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lunedì 8 marzo 2021

Nguyễn Phan Quế Mai, "Fiori per bookstagrammes"

 


    La scrittrice e poetessa Nguyễn Phan Quế Mai ha dedicato una poesia ai/alle bookstagrammes, che pubblicano recensioni di libri su Instagram. Ne ho fatto la traduzione, perché vorrei ampliarne il significato coinvolgendo tutti quelli che parlano di libri, perché i libri sono stati e sono un’ancora di salvezza in questa pandemia che divora il tempo che ci è dato.

I libri salveranno il mondo, come la bellezza.

 

 FIORI PER BOOKSTAGRAMMERS

 

Quando il Covid ha chiuso i confini nazionali

      voi li avete aperti con le vostre recensioni di libri.

Quando noi non possiamo viaggiare,

     voi ci fate avventurare in altre culture,

          ci fate sentire nuove voci entusiasmanti,

                foggiare nuove amicizie.

 

Quando il buio ci circonda,

     le vostre immagini e le vostre parole ci fanno luce.

Quando cerchiamo semplicemente di sopravvivere,

     ci ricordate come prosperare,

         come osservare la bellezza nascosta

                che fiorisce sulle pagine intorno a noi.

 

Grazie Bookstagrammes

    per le vostre innumerevoli ore non pagate,

         per i molti sacrifici, per le lunghe notti

               per le prime ore del mattino.  

 

Ci inchiniamo davanti a voi

    mentre raccogliamo le stagioni

        del vostro duro lavoro.

                              

                                 Con gratitudine,

                                      da Nguyen Phan Que Mai




              

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mercoledì 3 febbraio 2021

Yun Dong Ju, “Vento blu” ed. 2020

                                                           Voci da mondi diversi. Corea

               poesia

Yun Dong Ju, “Vento blu”

Ed. Ensemble, trad. Eleonora Manzi, pagg. 252, Euro

    Yun Dong Ju, l’autore della raccolta di poesie “Vento blu”, era ‘il poeta’ del titolo del romanzo “La guardia, il poeta e l’investigatore” dello scrittore coreano Jung-myung Lee. Un romanzo che ho amato molto, un poeta che è stato per me una scoperta fulminante. In calce alla mia recensione del libro avevo scritto della mia delusione nel non aver potuto acquistare il volume con la traduzione inglese delle poesie di Yun Dong Ju- l’ultima copia era scomparsa nell’attimo che avevo impiegato a decidermi. Ed ecco, a quattro anni di distanza, la graditissima sorpresa di “Vento blu”, con la traduzione in italiano di Eleonora Manzi. Finalmente.

    Yun Dong Ju condivide la sorte dei poeti morti giovani- muor giovane colui che al cielo è caro- e, se fu una malattia a stroncarlo, come avvenne a Byron e a Keats, di certo la malattia insorse come conseguenza della sua prigionia.

    Nel 1943 Yun Dong Ju, che frequentava l’università in Giappone, fu arrestato per aver manifestato per l’indipendenza coreana (la Corea era stata annessa al Giappone nel 1910). Condannato a due anni di reclusione nel carcere di Fukuoka, morì il 6 febbraio 1945, a ventisette anni. Nel 1948 venne pubblicata postuma la sua raccolta di poesie, alcune delle quali erano citate nel romanzo di Jung-myung Lee, lasciando in me un’impressione indelebile.


    C’è tutta la vita del poeta in queste poesie scritte in un linguaggio semplice che fa balenare immagini di grande bellezza la cui simbologia- quando c’è- è di facile comprensione. E ci sono alcuni temi ricorrenti, primo fra tutti la frustrazione e il senso di ingiustizia per la proibizione di usare la lingua nazionale. Quando, nel 1942, è costretto a cambiare nome, Yun Don Ju scrive: Sopra questa collina dove così tante stelle si riflettono/ scrivo il mio nome/ e lo ricopro di terra./

    Si sente in colpa, il poeta, per non fare abbastanza, per non riuscire ad aiutare i connazionali a liberarsi del giogo. Vede se stesso in un pozzo e odia la sua immagine, odiandosi: Nel pozzo vedo la luna splendente, le nuvole che si addensano, il cielo vasto che si dilata, il vento blu e l’autunno./ Vedo anche un uomo./ Senza una ragione lo odio e mi allontano. È lo stesso volto che vede nello specchio ‘sfigurato dal disonore’.

memoriale a Kyoto

    Se si lascia prendere dal pessimismo che gli fa dire, Allora anche io che cercavo il nuovo giorno,/ al risveglio mi guardo intorno./ Non trovo il domani,/ ma l’oggi., è però anche capace di riprendersi con lo spirito battagliero della giovinezza, e dire: La mia strada è sempre nuova,/ sia oggi, sia domani…e, in un’altra poesia, la notte è buia/ ma chiudete gli occhi e andate avanti, versi che ci ricordano quelli di Robert Frost, Bello è il bosco, buio e profondo,/ ma io ho promesse da non tradire, e miglia da fare prima di dormire.

   La visione personale della vita riesce a diventare universale nelle poesie di Yun Dong Ju e nei suoi versi riconosciamo echi della poesia classica cinese, ma anche dei grandi poeti del mondo occidentale da lui studiati all’università.

    Di questo ragazzo poeta che ebbe una vita così breve ci resta un insegnamento, delle parole che dobbiamo far diventare nostre:

    Spero di guardare il cielo fino al giorno della mia morte

    Senza provare la minima vergogna.



Alla vita di questo poeta, personaggio di culto in Corea, è ispirato il film "Dongju" del 2015


domenica 24 gennaio 2021

Amanda Gorman, "The hill we climb" 20 gennaio 2021

 


     Ho notato i colori, per prima cosa, delle tre figure femminili che salivano la scalinata di Capitol Hill il 20 gennaio 2021, Inauguration Day, un giorno che resterà nella Storia. Blu laguna per Jill Biden, viola con un tocco di pervinca per Kamala Harris e giallo per la giovane poetessa Amanda Gorman che doveva imporsi alla nostra attenzione con la poesia che avrebbe recitato, “The hill we climb”. Mi è sembrato che quei tre colori così ben armonizzati fossero un segnale di speranza e di fiducia nella democrazia, un messaggio per cancellare la scena dei disordini su quella stessa scalinata presa d’assalto una quindicina di giorni prima. Che fossero i tre colori di una bandiera sventolata da queste tre donne, di età, origini e ruoli diversi, pronte ad essere loro stesse luce, come dicono i versi finali della poesia che qui potete leggere, nel testo originale e nella traduzione.

Amanda Gorman, nata a Los Angeles il 7 marzo 1998, ha pubblicato il suo primo libro di poesie nel 2015 e nel 2017 ha vinto il titolo di National Youth Poet Laureate, che premia il migliore giovane talento nel campo della poesia negli Stati Uniti. È stata scelta per leggere una sua poesia durante la cerimonia di insediamento del nuovo Presidente, Joe Biden.

THE HILL WE CLIMB

When day comes, we ask ourselves where can we find light in this never-ending shade?
The loss we carry, a sea we must wade.
We’ve braved the belly of the beast.
We’ve learned that quiet isn’t always peace,
and the norms and notions of what “just” is isn’t always justice.
And yet, the dawn is ours before we knew it.
Somehow we do it.
Somehow we’ve weathered and witnessed a nation that isn’t broken,
but simply unfinished.
We, the successors of a country and a time where a skinny Black girl descended from slaves and raised by a single mother can dream of becoming president, only to find herself reciting for one.

And yes, we are far from polished, far from pristine,
but that doesn’t mean we are striving to form a union that is perfect.
We are striving to forge our union with purpose.
To compose a country committed to all cultures, colors, characters, and conditions of man.
And so we lift our gazes not to what stands between us, but what stands before us.
We close the divide because we know, to put our future first, we must first put our differences aside.
We lay down our arms so we can reach out our arms to one another.
We seek harm to none and harmony for all.
Let the globe, if nothing else, say this is true:
That even as we grieved, we grew.
That even as we hurt, we hoped.
That even as we tired, we tried.
That we’ll forever be tied together, victorious.
Not because we will never again know defeat, but because we will never again sow division.

Scripture tells us to envision that everyone shall sit under their own vine and fig tree and no one shall make them afraid.
If we’re to live up to our own time, then victory won’t lie in the blade, but in all the bridges we’ve made.
That is the promise to glade, the hill we climb, if only we dare.
It’s because being American is more than a pride we inherit.
It’s the past we step into and how we repair it.
We’ve seen a force that would shatter our nation rather than share it.
Would destroy our country if it meant delaying democracy.
This effort very nearly succeeded.
But while democracy can be periodically delayed,
it can never be permanently defeated.
In this truth, in this faith, we trust,
for while we have our eyes on the future, history has its eyes on us.
This is the era of just redemption.
We feared it at its inception.
We did not feel prepared to be the heirs of such a terrifying hour,
but within it, we found the power to author a new chapter, to offer hope and laughter to ourselves.
So while once we asked, ‘How could we possibly prevail over catastrophe?’ now we assert, ‘How could catastrophe possibly prevail over us?’

We will not march back to what was, but move to what shall be:
A country that is bruised but whole, benevolent but bold, fierce and free.
We will not be turned around or interrupted by intimidation because we know our inaction and inertia will be the inheritance of the next generation.
Our blunders become their burdens.
But one thing is certain:
If we merge mercy with might, and might with right, then love becomes our legacy and change, our children’s birthright.

So let us leave behind a country better than the one we were left.
With every breath from my bronze-pounded chest, we will raise this wounded world into a wondrous one.
We will rise from the golden hills of the west.
We will rise from the wind-swept north-east where our forefathers first realized revolution.
We will rise from the lake-rimmed cities of the midwestern states.
We will rise from the sun-baked south.
We will rebuild, reconcile, and recover.
In every known nook of our nation, in every corner called our country,
our people, diverse and beautiful, will emerge, battered and beautiful.
When day comes, we step out of the shade, aflame and unafraid.
The new dawn blooms as we free it.
For there is always light,
if only we’re brave enough to see it.
If only we’re brave enough to be it.

LA COLLINA CHE SCALIAMO

Quando arriva il giorno, ci chiediamo dove possiamo trovare una luce in quest’ombra senza fine?
La perdita che portiamo sulle spalle è un mare che dobbiamo guadare.
Noi abbiamo sfidato la pancia della bestia.
Noi abbiamo imparato che la quiete non è sempre pace,
e le norme e le nozioni di quel che «semplicemente» è non sono sempre giustizia.
Eppure, l’alba è nostra, prima ancora che ci sia dato accorgersene.
In qualche modo, ce l’abbiamo fatta.
In qualche modo, abbiamo resistito e siamo stati testimoni di come questa nazione non sia rotta,
ma, semplicemente, incompiuta.
Noi, gli eredi di un Paese e di un’epoca in cui una magra ragazza afroamericana, discendente dagli schiavi e cresciuta da una madre single, può sognare di diventare presidente, per sorprendersi poi a recitare all’insediamento di un altro.

Certo, siamo lontani dall’essere raffinati, puri,
ma ciò non significa che il nostro impegno sia teso a formare un’unione perfetta.
Noi ci stiamo sforzando di plasmare un’unione che abbia uno scopo.
(Ci stiamo sforzando) di dar vita ad un Paese che sia devoto ad ogni cultura, colore, carattere e condizione sociale.
E così alziamo il nostro sguardo non per cercare quel che ci divide, ma per catturare quel che abbiamo davanti.
Colmiamo il divario, perché sappiamo che, per poter mettere il nostro futuro al primo posto, dobbiamo prima mettere da parte le nostre differenze.
Abbandoniamo le braccia ai fianchi così da poterci sfiorare l’uno con l’altro.
Non cerchiamo di ferire il prossimo, ma cerchiamo un’armonia che sia per tutti.
Lasciamo che il mondo, se non altri, ci dica che è vero:
Che anche nel lutto, possiamo crescere.
Che nel dolore, possiamo trovare speranza.
Che nella stanchezza, avremo la consapevolezza di averci provato.
Che saremo legati per l’eternità, l’uno all’altro, vittoriosi.
Non perché ci saremo liberati della sconfitta, ma perché non dovremo più essere testimoni di divisioni.

Le Scritture ci dicono di immaginare che ciascuno possa sedere sotto la propria vite e il proprio albero di fico e lì non essere spaventato.
Se vorremo essere all’altezza del nostro tempo, non dovremo cercare la vittoria nella lama di un’arma, ma nei ponti che avremo costruito.
Questa è la promessa con la quale arrivare in una radura, questa è la collina da scalare, se avremo il coraggio di farlo.  
Essere americani è più di un orgoglio che ereditiamo.
È il passato in cui entriamo ed è il modo in cui lo ripariamo.
Abbiamo visto una forza che avrebbe scosso il nostro Paese anziché tenerlo insieme.
Lo avrebbe distrutto, se avesse rinviato la democrazia.
Questo sforzo è quasi riuscito.
Ma se può essere periodicamente rinviata,
la democrazia non può mai essere permanentemente distrutta.
In questa verità, in questa fede, noi crediamo,
Finché avremo gli occhi sul futuro, la storia avrà gli occhi su di noi.
Questa è l’era della redenzione.
Ne abbiamo avuto paura, ne abbiamo temuto l’inizio.
Non eravamo pronti ad essere gli eredi di un lascito tanto orribile,
Ma, all’interno di questo orrore, abbiamo trovato la forza di scrivere un nuovo capitolo, di offrire speranza e risate a noi stessi.
Una volta ci siamo chiesti: “Come possiamo avere la meglio sulla catastrofe?”. Oggi ci chiediamo: “Come può la catastrofe avere la meglio su di noi?”.

Non marceremo indietro per ritrovare quel che è stato, ma marceremo verso quello che dovrebbe essere:
Un Paese che sia ferito, ma intero, caritatevole, ma coraggioso, fiero e libero.
Non saremo capovolti o interrotti da alcuna intimidazione, perché noi sappiamo che la nostra immobilità, la nostra inerzia andrebbero in lascito alla prossima generazione.
I nostri errori diventerebbero i loro errori.
E una cosa è certa:
Se useremo la misericordia insieme al potere, e il potere insieme al diritto, allora l’amore sarà il nostro solo lascito e il cambiamento, un diritto di nascita per i nostri figli.

Perciò, fateci vivere in un Paese che sia migliore di quello che abbiamo lasciato.
Con ogni respiro di cui il mio petto martellato in bronzo sia capace, trasformeremo questo mondo ferito in un luogo meraviglioso.
Risorgeremo dalle colline dorate dell’Ovest.
Risorgeremo dal Nord-Est spazzato dal vento, in cui i nostri antenati, per primi, fecero la rivoluzione.
Risorgeremo dalle città circondate dai laghi, negli stati del Midwest.
Risorgeremo dal Sud baciato dal sole.
Ricostruiremo, ci riconcilieremo e ci riprenderemo.
In ogni nicchia nota della nostra nazione, in ogni angolo chiamato Paese,
La nostra gente, diversa e bella, si farà avanti, malconcia eppure stupenda.
Quando il giorno arriverà, faremo un passo fuori dall’ombra, in fiamme e senza paura.
Una nuova alba sboccerà, mentre noi la renderemo libera.
Perché ci sarà sempre luce,
Finché saremo coraggiosi abbastanza da vederla.
Finché saremo coraggiosi abbastanza da essere noi stessi luce.



 

mercoledì 20 gennaio 2021

"Quẚng Trị"- una poesia di Nguyễn Phan Quế Mai, autrice di "Quando le montagne cantano"

 

                                                           Voci da mondi diversi. Vietnam

         guerra del Vietnam

  L’Offensiva di Pasqua del 1972: durante la guerra del Vietnam si combatté da fine marzo a settembre a Quẚng Trị, sul confine della Zona Smilitarizzata lungo il 17° parallelo a 55 km. dall’antica capitale di Hue. Ancora oggi la provincia di Quẚng Trị è una delle aree dove è più alta la concentrazione di ordigni inesplosi.

La poesia Quẚng Trị, nella raccolta intitolata “The secret of the hoa sen” della scrittrice vietnamita Nguyễn Phan Quế Mai, autrice del romanzo “Quando le montagne cantano”, ha un impatto straordinario nella sua scarna liricità. Suscita in noi un sentimento di orrore per la guerra come quello che proviamo di fronte al quadro “Guernica” di Picasso. 

È l’orrore della guerra.

    Nel libro si trova la versione originale in vietnamita e la traduzione in inglese di Bruce Weigl. Su permesso della scrittrice questa traduzione in italiano è la mia.

 

 

Quẚng Trị.

 

La madre corre verso di noi,

le orbite colme dei nomi dei suoi figli.

Grida “Dove sono i miei figli?”

 

La madre corre verso di noi,

il nome del marito le incide un foro nel petto.

Grida “Restituitemi mio marito.”

 

Il tempo scolora le sue spalle.

 

I suoi capelli laceri avvizziscono.

Il cielo diffonde la luce del sole, trascinandomi lungo le strade

rivestite da un tappeto di crateri di bombe come occhi di morti,

spalancati in uno sguardo fisso.

I campi secchi, spaccati, lottano per cercare il respiro.

 

Fiori fiammeggianti spargono il loro sangue per la strada.

Ancora così profonde le ferite, Quẚng Trị.