrimonio che aveva fatto ad una ragazza bianca prima di essere inviato oltreoceano aveva scatenato conseguenze che lo avevano portato al suicidio. E Belle ne era stata distrutta. Mai avrebbe immaginato una cosa del genere quando, baldanzosamente, avevano saltato la linea di confine tra neri e bianchi.

    La precisione della ricostruzione storica e ambientale di Alexandra Lapierre è quella che già conosciamo, alla ricca documentazione la scrittrice aggiunge la capacità di far vivere i suoi personaggi sulla carta, di farli brillare, di farceli conoscere con i loro pregi e difetti, con le loro reazioni, con i loro sentimenti, i momenti di gioia, di dolore, di estasi. E, nel caso di Belle Greene, con il suo amore per la cultura, la venerazione per i libri antichi che impariamo a valutare insieme a lei. 



    

martedì 4 ottobre 2022

Margaret Laurence, “L’angelo di pietra” ed. 2011

                                                         Voci da mondi diversi. Canada

 


Margaret Laurence, “L’angelo di pietra”

Ed. Nutrimenti, trad. Chiara Vatteroni, pagg. 301, Euro 18,00

    Non so come sia stato possibile che mi sia sfuggito questo libro bellissimo, pubblicato nel 2011. L’autrice, Margaret Laurence, nata nel 1926 e morta nel 1987, è la più grande scrittrice canadese secondo Margaret Atwood, altra grandissima scrittrice canadese, e “L’angelo di pietra”, primo romanzo di una trilogia ambientata in una fittizia cittadina del Manitoba, Manawaka, è stato per anni studiato nelle scuole superiori del Canada. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1964 quando lei, Margaret Laurence, aveva solo 38 anni. Non ci stupisce che a 38 anni avesse già scritto un libro che avrebbe avuto grande risonanza, ma che, ad una età relativamente giovane, abbia saputo dare voce- e che voce- ad un personaggio indimenticabile che di anni ne ha novanta.

    Hagar Shipley, nata Currie, vive in casa con il figlio maggiore e la nuora. La casa, però, è sua e lei non accetta che il figlio possa anche solo pensare di farla ricoverare in una casa di cura per anziani. Perché quello che in realtà lei non accetta è di essere vecchia, di aver bisogno di aiuto. Mai riconoscerebbe di essere caduta, o di vagare di notte, o di bagnare le lenzuola. Sono tutte cose che ‘loro’ si inventano. È Hagar a parlare, alternando racconti del presente e del passato.


La voce del presente è
combattiva, fiera, orgogliosa, autoironica- e ci mette addosso una grande tristezza perché dietro a questa resilienza noi intravvediamo la sua fragilità, perché sentiamo i passi felpati della morte che si avvicina, nascosta dalle visite mediche e dai raggi X a cui Hagar si sottomette brontolando e pensando che siano solo accertamenti di routine. Hagar che, con un inganno, viene portata a visitare la casa per anziani, Hagar che punta i piedi e si oppone alla vendita della casa, Hagar che fugge, quasi fosse un’adolescente che scappa di casa in piena ribellione contro i genitori. E i pericoli in agguato ad una novantenne che fugge di casa sono diversi ma altrettanto gravi di quelli che può aspettarsi una sedicenne. A proposito- è proprio con una sedicenne che Hagar condividerà una stanza in ospedale e l’arco della vita è riassunto in questa fuggevole conoscenza. La ragazzina è lì per un banale intervento per appendicite e Hagar la rassicura, anzi, è Hagar che le sarà di aiuto, scendendo a fatica dal letto, quando nessuna infermiera accorre alla loro chiamata. Una uscirà dall’ospedale per andare incontro alla vita, l’altra uscirà dopo aver incontrato la morte.
dal film

    Il racconto del passato si alterna in un perfetto equilibrio- veniamo a sapere tutto di Hagar, del padre scozzese che si era guadagnato un discreto benessere, della madre morta dandola alla luce, dei due fratelli, degli anni di studio che avevano fatto di Hagar una ‘signorina’ e poi di quel matrimonio con un uomo rozzo e volgare per cui il padre l’aveva diseredata, la nascita dei due figli. Hagar non avrebbe mai immaginato quanto avrebbe dovuto lavorare. Non avrebbe neppure immaginato- e non voleva pensarci, non voleva riconoscerlo- quanto avrebbe goduto degli amplessi violenti del marito.

Deve passare tutta una vita prima che Hagar acquisti la consapevolezza di  dove abbia sbagliato, dove l’abbia portata l’orgoglio. Quanta infelicità, quante tragedie. Una perdita, soprattutto, per cui ancora adesso soffre indicibilmente.


    Eppure questo libro in cui la morte aleggia in ogni pagina è un inno alla vita. Quell’angelo di pietra che stende le sue ali protettrici sulla tomba dei Currie, sbeffeggiato con il rossetto, scalzato dal suo piedistallo e rimesso al suo posto sulla tomba che ora- per volontà della stessa Hagar- reca incisi entrambi i cognomi, Currey e Shipley, è una presenza che non possiamo trascurare, un memento costante di quanto ci aspetta che tuttavia ci rasserena, ci rassicura- l’angelo di pietra sarà sempre lì, a vegliare i genitori di Hagar, suo marito, suo figlio, anche lei infine, per quanto lei resista e combatta per succhiare la vita fino in fondo.



    

martedì 21 dicembre 2021

Lisa Jewell, “Ellie, all’improvviso”

                    Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

cento sfumature di giallo
il libro dimenticato

Lisa Jewell, “Ellie, all’improvviso”

Ed. Neri Pozza, trad. A. Biavasco e V. Guani, pagg. 268, Euro 12,50

 

     Era il 2005 quando Ellie era uscita di casa per andare in biblioteca e non era più tornata. Scomparsa. Si era detto che probabilmente era scappata di casa. Probabilmente? Niente affatto. Impossibile. Era la beniamina della famiglia, era brava a scuola, si stava preparando per gli esami dopo che aveva migliorato anche in matematica grazie alle lezione private dell’irlandese Noelle che la considerava la sua alunna migliore, era innamorata e lei e il suo ragazzo avevano avuto il permesso di passare del tempo da soli durante l’estate: perché mai sarebbe dovuta scappare? In jeans, scarpe di tela e con lo zainetto sulle spalle?

    Non ci si rende conto di essere felici quando si è felici, quando la felicità è la vita di ogni giorno con le incombenze quotidiane, le piccole arrabbiature, i sorrisi, la stanchezza, i pranzi preparati per un paio di ore e divorati in un minuto, i silenzi, le parole dolci. Dieci anni prima Laurel era felice e non lo sapeva. Aveva tre figli e un marito che amava. Adesso è sola, con il ricordo di Ellie, con il pensiero costante di che cosa possa esserle successo. È lei ad essersi isolata, ad aver smesso di prendersi cura degli altri, che si sono allontanati. I figli sono andati a vivere per conto loro, il marito ha trovato una nuova compagna.


    Poi, un giorno, in uno dei soliti caffè che Laurel frequenta, un attraente sconosciuto si siede al tavolo accanto al suo. Assomiglia a suo marito, si veste anche in maniera simile. Lui le offre un pezzo della sua torta di carote. Iniziano a parlare. Dopo tanto tempo Laurel si sente di nuovo viva. Gli telefonerà, usciranno insieme. Lo sconosciuto è separato dalla moglie e ha due figlie avute da due donne diverse. Solo la più piccola, di nove anni, vive con lui. Quando Laurel la incontra, resta fulminata: la somiglianza della bambina con Ellie è stupefacente. Deve essere una coincidenza, no? Eppure, per tutto il tempo in cui Laurel e Floyd si frequentano, Laurel non riesce a lasciarsi andare del tutto. Ha controllato su internet e quello che lui le ha detto, di essere un matematico e anche di una certa fama, è vero. Che cosa non la convince, allora? Perché, dopo essersi infuriata dopo che la compagna di suo figlio le ha detto di avvertire ‘un’aria scura’ intorno a Floyd  e di diffidarne, si sente turbata e timorosa?


    “Ellie all’improvviso” è un altro inquietante romanzo di Lisa Jewell. Una voce narrante in prima persona interviene a metà romanzo, ma, se pensiamo che questa sia una delle tante storie di ragazzine attirate in una trappola, ci sbagliamo. Lisa Jewell è maestra dei colpi di scena e ce ne sono parecchi nel libro. Ci sorprendono, ci stupiscono. Fino alla fine che è duplice ed è una sorta di giustizia, più o meno poetica.

    Un altro page-turner della scrittrice inglese- vi terrà di certo svegli.



martedì 16 novembre 2021

Damon Galgut, “L’impostore” ed. 2009

                                                           Voci da mondi diversi. Africa


Damon Galgut, “L’impostore”

Ed. Guanda, trad. Silvia Piraccini, pagg.248, Euro 16,00

 

     Non c’è dubbio su chi sia l’impostore, nel nuovo romanzo dello scrittore sudafricano Damon Galgut: il protagonista Adam Napier, un uomo sulla quarantina che vede sbriciolarsi la vita che ha condotto finora. Ha perso il posto di lavoro per le nuove politiche di pari opportunità del dopo-apartheid; ha perso pure la casa a Johannesburg, non potendo pagare le rate alla banca; si ritrova ospite del fratello a Città del Capo e accetta l’offerta di relegarsi a vivere in una casupola di questi, in un villaggio a otto ore dalla capitale. Da questo momento in poi, tutta la vita di Napier diventerà un’impostura, ad iniziare dalla sua stessa identità: dice di essere un poeta, che questo è quello che fa- scrivere poesie. E invece non è vero, pare che il fallimento della sua esistenza lo abbia portato ad una paralisi su tutti i fronti: incapace di scrivere, incapace di passare all’azione ed estirpare le erbacce che hanno invaso in maniera oscena il giardino di quella che è diventata la sua casa. Ma naturalmente la peggiore impostura sarà in seguito, dopo l’incontro casuale con Canning, suo compagno di scuola negli anni dell’infanzia. E ai danni di Canning. Eppure, mentre ci inoltriamo nella lettura, ci viene prima il sospetto, poi la certezza, che Napier non sia il solo impostore. Che non sia l’unico che abbia qualcosa da nascondere, che conduca due vite. E c’è ben altro in ballo che non una relazione adulterina di amore-sesso, dietro le falsità degli altri.


     Ritorniamo all’inizio del romanzo, mentre Adam Napier segue con la sua auto quella del fratello verso la sua nuova abitazione, nel paesino di Karoo. Siamo nel mezzo del nulla, strada deserta, c’è uno svincolo, Adam rallenta ma non si ferma. Un poliziotto sbuca da dietro l’unico albero e gli fa la multa. Ma è assurdo! Bene: o paga mille rand di multa (più altri mille per la patente scaduta) o ne dà duecento in tasca al poliziotto e tanti saluti. Adam pagherà la multa. E’ un piccolo episodio importante che contiene in nuce la tematica del libro: una minaccia occulta, un personaggio che cela un’altra faccia dietro la sua identità ufficiale, la corruzione. Il romanzo di Damon Galgut pullula di personaggi che non sono solo quello che appaiono: il vicino di casa di Adam (perché mai teme che Adam sia stato mandato per ucciderlo?); il sindaco nero che insiste perché Adam ripulisca il giardino e seghi due alberi; l’altera e bellissima moglie di colore di Canning (faceva la puttana); l’enigmatico Genov e gli altri uomini di potere che si aggirano intorno a Canning (mafia russa?) e infine lo stesso Canning e l’intera sua proprietà dall’affascinante nome di Gondwana.


     Ma chi è questo Canning che riaffiora dal passato di Adam? Perché Adam (l’impostore) solo alla fine gli dirà di non ricordarsi affatto di lui, mentre, a quanto pare, Adam ha avuto un’enorme importanza per Canning in quei tristi anni di collegio, quando Canning, sbeffeggiato di continuo dal padre, voleva morire per l’infelicità e Adam era il bersaglio dei compagni perché bagnava il letto. Quello che Canning fa di Gondwana- il Giardino dell’Eden voluto da suo padre-, lo scempio del paesaggio, il tradimento della natura, una trasformazione comprata con la corruzione, è la conseguenza delle parole di consolazione offerte da Adam un quarto di secolo prima, nei bagni della scuola: che bastava pazientare, mettere da parte lacrime e rabbia, e si sarebbero vendicati.

    E’ un tema che sta molto a cuore a Damon Galgut, quello della menzogna e del tradimento. Erano presenti anche nel suo bellissimo libro precedente, “Il buon dottore”, e lo scrittore stesso ci aveva detto, quando lo avevamo incontrato a Roma, che sì, sperava che il lettore vedesse la metafora del tradimento personale per il tradimento politico. Perché l’atmosfera che pervade “L’impostore” è di scoramento e di delusione, di aspettative frustrate. Di inutilità del tutto. C’è la sensazione, come riflette Adam, alla fine, che “qualsiasi cosa gli sembrasse presente e importante un giorno sarebbe stata appena una vibrazione” nel futuro.

    Un’osservazione sulla traduzione, per concludere: Canning (sempre chiamato con il cognome, come si fa a scuola) si rivolge ad Adam con il nomignolo che gli avevano appioppato i compagni, “Pannolino”, riferendosi alla sua enuresi notturna- in inglese ‘Nappy’. Se Nappy regge bene, perché è pure una trasformazione del cognome di Adam, Napier, l’italiano Pannolino, pur con lo stesso significato, è grottescamente assurdo: è incredibile che Adam lo tolleri sino alla fine, quando si decide a dire a Canning che non vuole essere chiamato così. Sarebbe stato meglio indicare in una nota la traduzione italiana, invece che quella inglese.

La recensione è stata pubblicata sul sito di Stradanove




mercoledì 20 ottobre 2021

Abdulrazak Gurnah, “Il disertore” ed. 2006- Premio Nobel 2021

                                                   Voci da mondi diversi. Africa

        diaspora africana

Abdulrazak Gurnah, “Il disertore”

Ed. Garzanti, trad. Laura Noulian, pagg. 302

    “Desertion”, il titolo originale del romanzo di Abdulrazak Gurnah pubblicato in italiano nel 2006 dalla Garzanti (introvabile al momento, tranne che sugli scaffali della mia libreria dove a volte i libri rimangono in attesa, conservati per anni perché giudicati degni di attenzione). Il titolo italiano, “Il disertore”, trae in inganno perché induce a pensare ad un uomo che abbia disertato da un esercito e leggiamo cercando di indovinare l’identità di questo personaggio. Invece “Desertion” è l’astratto ‘Abbandono’ e questo è un romanzo di abbandoni- di una o più donne, di una terra, di una cultura, di una lingua. Ed è una storia che coinvolge più personaggi, che ha conseguenze a distanza di tempo, che ‘parla di come ogni storia ne contenga molte altre e di come esse non ci appartengano, bensì dipendano dalle correnti accidentali del nostro tempo, parla di come queste storie ci intrappolino nel loro groviglio, catturandoci per sempre.’

     Tutto incomincia nel 1899, quando, in una cittadina dell’Africa orientale non lontana da Mombasa, il mercante Hassanali soccorre un inglese che stramazza ai suoi piedi, più morto che vivo. Martin Pearce era partito per una spedizione di caccia con altri europei, ma li aveva abbandonati, disgustato dalla carneficina. I due somali che avrebbero dovuto guidarlo nel deserto lo avevano derubato e abbandonato. Frederick Turner, uno degli unici due europei della piccola città, fa portare Pearce a casa sua e questi, quando ritorna per ringraziare Hassanali e la sua famiglia, vede Rehana, la donna che gli ha prestato le prime cure, e se ne innamora.


    Il romanzo è diviso in tre parti ognuna delle quali è divisa a sua volta in capitoli intitolati con il nome del personaggio che è al centro della scena. Le tre parti si svolgono in luoghi diversi e in tempi diversi, un’interruzione dopo la prima parte ci svela l’identità dell’io narrante che, a differenza di quanto accadeva nei romanzi della tradizione, non sa tutto e può solo immaginare certe scene. Sappiamo ben poco della storia d’amore tra la donna africana (che era stata sposata e abbandonata dal primo marito) e l’uomo inglese, ne sapremo di più in seguito, quando scopriremo i rapporti di parentela degli altri personaggi di cui leggiamo- e siamo già negli anni ’50 del ‘900.

    Quando, nella seconda parte, appaiono sulla scena i fratelli Amin e Rashid e la loro sorella Farida, non hanno nessun legame con Hassanali o Rehana. I genitori sono entrambi insegnanti che, per sposarsi, hanno lottato contro le convenzioni, spronano i figli allo studio, sono di larghe vedute. E tuttavia, quando divampa l’amore tra Amin e la bellissima Jamila, impongono al figlio di troncare la relazione. Sono troppe le cose contro Jamila. É divorziata, vive da sola. E poi sua nonna era stata l’amante di un inglese che poi l’aveva lasciata (un altro abbandono e ora capiamo quale sarà la connessione tra quello che abbiamo letto prima e la storia che leggiamo adesso e come la rovente passione tra Rehana e Martin si sia riverberata sui loro discendenti). Amin ubbidisce, ma questo nuovo abbandono sarà straziante per Amin che non si sposerà mai. Per Rashid, invece, l’abbandono sarà diverso, sarà il realizzarsi di un’ambizione che lo porterà a vincere una borsa di studio per frequentare l’università in Inghilterra, sarà l’abbandono della patria, delle radici, della lingua.


     Ci deve essere il riflesso dell’esperienza personale di Abdulrazak Gurnah in quella di Rashid, ragazzo nero in un’Inghilterra bianca, piena di pregiudizi e di atteggiamenti discriminatori, incapace di dimenticare il passato Impero. E la famiglia rimasta a Zanzibar, pur vedendo il distacco del figlio con dolore, non può fare altro che raccomandargli di non tornare, perché in patria troverebbe tumulti, fame e paura in un regime dittatoriale.

    Il romanzo è ricco di temi interessanti- la distanza  incolmabile tra colonizzatori e indigeni, l’ambiguità dell’ammirazione per la cultura e il mondo occidentale (compresa l’adozione della lingua dei colonizzatori), la posizione della donna nella società musulmana, l’estraneità che viene fatta pesare agli immigrati di colore, l’amore, infine, che non riesce a superare tutte le barriere. Tuttavia restiamo un poco insoddisfatti dalla lettura, come se fossimo sempre in attesa di una qualche rivelazione o approfondimento che invece non arriva. Ci affascina, però, il leit-motiv del libro, il tema della ‘diserzione’, dell’abbandono che è poi una forma di tradimento, una ferita che non si rimargina. E non si potrebbe ampliare il significato del titolo, pensando che, in qualche maniera, è stato un abbandono anche quello da parte dei  colonizzatori, dopo aver spogliato i paesi sotto il loro dominio?


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sabato 2 ottobre 2021

Banana Yoshimoto, “Il dolce domani” ed. 2011

                                                 Voci da mondi diversi. Giappone

                                               il libro dimenticato


Banana Yoshimoto, “Il dolce domani”

Ed. Feltrinelli, trad. Gala Maria Follaco, pagg. 112, Euro 11,40

 

   Il Giappone era passato da poco attraverso la terribile esperienza del terremoto e dello tsunami di Fukushima nel 2011 quando Banana Yoshimoto iniziò a scrivere questo breve romanzo, un tentativo di riconciliarsi con la morte, di portare conforto a quanti avevano perduto una persona cara.

    Sayoko e Yoichi hanno avuto un incidente, un’auto guidata da un ubriaco aveva invaso la loro corsia. Lui era morto sul colpo, lei era sopravvissuta. Sayoko è certa di essere sopravvissuta per aver pregato, per aver sperato con tutta se stessa che Yoichi vivesse. Lei sentiva di stare morendo, con quella sbarra di ferro conficcata nella pancia. La sbarra sarebbe dovuta servire a Yoichi per una delle sue composizioni- era un artista rinomato-, lei glielo aveva detto che era pericoloso trasportarla in auto. E invece no, era stata lei a sopravvivere, dopo una lunghissima convalescenza, con cicatrici sul corpo che la facevano sembrare Frankestein e con ben peggiori cicatrici nell’anima. Anzi. Come le diceva l’amico barista (era un poco innamorato di lei? ne leggeremo la storia), Sayoko aveva perso il mabui, proprio l’anima, e non poteva star bene finché non l’avesse ritrovata e raccolta.


    È un lento recupero, quello di Sayoko. Lei e Yoichi non erano sposati, lei viveva a Tokyo e lui a Kyoto dove aveva uno studio, ma il loro era un legame profondo- per un po’ Sayoko aveva sperato di essere rimasta incinta, per avere una parte di lui con sé. Frequentare la famiglia di Yoichi è di immenso aiuto sia a lei sia ai genitori di lui- forse si sarebbero separati sotto l’urto del dolore, se non fosse stato per lei che si sarebbe anche occupata di gestire le opere d’arte di lui, sparse in tutto il mondo oltre che in Giappone.

     E poi ci sono i fantasmi. Niente a che vedere con i fantasmi delle fantasie popolari. Sayo inizia a vedere figure di persone che sembrano reali, forse un poco evanescenti e con un’aria di mistero che le circonda, e invece sono figure che solo lei (e qualcun altro che era in stretto legame con loro) vede. Perché in questo periodo di passaggio, quando lei stessa si è affacciata al mondo dell’aldilà, quando l’ombra di Yoichi aleggia ancora intorno a lei e lei non si rassegna a lasciarlo andare, è come se Sayo si aggirasse in un interregno- è così labile il confine tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti, è un così grande conforto per chi resta poter vedere ancora chi se ne è andato, come il cane a cui era affezionata, il nonno, Yoichi, la madre del giovane gay con cui Sayo fa amicizia, la sorella del barista. Perché Sayo non è l’unica a trarre conforto da questi spettri che indugiano prima di accomiatarsi, come volessero sincerarsi che la persona che hanno lasciato abbia recuperato il suo mabui.


      Con delicatezza e un filo di poesia, con un pudore che impedisce una manifestazione chiassosa del dolore, una storia che forse può aiutarci ad affrontare la morte. Degli altri e di noi stessi.

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sabato 28 agosto 2021

Georges Simenon, “Il piccolo libraio di Archangelsk” ed. 2016

                                                          Voci da mondi diversi. Francia

cento sfumature di giallo

Georges Simenon, “Il piccolo libraio di Archangelsk”  

Ed. Adelphi, trad. M. Romano, pagg. 172, Euro 12,00

 

    C’è già tutto nel titolo. Jonas Milk è un libraio, vendere libri lo colloca un poco sopra agli altri commercianti che hanno la bancarella sul mercato del piccolo paese in Francia, al di sopra anche del macellaio o del panettiere o del gestore del bar. Jonas Milk è ‘piccolo’- forse lo è anche di statura ma è un uomo ‘piccolo’ che ha scelto di passare inosservato, di confondersi tra gli altri, senza grandi virtù e grandi vizi. Jonas Milk è originario di Archangelsk, in Russia. Nessuno sa neppure di preciso dove sia Archangelsk, a nessuno interessa che Jonas è nato in Russia ma era bambino quando era fuggito con i genitori. Aveva una storia di famiglia drammatica alle spalle che però non interessava a nessuno- di sorelle che non ricordava e che erano rimaste laggiù, di un padre che era tornato ad Archangelsk e di cui non si era saputo più nulla, di una madre che aveva ‘rincorso’ il marito ed era scomparsa pure lei. Il destino di Jonas Milk è nel suo essere invisibile e nello stesso tempo sempre un estraneo suo malgrado.


    Era stata la madre di Gina a chiedergli di prendere la figlia come domestica in casa, prima, e di sposarla, poi. Gina, di una famiglia italiana, bella e passionale. Con quanti uomini era già andata, Gina? Quando Jonas le fa la proposta, non si illude che lei possa amarlo. Neppure pensa che lei possa prenderlo in considerazione. L’unica cosa che lui le può offrire è tranquillità. A Gina, con l’uomo che ama in prigione, deve sembrare abbastanza. Forse anche perché sa che lui la lascerà libera, non si intrometterà nelle sue avventure. Lo sposa.

     Una sera Gina dice che l’amica le ha chiesto di fare da baby-sitter perché andrà al cinema con il marito. Non è una novità, glielo chiede più o meno una volta al mese. Jonas osserva solo che Gina non ha preso con sé il libro da leggere, come fa di solito.

    Gina non rientra quella sera. E neppure il giorno dopo. E neppure quello dopo ancora. Dalla prima menzogna di Jonas che, al bar, dice che la moglie è andata a trovare un’amica nella città vicina e che ha preso la corriera del mattino, si sviluppa il dramma.


     “Il piccolo libraio di Archangelsk” è uno dei romanzi ‘senza Maigret’ di quel grande e prolifico scrittore che è stato Georges Simenon. Un romanzo in cui domina il colore grigio, perché questa è l’atmosfera. Il grigio non diventa mai del colore nero dei ‘gialli’, manca la tensione di scoprire che ne è stato di Gina che è andata via senza cappotto e senza valigia ma portandosi via i preziosi francobolli collezionati da Jonas. Possiamo indovinarlo, quando ormai è troppo tardi spunta una testimone che ha idea di dove possa essere. Troppo tardi perché ormai i sospetti sono puntati su Jonas ed è questo il nodo del romanzo- le parole passano di bocca in bocca, si sospetta di lui perché è incasellato nello stereotipo dello straniero, proprio come Gina risponde allo stereotipo dell’italiana focosa come i latin lovers. Perfino il fatto che lui, ebreo, si sia fatto battezzare per sposare Gina, viene calcolato a suo sfavore.   

    La storia di Jonas è una sottile analisi psicologica di un piccolo uomo che si accontentava di amare senza essere amato, un uomo che amava troppo, che ha rinunciato a difendersi per non incriminare la donna che amava e che, alla fine, non ha retto alle pressioni esterne.  E’ un perdente o un vincente, Jonas Milk?



lunedì 16 agosto 2021

Peter May, “The noble path”

                  Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

cento sfumature di giallo

il libro dimenticato

in altre lingue

Peter May, “The noble path”

Ed. Quercus, pagg. 532, Euro 8,38

     1978. La scena che apre il libro è a Belfast. Intorno ad un tavolo dove c’è la fotografia di un uomo con una cicatrice sulla guancia, tre uomini ne sentenziano la morte in quanto responsabile dell’uccisione di compagni membri dell’IRA. L’uomo che deve morire è Jack Elliot, un mercenario, un soldato a pagamento.

      Nella seconda scena si sta svolgendo un funerale. Ci sono pochissime persone ad assistere. È morta la madre della giovanissima ragazza che è lì presente, accompagnata dal suo corteggiatore. Lisa Robinson ha la visione fuggevole di un uomo in piedi, un po’ discosto. Ha una cicatrice sulla guancia.

    Il nuovo incarico affidato a Jack Elliot prevede che vada in Cambogia- Ang Yuon offre un compenso altissimo perché Elliot trovi sua moglie e i suoi due figli e li porti fuori dalla Cambogia. Se sono ancora vivi. Quando Pol Pot aveva preso il potere con i suoi Khmer Rossi, nel 1976, Ang Yuon era fuggito abbandonando moglie e figli. La loro sorte era stata quella degli altri cambogiani- no, forse erano stati più fortunati. Perché, nonostante il duro lavoro nei campi, nonostante la fame cronica e le malattie, nonostante che la figlia avesse dovuto soggiacere alle voglie di un sorvegliante del campo dove vivevano in baracche, nonostante- e questo è ancora più straziante- al figlio, un bambino di dodici anni, fosse stato fatto imbracciare un fucile con l’ordine di uccidere, erano sopravvissuti.


    La trama del romanzo (insolito per Peter May, al di fuori delle serie con Lewis e Enzo) segue una duplice traccia ed entrambe le tracce mirano ad un ricongiungimento famigliare. Perché Lisa, in Inghilterra, ha scoperto, frugando tra le carte della madre, che suo padre non è morto come lei le aveva fatto credere. Ha anche scoperto il perché di questa damnatio memoriae e, da una vecchia foto, riconosce suo padre nel misterioso spettatore al cimitero: Jack Elliot. Si mette in cerca di lui, non può attendere, prende un volo per Bangkok per scoprire, laggiù, che lui è partito per la Cambogia.

    L’operazione di Jack in Cambogia è pericolosa ed inizia male, con un tradimento da parte del tailandese che avrebbe dovuto essere di aiuto. Jack ha ‘arruolato’ due vecchi commilitoni, senza sapere che uno non ha paura di morire perché sta già morendo per tumore, e l’altro (piccolo e magro, esperto della guerra nei cunicoli sotterranei dei nordvietnamiti) vuole assolutamente vivere per far crescere il figlio in America.


    Entrambi i filoni sono ricchi di suspense e di orrore. Quello che Jack vedrà nella cosiddetta Kampuchea Democratica è pari agli orrori commessi dai nazisti. Crudeltà allo stato puro. Morte e distruzione. Phnom Penh, la Perla dell’Asia, deserta e in rovine. Il fatto che la famiglia di Ang Yuon sia viva, e che Jack riesca a ritrovarli, è miracoloso. Il tempo stringe, i Vietnamiti stanno per invadere la Cambogia, il ritorno via terra è precluso. Non vi anticipo altro, e però non posso tacere che i fuggitivi giungono in vista degli splendidi templi di Angkor, le vestigia di un passato grandioso in brutale contrasto con il presente.

    Lisa Robinson, che ora ha preso il cognome di Elliott, arriva in Thailandia con la baldanza e la sprovvedutezza dei suoi 18 anni. Anzi, la sua fiducia mal riposta nel prossimo ci sembra sconfinare nella stupidità che neppure la sua giovane età riesce a giustificare. Lisa si fida di tutti. Del tassista che le fa da guida, del marpione che la ospita dicendo che è amico del padre, della bellissima donna che le fa indossare un abito audace per una cena durante la quale Lisa accetta il garbato corteggiamento di un generale che finge un atteggiamento di protezione paterna. Possibile che Lisa sia così ingenua? Possibile che salga in auto con sconosciuti che hanno in mente trame obbrobriose? Siamo in Thailandia…


    Il finale ci riserba un’ultima sorpresa.

Un romanzo che non è dello stesso livello della trilogia dell’ “Uomo di Lewis”, perché i cenni storici e le descrizioni della Cambogia dei Khmer Rossi sembrano essere presi in prestito, e tuttavia ha una sua attrattiva, soprattutto per la tematica dell’innocenza violata- dei due figli di Ang  Yuon e della figlia di Elliot. Sembra quasi che i figli debbano scontare le colpe dei padri.