mercoledì 31 gennaio 2024

Yoshimura Keiko, “108 rintocchi” ed. 2023

                                           Voci da mondi diversi. Giappone


Yoshimura Keiko, “108 rintocchi”

Ed. Piemme, trad. Laura Imai Messina, pagg. 165, Euro 16,90

 

   Una deliziosa favola di Natale in un paese in cui il Natale non esiste.

   L’isola più piccola dell’arcipelago di Izu, in Giappone. Un’isola vulcanica che è completamente isolata se il traghetto non può arrivare per le condizioni avverse del mare. Una manciata di case costruite a spina di pesce sul fianco dell’isola, così piccola che si percorre tutta in venti minuti. È famosa per l’olio di camelia. Gli splendidi fiori che, al tempo della sfioritura, perdono l’intera corolla, restando decapitati. E poi ci sono i delfini che danzano nelle onde intorno all’isola.

   È una sorta di paradiso per chi sa godere della solitudine, della lontananza dal mondo degli affanni, delle piccole gioie quotidiane. Perché gli abitanti sono come una grande famiglia, uno per tutti, tutti per uno.


   Sohara Mamoru, il protagonista di questo breve romanzo, è l’anima dell’isola. Nei tre giorni che precedono il Capodanno si riassume tutta la sua vita. Tre giorni per una grande festa d’addio al vecchio anno in cui si riuniranno al tempio, tutti gli abitanti, portando i cibi tradizionali, indossando i kimono più belli. Tre giorni per la notte in cui108 rintocchi saluteranno l’anno nuovo, e ogni rintocco segna l’addio alle 108 passioni che sono un fardello che impedisce di raggiungere il Nirvana.

   Da giovane- ora ha 62 anni- Soharu ha provato a lasciare l’isola, attratto dalle luci di Tokyo, con la speranza di riuscire a lavorare e studiare, cosa impossibile nell’isola dove si riusciva a frequentare solo fino alla scuola media.

   Non è un uomo fallito, quello che ritorna. È un uomo che ha fatto una scelta.. sarà come l’angelo custode dell’isola, metterà le sue capacità al servizio della comunità. È capace di riparare tutto, Soharu. Passa da una casa all’altra riparando tetti, guarnizioni delle finestre, rubinetti, teiere rotte. Come per magia tutto si ricompone, tutto diventa come nuovo sotto le sue  mani.


È un po’ come la famosa tecnica Kintsugi giapponese che utilizza la foglia d’oro o d’argento per riparare la ceramica. È la bellezza dell’imperfezione, è il grande insegnamento che qualunque cosa si rompa può essere riparata, anche la vita stessa, anche la frattura di un grande dolore- un figlio Down, la morte di un marito o di una moglie, la separazione da un figlio, una malattia, l’Alzheimer che ruba ogni ricordo. Ed è solo in apparenza che gli isolani paiono pensare che una bacchetta magica abbia aggiunto due ruote alla bicicletta non più sicura per l’uomo che aveva fatto della bici la passione della sua vita, abbia riparato la teiera del maestro, abbia passato una mano di vernice fluorescente sui soffitti delle camerette dei bambini. In realtà tutti sanno in realtà, tutti sono grati a Soharu, non solo per quello che ha fatto di concreto, ma per la lezione che ha dato loro, per il messaggio di speranza e di coraggio. E sono pronti a ricambiare il suo dono nella notte di Capodanno riparando il male che un figlio ‘degenere’ dell’isola ha fatto a Soharu.

    Una narrazione con un tratto lieve come i dipinti giapponesi su carta, una poesia che pervade parole e immagini, un concentrato della dottrina del ‘wabi-sabi’, un piccolo romanzo che dona serenità.

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lunedì 29 gennaio 2024

Judith Hermann, “A casa” ed. 2024

                                            Voci da mondi diversi. Area germanica


Judith Hermann, “A casa”

Ed. Fazi, trad. Teresa Ciuffoletti, pagg, 156, Euro 18,00

    La parola tedesca- daheim-, come l’inglese at home, ha un significato sottilmente diverso dal nostro a casa. Ha un valore più intimo, implica sentirsi bene in un luogo, essere in pace con se stessi.

    La protagonista senza nome del romanzo di Judith Hermann si è trasferita da poco in una località sul grigio mare del Nord, lì inizierà una nuova vita, lì si sentirà a casa, ricominciando da capo. Lavorerà nel pub del fratello, non sarà del tutto sola. Farà amicizia con la sua vicina, una persona estroversa e allegra, capace di nuotare in mare sfidando la temperatura dell’acqua. Inizierà una storia che sembra più di sesso che di sentimenti con il fratello della vicina di casa, un allevatore di maiali, si sforzerà di capire l’insolito legame tra suo fratello, vicino alla sessantina, e una strana ragazza poco più che ventenne che racconta storie incredibili su di sé- di una madre che la teneva rinchiusa in una cassa, di se stessa che giocava a carte dentro quella cassa.



    C’è una cassa anche nei ricordi del passato della protagonista- una volta aveva accettato di fare una prova con un mago che le aveva offerto un lavoro, lei doveva fare la parte della donna tagliata in due e si lasciava chiudere in una cassa. In definitiva aveva rifiutato di seguire il mago e sua moglie a Singapore e si era chiesta quale fosse il loro vero intento. Noi lettori continuiamo a interrogarci sul significato di queste casse che appaiono nei ricordi di due personaggi femminili- prigionia? limitazioni interiori? Incapacità o impossibilità di essere se stessi?

    E tuttavia il filone più importante dei ricordi del passato della protagonista senza nome è quello che ruota intorno all’ex marito, un collezionista o accumulatore compulsivo, e alla figlia Ann, in giro per il mondo per fare non si sa che, che ogni tanto si mette in contatto con la madre via Skype. Nella solitudine della casa sul mare del Nord, tra la paura per una porta che viene trovata aperta e quella per un animale- una martora?- che sfugge alla trappola posta per lei, la donna pensa costantemente al marito e alla figlia, scrive lettere a lui, con un affetto e una confidenza, con la complicità che nasce dagli anni passati insieme e dalle esperienze condivise, che stridono con il nuovo rapporto con l’allevatore di maiali.


    “A casa” racconta la storia di una donna che prova ad incominciare una nuova fase, senza dimenticare un passato che l’ha arricchita ma senza lasciare che questo le sia di intralcio. Lo stile è asciutto, senza sentimentalismi, con l’uso di un linguaggio quotidiano. Succede molto poco nel libro. Se cercate movimento ed azione, questo libro non fa per voi. C’è la calma tranquilla comunicata dal paesaggio piatto, la contentezza di una semplice festa, il piacere di osservare i cambiamenti della luce, perfino l’apprezzamento per gli odori della campagna, che non sono affatto profumi se pensiamo al lezzo dei maiali.


 

venerdì 26 gennaio 2024

Han Kang, “L’ora di greco” ed. 2023

                                                       Voci da mondi diversi. Corea

            love story

Han Kang, “L’ora di greco”

Ed. Adelphi, trad. Lia Lovenitti, pagg. 163, Euro 18,00

 

    Una Seoul di un caldo soffocante, afoso, umido. Una donna vestita di nero. Un uomo con occhiali dalle lenti spesse. Un istituto di lingue.

Non è la solita banale storia d’amore, quella che Han Kang, scrittrice sudcoreana vincitrice del Booker Prize 2016 con il romanzo “La vegeteraiana”, ci racconta. Piuttosto la storia di due solitudini, di due drammi privati, di un sentimento che non può esprimersi né con le parole né con gli sguardi.

   Nessuno dei due personaggi ha un nome. Lei non parla, lui non vede o vede pochissimo, fra poco non vedrà niente del tutto.


    Il mutismo di lei ha radice in un trauma, le era già successo in passato, a quel tempo era stata una parola francese, da un libro di Proust, che le aveva restituito il linguaggio. La sua sofferenza, adesso, è dovuta al fatto di aver perso la custodia del figlio, di poterlo vedere a lunghi intervalli di tempo, di sapere che il bambino verrà mandato lontano a studiare e che lui non vuole andare. Frequenta le lezioni di greco perché spera che, in qualche maniera, quella lingua così doppiamente lontana, nel tempo e nella cultura, da quella coreana, faccia scattare qualcosa in lei, le restituisca la libertà di parola.

    Un’eredità genetica ha predisposto lui alla cecità. Era già successo a suo padre. Lui ha sempre saputo che sarebbe diventato cieco. Aveva vissuto parte della sua vita in Germania, ora si guadagnava da vivere a Seoul dando lezioni di greco- le prepara prima, studiando a memoria le frasi che dovrebbe leggere il giorno seguente ai suoi alunni.


   Quello tra la donna e il suo insegnante è un avvicinamento lento- lui non capisce subito perché lei non parli, pensa che sia sorda. Poi c’è un incidente, nel buio, gli occhiali di lui si rompono, lei lo aiuta.

   Il romanzo di Han Kang si svolge lungo questa trama sottile in cui l’impossibilità di uscire da se stessi tramite le parole è altrettanto angosciante quanto l’impossibilità di farsi strada nel buio che imprigiona chi non riesce a cogliere i confini del suo mondo. E il greco, con l’idea di eternità che rappresenta, con la lezione impartita dai suoi filosofi, con la difficile razionalità delle sue regole grammaticali, è uno stimolo per non lasciarsi andare, per lottare, per uscire dal buio e dal silenzio.

   Un libro non facile, dal fascino strano, insolito.



mercoledì 24 gennaio 2024

Liza Marklund, “Perfette sconosciute” ed. 2023

                                                                        vento del Nord

   cento sfumature di giallo

Liza Marklund, “Perfette sconosciute”

Ed. Marsilio, trad. Laura Cangemi, pagg. 348, Euro 19,00

  

   Bello e insolito, il nuovo romanzo di ghiaccio della scrittrice svedese Liza Marklund, “Perfette sconosciute”.

   Insolito già l’inizio in cui quattro amiche si incontrano di nuovo dopo quasi quarant’anni. Si incontrano per il funerale di una quinta amica. E fin qui non ci sarebbe niente di nuovo, anzi, potrebbe essere un inizio banale. Ma il funerale è una cerimonia più che tardiva e ha qualcosa di sinistro. Sofia Hellsten era scomparsa nell’agosto del 1980.

   Un corpo era appena stato ritrovato nella pila delle fondamenta di un ponte che si stava costruendo nel lontano 1980 per facilitare il trasporto di materiali al campo di sperimentazione americano. Era quasi mummificato, però gli abiti e la cartella con i libri erano certamente di Sofia. Il cadavere era senza testa, solo le analisi del DNA, cercando qualche parente ancora vivente, potevano stabilirne l’identità con certezza.

   Sofia, Susanna, Carina, Agneta e Birgitta avevano diciotto anni nel 1980, erano tutte un po’ innamorate del bel Wiking che, ora nel 1919, è ispettore di polizia, nello stesso ruolo che era di suo padre nel 1980.


   È un romanzo a tre strati narrativi, “Perfette sconosciute”, che si svolge su due piani temporali.

   Il primo strato narrativo è quello della vicenda che conduce alla scomparsa di Sofia e alle indagini dopo che è stato ritrovato il corpo.

Nel 1980 le cinque ragazze facevano parte di un circolo letterario che si riuniva una volta al mese per discutere del libro scelto, “Lolita” di Nabokov aveva suscitato perplessità e pareri sfavorevoli, “Uccelli di rovo”, disdegnato da una di loro, “Tom Sawyer” che era piaciuto a tutte, l’idea di assistere al proprio funerale, come aveva fatto Huckleberry Finn, aveva entusiasmato Sofia.

Sono incontri che danno modo alla scrittrice di parlarci di ognuna delle cinque ragazze, della loro situazione famigliare, delle gelosie e rivalità, dell’amore inconfessabile di Susanna per Carina, della situazione difficile di Agneta la cui madre viene ricoverata nell’ospedale psichiatrico, della tragedia avvenuta in casa di Sofia il cui fratellino era morto a pochi mesi, degli incontri di sesso con i misteriosi ‘yankee’ della base di sperimentazione che doveva restare  ‘top secret’.

    Quarant’anni dopo, insieme alle scartoffie impolverate tirate fuori dagli archivi, saltano fuori segreti inconfessati, dettagli trascurati o di cui nessuno sapeva niente.

    Questo primo piano narrativo è la traccia di lettura più ovvia, intrecciata però strettamente con una seconda traccia che approfondisce le dinamiche dei rapporti giovanili, le invidie per i jeans alla moda, le gelosie per aver attirato l’attenzione di un ragazzo, le prime esperienze sessuali (anche parecchio spinte).


    E poi c’è la traccia gloriosa dell’atmosfera del Norbotten, di quella regione dell’estremo Nord della Svezia dove in agosto il sole non tramonta mai e in dicembre non sorge mai, dove il cielo prende colori incredibili, sia in quella striscia rosso fuoco del sole che sembra stia per inabissarsi ma non lo fa mai, sia in quella cupola di un profondo blu delle notti invernali, quando il ghiaccio scricchiola sotto le suole degli scarponi e 9 gradi sopra lo zero sono un annuncio di primavera.

    Tra le cinque ragazze c’è chi vuole fuggire da questo paesaggio e da questo clima, e c’è chi, invece, non riesce ad immaginare di vivere altrove.

    Questo non è il ‘solito’ ennesimo giallo nordico. Leggetelo.

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martedì 23 gennaio 2024

I dieci bellissimi o molto belli del 2023

 




  Esce in ritardo questa lista dei libri che più mi sono piaciuti nel 2023. Il motivo è- come avevo scritto- il mio ricovero in ospedale e il perdurare delle difficoltà che incontro tuttora nello stare seduta a scrivere al computer.

   Avrete notato la differenza nel titolo del post, I dieci bellissimi o molto belli del 2023. Perché di veramente bellissimi ne ho letto pochi ed è inutile sottilizzare troppo. Il giudizio e il godimento di un libro dipende da tante cose, lo sappiamo. Posso dire che questi sono i libri che vi consiglio di leggere.

 

-        Simona Baldelli, “Il pozzo delle bambole”, ed. Sellerio

-        Nino Haratischwili, “La luce che manca”, ed. Marsilio

-        Hwan Sok-yong, “Il signor Han”, ed. O barra O

-        Alexandra Lapierre, “La donna dalle cinque vite”, ed. e/o

-        Paolo Malaguti, “Piero fa la Merica”, ed. Einaudi

-        Gilles Marchand, “Il soldato perduto”, ed. Neri Pozza

-        Priscilla Morris, “Le farfalle di Sarajevo”, ed. Neri Pozza

     Nguyễn Phan Quế Mai, “Dove vola la polvere”, ed. Nord

Vaddey Ratner, “Musica dei fantasmi”, ed O barra O

Abraham Verghese, “Il patto dell’acqua”, ed. Neri Pozza


lunedì 22 gennaio 2024

Jokha Alharthi, “L’albero delle arance amare” ed. 2023

                                                          Voci da mondi diversi. Oman

  storia di famiglia

Jokha Alharthi, “L’albero delle arance amare”

Ed. Bompiani, Trad. Giacomo Longhi, pagg. 192, Euro 17,10

     Londra. Nel dormitorio universitario Zuhur- è arrivata dall’Oman per studiare in Inghilterra- soffre di solitudine. E di sensi di colpa. La assilla il ricordo della nonna Bint ‘Amir (la figlia di Amir, il solo nome con cui l’abbiano conosciuta), il senso di colpa per non essersi girata quando questa la chiamava, supplicandola, ‘non ve ne andate’. Bint ‘Amir non era la sua vera nonna, ma era come se lo fosse. Aveva cresciuto suo padre Mansur che la chiamava Mah e si era presa cura di Zuhur, di sua sorella e del fratellino più piccolo, quando la loro madre era caduta in depressione dopo il parto. Era una nonna che aveva fatto loro anche da madre.

     La narrativa si svolge su due piani temporali- il presente a Londra tra gli studenti che arrivano dai paesi arabi e dal Medio Oriente e il passato in Oman, affollato di ricordi e di storie della famiglia di Zuhur. Il contrasto, di luogo, di clima, di culture, di stili di vita, non potrebbe essere più grande.


La sorella della migliore amica di Zuhur, una ragazza di una famiglia pakistana molto ricca, ha contratto un ‘matrimonio temporaneo’ (una forma di matrimonio che ha una scadenza, non accettato in tutto l’Islam) con un compagno di studi del corso di medicina. La differenza di ceto sociale tra i due giovani è enorme, perché lui appartiene a una famiglia contadina. È in Inghilterra con una borsa di studio e non ha intenzione di tornare in Pakistan da un padre violento delle cui sferzate porta le cicatrici sulla carne. Il racconto di questo amore di cui Zuhur è testimone, della sottile invidia che prova per quel rapporto così libero e passionale, del triangolo che si forma, di cui Zuhur è uno degli angoli, dell’innamoramento mai confessato della stessa Zuhur per il ragazzo, è il filone che fa da sfondo all’altra narrativa, alla storia di Bent ‘Amir, scacciata con il fratello dal loro padre su istigazione della seconda moglie di questi.


    Ha avuto una vita difficile e drammatica, Bent ‘Amir. Il fratello è morto presto perché non ha retto la fatica del lavoro, lei, cieca da un occhio, nella miseria più totale, ha finito per trovare alloggio da un parente caritatevole, il nonno di Zuhur. Bent ‘Amir entra ed esce dal racconto, dominandolo totalmente. È un personaggio femminile molto bello nella sua dedizione totale alla famiglia che l’ha accolta. Lei, che non è mai stata madre, che, come in uno scherzo della sorte, conosce per caso quando è vecchia l’uomo che l’aveva chiesta in matrimonio e che suo padre aveva respinto, diventa la figura della grande madre che ama senza riserve i bambini che le vengono affidati. Si dice addirittura che sia stata lei ad allattare Mansur e poi il figlio di questi, che il suo seno avvizzito di vecchia abbia stillato latte quando ha avuto vicino la testolina di un neonato. E allora le piante del suo giardino che crescono rigogliose sono un riflesso di questa cura degli altri, l’albero delle arance amare, che ha fatto frutti finché lei è rimasta in vita per poi avvizzire e morire, diventa un simbolo di lei stessa, un simbolo di vita piena e succosa, con quel frutto luminoso che ha un retrogusto un poco amaro, proprio come lei.



    

venerdì 19 gennaio 2024

Beatrice Salvioni, “La malnata” ed. 2023

                                                                     Casa Nostra. Qui Italia

          romanzo di formazione

Beatrice Salvioni, “La malnata”

Ed. Einaudi, pagg. 248, Euro 17,50

 

     Le prime pagine del romanzo opera prima di Beatrice Salvioni annunciano la fine- sulle rive del Lambro una ragazzina giace a terra, un ragazzo la schiaccia col suo peso, dall’acqua esce un’altra ragazza, pronta ad aiutare l’amica. Il corpo del giovane si accascia senza vita. Devono nascondere il cadavere. Come si è arrivati a questa violenza?

    Monza. 1936. L’autunno dell’anno precedente Mussolini aveva lanciato la Campagna d’Etiopia (chiamata anche Abissinia da una delle popolazioni)- megalomania, sogni di grandezza, desiderio di proclamare la superiorità della civiltà fascista, possibilità di spingere un’emigrazione verso ‘un posto al sole’, erano questi i moventi dietro la guerra.


La voce narrante di questa storia dell’Italia agli albori del fascismo è Francesca, bambina sulle soglie dell’adolescenza, figlia unica di genitori della media borghesia. Suo padre ha un cappellificio, è un uomo di poche parole, il suo silenzio lascia pensare a opinioni contrarie a quelle correnti, chiude gli occhi davanti alla palese scappatella della moglie, pensa ai guadagni che gli porterà la guerra. La madre è severa e bada alle apparenze- sua figlia deve comportarsi da ‘signorina per bene’. Quanto a lei, scompare da casa per ore intere e, quando ritorna, ha i capelli in disordine. Soltanto la domestica tuttofare manifesta il suo affetto per Francesca, il dettaglio commovente in cui, nella stanza da bagno, spiega a una bambina spaventata come usare per le perdite di sangue le strisce di stoffa che la madre le ha cacciato lì senza una parola, dice tutto sul suo cuore grande.

   E poi c’è la Malnata, la vera protagonista del romanzo, la ragazzina a cui guarda Francesca con ammirazione e invidia. Perché la Malnata non ha niente di quello che ha Francesca (i suoi abiti sono poco più che stracci, la sua famiglia è sulla soglia dell’indigenza) e tuttavia ha quello che Francesca non ha- libertà. Libertà di pensiero, di comportamento, di giochi, di compagnie. Francesca la guarda sempre giocare in riva al Lambro insieme a due ragazzi. Che cosa darebbe per unirsi a loro! E un giorno scende anche lei in riva al fiume. Per Francesca la Malnata ha un nome, si chiama Maddalena. Francesca non crede alle dicerie- che l’angioma che le corre sulla guancia sia il tocco del diavolo, che porti disgrazia a chi le si avvicina, che abbia causato la morte del fratellino e del padre.


    Diventano amiche, la Malnata e Francesca, per quanto le separi un abisso, per quanto impossibile possa sembrare. Francesca mente, Francesca esce di casa di nascosto, Francesca sfida le proibizioni. E apre gli occhi, inizia a vedere le cose in maniera diversa, la guerra non è un divertimento, i ‘signori’ della cui conoscenza sua madre si vanta non sono gente perbene. Francesca impara, che gli uomini fanno promesse che non mantengono, che si prendono quello che vogliono da una ragazza e poi la gettano via come merce avariata, che gli stessi che inneggiano alla guerra si sentono autorizzati ad usare la violenza soprattutto su chi è più debole.

   La fine del romanzo, in giorni come questi in cui l’Italia è scioccata da un ennesimo femminicidio, è importante e salvifica- dalla Malnata Francesca impara ad avere il coraggio della denuncia, di gridare forte, di farsi sentire.

 Con uno stile scorrevole ed accattivante, un romanzo di formazione a tratti ‘scontato’ ma che si legge bene.

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mercoledì 17 gennaio 2024

Ben Pastor, “La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora” ed. 2023

                                                                      cento sfumature di giallo

                                                  seconda guerra mondiale


Ben Pastor, “La finestra sui tetti e altri racconti con Martin Bora

Ed. Sellerio, trad. Luigi Sanvito, pagg. 403, Euro 16,00

 

     Lo aspettavamo. È tornato Martin, a pochi giorni di distanza dalla festività di san Martino, che sarebbe anche stato il suo compleanno, 110 anni per la precisione, come ci ricorda la sua autobiografia fittizia a fine libro.

“La finestra sui tetti” non ci fa incontrare Martin riprendendo la storia della sua vita a Salò, dove lo abbiamo lasciato nel 1944. Non è un epilogo, purtroppo dovremo restare con il fiato in sospeso per sapere che ne sarà di lui, se riuscirà a sfuggire alla Gestapo, se riuscirà a sopravvivere alla guerra, quali decisioni dovrà prendere. Il titolo del libro appena pubblicato da Sellerio procede con ‘e altri racconti con Martin Bora’. È una raccolta di racconti, dunque, stralci di vita di Martin raggruppati in due gruppi per due tempi diversi. Il primo vede Martin sul fronte orientale, nel secondo Martin si è spostato in Italia. C’è un nodo centrale in ognuno dei due tempi, qualcosa che, in maniera diversa, ha cambiato radicalmente la vita di Martin Bora. Stalingrado nelle storie sul fronte orientale, l’agguato dei partigiani che ha lasciato Martin menomato in quelle sul fronte italiano.


    Gli amici di Martin, noi lettori, sappiamo che c’è sempre un filone ‘giallo’, un’indagine di cui Martin si incarica, in tutti i romanzi. C’è sempre un morto su cui si indaga, uno su migliaia di altri morti intorno a cui non c’è nessuna indagine da fare, uccisi dalla guerra. È come se si volesse mantenere un bagliore di giustizia in un mondo in cui la giustizia pare essere scomparsa.

Le indagini di Bora sono per lo più un filone esile- si tratti dell’omicidio di una strega-prostituta in Ucraina,


di due vecchietti a Praga che scavano una fossa nel buio (pochi giorni dopo ci sarà l’attentato a Heydrich, il boia di Praga, l’organizzatore della Soluzione Finale), del maestro che denuncia il figlio, del delitto passionale nel veronese, del gioielliere ucciso per una spilla ‘nodo d’amore’, dello strano vecchietto che passa le giornate sempre sullo stesso treno- e il nostro interesse non è rivolto alla loro soluzione, piuttosto alle riflessioni di Bora, ai cambiamenti che lui stesso rileva su se stesso e sui suoi ideali.
Heydrich

Martin non è più il ragazzo che è partito baldanzoso per prendere parte alla guerra in Spagna nel 1937. Della Spagna affiora il ricordo costante di Remedios, la donna che gli ha fatto scoprire l’amore, il nome femminile che ricorre più spesso, insieme a quello della moglie Benedikta, Remedios che gli ha insegnato ad amare Benedikta. Aveva ragione il suo patrigno, però, riguardo a Benedikta. Il ricordo da struggente di nostalgia nei primi quattro racconti diventa amaro negli ultimi quattro. Doveva forse aspettarsi quello che sarebbe accaduto tra di loro, dopo che lei lo aveva supplicato di non tornare a Stalingrado, dopo che aveva smesso di scrivergli quando lui aveva perso la mano nell’agguato e non era più ‘integro’. Racconto dopo racconto, è un Martin sempre più disilluso, sempre più triste quello che continua a compiere il suo dovere, ponendosi sempre più domande sul significato di quello che accade, su come si possa restare umani in un mondo disumano, come si possa restare vivi quando si è visto tanta morte. E poi il rovello, il tormento che non gli dà pace, la morte del fratello- ne è lui responsabile, in qualche misura?

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domenica 14 gennaio 2024

Stefano Amato, "L'ultima candela di Krujë"- Intervista 2024

 

     

                                  


Sono stata in Albania, la scorsa primavera. Non per fare un soggiorno al mare ma per un tour che mi ha portato dal Nord al Sud del paese, con una guida preparata, bravissima. Davanti alla finestra della mia stanza, nell’albergo di Tirana, c’era la statua equestre di Gjorgi Kastriota Scanderbeg. Non sapevo nulla di lui quando sono arrivata, ne ho sentito parlare ogni giorno durante il viaggio e ne ho capito l’importanza per gli albanesi. Era una figura quasi mitica, un eroe. Quando è uscito il libro di Stefano Amato, ho pensato subito che dovevo leggerlo, che era un segnale per approfondire la conoscenza della storia di un paese che mi aveva incantato.

A che cosa è dovuta la forza con cui resiste il mito dell’eroe Scanderbeg? La necessità di un popolo di identificarsi con un eroe? Il ricordo di un pericolo del passato che deve servire come monito per il futuro?

    Dipende dal punto di vista. Ho scritto il romanzo da italo-albanese e non so se sia lo stesso punto di vista degli albanesi di Albania. Anche da noi c’è un forte legame storico con Scanderbeg, è un elemento che ha aiutato i profughi a mantenere la loro identità, un riscontro con le capacità che Scanderbeg ha avuto come principe del principato di Castriota, come diplomatico per i suoi contatti con gli aragonesi e un esempio per i profughi che sono arrivati dall’Albania. E sì, certamente, per gli albanesi è un monito- l’Albania è sempre stata minacciata dalla Turchia e poi dall’Unione Sovietica.


Che cosa l’ha spinto a ‘ripescare’ la figura di questo eroe?

     Più che ‘ripescare’ avevo voglia di cucire la storia dei miei antenati, degli albanesi che sono arrivati in Calabria, a Frascineto dove sono cresciuto.

Frascineto

Da bambino si parlava albanese e nessuno me ne spiegava il motivo, provavo curiosità per la storia della mia famiglia e per i motivi per cui gli italo- albanesi erano legati alla loro identità. Crescendo mi sono appassionato a questa storia e poi sono stato influenzato da Carmine Abate, dal suo libro “Le stagioni di Hora”. Volevo capire come era avvenuto l’esodo albanese in Italia e come si è tramandata la storia di Scanderbeg. Mi ha portato ad immaginare come potesse essere stato per una ragazzina che vive la fuga dall’Albania  e, per raccontarlo, sono partito dal mito di Scanderbeg.

In tutte  le statue e i dipinti che ho visto, Scanderbeg è un uomo imponente. Mi ha incuriosito il suo elmo: perché è sormontato da una testa di capra?

    Penso che si possa spiegare con uno degli aneddoti che si raccontano su Scanderbeg, riportato dallo storico ottocentesco Noli- durante una battaglia a Kruje Scanderbeg, per spaventare i nemici, mandò avanti un gregge di capre con delle torce accese legate sulla testa.


La bandiera dell’Albania, molto scenografica, ha un’aquila con due teste che guardano in direzioni opposte. Che cosa simboleggiano le due aquile?

     L’aquila bicipite viene dall’impero bizantino ed è stata ripresa dall’Albania quando era già turca. Le due teste rivolte in direzione opposta possono significare lo sguardo verso due aree geografiche diverse oppure il doppio potere, laico e religioso. E poi dobbiamo ricordare che il nome Albania viene dal nome Arberor che aveva nel Medio Evo. In epoca moderna è chiamata Stiperia, cioè terra delle aquile.

La seconda parte del libro sposta l’ambientazione del romanzo in Italia, più precisamente nella Calabria Citra- una denominazione che peraltro non conoscevo. Prima di tutto mi ha colpito la somiglianza tra le scene degli albanesi nel 1500 e quelle che sono ancora negli occhi di tutti, del 1991- la fuga e l’esilio sono delle costanti. Nella mente delle due protagoniste l’Italia rappresentava la pace, la fuga dalla guerra. Non era poi molto diverso da quello che rappresentava per gli albanesi di 500 anni più tardi.

     Sicuramente. A differenza però dall’emigrazione degli anni ’90 c’era un accordo politico tra il Regno Aragonese e Scanderbeg- il re Ferrante mandava aiuti militari e in cambio gli albanesi conquistavano le terre occupate dai turchi per darle al regno di Napoli. Gli immigrati albanesi erano malvisti, venivano chiamati con un termine cattivo, ‘i cagnoli’, i branchi di cani. C’è una predisposizione innata negli uomini a giudicare negativamente chi parla un’altra lingua o professa un’altra religione.

Lei è cresciuto nella comunità arbëreshë. Vorrei che ce ne parlasse. È una comunità chiusa? È numerosa? Parlano ancora albanese? Sono tante domande…


    Oggi no, non è una comunità chiusa, oggi tutto è diverso, rispetto anche ai racconti di mia nonna che è nata nel 1940 e di mia mamma che è del 1960. Mia nonna parlava solo in albanese e un poco in dialetto calabrese. Facevo fatica a capirla. Fino al secondo dopoguerra era una comunità chiusa, arretrata, basti pensare che il metano per il riscaldamento è arrivato solo nel 2000. Incredibile. La mia generazione però – io sono nato nel 1987- è diversa. Siamo cresciuti con la RAI e con la televisione. Era cambiato l’obbligo scolastico e l’italiano era diventata la prima lingua. L’obbligo scolastico e la televisione hanno fatto la differenza. E poi, dal secondo dopoguerra è iniziata una emigrazione verso la Svizzera e la Germania e la popolazione si è ridotta. Sono zone depresse e molti vanno via, anche io sono andato via per lavoro.

Si sono integrati? I matrimoni sono solo tra albanesi o sono misti?

    In passato i matrimoni erano solo tra arbëreshë, c’era diffidenza verso gli italiani che venivano chiamati ‘latini’- adesso con il termine ‘latini’ ci si riferisce agli stranieri. C’era una diffidenza etnica verso le persone della Calabria. Poi, gradualmente, sono diventati comuni i matrimoni misti.

Che religione professano?

      Per quello che riguarda la religione, apparteniamo alla Chiesa Uniate che segue il rito greco-bizantino, con vescovi eletti dal Papa. È simile alla chiesa ortodossa, segue il calendario greco-bizantino, i preti possono sposarsi, l’iconostasi è davanti all’altare, la ricorrenza dei morti viene celebrata nella settimana prima della Quaresima, però riconosce come capo il Papa di Roma.


Ci sono altre comunità arbëreshë nel Sud Italia?

    In provincia di Cosenza ci sono 36 comunità, ce ne sono altre in Sicilia, in Basilicata, in Puglia e in Campania- sono i discendenti dei primi immigrati. Nel ‘700 si stabilirono altre comunità in Abruzzo e in Molise. Nel Nord arrivarono dopo, in provincia di Piacenza..

Nella cultura albanese c’è una cosa che mi affascina, una cosa di straordinaria importanza- la besa. Basta pensare che, per via della besa, durante la seconda guerra mondiale l’Albania, unico tra i paesi europei, non ha consegnato i suoi 2000 ebrei ai nazisti. Può parlarcene?

    La Besa- la traduzione in italiano sarebbe ‘Promessa’, ma ha un significato più viscerale, la Besa è la parola data. Ha mantenuto il significato come ‘patto di sangue’, è una promessa che prevede rispetto della persona e, se la promessa non viene mantenuta, difficilmente ci si riappacifica. In passato si arrivava anche ad azioni violente. Ha qualcosa in comune con il codice d’onore del Sud dell’Italia. La Besa è istituzionalizzata dal kanun, il Codice. Si vuol sottolineare l’impegno che si prende con qualcuno e dipende dal valore che si dà alle promesse. Ha avuto valore per creare un ordine sociale. Nel passaggio dall’impero bizantino all’impero ottomano definire le regole sociali fu di vitale importanza: la promessa in momenti di incertezza sociale è basilare.

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