domenica 30 luglio 2023

Jean Stafford, “Il puma” ed. 2023

                                Voci da mondi diversi. Stati Uniti d'America

      romanzo di formazione

Jean Stafford, “Il puma”

Ed. Adelphi, trad. Monica Pareschi, pagg. 221, Euro 19,00

 

    È tutto basato su immagini doppie il romanzo “Il puma” della scrittrice statunitense Jean Stafford, morta nel 1979 e vincitrice del premio Pulitzer nel 1970.

    Una famiglia composta dalla madre, rimasta vedova, e da quattro figli- due ragazze bionde, dalla carnagione chiara, sempre vestite a puntino con abiti frivoli, e un maschietto, Ralph, di dieci anni e la sorellina Molly, minore di due anni. Alla leggiadria delle sorelle maggiori si contrappone la ruvidezza di Ralph e Molly, scuri di carnagione, bruni di capelli, con gli occhi neri, magrissimi, malaticci dopo la scarlattina che hanno avuto entrambi.

   Ci sono due nonni, continuamente ricordati, anche loro l’uno l’opposto dell’altro, che verranno a rappresentare due atteggiamenti diversi verso la vita. Nonno Bonney, il vero nonno dei ragazzi Fawcett, era il perfetto gentiluomo, adorato dalla figlia- diventerà il simbolo della ‘borghesia’ per Ralph e la sorellina, qualcosa da rifiutare. Nonno Kenyon è tutt’altra cosa. Nonno Kenyon è il patrigno della mamma e viene a trovarli una volta all’anno. I due fratellini lo aspettano con ansia, perché il nonno Kenyon porta regali insoliti, racconta storie mirabolanti della sua vita e dei suoi viaggi, possiede parecchi ranch. Nonno Kenyon rappresenta la vita libera, a contatto con la natura e con gli animali, fuori dalle costrizioni della scuola e delle norme sociali che imprigionano i due ragazzini. E li invita regolarmente a passare del tempo con lo zio Claude, il fratellastro della mamma- insegnerà loro ad andare a cavallo, a sparare.

    E ci sono due luoghi geografici, anche questi l’uno l’opposto dell’altro, la California e il Colorado, la dorata California della buona società e il Colorado selvaggio, dove si beve e si caccia.


    Andranno in Colorado, Ralph e Molly. Dapprima si troveranno spaesati, poi torneranno, poi rimarranno là un anno intero, mentre la madre condurrà le sorelle a fare il giro del mondo. E questo romanzo di formazione ha un’accelerata. Perché Ralph si avvicina sempre più allo zio, distaccandosi da Molly che sembra fare apposta ad essere stravagante, mostrando peraltro la sua genialità nella sua passione per la scrittura. Ralph cresce, la sua sessualità si risveglia osservando gli animali, è attratto dalla figlia della governante dello zio. Molly cresce in statura, ma si rifiuta di crescere come giovane donna, pensa di poter sposare il fratello o lo zio, soffre perché sa di non essere né bella né graziosa.

    E poi c’è il puma. Una splendida bestia bionda che chiamano ‘Riccioli d’oro’ come il personaggio della favola. Scivola elusiva nel bosco, appare e scompare. Diventa la preda ambita dallo zio. Ma anche da Ralph, in competizione con lo zio. Il puma diventa un altro potente simbolo, il più bello, di questa vita selvaggia, libera, pericolosa, in cui ci si sente veri uomini, da cui Molly è esclusa. Perché è piccola (vuole rimanere piccola) e perché è femmina.


    Se dapprima le pagine (bellissime) dell’infanzia di Ralph e Molly che descrivono un rapporto molto stretto, con Molly sempre in adorazione del fratello maggiore, ci hanno ricordato Tom e Maggie del “Mulino sulla Floss” di George Eliot, quando la narrazione prosegue, spostandosi nel ranch, il nostro pensiero va ad un altro genere di romanzi e ad un altro genere di vita, con l’eterno contrasto tra la costa Est ( che qui è in realtà quella Ovest, ma in California) e il mitico Far West degli Stati Uniti.

Il finale, poi, altamente drammatico e risolutivo, ci lascia di sasso. Un bel romanzo che vale la pena di riscoprire.

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sabato 22 luglio 2023

Ilaria Tuti, “Madre di ossa” ed. 2023

 

   Casa Nostra. Qui Italia

 cento sfumature di giallo

Ilaria Tuti, “Madre di ossa”

Ed. Longanesi, pagg. 368, Euro 22,00

 

  È tornata Teresa Battaglia. Non più commissario, invecchiata, consapevole del male che avanza privandola della memoria e di se stessa, ma- quando è lucida, quando è, dolorosamente, quasi la Teresa Battaglia di una volta, è sempre la donna con un cognome che è tutto un programma, con un intuito eccezionale, con una umanità e una empatia che hanno fatto di lei una leader, seguita con totale fiducia dai ‘suoi’ poliziotti, da Massimo Marini che è diventato il suo braccio destro, quasi il figlio che non ha mai avuto.

     Dopo una chiamata anonima Massimo Marini si è precipitato nel luogo indicato, nei pressi di un lago, accanto ad un fitto bosco nelle montagne. Lo spettacolo che si presenta ai suoi occhi è sconvolgente- Teresa è lì ma non è lì, gli occhi vuoti rivelano la sua assenza, è sporca di sangue, tiene tra le braccia il cadavere di un ragazzo. A prima vista sembra che il ragazzo si sia suicidato, c’è un coltello con una impugnatura d’argento nelle acque limpide del lago. Ma perché Teresa è con lui? Come ha fatto ad arrivare in quel posto?


    Non è difficile appurare l’identità del ragazzo- aveva vent’anni, si chiamava Ratchis, un nome singolare, tanto quanto quello della sorella Tassia, la madre era scomparsa una decina di anni prima e ne era stata dichiarata la morte presunta, il padre dice di discendere dal re dei Longobardi  Alboino, arrivato in Friuli dalla Pannonia nel 568. C’è, nel padre, tutto l’orgoglio di questa appartenenza, il rifiuto del nuovo e il culto delle tradizioni, come quella del coltello dal manico d’argento che ognuno ha in famiglia. Non sa nulla di un possibile disagio del figlio, anche la sorella dice di non sapere chi abbia messo su tik-tok il filmato in cui si esprimeva timore per Ratchis.

   C’è tutto l’attaccamento di Ilaria Tuti per la sua terra, in questo romanzo, c’è- come pure negli altri precedenti- l’interesse per le radici storiche, per le leggende, per il folclore, per le tradizioni delle minoranze, c’è l’orecchio teso a captare il linguaggio della natura, l’occhio attento ai colori- è tutto un insieme che rende così peculiari i suoi libri.


   E poi c’è il personaggio di Teresa Battaglia, sempre più dominante proprio mentre si avvia al tramonto, mentre sta scomparendo. Il solo fatto che i ‘suoi’ uomini si serrino a schiera per proteggerla, si diano i turni perché abbia sempre qualcuno al suo fianco, è indice del suo valore- non è mai riuscita a diventare madre, Teresa, ma i suoi collaboratori, quelli che lei ha formato, sono tutti suoi figli.

    Il tema della maternità è importante, nel libro che ha già la parola ‘madre’ nel titolo. Madre di ossa (ne scopriremo il significato), la madre terra, la maternità frustrata di Teresa, una madre scomparsa che riappare per poi finire come il figlio, la madre di Alice, la ragazza cieca, che si intravvede come un’ombra in tutte le foto che ritraggono Alice (che ne era stato di lei dopo una gravidanza che non era arrivata alla fine?), e una madre gloriosamente felice- la compagna di Massimo che dà alla luce una bimba che potrebbe diventare la mascotte del gruppo. È come se ci fosse un passaggio di consegne, come se il messaggio fosse- la vita continua, nonostante tutto, nonostante la malattia, nonostante la morte, nonostante la malvagità umana (riappare nel libro il problematico personaggio di Giacomo, colpevole di più di un omicidio, strano amico di Teresa), perché la vera forza è nella donna, colei che dà la vita.

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domenica 16 luglio 2023

Benôit Philippon, “La centenaria con la pistola” ed. 2023

                                                        Voci da mondi diversi. Francia   

                                            Cento sfumature di giallo             

Benôit Philippon, “La centenaria con la pistola”

Ed. Ponte alle Grazie, trad. Monaco R., Fusini L., pagg. 432, Euro 18,90

 

 

    Non ero certa che il libro che iniziavo a leggere mi sarebbe piaciuto. Il titolo mi suggeriva una trama comica, mi ricordava romanzi ilari del Nord con protagonisti vecchietti o vecchiette impegnati in imprese poco consone alla loro età in cui, peraltro, se la cavavano benissimo con il divertimento del lettore. Pensavo di leggere un certo libro e invece mi sono ritrovata a leggere tutt’altro. Buffo, sì, ma di quel tipo di buffo che blocca il sorriso a metà, perché ti accorgi che c’è poco da ridere, che c’è da pensare, che tutto non è affatto come appare.

    È l’alba in un villaggio del Massiccio Centrale francese. Risuonano degli spari. Berthe Gavignol, centodue anni, ha sparato contro il vicino di casa e poi contro i poliziotti per difendere una coppia di amanti in fuga. Viene portata in commissariato per essere interrogata dall’ispettore André Ventura che non si aspetta affatto quello che verrà fuori. Come potrebbe aspettarselo? anche se Berthe non ha proprio una bella fama, ha ‘seppellito’ (letteralmente) cinque mariti, la chiamano ‘la Vedova Nera’. E comunque la verità supera qualunque immaginazione.


    Una volta era molto bella, Berthe, sensuale, piena di vita. Le è rimasta la vivacità, la parola pronta, quel fare al limite della sfacciataggine di chi sa che, intanto, alla sua età, che cosa possono farle? E poi, ancora una mira perfetta, lo si è visto.

Il tono con cui l’interrogatorio inizia è scherzoso- Berthe chiama l’ispettore

Lino, come l’attore, ed è chiaro che si fa beffe di lui, non lo prende sul serio. Più tardi, quando il loro rapporto è diventato più personale, quando la storia di Berthe ha sconcertato Ventura ma lo ha anche forzato ad abbassare il velo dell’ipocrisia, lei non si farà più gioco di lui e lo chiamerà con il suo vero nome.

    C’è un secolo di Storia dietro la vita di Berthe. Perché ha una Luger? Presto detto. Si potrebbe considerare il regalo di un nazista, durante l’occupazione. Che fine ha fatto il nazista? Basta scavare nella cantina di Berthe. Perché lo ha ucciso? Non ci vuole molta fantasia per indovinarlo, be’, se lo meritava, legittima difesa, dopotutto. Però, scavando in cantina, vengono alla luce ben sette cadaveri. Sette? Sì, più quelli di qualche animale. E dietro ogni cadavere c’è una storia, un dramma, un sopruso. E, in un caso, molto amore. Ogni tanto ci pare che Berthe avrebbe potuto trovare un’altra soluzione, ogni tanto le sue maniere spicce e risolutive ci sembrano l’unica via di uscita.


    Il racconto di Berthe è paradossale, la vita di Berthe è paradossale. Eppure il paradosso ha la sua funzione per abbattersi con tutta la sua forza su di noi, per obbligare il lettore a vedere da un altro punto di vista quello che si accetta per scontato e irrisolvibile- almeno, era irrisolvibile e senza via di uscita, nel tempo in cui viveva Berthe, quando non c’era il divorzio per uscire da un matrimonio sbagliato (quante volte è stato sposato Ventura?), per liberarsi da una gravidanza non voluta, forzata, accidentale. Fino a che punto la legge tutela e difende la donna?

    André Ventura è la legge, dapprima si arrocca su posizioni rigide, nonostante che Berthe gli ricordi di continuo lo scarso valore che può avere una condanna alla sua età, poi si ammorbidisce, sembra impossibile ma è come se il vecchio fascino di Berthe funzionasse ancora. Purtroppo per lui…

      Il finale è il perfetto coronamento della vita dell’arzilla centenaria- non si è fatta incastrare fino ad ora, non la incastreranno mai.

    Arguto, scoppiettante, intelligente, divertente.

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venerdì 14 luglio 2023

Holidays

 






Abbiate pazienza per l'aggiornamento saltuario. Il motivo è nella foto. Non sono certa di poter dire che sono 'in vacanza'.

sabato 8 luglio 2023

Siphiwe Gloria Ndlovu, “La storia dell’uomo” ed. 2023

 

Voci da mondi diversi. Africa

romanzo di formazione

Siphiwe Gloria Ndlovu, “La storia dell’uomo”

Ed. F. Brioschi, trad. Chiara Manfrinato

     21 dicembre 1979. Emil Coetzee si sta lavando le mani sporche di sangue. È stato proclamato il cessate il fuoco in questo paese mai nominato che possiamo supporre essere la Rodhesia, oggi Zimbabwe, che ha per capitale la Città dei Re.

   È un’immagine reale e simbolica questa che apre il romanzo- singolare romanzo di formazione che è, insieme, romanzo storico- di Siphiwe Gloria Ndlovu, scrittrice nata in Zimbabwe, emigrata con la famiglia in Svezia e poi negli Stati Uniti, per ritornare nello Zimbabwe dopo il 1980, quando il paese aveva raggiunto l’indipendenza. Un’immagine forte che, insieme a quelle che seguono, è come uno schizzo riassuntivo della vita del protagonista- Emil che va nel suo ufficio e rilegge, come ogni mattina, le righe finali dell’ultima e unica lettera che il figlio gli ha scritto prima di suicidarsi (Hai sempre voluto che uccidessi qualcosa e l’ho fatto. Spero che adesso tu sia fiero di me. Sono diventato il figlio che hai sempre desiderato) e i cinque biglietti su carta celeste ricevuti dalla donna che ha veramente amato (Ci sono anni di domande e anni di risposte).


     Dopo il rifiuto di Emil di parlare con la giornalista sfrontata che vorrebbe scrivere la sua biografia, il rullino della vita di Emil si riavvolge e noi leggiamo dall’inizio la storia della sua vita che dovrebbe aiutarci a capire come è successo che sia diventato il cinquantenne che è adesso. Partiamo dai nonni e poi da suo padre e sua madre (in apparenza molto felici e innamorati, finché era successo l’inimmaginabile), l’infanzia in quel luogo magico che era il veld in una casa concessa dal governo a chi occupava un posto in polizia e che a lui bambino sembrava bellissima (anche se non aveva una veranda), il collegio esclusivo dove si formavano ‘i veri uomini’, quelli che avrebbero ‘fatto la storia’. Era in collegio che Emil aveva conosciuto quello che sarebbe stato suo amico per tutta la vita- era veramente suo amico? Il suo opposto, una persona solare e ottimista, decisamente favorevole all’integrazione delle razze, la multirazzialità del governo, un uomo dalle ampie vedute che si era accordato per un matrimonio aperto con la moglie che- guarda caso- era proprio la ragazza che Emil aveva visto due volte di sfuggita, su una pista di pattinaggio e poi su una spiaggia, innamorandosene perdutamente. Si può dire amico chi va a letto con la moglie dell’uomo che si fida di te?


   A differenza dell’amico Courtney che sa per certo da che parte schierarsi nella società bianca e nera dello Stato senza nome, Emil Coetzee sembra essere sempre in bilico su una linea divisoria. Uscito da quella scuola che formava gli uomini che avrebbero fatto la Storia, aveva avuto l’idea di dare una Storia ai neri, fondando un’Organizzazione per gli Affari Interni che avrebbe raccolto nomi e dati, senza immaginare, però, come il suo intento sarebbe stato stravolto, come quell’elenco di dati avrebbe facilitato la repressione.

    Viene travolto, Emil. L’uomo che aveva frequentato la scuola per gli uomini che avrebbero fatto la Storia si trova a svolgere un ruolo che non aveva previsto, a fare una Storia che non è sicuro sia quella che avrebbe voluto, vede la fine di un matrimonio contratto per fare la cosa giusta, non riesce ad accettare le inclinazioni sessuali del figlio e lo spinge ad una guerra che a lui fa orrore, ovunque si giri vede la morte- non c’è più nessuno accanto a lui.

     Questa storia di un uomo è, senza volerlo essere, un romanzo storico in cui viene sfatato il mito del ‘fardello dell’uomo bianco’ di memoria kiplinghiana e la storia di ‘un uomo’ diventa quella ‘dell’uomo’ al di là del colore della pelle, una storia fatta di guerre e di sangue. Un libro per una visione diversa dell’Africa, da leggere.

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