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sabato 26 dicembre 2020

William Andrews, “Le figlie del dragone” ed. 2020

                             Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

   Corea

William Andrews, “Le figlie del dragone”

Ed. Superbeat, trad. Chiara Brovelli, pagg. 298, Euro 18,00

   Anna aveva solo cinque mesi quando era arrivata all’aeroporto di Minneapolis per essere consegnata ai genitori adottivi. Da loro avrebbe ricevuto amore incondizionato, la possibilità di studiare, il calore e la sicurezza che una famiglia può offrire. Se la madre adottiva- la sua mamma, l’unica che conosceva- non fosse morta, Anna non avrebbe mai sentito la necessità di cercare la madre biologica, di partire per la Corea dove era nata ma che non riusciva a considerare come il suo paese.

   È così che Anna si ritrova, insieme al padre che l’ha accompagnata, nella sala d’attesa di un orfanotrofio di Seoul, per sentirsi dire che sua madre è morta dandola alla luce. È delusa, Anna? Forse, forse si era immaginata di conoscere anche dei fratelli e delle sorelle. Mentre sta andando via, però, viene raggiunta da una donna anziana che le mette in mano un pacchettino  e le chiede di andare da lei, da sola, all’indirizzo che le ha scritto. Quando Anna srotola il tessuto che avvolge il pacchetto, si trova tra le mani un oggetto bellissimo che sa di antico, che sa di una storia che deve esserle rivelata. È un pettine di tartaruga con il dorso d’oro e il manico d’avorio in cui, con un lavoro finissimo, è intagliato un drago a due teste. E- un dettaglio che le verrà fatto osservare in seguito- cinque dita nelle zampe.

Mugunghwa, fiore simbolo della Corea del Sud

   La vecchia signora è la nonna materna di Anna, Anna con il nome palindromo che porta in sé la sua duplice identità, quella americana e quella coreana che però ha un altro nome, Ja- young, il nome di un’imperatrice.

La storia di Hong Jae-hee è una storia tragica di cui abbiamo già letto ma che, nel romanzo di William Andrews si arricchisce di un elemento politico con la Storia di una doppia Corea (un altro doppio, dopo quello dell’identità di Anna?). Inizia nel 1943 quando Hong Jae-hee e la sorella maggiore, obbedendo all’ordine dei giapponesi che dal 1910 hanno assoggettato la Corea, si presentano per lavorare in una fabbrica di stivali. Si tratta di tutt’altro. Insieme ad altre ragazze, ignare quanto loro, sono destinate ad essere ‘le donne di conforto’ dei soldati giapponesi. Quale ironia in questo eufemismo che definisce le schiave del sesso per cui neppure la parola prostitute è adeguata.


Una prostituta viene pagata, invece queste ragazze dovrebbero sentirsi onorate di offrire conforto ai soldati, al ritmo di trentacinque al giorno. Stuprate, maltrattate, obbligate a sottostare ad ogni ignobile richiesta, sempre affamate, costrette ad abortire se restavano incinte e quasi sempre destinate a morire di conseguenza. E Jae-hee aveva solo quattordici anni.

    È veramente il drago intagliato nel pettine che le porta fortuna, che le permette di scampare alla strage finale, quando ormai i giapponesi sanno di aver perso la guerra, di fuggire, di trovare aiuto unendosi ai comunisti di Pyong-yang che seguono il leader Kim Il?

   Ci vogliono ore alla nonna per raccontare la storia della sua vita, che non finisce a Pyong-yang ma continua con un’altra fuga in cui Jae-hee deve tenere nascosto il suo passato, per vergogna quello come ianfu e per prudenza quello come comunista. Deve arrivare a dirle della sua nascita, del nome che le aveva dato. Soprattutto deve dirle la storia del pettine e del drago che, con le due teste rivolte in due direzioni diverse, difende la Corea dalla Cina e dal Giappone.

   

vaso di ceramica celadon 

“Le figlie del dragone”, con un epilogo che lascio a voi scoprire, è un romanzo che appassiona, che unisce la realtà di una Storia per cui tuttora le poche donne superstiti cercano giustizia (il Giappone ha sempre tergiversato e non ha mai riconosciuto del tutto le sue colpe e tantomeno risarcito adeguatamente le vittime), con quella della Storia più recente della guerra civile e con una storia fantastica che sa di leggenda e di antichi miti. È come se il romanzo volesse sottolineare il valore dell’inestimabile patrimonio culturale di un paese antico, diverso ma non di certo inferiore rispetto all’America e a quello che il suo nuovo mondo rappresenta. Soltanto scoprendo il suo paese di origine Anna dal doppio nome riuscirà a conciliare la sua doppia identità in questo che è, anche e forse soprattutto, un romanzo sulla ricerca di un’identità sradicata e trapiantata.

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domenica 21 aprile 2019

Kyung-Sook Shin, “La danzatrice di Seul” ed. 2019


                                                         Voci da mondi diversi. Corea
                                                               biografia romanzata


Kyung-Sook Shin, “La danzatrice di Seul”
Ed. Piemme, trad. V. Februari, pagg. 422, Euro 16,15


   1891, Yi Jin ha ventun anni. Sta salpando dalla Corea diretta in Francia. L’emissario francese a Seul, Victor Collin de Plancy, ha avuto l’ardire inaudito di dichiarare al re che è innamorato di lei, dama e danzatrice di corte, che intende portarla con sé a Parigi e sposarla. E nonostante gli ostacoli, nonostante che la legge coreana stabilisca che una dama di corte non possa né sposarsi né abbandonare la corte dove era stata ammessa (e Jin aveva solo cinque anni all’epoca- era diventata quasi una figlia per la regina, a sostituire la sua bimba che era morta piccolissima), il re aveva acconsentito a quel matrimonio. Anzi, aveva dato a Jin il suo proprio cognome per tutelarla, perché forse non si fidava che il francese avrebbe mantenuto le sue promesse.
    E così Jin parte. E’ la prima donna coreana ad andare così lontano. La regina, una donna dal polso di ferro, curiosa e colta, la invidia. E’ stata lei a manovrare perché Jin partisse, per allontanarla dagli occhi predatori del re. Le chiede di scriverle, di raccontarle di quel mondo che lei, reclusa nella sua prigione dorata, non vedrà mai.

      “La danzatrice di Seul”, della scrittrice coreana Kyung-Sook Shin (prima coreana e prima donna a vincere il Man Asian Literary Prize nel 2012 con il romanzo “Prenditi cura di lei”), è diviso in tre parti. Dapprima l’infanzia di Jin, l’amicizia fraterna con il bambino muto che suonava il flauto, l’incontro con padre Blanc che le insegnerà le prime parole di francese, l’ingresso a corte: Jin è bellissima, impara qualunque cosa in fretta, il suo corpo si muove flessuoso con la musica. Diventa la migliore danzatrice di corte. L’emissario francese Victor ricorderà per sempre la prima volta in cui l’aveva vista, sul ponte del Fiume di Seta. Nella seconda parte Jin è a Parigi. Non indossa più gli abiti coreani. Se non fosse per i suoi tratti esotici (chi la incontra pensa che sia cinese, o giapponese, nessuno ha mai sentito parlare della Corea), potrebbe essere un’elegante ragazza francese. Conosce Maupassant che la prende in simpatia, aiuta l’unico altro coreano presente a Parigi a tradurre in francese un libro coreano (quest’uomo sarà la causa della sua rovina. E non solo sua). Nella terza parte, infine, Victor riaccompagna Jin a Seul, sperando che guarisca dal sonnambulismo che l’ha afflitta. E a Seul si dipanerà la tragedia finale. Della monarchia, della regina, di Jin. E’ il 1895.

     Nella nota finale l’autrice ci dice come è nato questo libro- da un libro sulla dinastia Joseon pubblicato in Francia più di un secolo fa. Conteneva un accenno al primo diplomatico francese in Corea che si era innamorato di una danzatrice di corte ed era tornato a Parigi con lei. Pochissimo veniva detto di Yi Jin e niente del tutto riuscì a trovare Kyung-Sook Shin su di lei, nonostante le ricerche. Ma non è questo il ruolo dello scrittore? Riportare in vita personaggi che la Storia ha inghiottito? Non è questo il potere e la magia della scrittura? Inventare, immaginare, creare e rendere credibile un personaggio? Kyung-Sook Shin precisa che il suo non è un romanzo storico, che non aveva intenzione di essere precisa come è tenuto a fare uno storico.
E la sua Jin, eterea come una farfalla, ci incanta. Perché questo non è solo un romanzo d’amore romantico che supera ogni barriera. Perché l’amore romantico finisce, perché la realtà è che Jin non riuscirà a superare la sensazione di essere un’estranea per quanto bene accolta, non potrà non sentirsi ferita quando si accorge del tenace spirito colonialista di Victor che sostiene che è giusto che opere d’arte come la Venere di Milo o la Vittoria di Samotracia siano al Louvre piuttosto che nei paesi a cui appartengono di diritto- che fine avrebbero fatto, se i francesi invasori non le avessero portate via? Anche lei, Jin, è come una ceramica Celadon da mettere in mostra? Chi è lei? Qual è il suo posto nel mondo?
    Oriente e Occidente non sono mai stati così distanti come nel romanzo di Kyung-Sook Shin dove l’affascinante atmosfera esotica si unisce ad un’interessantissima ambientazione storica negli anni in cui la Corea era contesa da Giappone e Cina e cercava alleanze in Europa. 

la recensione sarà pubblicata su www.stradanove.it
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