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lunedì 11 maggio 2026

Giulio Passerini, “Inimicizie letterarie” ed. 2025

                                                                 Casa Nostra. Qui Italia

                    saggio

Giulio Passerini, “Inimicizie letterarie”

Ed. Italo Svevo, pagg. 160, Euro 15,20

 

     Diciamo la verità. Quando pensiamo agli scrittori, quando ce li immaginiamo nella loro vita quotidiana, non pensiamo a loro come a dei comuni mortali, gli attribuiamo sempre delle qualità che li rendono superiori, distaccati dalle bassezze di chi non ha mai creato un mondo con le parole. E invece, nel breve libro di Giulio Passerini li scopriamo usare le parole con un significato perfido, trasformare una frase in un insulto. Anche se l’insulto è un’arte, se prestiamo fede a quanto disse Liang Shiqui- ‘l’arte dell’insulto richiede un alto livello di risolutezza e di profonda abilità mentale’-, pur sempre di un insulto si tratta, indirizzato con la volontà di ferire, di sminuire, di danneggiare.

     Apriamo il vaso di Pandora, sfogliando “Inimicizie letterarie”, e scopriamo la varietà e la diversa gradazione di questi insulti. C’è da divertirsi, ve lo assicuro. Passiamo da frasi elegantemente denigratorie come “quello non è scrivere, è battere a macchina” detto da Truman Capote a proposito di Kerouac, oppure l’accusa che Faulkner rivolge a Hemingway, di non aver mai usato una parola che il lettore dovesse cercare sul dizionario, ad altre più superficiali, come la stoccata di Norman Mailer a Tom Wolfe, ‘c’è qualcosa di stupido in un uomo che porta solo abiti bianchi’, ad altre più pesanti e offensive come quelle di Flaubert nei confronti di Georges Sand, definita ‘una grande vacca piena di inchiostro’.

Tom Wolfe

Sono tanti gli scrittori di cui Giulio Passerini racconta brevi aneddoti inquadrandoli nel tempo in cui vissero. Alcuni- sono nomi molto famosi e noti per il loro caratteraccio- sembra abbiano parole sdegnose per tutti gli altri scrittori, che possano o no essere considerati loro rivali, ad esempio V.S.Naipaul (ero presente al festival Mantova quando scese adirato dal palco lasciando un pubblico di lettori esterrefatti) che definisce Forster ‘un truffatore odioso’, Henry James ‘il peggior scrittore del mondo’, Jane Austen ‘inutile’ e  Thomas Hardy ‘insopportabile’. Possiamo ridere dei suoi insulti ma ride amaro chi, come me, ama molto quegli scrittori e non condivide la sua strampalata opinione. Nabokov non gli è da meno. Per lui Saul Bellow è un mediocre, T.S.Eliot un imbroglio, mediocri sono pure Galsworthy e Thomas Mann, Pasternak è drammatico e abietto, “Morte a Venezia” è asinino, Joseph Conrad (e noi pensiamo al grido straziato, ‘l’orrore!, l’orrore!,) ha uno stile da negozio di souvenir.

V.S.Naipaul

    I motivi alla base di questi insulti sono rivalità e invidia, a volte, in un paio di casi c’è la gelosia per una donna, per i due grandi dell’America Latina, Garcia Márquez e Vargas Llosa c’è anche una differenza di opinione politiche, altre volte gli scrittori sono venuti alle mani e due si sono addirittura sfidati a duello, un caso strano è quello di Houellebecq che sembra odiare la madre e definirei addirittura dissacratori gli insulti nei confronti di scrittori morti- Shakespeare e soprattutto Dostojevskij sono nel mirino. Ci è difficile accettare quanto dice Nabokov di Dostojevskij che, secondo lui, sarebbe sopravvalutato, sciatto e frettoloso, mentre Limonov aggiunge,a mo’ di spiegazione, che veniva pagato a pagina (in realtà pensiamo altrettanto di scrittori contemporanei molto verbosi).

   Le dispute tra gli scrittori italiani- Ungaretti e Bontempelli, Guglielminetti e Pitigrilli- si srotolano per pagine di accuse e controaccuse e un caso del tutto speciale è quello del poeta Quasimodo: sono tanti a non essere d’accordo sull’attribuzione del premio Nobel.

    È un libro che piacerà a chiunque si interessi di letteratura- divertente, ironico, fulmineo come un insulto.

                                               

copy Alessandra Fuccillo

venerdì 10 ottobre 2025

Tania Branigan, “Memoria rossa” ed. 2025

                                                            Voci da mondi diversi. Cina

            testimonianze

Tania Branigan, “Memoria rossa”

Ed. Iperborea, trad. Silvia Rota Sperti, pagg.275, Euro 19.50

 

     Ricordare e dimenticare- sono due ammonimenti che appaiono in un esergo di “Memoria rossa” di Tania Branigan, giornalista del “Guardian”, un libro ‘bello e illuminante’ secondo la definizione di Margaret Atwood. Ed è veramente ‘bello’ perché ben scritto, in maniera appassionante in un’alternanza di osservazioni personali della scrittrice stessa che ha vissuto sette anni in Cina, testimonianze a viva voce di chi, in un modo o nell’altro, ha preso parte alla Rivoluzione Culturale, ricostruzione storica di quegli anni, ‘illuminante’ per l’apporto che dà alla nostra conoscenza degli avvenimenti di quell’epoca.

     Un inizio visivo- Tania Branigan ci porta alla mostra di un centinaio di dipinti dell’artista Xu Weixin. Ogni volto di quei grandi quadri apparteneva a qualcuno che aveva avuto parte alla follia collettiva che era stata la Rivoluzione culturale, come vittima o come carnefice, spesso entrambe le cose. E la prima storia che ascoltiamo è quella di una giovane donna che non ha mai conosciuto suo padre, un ‘giovane istruito’ di 27 anni che era stato sequestrato dalle Guardie Rosse per un commento che aveva fatto, era riuscito a fuggire e si era buttato sotto un treno. Sua madre, la nonna della donna che racconta, si era uccisa trent’anni dopo. È una storia emblematica, per la colpa irrisoria di cui il giovane si era macchiato, per la disperazione che gli aveva fatto preferire togliersi la vita, per le ripercussioni lontane nel tempo di questa tragedia familiare.

Xu Weixin

   È impossibile capire la Cina di oggi (questa la tesi del libro) senza capire la Rivoluzione Culturale, senza approfondire ciò che accadde in quei dieci anni, a partire dal 1966, di odio e di violenza che spazzarono via la cultura, uccidendo leader e intellettuali. Se lo scopo iniziale era stato realizzare la perfetta società comunista, si erano poi sovrapposti rancori e ambizioni personali. Per certi versi quanto accadde in Cina può assomigliare ai genocidi del secolo XX o alle purghe staliniane, MA c’era un enorme differenza- prima di tutto l’entusiastica partecipazione di massa e poi si uccidevano amici e famigliari. Le ‘truppe d’assalto’ di Mao erano costituite dai giovani, spesso giovanissimi, cinesi. Il fanatismo delle Guardie Rosse è una caratteristica giovanile- chi è stato intervistato da Tania Branigan ha detto che era ‘divertente’ impazzare per le strade di Pechino attaccando la vecchia cultura secondo gli ordini di Mao, distruggendo templi, libri, abiti tradizionali. C’era un’esaltazione di libertà, senza scuola, senza regole. Lo dice Yu, la ragazzina che appare in un dipinto. Aveva tredici anni, lei, come gli altri studenti, erano innocenti arruolati in una guerra che non potevano capire.


Soffermiamoci su questo dettaglio- fino ad ora le uccisioni erano state fatte da eserciti, da criminali, durante la Rivoluzione Culturale erano le Guardie Rosse ad uccidere (alcuni racconti, come l’uccisione della professoressa Bian, picchiata a morte dalle sue alunne, sono raccapriccianti), erano adolescenti, studenti. Questa sarebbe diventata ‘la Generazione Perduta’, e leggiamo i racconti (ricordi tormentati) di quelli che, quando Mao riprese in mano la situazione, furono mandati nelle campagne per essere ‘rieducati’ dai contadini che avrebbero insegnato loro a vivere di niente- e parliamo di milioni di ragazzini che spesso si allontanavano per la prima volta da casa, molti di loro morirono di polmonite, di malaria, di stenti.
Xi Jinping

Anche Xi Jinping fu uno dei Giovani Istruiti che visse per sette anni in una casa-grotta nel nord-ovest della Cina, prima di poter tornare a Pechino nel 1975, quando le università furono riaperte.

    Eppure, eppure, nonostante tutto, forse proprio perché non c’è stata una rielaborazione della Storia, forse perché tutti hanno ritenuto meglio tacere, la scrittrice nota una strisciante nostalgia, un ritorno di alcuni modelli. Sul lato scherzoso osserva con stupore l’attrattiva che hanno gli imitatori di Mao o di Lin Biao, chiamati a presenziare feste o raduni, su quello più serio vede come Xi Jinping abbia imposto un livello di controllo straordinario, limitando le libertà che erano state conquistate- le conversazioni tra amici sono sorvegliate, così come le chat sui social, la gente è incoraggiata a spiare i vicini, dai manuali di storia è scomparso l’avvertimento di Deng Xiaopin contro il governo di un solo uomo. Il tutto è molto allarmante.

Lin Biao

   Per concludere questo esame della Cina di ieri che non può non riflettersi in quella di oggi, c’è un certo sconforto da parte di Tania Branigan nel constatare quanto da più parti le è stato detto- la minaccia più grande per la società è il declino morale, la perdita di senso della giustizia: quella di oggi è una società eticamente vuota.

     Da leggere.



   

domenica 5 maggio 2024

Martin Pollack, “La donna senza tomba” ed. 2024

                               Voci da mondi diversi. Area germanica

                                                      Storia

               saggio

Martin Pollack, “La donna senza tomba”

Ed. Keller, trad. Elisa Leonzio, pagg. 188, Euro 16,15

 

    Che tristezza, pensare ad una donna che non c’è più, non solo, una donna che una volta esisteva e si affacciava ad una finestra della grande casa della piazza e che adesso non si può neppure ricordare mettendo un fiore sulla sua tomba.

    Si chiamava Pauline Bast, sposata Drolc, ed era la prozia dello scrittore, vale a dire la sorella di suo nonno. Con l’amore della ricerca e dell’accuratezza storica che lo contraddistingue, Martin Pollack segue le tracce di Pauline (in sloveno Pavla), ne ricostruisce la vita e, insieme alla sua, quella della numerosa famiglia Bast. Intorno a loro si anima l’intera cittadina di Tüffer (in sloveno Laško), nella bassa Stiria. Osserviamo subito un dettaglio: tutti i nomi che vengono citati, sono detti in entrambe le lingue. Vuol dire tanto, vuol dire che parliamo di una terra passata da una sovranità all’altra, adattandosi, senza poter mantenere la sua identità.

   Iniziamo dal destino finale di Pauline, di cui Pollack riesce a sapere grazie ad una lettera del fratello di lei, suo prozio. Nel 1945, quando la guerra era finita da pochi mesi, i partigiani jugoslavi avanzavano nella bassa Stiria, arrestando gli abitanti di origine tedesca. Pauline, la mite Pauline di settant’anni, di famiglia tedesca ma sposata con l’organista slavo Drolc, fu arrestata e portata nel campo di internamento provvisorio del castello di Hrastovec. Morì poco dopo, in agosto, per le terribili condizioni del campo, per fame, chissà, per malattia o per sfinimento. Il corpo era finito in una fossa comune? Non fu mai ritrovato.

Hrastovec
       Ci vuole la pazienza, la meticolosità, la puntigliosità di un archeologo per fare ricerche su una persona che appartiene ad un’altra epoca in cui non esisteva neppure il concetto di una documentazione accurata. Martin Pollack procede, un passo dopo l’altro, a ricomporre le tessere di un puzzle- quello che si vedrà, alla fine, non sarà soltanto una figura di donna che molte persone di Tüffer ricordavano di aver visto per lo più alla finestra, ma l’intera cittadina, con schiere di personaggi di appartenenza territoriale e linguistica diversa. È una storia travagliata, quella dell’attuale Slovenia, pressata tra altri Stati, fagocitata dalla Germania prima, passata alla Jugoslavia poi. Martin Pollack inizia da quando la famiglia Bast si stabilì a Tüffer comprando la grande casa dove il loro nome avrebbe giganteggiato sulla porta, segue la crescita dei numerosi figli- le figlie femmine contavano poco, si sa, i maschi completarono gli studi, si unirono a confraternite simpatizzanti con il nuovo movimento nazionalsocialista, avrebbero sostenuto il Reich, uno di loro portava quei ridicoli baffetti alla Hitler. Nel corso inesorabile della Storia, quella che era stata una pacifica convivenza tra tedeschi e slavi, si sarebbe trasformata in un aspro contrasto, in un primo tempo con gli slavi considerati inferiori e la loro lingua bandita, e in un secondo tempo, dopo la fine del conflitto, la situazione si sarebbe capovolta con il desiderio di far scontare ai tedeschi tutte le loro colpe.


    Come se l’erano cavata i Bast? Di suo padre Gerhard, arruolato nelle SS e trovato morto nel 1947 (era ricercato come criminale di guerra e cercava di fuggire), Martin Pollack ha già parlato ne “Il morto nel bunker”, qui lo scrittore segue le sorti degli altri fratelli e sorelle Bast, un compito non facile in cui le testimonianze si basano su frammenti di ricordi e la parola passa dall’uno all’altro aggiungendo qualche dettaglio. E in definitiva la vittima della Storia fu una donna, Pauline, che non aveva colpe, non simpatizzava con i nazisti, era sposata con un non tedesco, un uomo di chiesa che aveva l’incarico di cuocere le ostie (tutti i bambini di un tempo ricordano con golosità gli avanzi di impasto che lui distribuiva). Lui aveva taciuto mentre portavano via la moglie?

    “La donna senza tomba” non è soltanto un esempio eccellente di libro-saggio, è anche un documento importante per la ricostruzione storica di un’epoca, è un omaggio alla memoria dei miti sulla terra.



sabato 21 gennaio 2023

Marzio Mian, “Guerra bianca. Sul fronte artico del conflitto mondiale” ed. 2022

                                                             Casa Nostra. Qui Italia

                    reportage
                 saggio

Marzio Mian, “Guerra bianca. Sul fronte artico del conflitto mondiale”

Ed. Neri Pozza, pagg. 297, Euro 19,00

 

    Il Grande Nord. Il Polo. I ghiacci perenni. L’impresa di Nobile con il suo dirigibile. Le due navi Terror e Erebus che svanirono nel 1845 con 129 uomini a bordo mentre cercavano il Passaggio a Nord-Ovest. L’orso polare.

È tutto questo che la parola Artico ci evoca. Un paesaggio mitico, di un biancore abbagliante, l’ultima frontiera, una sfida.

È tutto questo che sta scomparendo, che è già in parte scomparso. L’innegabile cambiamento climatico ha causato lo scioglimento dei ghiacciai e di conseguenza l’apertura di una nuova rotta, la Northern Sea Route, dal mare di Barents al mare di Bering, che fa risparmiare tempo e che, soprattutto, è aperta ormai per tutto l’anno o quasi.


    Ma- di chi è la zona del Mar Glaciale Artico? Nessuno aveva avanzato rivendicazioni che parevano inutili in passato. Come ci si poteva aspettare, è la Russia afferma la sua sovranità, con le migliaia di chilometri di terre che si affacciano sull’Artico. Nelle parole di Putin: “Spaccheremo i denti a chiunque pensi di sfidare la nostra sovranità. L’America sappia che non c’è Russia senza Artico e non c’è Artico senza Russia.”

Adesso la Russia sta combattendo in Ucraina. E dopo?

    Marzio Mian (di lui lo scorso anno abbiamo letto “Maledetta Sarajevo”) ha fondato con altri giornalisti internazionali la società non profit The Arctic Times Project che documenta le conseguenze del cambiamento climatico nella regione artica e in questo libro, “Guerra bianca”- un documentatissimo reportage costruito su testimonianze, fatti e numeri- esamina la questione artica da più angolazioni.

    A che punto siamo, prima di tutto- in quali porti la Russia stia allestendo la sua flotta di sottomarini, navi e navi rompighiaccio e quali siano le prospettive. Perché sembra certo che il prossimo conflitto si giocherà nell’Artico e per l’Artico.


È il grande paradosso di questa situazione- “la regione che paga il prezzo più alto del mondo dell’effetto del cambiamento climatico è anche quella che, per le stesse ragioni, offre le più grandi opportunità di conquista e di potere”. Se c’è una possibilità di continuare a vivere secondo gli standard a cui ci siamo abituati, è proprio grazie alle risorse dell’Artico. Basta guardare i numeri: nell’Artico ci sono il 40% delle riserve mondiali di combustibile fossile, il 30% delle risorse naturali, terre rare per 3 trilioni di dollari, 500 miliardi di pesce all’anno.

     Alla voce ‘pesce’ si collega l’altro punto di vista del libro di Marzio Mian- altre cifre che esprimono la preoccupazione per la fauna marina, con il riscaldamento delle acque che spinge a Nord pesci che si aggiravano ad altre latitudini innescando reazioni a catena, sia nel mondo animale, sia in quello degli uomini che hanno sempre vissuto di pesca.

   Volgendo infine lo sguardo verso Est, la nostra attenzione viene focalizzata su Groenlandia e Canada e ci rendiamo conto di quanto le informazioni possano essere manipolate in una direzione piuttosto che in un’altra. Da anni ormai abbiamo ascoltato il ‘mea culpa’ dei paesi colonizzatori europei. Ma la Danimarca ha mai riconosciuto il massacro psicologico effettuato in Groenlandia dove alle popolazioni indigene hanno tolto la lingua, la religione animista, bandendo gli sciamani, costringendo tutti a vivere in un mondo separato dove era impossibile aspirare ad un miglioramento sociale? Per non parlare del programma segreto degli anni ‘60-‘70 (del secolo scorso, si badi bene) per un controllo delle nascite impiantando la spirale a migliaia di donne e ragazzine inuit?


    E il Canada che si ammanta di un’aura utopica? nel nord del Canada, dove sopravvivere è un’impresa anche per le foche,  durante gli anni della Guerra Fredda, per garantire la sovranità dei territori inabitati, sono state deportate centinaia di famiglia da 2000 km a sud, separando figli da genitori, mariti dalle mogli- la peggiore violazione dei diritti umani nella storia del Canada. Non solo. Morirono a centinaia perché non sapevano cacciare a -50°. Morirono anche 20.000 husky, uccisi per impedire ai ‘coloni’ di fuggire.

    “Guerra bianca” è un libro che ci apre gli occhi, che ci obbliga a vedere quello che non vorremmo vedere, quello che molti si ostinano a negare. Un libro scomodo, forse, scritto con un piglio brillante che rende la narrazione agevole, mai noiosa, neppure quando snocciola dati. Un libro raggelante, in ogni senso e non solo perché parla dell’Artico.

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giovedì 5 dicembre 2019

Allie Eisiri, “Un anno con Shakespeare” ed. 2019

                                          Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda


Allie Eisiri, “Un anno con Shakespeare”
Ed. Neri Pozza, trad. Chiara Ujka, pagg. 528, Euro 20,00


     Non mi è mai accaduto di recensire o di raccomandare la lettura di un libro senza prima averlo letto. E averlo letto non usando il metodo di lettura veloce (come spesso mi si chiede se faccio). No. Io leggo, ad un ritmo che, forse, per chi non ha consuetudine alla lettura, può giudicare veloce, ma non tralascio nulla, leggo ogni parola perché amo le parole, amo il linguaggio, amo risentirne l’eco nella mia mente.
Detto questo, ho letto soltanto la prima cinquantina di pagine di “Un anno con Shakespeare” a cura di Allie Eisiri, quelle che corrispondono più o meno al primo mese dell’anno. Il perché è chiaro: sono anche io una lettrice che pregusta il piacere di passare un anno intero con il grandissimo poeta e drammaturgo il cui genio non tramonterà mai, di leggere, giorno dopo giorno, mese dopo mese, un estratto da una sua opera, preceduto da un commento o da una riflessione di Alice Eisiri, poche parole che bastano, però, per stimolare la nostra riflessione sul personaggio o sul sentimento o sul dilemma dei versi che seguono.
    Shakespeare scrisse almeno 37 opere, 154 sonetti e un paio di poemetti. Molte delle parole da lui usate furono inventate da lui stesso- il suo apporto alla lingua inglese è paragonabile solo a quello della Bibbia. Di più. Alcune sue espressioni hanno travalicato i confini, sono diventate di uso comune non solo in Gran Bretagna- “tutto è bene quel che finisce bene”, “molto rumore per nulla”, “quel che è fatto è fatto”. A meno che il lettore non sia uno studioso scespiriano, sarà per lei o per lui la prima volta che si avvicina agli stralci di alcune sue opere, altre, invece, gli saranno note. Proverà piacere nel rinfrescare il ricordo di queste, sarà incuriosito e forse andrà a cercare il testo completo di quelle. E, comunque, sia che legga al mattino, sia che legga alla sera, sarà accompagnato dal pensiero costante di quei versi di saggezza, di amore, di dolore, di furia, e, sì, anche dalle battute divertenti (la saggezza nella follia) dei buffoni di corte.
    Può anche succedere che non ci si riesca a fermare all’estratto del giorno, che si venga trascinati nella lettura (a me è successo, ho divorato tutto gennaio, tornerò indietro a gustare ogni giorno). Può anche succedere che si goda dell’introduzione intelligente di Allie Esiri tanto quanto della lettura delle parole del Bardo (come capitava anche leggendo “Curarsi con i libri” di Elderkin e Berthoud, un libro a cui ho pensato e che consiglio a chi non lo conoscesse)- niente di male se significa che siete ancora più invogliati.
    Non mi viene in mente nessun altro scrittore le cui opere, da quattrocento anni, continuino ad essere rappresentate sul palcoscenico o adattate per il grande schermo perché la loro attualità travalica i secoli. Un anno è perfino un tempo troppo breve da passare con Shakespeare. Le parole non muoiono mai e sono fonte di vita. Un libro imperdibile.
Aggiungo due parole sull’ottima appendice che include i riassunti di tutti le opere, una accurata cronologia, un indice e un sommario giornaliero (troppo spesso si è perso l’uso dell’indice a cui fare riferimento per una ricerca veloce).

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martedì 14 agosto 2018

V.S.Naipaul, “Fedeli a oltranza” ed. 2001


                               Voci da mondi diversi. Gran Bretagna e Irlanda

           premio Nobel

            
V.S.Naipaul, “Fedeli a oltranza”
Ed. Adelphi, pagg.523, Euro 10,20

    C’è un’immagine che non è facile dimenticare, in “Fedeli a oltranza”, dello scrittore Naipaul, Premio Nobel 2001. E’ quella della fontana di sangue, vicino al cimitero dei martiri, nel deserto a sud di Teheran. “Un tempo era famosa. Quando l’avevano costruita, all’inizio della guerra, gettava acqua tinta di rosso e doveva stimolare pensieri sanguinari, sacrificio e redenzione. Ora non zampillava più, la vasca era vuota. Troppo sangue vero era stato versato.” Un prima e un dopo. Un positivo e un negativo. Fede e speranza, morti e delusione. 1979 e 1995. Naipaul rivisita, a distanza di quindici anni, quattro paesi convertiti all’Islam: Indonesia, Iran, Pakistan e Malesia. C’è qualcosa di particolare nei paesi convertiti, un elemento di nevrosi e di nichilismo che si insinua nella religione con una conseguente facilità ad infiammarsi, ad assumere posizioni estreme.
Una condizione di incertezza sul proprio passato, dovuta al fatto che un musulmano convertito deve per forza cambiare la sua visione del mondo perché i luoghi santi sono in terra araba e la lingua sacra è l’arabo, deve per forza rinunciare alla propria storia e diventare parte della storia araba. “Fedeli a oltranza” non è un romanzo, ma, d’altra parte, Naipaul ha detto di considerare esaurite le possibilità del romanzo; non è una raccolta di saggi; è un libro che parla di persone, che lascia parlare le persone, che racconta delle storie senza voler esprimere un’opinione. Naipaul è un osservatore attento, un ottimo ascoltatore che registra con distacco quello che gli viene detto, che non interviene a fare commenti e lascia che il lettore arrivi da solo a delle conclusioni. Quindici anni sono tanti, abbastanza per constatare gli effetti di cambiamenti per lo più radicali nei quattro paesi visitati. Nel 1979 l’indonesiano Imaduddin, ingegnere elettrotecnico e predicatore islamico, sentiva il dovere di opporsi al governo; adesso il governo serve la fede e lui può servire il governo, attuando la sua sintesi di scienza e religione. Anche la Malesia guarda verso il futuro, dopo che l’Islam ha favorito la nascita di una economia che ha fatto superare al paese le insicurezze di un passato coloniale.
Molto più traumatici, dolorosi e amari i cambiamenti avvenuti in Iran e in Pakistan, come testimoniano il giornalista Parvez in Iran o l’insegnante Mushtaq in Pakistan. In Iran sembra che l’intera nazione, sventrata dalla rivoluzione e dalla guerra, abbia acquistato una conoscenza universale del dolore. Sembra che il popolo sia in attesa di qualcosa, spossato da questo dolore. Se il presente esiste in funzione del passato, per cercare di capire il momento storico che stiamo vivendo,  bisogna leggere “Fedeli a oltranza”.

    La casa editrice Adelphi ha pubblicato questo libro con un tempismo straordinario, poco prima che venisse conferito il Nobel a Vidiahur Surajprasad Naipaul, lo scrittore che riunisce in sé tre culture: di famiglia indiana, è nato nel 1932 a Trinidad  e si è trasferito a vivere in Inghilterra nel 1953, laureandosi a Oxford. Oriente e Occidente si confrontano nelle sue opere, in una lingua che esplora nuove dimensioni, con una chiarezza di idee che è, nelle parole dello scrittore indiano Amitav Ghosh, “la pietra su cui affilare la mia consapevolezza del mondo”.

la recensione è stata pubblicata su www.stradanove.net




domenica 20 maggio 2018

Jean-Christophe Brisard e Lana Parshina, “L’ultimo mistero di Hitler” ed. 2018


                                                        Voci da mondi diversi. Francia
      seconda guerra mondiale


Jean-Christophe Brisard e Lana Parshina, “L’ultimo mistero di Hitler”
Ed. Ponte alle Grazie, trad. Zaffarano, Ballardini e Toni, pagg. 401, Euro 19,00

 “Allora è lui? E’ proprio lui?”
   “Da!”
  “Ed è tutto quello che rimane?”
   “Da!”

Mosca, 6 aprile 2016. Quello che i  due giornalisti, il francese Jean-Christophe Brisard e la russo-americana Lana Parshina, hanno davanti agli occhi, quello di cui chiedono increduli se si tratti proprio di ‘lui’, è un pezzo del cranio di Hitler conservato in un modesto cofanetto nel più grande archivio russo (sette milioni di documenti). Non è stato facile per i giornalisti arrivare a questo momento, hanno alle spalle un anno di attese e di indagini. E il futuro gli prospetta un altro anno e mezzo di consultazioni, di richieste, di attese estenuanti di permessi, di esami approfonditi prima di arrivare ad un risultato che chiarisca una volta per tutte quello che è ancora possibile chiarire a settantadue anni di distanza: Hitler è veramente morto suicida insieme a Eva Braun il 30 aprile 1945 nel suo bunker scavato a 8,5 m. di profondità sotto la Cancelleria? Si è avvelenato con una fiala di cianuro o si è sparato? I due corpi carbonizzati trovati dai soldati dell’Armata Rossa nel giardino della Cancelleria erano proprio il suo e quello della neo-moglie?
piantina del bunker
        “L’ultimo mistero di Hitler” è un non-romanzo che si legge come un romanzo, un’inchiesta storica che con piglio giornalistico fa luce sugli interrogativi rimasti insoluti per più di mezzo secolo, mentre sul fondo c’è la domanda che Brisard si pone e ci pone: “lo spettro di Hitler smetterà prima o poi di tormentare l’Occidente?”.
i denti di Hitler
E’ come se ci fossero due libri, due storie, nello stesso libro- una più nota e una assolutamente nuova. Mentre in un filone narrativo seguiamo Brisard e Parshina in quella che sembra un’avventura kafkiana all’interno dei palazzi degli archivi moscoviti- le smozzicate risposte russe alle loro domande, permessi lesinati e poi concessi a denti stretti con ferrei limiti di tempo, la stretta sorveglianza come se i due giornalisti potessero inquinare delle prove già ampiamente inquinate (la mancanza di attenzione e la superficialità verso i reperti è stupefacente, pur facendo concessioni ai momenti di fuoco di quei giorni di aprile-maggio 1945), la concessione (anche questa strappata a fatica) di far intervenire il medico legale nonché archeo-antropologo Philippe Charlier perché esaminasse i presunti resti di Hitler, cioè il pezzo di calotta cranica e i denti.
il divano su cui Hitler e Eva Braun si sarebbero uccisi
Ricchissima la documentazione, in questo filone. Leggiamo i verbali degli interrogatori dei sopravvissuti della cerchia più vicino al Führer (estenuanti nella loro ripetitività, possiamo immaginare quanto peggio lo siano stati per loro), del cameriere di Hitler, del suo pilota e del suo assistente personale, del dentista e della sua assistente. Vediamo la piantina del bunker, notiamo la divergenza di due testimonianze sull’ora in cui Hitler si sarebbe ucciso, sul rumore del famoso colpo di pistola, su dove fosse seduto Hitler nell’ultimo istante della sua vita.
Nell’altro filone, invece, Brisard ricostruisce gli ultimi dieci giorni di vita di Hitler nel bunker quando ormai era lo spettro dell’uomo che era stato, un vecchio che doveva tener fermo il braccio sinistro perché non se ne notasse il tremito e che, però continuava a urlare contro i traditori e indugiava prima di permettere, a chi lo volesse, di uscire dal bunker e cercare di mettersi in salvo. Goebbels e la moglie rimasero e chiesero l’aiuto del medico per far morire i sei bambini.

    Ci sono anche due misteri, come ci sono due storie. Il mistero, i dubbi che hanno circondato la fine di Hitler, è stato indubbiamente infittito dalla posizione ambigua presa da Stalin: perché mai Stalin il 26 maggio 1945 disse ai rappresentanti delle superpotenze a Mosca che Hitler, secondo lui, non era morto ma era fuggito? Perché aveva alimentato le voci che fosse a bordo di un sottomarino diretto in Giappone? Perché il 6 giugno disse che il corpo non era stato trovato quando il rapporto sul ritrovamento gli era stato consegnato una settimana prima?
    Esauriente e appassionante, un libro che piacerà anche a chi non ha un particolare interesse per la Storia.

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martedì 28 marzo 2017

Xinran, “Le figlie perdute della Cina” ed. 2011

                                                           Voci da mondi diversi. Cina
                                                                          saggio
             testimonianze
             il libro ritrovato

Xinran, “Le figlie perdute della Cina”
Ed. Longanesi, trad. Valentina Quercetti, pagg. 244, Euro 17,60
Titolo originale: Message from an Unknown Chinese Mother

All’improvviso, finalmente, compresi. Ero inorridita. Possibile che l’avessero abbandonata alla stazione di Xi’an? Ma era chiaro che sua moglie stava aspettando un altro bambino, e se avessero avuto già una figlia non avrebbero potuto nascondersi in alcun luogo. L’Ufficio per la pianificazione delle nascite non avrebbe dato loro tregua e li avrebbe perseguitati con severità. Quei genitori avevano abbandonato davvero la loro figlioletta nel cuore della notte in un luogo estraneo? Quasi non osavo pensarlo…

        Centoventimila orfani cinesi adottati all’estero alla fine del 2007, quasi tutte bambine. Non si hanno dati per le neonate soppresse alla nascita: è come se non si fossero mai affacciate su questo mondo. E non è neppure esatto parlare di ‘orfani’, perché la parola presuppone che i genitori siano deceduti. Le bambine adottate sono le bambine fortunate che sono state abbandonate- davanti alla porta di un orfanotrofio, o di un ospedale dove sono state soccorse e salvate. A volte sono state lasciate nei gabinetti pubblici, o vicino a raccoglitori di immondizie, e allora è stato veramente per una qualche forza vitale nei loro corpicini se sono riuscite a sopravvivere.
Partendo da questi dati sconvolgenti la giornalista e scrittrice Xinran ha svolto delle ricerche, ha ascoltato confidenze e confessioni, cercando di capire e di spiegare nel suo libro “Le figlie perdute della Cina” il perché di questo femminicidio che dura tutt’ora, nel secolo XXI, quando è diffusa la convinzione di vivere in un mondo civilizzato. Come se il vertiginoso progresso tecnologico potesse di per sé sconfiggere la barbarie.

    Nella nota introduttiva Xinran cita le due cause principali del fenomeno, una che affonda nel passato e una recente che si è innestata sull’altra. Senza riandare al sistema di distribuzione della terra iniziato 2000 anni avanti Cristo, tra il 600 e il 900 dopo Cristo fu stabilito che le donne non dovessero ricevere nessuna porzione di terra: i maschietti erano la fonte della ricchezza famigliare. Quando poi, nel 1979, per rallentare la crescita demografica della Cina, fu formulata la legge che permetteva un solo figlio per ogni coppia, il destino delle bambine fu segnato. Se il primo figlio che veniva al mondo era una femmina, era eliminata- è così facile uccidere un neonato. La scrittrice ricorda di essere capitata in visita ad una famiglia mentre una donna stava partorendo. Ricorda l’atmosfera di spasmodica attesa dell’evento, il silenzio che era seguito, come se non fosse successo nulla. Lei aveva visto dei piedini sporgere dal secchio dell’acqua sporca.
    Nello stesso tempo in cui Xinran svolgeva la sua indagine, conduceva pure un programma radiofonico diretto alle donne. Non solo era molto conosciuta, ma aveva anche un suo modo garbato, empatico, istintivo, di attirare le confidenze: Xinran sapeva ascoltare. E sapeva piangere insieme a chi le raccontava la sua esperienza. Ogni capitolo è una storia, ogni capitolo aggiunge qualcosa. Parlano le mamme (“le mamme delle bambine hanno tutte lo strazio nel cuore!”), ricordano la sofferenza, si soffermano su dettagli di visetti e manine di cui hanno goduto per così poco tempo, si chiedono che vita facciano le figlie, se siano state adottate, se i loro nuovi genitori sapranno renderle felici. Si domandano soprattutto che cosa penseranno le figlie di loro, le mamme che le hanno abbandonate. Parla una levatrice, specificando la differenza del compenso se il bimbo che aveva aiutato a nascere era un maschio o una femmina (e allora il prezzo comprendeva anche l’eliminazione). Parla una donna che ha lavorato in un orfanotrofio (con le adozioni internazionali è scoppiato il boom degli orfanotrofi). Parla un padre in fuga per far partorire la moglie dove nessuno li conosca: hanno già abbandonato quattro figlie sui marciapiedi di stazioncine. Xinran ha negli occhi la bimba che ha visto lei- un anno e mezzo, aveva risposto al suo saluto, Xinran non si era resa conto che fosse rimasta sola, là, lungo il binario del treno.

     Le testimonianze raccolte da Xinran servono da sfogo accorato e, soprattutto, per far sapere alle bambine cinesi adottate all’estero che le loro mamme le hanno amate, le amano ancora, non passa giorno senza che pensino a loro. Che alcune di queste mamme hanno tentato il suicidio, che alcune sono riuscite a morire, perché non sopportavano il peso della colpa, lo strazio nel cuore per averle dovute abbandonare.

    Avevo già letto dei romanzi con storie delle ‘figlie perdute’ della Cina, ma il libro di Xinran, con lo stile narrativo svelto e vivace che alterna il suo punto di vista con le voci parlanti delle persone intervistate, ha un’impronta così reale che l’impatto doloroso è più forte. Come donna mi sono chiesta quale sarebbe stato il mio destino alla mia nascita, se fossi venuta al mondo in Cina. Come madre di tre figlie mi sono domandata quale sarebbe stata la sorte delle mie bambine. E se sarei stata capace di sopportarla, o avrei cercato di avvelenarmi ingerendo del detersivo come la lavapiatti infelice del libro di Xinran.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it


lunedì 16 gennaio 2017

Andrea Fontana, “La bomba e l’onda”. Storia dell’animazione giapponese da Hiroshima a Fukushima. ed. 2013

                                                               Casa Nostra. Qui Italia
               saggio
               il libro ritrovato

Andrea Fontana, “La bomba e l’onda”. Storia dell’animazione giapponese da Hiroshima a Fukushima.
Ed. Bietti, pagg.262, Euro 19,00

 Se l’esplosione della Bomba atomica a Hiroshima e Nagasaki e l’occupazione statunitense hanno lasciato un segno indelebile sulla produzione di anime almeno fino alla fine degli anni Settanta, di certo lo stesso accadrà con il terremoto e lo Tsunami del marzo 2011. Ciò che più ci preme sottolineare è che il pubblico, in questi momenti, dovrebbe riuscire a cogliere l’insegnamento che l’arte propone attraverso gli occhi e la riflessione degli stessi artisti.

     Una volta si chiamavano ‘fumetti’ e ‘cartoni animati’. Una volta imperavano i fumetti e i cartoni animati di Walt Disney, con i suoi paperi e piccoli topi. Finché sono arrivati i nuovi personaggi giapponesi, i fumetti sono diventati ‘manga’ e i cartoni animati ‘anime’, abbreviazione di animeshon che è la traslitterazione giapponese di animation. Del tutto diversi dal buffo Paperino, dall’avido Paperon de Paperoni, dal simpatico Topolino. Alcuni nomi di questi nuovi protagonisti sono entrati nell’immaginario- Mazinga o Lady Oscar, per nominarne due che sono letteralmente agli antipodi. Penso che pochi, anche tra i lettori abituali di manga o tra gli spettatori amanti del genere ‘anime’ al cinema, si siano mai chiesti che cosa nascondano- o meglio, che cosa rivelino- questi personaggi. Il libro “La bomba e l’onda” di Andrea Fontana è illuminante, apre un nuovo mondo, incuriosisce i profani, appassiona gli esperti, ci consegna una chiave di lettura. Perché leggiamo la Storia del Giappone, tra l’esplosione della bomba atomica su Hiroshima nel 1945 e quella della centrale nucleare di Fukushima causata dall’onda dello tsunami del 2011, attraverso la storia dell’animazione giapponese.

    La prima cosa che apprezziamo in Andrea Fontana è la sua capacità di schematizzare e sintetizzare- correremmo il rischio di perderci nella vastità dell’argomento trattato. La Storia del Giappone e dell’anime è così divisa in tre fasi: “I figli della bomba”, “I figli del boom” e “I figli della bolla” (bella l’allitterazione che aggancia i tre titoli incidendo sulla memoria di chi legge), dove i figli della bomba sono gli artisti dall’immediato dopoguerra fino agli anni settanta, seguiti dai figli della inarrestabile crescita economica del Giappone negli anni ‘80 e infine da quelli che hanno vissuto gli anni della peggiore recessione dalla fine della seconda guerra mondiale.
     Il Giappone che esce dalla guerra è un paese traumatizzato, che vede le forze americane di occupazione sul proprio territorio e i vecchi valori messi in discussione. Lo shock della bomba atomica ritorna come un’ossessione nei manga e nell’anime, come immagine di un’apocalisse che ha lasciato pochi sopravvissuti che cercano di ricostruire un mondo nuovo. Questa prima narrazione si innesta su una seconda narrazione che introduce le figure dei robot, tipici personaggi del genere giapponese. I robot sono necessari per vincere l’invasione da parte di potenti esseri di un’altra razza: i giovani giapponesi, spesso orfani, si servono dei robot per vincere la guerra che i loro padri sono stati incapaci di vincere.

     Quando arrivano i ‘figli del boom’ negli anni ‘80, la ricchezza raggiunta dal paese permette un deciso cambiamento di atmosfera. I temi trattati nell’anime sono più spensierati, più leggeri- il romantico personaggio di Lady Oscar ben rappresenta la nuova tendenza, influenzata anche dall’apertura del Giappone alle influenze culturali occidentali. E non è solo il cinema americano con i suoi divi ‘macho’, Schwarzenegger, Stallone, a strisciare dentro l’anime giapponese. E’ un vero e proprio fenomeno di globalizzazione: il regista Rintarô, nel lungometraggio “Alexander”, si ispira (come dice il titolo) a personaggi, fatti, ideologie e filosofie greco-macedoni adattandoli ai principi dello shintōismo.

     La crisi economica iniziata negli anni ‘90 porta un ulteriore cambiamento di stile, di tematiche e di personaggi: la nuova generazione non ha ideali, è priva di riferimenti culturali e politici. I due avvenimenti traumatici che introducono questo periodo sono il terremoto del 1995 e la strage nella metropolitana di Tokyo nello stesso anno. C’è di che giustificare il pessimismo che permea l’anime del tempo, insieme ad una preoccupazione ecologica non nuova ma più sentita e alla perplessità riguardo alla partecipazione del Giappone alla guerra del Golfo.

   Questo lo sfondo storico in cui Andrea Fontana introduce, ad uno ad uno, i grandi autori di animazione, illustrandoci le loro opere per sommi capi ma in maniera esauriente: leggere il libro di Andrea Fontana (corredato da immagini illustrate, una cronologia comparata e tre saggi di completamento) è un appassionante viaggio in Oriente in compagnia di personaggi dal ciuffo sbarazzino e gli occhi grandi e di giganteschi robot che mostrano come la scienza non sia solo distruttiva. E’ un libro-saggio chiaro ed essenziale, per gli esperti che aggiungeranno qualcosa alla loro conoscenza e per i profani che saranno invogliati a ‘vedere’ ciò di cui hanno letto.

la recensione è stata pubblicata su www.wuz.it