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mercoledì 7 giugno 2023

Gilles Marchand, “Il soldato perduto” ed. 2023

                                             Voci da mondi diversi. Francia

                                              prima guerra mondiale


Gilles Marchand, “Il soldato perduto”

Ed. Neri Pozza, trad. Sonia Folin, pagg. 172, Euro 17,00

    Una storia d’amore. Una storia di guerra. Una storia d’amore e di guerra non può che essere tristissima e, tuttavia, può anche riempirci il cuore, se vogliamo credere che, dopo tutto, esiste l’amore per sempre.

    1925. Parigi. Il narratore ha appuntamento in un ristorante con la signora Jeanne Joplain. Gli avrebbe dato l’incarico di trovare suo figlio Emile disperso in guerra. Non aveva più sue notizie dal 1916. Lei, però, sapeva che lui era vivo e non si sarebbe arresa.

   Qualcosa sul narratore, prima. La sua guerra è stata breve. Aveva perso una mano quasi subito, nel 1914. Era ovvio che non poteva più combattere, ma poteva ancora rendersi utile, ovunque ci fosse bisogno di un invalido volonteroso nelle zone di guerra. Dopo la fine del conflitto si era occupato di ricerche per riabilitare i militari che erano stati fucilati “per l’esempio”.

    Qualcosa su Emile Joplain. Di famiglia altolocata, si era innamorato giovanissimo di Lucie Himmel, la ragazzina alsaziana che faceva la servetta presso sua nonna. “Bello come un principe e un poeta”, come lo descriverà in seguito Lucie a tutti quelli a cui chiedeva di lui.

   Qualcosa su Lucie Himmel che i genitori avevano mandato a servizio a quattordici anni, sperando in un futuro migliore per lei. La famiglia di Lucie era come quella di tanti altri in Alsazia- erano nati francesi, poi diventati tedeschi: a chi dovevano fedeltà? Chi era il loro nemico? D’altra parte i soldati francesi stessi si facevano la stessa domanda- perché combattevano per restituire l’Alsazia alla Francia? Lo volevano veramente, gli alsaziani?


    Era chiaro che l’amore tra Emile e Lucie era impossibile. Era chiaro che Madame Joplain si sarebbe opposta, che Lucie sarebbe stata rispedita a casa. Emile non si era dato per vinto. Poi era scoppiata la guerra.

    Inizia la ricerca del narratore che deve subito affrontare il silenzio di Madame Joplain riguardo a Lucie. Perché chiedere di lei? che c’entra Lucie? Quella è una vecchia storia. Non è vero che il figlio scriveva ogni giorno lettere a Lucie, era a lei che scriveva. È una ricerca che sembra il gioco del domino, passa da una testimonianza all’altra, da qualcuno che ha incontrato Emile in un posto e racconta un frammento della sua vicenda facendo il nome di un altro commilitone che lo ha conosciuto e che forse ne sa di più, a questo e poi ad un altro ancora e ancora ad un altro. E intanto un’altra figura emerge costantemente da queste storie e già il narratore ne aveva sentito parlare- quella della Figlia della Luna che di notte vagava nella ‘terra di nessuno’, avvicinandosi ai corpi dei soldati feriti o morti. Cercava il fidanzato bello come un principe, un poeta, sembrava passare indenne tra i proiettili nemici, i soldati moribondi pensavano di aver visto la Madonna.

    Che fine aveva fatto Emile? Era vivo ed era partito per il Canada o era morto? E che fine aveva fatto Lucie? Le ricerche durano più di quindici anni, durano fino a quando nessuno può più credere che la guerra che doveva mettere fine a tutte le guerre sia servita a qualcosa, e la risposta alle domande arriva per caso, nel racconto epico di un fisarmonicista cieco che sembra essere un novello Omero.

memoriale di Vimy

    “Il soldato perduto” è un romanzo sull’insensatezza delle guerre, sul sacrificio immane e inutile di milioni di vite umane, sullo stravolgimento dell’esistenza e sull’inganno del patriottismo, di quel dulce et decorum est pro patria mori . E’ anche un romanzo sull’amore che rende forti, bisogna credere nell’amore- ecco, per amore si può anche donare la propria vita. E, come contrappunto alla storia di Emile e Lucie, c’è quella del narratore con Anna. Quanto tempo sprecato, quanto tempo non vissuto insieme, senza pensare che si deve cogliere il momento perché non si sa che cosa il destino abbia in serbo.

    Crudele e poetico, molto bello.

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lunedì 4 aprile 2022

Paolo Malaguti, “Il Moro della cima” ed. 2022

                                                          Casa Nostra. Qui Italia

           biografia romanzata

           prima guerra mondiale

Paolo Malaguti, “Il Moro della cima”

Ed. Einaudi, pagg. 280, Euro 19,50

 

    Il Monte Grappa. Anzi, ‘la Grapa’, come la chiama il Moro- e come è stata sempre chiamata fino a quando, dopo la Grande Guerra, ha preso l’articolo maschile, così come pure la Piave, la Livenza, la Brenta, hanno cambiato genere: potevano un monte o un fiume sacri alla Patria, eroi alla pari dei soldati che avevano combattuto, essere altro che di genere maschile?

     Il Moro, al secolo Agostino Faccin, nato nel 1866 e morto nel 1951.


  Sono il Moro e la Grapa i due protagonisti, eccezionali, del nuovo libro di Paolo Malaguti in cui lo scrittore ritorna ad un tema che gli è caro- la prima guerra mondiale- e che già aveva esplorato nei precedenti “Sul Grappa dopo la vittoria” e “Prima dell’alba” (ne suggerisco la lettura a chi non li conoscesse). E, a più di cento anni dal conflitto che inaugurò un nuovo modo di fare la guerra e mentre si sta combattendo un’altra guerra, il romanzo di Malaguti ha su di noi un effetto straniante, come se non si fosse mai finito di combattere, su un fronte o su un altro, lungo una direttiva che dal centro Europa passa attraverso i Balcani arrivando in Ucraina.

    Il Moro è, dunque, veramente esistito. Un uomo rude e senza cultura che, fin da ragazzino, guardava verso l’alto, verso le vette che dominavano il paese in cui viveva con la famiglia, desideroso di spazio, di aria, di vuoto, di libertà. Non faceva per lui coltivare i campi ed era stato grato al padre quando questi aveva accettato di mandarlo a badare alle vacche sui pascoli, durante l’estate. Aveva undici anni e si era innamorato della montagna. Aveva fatto il servizio militare, si era sposato, erano nati i figli ma, per fortuna, la moglie aveva capito: il Moro- come tutti avevano iniziato a chiamarlo per il colore della pelle esposta all’aria e al sole e per la barba scura- amava la montagna, non riusciva a starne lontano.


     Paolo Malaguti si avvale del privilegio dello scrittore per riempire gli spazi vuoti delle conversazioni, dei pensieri, dei sentimenti del Moro, raccontandoci, la sua lunga vita che aveva preso una piega diversa quando gli era stato affidato l’incarico di fare il guardiano del rifugio costruito in cima alla Grapa. Era stato titubante prima di accettare, gli era sembrato un sacrilegio, sia costruire un rifugio sia favorire l’ascesa ai dilettanti della montagna. Poi aveva assunto il ruolo quasi di un sacerdote- lui era il guardiano, il difensore della sua montagna. Chi meglio di lui conosceva i sentieri, sapeva segnalare i percorsi pericolosi, raccontare storie che erano diventate leggende?

     La guerra, poi. Il fronte che arretrava, la paura per il figlio maggiore che era stato arruolato, la disfatta di Caporetto, la resistenza estrema sulla Grapa. Il libro, che era iniziato in un’atmosfera quasi idilliaca pur con le asprezze della vita contadina, cambia tono, precipita nell’orrore di una guerra in cui si combatte guardandosi in faccia, contro il nemico, contro il freddo, contro il rischio di congelamento, contro le malattie. Ed è un incubo senza fine, perché prosegue nel ‘dopo’, nella ricerca dei corpi, nello strazio dei genitori in cerca dei figli, nel commercio di tutti gli scarti rimasti sulla montagna, nella costruzione non di uno ma di ben due sacrari che per il Moro sono l’ennesima ferita inferta alla sua montagna, quello sventramento che la rende irriconoscibile.


    Paolo Malaguti è riuscito con il suo talento a calarsi nel personaggio del Moro, a farlo rivivere per noi. Non è lo scrittore del secondo millennio che parla, ma è il montanaro che usa il dialetto, che riflette con un buon senso terra-terra, che osserva la guerra dall’esterno e dal basso, che si permette di scherzare sul ‘Firmato’ Cadorna, sul piccolo Re (piccolo per statura e piccolo come regnante), sul Vate Orbo che arriva, anche lui, sulla Grapa. E il Moro azzarda anche, su questi ‘grandi’, una vendetta personale che sa di scherzo e di ‘afrore peccaminoso’, come dice D’Annunzio.

   Il libro, però, non è solo questo. Attraverso la storia della vita del Moro Paolo Malaguti ci racconta la Storia d’Italia e della sua gente più umile, quella avvezza ad obbedire e a combattere e a morire, ad onta della retorica del ‘dulce et decorum est pro patria mori’. E poi è un poema d’amore al monte Grappa che arriviamo a conoscere, con i suoi declivi, le sue rocce, i suoi sentieri impervi, i cieli infiniti che si aprono sopra la sua vetta- monte Grappa, tu sei la mia Patria, diceva la canzone che ci facevano cantare a scuola. Tanto tempo fa. 

    Un libro assolutamente da leggere. Un libro che tutti dovrebbero leggere.

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A breve seguirà intervista con l'autore.



sabato 4 luglio 2020

Ilaria Tuti, “Fiore di roccia” ed. 2020


                                                         Casa Nostra. Qui Italia
   prima guerra mondiale

Ilaria Tuti, “Fiore di roccia”
Ed. Longanesi, pagg. 241, Euro 18,80 Formato kindle 9,99)

  Lo chiamano ‘fiore di roccia’ o ‘stella alpina’. Lo conosciamo con il nome di ‘Edelweiss’ ricordando Julie Andrews che cantava la canzone in “Tutti insieme appassionatamente”. È un fiore raro e prezioso, diverso da qualunque altro con quei petali vellutati. Nel linguaggio dei fiori significa ‘coraggio’. Quanto coraggio, di quello che non ha bisogno di parole per spiegarlo, quello delle Portatrici carniche della Grande Guerra.
    Nel suo nuovo romanzo “Fiore di roccia”, Ilaria Tuti ci racconta la storia vera di donne, vecchie, giovani e giovanissime, che furono ‘reclutate’ nei villaggi ai piedi delle pareti di roccia della Creta di Timau dove, lassù in vetta, lungo il confine tra Italia e Austria, passava il fronte durante la prima guerra mondiale. Un dettaglio che avrà la sua importanza nel libro: questa è un’area in cui si parla, fin dal medioevo, un particolare dialetto carinziano molto simile al tedesco. E c’è un personaggio vero che possiamo immaginare in uno di quelli di cui leggiamo in queste pagine: Maria Plozner Mentil,
morta il 15 febbraio 1916, colpita da un cecchino austriaco mentre si riposava con un’amica dopo aver consegnato il carico della sua gerla agli alpini. I suoi resti sono conservati nel tempio Ossario insieme a quelli degli altri caduti al fronte, una caserma è intitolata a suo nome e il Presidente Scalfaro le conferì una medaglia d’oro al valor militare nel 1997, come rappresentante di tutte le Portatrici.
     Il lavoro di Ilaria Tuti per fissare nella memoria il ricordo di queste donne è importante  e necessario. Perché la guerra è sempre stata degli uomini, perché quanto hanno fatte le donne, sia come crocerossine negli ospedali da campo, sia- in maniera del tutto trascurata e sottovalutata- per ‘tenere il fronte’ a casa (c’è una bellissima canzone inglese, Keep the home fires burning, che sottolinea il valore del ruolo femminile come sostegno psicologico per gli uomini in battaglia che pensano a madri e mogli che ne aspettano il ritorno), è sempre stato considerato secondario. Le Portatrici carniche salivano in vetta al mattino presto dopo aver riempito le gerle di munizioni, pezzi di armi, viveri- un carico il cui peso poteva arrivare a 40 kg. Gli spallacci delle gerle incidevano la carne, la schiena urlava dal male, il freddo mordeva le mani. Ai piedi calzavano le scarpitz, le pantofoline con la suola di tessuto che faceva presa sui sassi nell’ascesa.
Si arrampicavano come capre in un percorso che non era senza pericoli perché i cecchini, ‘i diavoli bianchi’, erano in agguato. Prima di partire avevano già svolto una parte dei lavori necessari con le bestie o nei campi. Al ritorno non le aspettava il riposo dopo la fatica, ma altri lavori, anche lavare gli indumenti che erano stati loro affidati dagli alpini. Alcune di loro- come Maria Plozner- avevano bambini piccoli, altre, come la protagonista voce narrante, avevano genitori anziani di cui prendersi cura.
     In vetta si combatte, in una battaglia disperata il fronte cade e poi viene riconquistato. I morti- sono tutti giovani- vengono portati dalle donne in paese su slitte, per essere seppelliti. Le Portatrici proseguono il loro combattimento, contro la fame e la fatica e, sì, la paura. E poi c’è un’altra battaglia ancora- quella contro i traditori, contro coloro che si sentono più austriaci che italiani, oppure che, più semplicemente, passano nelle file dei più forti.

     “Fiore di roccia” è costruito su testimonianze e fatti storici veri e poi la scrittrice aggiunge del ‘suo’- molti dei dettagli che riguardano le portatrici, perfino i loro sentimenti, sono veri; inventato è il personaggio di Agata Primus (con un cognome preso a prestito da una portatrice realmente esistita) e tutta la storia che la riguarda. È un bel personaggio che, con la sua forza e intelligenza, ben si contrappone a quello del capitano degli alpini- l’omaggio che questi le fa, di un fiore di roccia, è un riconoscimento di parità
Debole e inadeguato è, invece, il finale sentimental-rosa che sarebbe stato meglio evitare: il significato dell’insensatezza della guerra tra gente che parla quasi la stessa lingua, era già chiaro.

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martedì 16 giugno 2020

Jennifer Johnston, “Quanto manca per Babilonia?” ed. 2020


                                Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda
                                                               prima guerra mondiale



Jennifer Johnston, “Quanto manca per Babilonia?”
Ed. Fazi, trad. M. Bartocci, pagg. 198, Euro 18,00


How many miles to Babylon?/ Three scores miles and ten/ Can I get there by candle-light?/ Yes, and back again.

  Sono le parole di una canzoncina per bambini in cui a volte la destinazione (Babylon che forse è una storpiatura di Babyland) è stata cambiata con il nome di un’altra città. Quelle che sono sempre rimaste uguali sono la domanda e la risposta finali, quell’ansioso ‘riuscirò ad arrivare per l’ora di sera?’ e la rassicurante risposta, ‘sì, anche tornerai’. Parole che ritornano spesso in mente ad Alec, quasi un inconscio desiderio di ritornare all’infanzia, al tempo in cui la maggiore paura è quella del buio e però una voce amorevole ti conforta scacciando le ombre.
    Irlanda, prima che l’Isola di Smeraldo acquistasse l’indipendenza. Alec appartiene ad una famiglia ricca, protestante, filo britannica. È figlio unico, un precettore viene a casa a fargli lezione- sua madre non vuole che si allontani per frequentare una scuola come è tradizione per i ragazzini inglesi di buona famiglia. E Alec è molto solo.
dal film
    Il romanzo di Jennifer Johnston inizia con delle parole che non permettono dubbi: “Mi hanno lasciato i miei taccuini, carta, penna e inchiostro, perché sono un ufficiale e un gentiluomo. Così, scrivo e aspetto.” Non ci vuole molta immaginazione per capire che cosa il protagonista stia aspettando. Ci resta da capire il perché della fine drammatica che gli è riservata. E i ricordi del passato iniziano proprio con una frase che dice tanto, “Da bambino ero solo”. Solo con una madre molto bella (che sa di esserlo) e molto egoista, con un padre affettuoso  a cui la moglie rimprovera di essere vecchio e a cui si rivolge con un tono sempre brusco e sprezzante. Quando Alec aveva conosciuto Jerry, aveva incontrato un amico per la prima volta in vita sua. Un ragazzo della sua età, figlio di lavoranti sulla terra del padre di Alec, con cui nuotare nel laghetto o uscire a cavallo. Era impossibile che sua madre glielo lasciasse frequentare. Impossibile. Un bifolco con le unghie sporche di terra. Un irlandese. Un cattolico. In qualche maniera il filo della loro amicizia resiste, finché…

     Allo scoppio della prima guerra mondiale la posizione dell’Irlanda è chiara e nello stesso tempo ambigua. In quanto sudditi dell’Inghilterra gli irlandesi sono tenuti ad arruolarsi nell’esercito britannico e però i tempi della sudditanza stanno scadendo. Parnell è già morto, ma resta un eroe. I nazionalisti, i ‘ribelli’, lottano per l’indipendenza dell’isola, la Rivolta di Pasqua, nel 1916, fu sedata nel sangue ma fu ugualmente una pietra miliare nella strada verso l’indipendenza. E allora per chi si arruola la possibile accusa di tradimento può venire da due parti. È la Storia che dobbiamo tenere a mente leggendo il romanzo di Jennifer Johnston, perché è una sorta di traccia nascosta sotto la vicenda principale, ci fornisce un’interpretazione aggiunta per l’astio nei confronti di Jerry, sia da parte della madre di Alec prima, sia poi dai suoi superiori nell’esercito. Jerry è il primo ad arruolarsi. Lo fa per la paga che riceverà e- lo dice apertamente- per farsi un’esperienza che gli servirà poi per servire la sua patria. Anche Alec si arruola, per ben altri motivi. Lui, che non aveva proprio alcuna intenzione di andare a farsi ammazzare, che non provava nessuna lealtà verso l’Inghilterra, si arruola dopo essersi ubriacato insieme a Jerry. Lo ha spinto sua madre, per una malsana ambizione, per vantarsi di avere un figlio al fronte. E riesce a vincere la riottosità del figlio usando un argomento che ce la fa disprezzare. Come la disprezza Alec. È una fortuna che, nell’inferno delle trincee nelle Fiandre, Alec e Jerry siano nello stesso battaglione? Oppure è il contrario, un destino avverso che sarà fatale per entrambi?

     “Quanto manca per Babilonia?” è un libro breve e compatto che si svolge per lo più con dialoghi. È quello che le parole non dicono che noi dobbiamo ascoltare. È un libro che parla di solitudine e di povertà, di amore filiale e del suo opposto, di coraggio e di paura, di amicizia. L’amicizia tra Alec e Jerry, che supera le barriere sociali, è del tipo che si instaura tra due ragazzi  che si trovano bene insieme, che sono legati anche, paradossalmente, dalla distanza sociale che c’è tra di loro, da quella sottile invidia buona per quello che ognuno di loro ha e l’altro no. Se c’è attrazione omoerotica tra di loro, sono gli altri che la percepiscono perché ne hanno paura per un lascito del vittorianesimo, perché sono così meschini da non saper concepire il valore di un affetto in equilibrio tra amicizia, fraternità, amore. E si ha l’impressione che è per questo che Alec e Jerry vengono puniti. La fine era annunciata e attesa dall’inizio.
     Intenso e drammatico. Una bella lettura.

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martedì 17 marzo 2020

Daniel Mason, “Soldato d’inverno” ed. 2020


                            Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America
                                                     prima guerra mondiale

Daniel Mason, “Soldato d’inverno”
Ed. Neri Pozza, trad. Ada Arduini, Euro 18,00, ed. Kindle 9,99

     Febbraio 1915. Lucius è l’unico passeggero a scendere dal treno in una stazioncina semisepolta dalla neve a cinque ore a est di Debrecen, in Ungheria. Un ussaro lo aspetta, con due cavalli. Si avviano verso nord, con la neve che fiocca. “Da qualche parte, laggiù, c’erano Lemnowice e l’ospedale di reggimento della Terza armata nel quale avrebbe prestato servizio.”
      Questo l’inizio del romanzo- stupendo- di Daniel Mason, “Soldato d’inverno”.
Lucius, ventidue anni, è il sesto figlio (quello nato per sbaglio) di una ricca e nobile famiglia polacca che abita a Vienna. Lui si vergogna un poco delle sue origini che cerca di nascondere e, tra lo sconcerto dei genitori, ha scelto di studiare medicina- la sua passione. Allo scoppio della guerra Lucius non è ancora laureato ma si arruola, rendendo felice il padre, che è stato ferito a Custoza e parla di vecchie glorie, e la madre, che è contenta di trincerarsi dietro quel figlio che combatte per l’Impero mentre la loro famiglia si arricchirà durante la guerra con i proventi delle miniere.

     Dire che c’è un ospedale a Lemnowice è un’esagerazione. C’è una chiesa convertita in ospedale, con un grande foro nel soffitto e un cratere nel pavimento. C’è un tavolo operatorio formato da due panche accostate. Una suora (l’ultima infermiera rimasta) lo riceve con un fucile in mano. C’era un dottore, forse è impazzito e comunque è scappato. Nessun libro di testo aveva preparato Lucius a quello che lo aspetta, tanto più che l’unica volta che aveva messo le mani su un paziente era stato per levargli un enorme tappo di cerume da un orecchio. Arti da amputare, mandibole mancanti, ossa craniche spaccate- per elencare alcuni casi. Oltre a quel male che verrà poi chiamato Stress Post Traumatico, che rendeva i soldati catatonici, che li faceva urlare in preda agli incubi nella notte. Era una fortuna che Lucius si fosse fratturato un polso alla partenza, anche se allora aveva maledetto la sua caduta sul ghiaccio. Così poteva affiancare Sorella Margarete e imparare da lei che chissà da chi aveva imparato. Sembrava sapere tutto, era capace di fare tutto, segare e amputare, ricucire e diagnosticare, sempre presente, infaticabile, serena e perfino allegra, energica e dolce. Combattono insieme, Margarete e Lucius, la loro guerra contro la Grande Mietritrice che può nascondersi anche sotto l’aspetto dei temutissimi pidocchi o dei ratti. Strappano alla morte i soldati che continuano ad essere scaricati in quella chiesa-ospedale per poi assistere impotenti a vederseli portare via per essere rimandati al fronte, ad una seconda morte. E c’è un soldato che Lucius si rifiuta di consegnare. Doveva aver subito qualche indicibile trauma, a giudicare dalle condizioni in cui era arrivato. Aveva fatto il suo bene, Lucius, a trattenerlo? È questo un punto chiave della trama, quello che dà una svolta al romanzo, insieme al prevedibile cambiamento nei rapporti tra Lucius e Margarete.

       Ogni pagina, ogni parola del “Soldato in inverno” è puro piacere. L’ambiente elegante della Vienna asburgica, così come l’approccio antiquato alla medicina del vecchio professore di Lucius sono descritti con lieve ironia; il viaggio dell’inesperto Lucius prima e quello di un paio d’anni più tardi sembrano uscire da un libro di avventure, scritto però da qualcuno che ha l’occhio del poeta o dell’artista nel vedere i colori del bosco o i voli del corvo o nel sentire il rumore della neve che cade; l’empatia di Lucius nei confronti dei soldati feriti, la leggerezza delle sue mani sul loro corpo, la dedizione con cui si prende cura di Margarete dopo la sceneggiata da lei fatta per impedire un altro rastrellamento di soldati, fanno di lui un personaggio che amiamo e che vorremmo vedere felice. Quanto a Margarete- è indimenticabile, è unica, capace di imbracciare il fucile e di incredibile dolcezza. E ci riserba delle sorprese, compresa quella del finale che riequilibra tutto, che porta la pace interiore in un mondo che sta gustando la pace dopo quattro anni di guerra.

      Un libro bellissimo. Un romanzo di formazione in cui il rito di passaggio all’età adulta non è una sola morte ma una carneficina, una storia di guerra e una grande storia d’amore. Di Amore vero.

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lunedì 2 settembre 2019

Alex Capus, “Una questione di tempo” ed. 2019


                                                            Voci da mondi diversi. Svizzera
                                                         prima guerra mondiale

Alex Capus, “Una questione di tempo”
Ed. Keller, trad. Franco Filice, pagg. , Euro 17,00

     Inizia dalla fine, il romanzo basato su un frammento di storia vera dello scrittore svizzero Alex Capus. Inizia con un uomo, Anton Rüder, che giunge in vista dei binari di una ferrovia. Sono dieci giorni che fugge nella savana. E’ stremato. Sente odore di pappa d’avena. Neppure vede i soldati inglesi intorno al fuoco. Si precipita sul pentolone, fugge, si inciampa, cade, lecca il cibo che si è rovesciato addosso, piomba nel sonno: sappiamo che è vivo, che questo personaggio che ancora non conosciamo deve essere sopravvissuto ad una terribile avventura. Ci prepariamo a leggerla.
    E’ il novembre del 1913 e tre maestri costruttori di navi ricevono l’ordine dell’Imperatore Guglielmo di smontare la nave a vapore Götzen, trasportarla nelle colonie tedesche dell’Africa orientale e rimontarla sulle sponde del Lago Tanganica. E’ un lavoro ben pagato, i tre staranno lontani da casa per un annetto, ne vale la pena.
   
In Inghilterra il comandante Geoffrey Spicer-Simson deve obbedire ad un ordine analogo che, però, sfiora l’impossibile: trasporterà due piccole imbarcazioni, a cui lui darà il nome assurdo e ridicolo di Mimi e Toutou, prima per mare fino a Città del Capo e poi via terra, su un sentiero non battuto nella giungla, fino all’altra sponda, quella inglese, del Lago Tanganica. Perché intanto è scoppiata la guerra, le due bagnarole inglesi devo assolutamente mettere fuori gioco la nave tedesca, l’unica di cui sono a conoscenza, più vecchia e più piccola della Götzen.
    La narrazione segue questi due filoni e il tono di ognuna è molto diverso. Quando i tre tedeschi arrivano in Africa, un nuovo mondo si spalanca davanti a loro- si scontrano con la rigida disciplina dell’esercito (il tenente capitano von Zimmer è decisamente antipatico e arrogante), vedono (e non approvano) l’atteggiamento colonialista, imparano ad apprezzare la natura selvaggia, il cibo, la compagnia di quegli uomini (e anche delle donne) che hanno la pelle diversa da loro ma con cui si intendono benissimo. E si crea una spaccatura: gli indigeni disprezzati e trattati come esseri inferiori da von Zimmer e da coloro che questi rappresenta, rispettano e diventano amici dei tre lavoratori tedeschi. Davanti alle lacrime di Anton Rüder, sconvolto dalla sua prima esperienza di guerra, l’elegante guerriero Masai dice: lascialo piangere. Ogni giovane guerriero dopo la prima battaglia è addolorato per aver perso l’innocenza. È un fatto normale e necessario. E dopo, E’ sbagliato mandare in guerra dei costruttori di navi: siete dei bravi operai, non guerrieri.

    Il filone ‘inglese’ ha da subito un tono fortemente ironico che sfocia nel comico. Perché Spicer-Simson è uno sbruffone e un gradasso, è ridicolo nei suoi atteggiamenti e tale appare agli occhi degli altri. Le sue imprese prima della spedizione in Africa lo coprono di vergogna, tanto da venire destituito. Ma chi altro potrebbe accettare un incarico così assurdo e disperato come quello che gli viene affidato? E qui Spicer-Simson si riscatta. Non solo perché, nonostante le sue spacconate, dimostra di essere un bravo comandante, ma anche perché si ridimensiona e, stranamente, il giudizio che lui dà di se stesso cambia in maniera inversa a come cambia l’opinione che gli altri hanno di lui.

    “Una questione di tempo” è un libro che si legge sospinti dal desiderio di sapere di più, di scoprire che cosa accadrà- e questo è straordinario perché in realtà noi sappiamo dall’epilogo in apertura che tutto finirà molto male. Ma vogliamo sapere come verrà orchestrata questa guerra assurda da un lato e dall’altro del lago. Assurda perché- che cosa stanno facendo tedeschi, belgi e inglesi sul Lago Tanganica? Che cosa ha a che fare tutto questo con una guerra che si combatte a migliaia di chilometri da qui, con accordi finali su cui ben poco influiranno una o due navi affondate nel Lago Tanganica?
    Piace l’atmosfera, piacciono i personaggi (anche quelli di colore), piace quel non so che di avventuroso, piace la comicità che trasforma la realtà in assurdo.

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Alex Capus sarà presente al Festival della Letteratura di Mantova





mercoledì 15 maggio 2019

INTERVISTA A DAVID DIOP, autore di “Fratelli d’anima” 2019


                                       Voci da mondi diversi. Africa
                                        Voci da mondi diversi. Francia
                                         prima guerra mondiale


    Ho intervistato David Diop al Salone del Libro di Torino. Non gli era stato ancora conferito il premio Strega Europeo 2019, ma, ugualmente, era una figura di rilievo al Salone- attirava gli sguardi, per l’aspetto aitante, il sorriso aperto, gli occhi vivaci. E, durante l’intervista, mi ha colpito la sua intensa partecipazione, la maniera in cui ascoltava le domande e poi rispondeva, soppesando le parole, spiegando che parlava lentamente perché voleva riflettere.
    Un premio meritatissimo, il suo. 

Il Suo cognome è uguale a quello di uno dei protagonisti del romanzo: è una storia che appartiene alla Sua famiglia?
     Ho scelto questo nome perché in Senegal, e in tutta l’Africa occidentale, esiste una specificità culturale che si chiama ‘parentela per gioco’. Questa parentela per scherzo permette ai membri di più famiglie diverse di prendersi in giro senza che poi ne segua una vendetta o altre conseguenze. Ho voluto che Alfa si prendesse gioco di qualcuno nel momento sbagliato. Alfa ha fatto proprio questo: ha preso in giro il quasi fratello Mademba nel momento sbagliato. Alfa ha detto delle parole che uccidono nell’ambito della guerra e quindi ha fatto uccidere Mademba Diop. No, non ho antenati che siano stati tiratori senegalesi. Alfa non avrebbe dovuto farsi beffe di Mademba nel momento dell’attacco: è il motivo per cui lo scherzo ha assunto un significato diverso. E’ questo che è alla base della colpevolezza del personaggio: le sue parole hanno ucciso il suo più che fratello e si trattava solo di una presa in giro sul suo coraggio.

Che cosa, in Lei scrittore, e che cosa, in Lei uomo, ha fatto scattare la decisione di scrivere questo romanzo?
   In quanto uomo c’è il ricordo del mio bisnonno che era un soldato francese ed è stato vittima dei gas tossici impiegati dai tedeschi durante la prima guerra mondiale.
Come uomo ero interessato alla prima guerra mondiale perché questo bisnonno che non ho conosciuto non ha mai raccontato nulla. È tornato e non ha mai parlato per non rivivere momenti terribili. Per questo mi interessa questa guerra, per il silenzio di quest’uomo.

    In quanto scrittore mi sono chiesto se ci fossero testimonianze di questa guerra da parte di tiratori senegalesi. Ce ne sono pochissime. Si tratta per lo più di lettere che non rivelano l’intimità del soldato con la guerra e la sua atrocità. Ho deciso di inventare delle lettere fittizie di un tiratore senegalese. E ho voluto creare il personaggio di un soldato che non parla francese e viene dalla campagna. Poiché Alfa è un contadino e non sa il francese, ho scelto lo psico-racconto: è un racconto dentro il pensiero del personaggio senza alcuna mediazione, nemmeno la mediazione fittizia delle lettere, perché il lettore ed io potessimo irrompere nell’intimità del personaggio principale. Io sono il primo traduttore del pensiero di Alfa. E ho scelto questo punto di vista narrativo per risuscitare l’emozione che ho provato leggendo le lettere dei soldati poilus- un termine informale per definire i fanti dell’esercito- che sono state raccolte da uno storico, Jean Pierre Guéno, nel 1998.

Lei parla dei soldati senegalesi chiamandoli ‘tiratori’. Perché?
   Il nome “tiratore-fuciliere” è stato dato alle prime truppe nere costituite in Senegal dal generale Faidherbe nel 1857. Queste truppe si chiamavano ‘tiratori senegalesi’ e dal 1910 l’esercito francese aveva previsto di far intervenire, in caso di guerra, quella che definivano ‘la forza nera’ composta da tiratori che venivano da tutta l’Africa Occidentale. Li si chiamava così perché le prime truppe erano state formate in Senegal ma venivano dal Mali, dalla Guinea, dal Burkina Faso, dal Chad…

Forse sbaglio, ma mi pare che non ci sia indicazione sul tempo e sul luogo in cui si svolge l’azione del romanzo. Perché?
    Proprio così, ha detto giusto. È stata una scelta volontaria. Perché mi sono documentato e ci sono degli storici che hanno parlato dei tiratori senegalesi, ma, nel momento in cui leggevo questi documenti, contrariamente a quello che fa uno studente, ho deciso di non prendere appunti ma di far lavorare la mia memoria affettiva. Doveva tornarmi in mente solo quello che mi aveva colpito dei momenti storici. Ho voluto mettere questo soldato nel mare di tutte le battaglie. Per un soldato che mette in gioco tutta la sua vita, le ragioni politiche della guerra non hanno senso. Il campo di battaglia è un campo arato dalle bombe e la terra non dà più vita, non ci sono più alberi- soprattutto nella prima guerra mondiale che è stata la prima ‘guerra di fabbrica’. Questa terra su cui si muore è una terra di nessuno e, siccome vedevo attraverso gli occhi del personaggio e so che i soldati non sanno neppure dove sono e si battono per sopravvivere, non ho voluto cadere in un romanzo storico.

Nella terza parte del libro, quella dei ricordi di Alfa, appare un Senegal molto primitivo, degli inizi del secolo scorso. Quanto è rimasto di ‘quel’ Senegal, di quelle ‘tribù’ nomadi e dedite alla pastorizia come quella della madre di Alfa?
    Piuttosto che primitivo, parlerei di un Senegal tradizionale, diviso tra agricoltori con radici nella terra, come il padre di Alfa, e un Senegal di nomadi che fanno transumanze alle loro mandrie di manzi su lunghe distanze, come l’etnia peul da cui proviene la madre di Alfa. Ho voluto ricreare non un Senegal primitivo ma mitico, condiviso da chi ha radici nella terra e da chi viaggia in tutta l’Africa occidentale come i peul. Per questo il personaggio di Alfa non è reale ma mitico: in parte ha radici nella sua terra, come la famiglia paterna, e però ha anche il gusto del viaggio come la famiglia della madre.

“Fratelli d’anima” è un tremendo romanzo di formazione, drammatico quanto “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, con un elemento in più che pesa moltissimo: quello della discriminazione che avvertiamo nel termine ‘cioccolatino’ in cui non possiamo non sentire disprezzo. Nella memoria della guerra, come è stato ricordato il contributo delle truppe senegalesi?
    C’era una forma di disprezzo, è vero, perché non bisogna dimenticare che queste truppe venivano da un impero coloniale fondato sulla gerarchia delle razze per giustificarsi in quanto impero coloniale- il pretesto del ‘vi colonizziamo perché non siete civili’. Questa fu la ragione per cui nell’attrezzatura fornita dall’esercito francese ai tiratori c’era anche un machete: per far paura ai tedeschi. In certi battaglioni i tiratori hanno ripulito le trincee tedesche con i machete. Quindi l’esercito francese si è basato su un pregiudizio, quello dei tiratori come esseri selvaggi, e, dal lato opposto, i tedeschi- ho visto le caricature sui giornali dell’epoca- hanno presentato i tiratori come dei selvaggi assetati di sangue. Nella caricature li vediamo con una sorta di maschera da selvaggio e una cintura da cui penzolano cranii umani e il machete. Quindi i tiratori senegalesi si sono ritrovati tra i due fuochi della propaganda francese  e tedesca. Io ho voluto svelare in maniera retrospettiva questa propaganda creando un personaggio cosciente dei pregiudizi di cui era oggetto e che ha trovato una forma di libertà sfruttando in piena consapevolezza questa immagine di selvaggio. Ma nelle trincee- ho visto fotografie nel museo dell’esercito a Les Invalides a Parigi- si era creato un legame tra soldati bianchi e neri che avevano condiviso il dolore, si tenevano a braccetto come fratelli. Bisogna distinguere tra le rappresentazioni di cui si sono servite le gerarchie militari e la realtà della fratellanza creatasi tra soldati francesi e tiratori senegalesi.


Come ha vissuto il Senegal il suo passato coloniale? Lei ha vissuto a lungo in Francia. Vorrei che mi desse, se possibile, una visione di entrambe le parti.
    Ho avuto l’opportunità di vivere in Senegal con i miei genitori- mio padre è senegalese e mia madre è francese- e ho avuto quindi la possibilità di vivere due civiltà, in armonia perché ho ricevuto affetto da entrambe le famiglie dei miei genitori. Questa opportunità è uno dei motivi per cui riesco a scrivere una letteratura che concilia queste due sensibilità culturali. Dal punto di vista di entrambi la mia storia famigliare non mi fa vedere la colonizzazione da un punto di vista amaro. Dopotutto è grazie alla colonizzazione che i miei genitori si sono incontrati. So molto bene che la colonizzazione è dura, che non è un’operazione filantropica ma, come diceva uno scrittore del Mali, in ogni aspetto della vita umana c’è un lato positivo e un lato negativo. Posso dire che, malgrado tutto quello che si era potuto dire a scuola sugli africani, la famiglia di mia madre ha accolto mio padre a braccia aperte, quando lo hanno incontrato. E in Senegal mia madre è stata ricevuta non come una rappresentante dei colonizzatori ma come la donna scelta da mio padre.

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recensione e intervista saranno pubblicate su www.stradanove.it