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domenica 29 settembre 2024

Alena Mornštajnová, “Hana” ed. 2024

                                            Voci da mondi diversi. Europa dell'Est

seconda guerra mondiale

Alena Mornštajnová, “Hana”

Ed. Keller, trad. Letizia Kostner, pagg. 304, Euro 18,50

      Un romanzo diviso in tre parti, quello della scrittrice ceca Alena Mornštajnová, “Hana”, con due protagoniste narranti, due diverse voci femminili in due diversi tempi che finiscono per ricongiungersi alla fine.

“Io, Mira. 1954-1963” è la prima parte, seguita da “Quelli prima di me. 1933-1945” e poi da “Io, Hana. 1942-1963”. Apprezziamo questa chiarezza- Mira racconterà della sua famiglia iniziando dall’anno tragico in cui lei rimase sola, a 9 anni. Proseguirà poi ricostruendo gli anni passati e passerà la parola a Hana, sua zia, la figura nera che sembrava un gufo, che veniva ogni tanto in visita a casa loro, si sedeva e non parlava. È Hana che aggiunge le tessere mancanti di questa storia di famiglia nella Storia di quella che era la Cecoslovacchia.

    Tutto incomincia con la disubbidienza di Mira che cade nelle acque gelide del fiume che scorre a Meziřiči, dove abita in una bella casa affacciata sulla piazza e dove suo padre lavora come orologiaio nella bottega a piano terra. Mira viene punita, non mangerà i bigné a pranzo. E sarà la sua salvezza. Moriranno tutti di tifo- madre, padre, la sorella e il fratellino- e l’epidemia si diffonderà in tutta la cittadina (ne sapremo poi l’origine). Un’amica della madre ospiterà Mira, scatenando la gelosia dei figli, finché la zia Hana uscirà dall’ospedale, stranamente sopravvissuta, più che mai gufesca.


    Come può una donna, invecchiata prima del tempo, con chissà quali tremende esperienze alle spalle, prendersi cura di una bambina? Che Hana abbia dietro di sé anni di cui non vuole parlare ci è chiaro quando mostra dei numeri tatuati sul braccio, quando Mira le chiede che cosa significa essere ebrei. La vita va avanti, in qualche modo nasce un’intesa tra la bambina e la zia, un sentimento di timido amore nasce in un cuore che sembra inaridito. E poi Mira si innamora, la casa sulla piazza acquista una nuova vita... Il tempo si riavvolge indietro ed è la storia dei nonni e dei genitori di Mira che leggiamo, una storia simile ad altre che abbiamo letto e ambientate in altri paesi- il rifiuto di credere che Hitler avanzerà nella sua fame di nuove terre, che quello che vivono non sia altro che un periodo passeggero, che, in ogni caso, sia difficile abbandonare quello che si conosce per l’ignoto, finché non è troppo tardi. Sono gli anni in cui Hana è giovane e innamorata, disposta a tutto, a mentire, a nascondere documenti pur di non allontanarsi da un uomo che finisce poi per sposare la sua amica. Ed è troppo tardi. È sua la colpa di quello che succederà?


    Il racconto di Hana è simile eppure diverso da altri che abbiamo letto, perché ogni esperienza è a sé, ogni tragedia ha un’impronta personale, così come la maniera in cui essa viene rielaborata e affrontata. Si può ancora vivere dopo che la propria vita è stata calpestata? Si può amare, si può voler bene dopo aver sperimentato la fine di ogni sentimento umano? E poi sembra proprio che il destino perseguiti Hana, che faccia di lei una colpevole suo malgrado, una volta dopo l’altra, a terminare con i bigné alla crema.

    “Hana”, il romanzo di una famiglia e di un’epoca, con due personaggi femminili che non dimenticheremo, ha vinto il Czech Book Award.



 

 

 

 

martedì 6 dicembre 2022

Soma Morgenstern, “Il figlio del figlio perduto” ed. 2022

                                     Voci da mondi diversi. Europa dell'Est

        storia di famiglia

Soma Morgenstern, “Il figlio del figlio perduto”

Ed. Marsilio, trad. Alessandra Luise e Sarina Reina, pagg. 305, 18,00

     Un romanzo che viene dal passato, perché, pubblicato per la prima volta nel 1935 (il primo di una trilogia), ci arriva solo ora in traduzione italiana,  perché ci parla di un tempo passato e soprattutto di un mondo passato veramente del tutto, interamente scomparso, quella yiddishland cancellata dai nazisti. Eppure i temi di cui tratta- identità, appartenenza, ricerca di una dimensione spirituale- sono tuttora validi e riescono a coinvolgerci e poi questa è la storia di una famiglia, con quel pizzico di mistero che avvolge i rapporti famigliari e che ci incuriosisce, in attesa di una auspicata riconciliazione finale che ci sarà- e lo indoviniamo subito, quasi fosse il motivo nascosto del viaggio a cui il protagonista si prepara.

    È l’estate del 1928 e nelle prime settimane di agosto si svolgerà a Vienna il congresso mondiale degli ebrei fedeli alla Legge. È questo il motivo ufficiale per cui il possidente Wolf Mohylewski si prepara per andare (malvolentieri peraltro) a Vienna. Anzi, è l’unico motivo perché neppure a se stesso Wolf Mohylewski (chiamato da tutti Welwel Dobropoljer perché proprietario delle terre di Dobropolje, in Galizia) osa confessare che nutre la speranza di rientrare in contatto con il figlio di suo fratello, morto in guerra.


Quanti anni avrà ora il ragazzo? Una ventina? Era stato bandito dalla famiglia insieme al padre, quel Jossele a cui Welwel era così legato. Perché Jossele non solo aveva sposato una goj, ma si era convertito al cattolicesimo. Vietato fare il suo nome, vietato ricordarlo. Aveva disonorato la famiglia. E però c’era quel tarlo in Welwel, c’erano i flash di loro due bambini che si presentavano non voluti alla sua mente, il pensiero di quel nipote che aveva un nome tedesco- Alfred- invece del nome del nonno come avrebbe dovuto, che poteva solo indovinare, con il cuore in pena, come stava crescendo lì nella grande città, estraniato dal suo popolo, dal suo Dio, certamente ancora più estraniato da Dio e dal suo popolo di quanto fosse stato quel rinnegato di suo fratello negli ultimi anni della sua sconclusionata esistenza.

    Il viaggio, Vienna e il congresso, il ritorno. È scandito in tre parti, il romanzo di Soma (diminutivo di Salomo) Morgenstern, scrittore ebreo-ucraino, tre parti che hanno quasi il ritmo di un pezzo musicale, con un andante, un minuetto e poi una conclusione serena. Il viaggio colmo di eccitazione e timori, di osservazioni sulla bellezza delle terre che stanno attraversando e che ci preparano al contrasto con il fermento della grande città, il congresso che è una sorta di rivelazione per il giovane Alfred presente quasi per caso, l’opportunità per prendere coscienza delle sue radici, e infine il ritorno a Dobropolje, quasi come nella parabola del figliol prodigo.


    Il titolo italiano è identico a quello originale in tedesco, una chiave di interpretazione perfetta. “Il figlio” è la prima parola, perché è lui il vero protagonista, il ragazzo che si indaga e vuole sapere di più sul padre oltre al fatto che fosse quel bell’uomo di cui si era innamorata sua madre. “del figlio perduto”, e qui “perduto” non significa smarrito, o morto in guerra, perché è vero che Jossele è morto in guerra, ma era già ‘perduto’, dannato come la sua memoria, perché aveva abbandonato la religione dei suoi avi, quella che aveva permesso la coesione degli ebrei nei secoli in tutte le loro peregrinazioni.

   Soma Morgenstern non dimentica mai di condire con un filo di umorismo la sua storia del mondo che sta per scomparire, di una società ebraica già divisa tra ortodossia e laicità, oggetto costante di scherno e angherie. E leggere il suo romanzo comunica una certa emozione venata di tristezza e di rimpianto per quello che si è perso- sì, veramente perso, nel significato comune della parola.

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mercoledì 20 aprile 2022

Gábor T. Szántó, “1945 e altre storie” ed. 2022

                                         Voci da mondi diversi. Ungheria

          racconti

Gábor T. Szántó, “1945 e altre storie”

Ed. Anfora, trad. Richárd Janczer e Mónika Szilágyi, pagg. 232, Euro 18,50

     Lui, lo scrittore, sceneggiatore, poeta e saggista Gábor T. Szántó, si definisce ‘l’ultimo scrittore ebreo d’Ungheria’. E l’ebraicità, la Shoah, l’antisemitismo, sono tematiche importanti nei racconti riuniti in “1945”, titolo che suggerisce un tempo immediatamente dopo la tragedia della seconda guerra mondiale. Vedremo, però, che non sono gli unici temi, ce ne sono degli altri, ugualmente anche se diversamente dolorosi.

     Che cosa è successo in quel ‘dopo’? come è stato rielaborato quello che era accaduto, da una parte e dall’altra? Il racconto iniziale, “Il ritorno”, da cui è stato tratto il film diretto dal regista ungherese Ferenc Török, stabilisce l’atmosfera e punta l’attenzione non tanto sui due ebrei, uno anziano ed uno giovane, che ritornano in un villaggio su un treno composto solo da una locomotiva, da un vagone passeggeri e uno merci, quanto sugli abitanti che assistono allo scaricare di undici casse e quindi al passaggio di un carretto seguito dai due uomini in lutto e diretto al cimitero.

    ‘Sono tornati…Sono tornati…”, parole come un soffio di vento che percorre le strade del villaggio, entra nelle case, suscita domande, riporta ricordi alla mente, scatena paure. È chiaro chi siano quelli che sono tornati. Il passato riaffiora a sprazzi- case e negozi di cui, dopo la partenza di ‘quelli’, altri si erano impossessati (li rivorranno indietro?), mobili e suppellettili trafugati (li rivorranno indietro?). E che altro vorranno di nuovo? Ricorderanno i visi di chi è rimasto impassibile allora?


   Il racconto è tutto giocato sul non detto, sul ricordo che si preferirebbe non ricordare, mentre il carretto con le dodici casse (contengono cosmetici, corre la voce) sfila per le vie del paese, anomalo carro funebre. Quanto sia anomalo, quanto sia macabro, lo vedremo nel finale. Cosmetici…E intanto, in questi bisbigli, abbiamo percepito la meschinità dei moventi di questi ungheresi che si sono avvantaggiati del genocidio. È la colpevolezza del silenzio, del distogliere lo sguardo, che è sconvolgente.

   In un altro racconto due sopravvissuti cercano di farsi giustizia da soli. Un racconto breve che punta il dito sullo scandaloso rinserimento nelle loro funzioni di coloro che si sono macchiati di crimini di guerra e sono rimasti impuniti. In “A onor del vero” Szántó ritorna sul tema dell’impunità- due fratelli rapiscono un vecchio nazista che vive in tutta tranquillità, lo rinchiudono in una cantina obbligandolo a guardare, a ciclo continuo, il filmato sulla liberazione dei campi con le scene agghiaccianti delle montagne di morti scheletrici. Ma non sono stati solo gli ebrei ad essere vittime della guerra- ne “La notte più lunga” il tema della ‘casa’ e dell’esproprio è affrontato con riguardo alla deportazione  e alla sostituzione di alcune comunità etniche in territorio ungherese. Si può pesare il dolore su una bilancia?


     Lo scrittore affronta anche altri argomenti- una forma distorta di amore materno nato dalla solitudine e dall’isolamento, la scoperta dell’amore omosessuale e infine il dramma dell’incertezza dell’identità sessuale in “Trans”, dove un ragazzo vuole diventare rabbino ma vuole anche sottoporsi all’operazione per diventare donna, e perora la sua causa con un’argomentazione lucida che rivela un intelletto brillante.

    Lo stile di tutti questi racconti è asciutto e spoglio, lascia trapelare i pensieri dei protagonisti, il conflitto interiore che li spinge all’azione. Sono racconti che ci parlano di ingiustizie, di sofferenze nascoste, di ferite mai rimarginate, di un passato che non passa, di pregiudizi e di un antisemitismo che non è mai scomparso.

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mercoledì 23 marzo 2022

Jana Karšaiová, “Divorzio di velluto” ed. 2022

                                  Voci da mondi diversi. Europa dell'Est

          love story
la Storia nel romanzo

Jana Karšaiová, “Divorzio di velluto”

Ed. Feltrinelli, pagg. 158, Euro 15,00

 

     La prima cosa che viene in mente, leggendo il titolo “Divorzio di velluto” del romanzo di Jana Karšaiová (nata a Bratislava nel 1978), è la Rivoluzione di Velluto che, tra il novembre e il dicembre del 1989, portò alla dissoluzione dello Stato comunista cecoslovacco dando origine a due stati, la Slovacchia e la Repubblica ceca, e quel termine ‘di velluto’ si riferisce non solo alla trasformazione tranquilla ma anche al complesso musicale Velvet Underground, molto seguito negli anni della contestazione al regime sovietico.

     Tuttavia il titolo ha un significato più ampio ancora, lo capiremo calandoci nell’atmosfera del libro. Pensiamo all’etimologia della parola ‘divorzio’, dal latino divertere, ‘separare’. Quante separazioni nel romanzo! Dell’intero paese diviso a metà, di due lingue, il ceco e lo slovacco, di modo che ci si sente stranieri in quella che un tempo era un’unica patria, ancora un’altra separazione tra la lingua madre e quella del paese in cui si sceglie di andare a vivere, di due coppie, di due sorelle, di due amiche. Ogni separazione uno strappo, una ferita, una cicatrice che trova le parole dei ricordi.


    Katarina torna a Bratislava da Praga per trascorrere il Natale insieme alla famiglia. È sola- come spiegherà l’assenza di suo marito Eugen che è andato via da casa lasciandole un biglietto sul tavolo? Lei non è mai andata d’accordo con sua madre, una donna sempre arrabbiata. Non per niente la sorella maggiore di Katarina se n’è andata via, in America, molti anni prima. Katarina ne ha sofferto, le loro lettere si sono diradate, le risposte di Dora alle mail di Katarina sono sempre di poche parole.

A Bratislava Katarina incontra anche le amiche, Viera prima di tutto, con cui seguiva le lezioni di italiano. Viera aveva vinto una borsa di studio ed ora invitava Katarina ad andare a Verona con lei.

Bratislava

    Sono questi incontri, con la famiglia, con Viera e altre due compagne di studio, che fanno scattare la molla dei ricordi- l’incontro a Praga con Eugen e il loro matrimonio nel giro di pochi mesi, il sentirsi straniera e guardata con sufficienza in quella che era stata la capitale della Cecoslovacchia e perciò anche la ‘sua’ capitale, che cosa era successo dopo, l’amore tra Viera e la professoressa italiana e la seguente delusione. La mente si spinge più indietro ancora, alla vita quotidiana sotto il regime comunista, i silenzi, le code davanti a qualunque negozio, la mancanza di quei beni di consumo di cui si favoleggiava, la religione cattolica messa al bando. E sempre il pensiero rivolto al mondo occidentale in un misto di fascinazione e diffidenza.


   Ogni separazione è una fine e un nuovo inizio, ogni fine è occasione di ripensamenti, di ricerca di sé, di nuovi intenti. Ogni inizio è sofferenza ed aspettativa, è buio alle spalle ed una meta luminosa.

   “Divorzio di velluto” riflette l’esperienza personale della scrittrice e- dettaglio importante- è scritto in italiano, lingua che Jana Karšaiová ha imparato da autodidatta e che le offriva però- come agli altri scrittori famosi che hanno fatto una simile esperienza, Conrad, Agotha Christoff, Nabokov, Koestler- la possibilità di un distacco dalla materia di cui scriveva, una maggiore obiettività, una protezione dalla sofferenza. Ed è una lingua tersa, pulita, essenziale, quella impiegata da Jana Karšaiová, senza per questo sembrare povera.

    Un ottimo esordio, un romanzo che ha profondità nella leggerezza.



 

 

sabato 12 giugno 2021

Ana Blandiana, “Applausi nel cassetto” ed. 2021

                                          Voci da mondi diversi. Romania


Ana Blandiana, “Applausi nel cassetto”

Ed. elliot, trad. Luisa Valmarin, pagg. 389, Euro 18,50

 

      Non rimarranno chiusi nel cassetto gli applausi per il primo romanzo di Ana Blandiana, la poetessa rumena che scrive versi limpidi e ariosi-

   Ognuno vive due vite alla volta, o tre o anche quattro/ noi nasciamo, Signore, così giovani, che / fra le mille vite possibili/ non si può pretendere/ che sappiamo sceglierne una-

e che, in questo suo libro, ha trovato indispensabile scrivere in prosa. Per ampliare il suo messaggio, per dargli più sfaccettature, per arricchirlo, adottando uno stile inconfondibile che sa di realismo poetico, che passa da pagine crude e tetre ad altre un poco sognanti- perché si deve poter trovare una via di fuga nel sogno, nella Romania degli anni della dittatura di Ceaušescu in cui alla scrittrice era proibito pubblicare alcunché.

     Sono quattro i filoni narrativi di “Applausi nel cassetto, quattro filoni ad incastro, ognuno un chiarimento e un ampliamento dell’altro.

     Alexandru Šerban è uno scrittore e la traccia in cui è lui il protagonista è raccontata in terza persona. È tenuto sotto controllo dalla Securitate ed è per questo che si ritira in un luogo isolato sulle rive del Danubio dove un gruppo di studenti, guidati da un professore, sta facendo degli scavi archeologici. Nonostante i divieti Alexandru continua a scrivere, è la sua ribellione personale, il suo margine di libertà. Proprio come ha sempre fatto Ana Blandiana stessa che è la protagonista di un altro filone narrativo in prima persona, una sorta di commento puntuale, una raccolta di impressioni, come se ci fossero delle note a piè pagina.


     Di Alexandru, però, ce ne sono due, perché si chiama così anche il personaggio del romanzo che l’Alexandru scrittore sta scrivendo- è il suo alter ego? In effetti questo Alexandru parla in prima persona e ci sembra tanto reale quanto lo scrittore al sito archeologico, se non fosse che l’avventura che sta vivendo acquista presto un tono di irrealtà- non però di una irrealtà fantastica che si può solo immaginare, ma una irrealtà del tipo così spaventoso che vorremmo credere non fosse vera. Tutto inizia quando, il 30 gennaio 1980 (e niente come una data dà la sensazione di reale), tre sconosciuti irrompono nell’appartamento dove Alexandru sta conversando con degli amici. Chi siano questi brutti ceffi che si comportano da padroni, è subito chiaro. “La cosa principale è che non ci lasciamo spaventare”, dice Alexandru. E invece tutti sono terrorizzati, tutti sanno che cosa questa intrusione può significare, la reazione dei singoli è uguale a quella del popolo rumeno di cui stavano discutendo prima di questa visita- un popolo pacifico, non bellicoso, ‘che non ha mai conquistato nessuno, nemmeno quando avrebbe potuto farlo’. Fa parte della strategia della dittatura, l’umiliare le persone, privarle della loro dignità, renderle diffidenti nei confronti di tutti, annullare il sentimento dell’amicizia, per non dire quello dell’amore?


    Questa irruzione nel privato era solo un anticipo. Il romanzo che ha per protagonista Alexandru, scritto da Alexandru Šerban, dentro il romanzo il cui personaggio è Alexandru Šerban ed è scritto da Ana Blandiana, proseguirà poi con un internamento in un ospedale psichiatrico dove Alexandru è attirato con un’ingannevole proposta di tenere una lezione. C’è qualcosa di orwelliano nell’agghiacciante descrizione delle scene in cui i pazienti (o sono reclusi?) applaudono tutti insieme, tutti con la stessa identica espressione sui volti che paiono tutti uguali (e sono applausi mirati a seppellire le parole nel fragore), e poi smettono di battere le mani come su comando occulto. E c’è qualcosa di kafkiano nell’aggirarsi di Alexandru per i corridoi dell’ospedale in cerca di una via di uscita- un labirinto in cui l’artefice stesso è prigioniero.

    E Alexandru mira a scappare, per rendersi poi conto che non era lui che aveva cercato di fuggire nel mondo, ma che lo avevano lasciato ritornare nel mondo, ‘per il semplice motivo che il mondo non esisteva più. La prigione si era estesa e lo aveva inghiottito. Ero quindi libero di passeggiare nel ventre della balena.’ La Romania intera è una prigione- questo è il significato- e non ha neppure bisogno di guardie: dove mai potrebbero fuggire i detenuti? Anche se in realtà, nel filone parallelo, uno dei ragazzi degli scavi archeologici  fugge…

    Ho lasciato per ultimo il quarto filone che non è un vero e proprio filone narrativo, piuttosto una chiosatura squallida e deprimente. Sono i verbali della Securitate, domande e risposte, l’invasione del privato, l’annullamento dell’ intimità, il tradimento innalzato a norma, per interesse, per paura, per vantaggio personale. Più in basso di così non si può cadere. 

Solo la scrittura, pur chiusa a chiave in un cassetto, può salvarci.

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domenica 23 maggio 2021

Iris Wolff, “La sfocatura del mondo” ed. 2021

                                        Voci da mondi diversi. Europa dell'Est

Iris Wolff, “La sfocatura del mondo”

Ed. Rizzoli, trad. Pugliano e Tortelli, pagg. 240, Euro 18,00

 

   Il luogo: il Banato. Regione nel cuore dell’Europa, angolo settentrionale della Romania confinante con Ungheria, Serbia, ex-Jugoslavia. Per breve tempo fu indipendente, la capitale storica è Timişoara, oggi in Romania. Per la sua peculiare posizione geografica i suoi abitanti sono di molte etnie e di molte lingue.

   Il tempo: oltre la metà del ‘900 anche se, per molti versi, le scene sembrano essere ambientate due secoli prima.

   I personaggi: quattro generazioni di una famiglia, sette persone contornate da altri personaggi minori.

    La prospettiva e anche la visuale: immaginate di guardare in un caleidoscopio dove vedete qualcosa, fate girare il cilindro, le tessere si spostano e si ricompongono in un’altra scena che ha qualcosa della precedente, ma è diversa. E così via. Il tutto sempre un poco sfocato, il tutto che pare durare un attimo.

   Una supplica all’inizio del libro, “Lasciami il bambino”. È la muta preghiera di una donna che sta andando, in slitta e sotto la neve, in ospedale: teme di perdere il bambino che aspetta. E dire che il medico, più tardi, la minaccia severamente pensando che si sia procurata quell’aborto che lei, invece, vuole evitare. L’aborto è proibito in Romania. Tre mesi dopo nascerà Samuel, il protagonista del romanzo.


     Samuel sarà messo a fuoco più avanti nel libro, un bambino che impara tardi a parlare, che vive in un mondo suo, incoraggiato dalla mamma, Florentine, che è la prima ad apparire sulla scena, insieme al marito, pastore evangelico che ha scelto la religione perché non era abbastanza bravo da fare il calciatore (e gli pare impossibile che a suo figlio il calcio non interessi affatto). Florentine e Hannes hanno spesso ospiti (uno di questi riapparirà ad anni di distanza, per una di quelle coincidenze incredibili della vita), il che è motivo di sospetto, perché- di che cosa parlano?

    E la politica irrompe brutalmente nel romanzo che pareva idilliaco. Avevamo avuto sentore del pericolo con il vicino di casa Konstanty, con l’accenno che dapprima pochi e poi tanti argomenti dovevano essere evitati quando lui veniva a casa di Florentine e Hannes con la moglie e la figlia. E comunque le pagine in cui Hannes viene interrogato dalla Securitate, così come quelle in cui Konstanty dichiara che “Il partito non commette errori” e rivela che “confessano tutti. Ognuno ha qualcosa da confessare. Tutti vogliono essere colpevoli”, segnano un ‘prima’ e un ‘dopo’ nel romanzo.

   Il ‘dopo’ seguirà l’avventuroso viaggio con aereo ad elica di Samuel che aiuta un amico a fuggire dal drago, dal ‘Genio dei Carpazi’, dal Conducător che sostiene di avere un tenore di vita modesto, di essere sensibile, garbato, tollerante, interessato all’arte. La descrizione della situazione che Samuel e l’amico si lasciano alle spalle tocca punte di alta ironia: questo è un paese perfetto in cui c’è chi ti aiuta ad evitare i peccati. Avarizia e tirchieria, ad esempio, sono impraticabili per la penuria di merci. L’invidia e la gelosia sono escluse perché niente appartiene a nessuno. Restano purtroppo l’accidia, la viltà e l’ignoranza.

    Troncati i legami con la Romania (Samuel non riceverà mai risposta alle lettere che manda alla ragazza che ama, figlia di Konstanty), la vita in Germania riserba un dramma e poi…crollò il muro. Chissà fino a quando le parole ‘crollò il muro’ faranno apparire in un caleidoscopio un’immagine ben precisa, fino a quando non ci sarà qualcuno che chiederà, “il muro? Di che muro stiamo parlando?”. 9 novembre 1989: fine di un’epoca, fine di un mondo, si aprono i confini, si può tornare nei luoghi dove è rimasto il cuore. E Samuel non sa ancora quanto letteralmente il suo cuore sia rimasto là, nel Banato, dove adesso finalmente può tornare.


    “La sfocatura del mondo” è un romanzo poetico, che ci può sconcertare con la sua narrativa un poco sognante, come il personaggio di Florentine. Abbiamo imparato che la metafora è la sottile maniera della letteratura dei paesi dell’Europa dell’Est per evadere le strettoie della censura. Qui troviamo qualcosa di diverso, una ‘sfocatura’, una nebbia leggera e ingannatrice. E forse è questa la vera realtà, un niente di definito, un qualcosa che può cambiare secondo come si gira il cilindro del caleidoscopio.



   

 

domenica 13 dicembre 2020

Sophie van Llewyn, “Bottigliette” ed. 2020

                                                            Voci da mondi diversi. Europa dell'Est

    la Storia nel romanzo

        love story

Sophie van Llewyn, “Bottigliette”

Ed. Keller, trad. Elvira Grassi, pagg. 232, Euro 16,00

   Primo flash. Prima bottiglietta da cui escono i ricordi come il jinn dalla lampada di Aladino, in una delle tante interpretazioni che possiamo dare del titolo, “Bottled goods” in originale. Un funerale molto strano, alla presenza di Alina (protagonista e voce narrante), il cugino Matei e la zia Theresa. Nessuna bara sulla Volga nera (viene precisato che nel 1967, in Romania, questa automobile è prerogativa dei notabili del partito), solo una maleodorante scatola delle dimensioni di una scatola di Ramino. Le parole di zia Theresa, riguardo al nonno che era un membro del Partito liberale e che la nonna aveva rimpicciolito per risparmiargli la sorte dei suoi amici, tutti morti mentre scavavano il Canale, suonano oscure ad Alina e a noi lettori.

    Secondo flash. L’inizio della storia d’amore tra Alina e Liviu. È il 1969, in una località di mare. Il mare, quel mistero. Alina non c’era mai andata ed ora le era possibile perché faceva la guida turistica, come Liviu. Stranezza che per noi è un piccolo indizio dell’atmosfera della Romania di Ceaušescu: quando Alina accompagna il gruppo di tedeschi in un negozio per turisti, lei non può entrare. E ai turisti che obiettano, ma come si fa a fare a meno della cioccolata Toblerone o delle scarpe italiane?, Alina parla per bocca del Partito: “A nessuno manca nulla in questo paese”. Agli sposi viene dato un appartamento, il Leader ha a cuore l’interesse di tutti.

Costanza in Romania

   Terzo flash, il più tenero, il più sincero. Una lettera di Alina a Babbo Natale che però non si può nominare in Romania. Il primo desiderio è che Babbo Natale le porti un paio di jeans Levi’s. Seguono gli altri, che leggiamo con una stretta al cuore. Termina con un “Ti prego, non mi deludere”.

    Uno dopo l’altro, leviamo il tappo delle bottigliette. Ogni capitolo è uno squarcio sul passato, la tessera di un puzzle, la ricostruzione degli anni bui della Romania con una dittatura tentacolare. Le nozze di Alina- e potrebbe essere una love story tinta di rosa. Finché il fratello di Liviu fuoriesce dal paese e iniziano gli interrogatori. E non solo quelli, non con metodi garbati. Quando Liviu torna a casa dopo essere stato prelevato dagli uomini vestiti di grigio della Securitate, non è più lui. Non finisce qui. Viene mandato ad insegnare in un paese sperduto, ci impiega tre ore per arrivare. Mentre il rapporto tra Liviu e Alina si sgretola, anche Alina cade nel mirino degli uomini grigi. Un incubo.

i Ceaušescu

    Lascio a voi il compito di completare il puzzle, di stappare le bottigliette, di scoprire come ci possa trasformare un regime politico che si basa sulla forza bruta, che ricorre alla tortura come forma di intimidazione, che incoraggia alla delazione e al tradimento, anche se non c’è mai niente di nuovo sotto il sole- “1984” di Orwell insegna. È molto difficile che l’amore possa resistere, la paura e il dolore fisico hanno la meglio su ogni rapporto, anche quello che dovrebbe essere il più forte, tra madre e figli. E allora, quando è più o meno impossibile evadere dalla prigione che un intero paese è diventato, si ricorre ad un pizzico di magia, come se Aladino imprigionasse di nuovo il jinn nella lampada, con finalità diverse. Un realismo magico rumeno per contrastare gli uomini grigi e tutto quello che rappresentano.

    Sophie van Llewyn, scrittrice nata e cresciuta in Romania che ora vive in Germania e scrive in inglese, ha saputo scrivere un romanzo breve che dice tutto di una realtà che, se ha un colore, è un grigio più scuro di quello degli abiti-uniforme degli agenti della Securitate e che, tuttavia, ha una certa ariosità, una certa poesia, contiene un messaggio di resistenza e di opposizione che è un soffio di speranza.

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mercoledì 9 dicembre 2020

Serhij Žadan, “Il convitto” ed. 2020

                                    Voci da mondi diversi. Europa dell'Est

  Serhij Žadan, “Il convitto”

Ed. Voland, trad. G. Brogi, M. Prokopovy, pagg. 320, Euro 17,00

  2014. La guerra del Donbass, nell’Ucraina orientale. Era iniziata quando un gruppo di manifestanti armati si erano impadroniti di alcuni palazzi governativi. Chiedevano un referendum reclamando l’indipendenza delle loro regioni (Donec’k, Luhans’k e Kharliv). Erano intervenute le forze armate della Russia a bombardare le zone di confine.

   Il romanzo “Il convitto” di Serhij Žadan si svolge in tre giorni, durante questa guerra. Nessun luogo geografico è precisato, tranne ‘il confine’ che è nelle immediate vicinanze. Paša ficca alcune cose nello zaino e lascia la casa dove abita con il vecchio padre e la sorella per andare a prendere il nipote tredicenne Saša, in un convitto in città. Saša è figlio della sorella, sapremo poi che soffre di epilessia- un ragazzo non amato di cui, però, Paša si sente responsabile: in quei tre giorni si rimprovererà più volte di non averlo riportato prima a casa. Prima, quando non era ancora diventato così difficile e pericoloso muoversi.

   Romanzo di viaggio (diverso da qualunque altro si sia letto), romanzo di guerra (così confusa, si scrutano le bandiere per capire se si ha davanti l’invasore), romanzo di una duplice formazione (di zio e nipote), romanzo di un riavvicinamento famigliare- è tutto questo, “Il convitto”.

   In tempi normali andare in città, al convitto, sarebbe stata una breve distanza, ma, tra deviazioni, soste forzate per scampare al fuoco nemico, ritornare sui propri passi per aggirare punti pericolosi ci erano voluti tre giorni e a Paša, ad un certo punto, era sembrato di essersi mosso come un orso in un circo, che gira sempre su se stesso.

La domanda a cui Paša deve spesso rispondere è perché mai non sia fra le fila di chi combatte. Gli è sufficiente mostrare una sua mano per provare la sua invalidità. Fa l’insegnante, Paša, e sembra che questo gli conferisca una certa autorevolezza. Ma- e lo sa solo lui- a Paša non piace insegnare, non riesce a comunicare con i ragazzini, neppure con suo nipote. Quando incontra la direttrice e l’insegnante di educazione fisica del convitto, Paša ha un esempio di come dovrebbe essere anche lui. Dell’insegnante resterà un cappotto crivellato di colpi e insanguinato- è questo che spinge Paša ad assumere il ruolo di portavoce per la sua gente ammassata in un riparo di fortuna, per fargli avere dai ‘nostri’ un servizio di cucina con un pasto caldo?

    Il qualunquista Paša, che non si interessa a niente, che non prende parte agli eventi drammatici intorno a lui, si risveglia ad una nuova consapevolezza. È obbligato a farlo, non da ultimo per un senso di responsabilità nei confronti del nipote che dapprima è il suo antagonista, che sembra faccia apposta a sfidarlo, a prendersi gioco di lui, a fingersi più adulto di quanto non sia.  


   
Zio e nipote cambiano. Lentamente, con la stessa lentezza con cui il loro cammino di ritorno a casa procede, fra macerie e morti, con cui le ore di quei tre giorni non sembrano passare mai. Se era lo zio dapprima a temere per l’epilessia del nipote, poi è il nipote a preoccuparsi per i problemi di cuore dello zio, se era lo zio a tirare fuori una scatoletta dallo zaino (e a tagliarsi per cercare di aprirla, maldestro con una sola mano) e ad offrirla a Saša, dopo è Saša a porgergli la cioccolata che aveva messo da parte.

     C’è un colore dominante nel romanzo di Serhij Žadan- il grigio. Grigio della pioggia sottile, della neve sporca, delle macerie, degli edifici in rovina, perfino delle persone che Paša incontra. Sembrano tutti fantasmi in sporchi lenzuoli. C’è un’atmosfera dominante, pure quella grigia. Di paura, di incertezza, di disperazione, di morte. Ed è in questo grigiore che si spalanca il baratro tra la letteratura occidentale e quella dei paesi che una volta erano ‘oltre cortina’. È come se i ‘nostri’ romanzi potessero crogiolarsi nell’irrilevanza, mentre i ‘loro’ hanno qualcosa di importante e di vitale da comunicare, da rendere assolutamente necessaria la loro lettura.

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martedì 19 maggio 2020

Magda Szabó, “Via Katalin” ed. 2016


                                            Voci da mondi diversi. Europa dell'Est
                                                           romanzo di formazione
          seconda guerra mondiale

Magda Szabó, “Via Katalin”
Ed. Einaudi, trad. Bruno Ventavoli, pagg. 198, Formato Kindle Euro 6,99

         All’improvviso si accorsero che l’invecchiare aveva disgregato quel passato che gli anni dell’infanzia e della giovinezza consideravano così compatto e solido: il Tutto era caduto a pezzi e, anche se non mancava nulla, perché quei frammenti contenevano ogni cosa successa fino a quel giorno, niente era più come prima.
   Niente è più come prima. Non lo sono loro, i ragazzi di un tempo, Irén, Blanka, Henriett e Bálint. Non lo è via Katalin, dove abitavano: ‘allora’ le case si allineavano lungo il lato sinistro della strada, a ridosso della collina, e si riusciva a vedere il Danubio tra gli alberi al di là della carreggiata, adesso hanno costruito nuove case anche sul lato opposto. È importante che il titolo del romanzo di Magda Szabó sia il nome della strada, e non quello di una casa, come avviene spesso per i romanzi inglesi- abbiamo subito la percezione che la trama del romanzo coinvolgerà più persone e che, qualunque cosa avvenga, riguarderà tutti loro e che, se qualcuno morirà, sarà anche la strada a morire.

     Tre case, dunque, non una. Adiacenti una all’altra, con i giardini divisi da staccionate attraverso cui i bambini potevano passare con facilità. La casa degli Elekes (lui uno studioso, preside e insegnante, lei disordinata e inaffidabile, la figlia Irén brillante a scuola, la minore, Blanka, bella e bionda, un poco ‘lenta’), quella del dentista Held che ha una sola figlia, Henriett, e quella del Maggiore Bíró (vedovo, padre di Bálint, amato da tutte le ragazze). La maggior parte della vicenda è raccontata in un alternarsi di una voce in prima persona- quella di Irén- e di quella di una terza persona onnisciente. Ma, mentre il tempo torna indietro e poi si srotola inesorabile verso i momenti più drammatici per arrivare ad un ‘dopo’ di una tristezza infinita, noi pensiamo all’immagine di Blanka come ci è apparsa all’inizio, sempre bella ma un poco pazza, che chiama ‘Henriett’ tutti gli animali randagi che raccoglie, che urla al mare ‘via Katalin’ e nessuno capisce perché pianga. Henriett che, dopo che i suoi genitori erano stati portati via, nel 1944, era rimasta nascosta in casa del Maggiore per essere uccisa dal Soldato di guardia alla casa della sua famiglia che era stata requisita. Chi aveva inchiodato le assi che separavano i giardini, impedendo la fuga di Henriett che aveva voluto soltanto dare un’ultima occhiata alla sua casa? Ma la differenza tra i morti e i vivi è solo qualitativa e Henriett, fragile quanto lo sono Blanka e lo stesso Bálint adorato da tutte, non lascia mai Via Katalin, neppure da morta, non può allontanarsi dai suoi amici, si aggira in mezzo a loro e si stupisce quando non sembrano riconoscerla (in tempi molto più recenti Alice Sebold ha usato questo espediente in “Amabili resti”).

    Se vogliamo leggere “Via Katalin” come uno splendido romanzo di formazione, le dolorose tappe verso l’età adulta delle tre ragazze e di Bálint incominciano con una guerra di cui quasi non si rendono conto finché gli Held non tornano più a casa (si erano mai resi conto, i loro vicini, che gli Held fossero ebrei?). E poi Henriett muore, proprio la sera in cui Irén e Bálint avrebbero dovuto scambiarsi gli anelli di fidanzamento. E poi Bálint, per una falsa delazione, viene mandato via dall’ospedale dove lavora come medico. E Blanka deve andarsene di casa, in lacrime e con una valigia: suo padre non vuole più vederla. Può sopravvivere l’amore in mezzo a queste tragedie? L’amicizia, l’amore, la famiglia, il lavoro, tutto ha perso il suo smalto, tutto si è sfaldato, ha perso consistenza- come Henriett.
    Un libro bellissimo, come tutti quelli di Magda Szabó.