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sabato 2 maggio 2026

Jung Chang, “Il volo dei cigni selvatici. Io, mia madre e la Cina” ed. 2026

                                                              Voci da mondi diversi. Cina

    romanzo autobiografico

Jung Chang, “Il volo dei cigni selvatici. Io, mia madre e la Cina”

Ed. Longanesi, trad. Elena Cantoni, pagg. 336, Euro 20,90

    Impossibile aver dimenticato “Cigni selvatici”, il libro autobiografico in cui Jung Chang, la scrittrice cinese naturalizzata britannica, raccontava la storia della nonna, della mamma e di se stessa, e nello stesso tempo la storia della Cina fino al 1978, anno in cui Jung Chang si trasferì a vivere definitivamente in Occidente. Era il 1991 quando “Cigni selvatici” rivelò ai lettori una realtà che era giunta fino a quel momento ovattata- dall’epoca in cui alle bambine si fasciavano i piedi (la nonna di Jung Chang camminava a passettini su quei piedi deformati che avrebbero dovuto garantirle un buon matrimonio) agli anni crudeli della Rivoluzione Culturale e della Grande Carestia.

A più di trent’anni di distanza esce adesso “Il volo dei cigni selvatici” che riprende la narrazione da dove si è interrotta per arrivare all’epoca contemporanea del presidente Xi Jinping. Trent’anni che ne valgono cento, se consideriamo i passi da gigante fatti dalla Cina nello sviluppo economico che l’ha portata ad essere il maggiore rivale degli Stati Uniti.

    Il primo capitolo inizia, in realtà, dalla nascita di Jung Chang nel 1952 e ci troviamo subito a confronto con le personalità dei suoi genitori- la forza di carattere della madre e l’integrità totale del padre che, in quanto governatore della regione, aveva negato alla moglie il permesso di spostarsi in una città più grande di Yibin, dove vivevano, per partorire in un ospedale attrezzato, visto che il medico temeva rischi di emorragia e morte conseguente di madre e bambino. La fede nel comunismo del padre e la sua integrità incorruttibile saranno le costanti della sua vita, insieme a quella che noi vediamo come una certa qual ingenuità- come poteva pensare che delle lettere che contenevano critiche a Mao e indirizzate a lui in persona potessero non avere conseguenze? E comunque la moglie gli restò sempre vicino, rifiutandosi di lasciarlo, dando prova di amore, coraggio, fedeltà ai propri principi.

Chengdu

    Avevamo già letto molto in “Cigni selvatici” di quello che ora Jung Chang racconta di nuovo, forse in maniera più circostanziata. La vera svolta è quando, dopo la riabilitazione del padre (quanto si era battuta, sua madre per ottenerla!), Jung Chang ottiene il permesso di studiare in Inghilterra, uscendo ‘dalla gabbia’. Incomincia una nuova vita, sono giorni di novità e di scoperte, di confronto tra quello che si diceva in Cina dell’Occidente e la realtà che la circonda, mai interamente liberi, sempre con il fiato sul collo, sempre con divieti a cui sottostare, sempre con l’obbligo di uscire solo con accompagnatori cinesi, sempre vestiti con la divisa di Mao.

Sono anni difficili, questi della nuova vita di immigrata con la nostalgia della famiglia, della madre soprattutto. I capitoli che seguono sono il racconto di come, da studiosa di lingue, Jung Chang sia diventata una grande scrittrice- l’idea per i suoi libri, le ricerche storiche- non facili-, i viaggi in Cina con sempre nuovi ostacoli per ottenere il visto, le interviste con i testimoni del passato ancora in vita, il bando per la pubblicazione in Cina, prima di “Cigni selvatici”, poi “Mao. La storia sconosciuta” (il più contestato), “L’imperatrice Cixi” e “Le signore di Shanghai”. Al suo fianco, un grande sostegno per lei, l’amore della sua vita, Jon Halliday, che scrisse con lei “Mao”.

la foresta di bambù

    “Il volo dei cigni selvatici” è frammentario in questa puntigliosa ricostruzione e non è una lettura appassionante come “Cigni selvatici” e neppure come i romanzi storici su Mao e sull’imperatrice Cixi. Ha tuttavia il pregio di darci una visione dall’interno della nuova Cina di Xi Jinping, grande ammiratore di Mao, presidente a vita, un Grande Fratello al cui occhio non si può sfuggire.

    Il titolo originale è leggermente diverso e lascia anche intuire qualcosa di più- “Fly, wild swans”. In questo imperativo, Volate, cigni selvatici, sentiamo la voce della madre, protagonista assoluta dietro la voce narrante di Jung Chang, a cui il libro è dedicato come un canto d’amore. Una donna coraggiosa, altruista e generosa che ha sempre messo il benessere dei figli davanti al proprio. Se i cigni sono simbolo di libertà, quel Volate è un invito a dispiegare le ali senza guardarsi indietro.



giovedì 10 ottobre 2024

Etsu Inagaki Sugimoto, “La figlia del samurai” ed. 2024

                                         Voci da mondi diversi. Giappone

      romanzo autobiografico

Etsu Inagaki Sugimoto, “La figlia del samurai”

Ed. ObarraO, trad. Giulia Masperi, pagg. 352, Euro 18,50

 

     Nella provincia di Echigo, dove vivevo, l’inverno iniziava di solito con una fitta nevicata che scendeva rapida e costante finché restavano in vista solo le rotonde travi di colmo dei nostri tetti di paglia.

È un paesaggio del tutto diverso da quello del nostro immaginario con i ciliegi in fiore, questo che ci descrive Etsu Inagaki Sugimoto nel libro autobiografico “La figlia del samurai”. Echigo si trova sulla costa nord-occidentale del Giappone, dove gli inverni sono lunghi ed era necessario ricoprire di paglia le grandi sculture dei leoni davanti ai templi, le lanterne di pietra, gli alberi e i cespugli dei giardini, e pareti di assi verticali fiancheggiavano i marciapiedi sopra i quali si estendeva una sorta di tetto in modo da permettere agli abitanti di camminare protetti dal vento e dalla neve.

    Inizia con questi ricordi, il memoir di Etsu, la figlia del samurai che viveva nel castello di Nagaoka. Con lei c’erano un fratello e una sorella più grandi, ma, dopo che il fratello se n’era andato, alla vigilia del suo proprio matrimonio, era diventata lei la preferita del padre. La chiamavano Etsu-bo, dove il suffisso bo indica un nome maschile, perché era molto vivace e suo padre, un uomo dalla mentalità aperta, aveva voluto per lei degli studi come quelli che avrebbe fatto un ragazzo.


    “La figlia del samurai” è un libro costruito in tre movimenti, seguendo le tre tappe della vita di Etsu (nata nel 1875 e morta nel 1950)- l’infanzia e la prima adolescenza in Giappone, la pienezza della sua esistenza di donna in America, il ritorno in Giappone con due figlie. Il primo movimento è ricco di ricordi nostalgici, di descrizioni di vita quotidiana, di usanze, festività, riti religiosi. Tutto ha un significato, tutto contiene un insegnamento, dalla scrittura degli ideogrammi con il pennello al culto degli antenati. Quello che a noi occidentali può sembrare colore folkloristico ha invece un significato- è affascinante scoprirlo.


Poi Etsu deve raggiungere il promesso sposo, un amico del fratello, a Cincinnati. Sarà un cambiamento radicale e lei è solo una ragazzina. Deve imparare l’inglese, deve valutare che cosa portare via con sé. E l’abbigliamento? Il fratello la sconsiglia di vestirsi con i kimono in America. Se Etsu è spaventata all’idea di lasciare il suo mondo e le persone che ama dietro di sé, non lo dà a vedere, non lo dice. Il viaggio per nave è un assaggio della nuova realtà che la aspetta. Tutto la stupisce, ad iniziare dagli abiti delle signore, al loro comportamento, al cibo che viene servito. E tutto continuerà a stupirla, una volta arrivata.

   Etsu è giovane, ha una mente curiosa, e, anche se non può fare a meno di paragonare ogni nuova esperienza a come sarebbe stata in Giappone, riesce a vivere sulla linea di confine del ‘qui e ora’ e il ‘là e allora’, riesce ad apprezzare le novità, per quanto strane le possano apparire. Su una cosa indugia e ritorna spesso a parlarne- l’educazione formale che viene impartita in Giappone soffoca la spontaneità, impedisce la manifestazione dei sentimenti. La nostra convenzionalità è troppo estrema. Ci sta restringendo l’anima. Odio essere così felice qui, mentre tutte quelle donne pazienti e sottomesse stanno sedute in silenzio nelle loro case tranquille. È in America che Etsu ha visto per la prima volta un uomo e una donna baciarsi. In Giappone ci si inchinava e l’inchino era diverso secondo a chi era indirizzato. Esibire i sentimenti era maleducazione per un giapponese. Eppure…


   Ha già due figlie, Etsu, quando rimane vedova e torna in Giappone. La più grande delle bambine, Hanano, nome bellissimo che vuol dire ‘fiore in una terra straniera’, soffre molto per il distacco, sarà poi felice quando torneranno. La più piccola passerà da una stanza all’altra della casa in Giappone indicando alla madre gli spazi vuoti e minimali- le mancano i mobili, le poltrone, i quadri della casa che hanno lasciato.

     Leggerezza e profondità, poesia e cultura, Storia e miti, c’è tutto il Giappone in questo libro pubblicato per la prima volta nel 1925. È un libro essenziale per conoscere il Giappone. Un libro che ci spalanca le porte di un paese che ci ha sempre incantato. Anzi, ci piace pensare che ci aiuta a varcare la soglia di un torii, la porta tra il sacro e il profano. Ci aiuta a capire, a interpretare i segni di un’altra cultura.



sabato 27 luglio 2024

Alaine Polcz, “Donna sul fronte” ed. 2024

                                                Voci da mondi diversi. Ungheria

                                          seconda guerra mondiale


Alaine Polcz, “Donna sul fronte”

Ed. Anfora, a cura di Mónika Szilágyi, trad. Antonio D’Auria, pagg. 224, Euro 17,10

 

    1944. Transilvania, allora ungherese- solo dopo la guerra sarebbe diventata rumena. Kolozsvár, oggi Cluj. Alaine ha diciannove anni, è innamorata, si sposa. Delusione immediata, anche se lei si impunta a pensare che sia grande amore, è così ingenua da credergli quando lui le dice che si è infettata in un bagno pubblico. Poi devono scappare. Il fronte russo-rumeno avanza.

    È con questa fuga che inizia la guerra personale di Alaine che la racconta in un romanzo in prima persona che è tante cose insieme- drammatico romanzo di formazione, diario in cui a tratti sembra che la voce narrante parli in una sorta di monologo interiore, libro di un frammento di Storia vissuta sulla propria pelle, storia d’amore e di disamore.

Cluj

    Fuggono, Alaine e János. Si riparano e dormono dove capita, in rifugi improbabili, in pagliai, nelle stalle, anche nel castello degli Esterházy per un breve periodo. Gli fanno compagnia altri disperati in fuga come loro, un cagnolino che tiene caldo ad Alaine quando se lo mette sui piedi o sul collo, la madre di János (una donna dolcissima, il contrario del figlio freddo e indifferente- perché l’ha sposata, si chiede Alaine che non smette di amarlo e di preoccuparsi per lui), i pidocchi. Sono tutti infestati dai pidocchi. Alaine ci scherza sopra- sorridiamo e amiamo più che mai questa ragazza che è capace di ridere facendo differenza tra pidocchio e pidocchio-, ma sono un tormento oltre che origine di malattie. Perché poi ci sono anche le malattie vere e proprie, le febbri e nessun medicinale. Gli spari e le bombe. Alaine si presta come infermiera, quando può, perché aveva seguito un tirocinio. Avrebbe voluto studiare medicina, ma il fidanzato si era opposto (dopo, dopo che tutto sarà finito, si iscriverà a psicologia, diventerà tanatologa, introdurrà gli Hospice in Ungheria e farà psicoterapia ai bambini con il metodo dei giocattoli).


    Il cuore dolente del libro, la ferita che doveva essere messa a nudo e fatta spurgare perché potesse guarire, è la terribile esperienza degli stupri subiti per lo più dai soldati dell’Armata Rossa. E ancora una volta non possiamo che ammirare ed amare la giovane Alaine per il modo in cui ne parla. Riesce, con una forza di spirito eccezionale, a distaccarsi dal sé che è stato violentato, offeso, umiliato, ridotto ad un oggetto preda di lussuria, e a descrivere quanto le è accaduto- una volta, due volte, cento, mille volte- come se fosse un osservatore esterno, come se non stesse accadendo a lei. Dopotutto non era lei, non era lei come donna, come essere umano, schiacciata a terra da quei bestioni. Doveva pensare che era il suo corpo e non lei, a lei non facevano niente. Solo così poteva sopravvivere. Nonostante questa forza interiore, Alaine sopravvisse, sì, ma aveva contratto malattie per cui non c’erano medicine adeguate alla fine della guerra. E iniziò il lungo calvario delle cure mediche e della lentissima parziale guarigione.


    Quello degli stupri di guerra non è un argomento nuovo e non ci stupisce. Si sapeva che, benché fossero proibiti, benché fosse prevista anche la fucilazione, erano da temere e da aspettare da parte dell’esercito vittorioso. Nel 1937-38 le atrocità commesse dai giapponesi in quella che allora era la capitale della Cina passarono alla Storia addirittura sotto il nome de ‘lo stupro di Nanchino’, identificando la violenza sulle donne con quella su un’intera città, così come ne “La ciociara” di Moravia lo stupro di Rosetta e della figlia ad opera dei soldati marocchini diventa il simbolo dello stupro di tutta l’Italia. Nel libro del lituano Šlepikas ”Il mio nome è Maryté”, si parla degli stupri dell’Armata Rossa (una delle donne protagoniste ne muore) e così pure nel diario anonimo (per volere dell’autrice) pubblicato da Einaudi nel 2004 con il titolo “Diario di una berlinese”.  Ricordo quanto fosse stata agghiacciante la lettura di questo diario, più ancora forse dello scritto autobiografico di Alaine. Quello che differenzia Alaine, quello che suscita la nostra ammirazione per lei, è la sua resilienza, la sua capacità di contestualizzare questa terribile esperienza, di riconoscere, accanto al comportamento bestiale, i lati buoni del carattere russo, la loro occasionale generosità, il loro amore per i bambini. E ci colpisce nel profondo la sua grandezza d’animo quando rinuncia ad accusare, dopo averlo riconosciuto, un singolo soldato russo per averla violentata. Uno per tanti- che senso aveva punire con la morte solo lui?

   “Donna sul fronte” è un libro importante, un libro da leggere per il suo duplice valore come documento storico e come testimonianza personale.


   

      

mercoledì 19 giugno 2024

Natascha Wodin, “Veniva da Mariupol” ed. 2018

                              Voci da mondi diversi. Area germanica

seconda guerra mondiale
romanzo autobiografico

Natascha Wodin, “Veniva da Mariupol”

Ed. L’Orma, trad. M. Solari e A. Ruchat, pagg. 380, Euro 19,95   2018

 

    Era una bambina l’io narrante della storia, la scrittrice stessa, quando sua madre si era gettata nel fiume. Aveva solo trentasei anni e il padre le ripeteva sempre che anche lei, Natascha, era pazza come sua madre Evgenija. Dopo aver letto il libro comprendiamo tanto di Evgenija e non ci stupiamo affatto della sua ‘pazzia’.

    Natascha sapeva ben poco di sua madre fino a quando si era imbattuta per caso nel suo nome su un motore di ricerca russo. Inizia così un’indagine che occupa tutta la prima parte del libro, un’estenuante ricerca in cui riceve un costante aiuto da un greco appassionato di alberi genealogici- lei non avrebbe mai immaginato che a Mariupol, in Ucraina, ci fosse una comunità di greci e anche una di italiani. Molto spesso le indagini sono frustranti, le difficoltà sembrano insormontabili, spesso sembra si arrivi ad un punto morto. Poi, quasi per miracolo, spuntano delle prove di questo mondo scomparso, dal nulla appaiono fotografie. La nonna materna di Natascha era italiana e apparteneva ad una famiglia ricca, quella paterna aveva origini nobiliari e sua madre aveva avuto (o aveva ancora?) un fratello che era un cantante d’opera e una sorella maggiore, Evgenija era nata a molti anni di distanza da fratello e sorella, in una foto sua madre appare con i capelli bianchi (leggeremo come le erano diventati bianchi in una sola notte) e poi, dopo che era partita per raggiungere la figlia più grande, era scomparsa, non si era saputo più nulla di lei.


   In seguito a questa paziente ricerca, Natascha scopre di avere una numerosa famiglia, fortemente colpita dagli eventi drammatici del secolo XIX, il secolo della Rivoluzione Russa, di Stalin e di Hitler, di quella che in unione Sovietica veniva chiamata la Grande Guerra patriottica, dei campi di sterminio nazisti e dei Gulag, delle famigerate purghe staliniane, dell’ Holomodor, il genocidio per fame degli ucraini in seguito alla collettivizzazione, il lavoro forzato degli Ostarbeiter, deportati dai nazisti in Germania.

   È questa storia poco conosciuta che la scrittrice ci racconta nella seconda parte del libro. Perché abbiamo letto molto, anzi moltissimo, sul genocidio degli ebrei e sui campi di concentramento, e quasi nulla, invece, sui lavoratori dell’Est che, indispensabili e facilmente rimpiazzabili, costituivano la mano d’opera nelle fabbriche sostituendo gli uomini tedeschi al fronte. Non c’era poi molta differenza tra i campi in cui venivano rinchiusi gli ebrei e quelli di questi lavoratori che dovevano cucire la scritta ‘Ost’ sulla giacca o sull’abito. Erano alloggiati in baracche sovraffollate, sottonutriti, mangiati vivi da pidocchi e altri insetti, forzati a lavorare fino allo sfinimento.


   La scrittrice non ha una documentazione a cui ricorrere per ricostruire la vita di sua madre in uno di questi campi, si basa su altre testimonianze, costruisce ipotesi sulla sua vita quotidiana. Ipotizza anche quando lei stessa sia stata concepita- sua madre era sposata quando era stata deportata-, forse non si era neppure accorta di essere incinta, nelle condizioni di deperimento fisico in cui si trovava. E poi c’è il ‘dopo’, la fine della guerra quando i ‘displaced people’ erano milioni. Sarebbero stati rimpatriati? E chi non voleva tornare perché sapeva sarebbe andato incontro a morte certa, avendo lavorato in una fabbrica tedesca ed essendo quindi considerato un collaborazionista?


   I Wodin (il loro cognome ha subito alcune varianti) rimasero in Germania, ma qui inizia un altro capitolo della loro vita, non meno difficile, in condizioni non meno squallide di cui la scrittrice (bambina all’epoca) ha qualche ricordo. Per sua madre era stato il culmine di un’esistenza tragica- la soluzione più facile era porvi una fine.

   Se la prima parte del libro è più fredda e ci incuriosisce senza appassionarci, questa seconda, in cui leggiamo anche il diario della sorella maggiore di Evgenija e Natascha entra in contatto con un cugino che è tuttora vivo in Siberia, è appassionante. Una lettura che definirei indispensabile.



sabato 25 maggio 2024

Anita Likmeta, “Le favole del comunismo” ed. 2024

                                    Voci da mondi diversi. Albania

romanzo autobiografico
romanzo di formazione

Anita Likmeta, “Le favole del comunismo”

Ed. Marsilio, pagg.160, Euro 15,20

 

    Il Paese delle Aquile è il più felice che ci sia- è quello che viene detto di continuo agli albanesi, è come un mantra che, se continui a ripetertelo, ti incanta, agisce come una sorta di ipnosi e finisci per credere in quello che dici, vero o falso che sia. Manca l’acqua corrente, mancano le infrastrutture, mancano i soldi per comperare le scarpe per i piedini dei bambini che crescono in fretta, nelle case non c’è riscaldamento e ci si mette un maglione sopra l’altro, nessuno possiede un televisore e, quando la mamma ne manda uno in regalo dall’Italia, resta lì come un mobile perché non c’è l’elettricità. Ma che cosa importa se si vive nel paese più felice del mondo?


    Ari ha cinque anni e vive con i nonni, la mamma è andata in Italia con altri due bambini, tornerà poi a prenderla. I nonni sono affettuosi, ma Ari non fa che ripetere la domanda- quando verrà a prenderla la mamma?

Il libro autobiografico di Anita Likmeta, nata a Durazzo nel 1985 e arrivata in Italia nel 1997 per ricongiungersi con la madre che era giunta a Bari nel 1991 sulla nave Vlora, è diviso in due parti inframmezzate da ‘favole’.

Nella prima parte- la più lunga- la scrittrice rievoca la se stessa bambina e la vita quotidiana di uno squallore e una miseria che trovano un paragone in una Italia di mezzo secolo prima degli anni in cui cresce Ari. Non per niente l’Italia, dirimpettaia dell’Albania, appare come un paese mitico, il paese di Bengodi. È solo il nonno che non crede affatto che tutto sia così roseo in Italia, che, quando tutti incominciano ad andarsene, dice che lui resterà.

750.000 bunker in Albania

   Ari va con l’asino e le taniche a prendere l’acqua, Ari va a scuola (e la fanno sentire inferiore perché non ha i genitori), Ari deve bere l’uovo crudo che la fa vomitare perché sa di merda di gallina, Ari e i compagni di scuola rispondono alle domande dei giornalisti italiani, Ari difende l’amichetta a cui il maestro dà brutti voti perché è rom, Ari picchiata dal maestro, Ari che ascolta le storie di quando c’erano italiani e nazisti in Albania…fino all’entusiasmo per la caduta del muro di Berlino.

    Alternate a questa narrativa, che è sempre definita nel tempo con una data, ci sono- in corsivo- le favole in cui riappaiono personaggi che abbiamo già conosciuto nelle pagine precedenti, uguali eppure diversi. È come girare una medaglia, come sbirciare nel lato nascosto del felice Paese delle Aquile. Leggiamo della fine della ragazzina rom, del pittore che non voleva sposarsi e arrestato perché gay, del programma spaziale albanese che ti fa volare nello spazio vuotando una bottiglia di rakija, leggiamo perfino della nascita di Ariela, rifiutata dal padre ingegnere (se fosse stata un maschietto ‘se ne sarebbe potuto parlare’). Il tono è favolistico, ironico, mordace, quasi swiftiano, l’effetto che si ottiene calcando sull’esaltare la bontà delle scelte di partito è esattamente il contrario. Da una parte la narrazione disincantata e venata di tristezza della bambina lasciata indietro dalla mamma, dall’altra il racconto di una realtà camuffata da favola per rispondere a quello che si vuol fare credere, che il Paese delle Aquile è il più felice del mondo.


    Poi Ari raggiunge la mamma in Italia, l’inizio non è facile, anzi tutto è difficile. Difficile imparare a conoscere la mamma, imparare una nuova lingua, inserirsi in un altro mondo che ha il gusto squisito della cioccolata. Poi…Ari frequenta il liceo classico, si laurea, diventa imprenditrice nel ramo digital tramite le start up. Ma questa è storia nota, è una favola dei nostri tempi. A questa Cenerentola, che nel libro ha un nome doppiamente significativo, Ariela, che significa ‘Leone di Dio’ (e il leone, anzi, la leonessa in questo caso, è un animale battagliero), ed è anche lo spiritello che Prospero libera dagli incantesimi di una strega nella ‘Tempesta’ di Shakespeare, va il nostro rispetto.



lunedì 15 aprile 2024

Asmaa Alghoul e Sélim Nassib, “La ribelle di Gaza” ed. 2024

                                    Voci da mondi diversi. Medio Oriente

                                           romanzo autobiografico

Asmaa Alghoul e Sélim Nassib, “La ribelle di Gaza”

Ed. e/o, trad. Alberto Bracci Testasecca, pagg. 201, Euro 15,67

     Mai abbiamo sentito parlare tanto di Gaza come negli ultimi mesi. Gaza, come appare nelle pagine del libro “La ribelle di Gaza”, è una città senza pace, ma non è la città di macerie di adesso. È una città in cui la vita sembra ‘quasi’ normale e che Asmaa Alghoul ama, anche se poi deve allontanarsene. “La ribelle di Gaza” è lei, giornalista palestinese che, nei suoi articoli per il quotidiano Al-Ayam, documenta ‘la corruzione di Al- Fatah e il terrorismo di Hamas’. Nata nel 1982 a Rafah, un campo profughi nel sud della striscia di Gaza confinante con l’Egitto, Asmaa ha sposato un poeta egiziano nel 2003, lo ha seguito ad Abu Dhabi per poi divorziare da lui e ritornare a Gaza con il figlio. Non ha mai avuto paura di denunciare la violazione dei diritti umani, ha preso parte a manifestazioni, ha sfidato le autorità islamiche rifiutando di coprirsi i capelli e sfoggiando un abbigliamento occidentale come i jeans, è stata più volte minacciata e arrestata. Attualmente vive in Francia ed è lì che ha chiesto la collaborazione di Sélim Nassib per scrivere “La ribelle di Gaza”.


    Questo è un romanzo autobiografico scritto a due mani, un libro che racconta, in un linguaggio parlato e molto vivace, della numerosa famiglia di Asmaa, soprattutto di un padre musulmano ‘illuminato’ che ama la letteratura ed è di ampie vedute e di uno zio che è un importante dirigente dei servizi di sicurezza di Hamas. Le tensioni in famiglia sono all’ordine del giorno, proprio come quelle nelle strade di Gaza. Asmaa denuncia a voce alta le violenze e gli estremismi di Fatah e soprattutto di Hamas, ma anche le incursioni israeliane nottetempo, i bombardamenti del 2008-2009 che causarono la morte di 1400 palestinesi. Non può essere considerata che una ribelle, Asmaa Alghoul, perché non accetta la discriminazione femminile imposta da Hamas, respinge l’obbligo di coprirsi il capo e di non avvicinarsi agli uomini neppure per una semplice conversazione, si fa gioco dei guardiani della morale.

   “Da bambini giocavamo molto ad “arabi ed ebrei”, gli uni si nascondevano, gli altri li cercavano. In genere i maschi facevano gli ebrei e noi femmine gli arabi, perché gli ebrei sono più forti e brutali. Nessuno ragionava su cosa volesse dire, non facevamo politica, l’importante era divertirci.”


Inizia così questo libro autobiografico che ci rivela molto della quotidianità in Gaza e che ci piace per la sua immediatezza e per la passione che rivela. Ad iniziare da questo gioco che ci colpisce e ci fa male, perché sostituisce il ‘guardie e ladri’ che tutti noi abbiamo giocato, perché indica una paura recondita che cerca di sfogarsi nel gioco, perché sotto la forma del divertimento mette in scena la guerra continua. Ecco, se c’è una osservazione che farei riguardo a questo libro è che, pur non lesinando- anzi!- le critiche ad Hamas, si dà risalto agli attacchi violenti degli israeliani, senza però fare cenno a quello che li può avere provocati, senza dire se sono stati sferrati come ritorsione ad una impresa di Hamas.

    Tante cose sono cambiate, molto è peggiorato da quando Asmaa Alghoul ha scritto questo libro insieme a Sélim Nassib, ma questo è il documento di una donna che parla in nome della libertà e vale la pena di leggerlo.

Asmaa Alghoul è stata la prima Palestinese a vincere il premio Coraggio nel Giornalismo.



domenica 25 giugno 2023

Lea Ypi, “Libera” ed. 2022

                                               Voci da mondi diversi. Albania

                                             romanzo autobiografico


Lea Ypi, “Libera”

Ed. Feltrinelli, trad. E. cantoni, pagg. 304, Euro 18,00

 

   All’inizio del libro, alla fine degli anni ‘80 in Albania, è ancora una bambina Lea, la scrittrice nonché voce narrante di “Libera”. È una voce incantevole che, con l’innocenza e l’ingenuità dei bambini, accetta quello che le viene detto sulla realtà che la circonda, sul socialismo, sulla grandezza e la magnanimità di ‘zio Enver’, come la maestra insegna ai bambini a chiamare Enver Hoxha, l’ultimo fedele stalinista d’Europa. Lea piange perché il padre non l’ha portata al funerale dello zio Enver nel 1985, continua a chiedere che venga appeso il suo ritratto in soggiorno, come nelle case dei suoi amici, e proprio non capisce perché sia necessario attendere di trovare una cornice giusta. Lea sorride e trova motivo di divertimento nelle code fuori dai negozi e negli stratagemmi per mantenere il posto assentandosi dalla coda. C’è un’ironia spontanea e inconsapevole nella maniera in cui la bambina riporta i discorsi dei grandi che le risultano noiosi. Non fanno che parlare di questo e di quello, di chi si è laureato e dove, di chi ha interrotto gli studi, delle materie che hanno studiato. Molto più tardi saprà che quello era una sorta di linguaggio cifrato, che ‘laurearsi’ significava essere usciti dalla prigione. Lea si arrabbia quando deve spiegare, in classe, che non è affatto parente di quel primo ministro sostenitore dei fascisti che aveva il suo stesso cognome (era il suo bisnonno, in realtà).

Enver Hoxha

     La famiglia di Lea è composta da padre, madre e dalla nonna paterna a cui lei è molto legata. C’è un’atmosfera strana, in casa, e noi lettori ci rendiamo conto di quello che la bambina non può capire. Vengono dette parole, frasi, che hanno un sottile significato nascosto- l’opposizione al regime non può manifestarsi apertamente, i muri hanno orecchie, i bambini non possono distinguere quello che si può raccontare fuori della porta di casa e quello che non si può.

    Tutto cambia dopo il 1990, quando, in dicembre, iniziano le manifestazioni studentesche che portano alla caduta del comunismo. C’è un’immagine che ben rappresenta questo stravolgimento: Lea, spaventata dai disordini, corre nel giardino, rifugiandosi dietro la grande statua di Stalin, stringendola in un abbraccio simbolico. Ma la statua è già stata decapitata dai manifestanti.

È iniziata la liberalizzazione tanto attesa del paese, ma il passaggio non è affatto facile e anche il tono del libro cambia, l’ironia si attenua, cresce la perplessità davanti a questa agognata libertà e alle sorprese che questa riserva. C’erano persone che Lea conosceva sulla nave Vlora che attraccò a Bari nel 1991, stracarica di ventimila passeggeri di cui i più furono rimandati indietro. L’amica di Lea ce l’aveva fatta, a emigrare. E poi? Erano giunte notizie di lei- si manteneva facendo la prostituta. L’Italia, come l’America sognata a suo tempo dagli emigranti italiani, non era il paradiso che avevano immaginato.


     Lea Ypi non è più la bambina dell’inizio del libro, è la giovane donna che si è laureata alla Sapienza di Roma (negli anni dell’infanzia seguiva un corso di lingue straniere trasmesso dalla televisione albanese) ed è professoressa di Filosofia Politica alla London School of Economics and Political Science, e il libro, da romanzo di formazione in un paese comunista, diventa, con l’evolversi dei tempi, una sorta di saggio in cui la madre, il padre e la nonna della protagonista rappresentano idee diverse di libertà e offrono altrettanti spunti di riflessione. Perché, in definitiva, neppure il sistema capitalistico offre la tanto vantata libertà- sì, c’è una libertà promessa a livello istituzionale ma che in realtà non si può realizzare, perché la ricerca del profitto di alcuni sopprime la libertà di altri.

  Un episodio del libro rappresenta molto bene il ‘prima’ e il ‘dopo’ in Albania. È un piccolo episodio buffo che ci fa sorridere e ci fa sentire in colpa nello stesso tempo. Una lattina vuota di Coca Cola è al centro del contendere tra la famiglia di Lea e i vicini di casa. Quanto era ambita una lattina rossa vuota! La madre di Lea l’aveva messa su un centrino di pizzo e ci aveva infilato una rosa- il simbolo di un mondo irraggiungibile che sembrava bellissimo. Poi la lattina era scomparsa. Quella che era apparsa in casa dei vicini era stata rubata a loro? Ne era seguito un litigio.

     Dopo, con l’arrivo del capitalismo in Albania, tutte le lattine erano finite in pattumiera.



martedì 11 aprile 2023

Andreea Simionel, “Male a Est” ed. 2023

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia

     romanzo autobiografico

Andreea Simionel, “Male a Est”

Ed. Italo Svevo, pagg.265, Euro 18,00

    Una città in Romania. Il nome della città lo sapremo molto dopo, quando la ragazzina che è l’io narrante non vive più in Romania ma in Italia ed è inutile dire da dove viene- non la capiscono, glielo fanno ripetere, lo pronunciano sbagliato. Botoşani. La città che ha dato i natali al poeta Mihai Eminescu che viene citato di continuo, una città con dei nomi molto belli per le strade, Strada della Pace, dove abitano loro, dove è difficile attraversare, Strada della Primavera…

   Una famiglia di tre persone- la madre e due figlie- perché il padre è andato a lavorare a Torino, in Italia.

   La prima metà del libro di Andreea Simionel è ambientata in Romania- la scuola, i compagni di scuola, le incursioni nel cimitero che è dietro la Strada della Pace, i piccoli litigi tra le sorelle, i messaggi che mandano al padre sul cellulare, i pacchi che arrivano dall’Italia, attesi con ansia, scartati con gioia sia che contengano cibo (sembra sempre squisito, ‘viene dall’Italia’) o articoli di vestiario. È la madre che sente di più l’assenza dell’uomo di famiglia, che chiede che lui ritorni- due anni sono stati lunghissimi. Quando lui ritorna, lo accoglie come un innamorato.

Eminescu

    Poi la partenza. Ritorneranno tutti con lui in Italia. Anche il cane, sì, anche il cane avrà i documenti per andare a Torino. L’aereo costa caro, il viaggio è lungo e scomodo.

   Torino. E qui il sogno si infrange. Dapprima c’è l’abbuffarsi di tutte le novità, compreso il cibo spazzatura. Dopo viene lo scontro con le difficoltà, con l’essere stranieri ed estranei, con l’essere messi al margine di tutto. A scuola, prima di tutto. Andreea non frequenterà la scuola media, come avrebbe fatto in Romania. In Italia ci sono cinque anni di elementari. E poi non sa la lingua. No, non è stupida, ci vuole tempo per imparare. Dopo otto mesi tutti si meraviglieranno di come parli bene, senza accento. Ci sono poi i litigi in famiglia, per i soldi che non bastano, perché il padre china la testa sul lavoro e non sa farsi valere, perché quello che sembrava bello dentro i pacchi quando li ricevevano i Romania, non lo è più a Torino quando tutti i compagni di scuola riconoscono che viene dal mercato di Porta Palazzo. Non è facile ambientarsi.

Botoşani.

    È la sua propria esperienza che Andreea Simionel racconta, in “Male a Est”. E la racconta nella lingua che ha fatto sua con fatica e che usa in una maniera tutta personale in uno stile secco, asciutto, dalle frasi corte e brusche come di chi ha le idee ben chiare di che cosa vuole dire. E niente come questo tono brusco velato di ironia potrebbe rendere meglio il contrasto tra due tempi e due stili di vita, tra il sogno e la realtà, tra un mondo di certezze e la destabilizzazione causata da chi vive nelle sue proprie certezze e neppure fa lo sforzo di capire ‘l’altro’, lo straniero, la bambina che si chiama Andreea con due e e quello è un nome femminile nel paese da dove viene.

    Un bel romanzo, da leggere perché non esiste una sola verità e neppure una sola realtà, ‘l’altro’ è qui con noi ed è il nostro futuro.

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venerdì 24 febbraio 2023

Camilla Ghiotto, “Tempesta” ed. 2023

                                                                         Casa Nostra. Qui Italia

                                                     romanzo di formazione

Camilla Ghiotto, “Tempesta”

Ed. Salani, pagg. 352, Euro 18,00

     Era il nome di battaglia di suo padre, Tempesta. Suo padre era stato partigiano e non ci sarebbe niente di strano se l’età di lei, la figlia, fosse quella che ci si potrebbe aspettare da qualcuno nato nel dopoguerra. E invece no, perché Camilla, figlia di Tempesta alias Renzo Ghiotto, ha diciassette anni quando suo padre, novantaduenne, muore.

 “Tempesta” è un libro autobiografico, dunque, anzi doppiamente autobiografico con una narratrice in prima persona- Camilla- e un narratore in terza persona, Renzo Ghiotto stesso nelle pagine del suo diario. Ed è anche un romanzo di una doppia formazione- quella di Camilla, che diventa grande scoprendo il padre, e del padre, il ragazzo che sale sui monti a diciotto anni per combattere i fascisti e, quando scende da quei monti perché la guerra è finita, è un uomo.

    Ci è capitato spesso di incontrare coppie in cui l’uomo è di parecchio più grande della sua compagna (meno spesso l’opposto, anche se ne abbiamo un esempio tra i nostri vicini francesi) e di riflettere su come funzioni un rapporto tra due persone con un’età così diversa. Molto raramente, quasi mai, abbiamo pensato a che cosa provi un bambino a cui gli amichetti chiedono se è suo nonno l’uomo che lo ha abbracciato davanti alla porta della scuola o dell’asilo. E Camilla si vergogna, Camilla risponde che sì, è suo nonno, Camilla chiede alla mamma (aveva vent’anni quando aveva conosciuto lui che ne aveva cinquanta) se il padre può andare a dormire dalla nonna la sera che la sua amica sarà sua ospite.

Renzo Ghiotto

È vecchio, Tempesta, c’è poco da fare. Cammina con un bastone, gli trema la mano quando mangia. Poi, però, parla davanti alla folla riunita nella piazza di Vicenza per il 25 aprile ed è capace di commuovere, di infuocare gli animi. Camilla spera che i compagni di scuola pensino che il loro cognome uguale sia una coincidenza, sì, è orgogliosa di lui ma è dibattuta nel suo intimo. E poi suo padre muore e Camilla sente il bisogno di capirlo, di sapere di lui, di rivivere il suo passato.

     C’è uno stacco netto tra le pagine in cui la ragazza “si confessa” e quelle del diario di Renzo Ghiotto. Ci sarebbe piaciuto che ci fosse un legame maggiore, come un commento a lato da parte della figlia, tra le due storie e invece le pagine del diario ci riportano a ottanta anni fa, con un salto temporale così brusco da farci sentire spaesati. È proprio l’impressione che deve avere provato la figlia- era veramente un altro mondo quello in cui un ragazzo di diciotto anni (l’età di lei, Camilla!) era stato torturato, era fuggito dall’arruolamento in Marina, aveva imbracciato le armi perché una cosa gli era ben chiara: doveva difendere la libertà. A Malga delle Fossette Renzo Ghiotto tornava ogni anno con la moglie e la figlia, quasi in pellegrinaggio, per ricordare- l’agguato dei tedeschi, gli spari, i compagni morti e feriti.


    Quando Camilla riprende la voce, è come se, solo ora che lui non c’è più per fare da interlocutore e per rispondere alle sue domande, lei mettesse a fuoco il passato di suo padre, solo ora si chiede se lei ne sarebbe capace, di patire il freddo, la fame, la paura, per essere coerente con le sue idee.

    Ci sono due gioventù a confronto, in “Tempesta”. Non c’è nostalgia per un tempo che non c’è più ma la volontà di trarre una lezione da quel passato, di perpetuare un insegnamento, di mantenere in vita, nell’unica maniera possibile, chi la vita l’ha lasciata. Un libro sofferto e coraggioso.

 Molto bella la copertina, con il copricapo che Renzo amava indossare e che sembra la prua di una nave con le due figurette di padre e figlia. Niente a che fare con il Titanic.

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